CAPITOLO XII. Trajano.
Dante trova Trajano fra l'anime beate che nel cielo di Giove ricevono premio e sono glorificate per avere amata ed amministrata la giustizia nel mondo[1]. Un imperatore non battezzato, fatto partecipe della felicità degli eletti, non è certo la meno strana fra le immaginazioni e le favole di cui siamo venuti discorrendo sin qui, o discorreremo in seguito. La storia autentica nulla ricorda che faccia parer degno di tanta grazia Trajano; anzi narra di fatti che avrebbero dovuto renderne odiosa alla Chiesa la memoria in perpetuo; giacchè egli fu persecutore dei cristiani, e in molte cronache del medio evo si fa espresso ricordo di ciò, e, con certa alterazione di verità, si dice che dalle persecuzioni desistette più tardi per consiglio e per intercessione di Plinio il Giovane[2]. Si sa inoltre ch'egli fu dedito al vino un po' più dell'onesto, e non rifuggì da certi amori, in quel tempo non meno latini che greci. Di ciò Dione Cassio non sembra fargli gran carico[3]; ma Gregorio Magno, se l'avesse saputo, l'avrebbe senz'alcun dubbio lasciato stare all'inferno, d'onde, secondochè la leggenda racconta, con perseverantissime preci gli venne fatto di trarlo. Più delle sue colpe si ricordavano le sue virtù, e in particolar modo il grande amore della giustizia[4]. Alessandro Neckam esprimeva un comune giudizio dei tempi suoi quando diceva a tale proposito:
Trajanum superis aequat clementia summa[5].
La leggenda comincia a lavorare intorno a Trajano già sino dal terzo secolo. Molti atti di bontà gli sono attribuiti de' quali egli non ebbe merito, e di cui altri rimane spogliato in suo beneficio. Chi più vi scapita è Adriano[6]. Così la fantasia, coadiuvando la storia nel perpetuare ed accrescere la buona riputazione di Trajano, preparava la via alla leggenda celebre della redenzione di lui dall'inferno[7]. Il documento più antico in cui questa leggenda si trovi riportata è la Vita che del santo papa Gregorio scrisse Paolo Diacono, come sembra, in Roma stessa, corrente l'anno 787. Ecco in breve la sostanza di tale racconto. Trajano partiva per una spedizione guerresca, seguito da numeroso esercito, quando una vecchia vedova, cui era stato ucciso ingiustamente il figliuolo, gli si fece incontro domandando giustizia. Trajano prometteva di esaudirla quando fosse tornato; ma, ripreso da lei di tal negligenza, si fermò, e non volle più oltre procedere finchè non le ebbe fatta ragione. Passando un giorno San Gregorio per il Foro Trajano, vide le testimonianze e udì narrare la storia di quella giustizia, onde cominciò a lacrimare per la pietà e a pregare Iddio che volesse usare la sua misericordia verso quell'ottimo principe. Così giunse al sepolcro di San Pietro, dove continuando a pregare si assopì, e nel sonno ebbe per rivelazione che la sua preghiera era stata esaudita; ma perchè si guardasse da indi in poi di pregare per chi era morto senza battesimo, ebbe a soffrire il castigo della sua tracotanza[8]. che Paolo Diacono abbia composta una Vita di San Gregorio è certo, poichè egli stesso ne fa poi ricordo nella Historia Langobardorum, e che la Vita scritta da lui sia quella medesima che, sotto il suo nome, è venuta sino a noi non si può ragionevolmente mettere in dubbio, sebbene sia stato da parecchi negato. Ma non è men vero che sono da considerare come una interpolazione i capitoli 17-23, dove si narrano i miracoli più insigni di Gregorio, tra gli altri quello della salvazione di Trajano. Tale racconto contraddice formalmente a quanto lo stesso Paolo Diacono afferma in questo medesimo scritto, che, cioè, San Gregorio avrebbe agevolmente potuto fare miracoli, se gli si fosse offerta occasione[9]. Questa interpolazione dev'essere del resto assai antica, giacchè si ritrova in presso che tutti i manoscritti.
Nel IX secolo la leggenda è raccolta da Giovanni Diacono, che la narra nella Vita Sancti Gregorii Magni da lui composta[10]. Questo racconto, confrontato col precedente, presenta alcune particolarità e differenze notabili, ma mostra di derivare da una medesima fonte con quello. Paolo, o l'ignoto interpolatore del suo scritto, non dice d'onde attinga; Giovanni accenna espressamente a documenti scritti e divulgati per le Chiese d'Inghilterra: Legitur etiam penes easdem Anglorum Ecclesias, ecc. Poi nel suo racconto comincia a prendere maggiore svolgimento il dialogo fra la vedova e Trajano, dialogo che non mancherà mai nei riferimenti posteriori della leggenda, e di Trajano non si dice che, provveduto alla vedova, mandasse sciolti i rei, com'è narrato nella scrittura di Paolo, e non si accenna a nessuna punizione inflitta dal cielo a Gregorio[11]. Nella breve Vita di questo pontefice pubblicata anonima dal Canisio[12] il miracolo è similmente narrato, e con le stesse parole quasi di Giovanni Diacono[13]. Tuttavia scostandosi da costui in sul principio del racconto, l'autore di essa ricorda che Trajano perseguitò ferocemente i cristiani, e dice che San Gregorio lo trasse bensì dall'inferno, ma non però gli aperse le porte del paradiso. Più antico di questi sarebbe il racconto contenuto nella omelia De iis qui in fide dormierunt (XVI), attribuita a San Giovanni Damasceno, se veramente questo padre ne fosse l'autore. Ma che non sia dimostra fra l'altro quanto in un luogo di esso racconto si afferma, cioè che il miracolo era noto in tutto l'Oriente e in tutto l'Occidente, cosa che Giovanni Damasceno non avrebbe potuto affermare a mezzo del secolo VIII, quando nel IX vediamo Giovanni Diacono non conoscere ancora altre fonti della leggenda che la relazione sparsane per le Chiese d'Inghilterra[14].
Questa leggenda, di cui abbiamo veduto la prima forma e le testimonianze più antiche, era destinata ad avere per tutto il medio evo una grande e crescente celebrità. Parecchie ragioni cooperavano a procacciarle favore; anzi tutto la qualità dei personaggi che vi sono introdotti; da una parte un imperatore romano, dall'altra un pontefice famosissimo e che porse argomento d'altre leggende alla fantasia popolare; poi la stessa curiosità della favola; finalmente la esemplarità sua. In tempi di fede assai viva, quando le coscienze erano senza posa affaticate, o almeno molto spesso ricorse dal pensiero dell'altra vita, e l'uomo era del continuo richiamato alla considerazione delle mille pratiche e de' mille espedienti onde poteva giovarsi per conseguire l'eterna salute, la storia di un principe pagano, a cui era fatta grazia di uscire dall'inferno e di salire tra i beati, non poteva non trovare avidi ascoltatori e ricordatori fedeli. Quale prova più trionfale della efficacia della preghiera, che, secondo la bella espressione di Dante, fa forza alla stessa divinità, e quale più chiara dimostrazione che l'esercizio di una sola virtù può ricomprare tutta una vita di colpe? I leggendarii abbondano di esempii d'uomini sceleratissimi che riuscirono a salvarsi, o perchè in mezzo a tutte le sceleraggini loro durarono devoti di Maria, o perchè con un atto di pietà o di giustizia interruppero il corso delle loro nequizie. Oltre a ciò la storia di Trajano, a cui un atto di giustizia acquista il cielo, poteva essere ricordata come esempio illustre a quanti hanno in terra il grave carico di reggere i popoli e di amministrar la giustizia. Il medio evo ebbe dello stato un concetto essenzialmente etico, e pose la giustizia primo fondamento della politica.
Legem servare, hoc est regnare.
dice Vipone in uno de' suoi Proverbii composti nel 1027, o 1028, e dedicati ad Enrico III. Dante pone in Giove i principi che esercitarono la giustizia, e Calandre avverte nella sua Cronaca rimata degl'imperatori:
Tant faz je les princes savoir
Que nus n'a tresor ne avoir
S'il n'a justise et verite.
Però è da meravigliare che quello esempio della giustizia di Trajano non si trovi ricordato in alcuno di quei trattati di cui ebbe copia il medio evo, intesi a instituire i principi nella virtù e nelle dottrine del buon governo, come sarebbero il De regimine principum di Egidio Colonna, e il De regimine rectoris di Fra Paolino Minorita. Ma nel poema francese di Girart de Roussillon, composto fra il 1330 e il 1348[15], si narra il fatto della giustizia di Trajano, e si dice espressamente che il valoroso Gerardo, il quale nell'esercizio di tutte le virtù cercava di seguire gli esempii degli uomini eccellenti, come Romolo, Giulio Cesare Augusto, non dimenticò quello che aveva lasciato al mondo Trajano:
Trop bien li sovenoit de Trajain l'emperiere[16].
Dopo il riferimento fattone da Giovanni Diacono, che dovette scrivere la sua Vita di San Gregorio tra l'872 e l'882, noi non troviamo, per lo spazio di quasi tre secoli, altra testimonianza della leggenda di Trajano, sino a giungere a quella che si trova nel Polycraticus di Giovanni Sarisberiense, finito di scrivere nel 1159. Questo è un fatto molto importante, perchè dimostra che la nostra leggenda stentò gran tempo a ottenere il favore che poi più tardi le fu così universalmente consentito, e non si diffuse da prima fuori di quella Inghilterra d'onde Giovanni Diacono l'aveva ricevuta, e dove ora la vediamo novamente raccolta ed esposta da uno scrittore celeberrimo[17].
Giovanni Sarisberiense, dopo aver dichiarato di porre Trajano al di sopra di Cesare, di Augusto e di Tito, entra a narrare la leggenda in questa forma[18]: «Ut vero in laude Trajani facilius aquiescant, qui alios ei praeferendos opinantur, virtutes ejus legitur commendasse sanctissimus papa Gregorius, et fusis pro eo lachrymis inferorum compescuisse incendia, Domino remunerante in misericordia uberi justitiam, quam viduae flenti exibuerat Trajanus. Quum enim memoratus Imperator jam equum adscendisset, ad bellum profecturus, vidua apprehenso pede illius, miserabiliter lugens, sibi justitiam fieri petiit, de his qui filium ejus optimum et innocentissimum juvenem injuste occiderant. Tu, inquit Auguste, imperas, et ego tam atrocem injuriam patior? Ego, inquit imperator, satisfaciam tibi quum rediero. Quid, inquit illa, si non redieris? Successor meus, ait Trajanus, satisfaciet tibi. Et illa: Quid tibi proderit si alius benefecerit? Tu mihi debitor es, secundum opera mercedem recepturus. Fraus utique est nolle reddere quod debetur. Successor tuus injuriam patientibus, pro se tenebitur. Te non liberabit justitia aliena. Bene agetur cum successore tuo, si liberaverit se ipsum. His verbis motus imperator, descendit de equo, et causam presentialiter examinavit, et condigna satisfactione viduam consolatus est. Fertur autem beatissimus Gregorius Papa tamdiu pro eo fudisse lachrymas, donec ei in revelatione nunciatum sit Trajanum a poenis inferni liberatum sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infedeli Deum sollicitare praesumeret».
In questo racconto si nota anzi tutto il maggiore svolgimento dato alle ragioni con cui la vedova stringe Trajano a farle pronta giustizia: esso è senza dubbio dovuto allo stesso Giovanni Sarisberiense, il quale, discorrendo, in quella parte del suo libro, della epistola indirizzata da Plutarco a Trajano, e del buon reggimento degli stati, trovò opportuno d'insistere alquanto più sulla virtù capitale del principe, che è la sollecita amministrazione della giustizia. Quanto al rimanente del racconto Gaston Paris crede che Giovanni Sarisberiense l'abbia composto traendone gli elementi, così dal racconto di Paolo, come da quello di Giovanni[19]. Ma su ciò si può muovere un dubbio. Giacchè Paolo e Giovanni derivano da una fonte comune i loro racconti, non avrebbe potuto da questa medesima fonte derivare il suo Giovanni Sarisberiense? Sarebbe così più semplicemente spiegato il fatto dei riscontri di concetti e di parole che Gaston Paris viene notando. Ai tempi in cui Giovanni Sarisberiense scriveva è molto probabile che in qualche chiesa d'Inghilterra si conservassero ancora le relazioni antiche a cui Giovanni Diacono accenna, per modo che non fosse necessario ad uno scrittore inglese l'andare ad attingere in libri di stranieri la notizia del miracolo; e d'altra parte mi ripugna di ammettere che l'autore del Policratico, uso a conversare coi classici, volesse torsi la briga di confrontar fra di loro due scritture quali sono quelle di Paolo e di Giovanni, e studiarsi di scegliere in ciascuna di esse le parole che meglio gli si affacevano.
Se alcuni tra i narratori che vengono dopo si attengono alla versione di Giovanni Diacono[20], come fanno, fra gli altri, l'autore degli Annales Magdeburgenses[21], Giovanni Bromyard[22], Teodoro Engelhusio[23], Gotofredo da Viterbo[24], il numero di coloro che seguitano la versione di Giovanni Sarisberiense è di gran lunga maggiore. Quella per contro di Paolo Diacono ebbe pochi seguaci, benchè lo scritto che la contiene fosse conosciutissimo. Tuttavia da essa par che tragga principio quanto in alcuni racconti di tempo posteriore si narra di un castigo toccato a San Gregorio, poichè di un castigo sì fatto Giovanni Diacono e Giovanni Sarisberiense non dicono parola. La narrazione di Paolo è inoltre recata per intero da Bonino Mombrizio nella Vita Sancti Gregorii papae, la quale fa parte del suo Sanctuarium. Il racconto di Giovanni Sarisberiense fu da Elinando inserito nella sua cronaca, d'onde Vincenzo Bellovacense lo recò nello Speculum historiale[25]. Gli è probabilmente dopo essere entrata in questa celebre compilazione, e per suo mezzo, che la leggenda ottenne maggiore diffusione ed entrò nel numero delle finzioni più famose del medio evo. Dalla cronaca di Elinando, o dallo Speculum di Vincenzo, passa la favola nel Fiore di filosofi, attribuito contr'ogni ragione a Brunetto Latini[26], e poi dal Fiore passa nel Novellino[27]. L'autore del Dialogus creaturarum che, come Dante, pone il fatto di Trajano fra gli esempii di umiltà, cita, (cap. LXVIII), per una delle due versioni che reca, Elinando: Helinandus in gestis Romanorum narrat. Venuto in sulla prima balza del monte del Purgatorio Dante trova una ripa di marmo candido e adorno, dove sono con arte mirabile intagliati alcuni solenni esempii di umiltà, e con la scena dell'Annunziazione, e con quella di Davide danzante davanti all'arca santa, quella ancora di Trajano e della vedova. I versi impareggiabili in cui tale scena è ritratta, benchè cogniti a tutti, vogliono essere riportati per intero.
Quivi era storïata l'alta gloria
Del roman principato, il cui valore
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:
Io dico di Traiano imperadore;
Ed una vedovella gli era al freno,
Di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parca calcato e pieno
Di cavalieri, e l'aquile nell'oro
Sovr'esso in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
Parea dicer: «Signor, fammi vendetta
Di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro».
Ed egli a lei rispondere: «Ora aspetta
Tanto ch'io torni». E quella: «Signor mio,»
Come persona in cui dolor s'affretta,
«Se tu non torni?» Ed ei: «Chi fia dov'io
La ti farà.» E quella: «L'altrui bene
A te che fia se il tuo metti in obblio?»
Ond'egli: «Or ti conforta, che conviene
Ch'io solva il mio dovere, anzi ch'io mova:
Giustizia vuole e pietà mi ritiene»[28].
Della seconda parte della leggenda dov'è narrata la salvazione di Trajano, qui il poeta non fa che un cenno; ma egli poi trova, com'è noto, l'anima dell'imperatore in Giove, tra quelle che hanno premio di maggior gloria[29]. Il racconto che Benvenuto da Imola introduce nel suo Commento, al c. X del Purgatorio, lascia dubbio se provenga dallo Speculum, oppure dal Polycraticus.
Nei varii documenti passati in rassegna sin qui abbiamo veduto la leggenda, o almeno la prima parte di essa, conservare la forma sua primitiva; ma già molto prima di Dante, prima ancora, senza dubbio, dello stesso Giovanni Sarisberiense, il lavoro di lenta e progressiva alterazione che a mano a mano viene trasformando tutte le leggende, era cominciato anche dentro di questa. Nella Kaiserchronik, composta, com'è noto, verso il mezzo del XII secolo, i lineamenti principali della leggenda rimangono immutati, ma la narrazione si allarga e si arricchisce di alcuni particolari curiosi. Precede l'elogio di Trajano,
Trâjânus was ein helt kuone
unde milde genuoge[30]:
egli giudicava con pari giustizia il signore e il servo, non accettava doni, e puniva di morte chiunque tentasse corromperlo con ricchezze;
er hete ein kuniclîch leben[31].
Un giorno vennero messi ad annunziare a Trajano che i Normanni avevano uccise le sue genti, erano penetrati nelle terre dell'impero, rubando e incendiando, e tenevano il mare con le loro navi. Trajano raccolse il suo esercito per passare il mare; in quella che stava per mettere il piede nella staffa ecco farglisi incontro una vedova che con alte strida gli domanda giustizia. Segue il consueto dialogo; ma in esso, più che in altri racconti non si vegga, spiccano l'arditezza della vedova e l'umiltà di Trajano: quella minaccia all'imperatore l'eterno castigo, questi prega la vedova di lasciarnelo andare. Vinto poscia dalle ragioni di lei, egli scavalca, fa cercare il colpevole per tutta Roma e Laterano, lo fa condurre alla sua presenza. Costui non è senza scusa: egli ha ucciso il figliuolo della vedova per vendicare il proprio fratello che da quello gli era stato morto. Ma tale scusa non è ammessa per buona da Trajano, che dice al reo: Se t'era stato ucciso il fratello, tu dovevi ricorrere a me, dappoichè i Romani mi hanno scelto a loro giudice. Tu hai sostituito il tuo al mio giudizio. Dopo di ciò fa decapitare l'uccisore, e presenta il capo alla vedova che loda e benedice l'imperatore. Questi allora si rimette in cammino, passa il mare, sconfigge i Normanni, fa prigione il loro re e torna glorioso e trionfante in Laterano[32]. Segue la narrazione del miracolo operato a intercessione di San Gregorio, e qui appajono nella leggenda alcune particolarità nuove sulle quali tornerò or ora.
Una delle variazioni presentate dal racconto della Kaiserchronik non è senza importanza: il figliuolo della vedova non è più il giustissimo ed innocentissimo giovane delle versioni più antiche; ma è egli stesso un omicida; e Trajano punisce l'uccisore di lui, non tanto perchè si sia lordato le mani di sangue, quanto perchè si arrogò di farsi giustizia da sè, recando offesa per cotal modo alle prerogative imperiali. Il motivo dell'azione di Trajano è più politico che morale, e con esso assai malamente può conciliarsi la presentazione che del capo del secondo uccisore è fatta alla vedova. La leggenda è dissestata, e le varie sue parti non si raffrontano più come prima. In questa medesima forma è essa narrata da Heinrich von München, il quale segue verso a verso il racconto della Kaiserchronik[33].
Ma a tale punto una variazione di molto maggior rilievo, di cui si hanno testimonianze del mezzo del secolo XIII, appare nella leggenda. Dacchè la fantasia e degli eruditi e del popolo si era venuta rappresentando Trajano come un tipo perfetto di principe giusto, voleva la logica consueta della leggenda, e richiedeva in certo qual modo il sentimento morale, che si esagerasse la gravità della prova per far più bella la vittoria del principe e più luminoso l'esempio. Nella tradizione più antica Trajano, con piegarsi ai prieghi della vedova non incorre in danno alcuno, ma solo ritarda la sua mossa contro ai nemici. L'uccisore ch'egli punisce gli è estraneo, ed anzi nel racconto della Kaiserchronik è reo anche verso di lui. La leggenda fa un salto e mostra a un tratto nella persona dell'omicida lo stesso figliuolo di Trajano. La nuova versione appare qua e là diversa, quando con una, quando con altra movenza, ma nella forma sua più comune svolge il seguente fatto: Il figlio di Trajano, trascorrendo col cavallo per la città, uccide involontariamente il figliuolo della vedova; Trajano vuol punire il suo proprio figliuolo di morte; ma richiestone da colei, a lei lo concede, perchè le sia in luogo di quello che ha perduto. Questa versione si trova nella cronaca di Giacomo Twinger di Könighofen (XIV sec.) nella Cronica von der hilliger Stat Cöllen (versione tedesca degli Annales Colonienses maximi) nelle Vite dei Santi di Hermann von Fritslar[34], nel commento in prosa allo Speculum Regum di Gotofredo da Viterbo[35], in uno dei due racconti compendiati da Giacomo da Voragine[36], in uno dei due compendiati nel Dialogus creaturarum[37], nel Commento di Jacopo della Lana[38], nel Romuleon[39], nella Cronaca di Giacomo da Varignana[40], nella Historia Imperialis di Giovanni da Verona[41], nel Commento di Guglielmo Capello al Dittamondo[42], in certe redazioni più recenti dei Mirabilia[43].
Di una versione strettamente affine a questa, ma nella quale, con più rigorosa giustizia, Trajano faceva eseguire nella persona del proprio figliuolo la pronunziata sentenza sono rimaste alcune scarse vestigia. In una romanza spagnuola del secolo XIII si leggono questi versi[44]:
Acuérdate de Trajano
En la justicia guardar,
Que no dejó sin castigo
Su único hijo carnal:
Aunque perdonó la parte,
El no quiso perdonar.
Essi hanno un assai curioso riscontro nel racconto del Novellino secondo la lezione del cod. Panciatichiano-Palatino, dove si dice: «Lo Imperadore rivenne lo malificio; trovò che llo suo figliuolo l'avea morto correndo lo cavallo isciaghuratamente. Fecene giustizia et non volse pregho, poi cavalcoe et isconfisse li nimici».
Ma qui accade avvertire un fatto, il quale per la storia della leggenda nostra non è senza importanza. La versione testè esaminata, dove il figliuolo dell'imperatore è dato in compenso alla vedova, appare già nel Dolopathos latino di Giovanni di Alta Selva[45], salvo che qui del principe giusto non si dice che sia Trajano, ma solamente un re dei Romani, quidam Romanorum rex. Lo stesso silenzio quanto al nome fu osservato nel Dolopathos francese d'Herbers. Ora Giovanni d'Alta Selva compose il suo libro negli anni fra il 1184 e il 1212, e potrebbe nascer dubbio se la storia che egli racconta, e che altri poi attribuiscono a Trajano, non fosse in principio del tutto estranea a questo imperatore. Ma tale dubbio può essere facilmente dileguato confrontando il racconto suo con quello di Giovanni Diacono, giacchè il riscontro evidente di alcuni luoghi mostra che noi qui abbiamo veramente dinnanzi l'antica leggenda di Trajano, tuttochè profondamente variata e scompagnata dal nome di costui[46].
Corrente dunque il XII secolo la leggenda circolava sotto tre diverse forme: quella del Polycraticus, quella della Kaiserchronik, quella del Dolopathos. La seconda ebbe poca fortuna; molta n'ebbero per contrario la prima e la terza; e questa, forse perchè ricevuta in libri di minore autorità, palesa, a fronte di quella, maggior tendenza alla variazione. In un racconto di Enenkel[47] l'unico figlio di Trajano stupra una fanciulla; la madre di costei lo accusa e chiede giustizia. Trajano, sopraffatto dal dolore, ma risoluto di compiere il dover suo, si strappa i capelli e la barba, parla teneramente, ma fermamente al figliuolo, gli annunzia la morte che lo aspetta. Indarno s'inframmettono gli uomini di corte; indarno la vedova dice di voler per denari rinunziare alla sua vendetta; Trajano si rimane nel suo proposito; ma poi con un sottile ragionamento si persuade che senza tor la vita al figliuolo può soddisfare alla giustizia togliendogli gli occhi; e poichè padre e figlio sono una carne, fa strappare un occhio al figlio e l'altro a sè. Questa variante nacque senza dubbio, come fu già notato dal Massmann[48], per influsso della nota storia di Zaleuco, che, narrata primamente da Valerio Massimo, trovasi ripetuta in numerose scritture del medio evo.
Ma mentre varia nel modo che si è veduto la prima parte della leggenda, dov'è narrata la giustizia di Trajano, varia anche la seconda, dov'è narrato il miracolo; e come in quella si esagera il contrasto morale, così in questa si esagera il meraviglioso. Non saprei dire chi sia stato primo a narrare il nuovo miracolo a cui accenno; ma lo riferirò con le stesse parole di Jacopo della Lana, che commentando il noto luogo del canto X del Purgatorio così lo racconta: «Elli si legge che al tempo di san Gregorio papa si cavò a Roma una fossa per fare fondamento d'uno lavorio, e cavando li maestri, trovonno sotto terra uno monumento, lo quale fu aperto, e dentro era in fra l'altre ossa quello della testa del defunto, ed avea la lingua così rigida, carnosa e fresca, come fusse pure in quella ora seppellita. Considerato li maestri che molto tempo era scorso da quello die a quello, che potea essere stato seppellito lo detto defunto, tenneno questa invenzione della lingua essere gran meraviglia, e publiconno a molta gente. Alle orecchie di san Gregorio venne tal novità, fessela portare dinanzi, e congiurolla da parte di Dio vivo e vero, e per la fede cristiana, della quale elli era sommo pontefice, ch'ella li dovesse dire di che condizione fu nella prima vita. La lingua rispuose: io fui Traiano imperadore di Roma, che signoreggiai nel cotale tempo, dappoi che Cristo discese nella Vergine, e sono all'inferno perch'io non fui con fede. Investigato Gregorio della condizione di costui per quelle scritture che si trovonno, si trovò ch'elli fu uomo di grandissima giustizia e misericordiosa persona; e tra l'altre novelle trovò, che essendo armato e cavalcando con tutte le sue milizie fuori di Roma, andando per grandi fatti una vedovella, ecc.». Francesco da Buti ripete un po' più in breve questo stesso racconto; e il miracolo si trova inoltre narrato nel Fiore di filosofi, nel Novellino, nel già citato commento allo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo, altrove. Ma esso non è nuovo tra le finzioni ascetiche, e prima di apparire nella leggenda di Trajano aveva già avuto, senza dubbio, una lunga storia. Di San Macario si racconta che andando una volta per il deserto trovò un teschio, il quale, interrogato da lui, rispose, e disse che al mondo era stato pagano, e gli diè contezza dell'inferno dov'era relegata l'anima sua[49]. Werner Rolewing narra quanto segue[50]: «Circa annum domini ut puto .M.CC. in Vienna repertum fuit caput cujusdam defuncti, lingua adhuc integra cum labiis, et loquebatur recte. Episcopo autem interrogante qualis fuisset in vita, respondit: Ego eram paganus et judex in hoc loco, nec unquam lingua mea protulit iniquam sententiam, quare etiam mori non possum, donec aqua Baptismi renatus, ad coelum evolem, quare propter hoc hanc gratiam apud Deum merui. Baptizato igitur capite, statim lingua in favillam corruit et spiritus ad Dominum evolavit». Fra i miracoli della Vergine se ne trovano due che narrano un fatto in tutto simile, salvo che il teschio è non di pagano, ma di cristiano, e aspetta non il battesimo, ma la confessione[51].
Del modo onde San Gregorio fu tratto a intercedere per l'anima di Trajano si narra diversamente nelle diverse relazioni della leggenda. I racconti più antichi di Paolo e di Giovanni accennano oscuramente a qualche opera d'arte in cui fosse istoriato il fatto, e che sarebbesi veduto nel Foro stesso di Trajano. Negli Annales Magdeburgenses (Chronographus Saxo) composti in sul finire del XII secolo, ciò è detto più chiaramente: «Nam in ejus foro, ubi cuncta Traiani insignia facta espressa sunt, inter cetera hoc quoque mira celatura depictum est, quod properanti sibi ad proelium, ecc.»[52]. I Mirabilia nominano l'Arcus Pietatis, dinnanzi al Pantheon[53]. In un commento alla Divina Commedia, il quale è in sostanza tutt'uno con quello di Jacopo della Lana[54], si dice che San Gregorio vide la Storia di Trajano dipinta in un tempio. In altri racconti si dice che San {regorio lesse la storia di Trajano[55], oppure che se ne rammentò[56].
Già nella Vita di San Gregorio scritta da Paolo Diacono si fa cenno di un castigo inflitto da Dio a quel pontefice per aver osato d'intercedere per l'anima di un pagano, ma non si dice qual fosse. Nei racconti posteriori anche di questo si volle avere più sicura notizia. Gotofredo da Viterbo narra che, in punizione della sua petulanza, Gregorio fu così malamente percosso dall'angelo che gli convenne poi andar zoppo gran tempo. Fazio degli Uberti sa soltanto che Gregorio non fu dopo sano[57]. Nel Fiore di filosofi si dice[58] che «Dio l'impuose penitenza o volesse istare due dì in purgatorio, o sempre mai malato di febbre e di male di fianco. Santo Grigorio per minore pena disse che volea stare sempre con male di febbre e di fianco». Nella Kaiserchronik l'angelo annunzia a Gregorio che la sua prece è esaudita, che l'anima di Trajano gli sarà data in custodia sino al dì del giudizio, ma che in pena della sua tracotanza dovrà soffrire di sette diverse malattie e poscia morire; e come gli annunzia così succede. Qui si ha un riflesso di qualche altra leggenda ascetica[59].
La leggenda di Trajano, considerata così nella sua forma più antica, come nella più recente, ha parecchi riscontri fra le storie e le leggende dell'antichità e del medio evo. Di atti di severa giustizia compiuti da padri nella persona de' proprii figliuoli son troppi esempii, e non accade qui di riportarne alcuno in particolare; ma un qualche parallelo si può trovare anche al racconto di Paolo e di Giovanni. Niceforo Patriarca (m. nell'828) narra il seguente fatto avvenuto sotto il regno di Eraclio I[60]. Certo Vitulino viene a contesa con una vedova sua vicina; nel tafferuglio uno dei figliuoli di costei rimane ucciso dai servi di quello. Recando con sè le vesti insanguinate del figlio, la donna va a Costantinopoli, incontra l'imperatore per via, ferma il cavallo per le redini, e mostrando le spoglie dell'ucciso domanda giustizia. Lo imperatore risponde di volerci pensare. Dopo alcun tempo viene a Costantinopoli anche Vitulino, e l'imperatore, esaminata la cosa, lo fa morire. Un fatto in tutto simile a quello narrato nella prima versione della leggenda si trova anche narrato di quel Saladino, il cui nome fu così popolare nel medio evo. Qui probabilmente non d'altro si tratta che di una semplice trasposizione.
Tale è, considerata nel suo svolgimento e nelle varie sue forme, la leggenda di cui il medio evo venne circondando il nome di Trajano; ma dal detto sin qui non si rileva nulla che valga a spargere un qualche lume sulle origini e le ragioni di essa. Nel secolo VIII, o al più tardi nel IX, ritenuto apocrifo il racconto attribuito a Paolo Diacono, essa ci si mostra già interamente costituita; ma noi non sappiamo nè in qual tempo, nè dove sia nata, nè quali idee, o quali sentimenti abbiano influito nella sua formazione. Non sarà fuor di luogo il soffermarsi alquanto a fare anche di ciò qualche indagine, sebbene non sia possibile il venire ad altre conclusioni che di semplice probabilità.
Anzi tutto è da notare che nè Gregorio di Tours, nè Isidoro di Siviglia, il quale da alcuno, benchè a torto, si pretese fosse stato discepolo di San Gregorio, nè Beda, dicono nulla che neanche dalla lontana accenni alla leggenda, sebbene tutti e tre parlino con molta ammirazione, e qual più, qual meno diffusamente, del gran pontefice. Il silenzio di Gregorio di Tours e d'Isidoro di Siviglia non proverebbe, per ragioni che or ora vedremo, che la leggenda non fosse già nata; ma non si potrebbe dire altrettanto del silenzio di Beda, se da altra banda non si vedesse Beda aver taciuto, non il solo miracolo operato in benefizio di Trajano, ma tutti gli altri ancora che si leggono nelle posteriori Vite di San Gregorio.
La leggenda quale si ha nei racconti primitivi, è evidentemente composta di due parti, l'una delle quali narra l'atto di giustizia compiuto da Trajano, l'altra narra il miracolo della redenzione di Trajano dall'inferno. Di queste due parti la prima è indubitabilmente più antica, e nulla prova che abbia origine cristiana; la seconda è molto più recente, e la sua origine cristiana è manifesta. Ciò è provato ancora dagli stessi racconti di Paolo e di Giovanni, dove si dice che, passando per il foro Trajano, San Gregorio apprese, o ricordò, l'atto di giustizia dell'imperatore, e dove poi il fatto stesso è narrato, secondo dice Giovanni, sicut a prioribus traditur. Tutto ciò importa l'esistenza di una tradizione da lungo tempo fermata ed universalmente conosciuta. Questa tradizione, che nei racconti citati vedesi legata a un qualche monumento del Foro Trajano, esistente ancora senza dubbio, ai tempi in cui Giovanni Diacono scriveva, doveva essere nata in Roma stessa, dove risaliva forse a tempi molto remoti. Non è improbabile che la sorgente prima di essa sia un passo delle Istorie di Dione Cassio, il quale narra di Adriano un fatto molto simile a quello attribuito poscia a Trajano. La sostituzione del nome di questo a quello è cosa normalissima, secondo i processi generali della leggenda; ma nel caso particolare, tenuto conto della riputazione crescente di Trajano, appar quasi necessario. Se non che nel racconto di Dione non trovandosi nulla che spieghi certe particolarità della leggenda svolta e cresciuta, quali sarebbero la presentazione di Trajano a cavallo, circondato dalle sue milizie, e in sul punto di partir per la guerra, e il fatto stesso per cui si fa chiedere giustizia dalla vedova, per aver ragione di tutta la tradizione bisogna ricorrere ad altro. E gli è qui che si trae in mezzo la testimonianza antica di quelle scolture nelle quali tutto il caso sarebbe stato raffigurato, e in presenza delle quali fu di esso informato, o si rammentò San Gregorio. Un bassorilievo rappresentante Trajano vittorioso, cinto dai suoi cavalieri, e con la figura muliebre di una provincia sottomessa inginocchiata dinnanzi al cavallo, figurazione simbolica tutt'altro che insolita, suggerì senz'alcun dubbio le nuove finzioni. Una congettura sì fatta, proposta già da parecchi, oltrechè fondata nelle stesse testimonianze degli scrittori, è ancora sotto ogni rispetto plausibile[61]. Ma il Foro Trajano, che, in parte almeno, si conservò sino al secolo VIII, andò poscia soggetto a tali distruzioni, che nell'XI e nel XII non se ne ricordava più nemmeno la situazione precisa. Il bassorilievo in cui il popolo vedeva rappresentata la storia di Trajano e della vedova, sparve insieme col resto; ma poichè la leggenda era già formata, e la tradizione pertinacemente la custodiva, il popolo stesso, senza dubbio, cercò tra le rovine della sua città, un altro monumento, a cui novamente legarla. Ed ecco introdursi nella leggenda l'Arco della Pietà, di cui fanno ricordo recensioni meno antiche dei Mirabilia. Può darsi che il nome di Arcus Pietatis fosse dato al monumento dopo appunto che la leggenda si fu ad esso legata; ma si vuol notare tuttavia che in Roma sembra esservi stato anche un altro arco dello stesso nome[62].
Sin qui della prima parte della leggenda; ma che si ha a dire della seconda? dove e perchè prese essa nascimento? Notisi anzi tutto che la credenza ivi espressa che un pagano possa esser salvo, non è così singolare come potrebbe a primo aspetto parere. Senza voler risalire sino ad Origene e ad alcuni de' suoi seguaci, da cui fu considerata possibile persino la redenzione del diavolo, più e più scrittori ecclesiastici si possono ricordare, che, come Glica, Gabriele di Filadelfia, e Giorgio Coresio tra' Greci, credettero i dannati potessero essere liberati per le preghiere dei fedeli. Secondo la leggenda Santa Tecla liberò dall'inferno la propria madre Falconilla. Dante pone in paradiso anche il pagano Rifeo, e Ugo da San Vittore, che fu uno dei teologi più studiati dal poeta, dice che a Dio non può mancar modo di salvare coloro che, senza peccato, vissero prima di Cristo[63]. Il popolo che non si spaventa delle difficoltà teologiche, va anche più oltre, e fa uscir dall'inferno e introduce in paradiso tali che di tanta grazia non pajono in nessun modo meritevoli. Mi basterà ricordare ciò che nel noto fabliau francese si narra del giullare che perde, giocando con San Pietro, tutte le anime dell'inferno, alla cui custodia era stato preposto, ed entra poi con loro in paradiso; e ciò che la fiaba popolare racconta della madre pessima di San Pietro, la quale sarebbe con l'ajuto del figliuolo riuscita a salvarsi, se, per non poter soffrire che con lei si salvassero anche gli altri dannati, non avesse stancata la misericordia di Dio.
Gaston Paris crede che la seconda parte della leggenda possa trarre la origine da un fatto veramente accaduto[64]. Non è improbabile, dice l'illustre critico, che San Gregorio, ricordando le virtù di Trajano, abbia provato vivo rincrescimento della perdizione di un così giusto principe, abbia pregato per lui, ed abbia avuto una visione nella quale gli parve di udire una voce dal cielo che gli annunziava esaudita la sua preghiera. Certo un caso sì fatto non potrebbe dirsi nuovo nella storia dell'ascetismo cristiano, nè la sentenza dallo stesso San Gregorio pronunziata nel quarto libro dei suoi Dialoghi, che per gli infedeli non si deve pregare, sarebbe argomento sufficiente per escluderne in tutto la possibilità. Tuttavia la congettura mi sembra poco probabile. Se Gregorio Magno avesse veramente avuto una visione di tale natura, prima che in qualsivoglia altro luogo sarebbesi risaputo in Roma, nè in Roma poi, dove l'altra leggenda di Trajano era nata, se ne sarebbe così facilmente perduta memoria. Ora Giovanni Diacono dice esplicitamente di desumere il suo racconto da documenti divulgati per le Chiese d'Inghilterra, e soggiunge poi che mentre i Romani aggiustavano fede a tutti gli altri miracoli che si narravano del santo pontefice, di questo della redenzione di Trajano (de hoc quod apud Saxones legitur) dubitavano fortemente. Gli è dunque in Bretagna che ragionevolmente si deve cercare l'origine della seconda leggenda; e quando si pensi che gli Angli andavano debitori a San Gregorio della loro conversione al cristianesimo, e che la venerazione per tanto benefattore doveva necessariamente accrescersi come più si spandeva e si invigoriva la fede, non parrà strano che a costui fosse tra essi, attribuito un nuovo miracolo, che le altre genti conobbero e ammisero solo più tardi. Dico tra essi e non da essi; giacchè dell'atto di giustizia per cui andava famoso in Roma il nome di Trajano nulla potevano sapere i nuovi convertiti, mentre non lo potevano ignorare l'apostolo Agostino e i compagni suoi che venivano da Roma. Dire con sicurezza in quale occasione e per quali motivi il miracolo sia stato immaginato non è possibile; ma se si ponga mente alle condizioni in cui fu fatta quella missione, all'interesse che i missionarii potevano avere di mostrare con un esempio luminoso quale fosse la potenza spirituale di un pontefice, e di mostrare ciò particolarmente a re barbari con l'esempio di un principe pagano salvato, per le preghiere di un pontefice appunto, dall'inferno, si potranno forse scorgere alcune delle ragioni della finzione. Se non che tutto ciò è semplice congettura, e potrebbe anche darsi che la finzione avesse origini molto più umili, e si dovesse tutta alla fantasia di qualche Sassone pellegrino, che recatosi a Roma, piena la memoria delle virtù e dei miracoli di San Gregorio, udita colà narrare la leggenda di Trajano, ne togliesse argomento di un nuovo miracolo, e riportasse quindi ogni cosa nel suo paese natale.
La leggenda di Trajano diede molto da pensare ai teologi; ma non è questo il luogo di entrare in un minuzioso esame delle loro opinioni. Già nei racconti di Paolo e di Giovanni si accenna ai dubbii che essa suscitava negli animi. San Tommaso e Abelardo ammettevano il miracolo, lo ammetteva Santa Brigida, lo ammettevano i teologi deputati dal Concilio di Basilea (1431-1443) ad esaminare le famose Rivelazioni di questa santa. Altri recisamente lo negavano, come lo negarono poi il Bellarmino e il Baronio[65]. Coloro stessi poi che l'ammettevano discordavano quanto al modo del suo compimento e circa la sorte toccata a Trajano; e chi credeva che quest'imperatore non fosse veramente mai andato all'inferno, ma fosse stato serbato alle preghiere di San Gregorio; chi lo credeva in inferno tuttavia, ma pensava che per misericordia di Dio egli non vi patisse più i tormenti a cui sono soggetti tutti gli altri dannati; chi lo credeva bensì uscito dall'inferno, ma non ammesso in paradiso; chi finalmente diceva che, richiamato miracolosamente in vita, egli era stato battezzato da San Gregorio, e, morto poi la seconda volta, era senz'altro salito alla gloria celeste. Questa è l'opinione di Guglielmo di Auxerre e di Dante, il quale fa dir di Trajano all'aquila simbolica in Giove:
dallo inferno u' non si riede
Giammai a buon voler, tornò all'ossa[66].
Questa opinione poteva essere confortata e confermata da molti esempii di casi simili narrati nei leggendarii. Fra i miracoli della Vergine figurano assai spesso storie di peccatori che, morti impenitenti, e dannati, furono per la intercessione di lei richiamati in vita, e, fatta debita penitenza, poterono salvarsi[67]. Gioverà finalmente ricordare che San Gregorio, il quale, secondo un'altra leggenda famosa del medio evo, nacque di amori incestuosi e diventò marito della propria sua madre, ricomprato con asprissima penitenza e con l'esercizio di ogni virtù il suo involontario peccato, riuscì a salvare, oltre alla madre e a sè stesso, anche il padre dannato[68].
Altre leggende intorno a Trajano nell'occidente d'Europa non si sono formate; ma in Rumenia le gesta del conquistatore della Dacia diedero argomento, come anche quelle di Aureliano, a canti popolari epici, i quali, disgraziatamente, non furono insino ad ora da nessuno raccolti. Sia qui notato di passaggio che il noto apologo dell'animale senza cuore, apologo che risale insino ad Esopo, e in varie forme si trova narrato in molte scritture del medio evo, è nei Gesta Romanorum riferito a Trajano[69].
I Mirabilia, descrivendo i monumenti principali del Foro di Trajano uniscono insieme i nomi di questo imperatore e di Adriano suo successore: «Palatium Traiani et Adriani pene totum lapidibus constructum et perornatum, diversis operibus laqueatum, ubi est columpna mirae altitudinis et pulchritudinis cum celaturis historiarum horum imperatorum, sicut columpna Antonini in palatio suo. Ex una parte fuit templum Traiani, ex alia divi Adriani». Abbiam veduto da altra banda, come la leggenda di Trajano si formasse a spese di Adriano: in grazia di questa connessione sia lecito di notare qui il poco che la leggenda venne immaginando intorno a questo secondo imperatore.
In una versione inglese dei Gesta Romanorum si racconta la seguente storiella, in più altri modi narrata altrove[70]. Adriano fa un editto che ogni uomo non più valido alle armi emigri dall'impero, e, se trovato nell'impero sia messo a morte. Un figliuolo nasconde il padre, de' cui ammaestramenti giovandosi diventa il più savio consigliere dell'imperatore. Accusato da' suoi nemici riceve dall'imperatore l'ordine di venirsene il dì seguente insieme col suo maggiore amico, il suo maggior conforto, il suo maggior nemico. Per suggerimento del padre si presenta col cane, col figliuolo, colla moglie. Costei lo accusa d'aver trasgredita la legge; ma l'imperatore gli perdona.
Un'altra storia si legò al nome di Adriano, ed è quella del filosofo Secondo. Costui essendo ancora giovanetto, aveva udito dire in iscuola non trovarsi al mondo femmina onesta. Tornato dopo molti anni in patria, vuol provare l'onestà della madre. A mezzo di una fantesca la fa richiedere d'amore, e colei, che non lo riconosce, acconsente. Dorme con lei una notte, senza commettere peccato, e la mattina si scopre. La madre muore di vergogna, e Secondo, per espiare la propria imprudenza, risolve di serbare il silenzio per tutto il tempo che gli resta a vivere. Adriano venuto in Atene, ode parlare di lui, lo va a trovare, lo interroga; ma, nè per blandizie, nè per minacce, può indurlo a parlare. Ordina a un cavaliere di condurlo, per mostra, al patibolo, ma di troncargli veramente il capo se, vinto dal timore, rompa finalmente il silenzio. Secondo va al patibolo e non profferisce parola. Trajano allora, preso d'ammirazione, lo prega di rispondere per iscritto ad alcune sue domande, al che il filosofo accondiscende.
Questo racconto, di cui non si conosce l'origine, appare primamente in un testo greco[71], d'onde passa in versioni latine[72], francesi[73], italiane[74], spagnuole[75], ecc. Esso godette durante tutto il medio evo della più grande celebrità. Di Secondo, filosofo di Armenia, non altro si sa se non il poco che ne dice Filostrato nelle Vitae Sophistarum: Suida lo confonde con Plinio Secondo il Giovine. Un dialogo fra Adriano ed Epitetto[76], somigliante al precedente, non passò ch'io sappia nelle letterature del medio evo. La letteratura inglese possiede, in verso e in prosa, un dialogo, indicato come opera di San Giovanni Evangelista, dove un fanciullo, per nome Ypotis, istruisce l'imperatore Adriano nelle verità della fede cristiana[77].