VIII.

E poich'ell'ebbe detto,

Davante al suo cospetto

Mi parve ch'i' vedesse,

Che gente s'accogliesse

Di tutte le nature:

Sì come le figure

Son tutte divisate

E diversificate.

Per domandar ad essa

A ciascun sia permessa

Sua domanda compiere.

Ella che n'ha 'l potere

Ad ogne una rendea

Ciò ched ella sapea,

Che suo stato rechiede.

Così 'n tutto provede,

Ed io sol per mirare

Lo suo nobile affare,

Quasi tutto smarrio.

Ma tant'era 'l disio,

Ch'i' avea di sapere

Tutte le cose vere

Di ciò ch'ella dicea;

Ch'ogne ora mi parea

Maggior che tutto 'l giorno:

Sì ch'io non volsi torno,

Anzi m'inginocchiava;

E mercè le chiamava,

Per Dio che le piacesse

Ched'ella mi compiesse

Tutta la grande storia,

Dond'ella fa memoria.

E va, diss'essa, via

Amico: ben vorria,

Che ciò che vuoli 'ntendere

Tu lo potessi apprendere

E lo sottile 'ngegno,

E tanto buon ritegno

Avessi, che certanza

D'ogne una sottiglianza

Ch'i' volesse ritrare

Tu potessi apparare;

E ritenere a mente

A tutto 'l tuo vivente.

E cominciò di prima

Al sommo ed alla cima

Delle cose create

Di ragione 'nformate;

D'angelica sustanza

Che Dio a sua sembianza

Criò alla primiera.

Di sì ritta maniera

Li fece 'n tutte guise,

Che non li furo affise

Tutte le buone cose

Valenti e preziose;

E tutte le virtute,

Ed eterna salute,

E diede lor bellezza

Di membra e di clarezza:

Sì ch'ogni cosa avanza

Beltade e beninanza.

E fece lor vantaggio

Tal com'i' ti diraggio,

Che non posson morire

Nè unque mai finire.

E quando Lucifero

Si vide così crero,

Ed in sì grande stato

Gradito ed onorato;

Di ciò s'insuperbio:

E contr'al vero Dio,

Quelli che l'avea fatto,

Pensato di mal tratto;

Credendosi esser pare.

Così volle locare

Sua sedia in aquilone:

Ma la sua pensagione

Li venne sì falluta,

Che fue tutta abbattuta

Sua folle sconcordanza

In sì gran malenanza.

Che s'i' voglio ver dire,

Chi lo volse seguire

O tenersi con esso,

Del regno fuor fu messo;

E piovvero 'n inferno

In fuoco sempiterno.

Appresso primamente

In loco di serpente

Ingannò con lo ramo

Ed Eva e poi Adamo.

E chi che nieghi o dica

Tutta la gran fatica,

La doglia e 'l marrimento,

Lo danno e 'l pensamento,

E l'angoscia e le pene,

Che la gente sostene?

Lo giorno 'l mese e l'anno

Venne di quello 'nganno.

E 'l laido 'ngenerare,

E lo grave portare;

E lo parto doglioso,

E 'l nudrir faticoso

Che voi ci sofferete,

Tutto perciò l'avete.

E 'l lavorio di terra,

Invidia e astio e guerra;

Omicidio e peccato

Di ciò fu generato.

Che 'nnanti questo, tutto

Facea la terra frutto

Senza nulla semente,

O briga d'uom vivente.

Ma sta sottilitate

Tocca a Divinitate:

Ed i' non mi trametto

Di punto così stretto;

E non aggio talento

A sì gran fondamento

Trattar con uomo nato.

Ma quello che m'è dato

I' lo faccio sovente:

Che se tu poni mente,

Ben vedi li animali

Ch'i' non li faccio iguali

Nè d'una concordanza

In vista nè 'n sembianza.

E d'erbe e fiori e frutti,

Così l'alberi tutti,

Vedi che son divisi

Le nature e li visi.

A ciò ch'i' t'ho contato

Che l'uomo fu plasmato,

Poi ogne creatura;

Se ci ponesti cura,

Vedrai palesemente

Che Dio onnipotente

Volle tutto labore

Finir nello migliore:

Ch'a chi ben incomenza

Audivi per sentenza,

Che ha ben mezzo fatto.

Ma guardi poi lo tratto:

Che di reo compimento

Avem dibassamento

Di tutto 'l convenente.

Ma chi oratamente

Fina suo cominciato,

Dalla gente è lodato:

Sì come dice un motto

La fine loda tutto.

E tutto ciò che face,

O pensa o parla o tace,

In tutte guise 'ntende

Alla fine ch'attende.

Donqua è più graziosa

La fine d'ogne cosa,

Che tutto l'altro fatto.

Però ad ogne patto

Dee uomo antivedere

Ciò che porrà seguire

Di quello che comenza,

Che ha bell'apparenza.

Che l'uom, se Dio mi vaglia,

Creato fu san faglia

La più nobile cosa

E degna e preziosa

Di tutte creature:

Così quel ch'è 'n alture,

Li diede signoria

D'ogne cosa che fia,

In terra figurata,

Ver è ch'è viziata

Dello primo peccato,

Donde 'l mondo è turbato.

Vedi ch'ogni animale

Per forza naturale

La testa e 'l viso bassa

Verso la terra bassa,

Per far significanza

Della grande bassanza

Di lor condizione,

Che son senza ragione;

E seguon lor volere

Senza misura avere.

Ma l'uomo ad altra guisa

Sua natura divisa

Per vantaggio d'onore;

Che 'n alto a tutte l'ore

Mira per dimostrare

Lo suo nobile affare:

Ch'egli ha per conoscenza

E ragione e scienza.

Dell'anima dell'uomo

Io ti diraggio como

È tanto degna e cara,

E nobile e preclara,

Che puote a compimento

Aver conoscimento

Di ciò ch'è ordinato;

Sol se non fu servato

Vo divina potenza.

Però senza fallenza

Fu l'anima locata,

E messa consolata

Nello più degno loco,

Ancor che paia poco;

Ed è chiamato core.

Ma 'l capo n'è signore,

Che molt'è degno membro:

E s'io ben vi rimembro,

Ess'è lume e corona

Di tutta la persona.

Ben è vero che 'l nome

È divisato; come

La forza e la scienza,

Che l'anima 'mpotenza,

Si divide e si parte;

Ed aura in plusor parte.

Che se tu poni cura,

Quando la creatura

Vedem vivificata;

È l'anima chiamata.

Ma la voglia e l'ardire,

Usa la gente dire:

Quest'è l'animo mio;

Questo voglio e desio.

E l'uom savio e saccente

Dicon ch'ha buona mente.

E chi sa giudicare,

E per certo ritrare

Lo falso e lo deritto;

Ragion è 'n nome ditto.

E chi saputamente

Un grave punto sente

In fatto e 'n ditto e 'n cenno;

Quell'è chiamato senno.

E quando l'uomo spira,

La lena manda e tira;

È spirito chiamato.

Così t'aggio contato,

Che 'n queste sei partute

Si parte la virtute;

Che l'anima fu data,

E così nominata.

Nel capo son tre celle:

Ed io dirò di quelle.

Davanti è lo ricetto

Di tutto lo 'ntelletto;

E la forza d'apprendere

quello che puote 'ntendere.

In mezzo è la ragione,

E la discrezione,

Che scerne bene e male;

E lo terno è l'iguale.

Di retro sta con gloria

La valente memoria,

Che ricorda e ritene

Quello che 'n essa vene.

Così se tu ripensi

Son fatti cinque i sensi,

Li qua' ti voglio dire:

Lo vedere, e l'udire;

L'odorare, e 'l gustare;

E appresso lo toccare.

Questi hanno per offizio,

Che l'olfato e lo vizio,

Li fatti e le favelle

Riportano alle celle,

Ch'i' v'aggio nominate:

E loco son posate.