CAPITOLO XXVI. Seconda guerra civile.
Con Crasso periva l'unico che potesse mantenere l'equilibrio fra Cesare e Pompeo, i quali l'odio reciproco dissimulavano per tema che quello, accostandosi all'altro, di là piegasse la bilancia. La rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente. Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito console (54), avrebbe voluto por freno all'esorbitante potenza, sorretto anche da Catone: ma s'accôrse di non valer nulla contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire coi più, o dissentire invano[141].
Il governo di Roma, come tutto ciò ch'è patriarcale, supponeva una certa bontà: l'equilibrio suo consistendo nell'esteso diritto di opporsi, bisognava non lo spingessero all'estremo nè il senato nel negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli camminare d'accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi, tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno sentire la necessità d'un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi l'unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva la popolarità. All'occasione dell'assassinio di Clodio fu proposto di conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s'ardisse all'estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi. Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de' suoi emissarj e coll'appoggio dell'esercito, s'avviava alla dominazione, sicchè il senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà, dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d'un cittadino?
Cesare, gran guerriero, grand'oratore, gran politico, uom di dottrina e di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario, il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d'attenzione sì robusta che ad un tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj; coll'aspetto dignitoso e coll'efficace parola domina le assemblee, reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall'estrema Bretagna all'Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne' Commentarj, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i suoi emuli ritorcevano l'occhio verso il passato, egli lo spingea verso l'avvenire; donde una franchezza d'operare, sconosciuta a quelli; e ne' suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla giustizia.
Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè confessare al senato d'essersi concertato con quello per isfasciare la repubblica, nè a se stesso d'essersene lasciato illudere; donde un'esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo, propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo, sino a far battere un senatore di Como, all'unico scopo, diceva, che, tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole. Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo dell'Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e nell'esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo confermerà questa».
Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente da re era la potenza d'un capo d'esercito[142]. Anche stando colà, coltivavasi l'amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro, per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de' comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago delizioso.
Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo raccomandato; e v'ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e vittime. Nel verno tornava di qua dall'Alpi? al suo quartiere accorreva quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole e grandi[143], teneva d'occhio le ordite dell'emulo, e con prestezza e accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l'oro, coll'altra tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il guadagna col rilevarlo dagl'immensi debiti, sicchè invece suggerisce di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato; solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile vedeano la caduta della repubblica.
Di che Cicerone scriveva: — L'uno non vuol padrone, l'altro non soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo donare»; trovava pericoloso l'appoggiare tutta la pubblica cosa sopra uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d'altro lato non osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144], e domandava: — Il partito de' buoni qual è? forse il senato, che lascia le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli, che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva dunque ch'era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la repubblica era sagrificata. Catone, immobile come il dio Termine, non poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la ragione; ma scevro d'ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».
Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso d'entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare, rispose: — Ch'io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni». Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e custode del popolo contro le esuberanze de' suoi nemici, soprattutto fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli, Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia importantissima perchè i cittadini romani v'esercitavano i traffici loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l'arbitrio di condurre l'esercito fino al territorio sacro d'Italia. Destreggiavasi però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d'ambizione; ai primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar l'esercito e le Gallie, purchè mi si diano l'Illiria e due legioni»: domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede di restituirgliene un'altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma non prima d'essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i soldati.
Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc'Antonio che si opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l'inviolabilità del loro uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e l'equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l'esercito a Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»; al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio alle cose».
È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l'incarico di levare trentamila Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re. In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati maestrevolmente, e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna, l'Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.
Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell'Italia senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato, coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma, qui t'arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico, come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli orrori d'una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere giusto sempre, fuor quando si tratti d'un regno? Esclamando adunque, — Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.
Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano ne' consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri, ingombro d'ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato; abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse. Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare, ed asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.
Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente, lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.
Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa sopra il nemico.
Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non tocco neppure nelle necessità di Pirro, d'Annibale o delle fazioni, Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo giuramento, poichè più non v'è Galli». Dall'erario pubblico, lasciato sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d'oro[149], spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco Antonio per l'Italia, Cajo Antonio nell'Illiria, Licinio Crasso nella Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo nell'Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: — Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo poi un generale senza esercito».
Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle prime sconfitto, in quattro mesi l'ebbe tutta sottoposta; volato a Marsiglia Pompejana, l'ha a discrezione, e perdona le vite e la libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone, come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe spiccato se non l'avesse trattenuto vergogna o punto d'onore, e ad Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, amerei piuttosto esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare. Sì; l'amerei, ma col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare l'aver nostro, abbandonò la patria, l'Italia, se amai d'esser vinto, l'effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l'esempio molti altri senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che Cesare era perduto nella Spagna, con molt'altri deliberò di raggiungere Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d'onore in guerra civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di giustizia, ma da personale disgusto.
La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette; ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra que' giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in prevenzione le prede; l'uno avrà il pontificato massimo, vacante per la morte di Cesare; l'altro le ville e i giardini di questo o di Attico: chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti ne' prossimi comizj; chi già s'accaparra i suffragi; e preparano le tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza infervorato, dee soffrirne gl'insulti: i consigli moderati, l'aspettare l'opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e tradimento. Intanto si servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura aristocrazia e il sistema di Silla.
Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella diffidenza dell'esito che mal si perdona, e non facea risparmio d'epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: — Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio che l'esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, — Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano d'intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci divisamenti e il proposito d'imitare Silla[151].
Il più de' senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo, sicchè nessun ostacolo v'ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore, mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare quanto l'odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei, ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l'Italia a capo d'una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl'interessi; concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice massimo riempì i posti vacanti ne' collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare Pompeo nella Grecia.
Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo all'Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de' giovani nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti leggieri pendevano da' suoi cenni; egli stesso era carico d'allori; la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò rappresentante della patria, e proibì d'uccidere verun Romano se non in battaglia regolare.
Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità; onde vedendo tardare le legioni, s'imbarcò a Brindisi con pochissimi, poi rimandò le navi a pigliare i restanti, ed osò assediare tante forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua riusciva la prova, come tutti i grand'uomini, confidando nella propria fortuna, e sentendo d'avere per sè il popolo, e la forza di chi intende il suo tempo ed apre l'avvenire. Eragli nato in casa un cavallo coll'unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo domatore l'impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura, e ne dedicò l'effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153]. Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa di generale che crea i soldati, e gl'identifica con sè. Inesorabile col tradimento e coll'indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d'oro e d'argento; ma finchè dura l'azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all'udir in Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo, e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me; se no, cotesti novellieri li butterò s'una nave, e li spingerò in balìa del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi crescer la barba.
Così s'acquista la piena devozione de' suoi soldati, che contavano come gran vanto l'esser veduti da Cesare soccombere valorosamente. Nella Bretagna un d'essi salva i centurioni avviluppati dal nemico; fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a chieder perdono a Cesare d'aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s'una nave nemica, ha tronca la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli avversarj, s'impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia, Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all'intimata d'arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita agli altri, non dagli altri riceverla».
Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo tardare i soccorsi che Marc'Antonio dovea menargli da Brindisi, Cesare si veste da schiavo, e s'un battello da pesca traversa il mare. La procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi? tu porti Cesare e la sua fortuna»[154].
Non potè però tenere l'assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfitta, risolse terminare la guerra con un colpo, ed entrò nella Tessaglia. Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori invaniti di nomi storici, disdicevoli alla presente bassezza, millantatori, i quali, siccome avviene de' fuorusciti, credendo onorarlo col seguirlo, pretendevano essere ascoltati (48), ragionare il comando, misurare l'obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l'uno lo derideva perchè aspettava l'opportunità; l'altro lo paragonava ad Agamennone che volesse trarre in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l'ora di spartirsi le prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria. A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo: Pompeo, come i fiacchi di volontà, bisognava d'esser approvato, applaudito, e avria comportato più volentieri una sconfitta che un rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi errori: con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per l'evenienza d'una rotta[155].
Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato a' suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de' suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa. Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L'han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].
La posterità, non abbagliata dall'esito, poco valuta il giudizio che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de' vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Certamente dei due caratteri de' Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157]. Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d'una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.
Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina; Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi a questo con fiducia, s'imbarca sul Peneo con qualche liberto, e raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane re d'Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che, invece d'inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n'acquistasse la grazia coll'uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de' suoi fu assassinato.
Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare, che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso, fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell'assassinio, e rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza lasciar trar fiato ai nemici (47), gl'insegue all'Ellesponto, e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima d'arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de' tributi; riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo, la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo avversario.