CAPITOLO XXIV. Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.
I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne' lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali; sicchè i comizj presero aria d'un campo di battaglia, gli stessi amici dell'ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi a governo personale.
Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure de' governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi dall'osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta; e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato, lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato, escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal fôro, e questo si circonda d'amici, e a forza fa passare la sua legge. Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del veto de' colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano divenuti i comizj.
Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d'una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.
Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d'un paese quanto le leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno crescendo.
Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n'è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all'alto dominio dello Stato. La delimitazione dell'augure segnava i confini di ciascun fondo; l'ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all'arbitrio de' legislatori o de' violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la proprietà.
Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l'abolizione de' debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi quasi su altro che sull'ingiustizia, sull'usurpazione, sulla denunzia, sull'assassinio. La campagna d'Asia introdusse un lusso corruttore, che si manteneva od emulava coll'opprimere i poveri ed espilare le provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle provincie o ne' tribunali.
Gl'Italiani, sbalzati dalle glebe avite, poi ridotti al nulla da Silla, erravano mendicando pei campi posseduti dai loro padri; mentre nei monti appiattavansi o pastori sottrattisi cogli armenti ai loro padroni, o gladiatori fuggiaschi, pronti a vendere un coraggio disperato; i meno arrabbiati affluivano a Roma per godervi il privilegio di vendere il voto e vivere di donativi. Il paese dei Volsci, donde vedemmo uscire eserciti così numerosi, non trovavasi più popolato che da schiavi dei Romani e da guarnigioni: altrettanto quello degli Equi, il Sannio, la Lucania, il Bruzio[81].
Mal si presumerebbe che le tante colonie ripopolassero l'Italia. Quel nome era accettato da alcuni municipj per mera adulazione o per assomigliare alla metropoli[82], senza in effetto ricevere nè immigrazione, nè coloni: se li ricevevano, era la poveraglia più sconcia di Roma, la quale aveva tumultuato per ottenere la legge agraria e i campi, ma ricusava la fatica necessaria a prosperarli; onde, appena condotta su questi, rimpiangeva l'ozio voluttuoso e pasciuto della città, e vendendo per poco denaro il terreno ottenuto, ritornava alla fastosa sua miseria. Altrettanto accadeva dei veterani, cui in benemerenza si concedeva, non il soperchio delle sterminate tenute dei ricchi, secondo l'intento dei Gracchi, ma di cacciare il laborioso campagnuolo, per sedersi sulla sua vigna, nel suo letto. Quivi in brev'ora scialacquato il facile acquisto, e impegnato il campo agli usuraj, tornavano a Roma a chieder armi, sommosse, proscrizioni.
A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al trionfo d'un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia che non alla semente.
Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro una moltitudine volonterosa di sovvertire l'ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male? non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà, portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l'Italia di sangue. Ma poi, spropriati gl'ingiusti possessori, a chi rendere i terreni? la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.
Vedevasi dunque l'abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri, nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette, tratte a sorte come si soleva nella elezione de' pontefici e degli auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d'Italia quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di essi mettevansi all'incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo l'82, cioè le Sillane, ed anche le usurpazioni.
Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone, che mercè de' cavalieri era divenuto console e attorno al quale si stringevano i ricchi[84], affidarono l'incarico di dissuadere la legge. Ed egli, benchè nell'accettare la suprema magistratura avesse professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s'era veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il grano da dispensare al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato d'aderenze: ma la popolarità non consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà, il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo. Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall'equità e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà, arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne rimase scossa.
Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne' giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve alla ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l'ignoranza della ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio recitava[87], che il popolo s'inghiottì la legge di Otone.
Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant'anni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno portò un'accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato il diritto d'affidare la plenipotenza ai consoli, d'avere cioè arbitrio sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l'imputato: ma l'eloquenza di lui, l'orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria, vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono dai fischi della moltitudine, esaltata dall'effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il nemico s'accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l'avita usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere andò a strapparlo, e bastò perchè si dichiarasse sciolta l'assemblea, e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori s'accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.
Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando nell'attribuire importanza a quell'Ordine; e portato console, li costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli de' proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l'iniquo castigo. Domanda giusta quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove spropriazioni: d'altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun'altra volta mai tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel comune vantaggio; pazientassero un'ingiuria utile alla repubblica, la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla, sarebbe sommossa all'infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò l'eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Silla deposero la paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più s'erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli, Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.
Se dunque passiamo in rassegna i partiti d'allora, ecco da un lato alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè l'aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89]. Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico. Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d'aver veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l'onore nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.
Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore; a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.
Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell'eseguirne e trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in Africa, ivi commise tali vessazioni, che una deputazione fu spedita a richiamarsene in senato, alla quale poco mancò non fosse resa giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far dimenticare gli assassinj e gl'incesti passati, cercava modo di capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.
Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all'uopo il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stormo d'amici, alcuni buoni, allettati da certe apparenze di virtù; i più, fradici nel vizio, strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di Silla, che avevano sciupato facilmente i facili guadagni; figliuoli di famiglia, che in erba s'erano mangiata l'eredità; Italiani spossessati, provinciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e la firma ne' giudizj e ne' testamenti, la mano nelle schermaglie civili, e che guatavano ai ricchi, ed aspettavano solo il destro di far suo l'altrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per maggiore sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo, anima robusta, acume d'ingegno, mediante il quale conosceva il suo tempo sì bene, che diceva: — Io vedo nella repubblica una testa senza corpo, e un corpo senza testa; quella testa sarò io»[92].
Cercava singolarmente appoggio col blandire gl'Italiani. La gran nemica della libertà italica chi era? Roma. Chi fabbricava e ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe aristocratica, che come privilegio traeva a sè nobiltà, ricchezze, giudizj, e per conseguenza le potenti clientele e le magistrature. Si sovverta dunque il mal composto edifizio, e l'incendio di Roma divenga segnale dell'affrancamento di tutta Italia: i beni siano restituiti agli spropriati da Silla, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti: in somma il fallimento pubblico, la sovversione sociale. «I soffrenti non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anch'esso soffrente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre in promesse di ricchi e di potenti? Chi vuol riavere il perduto, ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla disperazione mia: agli oppressi, agli sgraziati fa mestieri d'un capo ardito e più sgraziato di tutti»[93].
Da noi, neppure il partito più svergognato osa confessare d'essersi proposto per fine nè per mezzi l'assassinio, l'incendio, il saccheggio: ma allora non aveano cominciato di tal passo e Mario e Silla e Carbone e Lepido?
Alle speranze dava agio l'essere lontani gli eserciti e Pompeo (63). Tessuta dunque una congiura, dovea scoppiare il primo giorno del 691 di Roma all'atto che, scaduti i vecchi consoli, i nuovi non si trovavano per anco installati se non dopo il sacrifizio solenne in Campidoglio: ma un caso la sventò e allora e in febbrajo, e i congiurati si lusingarono di poter riuscire per vie legali. In fatto Catilina si presentò a domandare il consolato, tanto fidava nella briga de' suoi e nel denaro; e bisogna bene spogliarci delle moderne delicatezze per capire come un tal uomo potesse chiedere di divenir capo della repubblica. Il senato gli oppose che dovesse in prima scagionarsi delle accuse di concussione dategli dagli Africani; col che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda, non un aristocratico di ceppo antico, ma un moderato, un parlatore, Cicerone. La costui nomina (63) dovea garbare all'oligarchia senatoria che se l'era guadagnato, ai cavalieri al cui Ordine apparteneva, agl'Italiani come arpinate, alla plebe come uomo nuovo.
Catilina per dispetto accelerò l'impresa, che da basso ladro e assassino lo convenisse in gran cospiratore, e alla quale avea guadagnato cavalieri, senatori, plebei, d'ogni sorta scontenti. Tra l'abitudine vulgare d'attribuire sozzure od atrocità alle congreghe secrete, tra l'interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che non si bucinasse sul conto di Catilina e de' suoi: suggellarsi i loro giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti viscere d'uno schiavo, e bevere l'uno il sangue dell'altro[94]; sacrificarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario; che Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per puro esercizio; che ordiva d'appiccar fuoco a Roma, e trucidare il meglio dei senatori. A queste basse e mutili atrocità presteremo noi fede, qualora pensiamo che alla congiura presero parte più di venti personaggi senatorj ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perchè convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors'anche Antonio Nepote console, Cornelio Cetego tribuno, due Silla figli del dittatore, Lentulo Sura, il quale vantava tra' suoi avi dodici consoli, e che dai Libri Sibillini fosse promesso il regno a tre Cornelj, cioè Cinna e Silla e lui terzo? Tanti illustri proseliti (63), quand'anche reputiamo mera vanteria dei congiurati che con loro assentissero Licinio Crasso ricco non men di denaro che di valore, e maggior di tutti Giulio Cesare, pontefice massimo, già primeggiante in una repubblica, ch'e' doveva ambire d'acquistare, non di distruggere. Se Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non conosciamo; o se, come il più de' cospiratori, volesse abbattere prima di sapere che cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la guerra civile e le proscrizioni, gavazza di chi ambiva denaro, sfogo di passioni, voluttà di prepotenza. Ma avesse anche ideato alcun bene, potea compirlo con simili mezzi? tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio, l'assassinio, l'irruzione de' poveri viziosi contro l'ordine sociale? mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso; male la si comincia col trascinare altri ne' proprj vizj, siccome Catilina faceva; e una causa appoggiata a ribaldi può dar su per un momento, non mai riuscire.
Già quel cupo susurro che precede la tempesta, e qualche imprudente rivelazione, e alcuni portenti interpretati dagli Etruschi diffondevano una vaga paura d'uccisioni, d'incendj, di guerre civili, talchè a stornarli si erano ordinate litanie e sacrifizj. Cicerone ne sapea di più, ma que' rumori non ismentiva: preparavasi, scaltriva il senato, teneasi sull'avviso.
Compariva tra' congiurati Quinto Curio, ridottosi al verde per corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pessima fama, la quale, com'egli cessò le largizioni, cessò i favori. Rifiorito di grandi speranze pei vanti di Catilina, Curio cominciò a prometterle mari e monti; ed ella insospettita, ne succhiellò il secreto, e lo vendette a Cicerone, che del congiurato si fece una spia: mutazione agevole in anime depravate.
Fra un popolo che avea perduto il senso della giustizia, non quello della dignità (63), mal sarebbesi osato appoggiar un'accusa sulle deposizioni d'una spia e d'una cortigiana, come farebbe la Polizia d'oggi: ma Tullio aveva raccolto altre prove, dissipato un tentativo all'occasione de' comizj, salvato Preneste da una sorpresa dei cospiratori, spiato ogni passo di Catilina, il quale, quanto denaro potè mandò a Fiesole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente guadagnò e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio prode veterano di Silla, mentre altri eccitavano nell'Umbria, nel Brucio, nella Campania, e fin nella Spagna e nell'Africa, e legavansi intelligenze nella flotta a Ostia.
Allora Cicerone convoca il senato, e disvela tutta quell'orditura, il giorno e l'ora in cui doveasi metter in fuoco Roma, trucidare i senatori e lui console; e ottenuta illimitata autorità, spedisce chi tenga in dovere le città d'Italia sempre indisposte contro la loro tiranna, empie Roma di scolte, promette impunità e guiderdone ai complici che rivelassero. In una nuova adunanza del senato Catilina ebbe ancora la franchezza di comparirvi, quasi volesse imporre coll'audacia; ma Cicerone lo investì colla famosa invettiva, gettando in volto a costui i suoi disegni, mostrando saper tutto, avere a tutto provvisto, e fulminandone l'impudenza: — Potrei, dovrei far giustizia subito, quivi stesso, d'uno scellerato par tuo: basterebbe un cenno, e questi cavalieri si avventerebbero sopra di te. Non vedi l'orrore che ispiri a tutti? Lascia Roma, dove omai nulla ti resta a fare; vattene al campo di Mallio, ove t'attende una morte da par tuo. Mi domanderete, o padri coscritti, perchè io permetta a Catilina d'andare a mettersi a capo di bande armate contro la repubblica, invece di usare contro di lui l'autorità conferitami dalla legge. Il supplizio del solo Catilina non basta a svellere questa già invecchiata peste della repubblica; lasciate che s'annodino, e d'un sol colpo schiacceremo i nemici».
Catilina l'ascoltò immobile sul suo scanno, poi con affettata tranquillità avvertì i senatori non badassero ai millanti del console, suo giurato nemico, villan rifatto, che nè tampoco una casa propria avrebbe avuto a perdere in cotest'incendio, da lui almanaccato per provare fin a che punto giungesse la burlevole credulità dei senatori. Questi però con tutto il coraggio dello spavento troncarono le parole al cospiratore, gridandolo micidiale, incendiario, parricida; talchè egli se n'andò dalla curia, esclamando: — Giacchè mi vi spingete, estinguerò questo incendio non coll'acqua, ma colle ruine».
Cicerone aveva dato prova di coraggio nell'affrontare un nemico, i cui partigiani prevedeva lo assalirebbero appena rientrasse nella vita privata; insieme avea blandito alle passioni senatorie, e voluto risparmiarsi l'aggravio d'aver condannato alla morte un patrizio, del quale del resto la presenza in Roma poteva riuscire pericolosa a lui console, più che non alla repubblica la fuga di lui. Subito convoca il popolo nel fôro, e con altro tono e con celie plebee sberta i complici di Catilina, gentaglia sol destra a sonare, ballare, mangiare, trincare, donneare; non si tema una sollevazione dei gladiatori, persone meglio animate che non i patrizj; non si temano proscrizioni nuove e dittature, che ormai neppur le bestie tollererebbero un dittatore.
Buttata giù la visiera, Catilina sbucò dalla città con pochi complici[95], lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i più accanniti avversarj e Cicerone pel primo, finch'egli ritornasse dall'Etruria con un esercito da far tremare i più audaci. Il senato (63) pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e decreta che rimanga a tutela della città Cicerone, il quale compariva in pubblico con una gran corazza[96] per ripararsi dagli stiletti che da ogni parte immaginava; l'altro console Antonio Nepote proceda contro i rivoltosi. L'unirsi a questi era un caso di Stato: eppure molti v'accorsero, sebbene non congiurati, tra cui il figlio di Aulo Fulvio, venerabile senatore, il quale inseguitolo ed avutolo, in forza della paterna autorità lo condannò a morte.
Catilina, assunto il comando dell'esercito d'Etruria e le insegne del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai padroni sollevati nel Bruzio e nell'Apulia; le vette dell'Appennino si coronano d'armi; armi somministrano i veterani di Silla agli spodestati contadini: — povera Italia, che non inalberava più lo stendardo nazionale, ma quello d'un tristo cospiratore, e non affidavasi nella riscossa popolare, ma nei coltelli di assassini! I congiurati rimasti in Roma e discordi fra loro sul modo d'azione, mentre gli uni spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe provvidenze e a far rispondere a quel movimento la Gallia. Pertanto agli ambasciatori, ch'erano stati spediti dai bellicosi Allobrogi a impetrare un alleggerimento d'imposte, fecero istanza acciocchè sommovessero i loro paesani: e quelli, bilicatisi alquanto fra il desiderio di libertà e la speranza di ricompensa, non solo rivelarono la cosa a Cicerone, ma per consiglio di lui acconciandosi al vile uffizio di spie, proseguirono la pratica finchè cavarono ai congiurati un accordo, colle firme dei principali. Cicerone, che fin allora non aveva potuto aver in mano prove certe, si vale di questo documento per far arrestare Cepario, Gabinio, Statilio, il timido Lentulo Sura, il violento Cetego, in casa del quale si scoprono armi e materie da incendio[97]; e come si solea delle persone di riguardo, sono affidati a qualche magistrato o cittadino. Lentulo, che come pretore non poteva subire atto di forza, fu per mano condotto da Cicerone nella curia, ove confessò sua la lettera agli Allobrogi, fidato nella legge Sempronia, per cui ad un cittadino romano era permesso di prevenire la sentenza capitale coll'esigliarsi volontario: ma Cicerone insiste perchè, come di perduelle, se ne prenda l'ultimo supplizio. I senatori aderivano al consiglio di lui e della paura, ma Giulio Cesare esortava andasser piano ai mali passi: — Triste consigliere sono l'ira e la pietà. Badate meno alla colpa di Lentulo, che alla dignità vostra; meno al dispetto, che alla reputazione. Cotesti avvocati v'han dipinto a colori oscuri le conseguenze della guerra civile: a qual pro? forse è mestieri parole per rendere più sensibili alle personali ingiurie? Delle persone minute appena si ricordano le violenze: ma chi è posto in alto dee guardarsi da ogni eccesso. Quanto a me, non v'è castigo di cui non creda degni i cospiratori: anzi non so perchè la semplice morte siasi decretata contro costoro, la quale in fin de' conti non è che il termine de' mali, e non siasi aggiunta la flagellazione. Forse perchè la legge Porcia il vieta? ma altre leggi voi violate, le quali a rei siffatti concedono di esigliarsi da sè. Ma a che servono tante paure quando tante armi ha il console nostro preparate? Vi ricordi che ogni mal esempio derivò da buoni principj: quando Silla fece strangolare Damasippo e simili lordure, n'ebbe lode universale; ma quello fu principio voi sapete di che macello».
Parole al vento: la sicurezza dello Stato, ovvero la paura, diventava suprema giustizia. Cajo Porcio Catone, pronipote del censorio, e severo guardiano pur esso degli antichi costumi, rimproverò cotesta intempestiva pietà verso i sovvertitori della patria, rinfacciò a Cesare i suoi dubbj sulla postuma vita, e ritorse l'accusa contro di lui, quasi col difenderli desse indizio d'aver mano coi congiurati. Per vero, la somiglianza di costumi e l'amicizia con Catilina già aveano sparso qualche sospetto; l'elastica interpretazione di alcune carte sarebbe bastata per azzeccargli un processo, se Cicerone non avesse temuto che i troppi amici di Cesare, nel voler campare questo, non sottraessero anche gli altri. Allora dunque che Cesare usciva dal senato, que' giovinetti che vogliono costituirsi necessarj salvatori della patria allorchè il pericolo è lontano, e che si erano proferti difensori dell'aristocrazia e del console, gli corsero addosso colle spade nude; ma Curione Scribonio lo coprì colla toga, benchè suo nemico capitale, e Cicerone fe' cenno il lasciassero passare. Anche a Crasso era stata data accusa; ma forse per la stessa ragione fu lasciata cascare.
Degli altri, sovra proposta di Catone, fu sentenziato che il nemico della patria non era cittadino; dunque morissero. Poco tempo prima Cicerone avea confessato la debolezza del potere normale, dicendo a Catilina: — Son venti giorni che un decreto fu reso contro di te, e ciascuno ha diritto d'ucciderti; eppure tu sei libero»[98]: ora nell'illimitata attribuzione, il console potea tutto. Benchè, quando si levò l'adunanza, fosse ora tarda, temendo che nell'intervallo non si preparasse qualche colpo per salvarli, il console si recò (63) al carcere Tulliano dov'erano stati ridotti, per assistere al loro supplizio: compito il quale, annunziò egli stesso che erano vissuti; e fra le torcie e le vie illuminate, corteggiato, applaudito qual salvatore e padre della patria, tornò alla sua casa; poi il domani potè assicurare i Quiriti che «la repubblica, la vita di tutti, i beni, le fortune, le spose, i figli, stanza del chiarissimo impero, la fortunatissima e bellissima città, per ispeciale amore degli Dei immortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma, dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappata e restituita a loro».
Dopo tanto carcerare, fucilare, appiccare che s'è fatto a' dì nostri a titolo di lesa maestà; dopo che quell'accusa servì di pretesto ai macelli degli imperatori antichi, fa meraviglia il ribrezzo prodotto dal processo contro i complici di Catilina, e spiace che rimanga avvolto nel mistero il delitto non meno che la procedura. La costituzione romana proclamava altamente che la salute della patria è legge suprema; e ne' casi più urgenti il senato vi provvedeva con mezzi, di cui era impossibile prefiggere anticipatamente l'estensione. Nei tumulti di Cajo Gracco e di Saturnino, il senato mosse le armi contro i sollevati: ma erano piuttosto casi di guerra rotta, ove si uccide per non essere uccisi. Qui invece i cinque rei stavano in arresto; la città non facea moto, e n'era impedita dalle truppe; da più giorni erasi affidato il potere discrezionale al console; ed egli che non se n'era valso per ritenere Catilina, ora l'adopra per uccidere i detenuti. Eppure Cesare stesso, difendendoli, non fa veruna objezione contro l'erigersi il senato in tribunale speciale; solo vorrebbe si limitasse all'indagine, e che, riconosciutili rei, li mettesse in arresto perpetuo in qualche municipio. Ciò mostra che la competenza del senato era incontestata: rimane a vedersi se esistesse la necessità di applicarla.
I Romani distinguevano la lesa maestà dalla perduellione: nella prima incorreva chi intaccasse qualsiasi parte della repubblica, e scontavasi coll'esiglio; l'altra era il volerla rovesciare, e il perduelle consideravasi nemico, fuor della legge, e passibile della croce in campo Marzio e dell'infamia indelebile. La legge Cornelia qualificava i delitti di lesa maestà; erano numerosissimi, e tra questi il corrispondere secretamente coi forestieri, come avea fatto Lentulo cogli Allobrogi: ma nè occorreva tribunale speciale, nè poteasi infliggervi l'arresto preventivo. Il delitto di perduellione, memoria antica ormai dimenticata, erasi testè fatto rivivere nel processo di Rabirio, e si vede che Cicerone intendeva applicarlo ai congiurati: lo stesso Cesare li ritiene per legge passibili di morte. Ma quest'accusa era talmente insolita, che s'ignoravano le guise di procedura: ad ogni modo è strano che, sì nell'accusa che nella difesa, si considerasse uno già perduelle prima d'esser convinto e condannato dal popolo.
Inoltre non v'ha caso ove un Romano sia privato della provocazione, cioè dell'appello; diritto antico quanto la storia degli Orazj e Curiazj, non dovendo un cittadino esser colpito che dall'autorità sovrana, cioè dall'assemblea del popolo. Le XII Tavole non riconosceano magistratura senza appello[99]; e nel 305 di Roma i consoli Valerio Publicola e Orazio Barbato promulgarono una legge, che permetteva di uccidere chiunque istituisse una tale magistratura[100], eccettuati i militari. Anzi quand'anche il condannato non si valesse dell'appello, al popolo spettava la conferma del giudizio capitale[101]. Anche testè a Rabirio era bastato il dire «Provoco, mi appello» per sospendere il castigo. Qui invece gli accusati non appellarono, nè pare siasi loro intimata la sentenza.
Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l'opportunità dell'applicazione: eppure nè l'accusatore nè il difensore ne fan cenno; e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero anche nella curia minacciosi. D'altra parte sarà parso un gran che il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.
Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato uno, reo d'avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore col ripigliare l'autorità di disporre delle vite de' cittadini.
Strozzare prigionieri era facile, non così il domare nemici armati. Si propose dunque di richiamare dall'Asia Pompeo; e poichè ciò torrebbe a Cicerone la gloria d'avere spento quell'incendio, Cesare sostenne la proposta con tal vivezza, che, secondato dai tribuni, strappò dalla ringhiera Catone che si opponeva. Per castigo furono cassati i tribuni e tolta la pretura a Cesare, il quale col sottomettersi docilmente alla punizione meritò che il senato gliela condonasse.
Nè Catilina dormiva (62). Pretesseva a' suoi tentamenti il nome di emancipazione d'Italia, di salute degli oppressi; ma da buon romano e da orgoglioso patrizio non contava fra questi gli schiavi, e li respingeva dai suoi stendardi, acciocchè non paresse accomunar la causa di cittadini con quella di servi: e con una massa tumultuaria, armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall'Etruria difilavasi verso la Gallia Cisalpina, che anche allora fremeva sotto il giogo. Ma il pretore Metello Celere appostollo nella montagna pistojese sulla via che mette a Modena lungo il vallone della Maresca, fra i monti del Crocicchio e dell'Orsigna a settentrione, e quei della Capanna del Ferro e del Bagno a ostro: Marco Petrejo luogotenente del console Antonio sorgiunse alle spalle, sicchè chiuso fra due fuochi, egli dovette accettare la battaglia. Fu accannita oltre ogni dire; Catilina medesimo ferocemente combattendo perì, e seco tremila congiurati, con valore degno di causa migliore. Ma con lui cadde tutta la macchina; e la facilità con cui tutto si acquietò, ci porta a credere che quello non fosse un partito con idea determinata, bensì una cospirazione attorno a un capo, il quale i susurri di molti malcontenti accettava come mezzi di riuscita. La parte oligarchica del senato parve un tratto ripigliare il sopravvento, ma per soccombere ben tosto ai forti che la dominavano, agli scaltri che la raggiravano.
Non mi chiedete se Cicerone crebbe di vampo. Magnificava la sua impresa, e diceva: — Cedano le armi alla toga! O fortunata Roma, me console nata!.... Quinto Catulo, preside di quest'Ordine, me in pienissimo senato chiamò padre della patria; Lucio Gellio, uom chiarissimo, disse dovermisi una corona civica; il senato mi rese testimonianza non d'aver bene amministrata, ma d'aver conservata la repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj degli Dei immortali. Quando deposi la magistratura, interrompendomi il tribuno di dire quel che avevo preparato, e solo permettendomi di giurare, giurai senza esitanza che la repubblica e questa città furon salve per opera di me solo. Il popolo romano tutto in quell'adunanza, dandomi non la congratulazione di un sol giorno ma l'immortalità, un tale e tanto giuramento approvò ad una voce»[102].
È certamente bello il poter fare questi vanti, e più volentieri corrono al labbro di chi soffre dall'ingratitudine cittadina; ma difficilmente ottengono perdono, e Cicerone col ripeterli attizzava l'invidia, quanto più remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d'aver congiunto senatori e cavalieri a comprimere la democrazia, l'invidia dei malevoli lo chiamava il terzo re straniero dopo Tazio e Numa, e aspettavano tempo e luogo per fargli scontare i suoi meriti.