CAPITOLO XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.
Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana, qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione e l'intelligenza, se non bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro racconto, l'indole umana e la natura delle cose.
Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari, delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali ridur nell'ombra; perciò le arringhe de' personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de' partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intenti; e quei che lasciarono memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto e mascherare la calunnia o l'adulazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell'arte.
Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d'Amiterno divenuto cittadino romano nell'ultima emancipazione, raccontò la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto all'utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano d'appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll'oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s'offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.
Ciò che n'avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è la vigoria con cui scolpisce i caratteri, la sobrietà degli ornamenti, l'immortale brevità, l'efficacia della parola, per istudio della quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss'egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto non rifina d'encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj, che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore surrogati lo scialacquo, l'avidità, la sfacciataggine.
Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie, fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dal colle opposto (collis hortulorum), parvero degni di soggiornarvi gl'imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate e l'ammenda[104]: collocato a governo della Numidia, la rovinò colle concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta, fu depennato dall'album de' senatori. Oltre le materiali inesattezze di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina, e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d'ogni bruttura: eppure di mezzo a' suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre non altra lode che la meschina d'ottimo console e di buon dicitore attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch'era nemico; di quello forse complice.
Tito Livio da Padova (59 av. C. — 18 d. C.), il miglior narratore che s'abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua opera un poema, esponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconcie all'effetto. Storici, oratori, poeti gemano sulla decadenza di Roma: Livio, benchè ne confessi i vizj presenti, vuol mostrare in che modo essa salì in tanta grandezza[105]; e abbagliato da quella, e credendola eterna, non discerne la virtù e la giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se nol può, le attenua coll'esagerare i torti dei vinti; fra gli obblighi di questi conta pure il credere a Roma quand'essa si proclama di origine divina[106]; ed ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo. Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s'addirebbe la discussione colla magnificenza: sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di ripeterle senza nè affermarle nè combatterle[107]: gli stanno davanti archivj immensi, non ha che a salire in Campidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perchè non ne verrebbe un solo nuovo vezzo al suo quadro: talvolta cita gli autori antichi e ne libra le asserzioni, ma superficialmente, e non per desumerne il preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e più comodo gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre cogliendo nel segno[108]. Il meraviglioso è più poetico, i prodigi sono opportunissimi a ciò, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportuno il grandeggiare de' patrizj, opportune le parlate, e l'affettar di credere alle cagioni divine più che alle terrestri.
Per verità lo scrivere la storia romana senza i prodigi, i vaticinj, gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l'ommettere i frati e i miracoli in quella del medioevo: pure Livio trascese in tal genere, massime scrivendo in secoli ove più nulla si credeva. — So bene (dice) che quell'indifferenza (negligentia), per la quale gli spiriti forti non credono che gli Dei presagiscano alcuna cosa, vorrebbe non se ne raccontassero prodigi. Ma a me scrivendo di cose antiche si fa in certo modo antico l'animo, e una tal quale religione m'insinua che, quel che persone prudentissime pubblicamente credettero accettare, sia degno d'esser riferito ne' miei annali»[109]. Invece le particolarità sulla forma del governo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco? ed egli le neglige, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze che partorirono l'eguaglianza e la libertà; chiede quasi perdono se di mezzo alla guerra punica si divaga sopra le questioni intorno al lusso, recate dalla legge Appia[110]; e sempre sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti; nè sa piegarsi ad intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo l'indole di ciascuno, ma tutti li foggia sul tipo preconcetto, come di tutti i personaggi fa degli ideali di vizj e di virtù. L'epoca regia e l'aristocrazia patrizia frantende; nei tribuni del quarto secolo disapprova i demagoghi dell'ottavo; mentre applaudisce a quelle che giudica virtù, non s'avventa iracondo al vizio. Pende verso la repubblica o, dirò meglio, verso l'antica aristocrazia, talchè Augusto lo chiamava il mio pompejano; ma perchè era la moda, era l'innocuo liberalismo del mondo colto: nè però s'irrita contro le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e riconciliare i cittadini colla presente condizione; s'assodi pure la monarchia, purchè non leda la legalità.
In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo che non consultò col senato e si fece superiore alla volontà generale: «ma non è dubbio (soggiunge) che questo Bruto, il quale tanta gloria acquistò per l'espulsione di un tiranno, avrebbe sovvertito la pubblica cosa se per desiderio prematuro di libertà avesse strappato lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi»[111]. Nè ad esso Bruto, istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole congedarsi da ciascuno de' suoi eroi; precauzione dovuta ad Augusto, sotto cui scriveva. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse per ciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne estraeva arringhe che girava recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei centoquarantadue libri che forse erano, soli trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca tutta la seconda decade, e la narrazione degli ultimi tempi della repubblica, cioè di quelli che or raccontiamo: pure queste ruine sono il più augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza d'una nazione.
Informati che ci siamo sugli storici, ecco gli avvenimenti assumere tutt'altra fisionomia qualora si confrontino cogli oratori, colle leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica ebbe sempre gran parte nei fatti de' Romani, e neppur essa applicossi a porre in luce il vero e nudare il falso, bensì ad ottenere vittoria in un assunto, in una causa. Il popolo accorreva ad ascoltare le arringhe, come noi al teatro, dilettandosi alle belle parole, alle acconcie frasi, alla storiella, alle lepidezze, all'artifizio di travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura; la verità era l'ultimo de' suoi intenti; e però applaudiva, fischiava, divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quei brani d'eloquenza passarono nella storia come reali dipinture di caratteri; e giudichiamo Catone, Pompeo, Antonio, secondo le declamazioni de' retori, e del migliore fra essi Marco Tullio, senza tampoco avvertire com'egli conchiuda tutt'al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e massime nelle epistole, che sono il documento più importante su questi tempi. Non le destinava egli alla posterità, onde rivelano l'uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue, le virtù, le speranze, le debolezze, con mille particolarità che l'amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi. Egli poi od i suoi amici le scriveano sotto l'impressione degli avvenimenti; e poichè gli avvenimenti erano importantissimi, piace oltremodo il cogliervi quelle gradazioni di caratteri che allo storico sfuggono, e addomesticarsi coi pensamenti e coi ragionari de' più insigni contemporanei, che collegati nel sentimento d'un dolore comune, espongono la porzione che in particolare ciascuno soffre de' pubblici guaj, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso.
Come avviene in età operose, molti scrissero i proprj ricordi, fra cui Silla, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo; in greco però, giacchè, come dice Cicerone, le cose greche si leggono per tutto il mondo, le latine rimangono ne' proprj angusti confini. Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio Cesare.
Di alcuni di questi compilò le vite il greco Plutarco, quasi un secolo dopo Cristo, usando abbondantissimi materiali ora periti: ma que' materiali egli raccozza, non fonde, non confronta, non ne concilia le antinomie, spesso li frantende. Oltre la classica cura dello stile più che delle cose, tende meno a scoprir il vero che a dipingere caratteri e passioni umane; non esamina la credibilità de' testimonj, non accerta le età, non conosce i luoghi; e lasciando che altri lo raccomandi come morale, noi non crediamo possa da lui ritrarsi la genuina immagine di quegli eroi, ch'egli stesso non comprese perchè non sapeva identificarsi coi tempi. Cesare e Pompeo ci mostra ben altri che nella storia; di Cicerone racconta i sogni, i motti, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni, ignorando la lingua latina: tanti prodigi, augurj, superstiziose cause di eventi grandiosi egli accumula, quanti ora, non che uno scrittore, neppur una donnicciuola farebbe: digiuno di politica, la più solita ragione degli avvenimenti gli è la volontà degli Dei, macchina metafisica la quale, quanto ingrandisce il concetto della storia generale, tanto alle particolari toglie e dignità e istruzione.
Con siffatti elementi è pur difficile, nell'esposizione dell'ultima età repubblicana, giungere ad un risultamento che appaghi la ragione, per quanto tu colga i punti essenziali dei dibattimenti d'allora, ed elimini gl'incidenti parziali ogniqualvolta non servano a ciò che importa, la rivelazione dello stato sociale. Per non essere a continua capiglia coi nostri autori, e non trarre in inganno i lettori ove la narrazione nostra proceda sicura e dogmatica, li vogliamo premuniti, che la storia tramandataci dai classici antichi e trascritta dai classici moderni ha fondamenti poco più sodi che un romanzo storico, se non in quanto la dividono da noi duemila anni; e che molti fatti traggono spiegazione dai posteriori, e dall'esperienza civile di altri tempi. Che se ci scosteremo talora dal modo convenzionale di narrare questi fatti, più spesso dal comune stile di valutarli, niuno ci supponga prurito di paradossi: neppur si trovi soverchia tale arroganza sopra un campo ancor sì poco sicuro, e dove molto demolì ma poco fin ora ricostrusse quella critica, che, se fosse ardita insieme e rispettosa, immaginosa ed erudita, analitica e ricompositrice, formerebbe il vanto della nostra età.
Nei turbamenti catilinarj niuna parte avea presa Pompeo Magno, occupato in Asia contro Mitradate (62); ma il suo ritorno facea temerne di nuovi. Di fatto la legge Gabinia gli aveva conferita un'autorità, quale a nessun altro capitano mai; e a buon diritto i patrizj esclamavano che neppur Silla aveva tanto usurpato per viva forza, e che la repubblica ormai trovavasi ridotta a monarchia.
Abbiamo ripetuto come il pubblico potere rimanesse scompartito fra molti magistrati, l'uno in contrasto coll'altro; dal che restavano impediti gli eccessi o difficili gli accordi. Ora ogni temperamento era tolto via dalle commissioni straordinarie; e quando non la si sapea salvare che coll'affidarla a un uomo solo, la repubblica non sussisteva più che di nome, e ognuno potea voler farla sua. E lo voleva Pompeo; pure dissimulava l'ambizione, e quando si udì destinato a combattere Mitradate esclamò: — O che? non mai un po' di riposo! non poter mai vivere quieto con mia moglie! Beato chi passa i giorni nell'oscurità!» Poi, quando molti temevano non conducesse contro la repubblica l'esercito, guadagnatosi coi denari della repubblica, lo congedò; non che ostentasse il lusso di Lucullo e degli altri reduci d'Asia, da privato attraversò la Grecia ascoltandone i filosofi, modestissimo l'Italia, accolto però da tutti con indicibili feste, e aggiungendosegli sempre nuove forze per accompagnarlo a Roma. Le sue vittorie, il carattere, la splendidezza de' giuochi, fino i torti della moglie Muzia ch'e' fu costretto repudiare, contribuivano a renderlo l'idolo della città: ma di silleggiare[112], come avrebbe potuto agevolmente dopo ridotta precaria l'esistenza della repubblica, gli mancò non la voglia, sì bene l'attitudine.
La fortuna gli aveva risparmiato quelle traversie, in cui un uomo si ritempra; lodi intempestive lo intitolarono imperatore ancor giovinetto; quando cadde malato parve pubblico lutto, tant'erano universali le preci, poi universali le feste per la sua guarigione: onde dovette credersi potentissimo sulla moltitudine, e necessario alla patria, alla libertà, al popolo, ai cavalieri, al senato, i quali ad ora ad ora si gettavano nelle braccia di lui, perchè sentivano che potrebbero strigarsene appena avessero conseguito l'intento. Ambizioso delle apparenze più che della realtà, per imitazione di Silla si tolse dal governo, del quale in fatto mal conosceva le particolarità; invece delle arti solite di frequentare il fôro, accusare, difendere, assistere clienti, sottraevasi agli sguardi pubblici, poi ad ora ad ora si mostrava con un corteggio sconveniente, quasi a rimovere la famigliarità cittadinesca; credeva onorare coloro cui permettesse d'essergli amici; e li trattava con aria da patrono; sempre aspettava che Roma venisse a cercarlo come unica sua tavola di salvezza. Ma la libertà ha i suoi puntigli, e col mostrare che i favori le siano rapiti, vuol essere dispensata dalla vergogna del prodigarli. Or quella franchezza, direi impudenza, che vuolsi per padroneggiare i partiti, Pompeo non l'ebbe; introdusse innovazioni, ma che dissepelliva dal tempo vecchio, e ch'erano reclamate dal pubblico; non osava compir nulla, benchè tutto desiderasse; sollevava la lepre senza saperla cogliere. Col farsi legalmente attribuire sconfinati poteri, col lasciarsi paragonare ad Alessandro Magno, e chiamare l'unico propugnacolo di Roma, coll'orzeggiare fra i partiti, e corrompere il popolo mediante le largizioni, e mettere a prezzo i suffragi, spianava la via della tirannide a chi meglio di lui saprebbe camminarvi. Costoro che, violando la costituzione senza sapersi piantare di sopra d'essa, non vogliono obbedire e pur non sanno comandare, sono i pessimi nemici delle repubbliche, uccidendone la libertà senza recarvi la calma del dispotismo.
Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant'egli aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a' soldati di lui: e deh qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch'erano divenuti per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»; talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere; si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per unico appoggio le fazioni di piazza.
Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo, che non gli sapea perdonare d'avergli in Asia rapito gli allori tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella guerra servile. Questi s'era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò, grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d'allora comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani, amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature, gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli del fôro, metteva la sua mediazione e l'abilissima eloquenza a disposizione di chiunque avesse uopo d'un patrono; e qualora Cesare, Marc'Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti; alla guerra molti l'accompagnarono per pura benevolenza; in pace servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico, nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne' tumulti a questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.
Di mezzo alla corruttela d'allora come un rudero antico campeggia Cajo Porcio Catone. Degno discendente dell'antico censore, aveva irrigidita la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come primo dovere la coerenza e l'unità, aborrendo que' temperamenti, a cui l'onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori de' Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso, ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch'e' sia ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta avesse imparato, ebbe la fortuna d'aver a maestro Sarpedone, che al continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni. Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d'uomini insigni, Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè non dare una spada a me onde liberare la patria?»
Amava tanto il fratello Cepione, che a vent'anni non aveva mai senza lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava l'eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi, mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto, sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul rimbrottare il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo. Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l'iniquità. Cicerone, avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di cozzo, deplora più volte l'inflessibilità di costui, che «parlava come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma esso, come l'ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console ridicolo abbiamo!»[113].
Quanto si forbisse dall'universale corruttela ne diede prova il popolo allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena, aspettò ch'egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente, che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio io opero». Eletto questore, di una carica che prima si ambiva per l'opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel che privati doveano all'erario: e trovate le quietanze de' sicarj e degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un'altra volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per comprar voti.
Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar questo coll'esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina: ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti s'interposero; invano trovò il fôro pieno d'armati e gladiatori; egli s'avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al tribuno fazioso e micidiale alla libertà.
Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all'umanità; al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura. Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con satire violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un'altra moglie. Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.
Tutt'altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo Giulio Cesare (n. 100) fu uno de' maggiori personaggi dell'antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall'epilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga; però l'atante statura, l'occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v'avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da' suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl'inducono la persuasione che l'unico posto a sè conveniente è il primo. D'altra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l'autorità sua.
A diciassette anni trovatosi di fronte a Silla, osò disobbedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle Vestali, lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti Marj», indovinando il colpo che porterebbe all'aristocrazia. Sdegnando il perdono o diffidando, Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei pirati, non che fare da sbigottito, li minacciava, dandosi aria di loro capo non di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse — Troppo pochi; ve ne darò trecentomila: ma libero ch'io sia, vi farò crocifiggere», e mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno in molte imprese che allora compì.
Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che seduceva anche per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma depravata, corritor d'avventure come tutti i giovani nobili d'allora, prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per farsi aderenti, tanto che prima d'acquistare veruna carica, si trovò un debito di mille trecento talenti (sette milioni e mezzo di lire). Anzi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato comprò i voti dei poveri, dall'altro impegnò i ricchi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di sdebitarsi. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di Giugurta, e diceva[115]: — Due sono i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».
Segnalato fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed aprì sua carriera coll'accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella, già governatore della Macedonia, console, trionfante. Dolabella avea rubato quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati ammiravano l'ingegno e la coltura del giovane Cesare; il popolo applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di Silla, sebbene comandati dal dittatore; i Greci e gli altri provinciali lo sperarono sostenitore dell'umanità contro la tirannide privilegiata di Roma.
Perocchè, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben diverso dal costui; l'uno respingeva verso un irremeabile passato, l'altro avviava all'avvenire, cercando ciò che paresse effettibile; l'uno escludeva checchè non fosse romano, l'altro abbracciava checchè il mondo barbaro potesse tributare all'annosa civiltà, e dilatava le gelose barriere della città romana, che ben presto dall'Impero e dal cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie latine nel ricuperare i diritti cincischiati dal dittatore; anche ai Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; le città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant'altri mai; risarcì la via Appia quasi tutta del suo; distribuzioni al popolo e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi, fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili, lo che, unito alla splendidezza dello spettacolo, pensate quanto il crebbe nel pubblico favore: ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non lasciava al popolo l'atroce soddisfazione di vederli spirare.
Benchè, secondo la vetusta costituzione, le donne romane fossero riverite in famiglia, nulla per la città, pubbliche esequie egli rese alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in piazza il funebre elogio; e in quell'occasione richiamò memorie care al popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo nuovo genere di broglio, accusando Cesare d'aspirare ad egual potenza; Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien senato: — Non più per mine secrete, ma per aperto calle Cesare assalta la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure, quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi col dito per non iscomporre la chioma, non so persuadermi che uom siffatto pensi a rivoltare lo Stato».
E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli; questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll'oro rubato ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli rispose: — Ti sovvenga che Semiramide soggiogò l'Oriente, e le Amazoni conquistarono l'Asia».
In realtà Cesare già avea preso la capitananza del partito popolare, fiaccamente maneggiata da Pompeo. L'orgoglio patrizio riponeva egli nel mettersi sotto cotesti usuraj arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere anche i provinciali, e servirli coll'istessa qualità di pane. Pompeo, tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Cesare, perchè quegli menava vanto de' fatti suoi, questo no, e possedea la gran politica di far servire gli altri a' suoi propositi. Avendo ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano partire, finchè Crasso (61) non si esibì mallevadore per lui di cinquecentrenta talenti. Andatovi, menò guerra risoluta, spinse le conquiste fino alle rive dell'Oceano, e tornò rifatto a segno, che spense gli enormi debiti. All'ambito onore del trionfo, che il costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l'ottenesse, rinunziò per entrarvi a cercare il consolato; al qual fine barcheggiò in modo d'amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pompeo s'accontentava di dimezzar l'impero coll'emulo dacchè più non si vedeva l'idolo del senato; e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta col nome di primo triumvirato (60), che ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pompeo la popolarità, Cesare il genio. Il senato profuse congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l'accordo di questi tre toglie a Roma la libertà».
Cesare, ottenuto il consolato (59), bramava a collega Irzio letterato[116], poco destro all'amministrazione: ma Catone, ombroso di questi nuovi potenti, persuase i senatori a lasciar dormire la legge, e comprare voti per Calpurnio Bibulo, il quale prevalse. Ciò non tolse che Cesare esercitasse una specie di dittatura con aspetto di grande popolarità; e dirigendosi a toglier le barriere fra Roma e il mondo, leggi rigorose portò contro la concussione; della Grecia assodò l'indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cispadana fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto latino, e vi stanziò numerose colonie; di modo che un territorio barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli. Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figli; se queste non bastavano, se ne comprassero dai privati coi tesori riportati dall'Asia; cosicchè da una moltitudine oziosa ed affamata venissero ridotti a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta dei commissarj.
Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d'oggi in domani: del che lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non garba di vederti comprare la moltitudine colle ricchezze del pubblico». Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col pretesto che non convenisse introdurre novità nell'amministrazione. Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi: — Non solo approviamo, ma siam disposti a sostenere anche colla spada la tua legge». Il popolo vi prese calore; al console Bibulo, che incaparbiva nella resistenza, furono infranti i fasci, maltrattati i littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero. Solo Catone persisteva nel niego, benchè minacciato di prigione e d'esiglio; ma Cicerone l'imbonì col dirgli: — Se tu puoi fare senza di Roma, Roma non può fare senza di te; ed è da insensato gettarsi in un precipizio quando non si può chiuderlo»; e la legge agraria passò. Ventimila coloni furono piantati sul territorio di Capua; e questa antica emula di Roma, da cencinquant'anni ridotta a prefettura, cioè priva fin de' magistrati municipali, si rifece; e avrebbe potuto ricomparire l'utile classe de' campagnuoli se la legge fosse stata ben adempita.
Bibulo cessò dagli affari, e pieno arbitrio rimase a Cesare, talchè gli spiritosi chiamavano quello l'anno del consolato di Giulio e di Cesare. Questi viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e inducendo il senato a collaudare quant'esso aveva operato in Asia; quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l'appalto delle gabelle; vendè l'alleanza di Roma al re d'Egitto; poi volendo sottrarsi a quell'aura popolare che si risolve in fischi, agl'intrighi, alle violenze, si fece decretare per cinque anni (58) le provincie delle Gallie e dell'Illiria, ove poteva colle conquiste procacciarsi gloria, e prepararsi un esercito destro e devoto.
Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all'indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell'alleanza del popolo romano, impedivano il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de' Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d'allora cominciava[117].
Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell'Armorica (57), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall'isola di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da' Romani (55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl'isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi, null'altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l'aspettava; e Roma berteggiavalo d'aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d'arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell'isola a confronto della beffatrice!
Tolta la speranza d'ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremeva della dominazione forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, e per cui egli era costretto (53) rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Carnuto il grido della riscossa, che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (Orléans) si fa macello de' mercadanti italiani; e a capo degl'insorgenti si pone Vercingetorige, giovane di antica famiglia arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare. Rivoltatogli il paese, chiama alle armi fin i servi della campagna, intima il fuoco a chiunque mostri viltà, e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de' Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno più migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.
Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch'egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l'appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle vallee: ma benchè l'audace e risoluto Vercingetorige mai non s'allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll'alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania fra i Galli stessi, potè sostenersi. Assalito Avarico (Bourges) (52) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanovemila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati: altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità[119]; che soleva dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe l'avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d'aver tentato impedirli.
Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige, e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge (50). Molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani. In dieci anni l'eroica Gallia restò soggiogata: mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri[120], formarono il vanto di Cesare. Industriandosi a sanar le piaghe del paese, percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono il destino dei vinti; l'imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia comata ottenne prerogative sopra la togata. Il proconsole evitava quanto potesse di offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfitte: trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch'eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela, è sacra»; la legione di Galli veterani, che sul caschetto portavano l'allodola simbolo di vigilanza, eguagliò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch'egli sottraeva a' suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese.
A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma perire, sariasi risposto, dei Galli; essi che altra volta l'aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l'Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa. Imperocchè l'esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni.
Intanto a Roma Cesare grandeggiava per la sua assenza; il vago di quelle guerre lontane lasciava che l'immaginazione ne esagerasse i pericoli ed il frutto, rimanendo eclissato Pompeo da trionfi sovra gente da tutto l'orbe divisa, quella gente che era venuta altre volte sino appiè del Tarpeo; e se a Camillo e Mario tanta lode derivò dall'averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò?
Potenti avversarj ormavano, è vero, i passi di lui, raccogliendo e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio de' prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare, l'austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto, supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il pericolo de' prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallie in mano d'un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire l'esercito, poi per la Cisalpina condurlo fin alle porte di Roma. Gli amici però del proconsole, fra' quali s'era aggregato Cicerone[121], riflettevano: — Se nella Gallia ha domato grandissime nazioni, egli non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma e alle delizie d'Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate, genti sì grossolane».
Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare acquistarseli, lusingando il vulgo, mercando i demagoghi. Per venti milioni e mezzo comprò un'area, e vi eresse un fôro con portici di marmo, allettamento popolare; comprò per otto milioni e mezzo la neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza d'un tribuno: tutte armi che affilava contro la repubblica.
E la repubblica nel decennio ch'egli avea combattuto nelle Gallie, sopraffannata dall'anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno di un domatore. Lo impoverire de' molti rendeva onnipotenti i pochi ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra i quali ormai si concentra l'interesse. Ma in queste ultime lotte nulla appare di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare dall'anarchia all'oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati ruina dell'agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della costituzione.
Crescendo più sempre le conquiste, ad ogni occhio veggente appariva come Roma fosse base troppo angusta a tanta mole. Il Governo era decrepito, ben più che non fosse degradato il popolo soggetto; e l'immensa corruttela rodeva i nobili, infraciditi nella ricchezza, e chiedenti dalla civiltà greca incredulità e godimenti, e la plebe oziosa, tumultuante, vendereccia di Roma. — Si abbattano le barriere oligarchiche; s'introduca nella città tutto il mondo», esclamava Cesare: ma al patriotismo angusto parea che con ciò si disacrasse la terra degli avi. Campione di questo presentavasi Catone, umore intrattabile, differendo affatto per iscopo e per mezzi dal grosso del partito ch'egli onorava: ma oltrechè la legalità è migliore per attaccare che per difendersi, consiglio ed ajuti non poteva egli chiedere se non da un corpo corrotto, da vecchi indolenti e rugginosi, che avevano perduto il senso morale e ogni sentimento di dignità, o da giovani violenti, febbricitanti d'orgoglio non men che di libidine. Pretendendo piegare la rigidezza delle cose all'inflessibilità de' principj, egli noceva alla patria col volerla ritrarre verso un passato che più non era possibile resuscitare, invece di timoneggiarla nel dirigersi all'inevitabile avvenire; inveiva contro il vincitore dei Galli, spargea sospetti sovra Pompeo, contrariava Cicerone, ricorreva a rimedj locali in una malattia di costituzione. Tentò por modo alla sfacciata venalità delle cariche col processare chi comprasse i suffragi, e indispettì la turba che vivacchiava di quel traffico: del resto i candidati non più alla moltitudine dirigevano le brighe, bensì ai triumviri ed ai consoli, contrattando con essi la cercata dignità. Muzio Scevola tribuno sventò anche tale mercato coll'interrompere l'assemblea ogniqualvolta scoprisse broglio nell'elezione dei consoli, ma che ne seguì? rimase sospesa questa magistratura.
Cicerone ravvisava questi sbagli di Catone: ma, all'opposto della costui fermezza, egli mancava della risolutezza ch'è necessaria ad uomini di Stato; e vuolsi altra che eloquenza a condurre un paese. Per sovvertire poi l'ordinamento antico si chiedeva una poderosa abnegazione di se stesso; nè l'avvenire potea prevedersi da chi lo mirava traverso agli amori e agli odj proprj, alle proprie speranze, ai proprj timori.
Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana storia: ma troppo presto egli dimenticò quel che di straordinario e fuggevole ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal preconizzarlo; e Catilina, e il minacciato incendio, e gli aguzzati pugnali erano o tema o episodio inevitabile d'ogni suo discorso. Sul proprio consolato scrisse commentarj in greco e un poema in tre canti; e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterità in modo benevolo, ch'egli stesso gliene somministrerà i documenti[122]. Fin gli onori del trionfo ambì dopo la spedizione contro i Parti; e querela Catone perchè non ne abbia sostenuto la domanda, e Pompeo che abbia scritto lettere al senato senza un motto di congratulazione pel vinto Catilina[123].
Però la gloria quanti disinganni non prepara a chi se n'appassiona! Cicerone medesimo con inarrivabile lepidezza racconta come, durante la sua questura a Lilibeo in Sicilia, teneasi persuaso che Roma di null'altro parlasse che de' benemeriti suoi, egli liberale coi municipj, egli disinteressato cogli alleati, egli pacificatore delle liti, egli in gran carenza di viveri avea provveduto di grani la metropoli. Reduce coll'idea che la patria non pensasse che a ringraziamenti e ricompense, tra via fermossi a' bagni di Pozzuoli, dov'era concorso il bel mondo della città; ed ecco il primo che scontra gli chiede che s'abbia di nuovo a Roma. Cadde il fiato a Cicerone a tal dimanda, e rispose che veniva dalla provincia. — Ah ah, dall'Africa?» rispose il galante. — No, dalla Sicilia», replicò secco lo stomacato Cicerone; ed uno che ascoltava, volendo mostrarsi meglio informato, soggiunse: — Che? non sai che stette questore a Siracusa?» Pensate come dovesse indignarsene Cicerone; ma prese il partito di fingersi capitato alle acque come gli altri, e si convinse che il popolo romano, quanto acuto l'occhio, tanto avea dure le orecchie.
Ma non sempre chi operò insignemente riesce a ottenere l'oblìo de' suoi contemporanei; rado gli è perdonato il ben che fece; e l'invidia si rassegna a tollerare le violenze, ma non che uno si compiaccia d'avere recato vantaggio. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce ne rimane testimonio una stizzosa invettiva, attribuita a Sallustio, nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui, della moglie, della figliuola) gli si diceva: — Vantarti della congiura soffogata! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi condannare a morte, chi multare in denaro, secondo te ne entrava talento. Un cittadino ti fabbricava l'abitazione, uno la villa di Tuscolo, uno quella di Pompei, e costoro erano i belli e i buoni: chi nol volesse, quello era un ribaldo che ti tendeva insidie in senato, veniva ad assalirti in casa, minacciava fuoco alla città. E ch'io dica il vero, qual patrimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti coll'azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville? col sangue e colle viscere dei cittadini; tu supplice cogli inimici, tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, O fortunata Roma, me console nata? Sfortunatissima, che sostenne una pessima persecuzione, allorchè tu ti recasti in mano i giudizj e le leggi. E pur non rifini di tediarci esclamando, Cedano l'armi alla toga, i lauri alla favella; tu che della repubblica pensi una cosa stando, un'altra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno»[124].
Tullio rimaneva più esposto agli attacchi perchè non apparteneva all'antica compatta aristocrazia, ma come uomo nuovo munivasi solo dei proprj meriti. Perciò il senato, per quanti servigi ne traesse, amava vederlo umiliato, onde mostrare quanto poco potesse chi non vantava gran natali e grandi ricchezze: l'egoista Pompeo lo facea bersaglio di sdegni, coi quali voleva ostentare potenza e offendere il senato, senza pericolo d'inimicarsi qualche gran casa: Cicerone stesso, attonito d'un coraggio che non era nell'indole sua, aveva bisogno d'appoggio per non parere barcollante, sicchè facea lo scontento eppure curvavasi, parteggiava ora per l'uno ora per l'altro, com'è troppo facile in tempi agitati, dove appajono più gli uomini che i partiti. Avverso in origine a Cesare e a Crasso, quando li vide d'accordo li blandi; fautore infervorato di Pompeo, sino a professare di creder giusto e vero tutto ciò che era utile o piacevole a questo[125], dappoi gli scoccava motti, accennava lo scopo ed i pericoli del triumvirato, istigava Catone ad opporvisi, e ostentava coraggio ogniqualvolta non fosse compromettente. Fece dispetto ai potenti quella libertà; e mentre avrebbero potuto facilmente cattivarselo, per esempio col dargli la carica d'augure che ambiva[126], stimarono meglio aizzargli incontro Publio Clodio.
Costui, dell'illustre casa Claudia, rottosi alla petulanza e al disordine, avea diffamato la sua gioventù con infando libertinaggio[127]. Per costume antichissimo, allo scorcio dell'anno consolare si radunavano le dame primarie colle Vestali, offrendo un sacrifizio alla Bona Dea, il cui nome ad esse sole era conosciuto; nè alcun uomo, foss'anco il padrone di casa, poteva entrare alle religiosissime cerimonie; gettavasi persino un velo sopra le immagini d'uomini o d'animali maschi. Celebrandosi questa solennità in casa di Giulio Cesare sommo pontefice (59), Clodio, che amoreggiava la costui terza moglie Pompea, e non avea modo di vederla, s'accontò con lei per entrarvi travestito da cantatrice. Ma una schiava lo scopre, i misteri sono interrotti, chiuse le porte, Clodio espulso ad improperj, e tutta la città a rumore. Clodio viene accusato come sacrilego; ma aveva e denari per corrompere, e lascivie per guadagnare[128], e cagnotti per atterrire. Narrossi che il console Calpurnio Pisone, invece delle due iniziali d'assoluzione e di condanna, facesse distribuire al popolo sole lettere assolutorie; invano Catone tentò sospendere il menzognero giudizio; Catulo diceva esser poste le sentinelle non a prevenire un tumulto, ma a tutelare il denaro, dai giudici ricevuto; Cesare stesso, per non disamicarsi la moltitudine, dichiarò che nulla aveva da imputare a Clodio; pure ripudiò la donna, dicendo: — Nemmanco sospetti devono cadere sulla moglie di Cesare».
Così ogni avvenimento privato pigliava importanza di pubblico pel mescolarvisi delle fazioni e per la potenza personale. Clodio in una sommossa uccide un tribuno del partito di Pompeo; e temendo non ne resti peggiorata la sua causa, fa assassinare un tribuno del partito proprio, per incolpare gli avversarj: spediente non dimenticato ai nostri giorni. Nel territorio di Rusella, paese della maremma già spopolato, facea guerra alla strada Aurelia, tanto che non si potette tampoco con sicurezza spedir un corriere a Decio Bruto proconsole a Modena. Imbaldanzito poi dall'impunità, e stipendiato un branco di gladiatori, facea tremare quei poveri liberti che ormai soli rappresentavano nel fôro la maestà del popolo romano; e benchè nobile, si fece adottare da un popolano (58), per essere eletto tribuno della plebe. Allora, spalleggiato dai triumviri che sotto la sua maschera esorbitavano, si affezionò il vulgo con proporre distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate; i ricchi corrotti col tôrre ai censori il diritto di degradare i senatori e i cavalieri senza formale giudizio. La distribuzione delle provincie che ai consoli facevasi a sorte, Clodio la fece attribuire ai comizj tributi, nei quali si assegnarono estesissime regioni a ciascuno.
Tra per odio personale, tra per istigazione de' triumviri, tra per ingrazianire la plebaglia, sempre smaniosa di buttar nel fango gl'idoli di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro Cicerone. Il quale vedendo in aria il nembo, comprossi il tribuno Lucio Mummio perchè costantemente si opponesse al collega: ma Clodio giurò a Cicerone che nulla imprenderebbe contro di lui, purchè ritraesse Mummio dalla sistematica opposizione. Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore, fa decretare dal popolo non esser mestieri d'augurj per le leggi proposte ai comizj dai tribuni, mirando con ciò a rimovere l'ostacolo della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo.
Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse mandato al supplizio un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era macchina contro di sè, onde vestì a corrotto, lasciò crescersi la barba, supplicava gli amici a difenderlo; il senato stesso s'abbrunò, finchè i consoli ordinarono riprendesse la solita porpora; duemila cavalieri in lutto pregavano per Cicerone, e gli faceano scorta contro i bravacci di Clodio, che insultavano l'umiliato oratore, e dispensavano coltellate. Cicerone, scoraggito quanto dianzi era borioso, chiedeva dagli altri il consiglio che non trovava in se stesso. Lucullo gli suggeriva di durar saldo, e a capo de' cavalieri e de' ben intenzionati sperdere gli avversarj; Catone ed Ortensio l'esortavano non imitasse Catilina, e si conservasse incontaminato; Cesare proponeva sottrarlo al nembo, conducendolo seco come luogotenente nella Gallia; onorevole proferta, che egli non accettò, onde Cesare se gli fece apertamente nemico. Pompeo s'era ritirato ad Alba, nè gli diede ascolto; sicchè Cicerone indispettivasi di costui, che lodandolo in viso, dietro le spalle l'invidiava, e che al fondo non avea nulla di onesto nella politica, nulla d'insigne, di vigoroso, di franco[129].
Da Clodio accusato davanti alle tribù dell'uccisione di Lentulo, di Cetego e degli altri cavalieri romani, Cicerone cedette alla procella, e uscì di città nottetempo. Il terrore sparso da Clodio gli faceva più amari i passi della fuga: si vide chiusa Vibona, città della Lucania da cui era stato eletto protettore; si trovò respinto dalla Sicilia, campo di sua gloria durante la questura, poi sua protetta contro Verre[130]; ricevette intrepida ospitalità da Lenio Flacco a Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato a Durazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele dell'esiglio, fiaccamente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vôlti alla patria[131]; onde quei Greci, dopo esaurite tutte le consolatorie che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata nelle filosofiche quistioni, mettevano in campo sogni ed augurj per assicurarlo d'un sollecito richiamo. Aspettando il quale, si conduce a Tessalonica: quivi piange, si dispera, desidera morire, vuole uccidersi; tutti modi di far parlare di sè quando teme che il mondo lo dimentichi.
Clodio, esultante come d'un trionfo, fece decretare bandito Cicerone a quattrocento miglia dalla città e confiscati i suoi averi, demolirne la casa e le ville, e consacrare dai pontefici l'area dov'erano sorte, perchè più non potessero venirgli restituite. Dov'erano allora gli amici, i beneficati di Tullio? dove i cavalieri ch'egli avea messi in istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pel perseguitato! sciagurata libertà dove l'ingiustizia fatta ad uno non si considera comune! Solo Catone si opponeva e protestava; onde Clodio per disfarsene (58) lo fece deputare a pigliar possesso del regno di Cipro, che i Romani pretendeano per un testamento di Tolomeo Alessandro II.
Ai triumviri più non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo, il rimandò in Armenia, fomite di turbolenze: Pompeo se ne tenne insultato, e pensò vendicarsi dell'audace demagogo col revocare Cicerone. La proposta fu dal senato ricevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana. Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fôro circondato da' suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre, come dicea questi, un lago di sangue al suo ritorno: ma Tito Annio Milone, italiano di Lanuvio e genero di Silla, collega di Clodio e non meno manesco, fece altrettanto; e mentre le due masnade stavano guatandosi in cagnesco, il richiamo passò.
A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (57), di cui non farà meraviglia chi abbia visto la leggerezza delle moltitudini che festeggiano del pari un pontefice o un tavernajo. Per verità i quotidiani battibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone come una riscossa contro la violenza, e perchè egli era simbolo della libertà regolare, dell'alzamento d'un uomo nuovo contro la fazione patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volontà comuni e moderate contro le personali e violente. Già quando si erano posti all'asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi: allora poi tutte le città municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano a festeggiarlo; il senato gli uscì incontro fino a porta Capena, e il condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una delle più giuste sue compiacenze, e — Qual altro cittadino, da me in fuori, il senato raccomandò alle nazioni straniere? per la salvezza di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono che i governatori delle provincie, i questori, i legati custodissero la salute e la vita. Nella mia causa soltanto, da che Roma è Roma, avvenne che per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero dall'Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che il senato non mai decretò nel pericolo di tutta la repubblica, stimò dover decretare per la mia salute. Chi più fu richiesto dalla curia? più compianto dal fôro? più desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa fu deserto, orrido, muto al mio partire, pieno di lutto e di mestizia. Qual luogo è d'Italia, ove ne' pubblici documenti non sia perpetuata la premura della mia salvezza, l'attestazione della dignità? A che serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio che, con triplice trionfo, aggiunse a quest'impero le tre parti del mondo, proferì una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza di aver conservata la patria: e quella sentenza fu dall'affollatissimo senato approvata in modo, che un solo nemico dissentì, e ne' pubblici registri fu la cosa tramandata a sempiterna memoria? o quel che il domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o causasse indugio in grazia degli auspicj; chi lo facesse, s'avrebbe qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe severamente? Colla quale gravità avendo il senato remorata la iniqua audacia di alcuni, aggiunse che, se ne' cinque giorni in cui si poteva trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in patria e in ogni dignità... Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come venendo, i Brindisini mi abbiano, per così dire, sporta la destra di tutta l'Italia e della medesima patria? e per tutto il viaggio le città italiche apparivano in festa pel mio ritorno, le vie affollate di deputati spediti d'ogni onde, le vicinanze della città fiorenti d'incredibile moltitudine congratulante: il passaggio dalla porta Capena, l'ascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che fra la somma allegrezza io mi accorava che una città così riconoscente fosse stata misera ed oppressa»[132].
Rimesso nel senato, e mal vôlto ai nobili che aveano favorito Clodio, si pone coi triumviri che almeno non eran gente da tumulti e da violenza, e che sopportati in pace, assicurerebbero il riposo: col ringiovanito suo credito sostenne Pompeo, di cui il recente benefizio redimeva l'anteriore abbandono; e forse esagerando la carestia, fecegli attribuire la commissione di tenere provveduta di grani la città per cinque anni, con pieno potere sui porti del Mediterraneo: commissione amplissima, che rinnovava il governo personale. In compenso il Magno gli fece dai pontefici restituire lo spazzo della casa, ed assegnare dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio.
Vanità smodata, oscillante volontà, debolezza di propendere sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa avvedutezza ne' politici maneggi, inettitudine a innestare sull'antico ceppo patrio i nuovi talli, sono macchie sulla splendida memoria di quest'uomo, d'altra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile all'operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare, vuole il consolato non pel rigore de' fasci, ma per la pompa della sedia curule; il rispetto umano gl'infonde un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanità lo rende stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare o da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso, eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene: sopra ogni cosa distende lo splendido velo dell'arte e dell'eloquenza. Ben comune doveva essere la crudeltà, se apparve persino in lui letterato e timido, il quale sollecitò l'uccisione de' Catilinarj, consigliava a colpire Antonio insieme con Cesare, e ripeteva: — Se vorremo esser clementi, non mancheranno mai guerre civili». La posterità, malgrado i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco della pubblica indignazione contro ribaldi, da' cui coltelli non era chi l'assicurasse? E per noi è confortante il vedere quest'oscuro Arpinate sorgere per forza d'ingegno sino a meritar il nome di padre della patria, a primeggiare in senato, ad emulare inerme il trionfo de' guerrieri, a subire la gloria d'un esiglio riguardato come pubblico lutto, ad acquistare potenza colla parola dove tant'altri se la procacciavano colle spade e coi coltelli.
Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle brigate[133]; e per Roma facevano fortuna le sue arguzie, raccolte poi da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciascun ricco testando lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni di sesterzj[134], onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s'astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso d'arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva l'anno ingente somma.
Catone, che disapprovava costantemente i gladiatori e gli atleti, come gente sempre alla mano di chi volesse atterrire la città, n'aveva però allevato una partita; e procurò venderli, ma senza far rumore. Milone mandò comprarli, poi divulgò il fatto: la città ne fece le risa grasse[135], e Milone con questi bravacci teneva in rispetto Clodio, ostinato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio (53) messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone gliene dà accusa. Clodio dunque briga l'edilità, ottenuta la quale, sarà inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfavorevoli, e l'elezione viene prorogata. Al nuovo giorno, Clodio fa occupare il fôro da' suoi satelliti, acciocchè l'elezione si compia prima che Milone pronunzii sopra gli auspizj: ma che? Milone già vi ha disposto i suoi nella notte. E così prolungasi d'oggi in domani, finchè gli Italioti non sieno stracchi di venir dal loro paese a tumultuare in Roma. E quando Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo fischiano, Clodio gli avventa dalla tribuna ingiurie a gola, per tre ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai sassi e ai pugni; Clodio è messo in fuga; Cicerone fugge anch'esso per paura che «nel tumulto non avvenga qualcosa di male»[136].
E Cicerone diceva d'amare il regime, stanco di tanti salassi[137]: ma i due capibanda rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie, sommoveano ogni dì la pubblica quiete; finchè Milone sentendosi forte nell'appoggio di Pompeo e di Cicerone, il quale avea fin detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco dell'altro[138], scontrato costui in cammino, venne seco alle prese, e lo freddò. Il vulgo, levatosi a rumore, saccheggiò la curia per alimentare il rogo di Clodio, ed assalì Milone: ma questi, ben munito e ricinto di bravi, respinse la forza colla forza. Citato in giudizio, gli domandano, secondo le forme, che consegni i suoi schiavi perchè sieno interrogati alla corda; ed egli risponde avergli affrancati, nè uom libero potersi mettere alla tortura. Così mancavano i testimonj al fatto, e Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro avvocato per difenderlo: ma Pompeo, pago d'aversi tratto dagli occhi quello stecco, non si curò di salvar l'uccisore; e Cicerone, presa paura dei bravi di Clodio, non recitò la bella sua arringa, e lasciò che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci squisiti[139].
Qual era dunque la libertà di Roma, ove tutto potevano i triumviri e qualunque ribaldo venisse parteggiando? Crasso e Pompeo ambivano il consolato, ma disperavano ottenerlo in competenza con Domizio Enobarbo, il quale, col professare di voler abolire il proconsolato di Cesare, blandiva i rancori degli aristocratici (55). Epperò, mentre costui di buon mattino, con Catone ai fianchi, andava per la città accattando suffragi, gli uscì addosso una smannata di malviventi che ferì Catone, e uccise il servo che lo precedeva colla fiaccola: poi i tribuni impedirono i comizj, sicchè Roma restò senza consoli, il senato vestì a lutto, finchè vedendo non potere altrimenti quietare il subuglio, domandò a Crasso e Pompeo se volessero accettare il consolato, e così furono eletti.
Allora, per non essere da meno di Cesare, nè restare disarmati mentre egli assicuravasi un esercito coi trionfi, si fecero decretare Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l'Egitto e la Macedonia. Cesare v'assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: Catone, che andava ricantando i pericoli de' prolungati comandi, fu dal tribuno Cajo Tribonio messo in arresto, e si stabilì che i governatori non fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado, esigere dagli alleati contribuzioni e truppe. Pompeo, più del comando ambendone le apparenze, rimase a Roma: Crasso s'avviò contro i Parti.
La vittoria sopra Mitradate e gli altri re dell'Asia fece Roma confinante con questo terribile popolo, che stanziando fra l'India orientale, la Media e l'Ircania, poteva interrompere le comunicazioni dei mercanti d'Occidente coi paesi che diedero sempre le più squisite e preziose derrate. I Parti erano guerrieri nati, sempre a cavallo, abilissimi a trar d'arco, non affidandosi nelle ordinanze, ma nel valore violento. Li dominavano principi Arsacidi, che s'intitolavano re dei re, fratelli del sole e della luna, ma che restavano limitati dai dodici satrapi militari dell'impero, i quali poteano anche deporli, e probabilmente ne confermavano l'elezione prima che il surena o generale gl'incoronasse.
Parve che, dal primo conoscerli, Roma sentisse quanto sarebbero a lei pericolosi: ma sebbene il timore di essi facesse poco ambita la provincia d'Asia, pure Crasso la sollecitò a gran prezzo. Da un lato voleva superare Lucullo, Silla, Pompeo mediante spedizioni somiglianti a quelle d'Alessandro; dall'altro compiacevasi in pensare e parlare delle spoglie della Partia, intatta ancora da invasioni, e delle aurifere arene dell'Indo e del Gange. Quel popolo aveva allora pace ed alleanza coi Romani; laonde il tribuno Atejo Capitone si oppose alla guerra fin coll'impedire a Crasso l'uscita di Roma, e coll'imprecare contro di esso gli Dei vindici de' patti: ma Crasso, protetto da Pompeo e stimolato da avara ambizione, tragittossi in Asia (54).
Traversando la Siria, rubò diecimila talenti al tempio di Gerusalemme, risparmiato da Pompeo; poi varcato l'Eufrate, entrò sulle terre de' Parti, i quali non avendo ragione di temere un'invasione, furono côlti sprovvisti. Insuperbito della vittoria, lasciossi attribuire il titolo d'imperatore; al re Orode, che mandò chiedergli qual motivo traesse i Romani a guerra, replicò darebbe risposta in Seleucia lor metropoli; ma Vagiso, capo della legazione, mostrando la palma della sua mano, disse: — Prima che tu prenda Seleucia, vedrai crescere del pelo qui». Per riuscire, Crasso avrebbe dovuto difilarsi sopra le capitali, profittando della costernazione; invece tornò a svernare nella Siria, ed arricchirsi delle spoglie e delle contribuzioni.
Ma mentre i soldati suoi scioglievansi dalla disciplina, i Parti, riavuti dalla perfida sorpresa, facevano armi, e il loro surena in un tratto (53) ricuperò le città occupate da Crasso. Il quale de' cento sinistri augurj, che sgomentavano i suoi, si rideva; ma sprezzava anche i buoni pareri, e invece di far via per le montagne armene ove mal potrebbe squadronarsi la cavalleria parta, s'avanzò nella Mesopotamia. Quivi pianure deserte o pantanose, il territorio devastato, arsi campi e villaggi, non grano per l'esercito, non foraggi pei cavalli; i generali spingevano innanzi a sè le popolazioni, appena gettando alcuna guarnigione nelle piazze che, quando si fossero prese, bisognava distruggere. Raggiungevasi l'esercito nemico? insolita arte di battaglia occorreva contro una cavalleria che pugnava di lontano e fuggendo, talchè a nulla approdava la pesante fanteria romana; sconfiggevasi il nemico, nol si vinceva mai; si procedeva conquistando, e morivasi di fame. Alfine côlto dai Parti nella spianata di Carre, Crasso vide da essi bersagliate le indifese legioni: il figlio di lui non potendo sottrarsi, si uccise dopo combattuto valorosamente. Quando il teschio ne fu veduto confitto su lancia nemica, i Romani torcevano spaventati, ma Crasso: — Me solo tocca questo lutto. Roma non è vinta purchè intrepidi voi reggiate. Se vi prende compassione di un padre orbato, mostratemelo col vendicarlo su quei barbari».
In questo mezzo le freccie, colpendo incessanti e d'ogni banda, causavano una morte sì tormentosa, che molti preferivano accelerarla coll'avventarsi contro la cavalleria. Crasso, fuggendo con pochi, si trovò avviluppato ne' pantani e forviato da false guide. Dal surena invitato a parlamento, sebbene sospettasse d'insidie, vi si trovò costretto dalle grida de' suoi, e tra via diceva ai seguaci: — Tornati in sicurezza, per l'onore di Roma dite che Crasso perì deluso dai nemici, non abbandonato dai cittadini». Il surena gli fece ogni mostra d'onoranza; ma ben tosto cominciò una baruffa, dove Crasso restò ucciso. La sua destra e la testa furono presentate a Orode, il tronco lasciato alle fiere: diecimila uomini, sopravissuti al doppio d'uccisi, caddero prigionieri, e dimentichi della patria servirono i nemici, e ne sposarono le figliuole[140].
Il surena entrò in Seleucia fra i teschi e le insegne romane, trascinandosi dietro uno vestito da Crasso, con littori e guardie, borse vuote alla cintola, e una banda di donnacce, cantanti lascivie ed oltraggi ai vinti; e presentò al patrio senato una copia delle impudiche Favole Milesie, trovata nel sacco d'un uffiziale romano; come a dire che nulla di meglio dovea sperarsi da gioventù, la quale piacevasi in libri siffatti. Orode fece colare dell'oro nella bocca di Crasso, per insultare l'avara sua sete; poi assalì la Siria, sperando coglierla sguernita. Il luogotenente Cassio fu pronto alla riscossa; ma la sconfitta di Crasso non lasciò più ai Romani proferire il nome dei Parti senza un profondo terrore.