XVII.

Non so se la conversione de' Visigoti fosse stata sì generale nella Gallia Gotica, sì come fu in Ispagna. Parlo della Gallia Gotica non conquistata da' Franchi, ove mi sembra, fosse rimasto un gran lievito Ariano, pel quale si continuò a desiderare di mettere sempre differenze fra l'Architettura Sacra degli Eretici e quella de' Cattolici. Nella Gallia Gotica venuta in potestà dei Franchi, assai poco frequenti, anche per resistere a' nuovi dominatori, furono le conversioni de' Visigoti alla fede Romana, ed a pochi tra essi piacque d'imitar l'esempio Tolosano del Duca Launebode, rizzando Chiese alla guisa Cattolica. Le sette degli Albigesi e de' Valdesi, delle quali ne' secoli seguenti si vide travagliata Tolosa col resto della Gallia Gotica de' Franchi, dimostrano, essere state ivi più che in ogni altra Provincia disposto di lunga mano il terreno a farle allignare. Sì fatta preparazione produsse non piccoli effetti sulla continuità dell'Architettura Gotica degli Ariani, e sull'esplicamento successivo così della letteratura come della lingua de' Provenzali.

Ampio e ricco argomento, ma non è il mio in questo luogo: riparlo perciò del Re Sisebuto e dell'elevazione Visigotica, sì, ma non più Ariana della sua Chiesa di Santa Leocadia. Così fatta elevazione, che sembrava la sola degna ne' Sacri Templi ai Visigoti ed acconcia meglio ad innalzar gli animi verso Dio, dominava già in tutto il resto della natura di quel popolo fin dal tempo, in cui credettero all'immortalità dell'anima pei discorsi di Zamolxi; poscia s'accrebbe per le vittorie di Dromichete, di Berebisto e di Decebalo. Il nazionale orgoglio pigliò forme novelle dopo la conquista di Traiano, per effetto delle stesse sciagure dei Geti o Goti, e nuovo stimolo dettero alle lor cittadine superbie le vittorie de' Re Ostrogota ed Ermanarico, non che la presa di Roma nel 409. La grandezza dell'animo si congiungea ne' Visigoti con una salda ed adamantina tenacità del proposito, la quale apparisce in tutta la Storia di Spagna fino a' dì nostri; e con un alto, anzi superlativo, sentire di sè medesimi. Ne abbiamo una pruova in una Lettera di Sisebuto, ch'egli per mezzo del suo Legato Totìla mandò a Teodolinda, Regina de' Longobardi, verso l'anno 616, allorchè gli fu riferito di predicarsi fervorosamente in Italia l'Arianesimo dagli Ostrogoti, ritornativi col Re Alboino. Quale sventura, scrivea Sisebuto, che popoli del nostro Gotico sangue siano macchiati dell'Ariano contagio? »affinitatem sanguinis nostri Ariana contagione nunc pollui, et virulenta profusione canceris FRATERNA COGNATIONE DISJUNGI?». Qual razza, soggiungeva, è più bella, più inclita, più naturalmente valorosa e prudente di quella de' Goti? Quale ha più eleganti costumi? Chi non ha in pregio i modi loro di vivere, la perspicua dignità e la gloria del loro nome? »GENUS INCLITUM ET INCLITA FORMA, INGENUA VIRTUS, ET NATURALIS PRUDENTIA ELEGANTIA MORUM, VITAE BONA CENSURA, PRESPICUA DIGNITAS, ET GLORIA DIGNITATIS EXIMIA[61]. La bellezza e le grazie di Brunechilde, Regina, delle quali concepirono sì gran maraviglia i Romani, ci fan sicurtà, che Sisebuto non esagerava col suo favellare l'eleganza de' costumi Visigotici: ma già Brunechilde, quando egli scrivea, era morta da circa tre anni. »Puella elegans, venusta aspectu, honesta moribus atque decora, prudens consilio et blanda colloquio». In tale aspetto ella era venuta dalla Gozia, scrive Gregorio Turonese, al talamo del Re Sigeberto.

Un'antica tradizione ripeteva d'età in età, che Sisebuto avesse rafforzato la città d'Ebora con grandi propugnacoli[62]. Verso la fine del sesto decimo secolo sorgeano ancora in essa due saldissime Torri, che dallo Storico Mariana s'attribuiscono a quel Re. Santo Eulogio di Cordova ricorda la Chiesa di Santo Eufrasio, fatta costruire da Sisebuto in Iliturgi, oggi Martos, sul Guadalquivir[63]. Bastavano tali esempi ad inanimire i Pilofori Visigotici Vescovi e Laici, ed a ricordar loro la patria consuetudine del Danubio così nell'Architettura sacra come nella civile e nella militare. Nè la memoria di Brunechilde Regina, e del suo edificare s'era perduta, quando il Re Sisebuto mancò nel 621. L'anno che seguì alla sua morte, fu il Primo dell'Egira di Maometto e però il primo, da cui si numerassero i pubblici fatti e le conquiste del fortunato legislatore di quegli Arabi, che viveano sotto le tende: indi essi nel corso delle loro vittorie, dopo aver perduto Maometto, edificarono in vari Regni un gran numero di Templi e di Moschee, chiamato in aiuto la scienza de' popoli vinti; dalle quali costruzioni nacque ne' secoli seguenti l'Architettura della Moresca. Di questa forse, ma nol prometto, farò un particolare Discorso: qui mi contento dell'osservazione, che gli Arabi di Maometto non insegnarono alcuna forma speciale d'architettare al Re Sisebuto ed al popolo, discendente dagli Immortali di Zamolxi.