CAPITOLO XIII. Costantino Magno.
Costantino, primo imperatore cristiano, doveva in ispecial modo richiamare l'attenzione dei posteri e provocare la leggenda. Con lui cominciava un'era nuova nella storia della Chiesa e dell'impero, con lui pareva finalmente assicurato, e per sempre, il trionfo della verità sull'errore, adempiute, o almeno avviate al loro adempimento finale e glorioso, le promesse antiche di una rigenerazione della umana famiglia. Il cristianesimo cessava di essere una pura forza morale, e diventava ancora una forza politica, atta a tramutare tutti gli aspetti della vita della umanità. I cristiani da lui favoriti ebbero un sentimento assai vivo del rivolgimento che si veniva operando sotto i loro occhi, e questo sentimento parrebbe quasi che la leggenda avesse voluto significar per figura, narrando di Sant'Elena che ritrova e trae novamente alla luce il santo legno della croce, rimasto sepolto per secoli sotto alle zolle del Calvario. Il cristianesimo che ha già vissuto sì gran tempo occulto, come un germe fecondo affidato alla terra, lascia finalmente le catacombe, e si espande libero e rigoglioso alla vista del sole.
Costantino, onorato, in qualità d'Augusto, nei templi dei pagani, fu posto nel novero dei santi dalla Chiesa d'Oriente[78]; sua madre è venerata sugli altari dovunque sono adoratori di Cristo. Filostorgio racconta che una statua del glorioso imperatore, la quale sorgeva sopra una colonna di porfido a Costantinopoli, era adorata dal popolo, e di questo culto fa cenno anche Teodoreto (m. nel 547)[79]. Nel medio evo si credeva ancora di possedere, e si conservava come una preziosa reliquia, la spada di Costantino. Atelstano, re d'Inghilterra, la ebbe in dono, chi dice da Ugo re di Francia, chi dall'imperatore Enrico, chi dall'imperatore Ottone I[80]; sotto lo stesso re Atelstano un conte di Warwyck, per nome Gidone, uccise con essa un gigante Calubrando[81]. Nel pomo della spada era rinchiuso uno dei chiodi che servirono a crocifiggere Cristo[82]. Nel popolo la memoria di Costantino era conservata da molte chiese, o da altri monumenti che, a torto od a ragione, si credevano costruiti da lui.
Le prime leggende sorgono intorno alla culla di Costantino, anzi già involgono i suoi genitori Costanzo ed Elena. Il luogo della sua nascita, del quale non si aveva certa contezza, e il modo del suo nascimento, su che si avevano più disparate opinioni, esercitarono per tempo le fantasie, e porsero il tema a parecchie finzioni e a parecchi racconti romanzeschi: e se in questi, ajutando le oscurità della storia, volentieri si ammise che Elena non fosse unita a Costanzo con legittimo nodo, e che Costantino fosse un figliuolo naturale, si può credere che non avvenisse senza la cooperazione di quella curiosa tendenza che mostra spesso nelle sue leggende il popolo a dare agli uomini insigni illegittimi natali.
Nel Contes dou roi Coustant l'Empereur (XIII secolo) si narra di Costanzo, padre di Costantino, la seguente curiosa istoria[83]. Un imperatore di Bizanzio, a nome Muselins, vagando una notte con alcuni suoi cavalieri per la città, s'imbatte in un uomo, il quale, occupato in pregar Dio, chiede alternatamente ad alta voce due grazie, l'una all'altra contraria: la prima, che gli faccia sgravare felicemente la moglie, soprappresa dalle doglie del parto; la seconda, che non conceda a costei di partorire. L'imperatore interroga lo sconosciuto, il quale risponde la sua contradditoria preghiera essergli stata suggerita dalla scienza astrologica ch'egli possiede, e che gli mostra quali sieno i buoni e i maligni influssi degli astri, e quale il punto del tempo propizio o infausto al nascere. Soggiunge poscia d'avere ottenuto che il suo figliuolo nasca in punto felicissimo, e che però questi sposerà la figlia dell'imperatore e gli succederà nel dominio. L'imperatore sdegnato si parte; poi manda un suo cavaliere a involare il bambino. Avutolo, gli fende il ventre dallo stomaco all'ombelico, dopodichè si accinge a strappargli il cuore; ma, ad istanza del cavaliere nol fa, e ordina che così mezzo morto, sia gettato nel mare. Il cavaliere, cui non regge l'animo di eseguire il crudele comando, depone il bambino davanti la porta di un convento, e quivi lo lascia. I frati, trovatolo ancora vivo, lo portano all'abate, e questi, fa chiamare i medici, e domanda loro quanto vogliano per curarlo e guarirlo. I medici chiedono cento bisanti, l'abate ne offre ottanta. La cura riesce a bene, il bambino guarisce, e l'abate lo battezza ponendogli nome Costante (Coustans) in considerazione degli ottanta bisanti che gli era costato. Il fanciullo cresce in bellezza. Si dà caso che l'imperatore viene a conoscerlo e a sapere chi egli è. Risolve novamente di farlo morire, e dovendo partire per una spedizione contro i suoi nemici, gli dà una lettera da recapitare al governatore di Bizanzio, la qual lettera contiene una sentenza di morte. Prima di recapitarla il giovinetto entra nel giardino imperiale e vi si addormenta. La figliuola dell'imperatore lo vede, se ne innamora, legge la lettera, e pensando di salvare il giovane e di soddisfare in pari tempo al suo amore, a quella un'altra ne sostituisce, scritta da lei, con la quale s'ingiunge al governatore di fare sposare al giovane la principessa. Il governatore obbedisce agli ordini. L'imperatore, al suo ritorno, trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando ai suoi tristi propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi Costantino, figlio di Costante, diede a Bizanzio il nome del padre[84].
Abbiamo qui un esempio della tendenza che ha la leggenda a propagarsi in linea ascendente e in linea discendente, verso gli antenati, e verso la progenitura dei suoi eroi; tendenza che così vigorosa si manifesta nei cicli epici. Il nome di Costanzo è assai spesso scambiato con quello di Costantino e di Costante; ancora si confonde spesso Costanzo Cloro con Costanzo figliuolo di Costantino[85].
Non so a quale leggenda accenni Nennio nel seguente passo della sua Historia Britonum: «Quintus Constantius Constantini Magni Pater fuit, et ibi moritur, et Sepulchrum illius monstratur juxta urbem, quæ vocatur Cair Costaint, ut literæ quæ sunt in lapide tumuli ejus ostendunt; et ipse seminavit tria semina in pavimento superdictæ Civitatis, ut nullus pauper in ea remaneret unquam, et vocatur alio nomine Mirmantum[86]».
Veniamo ad Elena e al nascimento di Costantino. Suida, il quale fiorì, come pare, nel X secolo, dice nel Lexicon (s. v. Κωνσταντῖνος ὁ μέγας) che il fondatore di Bizanzio nacque di madre oscura, e che il padre lo riconobbe a certi segni, e lo designò imperatore, posti in disparte gli altri figliuoli, che aveva avuti da Teodora[87]. Egli accenna assai più che non narri; ma dalle sue parole si rileva l'esistenza di una tradizione, secondo la quale Costantino, nato d'illegittimi amori, avrebbe vissuto alcun tempo lungi dal padre, ignorato, o dimenticato da lui, e ne sarebbe poi stato riconosciuto, in forza di certi casi che non son ricordati. Suida soggiunge di non voler ripetere le favole che di Costantino aveva narrate Eunapio, parendogli che sconvenissero a tant'uomo. Eunapio nacque {el 347, e sarebbe importante di poter rintracciare sino a lui alcuna tradizione circa i natali di Costantino; ma nei frammenti che delle storie di lui ci son pervenuti non si trova più nulla intorno a questo imperatore. Lo storico pagano Zosimo, il quale scriveva a Costantinopoli verso il 434, dice che Costantino nacque da commercio che Costanzo ebbe con una donna non onesta, e non isposata da lui secondo la legge[88]: prima di Zosimo, Eutropio s'era contentato di dire che Costantino aveva avuto origine da un più oscuro matrimonio[89], e Sant'Ambrogio aveva indicata la condizione della madre dicendo costei ostessa, stabularia. Quest'ultima particolarità, di cui non pare sia fatto cenno negli scrittori bizantini, riappare poi più tardi negli svolgimenti della leggenda. Una tradizione di tale natura non poteva essere fortuita, nè di origine in tutto fantastica; essa doveva aver principio nel vero. La storia di Sant'Elena è ne' suoi cominciamenti assai oscura. Si ammette comunemente ch'ella sia nata a Drepano, città di Bitinia, in umile condizione, e che sposata da Costanzo, divenne madre di Costantino, e fu poi ripudiata dal marito, innalzato da Diocleziano alla dignità di Cesare[90]. Ma si capisce che lo stesso Costantino prima, poi gli scrittori, specialmente quando cominciò a formarsi la leggenda che attribuiva a Sant'Elena la gloria immortale d'aver ritrovata la croce, siensi studiati di far dimenticare certi fatti, o di colorirli altramente. Tuttavia la tradizione antica che Costantino fosse figliuolo spurio di Costanzo non si perdette; anzi passò d'Oriente in Occidente, dove porse argomento a nuove leggende. Essa è riportata nel Chronicon paschale[91], ma è formalmente contraddetta da Teofane Isaurico[92] e da Cedreno[93].
La gloria d'aver dato i natali a Sant'Elena fu ambita da varie province e città. In Oriente Edessa, Drepano, la Giudea; in Occidente Treviri, la Bretagna e l'isola di Sardegna[94] se la disputarono. Treviri andava superba di parecchie reliquie insigni da Sant'Elena appunto, come si credeva, donate alla sua Chiesa. La leggenda della invenzione della croce, di cui io non intendo discorrere di proposito, antichissima di origine, è narrata nel secolo VIII da Cinevulfo[95], nel IX da Almanno[96], nell'XI o XII da Ildeberto Cenomanense, se pur così s'ha da credere[97], nel XIII dal Voragine[98], ecc. Come più questa cresceva e si diffondeva, più si sentiva il bisogno di purgare la tradizione di quanto potesse direttamente o indirettamente offuscare la riputazione della Santa; e da prima se ne levò ogni imputazione di mal costume, poi si sostituirono al concubinato le legittime nozze, finalmente si fece della povera stabularia la figlia di un re. La tradizione che faceva Sant'Elena nativa di Treviri, era già formata nel IX secolo, giacchè il citato Almanno la riporta, ed ebbe poi, più particolarmente in Germania, molto favore. La Kaiserchronik racconta[99] che Costanzo sposò in Treviri la regina Elena, dalla quale ebbe un figliuolo adorno di molte virtù, che fu Costantino. Costanzo avrebbe poi voluto ripudiarla; ma vinto dallo amore del figlio, le mandò ambasciatori e la invitò a raggiungerlo in Roma. Elena, sdegnata, da prima rifiutò; ma poi si lasciò piegare dalle ragioni e dalle istanze di Costantino, e andò a Roma, ove le fu fatto solenne ricevimento.
Ma prima forse di questa tradizione un'altra ne era sorta, la quale, prendendo senza dubbio argomento dalla dimora di Costantino in Bretagna, fece nativa di questo paese, poi anche figlia di un re Choel (Cloel, Coclo, Hoel, ecc.), la madre di Costantino. Tale tradizione deve essere nata nel paese stesso al cui nome si lega; ma riappariscono in essa alcuni dei dubbii più antichi, che già si trovano nella tradizione greca, circa alla qualità delle relazioni passate fra Costanzo ed Elena, in quanto che alcuni scrittori fanno di costei la legittima sposa, altri la concubina di quello[100]. Giacomo da Voragine conobbe così questa, come l'altra tradizione; giacchè, dopo aver riferito ciò che di Sant'Elena racconta Santo Ambrogio, soggiunge; «Alii vero asserunt et in quadam chronica satis authentica legitur, quod ipsa Helena fuit filia Clohelis regis Britonum, quam Costantinus (l. Constantius) in Britaniam veniens, cum esset unica patri suo, duxit uxorem, unde insula post mortem Clohelis sibi devenit. Hoc et ipsi Britones attestantur, licet alibi legatur, quod fuerit Trevirensis».
Enenkel non dice di dove Elena fosse; dice solo che ella era la più bella delle venti donne dell'imperatore Costanzo, e che Costantino fu il frutto del loro illegittimo commercio[101]. Ma le due tradizioni testè ricordate ebbero nella leggenda svolgimenti più larghi e più romanzeschi[102]. In un racconto latino d'ignoto autore, d'incerta età, essa si lega a una sequela di casi avventurosi che io riferirò brevemente[103]. Ai tempi di Costanzo imperatore, una vergine per nome Elena, di nobile famiglia Trevirense, venne a Roma, trattavi dal desiderio di visitare i santuarii degli apostoli. Un giorno, traversando il ponte sul Tevere, Costantino s'imbatte in lei, che andava con altri pellegrini alla sua via, e vedutala bellissima, subitamente se ne innamora, e ordina ad alcuni suoi satelliti di seguirla, e di significare al padrone della casa ove albergava che a nessun modo la lasciasse partire sinch'egli non ne avesse fatto il piacer suo. I suoi comandamenti sono osservati. I pellegrini, compagni di Elena, adempiuti i voti, si partono; ella, accusata di furto dal padron della casa, è trattenuta in custodia. L'imperatore si affretta a compiere il suo divisamento; trovata la fanciulla sola e senza difesa, la sforza; ma prima di partirsi da lei, sentendo alcuna pietà de' suoi pianti, le fa dono di una fibula preziosissima e di un anello di gran valore. Rimasta incinta, Elena non ardisce di più fare ritorno in patria, e si ritrae a vivere con alcuni cristiani dabbene, provvedendo col lavoro delle mani al proprio sostentamento. Venuto il termine, essa dà alla luce un bambino, cui pone nome Costantino, celando a tutti quello del padre. Il fanciullo, educato dalla madre, vien su bellissimo d'aspetto, pieno d'ogni buon costume, benvoluto da tutti. In quel tempo si combatteva tra l'imperatore dei Romani e l'imperatore dei Greci una furiosissima guerra. Avvenne che due ricchissimi mercanti, nei quali l'imperatore dei Greci aveva piena fiducia, e a cui soli era lecito approdare per ragione dei loro commerci in Grecia, trovandosi in Roma, s'imbatterono un giorno in Costantino, che era allora d'età di circa dieci anni. La sua leggiadria, i suoi modi li fecero meravigliare. Interrogatolo, e saputo dei casi suoi, essi tosto si accordarono in un divisamento, dalla esecuzione del quale parve loro di dover trarre grandissimo guadagno; ed era, che avrebbero preso con sè il fanciullo, l'avrebbero condotto in Grecia, presentatolo a quell'imperatore come il figlio dell'imperatore Costanzo, offerta in nome di costui la pace, e chiesta pel giovinetto la mano della principessa di Grecia. Con la dote di costei si arricchirebbero, e in pari tempo farebbero danno e scorno ai nemici dei Romani. I mercanti conducono Costantino nella propria casa, lo vestono onorevolmente, lo educan fra gli agi, tanto che il figliuolo non si ricorda più della madre; la quale, perduto l'unico suo conforto, passa i giorni nel pianto. Trascorsi tre anni e più, i mercanti, stimando giunto il tempo da porre in opera il loro pensiero, partono con le lor navi e, insieme con Costantino, giungono al porto dei Greci. Quivi approdati, vestono il giovane d'abiti regali, e mandati innanzi i lor messi, vanno al palazzo dell'Imperatore, che fa loro solenni accoglienze. La frode è coronata di pieno successo, e Costantino sposa la principessa, la quale è assai contenta di lui, com'egli di lei. In capo di certo tempo, passato tra feste e tripudii, i mercanti, avuta la ricchissima dote, chieggono licenza di tornare a Roma, e partono insieme con gli sposi, non ostante le lacrime e i funesti presentimenti del vecchio imperatore e della sua donna. Corso già molto mare, ed essendo prossimi alla regione dei Romani, i mercanti pensano di condurre a termine la loro perfidia, e sbarazzarsi degli sposi, di cui non altro agognano che i tesori. Approdano a un'isola deserta e selvaggia, e sotto pretesto di volervi passare la notte, scendono in terra, ed alzano un padiglione, e preparano un letto, dove, di nulla sospettando, i giovani vanno a coricarsi; poi, quando questi sono immersi nel sonno, uccisa la loro famiglia, essi salpano l'ancore e proseguono rapidamente il viaggio. Destatisi la mattina seguente, e trovatisi soli, i due giovani si danno in preda alla disperazione, e Costantino svela tutto il tradimento alla sposa, che non per questo cessa d'amarlo; ma certi naviganti, che per buona ventura si trovavano a passare in vicinanza dell'isola, li raccolgono, e, celando quelli per prudenza i nomi e i casi loro, li conducono al porto dei Romani. Giunti a Roma, vanno in traccia di Elena, la quale, riconosciuto non senza qualche fatica il figliuolo, abbracciata la nuora, piangendo lacrime di tenerezza, passa dal più inconsolabile lutto alla più viva letizia. L'imperatrice di Grecia aveva dato di nascosto alla figliuola, poco prima d'accomiatarla, un giojello preziosissimo, col quale, se mai per alcun caso ella avesse a trovarsi in angustie, potesse sopperire ai proprii bisogni. Questo giojello è da lei consegnato alla suocera, la quale, vendutolo, con parte del denaro che ne ritrae mette su un'osteria, e decentemente si vive insieme con la nuora e col figliuolo. Questi intanto, seguendo l'indole sua e la nobiltà della natura, si dà alla professione dell'armi, e in poco tempo s'acquista grandissima riputazione. Viene il giorno natalizio dell'imperatore. Costanzo, volendo festeggiarlo secondo il consueto, convoca i senatori, i tribuni, i centurioni, i militi, bandisce giostre e tornei. Costantino ne porta la palma su tutti. Meravigliato, l'imperatore lo chiama a sè, gli domanda chi sia, e non tenendosi pago delle sue risposte, ordina che conduca in sua presenza anche la madre e la sposa. Le donne, vestite dei migliori panni che s'abbiano, sono condotte a palazzo. L'imperatore le interroga alla lor volta, e tanto stringe Elena, che questa finalmente promette di tutto svelargli. Dopo alcun giorno in fatti, presi con sè l'anello e la fibula, torna alla sua presenza, e racconta la propria storia, mostrando, a testimonio del vero, i donativi imperiali. Costanzo si persuade che sì mirabili casi non sieno seguìti senza la volontà del cielo; abbraccia Elena, riconosce il figliuolo, manda ambasciatori all'imperatore di Grecia, e punisce i mercanti come si meritano. Ordinata e aggiustata ogni cosa, celebra solennemente, per la seconda volta, le nozze del figliuolo colla principessa di Grecia, e stabilisce che gli sposi debbano succedergli nell'impero romano, a quello stesso modo che dagli ambasciatori venuti appositamente da Oriente si stabilisce che essi debbano succedere nell'impero dei Greci. Così fu che Costantino riunì sul suo capo le due corone dell'Occidente e dell'Oriente.
Non mi soffermo ad esaminare le particolarità di questo racconto, nè a discutere il suo intendimento, se tant'è che ne abbia qualcuno; ciò che più importa di far notare si è, parmi, il suo carattere essenzialmente romanzesco, e il difetto di ogni nesso storico, difetto che si fa scorgere sin dal principio. Di storico veramente altro non v'è che i nomi di Costanzo, d'Elena e di Costantino; a questi sostituite altri tre nomi quali che sieno e il racconto procederà al medesimo modo, senza che sia bisogno di farvi la più piccola mutazione. Esso si appoggia solamente in tre punti, non alla storia, ma alla tradizione, in quanto che fa Elena nativa di Treviri, e Costantino spurio; e narra di Elena che mise su osteria, ricordatosi certamente il suo autore della stabularia di Sant'Ambrogio. È curioso anzi a tale proposito che non vi si dica nulla di un matrimonio seguìto, dopo il riconoscimento, fra Costantino ed Elena. Giunto al termine della sua storia l'ignoto autore accenna ad altre leggende circa Costantino, ma rimanda chi le vuol conoscere ai libri che le narrano[104]. Letto il racconto, nasce spontaneamente nell'animo un dubbio: queste finzioni furono esse sino dall'origine loro congiunte coi nomi di Costanzo, di Elena e di Costantino, o furono ad essi aggregate solamente più tardi, quando già, unite o separate, avevano circolato un tempo nella tradizione orale e nella letteratura, servendo ad altri personaggi, o storici, o fantastici?
Anzitutto è da avvertire che il racconto anonimo testè analizzato, è bensì il più prolisso, ma non il solo, e molto probabilmente non il più antico documento in cui quelle finzioni sieno rapportate a Costantino e ai suoi genitori. Giovanni da Verona, di cui più volte già ebbi a citare la inedita Historia Imperialis, le raccoglie e ad essi nel medesimo modo le riferisce, salvo che di Elena fa, secondo l'altra tradizione notata di sopra, non una nobile fanciulla di Treviri, ma la figliuola del re Cloel di Bretagna[105]. All'una e all'altra delle due tradizioni occidentali circa la patria di Elena quelle finzioni dunque si legarono; ma è in sommo grado probabile che, in principio, nè all'una, nè all'altra, esse andarono congiunte. Il racconto assai compendioso di Giovanni da Verona passa nel Catalogus Sanctorum di Pietro de Natalibus[106] e di quivi nella versione italiana della Legenda aurea che va sotto il nome di Nicola Manerbi[107]. Nel Dittamondo di Fazio degli Uberti la favola è pure ricordata[108], ma in forma così sommaria e stroncata, che chi non ne avesse notizia altrimenti, non verrebbe a capo d'intenderla. D'onde Fazio abbia attinto rimane dubbio; ma si raccosta ancor egli ai precedenti nel fare Elena figliuola di Coel. Giacomo da Acqui narra egli pure la favola[109]; ma nel suo racconto Elena è figliuola del re di Treviri. Questi varii racconti, sebbene tutti si accordino nella sostanza, pure presentano, così fra di loro, come per rispetto al racconto pubblicato dall'Heydenreich, alcune differenze già notate da altri[110], e di cui io debbo contentarmi di accennare qui solamente due o tre fra le principali. In tutti Elena è cristiana sin dal principio. Non battezzata ancora, essa va a Roma, tratta dal desiderio di vedere la città degli apostoli, e contro il volere del padre: in vesti di ancella, secondo Pietro de Natalibus; per comandamento degli stessi apostoli Pietro e Paolo ricevuto in sogno, secondo Giacomo da Acqui; perchè inferma, secondo Fazio degli Uberti. Ancora secondo Giacomo da Acqui il padre di Elena si chiamava Flavio, il Re di Bizanzio Valerio, onde fu che Costantino si chiamò per tre nomi Flavio Valerio Costantino: vendute le gemme della nuora, Elena va ad abitare in un magnifico palazzo rimpetto a quello dell'imperatore, e quando le par giunto il tempo opportuno svela a costui spontaneamente il suo secreto. Giovanni da Verona, Pietro de Natalibus e Nicola Manerbi dicono ancor essi che Elena e gli sposi comprarono un palazzo e menarono nobile vita: tutti affermano che Costanzo sposò Elena, particolarità importante, taciuta, come s'è veduto, dall'Anonimo. Forse da un attento studio comparativo delle differenze che i varii racconti presentano si potrebbe trarre qualche argomento a congetturare in quale di essi sia contenuta la versione più antica. Ma un tale studio condurrebbe assai lungi, e il frutto che se ne avrebbe sarebbe assai scarso[111].
Ben più giova osservare come nella favola sieno due parti distinte, l'una intercalata nell'altra, le quali non hanno necessaria connessione fra loro, ma possono agevolmente separarsi, e furono senz'alcun dubbio separate in principio: l'una, che narra della violenza fatta da Costanzo ad Elena, del nascimento di Costantino, del riconoscimento finale; l'altra che narra della frode ordita dai mercanti. Quella certo assai prima di questa fu legata ai nomi di Costantino e dei suoi genitori, e un documento assai antico ne fa testimonianza. In una narrazione greca del martirio di Sant'Eusigno di Antiochia, scritta, secondochè si può ragionevolmente presumere, non dopo l'VIII secolo[112], è introdotto il santo in persona a raccontare il seguente caso. Nel tempo che era ancora tribuno militare, tornando Costanzo vittorioso da una spedizione contro i Sarmati, ebbe a sostare in una locanda, dove trovò una fanciulla pagana, bellissima, per nome Elena. Giacque con lei, e nel partirsi le regalò un peplo di porpora. Tornato a Roma, dopo alcun tempo Costanzo fu incoronato imperatore. Non avendo avuto dalla sua moglie legittima altri figliuoli che un fanciullo imbecille, egli commise ai senatori di cercargliene uno bello e intelligente da lasciare per suo successore. Per evitare dissidii e gelosie i senatori mandano a cercare tale fanciullo fuori di Roma. I messi giungono allo stesso albergo ove anni prima s'era fermato Costanzo, e dove Elena, rimasta gravida di lui, aveva dato alla luce un figliuolo bellissimo e di svegliato ingegno, fatto allora già grandicello. Mentre essi si stanno a tavola, il fanciullo salta sopr'uno dei loro cavalli. Per punirlo della sua tracotanza uno dei messi gli dà uno schiaffo; ma allora la madre dice a costui: Non lo percuotere, perchè è figlio dell'imperatore; e reca in prova di quanto dice il peplo donatole da Costanzo. Meravigliati, i messi tornano col fanciullo a Roma, il quale è dal padre riconosciuto per figlio, e istituito erede dell'Impero. Niceforo Callisto, il quale fiorì, come è noto, nel XIV secolo, reca nella Historia ecclesiastica[113] un racconto da lui senza dubbio attinto a fonte molto più antica, nel quale la parte storica è assai più copiosa che non nel racconto posto in bocca a Sant'Eusigno, ma che, ad ogni modo, ha con esso assai stretta attinenza. Costanzo giace con la figlia del suo ospite a Drepano, mentre, per commissione degli imperatori Diocleziano e Massimiano, va a procurare la pace coi Persiani, coi Parti, coi Sarmati, ed altri popoli, che recano grave danno all'impero. La fanciulla rimane incinta. In quella notte medesima Costanzo vede in sogno il sole sorgere dall'oceano occidentale. Raccomanda all'ospite suo di aver cura del bambino che sarà per nascere, e donato un peplo alla fanciulla, si parte. Dopo alcuni anni, già fatto Augusto, Costanzo manda ai Parti nuovi ambasciatori. Questi giungono a Drepano, e per un caso molto simile a quello narrato da Sant'Eusigno, riconoscono Costantino, la cui qualità è anche qui confermata dal peplo. Istruito della cosa, Costanzo fa venire a Roma il figliuolo e la madre; ma poi, per mettere quello al sicuro da ogni possibile insidia della imperatrice Teodora, lo manda a stare con Diocleziano in Nicomedia. Colà Costantino è educato nel palazzo imperiale, e abbraccia il cristianesimo.
Ma la leggenda si trova ricordata o indicata anche altrove. Negli atti greci di Sant'Artemio[114] si fa dire a Giuliano l'Apostata che Costantino era nato da una donna volgare, in nulla dissimile dalle meretrici, quando Costanzo non era ancor Cesare. Nella Contextio gemmarum di Eutichio, vescovo di Alessandria (m. 940), si narra che Costanzo sposò Elena in Mesopotamia, e che Elena era già stata convertita al cristianesimo da Barsica, vescovo di Roa, e che Costantino la lasciò gravida e se ne tornò a Bizanzio[115]. Quest'ultimo fatto, il quale mal si concilia con l'altro del matrimonio, riporta senza dubbio alla tradizione più antica, dove Costanzo avuta, senza nessun impegno da parte sua, la fanciulla, se ne va poi liberamente. In Occidente Sant'Ambrogio, già citato, e Sant'Aldelmo, non narrano la leggenda, ma vi alludono. Nella orazione recitata l'anno 395 per la morte di Teodosio alla presenza di Onorio, Sant'Ambrogio dice di Sant'Elena: «Stabulariam hanc primo fuisse asserunt, sic cognitam Constantio seniori qui postea regnum adeptus est. Bona Stabularia quae tam diligenter praesepe Domini requisivit»[116]. Per Sant'Aldelmo Elena è già di Bretagna, ma non ancora una principessa, anzi una concubina: «Dum Constantinus Constantii filius in Britannia ex pellice Helena susceptus sceptris imperii potiretur»[117].
Ricapitoliamo e concludiamo[118]. La leggenda che fa nascere Costantino d'illegittimo commercio, e narra del suo riconoscimento da parte del padre, dopo molti anni, per virtù di certi casi e di certi segni, leggenda che forma una delle due parti del racconto dell'Anonimo, è greca di origine, e risale, come dalle parole di Santo Ambrogio par che si possa legittimamente dedurre, sino al quarto secolo. Tale leggenda è molto diffusa in Oriente, dove si svolge, e si arricchisce via via di elementi romanzeschi; ma passa poi anche in Occidente, e qui, meno cognita e popolare, o si offusca, o si piega a nuove tendenze. Mentre nella tradizione orientale Elena è una ostessa, nella tradizione occidentale assorge a poco a poco al grado di patrizia e di regina. Sant'Ambrogio ricorda la opinione di coloro che credevano Elena essere stata una stabularia; ma questa opinione egli sembra più inclinato a respingere che ad accogliere. Sant'Aldelmo nel secolo settimo traspone già i fatti in Bretagna; e di Elena dice bensì che fu concubina di Costanzo, ma non fa motto della sua condizione: nell'VIII Cinevulfo ignora, o tace che Elena fosse Britanna. Più tardi Elena appare come figlia di un re; ma la tradizione antica del suo concubinato la perseguita ancora, come si vede dalle asserzioni contraddittorie degli scrittori rammentati di sopra. Anzi la tenacità di quella tradizione dà luogo nella nuova leggenda che si viene formando a incongruenze curiose. Almanno nel secolo IX, così comincia a narrare la vita della Santa[119]: «Beata igitur Helena, oriunda Trevirensis, tantae fuit nobilitatis secundum honestatem et dignitatem praesentis vitae, ut pene tota ingentis magnitudinis civitas computaretur in agrum sui praedii». Soggiunge che il palazzo magnifico di lei esisteva ancora a' suoi tempi incorporato nella chiesa di San Pietro Apostolo, e non gli pare impossibile ch'ella traesse la origine da Elena greca, cui superava grandemente di pregio. Poi, senz'avvedersi della contraddizione gravissima, volgendosi a parlare di Costanzo, esce in queste precise parole: «Interim dum ille feliciter et fortiter administraret belli negotia, comperta incomparabili nobilitate, pulchritudine et potentia Helenae in oculis Domini tam beatae, meditabatur ejus obtinere coniugium, desiderans si forte posset, ex ea suscipere filium, multaque illam, licet in officio concubinali, tractavit reverentia ed honestate, cor regis in hoc Domino reparante». Data a Elena la nobiltà del sangue, doveva sentirsi il bisogno di anticipare il tempo della sua conversione, o di farla nascere a dirittura cristiana. Già un esempio di ciò ci mostra in Oriente il racconto di Eutichio; un'altra tradizione orientale racconta che Elena, la quale era nativa di Edessa, fu, sino dall'infanzia, convertita al cristianesimo dal vescovo di quella città. In pari tempo si dovette pensare a mutare la scena dei fatti, e a togliere ad Elena la mala taccia di concubina, divenuta incomportabile con la nobiltà del suo lignaggio e col fervore della sua fede. Elena, Britanna, o Trevirense, va a Roma per ragion di pietà, ed è quivi forzata dall'imperatore. Tale è la forma della leggenda, tale il grado di svolgimento a cui essa si mostra pervenuta nel racconto dell'Anonimo, e in quelli di Giovanni da Verona e di Giacomo da Acqui. Che qui noi siamo in presenza dell'antica tradizione orientale combinata con nuovi elementi, e piegata, in parte, a nuove fantasie, non si può dubitare, chè a troppi segni vien fatto di riconoscerla per quella medesima. Basti qui rilevare una particolarità caratteristica. Mentre Giovanni da Verona, Giacomo da Acqui, Pietro de Natalibus e Nicola Manerbi dicono che Elena, col figlio e la nuora, andò ad abitare in un sontuoso palazzo e si diede a vivere nobilmente, l'Anonimo dice invece che Elena comperò una casa e si mise a fare l'ostessa: ora è questo un particolare evidentemente derivato dalla tradizione orientale, e la sua presenza può, sino ad un certo punto, dare argomento alla congettura che la versione dell'Anonimo sia più antica che non quella degli altri narratori. Ma qui si vuole insistere sopra un fatto già più sopra avvertito. La tradizione che, senza badare alle differenze delle particolari versioni, ho chiamata orientale, nota a Sant'Ambrogio, nota forse a Sant'Aldelmo, non sembra essere stata molto diffusa in Europa, dove per lungo tempo non se ne trova più fatto ricordo. La dimenticanza in cui essa si giacque agevolò senza dubbio di molto il sorgere delle tradizioni occidentali che fecero Elena Britanna o Trevirense, e sempre di nobilissima prosapia; il che non sarebbe così facilmente accaduto se si fosse avuta in memoria la fanciulla pagana trovata da Costanzo in un albergo, secondo il racconto di Sant'Eusigno, o la figlia dell'ospite di Drepano, di cui parla Niceforo, o solamente la stabularia di Sant'Ambrogio. Parecchi storici parlano della figlia del re Cloel, o della principessa di Treviri, moglie, o concubina di Costanzo, assai prima di Giovanni da Verona, e di Giacomo da Acqui, e dello stesso Anonimo, di cui del resto non si può con precisione assegnare l'età; ma non ve n'ha nessuno che faccia il più piccolo cenno di una leggenda circa la nascita e il riconoscimento di Costantino. Quando questa leggenda ricomparisce nelle scritture dell'Occidente, ricomparisce congiunta con un'altra finzione del tutto estranea ad essa; e questo connubio non può essere l'opera della fantasia popolare, ma bensì quella di un favoleggiatore solitario a cui occorse di conoscere, o a Costantinopoli, o in alcuna scrittura greca, o forse anche in alcuna scrittura latina andata perduta, o rimasta ignota sin qui, la tradizione orientale.
La finzione nuova che si aggrega alla leggenda di Costantino, è da questa al tutto indipendente in origine. Essa si trova separata, e porge l'argomento alla Storia o Leggenda di Manfredo imperadore di Roma[120]. Se si trovi anche in altre letterature del medio evo oltre l'italiana, e se in questa medesima ve ne sieno stati altri racconti oltre a quello qui ricordato, non si può nè negare nè affermare, ma non è punto improbabile. Finalmente la leggenda complessa, quale si ha nell'Anonimo e negli altri, forma il soggetto dell'Urbano attribuito al Boccaccio, e della storia di Selvaggio che si legge nel Libro Imperiale, mutati per altro i nomi dei personaggi, ampliata la tela del racconto, alterati in qualche parte gli avvenimenti.
Come s'è veduto, Giovanni da Verona dice di attingere il suo racconto da una Historia Britonum, e Giacomo da Acqui dice di attingere il suo da una Cronica Trevirensis. Che è da credere di tali asserzioni? Le citazioni di fonti false, o immaginarie, sono così frequenti negli autori del medio evo, che il dubbio circa la loro autenticità è, generalmente parlando, sempre legittimo. Nota il Coen che di quante opere posson cadere sotto la designazione di quei titoli non ve n'ha nessuna che contenga la leggenda in discorso. Alcune ricerche infruttuose da me fatte a tal uopo in Germania e in Inghilterra avvalorerebbero l'opinione che nessuno storico inglese o tedesco la narrò mai. Da altra banda, nel caso particolare, non v'è ragione di mettere in dubbio l'autenticità delle citazioni di Giovanni e di Giacomo, ma specialmente di Giovanni, il quale in questa parte è molto esatto. Se non che nulla vieta di credere che essi abbiano avuto tra mani storie interpolate, e interpolate forse qui in Italia stessa, in pochi codici, d'onde la interpolazione non ebbe tempo, o non ebbe occasione di propagarsi. Giovanni e Giacomo avrebbero in sostanza narrata una leggenda italiana credendo narrare una leggenda inglese o tedesca. Ho detto una leggenda italiana; ecco in breve le ragioni che mi fanno propendere a crederla tale.
1º Per tutto il tempo che precede l'apparizione della leggenda complessa narrata dall'Anonimo e dagli altri, noi non troviamo nell'Occidente d'Europa che un solo scrittore il quale mostri di conoscere la tradizione orientale che poi entra a far parte di quella, e questo scrittore è un arcivescovo di Milano, Sant'Ambrogio. 2º Dei tre manoscritti che si conoscono, contenenti il racconto dell'Anonimo, due sono in Germania, conservati, l'uno nella Biblioteca Regia di Dresda, l'altro nella Biblioteca del Ginnasio Albertino di Freiberg (Sassonia); ma noi non ne conosciamo l'origine: il terzo si conserva a Roma nella Chigiana. 3º Gli altri autori che narrano la leggenda sono tutti italiani. 4º La finzione avventizia che in tutti questi racconti si trova intrecciata con la tradizione più antica non occorre separatamente che in un racconto italiano. 5º La leggenda complessa, riferita ad altri personaggi, non si trova che in narrazioni italiane.
Ma lasciamo oramai questo tema, che ci ha trattenuti anche troppo, e volgiamoci ad altre parti della ricca e varia leggenda costantiniana.
Nei racconti passati a rassegna sin qui Costantino, figlio di madre cristiana, è naturalmente cristiano sin dalla nascita; ma se la ingenua leggenda popolare, non d'altro curante che di piegarsi agl'impulsi del sentimento e della fantasia, poteva a questo modo mentir sul viso alla storia, altre leggende meno ingenue, e meno disinteressate, dovevano andar più caute, e adoperare in modo che la storia potesse in qualche parte almeno confermare le loro menzogne. Queste leggende racconteranno come Costantino si convertì alla religione di Cristo, e circonderanno questa conversione di fatti mirabili che per molti secoli terrannosi in conto di storia autentica ed incontrastabile.
Non tocca a me rifare la storia dell'avvenimento memorabile che s'intitola dalla conversione di Costantino, dire quanta parte nel cristianesimo di questo imperatore abbia avuto il sentimento e quanta la politica, discutere la significazione di certi suoi atti, come l'editto di Milano, la convocazione del concilio di Nicea, la ingiusta persecuzione onde ebbe a dolersi Sant'Atanasio. Tutto ciò porse già da gran tempo, e porgerà ancora argomento a controversie da cui è difficile escludere in tutto lo spirito di parte[121], ed è interamente estraneo al proposito mio: io non debbo far altro che notare le infondate credenze e le finzioni a cui la conversione di Costantino, sino da tempo assai antico ebbe a legarsi, avvertendo che insisterò meno su quelle che hanno carattere assai più di simulazioni storiche, fatte, starei per dire, a caso pensato, che non di vere e proprie leggende.
Ma prima di procedere oltre soffermiamoci a considerare un fatto che non è fuori del nostro tema. Costantino non fu propriamente, secondo la leggenda, il primo imperatore cristiano. Ebbi già occasione di avvertire come dovesse essere un naturale istinto della coscienza cristiana questo di far comparire cristiani quanti più imperatori fosse possibile. Già Augusto aveva adorato il bambino redentore; già Tiberio, Tito e Vespasiano avevano ricevuto il battesimo. Filippo, l'uccisor di Gordiano, avrebbe abbracciato il cristianesimo, stando a quanto narrano Eusebio, San Gerolamo, Orosio. Un tal fatto è assai poco credibile, e diede luogo a molti dispareri[122]; ma il medio evo lo tiene in conto di verità dimostrata, almeno nell'Occidente d'Europa. Certo una così fatta leggenda avrebbe meritato assai più Alessandro Severo, che nel suo Larario teneva, insieme con le immagini di Apollonio di Tiana e di Orfeo, anche quelle di Abramo e di Cristo[123]. Nè parve abbastanza farlo cristiano; si volle ancora farne un precursore di Costantino nel donare liberalmente alla Chiesa[124]. In Oriente tali leggende non ebbero fortuna. Efremio, che fiorì nella prima metà del XIV secolo, dice che Filippo avrebbe voluto entrare nel grembo della Chiesa di Cristo, ma i pastori di questa lo respinsero[125]; e già prima Costantino Manasse (XII secolo) aveva affermato Costantino essere il primo imperatore cristiano[126]. In Occidente la cristianità di Filippo si provava con testimonianze e con fatti. Secondo Giacomo Malvezzi al tempo di Filippo, cristianissimo imperatore, fu dedicata in Brescia la chiesa di San Pietro[127]. Ma anche altri imperatori cristiani si ricordavano. A detta di Calendre, Adriano apprese le verità del cristianesimo in un libro datogli da un Cadrasto, discepolo degli apostoli, e Pompeo Pio, cioè Antonino Pio, fu istruito nella fede dal filosofo Giustino[128]. A detta di Armannino Giudice il primo imperadore il quale fu cristiano fu uno ch'ebbe nome Giovanni.
Il fatto da cui prende le mosse la storia della conversione di Costantino è la famosa apparizione della croce, narrata da Eusebio, il quale afferma d'averne udito il racconto dalla bocca dello stesso imperatore. Se l'uno o l'altro di essi abbia mentito non è qui luogo d'andar ricercando: il fatto certo si è che, accingendosi contro Massenzio al cimento delle armi, Costantino tolse per insegna, e fece dipingere sugli scudi dei suoi soldati il così detto monogramma di Cristo. Sulla significazione di un tale atto non insisto: avverto solamente che il segno addimandato monogramma di Cristo si trova già parecchi secoli prima del cristianesimo, che si ha qualche ragione per credere ch'esso sia stato in origine un simbolo del sole, e che Costantino professò un culto pel Sole, come tra l'altro si rileva dalle monete[129]. Checchessia di ciò, la leggenda medievale, o piuttosto una delle versioni di essa, mentre ricorda esattamente il miracolo dell'apparizione, e narra del labaro e del santo segno dipinto sugli scudi, perde di vista altri fatti di storia più consistente, e sostituisce ad essi le sue proprie finzioni. Non è più contro le milizie di Massenzio[130] che Costantino, fatto sicuro dell'ajuto del cielo, va a combattere, ma bensì contro barbari invasori; e la pugna avviene, non più sulle sponde del Tevere, ma su quelle del lontano Danubio. Ottenuta la vittoria, Costantino, già cristiano d'animo, si fa catechizzare e battezzare da San Silvestro, e manda sua madre Elena a Gerusalemme a cercar della croce[131]. In un sermone a torto attribuito a Beda, e su cui avrò da tornare, si fa accadere il miracolo, non solamente quando Costantino era già battezzato, ma ancora dopo che ebbe fondata Costantinopoli, e contro i Saraceni minaccianti la nuova città. Altri, narrando altrimenti, cercavano di dare spiegazione di altri fatti. In certe leggende francesi già citate si legge a questo proposito[132]: «Or donques iassoice que Constantin eust eue si noble victore par la vertu du signe de la croix, touteuoies il ne fist force ne diligence d'enquerir de la vertu de ce signe, dont il aduint tantost aprez qu'il deuint si meseau et si corrompu qu'il estoit horrible a regarder». Ed ecco qui l'addentellato per la leggenda famosa che narra di Costantino lebbroso, battezzato e guarito da San Silvestro, leggenda religiosa e politica di capitale importanza, che s'impose in singolar modo alla storia, e pesò non poco sui destini dell'umanità.
L'opinione di coloro che credono Costantino non mirasse ad altro che a farsi della Chiesa un'utile ancella, pecca, senz'alcun dubbio, di esagerazione; ma, nullameno, v'è in essa molto del vero. Chi dagli editti di tolleranza, e poi, via via, delle nuove leggi, traeva più visibile beneficio era, non già l'imperatore, ma la Chiesa; e mentre questa, dalla sua stessa condizione di beneficata era costretta a dar prova di deferenza e di sommessione, quegli era vie più sollecitato ad esercitar su di lei un ufficio di patronato che, per quanto fosse benevolo e rispettoso, pur tuttavia riteneva sempre, e non poteva non ritenere, molti dei caratteri della sovranità. La Chiesa fece il poter suo per uscire al più presto da quell'incomodo ed umiliante stato di soggezione, e la leggenda si provò a far dimenticare che ci fosse mai stato: secondo la leggenda il beneficato da prima fu Costantino, e non la Chiesa; e quanto egli poi fece in favore di questa, e quanto più s'immaginò che avesse fatto, non fu altrimenti considerato che come un atto e una prova della sua riconoscenza.
La leggenda a cui qui accenno è molto antica e formata di più parti; ma non tutte queste parti sono antiche egualmente. Vediamola anzitutto nella sua forma piena e matura, quale si ha, per esempio, nella Legenda aurea, e poi ricercheremo le sue origini, ed esamineremo le sue attinenze e le sue variazioni.
Nel c. XII della Legenda aurea Giacomo da Voragine racconta la leggenda di San Silvestro. Comincia, secondo il solito, con dare l'etimologia del nome del santo, e passa poi a dire dei suoi genitori, di un primo miracolo da lui operato, della sua esaltazione al papato, e di alcune altre cose che non importano ora al nostro soggetto. Seguita la leggenda costantiniana. Costantino perseguita i cristiani, e in punizione di ciò è colpito da una incurabile lebbra. I pontefici degl'idoli gli consigliano di fare un bagno di sangue di bambini. Tremila creaturine son raccolte a tal uopo; ma mentre Costantino s'avvia al luogo preparato per il bagno, ecco farglisi incontro le madri, co' capelli disciolti, e con pianti e con strida. Commosso, Costantino fa fermare il carro che lo conduce, e dice agli astanti: la dignità del popolo romano, la quale nasce dal fonte della pietà, non permettere che si compia un atto così disumano; meglio essere per lui morire, salvando la vita a tanti innocenti, che vivere ingiustamente per la morte loro. Dopo ciò fa restituire i bambini alle madri, e queste accomiata con doni. Tornato al palazzo, la notte seguente vede in sogno San Pietro e San Paolo, che si dicono mandati da Cristo per insegnare a lui, in premio dell'addimostrata pietà, il modo di racquistar la salute. Faccia venire a sè Silvestro, il quale per paura delle sue persecuzioni si sta nascosto nel monte Soratte, e Silvestro gli mostrerà una piscina in cui immergendosi tre volte sarà guarito d'ogni infermità. Quand'abbia ottenuta la grazia, distrugga i templi degl'idoli, restauri le chiese di Cristo, e creda in lui. Svegliatosi, Costantino manda i suoi militi a cercar di Silvestro, e inteso da lui chi fossero i due che gli erano apparsi nel sonno, si fa catechizzare, e dopo aver digiunato una settimana, e liberati i prigioni, riceve il battesimo, dalle cui acque salutari è incontanente guarito. Allora per sette giorni consecutivi promulga ogni giorno una legge in favor della Chiesa e della fede; e la prima è che nella città di Roma Cristo sia adorato qual vero Dio; la seconda, che chiunque bestemmia Cristo sia punito; la terza, che chiunque fa ingiuria a un cristiano perda la metà del suo avere; la quarta, che il Pontefice romano sia da tutti i vescovi riconosciuto per capo; la quinta, che chiunque ripara in una chiesa sia tenuto immune; la sesta, che nessuno possa costruir chiese dentro le mura di una città senza averne ottenuta licenza dal vescovo; la settima, che alla edificazione delle chiese si consacri il decimo dei possedimenti imperiali. L'ottavo giorno l'imperatore va alla chiesa di San Pietro, accusa le sue colpe, e dovendosi porre le fondamenta della nuova basilica, prende a cavare con le proprie mani la terra, e ne leva sulle proprie sue spalle dodici sporte. La madre di lui Elena, udite tali nuove, da Betania, dove si trovava, gli scrive, lodandolo d'avere rinunziato alla religione degli idoli, ma biasimandolo, perchè, invece di adorare il vero Dio degli Ebrei, si è dato ad adorare un uomo crocifisso. Costantino risponde, invitandola a condurre seco i dottori ebrei, perchè possano disputar coi cristiani, e così si veda chi ha la ragione e chi il torto. Elena viene, conducendo i suoi dottori in numero di centosessantuno, fra cui ce n'ha dodici che di eccellenza vincono tutti gli altri. A questi si oppongono Silvestro e i suoi chierici, e giudici della disputa sono eletti di comune accordo due gentili, assai giusti e onorati uomini, per nome l'uno Cratone, l'altro Zenofilo. Dopo lunga ed ostinata contesa, rimasto vittorioso Silvestro, Elena, gli Ebrei, i giudici, e molt'altri si convertono al cristianesimo. Passati alcuni giorni, i pontefici annunziano a Costantino che certo drago, il quale abitava in una profonda cavità della terra, dacchè egli si era fatto cristiano uccideva ogni giorno con l'alito più di trecento persone. Costantino chiede consiglio a Silvestro; questi, dopo un'apparizione dello Spirito Santo, scende con due compagni per centocinquanta gradini nella caverna, e lega con un filo, e suggella col segno della croce la bocca del drago, che aspetterà laggiù il ritorno di Cristo. Dopo di ciò tutto il popolo di Roma si converte alla vera fede. Il racconto di Giacomo da Voragine si ferma a tanto, ma altri racconti, su cui tornerò fra breve, soggiungono che Costantino, per mostrar vie meglio la gratitudine sua, e per lasciar più libera la Chiesa, cedette a Silvestro Roma e tutto l'Occidente, con le insegne imperiali, e passò in Oriente, dove ricostruì Bizanzio, e dal suo nome la chiamò Costantinopoli.
La leggenda narrata dal Voragine si trova più o meno diffusamente riferita, nei Leggendarii di Pietro de Natalibus, di Bartolomeo da Trento, di Bonino Mombrizio, e d'altri, entra a far parte delle leggende di Sant'Elena e della invenzione della Croce, è ripetuta, o ricordata, sin oltre il XVI secolo, da un infinito numero di scrittori. Giovanni d'Outremeuse sa persino indicare il giorno preciso in cui Costantino ammalò della lebbra, che fu l'ultimo del mese di Decembre dell'anno 311[133]. Qualcuno poi aggiunge che a Costantino, guarito da Silvestro, rimase in fronte una piccola macchia di lebbra a cagione di certo idolo ch'egli continuava ad aver caro dopo la sua conversione: distrutto l'idolo, la macchia disparve[134]. La leggenda, a narrar la quale si spendono nella Kaiserchronik non meno di 2800 versi, porse anche argomento a misteri[135]. Dante le dava pienissima fede[136].
Nella leggenda complessa, testè riferita, sono, come ho detto, più parti, le quali non hanno tutte la stessa origine e la stessa antichità. La prima riflette la malattia, il battesimo, la guarigione di Costantino. In essa non solo si narrano alcune cose che non si trovano confermate dalla storia, ma parecchie ancora che alla storia contraddicono formalmente. Costantino non fu mai ammalato di lebbra, e non si fece battezzare da San Silvestro in Roma, ma in un castello presso a Nicomedia, poco tempo prima della sua morte, da Eusebio, vescovo ariano. Così, conformemente al vero, affermano Cassiodoro nella Historia tripartita[137], San Gerolamo e Sant'Isidoro di Siviglia nelle lor Cronache[138], Sant'Ambrogio[139], Prospero Aquitano[140], Fredegario[141], ed altri più recenti. In Oriente Eusebio[142], Socrate[143], Sozomene[144], Teodoreto[145], dicon del pari che Costantino ricevette il battesimo solamente negli ultimi giorni di sua vita in Nicomedia: alcuni spiegano un così lungo ritardo con dire che desiderio di Costantino sarebbe stato di farsi battezzar nel Giordano.
La legenda che fa Costantino battezzato e guarito da San Silvestro comparisce già, prima dell'anno 530, negli Acta Silvestri, giudicati apocrifi nell'Opus Carolinum, dove Carlo Magno confutò le decisioni del secondo concilio di Nicea[146]. Di questi atti esiste una versione greca[147], la quale procacciò la diffusione della leggenda in Oriente. Il Döllinger crede che la intera finzione, evidentemente romana di origine, sia sorta verso il finire del secolo V, o in sul principiare del VI, e indica del suo ritrovamento alcune ragioni molto plausibili[148]. «L'avvenimento più importante e decisivo, egli dice, dell'antichità, la conversione del dominatore del mondo al cristianesimo, in qual altro luogo mai avrebbe dovuto succedere se non nella stessa metropoli? Al supremo gerarca civile il supremo gerarca ecclesiastico aveva dovuto aprire le porte della Chiesa. Non si poteva credere che il pio Costantino, il figliuol di Sant'Elena, il fondatore dell'impero cristiano, avesse lasciato spontaneamente trascorrere l'intera sua vita senza ricevere il battesimo, rinunziato al benefizio dei sacramenti, operato in guisa da non meritare nemmeno il nome di cristiano». Questi presupposti della coscienza cristiana erano già di per sè sufficienti a far nascere la leggenda; ma v'era pur qualche fatto che poteva venir loro in ajuto. In Roma si mostrava un Battisterio di Costantino, forse così chiamato in origine perchè fatto costruire da lui: il popolo doveva facilmente immaginarsi ch'esso così si chiamasse perchè Costantino v'era stato battezzato[149]. Alcuni casi del pontificato di Simmaco, la contestazione fra il clero e Teodorico, dovettero favorire il nascimento di una leggenda che tendeva ad assicurare il primato e la inviolabilità del romano pontefice[150]. Eusebio, ed altri dopo di lui, raccontano che Costantino, essendo infermo, andò a far certa cura di acque termali, prima di ricevere il battesimo in Nicomedia, e questa notizia può aver dato occasione a quanto la leggenda racconta della lebbra e del bagno di sangue.
Sant'Aldelmo[151], lo Pseudo-Beda[152], il Liber Pontificalis[153], narrano la leggenda del battesimo romano, che, passata in Oriente, è quivi accolta e difesa da parecchi scrittori, fra gli altri da Teofane Isaurico, morto nell'817, o 818[154], e da Cedreno[155]. Il racconto storico e vero si ritiene allora una calunniosa invenzione[156], oppure si cerca di conciliarlo con la leggenda, ammettendo che, dopo essere stato battezzato da San Silvestro, Costantino, inclinatosi all'arianesimo, si facesse ribattezzare da Eusebio vescovo di Nicomedia. Ma una conciliazione così fatta, di cui può vedersi a mo' d'esempio un ricordo nella Cronaca di Eccardo Uraugiense, composta verso il 1100[157], è dai più risolutamente respinta[158]. Parlando di Costantino, Gotofredo da Viterbo dice nella particola XXII del Pantheon, e X della Memoria sæculorum[159]:
Baptizavit eum Silvester, idemque fatemur;
Arrius hunc post hec corrupit, et inde dolemus,
Scismate namque suo conmaculavit eum.
Hoc fuit in villa, quam rite vocant Aquilonam,
Quando rebabtizatus fedaverat ipse coronam:
Scripta tripertita testificantur ita.
E Fazio degli Uberti[161]:
Nell'acqua de la fe bis fu costui
Lavato.
Finalmente è da ricordare un'altra, ma meno diffusa e meno importante leggenda, secondo la quale Costantino sarebbe stato battezzato dal papa Eusebio, leggenda evidentemente immaginata per far vacillare con la uguaglianza dei nomi la tradizione storica che Costantino diceva battezzato da Eusebio di Nicomedia. In appoggio di tale leggenda s'era foggiata ed attribuita a quel pontefice una decretale, che esisteva ancora nel XII secolo, ma che poi sembra sia andata perduta[162]. Questa leggenda, fra gli altri, accetta anche Pietro de Natalibus[163].
Alla conversione di Costantino, Giovanni Colonna fa immediatamente succedere la conversione dei Romani[164]. Ricevuto il battesimo, Costantino fece un discorso ai senatori e al popolo, udito il quale e popolo e senatori gridarono: Qui Christum negant male pereant, quia ipse est verus deus. Et iterum iube qui thurificant diis urbi pellantur. Ma Costantino rispose, la fede non potersi imporre con la forza, anzi dover essere spontanea. Qui abbiamo senza dubbio una reminiscenza di quelle concioni che, se si deve prestar fede ad Eusebio, più di una volta Costantino tenne al popolo. Ma nella leggenda comune si narra, come abbiam veduto, di una disputa fra i dottori ebrei e Silvestro, dopo la quale molti si convertirono al cristianesimo. Questa disputa è già riferita nei documenti più antichi della leggenda; la stessa conversione di Elena si fa dipendere da essa[165]. Noi abbiamo veduto altre leggende fare Elena cristiana sin dalla giovinezza; ma oltre che Eusebio dice esplicitamente Elena essere stata convertita dal figlio, la leggenda che veniva raccogliendo e inventando i titoli di benemerenza della Chiesa e le prove della gratitudine di Costantino, non poteva concedere che costui avesse ricevuto l'inestimabile benefizio della fede, anzichè dalla Chiesa, dalla propria sua madre. Del resto una disputa consimile si ha nella leggenda di Barlam e Josafat, dove Barlam dimostra a dottori caldei, greci, egizii ed ebrei la falsità delle loro religioni.
Il miracolo del drago si trova già nei racconti più antichi, e ha molti, ma molti riscontri nell'agiografia cristiana[166]. Nelle numerose narrazioni che se ne hanno si trova spesso qualche variazione rispetto al riferimento più antico. Amalrico Augerio dice, per esempio, negli Actus Pontificum, che il drago aveva ucciso seimila persone, e che San Silvestro lo legò cum catenis aereis et fortissimis ferris. La Kaiserchronik pone il drago in un monte Mendel (Mendelberg)[167]; Simeone Metafraste, Corrado di Würzburg[168], altri, nel Monte Tarpejo, e qualcuno vi fu che volle anche narrare come il drago fosse venuto a Roma[169]. I Mirabilia e la Graphia ricordano la leggenda di San Silvestro e del drago immediatamente dopo quella di Curzio, e ciò diede forse occasione a confondere l'una con l'altra, come fa Armannino Giudice nella Fiorita[170]. Infernus era il nome, così della voragine di Curzio, come della caverna in cui si credeva che San Silvestro avesse rinchiuso il drago. Senza dubbio in origine la leggenda altro non fu che un'allegoria, dove il drago stava a rappresentare il paganesimo, o fors'anche il demonio vinto e reso impotente dal santo pontefice. Come in molt'altre religioni e mitologie, così ancora nel cristianesimo il drago, o il serpente, rappresenta il principio del male e delle tenebre; nelle tradizioni religiose ed epiche di tutti i popoli lo spirito del male prende volentieri la forma di serpente o di drago, e come uccisori di serpenti e di draghi sono celebrati gli dei e gli eroi. Arimane assume forma di drago, e così ancora molto spesso il diavolo[171]. Apollo uccide il serpente Pitone, Odino uccide Fafnir; Giasone, Rustem, Siegfried, Sigurd, Siegmund, Beowulf, Tristano, Gilles de Chin, altri eroi senza numero uccidono draghi. Secondo una leggenda talmudica anche Salomone vinse un drago. La leggenda di San Giorgio prese origine, senz'alcun dubbio, da qualche pittura o altra rappresentazione allegorica. Eusebio racconta che Costantino si fece ritrarre col segno della passione sopra il capo e col diabolico drago precipitante nel mare[172]. Nella Vita di San Silvestro, scritta da Simeone Metafraste, il drago è rappresentato come una divinità in onor della quale i gentili celebravano esecrandi misteri[173]. La leggenda fu nel medio evo fra le più celebri: Tommaso di Stefano, detto il Giottino, ne fece soggetto di un affresco nella cappella di San Silvestro in Santa Croce. Tutta del resto, la leggenda di San Silvestro ebbe grandissima celebrità: verso il 1280 Corrado di Würzburg la tolse ad argomento di un poema di 5220 versi[174].
Narrata la conversione di Costantino al modo che abbiam veduto, e confermata con tanti miracoli la verità del cristianesimo, si doveva necessariamente credere che la falsa religione non fosse più tollerata nell'impero; e, in fatti, le storie, traviate dalla leggenda, raccontano che Costantino fece chiudere, o addirittura abbattere, i templi degl'idoli, e arricchì con le spoglie loro le chiese, molte delle quali egli stesso veniva con lodevole zelo innalzando. Ora, sebbene in ciò qualche cosa di vero vi sia, molto ancora si esagerò[175]. Si attribuì a Costantino la costruzione delle sette chiese più antiche di Roma[176], e, in generale, di ogni altra chiesa di cui si ignorassero le origini; si ricordavano i doni ch'esse avevano ricevuto da lui[177].
L'ultima parte della leggenda complessa che abbiamo esaminata sin qui narra della cessione che di Roma e dell'impero d'Occidente fece Costantino al Pontefice, e della traslazione della sede imperiale a Bizanzio. La favola celebre della donazione, la quale è assai più una falsificazione storica che non una leggenda, e di cui non mi spetta parlare di proposito, dev'essere stata immaginata in Roma, fra il 750 e il 754, quando i papi, avversarii acerrimi della dominazione longobardica, cominciarono a nutrire il pensiero di sostituire l'autorità propria a quella degl'imperatori d'Oriente, la quale oramai altro non era che un'ombra[178]. S'inventò allora il famoso Edictum Constantini, tante volte citato dai papi in sostegno delle lor pretensioni, tante volle impugnato dai loro avversarii. Costantino abbandonava Roma affinchè il papa potesse esercitarvi più liberamente l'alto suo ministero[179], e partendo, poneva in sua balìa tutto l'impero d'Occidente, e gliene trasmetteva l'insegne, e quella corona che, così si dirà più tardi, egli aveva dallo stesso pontefice ricevuta[180]. In Roma si mostrava il luogo dove l'imperatore e il papa s'erano baciati e separati[181]. Tutti conoscono i versi in cui Dante deplora la donazione ond'ebbe principio il pervertimento della Chiesa[182]; ma altri infiniti la deplorarono al par di lui: secondo una tradizione che credo tedesca, il giorno in cui Costantino cedette Roma al Pontefice si udì in cielo una voce a gridare: Oggi nella Chiesa è stato infuso il veleno[183].
Lasciata Roma, Costantino va a fondare Costantinopoli. Intorno a questa fondazione parecchie leggende si raccolsero, le quali non tutte s'accordano con la favola papale nel darne le ragioni. Nella Kaiserchronik si dice che Roma essendo afflitta dalla fame Costantino prese la risoluzione di partirsi con molti dei suoi e lasciare la città al papa[184]. Nel Chronicon Salernitanum si racconta[185] che Costantino, lasciando per divina ispirazione la città di Roma alla Chiesa, si mise in mare insieme con la moglie, coi figli, con tutti gli ottimati e con l'esercito, diretto a Bizanzio. Spinte da una burrasca, due navi approdarono in Ischiavonia, e ottenutane licenza dagli abitanti, i Romani fermarono loro stanza in Ragusa. Ma non potendo soffrire l'oppressione dei Ragusei, tornarono indi a non molto in Italia, e vennero a Melfi, onde poi furono detti Amalfitani. Parecchi scrittori ecclesiastici narrano che Costantino erasi da prima accinto a ricostruir Troja; ma una voce del cielo lo ammonì di non voler ciò fare, e allora egli si volse a Bizanzio[186], o, secondo taluni, prima a Calcedonia, poi a Bizanzio. Giraldo Cambrense dà come ragione del divieto divino l'infame vizio della sodomia di cui Troja anticamente sarebbe stata infetta[187]. Manasse racconta[188] che avendo Costantino cominciato a edificare la città di Calcedonia, sopraggiunsero alcuni grandi uccelli, i quali rapirono le pietre e le portarono a Bizanzio. In certe Vitae Cæsarum inedite, Gianmichele Nagonio dice[189] che Costantino tentò di edificare una città, prima nell'agro Sardico, poi nella Troade, da ultimo presso Calcedonia; ma quivi alcune aquile rapirono le funi con cui gli architetti stavano spartendo l'area e le portarono a Bizanzio.
Secondo altre tradizioni Costantino fu mosso a costruire, o per dir meglio, a ricostruire Bizanzio, da certa visione ch'egli ebbe, e che si trova narrata da parecchi. Ecco, in succinto, la narrazione che ne fa Sant'Aldelmo[190]. Una notte, Costantino, che già si trovava nell'antica Bizanzio, vide in sogno una vecchia decrepita, e che all'aspetto pareva quasi morta. Così comandandogli San Silvestro, Costantino la pregò di sorgere, e quella, alle sue parole, si mutò in una bellissima e fiorente fanciulla. Costantino compiacendosi in lei, la vestì della propria clamide, e le pose in capo la corona imperiale sfolgorante di gemme; e udì la madre Elena dirgli: Costei sarà tua, e non morrà sino che duri il mondo. Costantino, destatosi, non intendendo il sogno, comincia per la preoccupazione dell'animo, e per la troppa frugalità a macerarsi, finchè, trascorsa una settimana, preso da nuovo sopore, vede in sogno San Silvestro che così gli parla: «La vecchia decrepita è questa stessa città di Bizanzio, la quale è tutta ormai una ruina. Sali in su quel tuo cavallo su cui, battezzato, visitasti in Roma i santuarii degli Apostoli e dei martiri, prendi nella destra il tuo labaro, e fitta la punta di esso in terra, allenta il freno al cavallo, e lascia che vada dove l'angelo di Dio sarà per condurlo. Tu, lungo la traccia che lascerà in terra la cuspide del vessillo, farai costruire le nuove mura, e rinnovellerai la città, e la chiamerai col tuo nome, e di tutte l'altre città la farai regina». Costantino, svegliatosi, offre doni a Dio, si comunica, esegue punto per punto il comandamento di San Silvestro, e costruisce la città, che dal suo nome fu detta Costantinopoli. Lo stesso, salvo qualche leggiera diversità, narra Guglielmo di Malmesbury, citando Aldelmo[191]. Un'altra leggenda, più semplice, narrava che Costantino, mentre camminando, tracciava la pianta della nuova città, era preceduto da un angelo[192]. Più di un prodigio fece intendere che la nuova città era serbata ad alti destini: alcuni narravano che al porre della fondamenta era apparsa la Fenice. Nessuna città si costruì poi nel mondo che l'eguagliasse in magnificenza: Nicolò Casola così racconta di Costantino e di Costantinopoli nella sua Storia di Attila[193]: «Il se fist batisier e fu granz ensuit e nos vos avons conte et puis s'en ala en Grece. E portoit davant luy la saint croiz et toz cels qe a la sainte cristientez voloient venir et vindrent furent sauvee de cois (sic) e de voir e li autre furent danez e destruit. Il menoit avec lui si grant chevalerie e si gran people qe la ou il venoit nuls ne li ousoit contradire. Il fu sire e empereour en Grece. Il s'en aloit en (en) Bisançe, et illec s'arestoit, illec il fist une citez la plus belle et la greignor e la plus riche que de lors en avant fust faite ou secle. Il la apeloit de son nom Constantinople. Qe vos diroge? illec fist il son empire, e le tint de par l'apostoille de Rome e fu li pais apelle Romanie por ce qe li Romains i remestrent». Attingendo a non so quali fonti Bertran de Paris de Rouergue dice che Costantino consumò nella edificazione di Costantinopoli centovent'anni;
Cen vint an obret c'anc als no fet[194].
La leggenda narra inoltre qual modo tenesse Costantino per far rimanere a Costantinopoli i patrizii romani, vogliosi di tornarsene a Roma. Prima di condurli a combattere contro i Persiani, dice Michele Glica[195], egli si fece consegnare da loro le anella, e queste mandò a Roma, fingendo che i mariti ingiungessero alle proprie mogli di venirli a raggiungere. Vedute le anella dei mariti le donne obbedirono, e vennero a Costantinopoli, dove Costantino fece costruire palazzi in tutto simili a quelli di Roma, così che quegli furono contenti di rimanere. Codino narra questa medesima favola, e dice che grande fu la meraviglia dei maestri delle milizie e dei patrizii quando, tornati a Costantinopoli, vi trovarono le famiglie e le case loro[196]. Altre leggende narrano di un'altra astuzia volta al medesimo fine. Costantino aveva promesso ai patrizii di ricondurli a Roma. Instando essi perchè la promessa fosse loro osservata, egli fece venire da Roma grande quantità di terra, e sparsala per le piazze di Bizanzio (secondo altri sul suolo di un'isola), e convocati poscia i patrizii, si dichiarò sciolto dall'obbligo suo giacchè essi trovavansi sulla terra di Roma.
Nella Kaiserchronik questo fatto è legato con l'altro delle anella[197]: in un testo italiano esso è narrato come segue[198]: «....... e per ch'elli (Costantino) avea giurato ai suoi baroni e promesso di ritornare in terra di Roma, consappiendo che altrimenti nol voleno seguitare, fece torre le navi e caricare della terra di Roma, e fecela ispargere per le piazze, e propriamente per una, ed ivi fece suo parlamento, e disse come elli era sciolto del sacramento il quale egli avea lor fatto conciossia cosa ch'elli era in terra di Roma, e sapiate c'allora si votò Roma di molta buona gente[199]».
Nel citato sermone indebitamente attribuito a Beda[200] si narra, come già notammo, che quando Costantino ebbe costruita Bizanzio, i Saraceni mossero contro di lui per combatterlo, e che egli, rassicurato dall'apparizione della croce, venne con esso loro a battaglia, e ne uccise moltissimi. Giovanni Lydgate ricorda nella sua versione metrica del trattato del Boccaccio De casibus virorum et feminarum illustrium una statua equestre tutta di bronzo, che sorgeva in Costantinopoli, e rappresentava Costantino con una spada meravigliosa in mano in atto di minacciare i Turchi[201].
Se le leggende di Costantino esaminate sin qui hanno tutte, qual più qual meno, un appiglio nella storia, altre ve ne sono in tutto e per tutto immaginarie, le quali non hanno con lui nessuna necessaria attinenza, e non s'intende come e perchè siensi legate al suo nome. Queste riflettono più particolarmente la sua vita privata di marito e di padre, ad eccezione di una, che riferirò per la prima, nella quale egli comparisce ancora come uomo pubblico, e più propriamente come legislatore. Nel Fiore di virtù la nota leggenda di Licurgo, che fece giurare agli Spartani di osservar le sue leggi fino a che egli fosse tornato, è attribuita a Costantino, e narrata ne' seguenti termini: «Della virtù della constantia si legge nelle storie romane ch'el re Constantino aveva ordinate certe lege al populo le quali gli pareva troppo duro observare, et lo re pensava pure di fare che il populo l'observassi perchè erano legge forte et giuste, et disse al populo: Io voglio che giuriate d'osservare questo legge infino alla mia tornata: in questo mezo io voglio andare et parlare a nostri iddei, et pregargli che vi concedino licentia di mutarle secondo el vostro volere. Et udendo questo el populo si gli giurò d'observare. Et allora lo Re si partì et non tornò mai più acciocchè le leggi non si potessino ronpere, ma sempre si observassino. Et quando egli venne a morte comandò che il suo corpo fussi arso e facto in polvere et fussi gittato al vento accio che il populo non si credessi mai essere absoluto di quello sacramento che hauea facto se il corpo del re fussi stato riportato nella città. Et così fu facto come lui comandò».
Nel Roman du Comte de Poitiers[202] si racconta in assai strano modo come Costantino si ammogliò. Costantino è nipote di Nerone, trattenuto prigioniero dall'ammiraglio di Babilonia. Egli vuole andare a liberare lo zio; ma prima crede necessario di ammogliarsi, affinchè non manchi un erede all'impero. Spedisce trenta messaggieri i quali debbono percorrere tutte le terre soggette alla corona dusques en la mer Betée, e avvertire tutti i cavalieri, re, principi, conti e duchi, che vengano a Roma, senza fallo, entro la quindicina, recando ciascuno con sè la sorella o l'amica, purchè sia vergine. All'ordine di Costantino accorrono re e baroni con grandi cavalcate e sfoggiata magnificenza. Tanta gente capita a Roma,
Que les rues encortinées
Furent à grant anui passées.
La città è piena di festa e di sollazzo:
Li palais sambloit embrasés
De cierges c'on ot alumés
Cil haut borgois ont dras de soie.
Ains mais à Rome n'ot tel joie.
Le fanciulle venute alla gara sono in numero di trenta. Costantino, il quale giura per il suo droit signor St. Pierre, le fa entrar tutte
Dedens le fort lor principar
Que fist rois Juliiens César,
e ordina loro di spogliarsi ignude a fine di poter fare la sua scelta
Par jugement et por otroi.
Alla prima che ricusi taglierà il capo. Le fanciulle, vergognose e spaurite, obbediscono tremando, ed egli le bacia in bocca una per una. Loretta, che
Dame ert de Boulogne la crasse,
tra tutte la più bella e cortese, prima d'ogni altra domanda di potersi rivestire, ed è prescelta da Costantino, il quale ammira non meno la modestia che la bellezza di lei, ma dice, in pari tempo, che tutte l'altre terrebbe assai volentieri, se fosse lecito il farlo. Si passano in feste quindici giorni, e i baroni fanno ritorno alle case loro. Ma giunge allora Sansone il Forte, insieme con sua sorella e cento cavalieri. Costantino trova costei più bella assai di Loretta, e, tutti andando d'accordo, la sposa, e Loretta sposa Sansone. I due matrimonii si celebrano nella chiesa di San Pietro, e seguono altre feste, finite le quali, Costantino parte da Roma con un poderoso esercito, prende Babilonia, libera Nerone, occupa Gerusalemme, e conquista tutto il paese sino all'Albero Secco. Costantinopoli gli apre le porte: Parise, figliuola del morto imperatore dei Greci, s'innamora di Guido, siniscalco di Costantino, e lo sposa. Guido diventa imperatore di Costantinopoli, e Costantino se ne ritorna a Roma[203].
Ed ecco qui comparire una curiosa leggenda, la quale senza essere in nessun modo connessa con la favola precedente, narra delle sciagure domestiche di Costantino: Costantino fu ingannato dalla moglie, ma prese dell'inganno aspra ed esemplare vendetta. Può darsi che tale leggenda sia stata in una certa misura provocata dalla storia. È noto che Costantino fece morire il proprio figliuolo Crispo ad istigazione dell'imperatrice Fausta, che l'accusò di averla voluta sedurre; scoperta più tardi la falsità dell'accusa, egli fece morir lei soffocata in un bagno: ma alcuni padri raccolsero una tradizione, secondo la quale Fausta, convinta di adulterio, sarebbe stata esposta in un monte alle fiere. Tuttavia è ben più probabile che la leggenda sia stata immaginata, o almeno appropriata a Costantino, in forza di quella tendenza a denigrare il sesso più debole che è così largamente espressa in tutte le letterature del medio evo, e per cui si fecero apparire come ingannati, traditi, scornati da donne, uomini insigni, quali, per non citare altri esempii, Aristotile e Virgilio. Nella leggenda nostra l'imperatrice, di cui non è detto il nome, tradisce il marito con un vile e mostruoso gobbo; scoperta la tresca, Costantino li fa entrambi morire. Di questa favola occorre frequente il ricordo nei poeti del medio evo. Bertran de Paris dice nel già citato ensenhamen che, per dispetto di quello inganno, Costantino lasciò Roma e se ne andò a Bizanzio. Egli rimprovera al giullare Guordo d'ignorare quella storia:
De Costanti l'emperador m'albir
Que no sabetz com el palaitz major
Per sa molher pres tan gran deshonor,
Si que Roma 'n volc laissar e gurpir;
E per so fon Constantinobles mes
En gran rictat, car li plac que bastis,
Que cen vint ans obret c'anc als no fe;
E jes d'aisso non cug sapiat re.
Guiraut de Cabreira fa al giullare Cabra lo stesso rimprovero:
De Costanti
Non sabs c'on di.
Nell'Auberi le Bourguignon si legge:
Par femme sont maint homo abatu:
Rois Constantine, qui tant estoit cremus,
En fu hounis, ce aues vous seu,
Par Segucon, qui moult ot court le bu;
Ce fu uns nains petis et moscreus;
.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].
La leggenda è inoltre ricordata nel Tristan[205], nel Le Blasme des Fames[206], nella Bible Gulot[207]. Enenkel la racconta nel suo Weltbuch con alcune particolarità che non si veggono altrove accennate, e che probabilmente, son frutto della sua fantasia[208]. Costantino commette ad un suo cancelliere di far coniare monete con l'effigie imperiale ad esempio di Augusto. Il cancelliere aveva un fratello sbilenco, ma molto ardito, il quale abitava in un sottoscala. Costui riesce ad ottenere i favori dell'imperatrice, e la loro tresca dura finchè viene all'orecchio di Costantino. Questi li coglie sul fatto; trafigge con la spada la donna e calpesta lo sbilenco sotto i piedi del suo cavallo. Il cancelliere, udita la morte del fratello, fa coniar monete rappresentanti un uomo in atto di trafiggere una donna, e ciò a fine di perpetuare l'infamia di Costantino, poi si parte dal regno[209].
Enenkel dice che in Roma si vedeva un gruppo di pietra il quale rappresentava Costantino a cavallo in atto di calpestare lo sbilenco[210]: questo mi dà naturalmente occasione a parlare del Caballus Constantini di cui feci già altrove ricordo.
Col nome di Caballus Constantini, ma non con questo nome soltanto, si designava nel medio evo la statua equestre di Marc'Aurelio, che si vede ora dinnanzi al palazzo del Senatore in Campidoglio, ma che per più secoli sorse nella piazza di San Giovanni in Laterano[211]. La prossimità della chiesa costruita da Costantino fu causa, senz'alcun dubbio, che alla statua si desse quel nome, e in grazia del nome essa, sola di tutte le statue equestri di Roma, giunse intera, o quasi, insino a noi[212]. Il nome di Equus o Caballus Constantini era ancora in uso ai tempi di Paolo II, come risulta da certi mandati di pagamento per restauri fatti alla statua negli anni 1466 e 1467[213]. Ai tempi di Andrea Fulvio si dubitava se la statua fosse di Marc'Aurelio, o di Lucio Vero[214], ma gli è probabile che il popolo continuasse a chiamarla di Costantino. Enenkel non è il solo a dire che la statua fosse di pietra; Giovanni d'Outremeuse afferma il medesimo, e dice che essa era stata portata da Costantinopoli a Roma[215]. Bartolomeo della Pugliola sa che la statua è di metallo, ma incorre in un ben più grave errore, se, come non pare che possa dubitarsi, nel seguente passo della sua Cronica intende parlare della statua di Marc'Aurelio[216]. «Clemente III di Roma fu fatto Papa, il quale fece il Chiostro del Monastero di San Lorenzo fuori delle mura di Roma, e fece un palazzo molto alto in Laterano, e molto ornato. Ancora fece un cavallo grandissimo di rame». Clemente III tenne la sedia pontificale dal 1187 al 1191.
Il presunto Cavallo di Costantino comparisce più di una volta nelle storie della città. Giovanni XIII (965-972) vi fece appendere un prefetto pei capelli. Nelle feste che si celebrarono in Roma l'agosto del 1347, quando furono conferite a Cola di Rienzo le insegne tribunizie, il Cavallo di Costantino ebbe la parte sua: «Ibi fuit equus Domini Constantini Imperatoris de metallo coopertus de varo, ita artificialiter ordinatus, quod ex naribus egrediebatur vinum et aqua continuo, et nemo videbat quomodo poneretur»[217]. Ciò che qui si dice della statua coperta di vajo in occasione di pubbliche feste, rende intelligibile un luogo del Roman de Rou, dove Wace racconta che Roberto I, duca di Normandia, vide a Roma la statua di Costantino e le fece dono di un manto[218]:
Costentin vit, ki ert a Rome,
De quiure fait, en guise de home,
Cheual a de quiure ensement,
Ne muet pur pluie ne pur vent.
Pur la hautece et pur le honur
De Costentin l'empereur,
En ki num l'image est leuce
E par ki num est apelee,
La fist d'un mantel afubler,
Del plus riche qu'il pot trouer.
Ma già i Mirabilia e la Graphia negano che la statua sia di Costantino: «Lateranis est quidam caballus aereus qui dicitur Constantini, sed non est ita, quia quicumque voluerit veritatem cognoscere hoc perlegat». E soggiungono la seguente singolarissima istoria. Al tempo dei consoli e dei senatori, un potentissimo re dell'Oriente, venne in Italia, e assediata Roma dalla parte del Laterano, afflisse i Romani con asprissima guerra. Allora un cavaliere di molta prudenza e valentia propose ai consoli e ai senatori di liberare la città, a patto che, condotta l'impresa a buon fine, gli si dessero in premio 30000 sesterzii, e gli si ergesse una statua. Accettata da quelli l'offerta, egli raccomandò loro di armarsi, e di tenersi, verso la mezzanotte, pronti ad ogni suo cenno. Per più notti consecutive aveva egli veduto quel re venire per suoi bisogni corporali appiè di un albero, ed ogni volta una civetta che su quello si stava, s'era messa a cantare. Uscito di città all'ora opportuna, sopra un cavallo senza sella, trovò il re, e rapitolo a forza, non curando i seguaci di lui ch'erano poco discosto, si volse verso la città: i Romani, da lui chiamati, uscirono alla lor volta, ed ebbero allora sui nemici facile vittoria. Al cavaliere fu mantenuta la promessa; gli si fece la statua, e sul capo del cavallo si pose la immagine della civetta, e sotto le zampe quella del re, ch'era di piccola persona. Il nome del cavaliere non è indicato. Ranulfo Higden descrive la statua allo stesso modo[219]. La supposta immagine della civetta posta sul capo del cavallo altro non è che il ciuffo dei crini annodati in fra gli orecchi. La figura del re nano, che più non si vede al luogo suo, rappresentava certamente un qualche popolo soggiogato. Questa figura, di cui più non s'intendeva nel medio evo il vero significato, fu senza dubbio cagione che s'immaginasse la storia narrata da Enenkel, accennata dagli altri.
Il capitolo XIV del Libro delle Storie di Fioravante[220] contiene un racconto che concilierebbe il nome di Costantino con la narrazione dei Mirabilia. Costantino è assediato in Roma da Dinasor, figlio del re di Sassonia. In una battaglia i Romani hanno la peggio, e Costantino stesso è scavalcato. Alcuni fuggiaschi s'imbattono in un pastore, che, saputo della rotta, li forza a seguirlo sul campo. Trovato quivi il cavallo di Costantino, gli monta sopra, va incontro a Dinasor, lo tragge a forza di sella, e prigioniero lo conduce in Roma; poi torna addietro e con un bastone sconfigge e volge in fuga tutti i Saracini. Se ne va allora alle sue faccende, ma non trova più nè i buoi, nè le vacche, i quali aveva lasciato per andare a combattere. Torna a Roma, ed è con gran festa accolto da Costantino, il quale da indi in poi lo tiene molto onorevolmente con sè. «E sì fecie venire i migliori orafi di tutta cristianità, e fecie fare un cavallo di metallo, e fecievi far su il villano col bastone in mano e co' calzari legati in piè, e ogni cosa fecie fare di metallo, e il cavallo fecie fare senza sella. Ecchì va a Roma sillo potè vedere, e vedrà sempre che 'l mondo si basterà»[221]. Non è improbabile che questo racconto sia stato messo insieme per far concordare fra loro le varie tradizioni; ad ogni modo, tanto in esso, quanto in quello dei Mirabilia, e nell'altro di Enenkel, abbiamo nuovi esempii di leggende nate da falsa interpretazione di monumenti.
Ranulfo Higden dice che la statua era detta di Teodorico dai pellegrini, di Costantino dal volgo, di Marco o di Quinto Curzio dai chierici[222]. Forse la ragione di quella prima denominazione non è da cercare molto lontano. È noto che Carlo Magno fece togliere da Ravenna, per portarla in Aquisgrana, una statua equestre metallica di Teodorico. Tale statua rimase, qual che ne fosse il motivo, in Pavia, dove fu lungamente tenuta in gran pregio e chiamata con lo strano nome di Regisol. Essa molto rassomigliava a quella di Marc'Aurelio[223]. Qualche pellegrino, che veniva da Pavia, cominciò forse a chiamare, per ragione della rassomiglianza, Cavallo di Teodorico quello che più comunemente in Roma si chiamava Cavallo di Costantino. Ranulfo narra di Quinto Curzio la nota storia di Marco, e anche con essa pone in relazione il Cavallo[224]; mentre, come abbiam veduto, attribuisce a Marco la storia narrata nei Mirabilia.
Il nome di Costantino si trova impegnato in parecchi altri racconti favolosi e romanzeschi, nel Koenig Ruother, nella storia di Seghelijn van Jerusalem, nei Reali di Francia, nella Storia di Fioravante. Nel Koenig Ruother, poema composto verso la fine del XII secolo, si narra come Rotari (Ruother), re di Bari e di Roma, al quale obbedivano settantadue re, riuscì ad avere in isposa la figlia di Costantino, che puniva di morte chiunque glie la chiedesse. Da quelle nozze nacque Pipino, padre di Carlo Magno[225]. Questo racconto ha strettissima relazione con quello della Vilkinasaga, dove, per altro, l'azione è sostenuta da altri personaggi, a cui solamente più tardi debbono essere stati sostituiti quelli del poema tedesco. Nel poema neerlandese di Seghelijn van Jerusalem, questo eroe sposa Florette, figliuola di Costantino, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide inconsapevole il padre e la madre, si fa eremita, e dopo quindici anni di penitenza in un deserto è eletto pontefice sotto il nome di Benedetto I[226]. Questa storia deriva senza dubbio da fonte francese. Era naturale che si volessero far risalire certe genealogie sino a Costantino, per certi rispetti, il più illustre fra gl'imperatori. Nei Reali di Francia, nel Libro di Fioravante, nella Flocents Saga si narra come Fiovo (Flovent), figlio, o nipote di Costantino, fuggito da Roma per avervi ucciso un uomo di grande affare, conquistò la Francia, fece battezzare tutto il popolo, e fu stipite dei Carolingi e di altri lignaggi illustri[227].
Sulla morte di Costantino ben poche notizie raccolse la leggenda. Giovanni d'Outremeuse lo fa morir di veleno[228]; secondo la cronaca di Giovanni di Londra (cod. dell'Herald's College) il suo corpo fu trovato a Cair Segeint da Eduardo I nel 1383, lo che riporta ad un'altra leggenda già indicata di sopra e riguardante, o Costanzo padre, o Costanzo figlio di Costantino.
Trasportando a Costantinopoli la sede dell'impero Costantino aperse per Roma l'era della decadenza, e i posteri, di ciò consapevoli, più di una volta ne lo biasimarono. Già in alcuni versi antichissimi riportati in un precedente capitolo[229] si deplora il trasferimento degli antichi onori di Roma ai Greci. Quando risorse in Occidente l'impero, Costantinopoli dovette essere considerata come un'usurpatrice, e l'operato di Costantino dovette parere a molti illegittimo e dissennato. Gotofredo da Viterbo, nella seconda metà del XII secolo, esce contra di lui in questa invettiva[230]:
Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,
Cui dedit imperii solium per secula summum,
Qui quasi morte ream post viduavit eam.
Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,
Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,
Constituens Romam rebus et arte novam.
Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,
Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,
Romula destituens, Grecula regna colens.
Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;
Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;
Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.
Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;
Roma suis studiis fertur caruisse decore,
Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.
Costantino aveva data a Roma la fede, ma le aveva scemata la sovranità: il danno quasi compensava il beneficio.