CAPITOLO XXII. Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.
Gagliarda riscossa del passato contro l'avvenire, della politica d'isolamento contro quella d'espansione, la riforma di Silla fu abile, non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano gl'interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch'è il più possente ausiliario delle riazioni.
Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio Lepido, fedele alle tradizioni de' Gracchi, tenta abrogar le leggi del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere: il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri, il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano dell'aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a Volterra, nido de' proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici come de' popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l'abolizione delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl'Italiani i prodi erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto, che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d'essersi assicurato i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.
Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il quale destramente vi annestò la causa dell'italica indipendenza. Nato plebeo (121) a Nurzia ne' Sabini, educato attentamente dalla madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de' Cimri ardì entrare come esploratore, e per l'ardir suo si fece prediligere da Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani, e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli amici; e perchè alcuni l'appuntavano d'avere a denaro comprato il libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il tempo da chi medita disegni grandiosi».
La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente i Celtibéri, (98) e insospettito de' natìi che poco prima erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li fece scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani, e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà, costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati, e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione consueta ai fuorusciti.
Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare, ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello; niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare gli scontri inopportuni, seguire l'avversario, indurlo nell'imboscata; con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri, liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a' nostri giorni, la Spagna diede l'esempio del come possano resistere gl'insorgenti ad eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.
Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll'esimerli dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari, vestendo, parlando, credendo com'essi. Ad Osca (Huesca) radunò i figli de' principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà romana e l'ibera, mentre i loro genitori godevano di vederli raffinarsi nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli altri. Spacciò d'avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio che l'arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de' più robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce meglio che colla violenza.
Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l'occhio i malcontenti che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l'Asia tornava a strillare dalle concussioni de' senatori, che, fatti arbitri de' giudizj e sicuri d'impunità, malmenavano le provincie; pirati infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur testè da Silla, e gradito al popolo come un'amministrazione civile che succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di bassezze, s'investivano dello spirito di esso, adottavano quell'altero patriotismo ch'era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza militare avea preso campo, l'autorità civile doveva cercare appoggio in qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo Pompeo.
Il costui padre, buon capitano, per l'ingordigia divenne odioso ai soldati, che fecero giura per ucciderlo: l'accorta pietà del figlio lo campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il cadavere. Da padre esoso venne l'idolo del popolo romano (n. 106). Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo d'imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo ricordato che «al sole nascente guardasi più che all'occidente», Silla si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».
Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d'un solo. — Chi è quest'uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla», rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti, magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto ne' ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore, piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato da mali consigli e dai capricci d'una fazione, cui però non voleva parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi ligio al senato, quasi bastasse l'essere Pompeo Magno. Studiosissimo dell'arte bellica, nel guidare un esercito in guerra regolare valse quant'altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte le arti d'acquistare la nominanza, meta de' mediocri; nelle imprese arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per toccare la realtà.
Erasi testè acquistato merito calmando l'insurrezione di Lepido; seppe rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli, egli non se ne diede per inteso, e chiese d'essere destinato contro Sertorio. Questi erasi accresciuto d'un esercito, guidatogli da Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria; e stringeva d'assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse il titolo d'imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti spagnuoli, fu costretto ritirarsi.
Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli: traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più terribile d'Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui tu combatti.
Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».
Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.
Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne' Romani angolatisi seco: ma costoro erano un'accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti, che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio, ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli raccolti in Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna, uno de' suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una cena lo trucida (72), e va a consegnare l'esercito a Pompeo, insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero morte da' natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci anni.
Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l'età gli permettesse di entrare fra' senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a visitare l'armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode. Pompeo si presentò anch'esso in abito consolare e coi littori, e chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo l'accompagnarono a casa.
L'inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia quella de' gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell'armonico sentimento umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e nel sangue cercavano anche il diletto; l'inferocire delle belve aizzate, gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l'ultima convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi anche alle loro donne.
Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di censessantamila quando Cesare l'ebbe ampliato, infine di trecentomila allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n'apersero poi in Roma, quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto (spina), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in colonnette (metæ), attorno alle quali volgeansi le corse.
Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano (arena) correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità (podium), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere; e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro v'introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve, espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il posto all'estendentesi umana specie.
Crebbe cogl'imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù. I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe, saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de' figli di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl'imperatori, più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno nell'anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo discese egli medesimo nell'arena. Invano Marc'Aurelio avea comandato di ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i rimproveri de' Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad incontrarvi la morte per l'integrità delle loro credenze, posero fine a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v'abbiano quelli risparmiato.
Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere; e il vizio, la miseria, l'infamia, la guerra provvedeano quest'orribile merce; appositi maestri (lanistæ) insegnavano anche a liberi e cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo sovrano. Ma più che dell'erudito ferire, questo prendea diletto degli schiavi e de' prigionieri, condotti da paesi non ammolliti dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi, ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano una folla d'uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale avessero più sangue da versar nell'arena, ed esercitati a quest'uso, che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L'edile che doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene l'amicizia e l'ammirazione, dirigevasi all'appaltatore, comprandone o a tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di generosità, gli esibiva all'intero arbitrio del popolo.
Gran varietà fra essi: v'era l'essedario che combatteva in carro; v'era il gallo (mirmillo) armato di coltello e scudo, e che portava per cimiero la figura di un pesce; v'era il retiario, che inseguiva il gallo finchè l'avesse accalappiato in una rete e trafitto col tridente, a guisa d'un mostro marino; v'erano i bestiarj, che s'azzuffavano colle fiere; v'erano gli andabati, che pugnavano a occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano un uomo, il quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre chi s'annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse afferrarla.
— Vi saranno regali gladiatorj; l'edile ricompenserà il popolo d'averlo eletto, coll'offrire cinquanta paja di accoltellantisi».
A questo annunzio tripudia il popolo romano, e dimenticando i fratelli che stanno morendo sotto il pugnale degli Spagnuoli o sotto alle macchine di Cartagine e di Corinto, dimenticando ch'ebbe fame jeri e che l'avrà domani, non appena è l'alba, affollasi nel circo; a miglior agio vi vengono i suoi patroni, ch'egli domina nel fôro e serve nelle case; poi le belle, che hanno consumato tre ore al pettinatojo per riparare ai danni dell'età e degli stravizzi; infine colui che dà i giuochi. Allora applausi a cielo: se ne compiaccia egli, chè la gratitudine del popolo il compenserà colla questura e il consolato.
Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia l'aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo cenno.
Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa l'arma lusoria, non dicevole alla maestà del popolo romano, brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi, e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue. Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l'avversario sulla testa in modo d'ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a chi muore compostamente, fischia a chi anela nell'agonia, si lagna di chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo romano gli accorda la vita, perchè possa un'altra volta esporla a suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i guizzi d'un corpo che si disanima nel vigore dell'età e nella pienezza della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente, grida Recipe ferrum, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.
Trascinato coll'uncino allo spoliario, i lanisti terminano d'ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie l'arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di palma, e talvolta la libertà; e l'applauso a lui e a chi provvide lo spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].
Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj di porpora ricamati d'oro che schermissero dal sole, fra statue ed obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover l'arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v'era il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne frequenti.
Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l'eccessivo gusto per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d'aver dato spettacoli «ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli schiavi e ne' condannati l'amor della gloria e il desiderio del vincere»[50].
I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi, i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa merce, Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d'essi, trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun n'era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare spettacolo di sè nell'arena (73), disse ai consorti: — Giacchè s'ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de' nostri oppressori?» Ducento s'accordano con esso, atterrano i custodi, tolgono spiedi e coltelli alla bottega d'un vendarrosto, e fuggono sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d'imitarli; altri rompendo gli ergastoli, vi s'uniscono, tutta gente fiera e scurante della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte, sconfitti due pretori romani.
Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l'Italia e penetra nella Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de' suoi seguaci. Colà ed oltr'Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal console Lucio Gellio. All'annunzio di questa rotta, Spartaco riviene sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania, v'aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare, onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l'acque una nuova Cartagine, dall'altro ridestare in Sicilia la guerra servile.
Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo, che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall'Asia. Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere da Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento legionarj che eransi ritirati a fronte de' rivoltosi, distrugge diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare un prigioniero e mostrandolo a' suoi: — Ecco qual sorte v'attende se non resistete»; poi col favore d'una notte turbinosa scivola traverso alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge (71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio, gl'imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto, non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de' suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s'un mucchio di cadaveri.
Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!
Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.
Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a' pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.
Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di Roma per esso.
I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.
Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.
Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.
Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.
Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l'abbondanza a Roma.
L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].
Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.
Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.
Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.
Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.
Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.
Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».
E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».
Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.
Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani, non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.
Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].
Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.
Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].