CAPITOLO XXI. Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.
Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.
Lucio Silla, (n. 137) dell'illustre gente Cornelia ma di mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i cavalieri meglio stanti, e al gusto de' piaceri aggiunse l'amor della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi. Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza più voler intendere d'affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine, a saltatrici. Per rimovere l'invidia, le imprese ben succedutegli attribuiva alla fortuna; nelle proprie Memorie mostrava essergli riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in sogno sentisse comandarsi dagli Dei.
Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla, parendo attribuire a questo il merito d'aver compita essa guerra. Da ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.
Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i proprj palazzi e la città. L'uno e l'altro valorosi in guerra e cupidi d'onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti; e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de' sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che, quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di Roma, e aborriva colui che l'eclissava.
Allorchè l'oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già l'avea depredata col desiderio, risolse vendicare l'affronto ricevuto; e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all'esercito suo, il quale rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida: — Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla volse l'esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.
Il popolo, sorpreso dall'inaudita temerità, si difende con tegoli e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città, fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in vendetta degli amici uccisigli, de' beni predatigli; e radunati i comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata, propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.
Il popolo esprimeva il suo dispetto coll'eleggere magistrati avversi a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a Silla, possa vedermi cacciato di città com'io ne caccio questa pietra».
Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale in casale per quell'Italia ch'egli avea voluto far tutta cittadina; ad Ortea s'imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie, e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l'ormavano. Colà tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl'Italiani però, memori dell'interesse di lui per la causa de' Socj, non soffrirono che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì esclamando, — M'è impossibile trafiggerlo».
I Minturnesi pertanto dissero: — Vada ove vuole a compiere il destino suo; così gli Dei non ci puniscano di cacciar via Mario ignudo e bisognoso». E l'esposero sulla riva, dove trovò un vascello che il tradusse in Africa, nella quale suo figlio Cajo Mario, campato da pericoli non meno pressanti, erasi condotto a cercare ajuti al numida Jemsale. Proteggevano il fuggitivo da una parte la gloria del suo nome, dall'altra il sapere che la fazione sua, sopita non spenta, poteva da un giorno all'altro rivendicarsi. I magistrati romani non osarono sturbarlo allorchè il videro sedere fra le ruine di Cartagine: grande sventurato sulle ruine d'una grande città sventurata[35].
Il giovane Mario intanto, con aspetto di cortesia tenuto prigione nella Corte del re numida, da una donna fu ajutato a fuggire e raggiungere il padre, col quale veleggiò verso l'Italia. Qui aveva sostenuto la loro parte Cornelio Cinna, audace fin all'imprudenza e insieme timido, che non faceasi coscienza d'un delitto, poi sbigottiva nel coglierne i frutti, e che, malgrado il giuramento prestato, fece dal tribuno Virginio citar Silla per render conto del suo operato.
Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll'esercito in Asia, la fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le leggi?»
Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d'Italiani: diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna, il quale presentatosi all'esercito supplichevolmente e in aspetto di martire della violenza, e corifeo della causa de' Socj, ebbe dall'Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto dagl'Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato, insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e difilasi su Roma pur ricusando ogni titolo e distinzione, e camminando dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.
Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l'uno ferì l'altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello, onde abbracciandolo, e raccogliendone l'estremo anelito, esclamò: — I partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.
I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa: Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl'insorti in riva all'Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell'epidemia allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più larghe condizioni, talchè s'avventarono di nuovo nell'armi, e Metello dovè tornare senza esercito.
Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non volle entrare prima d'essere riconosciuto novamente console. Mario s'arrestò alla porta, dicendo: — Non s'addice a me misero proscritto il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo richiamo, ch'egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.
Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de' ragunaticci Italioti contro di Roma. Ottavio console e i senatori di miglior fama furono trucidati: Catulo, reo d'aver avuto merito principale alla vittoria sui Cimri, coll'avvelenarsi tolse all'invidioso Mario la voluttà d'ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale, si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende imprecazioni, morì. L'oratore Marc'Antonio, meraviglia del suo tempo, riparò alla villa d'un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite, mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest'imprudente non tacque all'ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l'ostiere il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti dall'eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi doveva sospendersi quella d'un altro sommo oratore. Sovra i padroni gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere. I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a pezzi.
Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de' soldi promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta com'eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e l'invidia contro Silla, cui s'apparecchiava a combattere quando breve malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto. Sostenuto dai cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj, dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine ad Ancona lo trucidò. (84)
In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all'esterno la minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla. Questi, sapendo gl'Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi per l'Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come tant'altri ambiziosi, s'appoggia affatto sugli armati; gli abitua a considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col movere l'esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.
Tra i paesi dell'Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo d'Alessandro Magno e de' successori suoi, s'avvicendavano guerre e intrighi, e or prevaleva un regno or l'altro, e infine quello del Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia; la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo dominavano, e che di là stendeano la signoria sull'Eusino, stettero ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare la vastità de' suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni, alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò il corpo e l'anima all'operosità; sposò la sorella Laodice, che poi condannò a morte come traditrice; e girando l'Asia, studiando costumi, leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi liberatore contro la tirannide de' Romani, e deliberato di riuscire senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano scannando il nipote competitore.
Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl'incrementi del vicino, mandò a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d'ambasciatore, per conoscere e sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare la Frigia, la Misia, l'Asia propria, e tutti i paesi che aveano o sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell'oro, a raffaccio della sua ingordigia.
Da questo vizio era fatta esecrabile la dominazione dei Romani. Nella stessa metropoli tutto vendevasi, e il traffico de' voti si compiva così sfacciatamente, che non eccitava vergogna ma celie. Silla pretore, insultato da Strabone Cesare, gl'intima, — Userò contro te i poteri della mia carica»; e quegli, — Ben dicesti mia, poichè l'hai compra». Un giovane, entrando alle magistrature per via dell'edilità, doveva in questa spendere e spandere onde meritarsi i successivi favori del popolo; quindi contrarre debiti e almanaccar le guise di spegnerli o d'accreditarsi a nuovi. Divenuto pretore urbano, trattando soltanto cause minute, sotto gli occhi del senato, dei censori, dei tribuni, non può rubare che a spizzico: ma sa che poi gli sarà dal senato conferita una provincia; su quella fa anticipato assegnamento a tutti i creditori; e arrivatovi, ruba, dilapida, tien mano cogli esattori, cogli usuraj; porta via robe, quadri, statue; e tornando, può mettere splendido palazzo, una galleria che lo faccia acclamar protettore delle arti, sedere sull'avorio del senato, dominare sopra mille schiavi, ascendere al consolato.
Altra belva insaziabile erano gli esattori, cavalieri i più, che, prese ad appalto le entrate d'un paese, non aveano freno nello smungerlo, accumulando tesori per sè, esecrazione pel loro popolo. Marco Tullio Cicerone, onest'uomo e gran persecutore dei depredatori, nel suo governo di Cilicia pose da banda due milioni e ducentomila sesterzj (quasi mezzo milione), e si vanta che fu legalmente[37]; ed al fratello Quinto, governatore in Asia, scrive: — Sei lodato di diligenza per avere impedito alle città di contrarre nuovi debiti, sollevate molte dagli antichi, sciolta l'Asia dal peso dei donativi agli edili. Un nostro nobile si lagna che tu gli abbia sottratto ducentomila lire coll'impedire si facciano sovvenzioni pei giuochi. I pubblicani porranno forte ostacolo alle tue rette intenzioni: e fa mente che resistendo ad essi, alieneremmo dalla repubblica e da noi un corpo cui tante obbligazioni ci legano; lentandone le briglie, accondiscenderemmo alla ruina di coloro, di cui dobbiamo assicurar la salute e gl'interessi. Quanto soffrano gli alleati nostri dai pubblicani, io l'argomento dai molti ottimi nostri concittadini, che trattandosi di abolire i pedaggi d'Italia, si lamentarono non tanto di questi, quanto de' soprusi degli stradieri. Che sarà di alleati posti all'estremità dell'impero? Qui si opina che, per soddisfare ai pubblicani, massime in un appalto di sì grasso loro vantaggio, e al tempo stesso impedire la rovina degli alleati, si richieda nulla meno che una virtù divina»[38].
Erano aperti i richiami, ma che ripromettersene se i giudizj stavano in mano de' rei medesimi? Sempronio Asello pretore, che volle reprimere le usure, fu trucidato sulla pubblica piazza, e nessuno ne fe ricerca. Quando si propose di rimandare Marcello in Sicilia, i Siciliani esclamarono: — Piuttosto ci sepellisca l'Etna», ed esposero le lunghe concussioni di esso: ma che? ben presto si trovarono ridotti a placarlo col buttarsegli ai piedi in pien senato, supplicandolo a riceverli tutti come clienti; e a Siracusa istituirono annue feste in onore di esso. (92) Muzio Scevola, pretore in Asia, citò i pubblicani a render severa ragione delle crudeltà e delle concussioni, alcuni incarcerò, pose in croce uno schiavo loro complice; ond'essi gli preser odio a morte, e non potendo contro lui, sfogaronlo su Publio Rutilio Rufo, consigliere suo in questo fatto, e accusandolo appunto della colpa ond'egli aveva imputati loro, riuscirono a farlo condannare, stando primario accusatore quell'Apicio, la cui ghiottoneria visse in proverbio. Rutilio, premunito dalla filosofia contro la trista fortuna, si ritirò in Asia, dove fu accolto come un liberatore; gli Smirnei l'adottarono; e benchè richiamato, più non volle restituirsi alla patria, della quale nel ritiro scrisse la storia in greco. Laonde Cicerone, panegirista della virtù romana, esclamava: — Qual tempio fu sacro pe' nostri magistrati? qual città santa? qual casa abbastanza chiusa e munita? È difficile esprimere quanto siamo in odio fra gli stranieri per le ingiustizie e le libidini di coloro che mandammo ai comandi»[39]. Alfine Silvano Plauzio portò una nuova legge, (89) per cui ciascuna tribù dovesse eleggere ogni anno a giudici quindici cittadini, tolti indifferentemente dai senatori, dai cavalieri o dalla plebe: ma questo privare i cavalieri del privilegio di giudicare divenne causa della guerra civile.
Non a torto dunque Mitradate potè vantarsi, — Tutta l'Asia mi aspetta». Questa sonava allora di applausi al liberatore, al padre, al dio, al solo monarca; le città libere gli apersero le porte; Mitilene, Efeso, Magnesia abbatterono i monumenti eretti dai dominatori. E poichè gran numero di cittadini romani eransi accasati nelle provincie, (88) il re del Ponto propose di sbrattarsene d'un colpo: e per segreto ordine, a un giorno determinato furono uccisi tanti quanti côlti, con donne, fanciulli e servi; i beni loro ripartiti fra l'erario e gli assassini; resi liberi gli schiavi che trucidassero i loro padroni; perdonato mezzo il debito a chi uccidesse il creditore; morte a chiunque celasse un Italiano. Quali furono strappati dall'invocato altare di Efeso, o dal tempio di Esculapio a Pergamo; quali raggiunti mentre a nuoto tragittavansi a Lesbo coi figliuoli in collo: i Caunj straziavano con lungo spasimo i fanciulli al cospetto delle madri, che altre ne perdettero la vita, altre la ragione; i Trallj, non volendo eseguire l'atroce comando, ne diedero l'incarico ad un Paflagone, che scannò i Romani nel tempio della Concordia[40]. A cencinquantamila fanno alcuni ascendere le vittime di quel giorno.
Assicurato nell'interno, Mitradate vola a sottoporre vicini e lontani, dalle regioni del Caucaso fino ad Atene e a tutta la Grecia, sicchè ben venticinque nazioni a lui obbedivano, delle quali tutte egli intendeva e parlava le lingue. Ripieghi sempre nuovi gli porgeva l'indomita sua attività; uomini la Scizia; denaro le città della costa e dell'interno, arricchite dalla pesca dell'Eusino, dall'ubertà della Tauride, dai cambj cogli Sciti, e massime dal commercio delle Indie, che traversava per l'Oxo, il mar Caspio e il Caucaso. Con quattrocento vascelli custodisce il mar Nero, e coi barbari circostanti a questo macchinava quel che Annibale avea intrapreso coi popoli d'Africa, di Spagna, della Gallia, disciplinarli per condurli contro Roma dalla parte del settentrione.
Fremette Roma all'orrore del sofferto danno e alla minaccia del nuovo, (87) e la vendetta affidò a colui che più ardente erasi mostrato contro gl'insorti Italiani, Silla. Quei barbari ragunaticci mal potevano resistere alla romana disciplina; e a Cheronea, capitanati da Archelao generale di Mitradate, furono sconfitti sì, che Silla scrisse averne ucciso centodiecimila, perdendo soli dodici de' suoi: due altre non meno sanguinose giornate nella Beozia terminarono la campagna. Nel primo esercito si contavano fin quindicimila schiavi fuggiti dai Romani, che vendettero a carissimo prezzo la vita (Plutarco).
Silla assediò Atene, e diecimila carrette a muli portavano i materiali per le macchine; i boschi sacri, le deliziose piantagioni del Liceo e dell'Accademia furono tagliati; fame sì rabbiosa desolava la più colta città del mondo, che si lasciò fino spegner la lampada avanti al simulacro di Pallade: alfine restò presa d'assalto, mediante quei traditori che mai non mancarono nelle guerre greche. Silla, entratovi per la breccia a suon di trombe, la inondò di sangue, e voleva distruggerla; poi si lasciò mitigare, e perdonò ai vivi (dicea) per riguardo ai morti. Faceasi mandar le spoglie di tutti i tempj, e co' suoi celiando diceva: — Ho in pugno la vittoria, dacchè gli stessi Dei soldano le mie truppe». Fremevano i Greci, e rammentavano come Flaminino, Acilio, Paolo Emilio non avessero posto la mano nelle cose sacre: essi d'alto animo e di viver parco, avrebbero creduto pari viltà il condiscendere a' soldati, e il temere i nemici. Ma quelli erano legalmente eletti, con truppe disciplinate; i presenti salivano al comando per violenza o prezzo, onde erano costretti andar a' versi de' loro fautori, vendere tutto per comprarsi o voti nella piazza o partito nell'esercito: corruttrici largizioni, di cui Silla fu il primo a dar in grande lo scandalo.
Ma mentre qui trionfava, egli era proscritto in patria, e dovea difendersi contro eserciti della fazione avversa, mandati per contrariarlo od anche ucciderlo. Un Fimbria, esecrabile per forsennate crudeltà, nel funerale di Mario manda per assassinare l'augure Quinto Scevola; fallito il colpo, lo cita in giudizio; e chiedendo tutti con maraviglia di che potesse imputare personaggio sì santo, rispose: — Del non aver ricevuto tutto il pugnale nel corpo»[41]. Logica che non manca d'imitatori. Fatto luogotenente di Valerio Flacco, (86) console destinato a governare e vincere l'Asia, venne in urto con lui, e a Nicomedia lo assassinò; e recatesi in mano tutte le forze di quella provincia, per sostenersi permetteva ogni licenza a' soldati ed ai fautori suoi. Avendo un giorno fatto rizzare delle forche, e trovatone il numero maggiore di quello dei malfattori, fe cogliere alcuni spettatori a caso per riempierne i vuoti. Non mancandogli però valore, ruppe i generali di Mitradate, e lui assediò in Pitana. Per espugnare questa fortezza, avea bisogno della flotta: ma Lucullo che la comandava, e che professavasi avverso alla fazione di Mario e di Fimbria; ricusò prestarla; onde il re ebbe campo di ritirarsi a Mitilene. Fimbria, espugnata Pitana, assediò Troja; e pigliatala d'assalto, sterminò uomini ed edifizj, vantandosi aver in dieci giorni compito quel che Agamennone appena in dieci anni.
Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale, da un lato desideroso di mescolare le cose d'Italia, dall'altro di togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati, sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il macello di centomila Romani».
Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia, l'Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani, gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche potuto prenderlo, e risparmiare trent'anni di guerra alla sua patria. Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che s'uccise.
Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia per farne altrettanto strapazzo.
E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».
Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore, per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.
I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de' cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa, poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.
Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le statue di Roma.
Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.
Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].
Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch'io versai».
Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri, devoti al ferro di chi primo gl'incontrasse: ogni assassino riceveva due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello, il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l'avidità ajutò la vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli all'eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la testa, e dal Gianicolo portolla sanguinante fin alla porta Carmentale ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila dell'acqua lustrale all'ingresso del tempio d'Esculapio. Le ossa di Mario furono sturbate e gettate nell'Anio.
Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori, quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò aver proscritto quei soli de' cui nomi s'era ricordato; agli altri verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: — Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti supplichiamo di togliere dall'incertezza quelli che vuoi salvare»; e avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi uccidere», e Silla, — Lo farò».
Parte dell'insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra, forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l'assedio due anni, alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il diritto di cittadinanza. Il resto dell'Etruria, immune fin allora da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna, Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole, piantossi in val d'Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè più bellicoso, s'accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè i Sanniti non cessassero d'esser nazione: e l'ottenne, poichè il fiorente paese non offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto, fin l'odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono assai delle spoglie di tanti uccisi; n'arricchì Crasso, n'arricchirono molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.
Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna, commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura, onnipotenza da cenvent'anni dimenticata. E il tremante senato lo acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città e colonie, dare e toglier regni; s'avrebbe per rato ogni atto di lui presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra Italia, così quello de' nobili sopra i ricchi.
Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno, abbandonassero la campagna per l'armi; e quando si trattava non della difesa della patria, ma delle ambizioni d'un generale, l'avventurar la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani d'Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni anno di servizio; primo saggio di colonie militari. Col promettere altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla spada, gli altri coll'intrigo sostennero le ridestate pretensioni dell'aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.
In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v'era cittaduola che non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati; ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.
Ch'è peggio, restò dato l'esempio d'un generale, che col solo diritto del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col tornar indietro, e credendo che l'aristocrazia, che Roma bastassero a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione delle leggi e l'elezioni de' pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno ambita quella magistratura coll'ordinare che chi l'avea coperta non potesse ad altra aspirare. De' cavalieri, di cui non trovava traccia nell'antica costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali, prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato. Chiunque attentasse all'onore e alla sicurezza dell'impero, violasse il veto d'un tribuno, o arrestasse un magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito coll'interdizione dell'acqua e del fuoco.
Ma il ripristinare l'aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè n'erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de' governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli assassini, i falsi testimonj, l'abuso del divorzio, gli eccessi del lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l'agognato diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de' democratici Mariani, estendeva la città.
Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell'occasione andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d'Eritrea, di Samo, d'Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione, affidata a quindici personaggi.
Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano, sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo tribunale ordinò ad un centurione d'andare a mozzargli la testa. Di fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario s'appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.
Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s'intitolò Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per ultimo spregio all'umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch'egli avea decimato.
Ne faremo anche noi le maraviglie come d'un atto di coraggio?
Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l'autorità che m'avete conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato farà che d'or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».
Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de' costumi, promulgatore di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio. Gli si risvegliavano tratto tratto l'indole feroce e la voglia di mostrare che aveva abdicato sol d'apparenza; e tardando Granio questore a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava intanto a scrivere le proprie memorie, e l'ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno. Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi che avrei sorpassata l'invidia colla gloria, e morrei nel fiore della prosperità».
Strana sicurezza di coscienza di chi s'era satollato di sangue! mirabile fermezza in chi era consunto da' pidocchi! tutto inesplicabile per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.
Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo, in cui si portarono quindicimila libbre d'oro e centoquindicimila d'argento, rubate alla Grecia e all'Asia; altre tredicimila d'oro e settemila d'argento, salvate da Mario nell'incendio del Campidoglio e ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne deserti quelli d'Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali: sopra magnifico feretro, portato da quattro senatori, con attorno i collegi de' sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d'oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: — Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel beneficare».
Ricco d'insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento dell'aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue leggi; appena terminate le esequie, l'edifizio suo civile andò a fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e scompose l'unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell'aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè la mobilità di quell'elemento non lasci assodarsi l'opinione. Non avea scorto la necessità d'un elemento intermedio, che coll'equilibrio potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d'istituirlo, la libera industria.
I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall'Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare, alzavano le ambizioni, dacchè l'esempio del dittatore gli avea chiariti che Roma era capace di sopportare un padrone.