CAPITOLO XXII. La fine di Roma e del suo impero.
La leggenda non si appagò di rintracciare nel più remoto passato le origini favolose di Roma e d'infiorare di mille svariate immaginazioni la sua storia e i suoi fasti; essa volle ancora seguitarne i destini nel tempo avvenire, presagirne gli ultimi casi e la fine. È questa un'altra prova, da aggiungere alle molte già contemplate, della sollecitudine viva ed instancabile onde Roma era fatta segno.
Gli antichi Romani credettero che Roma dovesse durare in eterno. Le parole Vrbs Roma Aeterna, o semplicemente Roma Aeterna, si trovano su monete ed iscrizioni; eterna è chiamata la città da Tibullo, da Ammiano Marcellino, da Frontino, da Ausonio[902]. Giove, nell'Eneide[903], annunzia che l'impero dei Romani sarà senza fine:
His ego nec metas rerum, nec tempora pono,
Imperium sine fine dedi.
Rutilio Namaziano avverte Roma di non temere i fusi delle Parche:
Porrige victuras Romana in saecula leges,
Solaque fatales non vereare colos[904].
Ma nelle credenze religiose, così dei Romani, come dei Greci, una vera dottrina escatologica non si trova. La loro religione era più fatta per provvedere alle minute e cotidiane necessità della vita pratica che non agl'interessi generali e finali dell'umanità. Se il genere umano dovesse una volta sparire dalla faccia della terra, se la terra stessa, se il mondo dovessero, in un lontano ed incognito avvenire, mutar l'esser loro, o andar distrutti, essi nè sapevano, nè si curavano di sapere. Tutt'altrimenti nel cristianesimo, dove la visione meravigliosa o terrifica dei tempi apocalittici è come un fondo di scena invariabile dinnanzi al quale si viene svolgendo il dramma della umanità. Per la coscienza cristiana niuna cosa terrena può essere eterna, dappoichè la terra stessa, in un avvenire già forse imminente, è condannata a perire. Roma perirà anch'essa, e il suo impero cesserà di reggere l'uman genere.
Ma non prima che il mondo sia per essere travolto nell'ultima rovina. Una credenza così fatta s'imponeva, in certa guisa, da sè stessa agli spiriti. Non doveva quella città, non doveva quell'impero, che erano stati ordinati a bella posta per preparare il mondo alla venuta del Redentore, sussistere sopra la terra, quando vi sarebbe apparso il più fiero nemico di costui? Non dovevano essi, in quei giorni di massimo pericolo, proteggere quella Chiesa che avevano veduto nascere e crescere all'ombra loro? Gli animi si sentivano racconsolare al pensiero che gli ultimi viventi, saldi nella fede di Cristo, avrebbero avuto alleati nelle terribili battaglie contro le potestà delle tenebre l'invitta città che aveva soggiogato il mondo, e un imperatore coronato fra le sue mura della corona dell'universale dominio.
San Gerolamo dice che Roma deve durare sino al principiare del regno celeste[905]. Prima di lui Lattanzio, non solo aveva espressa la medesima opinione, ma era anche andato più oltre, attribuendo in certo qual modo a Roma una virtù arcana, per la quale conservavasi il mondo, che, altrimenti, sarebbe precipitato a pronta ruina. Egli annunziava l'universale giudizio per l'anno 436, ma assicurava in pari tempo che di esso non era a temere finchè Roma si sorreggeva[906]. Tertulliano diceva similmente la fine del mondo essere ritardata dalla presenza dell'impero romano; e allora Roma e l'impero erano una sola e medesima cosa[907]. Sì fatte credenze avevano radice nella seconda epistola di San Paolo ai Tessalonicensi, nell'Apocalissi, negli Oracoli sibillini. In questi la distruzione di Roma si trova ripetutamente annunziata per l'anno 948 dalla fondazione, e doveva essere compiuta da Nerone, veniente dall'Asia. Dione Cassio ricorda che un oracolo sibillino turbò le menti degli uomini al tempo di Tiberio, annunziando la distruzione di Roma per l'anno 900[908]. Lattanzio fa menzione di un antichissimo re dei Medi, il quale, gran tempo prima della guerra di Troja, vide in sogno la distruzione di Roma. Nell'Apocalissi la fine di Roma è collegata alla fine del mondo, ma in tutt'altra maniera, con tutt'altri intendimenti. L'autore dell'Apocalissi nutre per Roma un odio implacabile. Non solo la città, per lui, non ha nessuna santa missione da compiere, ma contrasta anzi al volere di Dio, e l'impero è una esecrabile e diabolica istituzione, causa principalissima della iniquità onde il mondo è ripieno. Roma distrutta, incatenato Satana per mille anni, incomincerà il millennio, cioè il regno degli eletti governati da Cristo in terra. Trascorsa quella età, Satana sarà liberato, e si risolleverà nel mondo il regno del male. Seguiranno allora le incursioni di Gog e Magog, alle quali terrà dietro il giudizio e la rinnovazione della terra e del cielo[909]. Alcune parti della visione apocalittica passeranno nelle immaginazioni escatologiche dei tempi susseguenti, ma non l'odio contro Roma. Abbiam già veduto che cosa pensasse Lattanzio in proposito; assai prima che seguisse nel IV secolo la conciliazione della Chiesa e dell'impero, i sentimenti della Apocalissi ostili a Roma cominciarono ad essere ripudiati. Quei sentimenti avevano una origine essenzialmente giudaica e difficilmente potevano accogliersi nel petto di chi, pur essendo cristiano, era nato e si sentiva romano, o aveva largamente attinto ai fonti della coltura pagana[910]. Secondo le varie opinioni dei rabbini, Roma, quando sieno maturi i tempi, sarà distrutta, o dai Persiani, o dagli Ebrei, o dallo stesso Messia[911].
Dopo le incursioni dei barbari la credenza che Roma fosse serbata a maggiori e misteriosi destini doveva, in certo modo, trovarsi avvalorata dalla prova dei fatti. A più riprese Roma era stata espugnata, saccheggiata, incendiata, ma non distrutta. E se i barbari non erano stati buoni di cancellarla dalla faccia della terra, non era egli ragionevole il credere che per le mani degli uomini essa non sarebbe perita più mai? A questa credenza, non iscossa, anzi sorretta dallo spettacolo delle recenti rovine, deve legarsi una profezia di San Benedetto, che si trova ricordata più di una volta, e secondo la quale Roma sarebbe perita, non per forza di genti nemiche, ma per forza di calamità naturali, di procelle e di terremoti[912]. Ho già fatto altrove ricordo di una profezia, riferita da Beda, la quale fa durare Roma quanto il Colosseo, e il mondo quanto Roma[913]. Nelle profezie riguardanti i pontefici, attribuite a Malachia Ibernico, il quale morì l'anno 1148, a proposito del ventesimo pontefice si dice che, dopo mille tribolazioni, Roma sarà distrutta e avrà luogo il giudizio. Nel 1655 fu pubblicato a Londra un opuscolo nel quale si ammoniva gl'inglesi residenti a Roma di uscirne, giacchè la città sarebbe stata distrutta l'anno 1666, e quarantacinque anni più tardi sarebbe seguita la fine del mondo[914]. Oggigiorno ancora vive tra il popolo a Roma una credenza, secondo la quale la statua equestre di Marco Aurelio si va di nuovo lentamente indorando, e quando sarà tutta indorata il mondo finirà[915].
Ma la distruzione di Roma fu anche annunziata a più riprese indipendentemente dalla fine del mondo e in contraddizione con le più antiche credenze. L'impero non essendo più necessariamente e di fatto congiunto con la Città, si poteva credere che essa fosse venuta meno alla propria missione, che l'esistenza sua più non fosse necessaria al mondo. Di qui le molte profezie che le minacciano imminente ed irreparabile rovina; ma queste profezie non hanno, in generale, nessun carattere di popolarità, come l'aveva quella che legavasi al Colosseo; muovono da giudizii di singoli, e da cause meramente morali, proprie dei tempi in cui nascono, e non acquistano mai, anche perchè troppo frequenti, molta diffusione ed autorità. Santa Brigida, in una delle sue Rivelazioni, annunziava che Roma sarebbe stata distrutta in pena della grande corruzione della Chiesa. Santa Francesca Romana prediceva il medesimo nel 1436; gli Spirituali, che tanto diedero da fare all'Inquisizione, s'aspettavano di veder Roma consunta dal fuoco come un'altra Sodoma[916]. Nel vaticinio di un anonimo sono questi versi:
Roma diu titubans longisque erroribus acta
Corruet et mundi desinet esse caput[917].
Martino Lutero annunziò, nonchè la caduta del cattolicismo, la distruzione ancora di Roma.
Ma, o con Roma, o senza Roma, l'impero romano durerà indubitabilmente sino alla fine dei secoli. Questa credenza è antichissima, e, dopo essere stata universale nel medio evo, passa e continua a vivere per lungo tempo ancora nell'età moderna. Alcune peculiarità sue si alterano e si mutano col mutar dei tempi, ma il concetto sostanziale rimane invariato.
Il germe di essa trovasi già in Lattanzio[918]. Fondandosi essenzialmente sull'autorità delle Sibille, Lattanzio annuncia con terribili parole la desolazione e la irreparabile rovina di Roma. Precederà la venuta dell'Anticristo una età sciagurata, piena d'ogni calamità e d'ogni nequizia. Imminente la conclusione dei tempi, Dio manderà sulla terra un suo grande profeta, il quale sarà ucciso dall'Anticristo. La potenza di costui non avrà più limiti, e durerà il flagello quarantadue mesi. I giusti ripareranno nella solitudine, e il figliuolo della perdizione moverà contro di essi, e li circonderà con le sue milizie, sino a che Dio mandi un re dal cielo a disperderli con ferro e con fuoco. Questo re non è altri che Cristo, la cui venuta sarà annunziata dal cadere di una spada celeste. Durerà la carnificina dall'ora terza sino al vespero, e il sangue correrà a torrenti. Per quattro volte si rinnoverà la pugna, e da ultimo l'Anticristo sarà fatto prigione, e insieme con tutti i suoi seguaci abbandonato a giusto castigo[919].
Qui l'imperatore romano non comparisce ancora; ma poichè già si credeva che l'impero romano dovesse durare sino alla fine del mondo, non era possibile che prima o poi non si desse anche all'imperatore una parte, e una parte cospicua, in quelle supreme battaglie della umanità. L'Anticristo, maestro di false dottrine e conquistatore, era a un tempo stesso nemico della Chiesa e nemico dell'impero.
Metodio, nelle Revelationes, descrive a questo modo gli ultimi tempi. Nel settimo millenario i figliuoli d'Ismaele (i Saraceni, a' quali forse solo nelle redazioni più recenti si aggiungono i Turchi) usciranno dal deserto e si rovesceranno sopra la terra. Nulla potrà resistere all'impeto loro: numerosi come le cavallette, essi ridurranno in cattività tutto il genere umano, distruggeranno le chiese, empieranno il mondo di abbominazione e di lutto. I cristiani rinnegheranno la fede, e la più gran parte dei viventi morrà per ferro, fame, pestilenza. Ma allora sorgerà il re dei Greci, ossia dei Romani, in gran furore, e piomberà sui barbari trionfanti e tripudianti nella tracotanza della vittoria e tutti li vincerà, assoggettandoli a durissima servitù. Avrà allora principio un'èra di letizia e di pace, nella quale gli uomini, senza timore o sollecitudine alcuna, vivranno giocondamente. Ma indi a non molto si spalancheranno le porte di aquilone, e le genti scelerate e bestiali, chiuse da Alessandro Magno tra i monti, irromperanno sopra la terra, e prima espugneranno la città di Joppe. Al loro furore non sarà difesa. L'imperatore romano si ritrarrà in Gerusalemme, e vi starà dieci anni e mezzo, compiuti i quali apparirà nel mondo l'Anticristo. E come questi sarà apparso, l'imperatore salirà il Golgota, sulla cui cima sarà confitta la croce, e si torrà la corona dal capo, e la porrà sulla croce, e stendendo le mani al cielo rassegnerà a Dio l'imperiale potestà. La croce, con la corona insieme, sarà assunta in cielo. L'Anticristo trionfante ucciderà i profeti Enoc ed Elia, mandati contro di lui, e soggiogherà tutta la terra, e ne sarà padrone; dopodichè verrà Cristo vendicatore, e, vinto e ucciso l'avversario, procederà all'universale giudizio.
Prima di passare oltre ad esaminare alcune forme più recenti di questa leggenda, o credenza che si voglia dire, fermiamoci a fare su quella datane da Metodio qualche breve considerazione. Metodio, o chi altri si sia l'autore delle Revelationes che vanno sotto il suo nome, è il primo a parlare in modo preciso delle ultime vicende e della fine dell'impero. Sia che egli immagini di suo capo, sia che riproduca immaginazioni forse già nate tra il popolo, non si può non ammettere che quella parte della predizione che più particolarmente riguarda l'impero sia di origine bizantina[920]. Metodio intende parlare di un imperatore greco (rex Graecorum sive Romanorum), giacchè l'impero romano per lui altro non è che l'impero d'Oriente, e la profezia che mette innanzi altro scopo non ha, come del resto tutto il libro delle Revelationes, che di provare il primato di Costantinopoli e di glorificare l'impero d'Oriente. I fatti predetti da lui debbono accadere nel settimo millenario dalla creazione del mondo: ei li poneva pertanto in tempo abbastanza remoto da quello in cui scriveva (VIII-IX sec.)[921].
I figliuoli d'Ismaele di cui parla Metodio sono i Saraceni, ond'era sempre minacciato di rovina l'impero. Ma i Saraceni sono da lui introdotti nella finzione per ragioni storiche manifeste, e in iscambio d'altre genti, che, del resto, vi operavano il medesimo. San Cirillo, vescovo di Gerusalemme nel IV secolo, dice in un suo scritto[922] che l'Anticristo troverà l'impero di Roma diviso in dieci regni, e che ucciderà tre re e si assoggetterà gli altri sette. Questa opinione, espressa anche da San Gerolamo, era opinione comune che aveva radici assai remote ed antiche[923]. Ma i Saraceni di Metodio saranno vinti dallo stesso imperatore, alla cui vittoria succederà, come abbiamo veduto, un'èra di letizia e di pace. Qui abbiamo una evidente trasposizione del millenio di felicità che, secondo la opinione dei chiliasti, doveva arridere ai giusti risuscitati, sotto il reggimento, di Cristo. Anche la badessa Ildegarde, famosa ai tempi dei papi Eugenio, Anastasio IV, Adriano IV, Alessandro III, e che molto profetò circa la fine del mondo e l'Anticristo, fa succedere a una età felice, di virtù e di concordia, un'età calamitosa in eccesso, durante la quale, smembrato l'impero romano, ogni provincia si reggerà da sè. Le genti rinchiuse da Alessandro Magno, ossia i popoli di Gog e Magog, continuano a figurare in tutte le posteriori versioni della leggenda[924]. Quanto all'Anticristo, che, sotto un certo aspetto, è il protagonista di tutta l'azione, Metodio lo trova già nell'Apocalissi, e noi lo vediamo ricomparire con gli stessi caratteri, e operare al medesimo modo in tutte le versioni successive.
Gli innumerevoli trattati che intorno a questo figliuolo della perdizione ci ha lasciati il medio evo fanno fede dell'ansietà e del terrore che destava negli animi il pericolo sempre imminente e al tutto inevitabile della sua venuta[925]. Si ricordavano i segni che dovevano fare conoscere al mondo la funesta sua apparizione, e ponevasi mente se già non se ne vedesse qualcuno. Si moltiplicavano e si aggravavano colla fantasia gli orrori degli ultimi tempi. Ogni po' correva per la cristianità la spaventosa notizia della nascita già avvenuta, o prossima ad avvenire, dell'uomo fatale. Intorno al 380 Martino, vescovo di Tours, credeva ch'egli fosse già nato, e così credeva poi intorno al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e alcuni decennii più tardi l'arcivescovo Norberto di Magdeburgo. Nel 1412 Vincenzo Ferrer sapeva, e lo scriveva al papa Benedetto XIII, che il gran nemico dell'uman genere era già d'età di nove anni[926]. Ai tempi d'Innocenzo VI un frate dell'ordine dei Minori ne annunziava la nascita per l'anno 1365. Arnaldo di Villanova la prediceva per l'anno 1376 in un trattato De speculatione adventus Antichristi. La rovina di Roma, che allora doveva inevitabilmente seguire, sarebbe stata annunziata dalla caduta del Ponte Molle e dalla sommersione dell'Asia. Nel 1470 fu trovata nella chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme una profezia che diceva:
Cum fuerint anni transacti mille quingenti
Et decies terni post partum virginis almae
Tunc Antichristus nascetur daemone plenus.
Ma a chi asseriva che l'Anticristo fosse già nato, o prossimo a nascere, si poteva rispondere, e si rispondeva con un assai valido argomento: l'impero romano tuttavia si reggeva. Assono, abate di Moutier-en-Der, morto nel 992, dice nel suo trattato De vita Antichristi, per lungo tempo attribuito a Rabano Mauro, e sul quale dovrò tornare quanto prima, che la fine del mondo non era così prossima come si reputava allora da molti, giacchè al tempo dell'apparizione del grande avversario l'impero doveva essere in piena dissoluzione, cosa che non avverrebbe insino a tanto che ci fossero dei re di Francia, dovendo uno di essi negli ultimi tempi portare la corona imperiale[927]. Sei secoli dopo questo argomento conservava ancora molta forza. Uno storico francese, Canon Moreau, racconta come l'anno 1599 si spargesse improvvisamente la voce che l'Anticristo era nato in Babilonia. Tale novella empiè di terrore le popolazioni. Tuttavia molti vi furono che non vi diedero fede, i quali, tra le altre ragioni in contrario, adducevano anche questa che l'impero sussisteva ancora; al che si rispondeva dagli altri non sussistere esso oramai altrimenti che di nome.
La leggenda imperiale che noi abbiamo veduto comparire in Oriente nelle Rivelazioni di Metodio, comparisce ben presto anche in Occidente. Delle versioni varie che qui se ne formano Metodio è, direttamente o indirettamente, la prima fonte[928]; ma s'intende bene come in esse non possa più ritrovarsi lo stesso spirito della leggenda orientale. Per gli occidentali l'impero romano è l'impero d'Occidente, e l'imperatore degli ultimi tempi è, non più un imperatore greco, ma un imperatore francese o tedesco. Questa sostituzione era razionale e necessaria.
Ordinariamente si ammette che le Rivelazioni di Metodio non furono conosciute nell'Occidente prima del XII secolo, e ciò è vero se s'intende di una conoscenza diretta[929]. A cominciare da quel tempo se ne moltiplicarono le traduzioni e le parafrasi latine, in molte delle quali la leggenda si vede alterata nel modo che ho indicato testè. Ma certamente gran tempo innanzi alcune almeno delle immaginazioni che vi si contengono furono conosciute dagli occidentali, e quelle in ispecial modo che riguardano gli ultimi avvenimenti, sebbene già in qualche parte alterate. Assone, nel già citato suo libro, composto circa il 948[930], dopo aver parlato degli ultimi tempi in modo conforme alla tradizione dei padri, dice che l'ultimo imperatore, il quale sarà un Carolingio (l'impero non era ancora passato ai Tedeschi) riunirà sotto la sua dominazione tutta la terra, abbatterà tutti gl'idoli, forzerà i pagani a ricevere il battesimo, e nei templi alzerà la croce di Cristo. Seguirà allora un'èra di letizia e di prosperità grande, e si convertiranno gli Ebrei. I popoli di Gog e Magog usciranno dalle loro sedi e faranno incursione sopra la terra, ma l'imperatore, radunato il suo esercito, li vincerà e distruggerà. Compiuto il centesimo e duodecimo anno del suo impero, egli andrà a Gerusalemme, e deporrà la corona, offrendola a Dio Padre e a Cristo suo figliuolo. Dopo di ciò verrà l'Anticristo.
Assone cita, come sua fonte, non Metodio, ma certi oracoli sibillini, i quali indubitabilmente scaturirono dalle Rivelazioni. Essi sussistono tuttavia in due recensioni diverse, e poco si dilungano dalla comune loro sorgente[931]. Confrontandole col testo di Assono si può vedere come la leggenda si andasse modificando secondo il senso, dirò così, occidentale. In una di quelle due recensioni si dice che l'imperatore dei Romani e dei Greci uscirà da Bizanzio per distruggere gl'Ismaeliti; nell'altra l'imperatore è sempre un rex Romanorum et Graecorum ma Bizanzio non è più ricordata; Assone non chiama l'imperatore altrimenti che rex Romanorum, e dice che sarà un re di Francia, un Carolingio, il cui nome comincierà con C. Notisi inoltre che, secondo Metodio, le genti di Gog e Magog correranno trionfalmente la terra, mentre secondo l'oracolo sibillino ed Assone, esse saranno debellate e distrutte dall'imperatore. Dopo Assone, attingono da quell'oracolo il vescovo Benzone[932], Gotofredo da Viterbo[933], Matteo di Westminster[934]. Benzone chiama la Sibilla Calliopea; Gotofredo Tiburtina, o Albunea, e dice che, invitata a Roma dal senato, predisse gli eventi futuri sino alla fine del mondo. Il racconto profetico di Assone si ritrova più particolarmente in un antico poemetto inglese di 723 versi, intitolato Anticrist and the Signs before the Doom[935].
Assone ajutò potentemente a divulgar la leggenda, la quale si venne modificando ancora via via, secondo richiedeva la condizione dei tempi, o il sentimento dei ripetitori. Trasportato l'impero dai Francesi ai Tedeschi, era naturale che dell'ultimo imperatore si facesse, non più un Francese, ma bensì un Tedesco. E tedesco è egli già in un trattatello De Antichristo che certo Alboino dedicò ad Ariberto arcivescovo di Colonia in sul principiare dell'XI secolo[936]. Nulladimeno abbastanza spesso l'imperatore si rimane francese. Così in un poemetto tedesco sull'Anticristo, dove la leggenda è narrata sulla fede di San Gerolamo, che la trovò scritta in un libro a Roma. L'ultimo imperatore andrà a Gerusalemme recando seco le insegne imperiali, e deporrà la corona sul Monte Oliveto[937]. Angilberto, abate di Admont, appoggiandosi a un testo assai alterato di Metodio, dice che l'ultimo imperatore, franco di nazione, non potendo resistere agl'Ismaeliti, appenderà lo scettro, la corona e lo scudo all'Albero Secco, e morrà offrendo l'anima a Dio[938]. Secondo Angilberto la venuta dell'Anticristo sarà preceduta da una generale discessio, per cui prima le province si ribelleranno all'impero, poi le varie chiese all'autorità del pontefice, e finalmente i popoli abbandoneranno la fede[939].
Metodio dice che l'imperatore deporrà la corona sulla croce, Assone ch'egli la offrirà a Dio, l'anonimo autore dell'Entecrist che la deporrà sul Monte Oliveto, Teolosforo che la deporrà sul sepolcro di Cristo, Angilberto che l'appenderà, insieme con lo scettro e lo scudo, all'Albero Secco.
Di questo Albero Secco (arbor sicca, arbre sech, dürre Baum, drye Tree) si trova spesso fatta parola nelle cronache, nei poemi romanzeschi e nelle relazioni di viaggi del medio evo; ma le notizie intorno ad esso, e intorno al luogo in cui sorgeva si accordano in generale assai poco. Si sapeva solo che trovavasi in mezzo ad una regione deserta dell'estremo Oriente, e che il rintracciarlo era cosa assai malagevole. Le mappe di quel tempo lo segnano insieme con l'altre meraviglie dell'Asia. Secondo una delle tante favole in corso, esso trovavasi invece nell'antica città di Susa, cinto gelosamente di mura, custodito da gran numero di soldati. Chi potesse appendere ai suoi rami lo scudo si farebbe soggetti centoventicinque principi dell'India, sino al paese dei Mori[940]. Quando nel XIII secolo si seppe in Occidente delle grandi vittorie riportate dai Mongoli in Asia, corse subito la voce che il loro Can avesse appeso lo scudo ai rami dell'Albero Secco, e avesse con ciò fatte irresistibili l'armi sue. Nei romanzi francesi l'Arbre Sec è ricordato il più delle volte per indicare grande distanza, o paesi lontani ed ignoti. Nel Jeu de saint Nicolas di Giovanni Bodel tra i personaggi è un amiral du Sec-Arbre, o d'outre le Sec-Arbre. Nel poema tedesco intitolato Sibillen Weissagungen, del quale dovrò riparlare tra breve, pare che l'Albero Secco si ponga in prossimità del Santo Sepolcro. Più sovente col nome di esso s'indicava la provincia di Corasan. Nè tale incertezza si aveva solamente quanto al luogo ove sorgeva, ma ancora quanto alla qualità e al vero nome della pianta misteriosa. Marco Polo che ne parla nella Relazione de' suoi viaggi[941], la descrive, non già come un albero secco, ma come un alloro verde, ricco di fogliame e ferace di frutti; e dice che il vero suo nome è, non Arbre sec, ma Arbre sol, e che quest'Arbre sol è quello stesso Albero del Sole, che, insieme con un Albero della Luna predisse la immatura morte ad Alessandro Magno. Di tali alberi si parla in tutte lo storie romanzesche del Macedone, e Marco Polo dice che gli abitanti della contrada in cui sorgeva l'antica pianta, narravano Alessandro esser quivi venuto a battaglia con Dario[942]. Come nascesse questa confusione dell'Albero del Sole con l'Albero Secco non è agevole dire; ma se Marco Polo, ed altri con lui, sostituirono l'Albero del Sole all'Albero Secco, qualcuno anche vi fu che sostituì l'Albero Secco all'Albero del Sole. In molte delle storie favolose di Alessandro Magno si racconta come il grande conquistatore trovò, nella selva appunto dove sorgevano quelle arbori fatidiche, anche un albero tutto secco sul quale si stava la Fenice[943]. In un breve racconto latino composto probabilmente intorno al 1300[944], si narra di un soldato, fatto prigione dai Saraceni, il quale liberato dopo molti anni da una donna innamoratasi di lui, giunse, peregrinando con alcuni compagni, sino in India nel paese del Prete Gianni. Essi chiesero a costui di poter visitare l'Albero Secco, di cui tanto avevano udito parlare, e che sorgeva ne' suoi stati. Il Prete Gianni rispose loro il vero nome di quello non essere Albero Secco, ma sibbene Albero di Set, giacchè Set l'aveva piantato, e li fece condurre al luogo ove sorgeva, raccomandando tuttavia loro di non passare più oltre, se pur desideravano di fare ritorno in patria. L'albero piantato da Set con tre semi dell'albero paradisiaco della scienza del bene e del male, datigli da un angelo, è famoso ancor esso nella leggenda. Giunti in vista della pianta miracolosa, i pellegrini ebbero a meravigliare, tanto parve loro bella. Era essa di smisurata grandezza e mirabile figura, vestita di foglie d'ogni colore, carica di varie maniere di frutti, popolata di ogni sorta d'uccelli. Esalava da essa un soavissimo odore, e le foglie tra loro percotendosi, levavano una dolcissima melodia che si sposava col canto degli uccelli. Uno dei pellegrini si separò dai compagni e passò oltre, verso un luogo che vedeva aprirglisi dinnanzi pieno d'ogni delizia; gli altri tornarono addietro. Secondo il Mandeville l'Albero Secco sarebbe una quercia antica quanto il mondo, sorgente sul monte di Mambre, poco discosto dalla città di Ebron, e inariditasi al tempo della morte di Cristo, quando inaridirono improvvisamente tutti gli alberi della terra. Un principe dell'Occidente conquisterà la Terra Santa, e farà celebrare una messa sotto l'Albero Secco, il quale tosto si ricoprirà di foglie e di frutti. Il Mandeville narra inoltre delle meravigliose virtù della pianta[945].
Io non dubito che, in origine, l'Albero Secco non sia lo stesso albero del Paradiso terrestre, il quale nelle leggende medievali si rappresenta appunto come tutto spogliato di foglie[946]. Solo ammettendo tale identità s'intende perchè la leggenda conduca l'ultimo imperatore ad appendere scettro, corona e scudo ai rami dell'Albero Secco, il quale non è in nessun altro modo legato all'impero. Con fare che quell'imperatore deponga la corona sulla croce, Metodio lascia intendere quanto strettamente, secondo il concetto dei tempi, fosse congiunto l'impero all'opera della redenzione. Ma l'opera stessa della redenzione, non era, per dir così, se non un fatto secondario, se non una conseguenza di un altro fatto, il quale, per rispetto alla storia della umanità, poteva veramente considerarsi come primitivo ed iniziale. Questo fatto era la trasgressione dei primi parenti, della quale l'arbore vietata fu in pari tempo cagione e strumento. Dalle radici della pianta fatale era venuta fuori tutta la storia del genere umano. Senza di essa non ci sarebbe stata la redenzione; tanto è vero che, secondo la leggenda, la croce fu fatta del suo legno. Senza di essa non ci sarebbe stata nè Roma, nè l'impero. Tornando all'Albero Secco l'impero torna alle sue radici, e si chiude il ciclo delle umane vicende. Con appendere a' suoi rami lo scettro, la corona e lo scudo, l'imperatore gli restituisce i frutti che la umana temerità ne colse. Appendere la corona alla croce, o appenderla all'albero del cui legno la croce fu formata, era in fondo la medesima cosa. Giova ricordare a tale proposito che, secondo una delle interpretazioni più plausibili, la pianta dispogliata che Dante trova nel Paradiso terrestre[947], significa appunto l'impero. Però deve parere abbastanza strano che in un Enndkrist tedesco, compilato principalmente sopra un'opera intitolata Compendium theologiae, e stampato nel secolo XV, si ponga in relazione con l'Albero Secco non l'imperatore, ma l'Anticristo, che miracolosamente lo fa rifiorire. Notisi finalmente che, secondo la opinione di alcuni, l'Albero Secco era irreperibile, o inaccessibile il luogo ov'esso si trovava, come appunto dicevasi del Paradiso terrestre.
Tutta quest'azione vasta e meravigliosa degli ultimi tempi, la quale noi abbiamo veduto dipingersi nella leggenda profetica, doveva sembrare buon argomento di dramma in un tempo in cui, dalla creazione dell'uomo al giudizio universale, si rappresentava sulla scena la storia intera dell'uman genere. Tuttavia, sebbene parecchi Misteri dell'Anticristo sieno pervenuti sino a noi, quell'azione non si trova riprodotta che in uno solo[948]. Composto in Germania, questo mistero fu conservato in un codice di Tegernsee del XII secolo, e pubblicato, prima dal Pez[949], poi dal Zezschwitz[950], finalmente da Guglielmo Meyer[951]. Esso è latino, come sono, in generale, i misteri più antichi. Eccone brevemente il contenuto.
Sulla scena si vedono: a oriente, il Tempio del Signore, la sede del re di Gerusalemme, la Sinagoga; ad occidente, la sede dell'imperatore insieme con quelle del re di Germania e del re di Francia; la sede del re dei Greci; dalla parte di mezzogiorno, la sede del re di Babilonia e della Gentilità. Aprono l'azione il re di Babilonia e la Gentilità cantando le lodi del politeismo. Segue la Sinagoga, che celebra l'unico Dio e detesta Cristo. La Chiesa, coronata, assistita dalla Misericordia e dalla Giustizia, seguita, a destra, dal papa col clero, a sinistra, dall'imperatore con le milizie, minaccia l'eterno castigo a chi non osserva il suo dogma. Entrano i varii re, seguiti dalle proprie milizie, e cantando ciascuno, dice la rubrica, parole all'esser suo convenienti. Tutte queste potestà vanno a sedersi nei troni loro; ma un trono rimane disoccupato, e così ancora il tempio. Allora l'imperatore manda i suoi messi ai singoli re per invitarli all'obbedienza e al pagamento dei tributi. Egli afferma i diritti dell'impero:
Sicut scripta tradunt hystoriogravorum
totus mundus fuerat fiscus romanorum.
Hoc primorum strenuitas elaboravit,
sed posterorum desidia dissipavit.
Sub his imperii delapsa est potestas,
quam nostrae repetit potentiae majestas.
Reges ergo singuli prius instituta
nunc romano solvant imperio tributa.
I messi vanno a trovare primamente il re di Francia: ma questi nega di sottomettersi, e pretende che l'impero si appartiene di diritto a lui:
Illud enim seniores galli possederunt,
atque suis posteris nobis reliquerunt.
Il litigio si decide con l'armi; il re di Francia è vinto, ma reintegrato, quale vassallo dell'impero, nel suo regno. Il re dei Greci e il re di Gerusalemme riconoscono la sovranità dell'imperatore. Ma il re di Babilonia, messosi in animo di distruggere il cristianesimo, si leva in armi, e va ad assediare Gerusalemme, dov'ebbe culla la nuova credenza. L'imperatore accorre in ajuto della minacciata città, e vinto e fugato il re di Babilonia, entra nel tempio, e quivi, dinnanzi all'altare, toltasi la corona di capo, rassegna l'impero a Dio:
Suscipe quod offero, nam corde benigno
tibi regi regum imperium resigno,
per quem reges regnant, qui solus imperator
dici potes, et es cunctorum gubernator.
Incalzano gli avvenimenti. Ritornato l'imperatore nella sede dell'antico suo regno, ridivenuto, cioè, semplice re di Germania, ecco in iscena l'Anticristo armato, il quale all'Ipocrisia e all'Eresia che lo accompagnano commette di pervertire il mondo. Ajutato da' suoi seguaci, egli usurpa il trono del re di Gerusalemme, e scaccia la Chiesa dal tempio, dove s'era posata. Dopo di ciò manda suoi messi ad intimare obbedienza ai principi. Il re dei Greci e il re di Francia diventano suoi uomini ligi; ma il re di Germania nega altamente di sottomettersi, e prese le armi, sconfigge l'Anticristo e i suoi alleati. Se non che l'Anticristo opera allora alcuni falsi miracoli, ed anche il re di Germania finisce col credere in lui. Col suo ajuto l'Anticristo vince il re di Babilonia, dopo di che si fa annunciare alla Sinagoga quale il Messia, ed è da essa riconosciuto. Vengono i profeti Enoc ed Elia, che svelano la sua falsità, e annunziano la imminente venuta di Cristo. L'Anticristo li fa morire; ma mentre, seduto in trono, convoca principi e popoli per essere adorato, scoppia sopra il suo capo un fragore, ed egli precipita. La Chiesa trionfa, i pervertiti riabbracciano la fede.
In questo dramma l'imperatore romano è rappresentato come il tutor naturale della Chiesa e della umanità, sebbene anch'egli da ultimo si converta all'Anticristo. Non è egli strano che, secondo una leggenda assai antica, di cui già feci ricordo[952], e che nel medio evo ottiene ancora credenza, l'Anticristo, o un suo precursore, debba essere appunto un imperatore romano? Nerone non era mai morto, e doveva tornare in sulla fine dei tempi, ed affliggere la Chiesa di Cristo di mali inauditi[953]. Del resto qualche altro imperatore romano passò per essere l'Anticristo, come, ad esempio, Federico II, e così anche qualche papa, come Gregorio VII, Pasquale II, Innocenzo IV. Ma, conformemente a un'altra leggenda, di cui qui cade in acconcio dire qualche cosa, anche l'ultimo imperatore, campione della Chiesa e della umanità, sarà un imperatore redivivo, anzi non mai morto, ma occultato per decreto della Provvidenza, e conservato agli estremi cimenti. Ministro della giustizia divina, egli tornerà improvviso al mondo, riformerà la Chiesa e i costumi della pervertita umanità, passerà in Terra Santa, riconquisterà il sepolcro di Cristo, e deporrà finalmente sul Monte Oliveto, o appenderà ai rami dell'Albero Secco le insegne della sua potestà. A questo ritorno una leggenda faceva seguire una spaventosa battaglia, a cui prenderebbe parte tutta l'umanità vivente; un'altra leggenda faceva seguire una nuova età dell'oro[954]. Ma chi sarebbe il campione prescelto da Dio? Alcune finzioni dicevano Carlo Magno, il glorioso difensore della Chiesa, il vincitore dei Saraceni. Carlo Magno uscirà dal monte nelle cui viscere, ignoto a tutti, aspetta il giorno segnato, e andrà a sospendere il suo scudo a un pero inaridito, che rinverdirà in quell'ora. Seguirà tra buoni e malvagi la maggior battaglia che mai sia stata combattuta nel mondo, e Carlo Magno vincitore regnerà sopra una nuova età[955]. Altre finzioni dicevano Federico II[956], e ciò deve parere abbastanza strano, perchè lo scomunicato Svevo, grand'avversario del Papato, e cristiano di assai dubbia fede, assume da prima nella leggenda la qualità di Anticristo. Ma in questa leggenda sono da considerare, per così dire, due gradi, l'uno che può chiamarsi guelfo, e ha principio, come pare, in Italia, per opera di Gioachino di Fiore e de' suoi seguaci; l'altro ghibellino, e si svolge interamente in Germania. Salimbene riferisce nella sua Cronaca un detto di Sibilla che i Joachimiti applicavano a Federico II, e che il Voigt considera a ragione quale primo principio della leggenda: «Oculos eius morte claudet abscondita, scilicet gallicana gallina, supervivetque sonabit et in populis, vivit et non vivit, uno ex pullis pullisque pullorum superstite». Dice lo stesso Salimbene che per ragione di quell'oracolo molti non credettero alla morte di Federico II[957]. La credenza che costui debba essere l'Anticristo genera l'altra ch'egli non sia mai morto, ajutando forse in ciò la già cognita leggenda di Nerone[958]. In sul principio il suo ritorno è temuto, non desiderato; la cronaca rimata di Ottocaro, composta fra il 1300 e il 1317, è il primo documento in cui si palesi lo spirito ghibellino che volge a gloria di Federico la ostilità contro il clero. A poco a poco quegli che nella leggenda era entrato come Anticristo ci si trasforma e diventa un secondo redentore del mondo. Primo il cronista Giovanni di Winterthur, morto il 1348, riferisce una credenza, ch'egli rigetta, ma che aveva corso tra il popolo, secondo la quale Federico II doveva tornare con grande possanza per riformare la Chiesa, dopo di che passerebbe il mare e deporrebbe la corona sul Monte Oliveto, o sull'Albero Secco[959]. In un Meistergesang del mezzo del secolo XIV si annunzia prossima un'èra di grandi calamità e di grandi sceleraggini. Verrà allora, mandato da Dio, il possente e mite imperator Federico, che appenderà all'Albero Secco lo scudo, e l'Albero Secco rinverdirà. Egli conquisterà il Santo Sepolcro, e ricondurrà la Giustizia nel mondo. Per le sue armi tutti i regni dei miscredenti saran soggiogati, e saran debellati gli Ebrei. Inoltre egli moverà guerra al clero, distruggerà i chiostri, mariterà le monache[960]. In questa poesia l'ultimo imperatore è, non campione, ma avversario della Chiesa corrotta; per contro, in un'altra, una sibilla annunzia a Salomone che in sulla fine dei tempi un imperatore, per nome Federico, il quale sarà stato tenuto in serbo da Dio, raccoglierà il popolo cristiano intorno a sè, combatterà a gloria della religione, riconquisterà il Santo Sepolcro. Dopo che egli avrà appeso lo scudo all'Albero Secco, che si vedrà rinverdire, comincerà un'èra felice, e tutti i popoli si convertiranno alla fede, e vivranno in pace fino a che venga l'Anticristo[961]. I papi Onorio III e Gregorio IX non si sarebbero mai immaginati che il principe da essi fulminato con le scomuniche dovesse fruire di tanta glorificazione. Finalmente quella leggenda si trova anche nel poema tedesco pubblicato dallo Zarncke, e da me ricordato più sopra[962]. Quivi si narra che, durante una caccia, l'imperator Federico, usando della virtù di certo anello mandatogli dal Prete Gianni, sparve improvvisamente dagli occhi di tutti, e nessuno più ne seppe novella. Ma egli tornerà un giorno, e stenderà novamente il suo dominio sopra tutta la terra di Roma, e darà noja agli ecclesiastici, e riconquisterà la Terra Santa, e appenderà lo scudo all'Albero Secco. Di quella sparizione, dice l'autore, si legge nella Cronaca romana, ma di quel ritorno solo i vecchi contadini fan fede; il che non era vero, perchè, come abbiam veduto, se ne faceva fede anche in parecchie scritture.
Questa leggenda di Federico II si viene variando sempre più in progresso di tempo; secondo una delle molte versioni lo Svevo doveva ricomparire ai tempi di Carlo V e ajutare costui a riconquistare Costantinopoli e Gerusalemme. Altre profezie correvano che a dirittura a Federico II sostituivano Carlo V. Volfango Lazio, filosofo, medico e rettore un tempo della Università di Vienna, stampò nel 1547 un libro di 170 pagine per provare che l'imperatore, il quale sulla fine dei tempi doveva soggiogare il mondo, era Carlo V, e citò in appoggio della sua asserzione profeti, santi e sante, sibille, astrologi, fin anche il mago Merlino. Ma in Germania si credette inoltre che un imperatore romano, ministro dell'ira di Dio, dovesse punire Roma delle molte sue sceleraggini, distruggendola col ferro e col fuoco. La profezia fu applicata anche a Carlo V, e tutti sanno quello che egli, o le sue soldatesche fecero per non ismentirla.
Nella leggenda apocalittica di cui siam venuti esaminando sin qui lo svolgimento e le varie forme, abbiam trovato i nomi di varie genti contro alle quali dovrà combattere l'ultimo imperatore. Alcune di queste genti mutano col mutare dei tempi. I Saraceni cedono il luogo ai Turchi nuovi e più formidabili nemici[963]. Gog e Magog spariscono da molte delle versioni più recenti. Quelli che più ostinatamente vi rimangono sono gli Ebrei, i quali dovranno, convertendosi, suggellare il trionfo di Cristo. Ma anche gli Ebrei avevano le loro leggende circa gli ultimi tempi, e circa la parte che v'avrebbero avuta Roma e il suo impero; e, com'è naturale, queste leggende sonavano molto diverse dalle leggende cristiane, sebbene in qualche punto concordasser con esse. Nel libro Afkáth rósel si dice che nove mesi prima della venuta del Messia l'impero di Roma si stenderà sotto tutto il cielo; ma nel Jalkut chàdas si legge che al tempo della venuta di costui tutti i popoli si ribelleranno all'impero. Il Messia vincerà l'imperatore e ricondurrà gli Ebrei nella Terra Promessa[964].
Roma cadrà, cadrà l'impero, ma non prima che il mondo stesso sia per dissolversi. Finchè non si spenga nel cielo, il sole illuminerà le ardue mura del Colosseo. Prima che si chiuda il cielo dei tempi l'impero romano stenderà novamente la sua dominazione sopra tutta la terra e ridarà alle genti un'èra gloriosa di prosperità e di pace. Poi sopra le sue rovine si leverà l'Anticristo; ma quando non vi saranno più storici per narrarne i fatti, nè poeti per celebrarne le glorie, quando la terra stessa sarà dileguata nel nulla, la corona dei Cesari risplenderà ancora sulla croce di Cristo, e il nome della città regina risonerà senza fine
In quella Roma onde Cristo è Romano.