CAPITOLO XXVIII. Italia alla morte di Cesare.

Patria per gli antichi equivaleva a quel che per noi ragion di Stato. Sparta la irrigidì fin a togliere la libertà individuale; Atene precipitò la democrazia nell'anarchia; Roma seppe contemperare un sistema coll'altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la superiorità d'una stirpe sull'altra, e di Roma su tutti i popoli: ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata innanzi all'editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i plebei si furono alzati fino a tor via l'originaria distinzione tra gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di fatto nella guerra Sociale i diritti della metropoli furono estesi a provincie italiane remote; e ciò non parve sacrilegio nè tampoco ai patrizj, sicchè svanendo i pregiudizi di località, guardavasi con occhio eguale non tutto l'impero, bensì coloro che in tutto l'impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale, che ragioni d'esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del mondo come privilegio de' conquistatori, o di chi essi v'avessero aggregato, nell'universale si diffondeva la persuasione che di un sentimento unico, di un'unica volontà fosse mestieri affine di governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.

Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le proprietà, sostituì la forza alla legge, l'inebbriamento d'un partito all'universale subordinatone; e ne furono solleticati tutti i desiderj, tutte le ambizioni, perocchè al crollare d'una potenza morale, vilipesi i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d'un meglio di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei capi, i quali nell'oscillazione pubblica riescono perchè possedono idee decise ed azione risoluta; voleva un eroe che gli strappasse l'ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte le aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo, incapace d'aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti cotesti feticci da piazza e da giornali che il vulgo oggi incensa, domani sfrantuma, e, per non confessare d'essersi ingannato, gli accusa d'averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor volta, ma non li coronò quella riuscita che fa il ribelle intitolar eroe. Perfin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo. Molti altri venivano a galla valorosi capitani, abili amministratori; ma incapaci d'intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati d'uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.

L'avventuriero più abile d'oggidì, colla felicità che caratterizza gli scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi come l'uomo del tempo Giulio Cesare: e, chi accuserà di stoltezza il popolo romano, se oggi stesso l'occhio spassionato riscontra in lui virtù che lo sceverano a pezza dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj, i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova costituzione alla repubblica? L'esito chiarì come il cadere di questa nel governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è stile degli utopisti, s'affissarono all'idea non alla possibilità, al momento non all'avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea risposto: — Preferisco la pazienza». Ma anche senza di ciò, avrebbero essi potuto leggere la condanna della repubblica nello smisurato depravamento delle classi privilegiate.

L'amministrazione della pubblica cosa, della giustizia, delle finanze, acquistava regola ed uniformità; magnifiche vie attraversavano l'Italia e l'impero; s'aprivano canali e porti; dalla Bretagna e dal centro dell'Asia si accorreva a Roma come a centro del sapere, della potenza, della civiltà; ad essa il mondo tributava merci, denaro, forza; ad essa inneggiavasi per tanto progresso, tante ricchezze, tanto incivilimento. Ma sotto quel lustro quante piaghe!

Asserisca pure Catone che non colle armi erasi ingrandita la repubblica, sibbene coll'industria in casa, col giusto comando fuori[171]; fatto è che il principale esercizio dell'attività di Roma consistette nella guerra, in prima per la necessità di conservarsi e di reprimere gli aggressori, poi non più pel trionfo d'idee, ma per appropriarsi l'altrui, o piuttosto per quella specie di fatalità che una conquista trae inevitabilmente ad un'altra, e da cui oggi vediamo ossessa l'Inghilterra nell'India. Vinti i popoli vicini, aprì campo contro i civili della Grecia e dell'Oriente, poi contro i barbari della Spagna, della Gallia, della Germania; e se qui colle stragi si portavano tanti semi d'incivilimento, colà distruggevasi senz'altro rincrescimento che del ritrarne poco bottino[172].

Però quanta sapienza politica in quell'elevare poco a poco e in vario grado i vinti sin alla condizione dei vincitori! Ma dopo presa Cartagine, le conquiste s'incalzarono così, che a Roma non rimase tempo di sistemarle con regolarità. Ne deteriorava la giustizia pubblica, e in conseguenza la privata; esternamente nemici di tutto l'uman genere come romani, dentro uomini d'una classe e d'un partito, drizzavano ogni arte al trionfo di quello, senza far mente ad interessi o a diritti altrui. A tanto impero poteva ella bastare una base angusta come il municipio di Roma? e il concetto d'assimilare i sudditi in una vasta amministrazione centrale, non come privilegio di pochi ma come diritto di tutti, non entrava in quegli assoluti patrioti. Pertanto le provincie non erano rappresentate da deputati come oggi si farebbe, ma si abbandonavano agli arbitrj proconsolari ed all'altalena dei partiti; intanto che i maggiori savj di Stato si preoccupavano soltanto di Roma, o tutt'al più dell'Italia.

È natura d'ogni società limitata l'andarsi diminuendo; e così fu della primitiva stirpe italiana. Inoltre le baruffe intestine contribuirono a consumarla; trecento cittadini perirono nel tumulto di Tiberio Gracco, tremila in quel del fratello; trecentomila nella guerra Sociale, più disastrosa che non quelle d'Annibale e di Pirro; venne poi Mario, venne Spartaco; sessantamila Teutoni ed Ambroni, fatti prigionieri alla giornata di Aix, furono condotti come schiavi per riempire i vuoti lasciati dalla guerra Servile; peggio andò nelle Civili, dove i vinti non potendo ridarsi schiavi, non si pensava a salvarli dal ferro. Silla, fatti scannare dodicimila Prenestini, distrutta Norba, colle confische e colle proscrizioni cacciati gli uni dalla vita, gli altri dalla patria, dovette risanguar Roma col nominare cittadini diecimila schiavi de' proscritti. Col distribuire poi i beni confiscati fra le ventitre legioni fedeli, ai mali della guerra aggiunse quei della vittoria, empiendo il bel paese di veterani, Asiatici, Iberi, Galli, che agli abitatori della Cisalpina, dell'Etruria, del Sannio diceano, «Andatevene dalle case, dai tempj, dai sepolcri: il camperello che nutrì la vostra famiglia è nostro»[173].

Non si trattava dunque più di rimpastare l'agro pubblico, affinchè, invece di concentrarsi in pochi possessori, fosse compartito fra que' molti che lo metterebbero a coltura: bensì attentavasi ai patrimonj con una spropriazione violenta; il cancellare i debiti equivaleva ad un fallimento legale; colla proscrizione si assassinava il possidente, operando coi cittadini non altrimenti da quel che già soleasi coi conquistati. Per tal modo si cangiavano i possessori, non la natura dei possessi; non si rinnovava il lavoro; non restava migliorata la condizione della poveraglia col farla industre; anzi questa ambiva nuove sommosse e proscrizioni, nelle quali ripromettevasi guadagno. Fra l'ingiustizia commessa e la sperata mancava ogni sicurezza alle proprietà; sicchè negligevasi la coltivazione, e come essa pervertivansi i costumi.

Gli spossessati correvano a Roma a domandar del pane. Il veterano, trovandosi arricchito senz'industria, sprecava senza economia; avvezzo a vent'anni di prescritto celibato, all'imprevidenza soldatesca e a scialacquare i donativi e il saccheggio, tuffavasi nei godimenti; a breve andare ipotecava il fondo, la casa, gli attrezzi, e amando meglio menar le mani al teatro che all'aratro, nudo come prima e più di prima vizioso, tornava a Roma a saziar la brama di pane, di tumulti, di giuochi, di donativi. E i tanti ch'erano periti in guerra? e i tanti menati fuori in colonia? e i tanti che andavano a cercar fortuna pel mondo, tutto aperto ai dilapidamenti o alle speculazioni?

Roma dunque, che succhiava il sangue di tutta la penisola, non potè conservare l'immensa sua popolazione, e sotto Cesare si numerarono quattrocento cinquantamila Romani dai diciassette ai sessant'anni, e un milione ottocentomila liberi in quell'Italia, dove Polibio fra la prima e la seconda guerra punica n'avea contato tre milioni e mezzo oltre gli schiavi, e settecento cinquanta capaci dell'armi. Tito Livio, panegirista irremissibile di Roma, asserisce che «dieci legioni non sarebbe possibile levare allo stormo d'una subita invasione, neppur raccogliendo tutti i nostri mezzi: tant'è vero che le ricchezze e il lusso ingrandirono, non la nostra potenza».

Polibio avea veduto feracissima l'Italia, e quindici a venti semenze rispondeva il territorio di Roma, che pur non è dei più ubertosi: laonde ogni cosa aveasi a buon mercato, e molto grano si mandava fuori, moltissimo bestiame si educava, e i censori appuntavano quello il cui campo fosse coltivato peggio del vicino[174]. Ma al tempo di Cicerone e di Varrone appena i campi rendevano otto o dieci sementi: «i sette jugeri distribuiti secondo la legge di Licinio (dice Columella) fruttavano più anticamente, che non ora gli estesissimi tenimenti cui i padroni non possono girare che a cavallo, e che lasciansi calpestare dagli armenti, devastar dalle fiere, esercitati soltanto da bande di schiavi in catene o da cittadini ridotti servi per debiti. Qual meraviglia se trattano la terra da manigoldi? V'ha scuole per retori, geometri, musicanti, per arti più vili come il cuoco e il parrucchiere, non per l'agricoltura: eppure nel Lazio stesso non si eviterebbe la fame se non si cercasse il grano d'oltremare, il vino dalle Cicladi, dalla Betica, dalla Gallia».

In fatto, sotto Cesare ed Augusto, dall'Egitto e dall'Africa si portavano in Italia sessanta milioni di moggia di frumento, cioè ottocentodieci milioni di libbre di marco; e Cesare si vantò poter trarre dall'Africa trecentomila medimni d'olio in peso, e altrettanti di frumento in misura. Se dunque i pirati o le guerre interrompessero le comunicazioni, ecco la penisola affamare, come chi è costretto pascersi coll'altrui mano.

Della classe media sono proprie l'economia e l'antiveggenza; e il desiderio di conservare e migliorare la propria condizione vi seconda quel progressivo ascendere, che anima la vita e produce i miglioramenti della nostra società, nutre le virtù domestiche, lo spirito d'associazione, il sentimento dell'eguaglianza, che è base della giustizia. Or questa classe presso i Romani non potea formarsi, perchè le leggi affiggeano l'infamia all'esercizio di qualunque mestiero; ai senatori era espressamente interdetto ogni traffico, e delitto il far fabbricare un vascello: precauzione creduta necessaria affinchè non soperchiassero i piccoli negozianti, come aveano soperchiato i piccoli proprietarj. Scambiandosi dunque per ricchezza il segno della ricchezza, si consumava senza riprodurre; colavano a Roma l'oro e l'argento dalle vinte nazioni; gli abitanti erano esenti da capitazione, da tassa prediale, da dogane, da dazj di entrata, eppure scemavan di numero, crescevano di miseria. Le provincie, al contrario, cariche di tributi, di requisizioni, di gabelle, tiranneggiate dai proconsoli, si sostenevano perchè i pregiudizi non allontanavano dal commercio e dall'industria, e la professione mercantile attribuiva l'egualità, e talvolta la preminenza politica.

E a prendere per esempio una gente, tanto benemerita della civiltà, la stirpe jonica conservava il sentimento democratico e l'abilità finanziera; escludeva quell'aristocrazia che le città doriche avea dirette unicamente alla guerra; onorava il commercio, riceveva tutti, a tutti comunicava i diritti: laonde Cicerone s'indignava di veder a Tralle o a Pergamo il calzolajo, l'artigiano prender parte alle pubbliche deliberazioni; ma le ammirava di saper fare senza tesori nè ingenti possessi, ajutandosi colle imposte e coi prestiti[175]. Ricchissime erano, malgrado le guerre e le spogliazioni, e l'industria in grande vi si esercitava; e pannilani di Mileto, ferri cesellati di Cibìra, tappeti di Laodicea, vin di Lesbo e di Scio, offrivano lucrose asportazioni a Delo, a Rodi, a Cizico: le industrie, le arti belle, le fabbriche, le feste, il culto solenne degli Dei non meno che degli eroi e di Omero, consolavano della perdita dell'indipendenza.

Mettetevi a riscontro i lamenti degl'Italiani al tempo di Catilina. «Gli Dei e gli uomini (diceano) ci sono testimoni che non vogliam mettere a pericolo la patria e i concittadini, ma solo proteggere le nostre persone. Miserabili, il rigore e la violenza de' creditori ci tolse a quasi tutti la patria, a tutti il credito e la sostanza. Ci si ricusa perfino il benefizio delle antiche leggi, non permettendoci di salvar la libertà col rassegnare i beni. L'antico senato ebbe spesso compassione della plebe, e coi decreti rimediò alla pubblica miseria: anche ai dì nostri si liberarono i patrimonj eccessivamente gravati, e per avviso di tutti gli uomini dabbene fu permesso pagar in rame ciò che si doveva in argento[176]. Spesso anche la plebe, spinta da ambiziose voglie, o provocata dall'arroganza de' magistrati, si separò dal senato. Ma noi non domandiamo nè potenza, nè ricchezze, cagioni solite di conflitto tra i mortali; domandiam solo la libertà, che un uomo onesto non consente di perdere se non colla vita. Vi supplichiamo di por mente alla miseria de' concittadini; rendeteci la protezione della legge; non ci riducete alla necessità di cercare una morte qualunque, che però non sarà senza vendetta».

Potrebbe per avventura additarsi qualche popolo moderno, diviso tra pochi gran ricchi e un'infinità di miserabili. Ma quella che si compassiona o si esalta col titolo di poveraglia, oggi è l'infima classe lavorante ed oscura: nell'antichità invece, il luogo di questa era occupato da schiavi, roba del padrone e dal padrone mantenuti; i patrizj erano gente che aveva una volta principato, i ricchi un'aristocrazia nuova che voleva deprimerli, mentre plebe chiamavansi uomini liberi e privilegiati nell'ordine civile, che formavano un partito formidabile per numero, per le abitudini guerresche, per la potenza dell'accordo e della legalità. Erano dunque bastevoli a sostenere una lotta; e i poveri, soccombenti coi Gracchi, trionfarono nelle proscrizioni, quando i beni tolti ai prischi possessori vennero distribuiti, non già per ottenere, come davasi voce, un'equa partizione, ma per ricompensare chi aveva ajutato le vittorie dei triumviri.

Per verità Silla avea voluto favorire i piccoli possidenti, e ripristinare la classe agricola; ma riuscì invece a strarricchire i ricchi, mediante le sue tavole, quando uno occupava i fondi del vicino col farlo proscrivere, o comprava quei del vizioso veterano. Dopo d'allora le leggi agrarie, come quella di Rullo, più non ebbero serietà, e la plebe urbana le disamava, non volendo nè andar in colonia, nè che si distribuissero i terreni, da cui traevasi di che farle i donativi.

Invece dunque de' possessori laboriosi, che le leggi agrarie avrebbero voluto moltiplicare, dovettero crescere a dismisura i poveri, proprietarj spogliati, liberi lavoratori oppressi dalla concorrenza di vaste manifatture servili, debitori rifiniti dalle usure, insomma tutti que' plebei che coll'ingegno o col valore non giungessero a collocarsi in quell'aristocrazia di denaro ch'erasi surrogata all'aristocrazia di stirpe, e che chiamavasi ordine equestre. Marco Filippo, nel presentare una legge agraria, asserì che in Roma non duemila cittadini possedevano patrimonio[177].

Ma colà erasi rifuggita tutta la libertà; colà frequenti largizioni ora de' vincitori, ora dei demagoghi; colà spettacoli; colà da guadagnare patrocinando qualche provinciale, vendendo i voti ne' comizj, la falsa testimonianza ne' giudizj, le grida e il braccio sulle piazze; colà lo spossessato potea reclamare, il fallito tenersi sicuro dai creditori, il reo dall'accusatore; il retore aprire scuola, il filosofo dissertare e far ridere, il mago gittar sorti e astrologare: talchè la feccia d'Italia affluiva a Roma, vi speculava su quella gran ciurmeria che chiamasi il voto universale, e trecentomila persone robuste vi ricevevano quella che oggi chiamiamo carità legale, consumando cioè senza produrre, e terribili qualvolta alcuno sapesse ispirarvi paura di fame.

Stivati nella fangosa Suburra, nel quartiere delle Carene, ne' tugurj che il Tevere porta via ad ogni dilagamento, entro camere sovrapposte a sette, otto piani, senza sole nè aria, il malarnese, il tagliaborse, la meretrice, il grammatico senza denaro, il greculo ciarliero, il fanciullo projetto vi covavano ogni peggior corruzione, e ne sbucavano per mendicare o malamente buscarsi due assi, mediante i quali intanarsi nelle popine a rosicchiare un pan plebeo, la polenta[178], teste di montone. I meno fecciosi logorano il giorno a salutare e corteggiare il patrono, accattarsi la sportula ne' vestiboli de' palazzi, poi ascoltare le dispute nel fôro, applaudendo agli arrotondati periodi o agli adulatorj motti d'un oratore; o a fischiarlo se avventura qualche verità sgradita dai padroni di quel giorno, o qualche parola meno pretta, qualche periodo disarmonico; o trastullarsi alle celie d'un buffone o d'un filosofo; poi assistere alle rassegne nel campo Marzio, o farvi alla palla e alle piastrelle; rinfrescarsi ne' bagni, intepidirsi ne' sudarj, ustolare alla macelleria de' sacrifizj e alla leccornia delle cene sacerdotali.

Poveri, scioperi, infingardi; eppure si soleggiano sotto porticali corintj, sedono in basiliche marmoree, lavansi in terme di marmo, oziano decorosamente, mentre milioni di vinti esercitano per loro le glebe della Sicilia e dell'Egitto. Agrippa schiuderà censessanta bagni, e barberie che per un anno radano gratuitamente il dabben popolo; il nuovo edile o un trionfatore o un demagogo gli preparano fiere dell'Africa, giraffe del deserto, ballerine di Cadice, gladiatori della Germania, reziarj della Gallia, filosofi della Grecia, e gli mandano doppia porzione di grano.

In conseguenza il lusso non era ricambio di lavori e di ricchezze fra la classe operaja e l'opulenta, come oggi. Davanti alle lautezze forestiere l'antica parsimonia era scomparsa, e le ricchezze si cercavano per altre vie che le odierne, voleansi godere con altra avidità. Dell'insaziabile avarizia abbastanza esempj ci ricorsero; le provincie si sollevavano contro i latrocinj de' proconsoli; il Parto facea colar dell'oro in bocca del Romano, dicendo: — Bevi di quel che sempre sitisti». Allo spirito speculativo non bastava neppure quel sì rapido incremento di territorj, di schiavi, di clienti, di giojelli, d'ogni sorta lusso; ma ad enorme interesse accattavasi denaro per comprar un comando o un governo, dove si sapea d'aver aperte miniere d'oro; sicchè, la speculazione riuscisse o no, l'usurajo accumulava fortune principesche in tranquilla sicurezza. Bruto, di severa virtù, prestava ai re d'Oriente e ai paesi sudditi di Roma al quarantatre per cento, valendosi del nome di un tale Scapzio, il quale colle crudeltà sorreggeva l'usura; ottenne un grosso di cavalleria per costringere i magistrati di Salamina a pagargli un enorme debito; e protestando essi di non vederne via, li tenne chiusi tanto che molti perirono di fame. Cicerone succedutogli nel governo, frenò queste atrocità: eppure Bruto interpose Attico per avere da quello una banda di cavalieri onde rinnovare la scena; anzi gliene scrisse egli medesimo abbastanza arrogantemente, senza dissimulare che interessi e capitale erano suoi, non di Scapzio[179]. Cicerone si gloria di non avere, nella sua provincia, autorizzato di là dall'un per cento al mese, e in fin d'anno cumulare l'interesse al capitale.

Siffatte non pareano nequizie perchè si esercitavano sopra stranieri, sopra vinti. Or che farebbero magistrati come Verre, Dolabella, Gabinio? A Marc'Antonio dall'Asia furono pagati ducentomila talenti, vale a dire 1342 milioni di lire! A Sesto Pompeo pei beni guastatigli i triumviri concessero l'indennità di quindici milioni e mezzo di denari, che sarebbero oggi dodici milioni e mezzo di lire.

Questi impinguati prendeano il farnetico d'imitare gli Orientali, non nel sentimento del bello, ma nel lusso e nelle sensualità. Schiavi, agi, splendidezze mai non credeano bastanti; e si procedè di passo così precipitato, che la casa di Lepido, tenuta per la più bella di Roma al suo tempo, trent'anni appresso meritava appena il centesimo posto. Giulio Cesare murò splendidissimamente: Namurro suo ingegnere, dilapidate le Gallie, fu il primo che fabbricò palagi, tutti rivestiti di marmo: quindici milioni di sesterzj valse quello di Clodio.

Torme di schiavi v'attendevano a diversi uffizj, non dovendo bisognare cosa che colà entro non si avesse (pag. 4 e seg.); colà partite di mimi e di gladiatori; libraj che ricopiavano, e grammatici che correggevano libri; colà cantine fornite al par di magazzini, colà granaj sufficienti ad un villaggio[180]. Aggiungi gli ospiti che talvolta fin a mille albergavano in una sola casa; aggiungi i parasiti, fedeli come le mosche a chi dava desinare: aggiungi la folla de' clienti, che a giorno non ben chiaro[181] viene a chieder nuove del patrono, e affrontando la verga del portinajo e le repulse del cameriere, arriva alla stanza del dormiglioso signore, e se gli proferisce, e va superba d'ottenerne uno sbadigliante sorriso, poi un rocchio di salsiccia nella sportula, o la generosità di venticinque soldi.

Gli amici sono un'altra specie di schiavi. Il ricco appena li degna d'uno sguardo allorchè ne attraversa la folla nell'atrio: esce? li fa camminare presso la lettiga, nella quale o trionfalmente scorre la città, o passa alla campagna: va in magistratura? l'accompagnano molte miglia: fa visite o prende un bagno? aspettano sul lastrico: se per fasto o divertimento li convita, sederanno su sgabelli più bassi del suo letto, serviti di pane e vino inferiore, e uno schiavo spierà se hanno ben applaudito, ben riso, ben mangiato, e meritato così di popolare un'altra volta colla lor bocca i desinari. A tanto umiliavasi un uomo in libera città.

Quai servili ossequj i magistrati ricevessero nelle provincia, lo dica la storia di Catone. Visitò l'Asia modestamente, accolto senza feste, nè alcuno vi facea mente: se non che una volta ad Antiochia vede uscirgli incontro magistrati, sacerdoti, popolo in gran gala, ond'egli scavalcato procede alla loro volta; ma che? il guidatore della processione gli domanda ove sia Demetrio. Era un liberto di Pompeo, arricchito colle depredazioni, e che aspettavano venisse a farne pompa nella provincia, la quale festeggiava lui e il suo padrone. Se ad un servo se ne faceano di siffatte, si pensi quali a Pompeo, vero signore dell'Asia! Bastò che questi mostrasse favore a Catone, perchè anche le città ammirassero quello cui prima non aveano badato, e processioni d'incontro e feste e banchetti. Dejotaro re di Galazia gli mandò bei regali, ma Catone li ricusò: non comprendendo l'insolito disinteresse, quegli immaginò l'avesse fatto perchè scarsi, e gliene spedì di maggiori; ma Catone non li volle nè per sè nè per gli amici. Eccezione piuttosto unica che singolare.

Chi dagli atrj colonnati delle case, pieni di servi e d'amici, penetrava ne' recessi, dopo che lo schiavo ostiario aveva avvertito di non mettere sulla soglia il piede sinistro prima dell'altro, e il pappagallo o la gazza avevano salutato con parole di fausta ominazione, rimaneva attonito del lusso, non solo più ricercato, ma più costoso; profusi i marmi finissimi del Fasi, di Lesbo, dell'Africa, dorate architravi d'Imetto, oro e avorio intarsiati ne' lacunari; d'ogni parte quadri, affreschi, statue, vasi nolani e corintj, laide nudità; calpestavi musaici, un de' quali oggi basta a vanto d'una galleria. Non dico nulla dei bagni, dei letti, dei conclavi reconditi, disposti artifiziosamente a solleticare l'ottusa voluttà ed appagarla. Sopra una tavola di cedro[182] costatagli ducentomila lire, Cicerone scrive la requisitoria contro Verre che avea rubato ventotto milioni. Il severo Catone possedeva tappeti babilonici per letti da mensa, alcun de' quali fu venduto ottocentomila sesterzj. Qualche proconsole mandò le legioni a raccogliere la lanugine dei cigni, che si vendeva carissimo per gli origlieri. Poi non bastando ornare un palagio, se ne terranno molti (mutatoria); e se alcuno dica a Lucullo che la sua casa trovasi mal esposta per l'inverno, — E che? (risponde) mi credi meno assennato delle rondini, che mutano cielo secondo le stagioni?»

In pubblico poi erano portici ove si passeggiava, giocava, recitava versi, ed ove presto entrò gara di magnificenza; talchè in quello d'Augusto, retto da colonne di porfido, si ammiravano le statue delle cinquanta Danaidi; in quelli di Agrippa, di Catulo, d'Ottavio erano deposti i trofei e dipinte le imprese di quei della famiglia.

Che dirò delle ville onde sono affollati i contorni di Roma e le prode del mare partenopeo? Colà convengono i dotti a maturare arringhe, dispute e versi; colà Clodio e Milone ad addestrare le masnade all'assassinio; colà i godenti a raffinare di voluttà e coronarsi di rose mentre la patria perisce. Chiunque per poco sorga dal vulgo, vuol averne più d'una, adornarla di passeggi, di solaj, d'ogni ricreazione: la parte più bella d'Italia n'era seminata così, che «poco terreno restava all'aratro», e per ben situarle non pareva troppo il fondar sul mare, e spianar montagne, e dedurre lontanissime linfe perchè ricreassero i boschetti dell'infecondo platano, del gracile mirto e dell'alloro, zampillassero davanti a gruppi di scalpello greco, o stagnassero ne' bagni voluttuosi e ne' vivaj delle domestiche murene[183].

Dov'è il camperello di Cincinnato e di Regolo? dove l'operoso podere di Catone? Per quelli era gioja il veder lo sciame dei famigli disporsi intorno all'avvivato focolare: ora sotto que' palazzi vaneggiano immense cave, basse, tuffate, ove sulla sera l'aguzzino spinge a frustate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve li chiude alla miseria, alla bestemmia, agl'indistinti abbracciamenti, perchè il padrone s'inebbrii sicuro, sicuro s'addormenti sugli origlieri di porpora sidonia.

La mattina si consacrava agli affari, e n'era centro il fôro, colla borsa, la basilica, il tribunale, e notaj, banchi, portici, ove negoziar prestiti, fare e ricever pagamenti, ricambiare novità. A mezzodì si fa dappertutto silenzio, ognuno si ritira nelle case, chiudonsi le botteghe, si dorme di meriggiana, nè più ronza che qualche amante. Alla decima ora ripiglia il rumor dei viventi, e l'attività si concentra al campo Marzio, dove giuochi e corse, poi le terme e i bagni, ne' quali si suona, si canta, si legge, si discorre, mentre i bagnajuoli lavano, fregano, spazzolano, battono i natanti[184].

Senza cene non si compiva atto veruno; i trionfi terminavano col banchetto, col banchetto i sacrifizj; piuttosto cuochi che sacerdoti erano i settemviri epuloni e i Tizj. Chi si mettesse in viaggio dava la cena viatica; al giungere d'un amico imbandivasi la cena adventoria; la capitolina per rendere onore al padre degli Dei; la cereale per ringraziare del prospero ricolto, la libera per celebrare l'affrancazione d'uno schiavo; la funebre in morte di patroni o di parenti. Si lasciava dire al filosofo Selio che buoni sono soltanto i conviti gradevoli ed istruttivi; piaceva l'udir da Varrone che in un banchetto si richiedono persone belle d'aspetto, di grato conversare, non mutole nè ciarliere, nettezza e delicatura di cibi, serenità di tempo: intanto, coricati tre a tre in morbidi letti di prezioso legno, i figli di Curio Dentato beavansi nell'elegante triclinio, ove stoffe filate da ancelle spartane e tinte di doppia porpora, tappeti orientali e portiere e panneggiamenti tratti dai Seri e dai Persiani, impedivano l'aria, la polvere, il contatto del pavimento; e soavità di mille essenze esalanti da vasi d'oro copriva il semplice olezzo delle ghirlande convivali.

Da prima i fichi eran forse l'unico frutto, nè altri fiori che rose, gigli, viole: poi quanta varietà se n'importò! Fin a Catone il Vecchio non si facea divario tra i vini; poi se ne distinsero centonovantadue specie, oltre le varietà, e novantuna erano di famosi, tra cui cinquantaquattro italiani[185], ventisette greci; e Catone dà il consumo di dieci anfore l'anno per testa, cioè ducensettantaquattro litri.

Si volle qualche volta por modo alle spese, e la legge Licinia esigeva ne' pasti ordinarj non oltrepassassero i trenta assi, cioè lire due, centesimi settanta; poteasi usare legumi a volontà, ma non più di trentasei oncie di carne fresca e dodici di salata. La legge Orcia del 185 limitava a cento assi, cioè lire nove, i pasti ordinarj, fuorchè ne' giorni di mercato. Fra la seconda e la terza guerra punica un'altra legge aveva ingiunto non si servisse più d'un pollo, e non ingrassato. Venti anni dopo conquistata la Macedonia, ne' giorni di solennità non doveva un capocasa spendere più di venticinque lire[186]. Inutili ritegni! Traboccò l'oro, e seco la lussuria: sulla mensa triangolare apparivano le più squisite ghiottornie che la natura potesse porgere e il cuoco sibarita artefare: ostriche del lago Lucrino; pavoni che Anfibio Lurcone insegnò ad ingrassare, con tal arte facendosi un provento di sessantamila sesterzj[187], e che compajono cotti e pur vestiti di loro splendide penne; storioni del Po, in gara coi bianchi lupi del Tevere, coi capretti dalmatici e coi cignali dell'Umbria: le sponde del Fasi, le selve di Jonia e di Numidia tributano selvaggine; i seni dell'Adriatico triglie trilibri e rombi d'un secolo; la Siria i datteri, susine l'Egitto, Pompej le pere, Tarante e Venafro le ulive, Tivoli le poma; e talvolta a suon di flauto i servi portano o rarità di lepri marine e di cicogne, o un intero majale pregno d'uccelletti.

Rapide girano allora le capaci tazze, spumanti di vino massico o campano o falerno o delle isole dell'Arcipelago che costava cento denari l'anfora; e lode a chi più bee. Gli epuloni, ombre dei convitati, tengonsi dietro ai loro letti, aspettandone i rilievi, o rassettando le corone che cascano dalle teste ubriache, o reggendoli del braccio allorchè si ritirano al vomitorio per preparare nuovo posto a nuove leccornie. Cantanti e sonatori ricreano i commensali, cui poscia si sostituirono pantomimi e comici e gladiatori, i quali spesso del loro sangue chiazzavano le pruriginose vivande. Tanto la barbarie è frequente compagna della voluttà.

Ben presto si fabbricarono cucine vaste come palagi, celle con trecentomila anfore[188]; impinguansi le murene con carne umana perchè riescano più delicate; s'inaffiano le lattuche col latte; uccelli, preziosi per rarità e per canto, compajono a solleticare, non l'appetito, ma la nauseata fantasia dei Luculli, degli Apicj, dei Crassi; la moglie di quest'ultimo stemprerà ai drudi le perle che il marito rapì alle odalische d'Oriente; si farà gloria all'ammiraglio Ottavio d'aver recati dalla Troade alcuni vascelli di scari, e sparsi lungo le coste della Campania[189]. I nomi meglio sonanti della Roma patrizia si trovano associati alle invenzioni le più stravaganti cui possa spingersi l'immaginazione oziosa: un Gabio, un Celio, un Crasso eransi immortalati per la grazia del danzare; Lucullo, Filippo, Ortensio, non tanto per eloquenza, coraggio, probità, quanto per ricchi vivaj; Scipione Metello consolare e un cavaliere contendevansi il vanto d'aver trovato l'arte d'ingrassar le oche in modo che crescesse moltissimo il fegato; Fulvio Irpino impinguava chiocciole in un suo parco a Tarquinia, tenendo distinte le piccole di Rieti, le grandi d'Illiria, le mezzane d'Africa; Apicio insegnò a cucinare i ghiri, tanto ambiti, che una legge suntuaria del 115 li proibì nei conviti[190]; Irzio spendeva dodici milioni di sesterzj a nutrire i pesci, per la cui abbondanza la sua villa fu venduta dieci milioni dei nostri; Lucullo forò un monte a Baja perchè l'acqua marina entrando nelle sue piscine colla marea ne rinnovasse l'acqua[191]. Marc'Antonio scriverà il panegirico dell'ubriachezza: «I buongustaj gridano meschina la mensa se, quando sei sul più bello d'assaporare un piatto, nol ti vien tolto dinanzi e sostituitone uno meglio copioso e ghiotto; bella creanza reputano la spesa e la sazietà; e insegnano non doversi mangiare intero se non il beccafico; e misero il banchetto quando i volatili non sieno tanti, che i convitati possano satollarsi gustando solo l'estremità delle coscie; e non aver palato chi mangia petto d'uccelli»[192]. La legge fece un ultimo tentativo onde reprimere gli eccessi, e decretò che i pranzi si tenessero ne' vestiboli, esposti alla censura uffiziale: che ne seguì? divenne pompa il violare pubblicamente la prammatica, e meritare la multa.

Il figlio maggiore di esso Antonio dava cena a diversi savj, spassandosi nell'udirli imbarazzar l'uno l'altro con circonvolute argomentazioni. Filota, medico d'Amfrisso, propose questo concetto: — V'è una certa febbre che si vince coll'acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre, dunque l'acqua fredda è buona per chiunque ha la febbre». Da così insulso paralogismo non seppero distrigarsi gli oppositori, e Antonio meravigliatone, additò a Filota una credenza di vasellame d'argento, dicendogli — Tutto è tuo». Il medico lo ringraziò come si fa alle celie d'un brillo; ma appena a casa, ecco un uffiziale con servi, portanti l'argento; e schermendosene il medico come di dono eccessivo, l'uffiziale gli soggiunse: — Non sai che il donatore è figlio di quell'Antonio, che potrebbe regalarti altrettanto vasellame d'oro? Bensì io ti consiglierei d'accettarne più presto il valore in contanti, potendovi essere qualche pezzo che, per antichità o finezza di lavoro, fosse prediletto ad Antonio»[193].

I Romani, educati da schiavi che aveano interesse a corromperli, dall'infanzia abbandonati a grossolane voluttà, amarono sempre senza delicatezza, si sposarono senza amore; la famiglia era mentosto un santo e affettuoso consorzio, che un rigore politico; il censore Metello Numidico davanti al popolo diceva: — Se la natura ci fosse stata così benigna da darci la vita senza bisogno di donne, di che grave imbarazzo saremmo sciolti!» e soggiungeva dovere il matrimonio considerarsi come il sacrifizio delle comodità particolari ad un pubblico dovere[194]. Le donne assai meno degli schiavi erano informate degli interessi domestici, nè associate alle fatiche del marito: sì poco educavansi, che la loro rozzezza era considerata virtù, e macchia l'istruirsi: i mariti si mostravano indifferenti sulla loro condotta, nè tampoco vi ebbe un nome la gelosia.

Così neglette, le donne ci porgono tutt'altro che argomento di costumatezza: e per una Cornelia, venerabile madre dei Gracchi, e per l'eccellente Ottavia, sorella d'Augusto e moglie d'Antonio, abbiamo dalla storia una Servilia sposa di Lucullo, espulsa per dissolutezza; Fausta figlia di Silla e moglie di Milone, sorpresa collo storico Sallustio; Catone ripudia una moglie disonesta, cede l'altra per far denaro; Tulliola di Cicerone è sospettata di tresche fin col padre; Muzia moglie di Pompeo, sorella dei due Metelli, scapestrava; Sassia, invaghitasi del genero, lo induce a ripudiar sua figlia, e trascorre fino al parricidio per vivere con esso; Clodio spulzella la propria suora, che poi venuta sposa d'un Metello, vive in lubrica dimestichezza con Celio; poi temendosi da esso avvelenata, lo cita in giudizio, ove si rivelano le sue sozzure, e l'esercizio di nuoto che preparò ne' suoi orti, per eleggere fra l'accorrente gioventù. Antonio menò per Roma trionfalmente sul proprio cocchio Citeride, schiuma di postribolo. Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste al supplizio di trecento uffiziali ch'egli fa scannare nella sua tenda; sevisce contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce il nobile giovinetto Saturnino[195].

Di buon'ora i satirici tolsero a bersaglio la femminile scostumatezza, ed Ennio già proverbia le donne, maestre negli artifizj del piacere e del tener a bada molti amanti[196]; le quali arti poi ci sono atteggiate dai poeti erotici. La notte impastavansi la faccia con mollica di pane, imbevuta in latte di giumenta. Su, voi schiave cosmete, durate lunghe ore a sbiancare, imbellettare, lisciare la padrona, rimetterle i denti, arricciare, profumare, tingere le sopracciglia e le chiome in nero o in biondo giusta la moda, o adattarle la capellatura, venuta d'oltre il Reno, e cresciuta sul capo d'una sposa sicambra[197]. Ma guaj a voi se la dama, mirandosi nello specchio di terso argento, trova mal riparati i difetti o mal rilevate le sue bellezze! non che graffiature e morsi, ha in pronto uno spillo con cui vi trafigge il nudo seno; od ordina allo schiavo aguzzino che, sospesa la maldestra ornatrice pe' capelli, la sferzi finchè la incollerita padrona non dica basta. Ovidio, maestro a loro e storico a noi di sì ribalde galanterie, consiglia le dame a non farsi vedere in queste collere dagli amanti, per non perdervi del bello e in conseguenza dell'amore.

Ma già la dama è lisciata e impomiciata; già son collocati spilloni e fiori, già tondeggiate le unghie, già lavate le mani nel latte, e terse nelle chiome di elegante paggetto; indossa l'abito matronale uniforme, di bianca lana, frangiato d'oro o porpora, serbando le tuniche di colore per quando le entri il ruzzo di gironzare notturna, e farsi scambiare per liberta o per meretrice. Sfoggi pure in gemme e perle rapite alle straniere regine, portandosi addosso un intero patrimonio; carichi d'anelli ciascun dito eccetto il medio, variati dall'estate all'inverno, intagliati da artefici insigni, e comprati forse a prezzo dell'onestà; indi, avvolta nel manto, esca portata in lettiga da otto robusti schiavi ch'ella medesima trascelse al mercato, due altri la precedano correndo, due ancelle la ombreggino ai lati co' ventagli di code di pavone, e due paggi portino dietro i cuscini[198]. Così la dama s'inoltra ad amorosi convegni o a visite maligne, assiste ai giuochi gladiatorj, e colla mano di cui Catullo e Properzio cantarono le molli carezze, accenna al vincitore che deva scannare il vinto; o nelle lubriche cene rapisce gaudj furtivi, mentre il connivente marito calcola l'oro promesso al suo silenzio dal mercadante spagnuolo, generoso compratore dell'infamia[199].

Non con tali donne possono durare cari i legami di famiglia. Comunissimo dunque il divorzio, e non solo per sterilità, per litigi colla nuora, per impudicizia, ma pe' più frivoli motivi; Paolo Emilio allega unicamente che dalla moglie era stato offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta vulgare; Publio Sempronio, perchè ita a'giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent'anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publia, perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l'ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia; e Cicerone consultato il consigliò a far presto, per mettere termine alle dicerie, e mostrare che nol faceva per seguir l'andazzo, ma per unirsi alla figlia del savio Catone. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella de' vini, ch'e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Faunia, per espellerla poi come impudica, e tenersene la dote; nel che non pochi lo imitarono. Più spesso ancora separavansi d'accordo e senza verun titolo, o perchè già s'era contratto impegno con altri. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso: e v'erano donne che contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[200].

Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore dei padroni, o di farsi un peculio onde acquistare la libertà. Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili, e già malavviata dall'obbedienza o dalla speculazione; sicchè usufruttava i suoi vezzi, e l'abilità nel canto e nel suono. Così aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi serviamo ai pregiudizj d'oggi nel farne colpa agl'idolatri. Conoscevano anch'essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto dalle matrone; nè que' ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali anzi diedero nome al libertinaggio.

Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi all'arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie d'imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper ch'ella poteva negarglisi.

Sotto i portici, le matrone rinvolte nella stola, coperte della palla, velate il capo, passavano cinte da custodi e servi che allontanassero la folla; i littori che facean largo dinanzi al console, non poteano rimoverle; il marito che seco le avesse nel carro, era come in un asilo. Sulla via Appia, il corso d'allora, procedeano lentamente in lettighe scoperte, accanto alle quali giovani schiavi con flambelle di pavone agitavano l'aria e cacciavano gl'insetti. La cortigiana invece, distinta per abito più corto, pompeggiava di manti sfarzosi, variati in mille guise e mille nomi; e procedendo con quello andar rotto che ne rivela le arti, lasciava dall'ondeggiante tunica indovinar le bellezze recondite; la vecchia sua seguace traevasi da banda all'accostarsi di giovani effeminati, in toga elegante e carichi di anelli e stillanti profumi, e colla faccia ornata di mosche. Talora guidava essa medesima i cavalli a gran corsa, e dietrole i vaghi, che pareva menasse in trionfo. Aveano un prediletto (vir), cui doveano ingannare per darsi ad altri amanti; rilasciavano obblighi di fedeltà per un tempo determinato, ai quali se mancassero poteano esser citate ai tribunali disciplinari[203]. Neppure ad uomini assennati recava scredito il frequentare la loro conversazione[204], impiacevolita da quel raffinamento che le oneste non poteano acquistare dai circoli domestici: anzi i misteri religiosi attribuivano ad esse una specie di consacrazione.

Nojati di lor famiglia, dei tumulti civili e dell'incertezza del domani, gli uomini cercavano distrazione in voluttà febbrili, meglio che nella calma del focolare, presso una moglie ch'era stata d'altri, e d'altri potea diventare domani: che anzi, le romane matrone proteggeano le meretrici, e teneansi in casa quelle che corrompevano i loro mariti e la prole[205]. Eppure l'esistenza d'una classe intera destinata alla voluttà non toglieva depravazioni più sordide cogli schiavi, indi anche tra liberi[206].

Il celibe poi esercitava una specie di principato[207] sopra un'altra genia, scomparsa dalle età moderne, gli uccellatori di testamenti. Qual era viltà cui non scendessero costoro per amicarsi il vecchiardo? dir sempre sì, secondarne le fantasticherie, lodarlo fin di bellezza, applaudire alle sue bambolaggini, strigliarne i nemici, sacrificargli la moglie, supplicar gli Dei in palese per la salute sua, in segreto per la sua morte. Che meraviglia se nojava il matrimonio, benchè così agevole a gettarsi dal collo? e il celibato vizioso era piaga cui i legislatori tentarono invano rimedj.

Eppure fra i pesi del matrimonio non contavasi l'allevamento de' figliuoli, giacchè con facilità e con impudenza si esponevano, e a tal uopo venivano tessuti apposta certi panieri di vimini (corbem supponendo puero); e comune intreccio delle commedie è il riconoscimento d'un trovatello. Terenzio, l'amico dei colti Scipioni, faceva da un padre dire alla moglie, nello scoprir una loro figlia gettata vent'anni prima: — Se tu avessi fatto a modo mio, bisognava ucciderla, non finger una morte che le lasciava la speranza di vivere». Tanto lassi erano i vincoli domestici, il che appare anche dalla facilità delle adozioni; e restiamo stupiti quando all'amico suo Cicerone scrive: — M'è morto il padre ai 24 di novembre. Guarda se puoi trovarmi arredi da ginnasio pel luogo che ben conosci. Del mio Tusculano mi piacio per modo, che non posso aver bene prima d'arrivarvi»[208].

Nelle arringhe di esso Cicerone, più che la corruttela ci colpiscono la sfacciataggine onde è recata quasi in trionfo, e la lunga impunità. Sono suocere che amoreggiano il genero e avvelenano le figlie; sono parenti che si sbrigano dei coeredi col farli od uccidere o condannare[209]; comuni gli amori incestuosi e contro natura; comunissima la prevaricazione de' giudici, l'infedeltà de' magistrati. Rivelata che abbia, ed eloquentemente svolta questa lunghissima tela di turpitudini, Cicerone deve ancora insistere perchè i giudici prendano ardimento a punirle. Difende egli un giovane accusato di ree pratiche con Clodio? Anzichè negare il fatto, lo mostra scusabile; la severità de' costumi essere stata forse dicevole ai Camilli, ai Fabrizj, ai Curj; oggi appena leggersi nei libri, essendo invecchiate fin le carte dov'era descritta. — Omai (soggiunge) coloro che predicano di camminar dritto alla lode con fatica, sono lasciati soli nelle scuole. Abbandonando la via deserta e spinosa, si conceda alcuna cosa all'età, sia più libera l'adolescenza, non tutto si neghi alla voluttà; la vera e diritta ragione non prevalga sempre, ma si lasci alcuna volta superare dalla passione e dal diletto, purchè serbi moderazione; e la gioventù quando siasi piegata alla voluttà, ed abbia dato alcun tempo ai sollazzi dell'età e a queste vane cupidini dell'adolescenza, torni alla domestica azienda, al fôro, alla repubblica, onde appaja che, quel che prima non avea ponderato colla ragione, l'abbia respinto per sazietà, disprezzato per esperienza»[210].

Se così largo era il precetto, quanto non si dovea trascendere nell'applicarlo? Di grossolano costume e di sprezzo dell'opinione ci rimangono testimonj alcune indecorose invettive, come di Sallustio contro Tullio, e di questo contro Calpurnio Pisone. Eppure Tullio vantavasi conosciuto per modestia e temperanza di discorso[211].

Con una costituzione caduta d'opportunità, colle proprietà scompigliate, colla famiglia sconnessa, colla opinione storta o non curata, poteva più conservarsi quel vivere in repubblica che suppone dominante la virtù? era a sperare che gente sì fatta accettasse temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerità repubblicane? o forse ve li avviavano l'educazione letteraria, la religione, la filosofia?

La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e vuolsi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni: ma l'indole romana ripigliava il sopravvento, e l'abitudine dei campi viziava gl'insegnamenti della scuola; sicchè dalla bella letteratura non si domandavano che nuovi stimoli all'appetito; alla politica di Polibio o alla morale di Panezio ponevasi mente sol per la felice esposizione; e più che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso, si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio della filosofia epicurea, cioè impararvi a sprezzare gli Dei, negare la Provvidenza, godere il più che si potesse, conforme l'esempio di quelle genti che dell'umiliazione nazionale si stordivano colle voluttà, si vendicavano coll'astuzia.

Lucullo, raffinato nell'arti greche, precorreva l'età sua coll'aprire la biblioteca e la galleria a chiunque; e con una lautezza ben più raffinata che non le grossolane maniere onde i prodighi compravano i favori del vulgo. Traversato nella sua ambizione, girò le spalle alla vita pubblica, e concentrò tutta l'attività dello spirito nella mensa; imbandiva ogni giorno in modo, da poter accogliere anche inaspettati gli ospiti più schifiltosi; le cene ordinarie gli costavano duemila quattrocento lire; ma bastava accennasse che si cenerebbe nella sala d'Apolline, perchè il cuoco allestisse un banchetto di lire quarantacinquemila.

Di quelli che in ogni età scompigliata pretendono il titolo di buoni e di onest'uomini col far poco e disapprovar tutto, e rimpiccinirsi dietro una moderazione che si riduce ad egoismo, il tipo più lusinghiero fu Pomponio Attico. Di buona casa patrizia, educato diligentemente, si prefisse per iscopo la tranquillità, e per mezzo di raggiungerla il tenersi in disparte dalle pubbliche faccende. Conservava amici in ogni fazione, e dell'aver suo faceva generosa comodità agli esuli ed ai proscritti di qualunque bandiera (non accusò nessuno, ma nessun mai patrocinò); potea dire amico Silla non meno che i Mariani, amici Cassio o Bruto non men che Cesare, Ottaviano non men che Antonio; stendeva la destra ad Ortensio, la sinistra a Cicerone; provvedeva a quei che correvano dietro a Pompeo, ma egli non vi correva; a Bruto, cui non avea favorito mentre era in fiore, largheggiò denari quando somigliavano sussidio non contribuzione; senz'adulare Marc'Antonio potente, sovveniva ai bisogni de' fautori e della moglie di lui. L'aristocrazia romana vedevasi sull'orlo dell'abisso; ed egli per consolarla scrisse la Storia delle famiglie illustri. Risparmiato nelle proscrizioni, calmo ne' bollimenti civili, onorato nell'Impero, quando sentì aggravarsi una malattia lasciossi morir di fame. Cornelio Nepote, che ne tessè un panegirico anzichè la vita, lo propone a modello, come un piloto che sa guidar la nave tra le bufere.

A lui somigliante, l'oratore Ortensio avea quattro ville, insigni di capi d'arte, con boschi popolati di selvaggina, piante rare, fra cui platani che inaffiava di vino, vivaj de' pesci più squisiti, al cui alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendeva tesori per mantenervi fresca l'acqua in estate. Fra tali delizie componeva ora patriotiche declamazioni, ora giudiziali arringhe, ora versi libertini, or inventava di mettere arrosto i pavoni: lo perchè era detto re delle cause e delle mense, e morendo lasciò milleducento anfore di vino prelibato[212].

Così questi illustri, anzichè rialzare, abjettavano i gusti liberali da loro ostentati, e davano esempio del tuffarsi in quella sensualità, che degrada insieme e il cuore e l'intelligenza. A ciò cospirava la poesia, predicando la divinità della materia e la religione del godimento. Già Turno satirico rinfacciava ai poeti di porre in postribolo le vergini muse[213]; ed era appena morto Lucrezio Caro, il quale verseggiò il materialismo d'Epicuro, solo staccandosene nell'ammettere il fato, ossia una segreta forza delle cose. — Se credessimo che gli Dei avesser cura di noi, continue sarebbero la temenza e la superstizione: il saggio dunque, aspirando alla calma, bisogna che se ne liberi. Nulla nasce dal nulla, nè torna al nulla; necessità genera e conserva le cose. Corpuscoli elementari, solo concepibili col pensiero, solidi, indivisibili, senza figura nè altra qualità percettibile ai sensi, movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il quale è infinito, infiniti essendo gli atomi. L'anima stessa è un corpo sottilissimo, diffuso per le membra e più particolarmente nel petto, simile al ragno che dimora nel mezzo, ma tende in ogni senso le fila, colle quali prende gli insetti, come l'anima prende le idee o le immagini. Anche nel sonno l'anima percepisce fantasmi vagolanti per l'aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che il fortuito concorso di questi formò il mondo, vi nascono gli animanti e gli uomini, che poc'a poco costituiscono la società, e dallo stato ferino sorgono alle arti: anche le meteore, anche i morbi derivano da questi atomi. Il timore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque, non postuma remunerazione, giacchè gli Dei se ne stanno per natura tranquilli in una pace affatto scevra dalle nostre vicende, nulla avendo bisogno di noi, nè irati ai tristi nè grati ai buoni; e più di Bacco, di Cerere, d'Ercole ben meritò della società Epicuro che sbrattò gli animi dai timori superni»[214].

Dopo ciò, qual senso hanno le sue lodi alla virtù e alla moderazione? Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi di snodare gli animi dai ceppi della religione, lentò i freni alla romana gioventù, e volse coll'esempio la poesia a rendersi complice della depravazione, anzichè sorgere consigliera di magnanimità, e sorreggere nelle lotte la virtù o piangerne la decadenza!

Il lirico Catullo a Lesbia sua dice: — Non teniam conto delle baje de' vecchi: il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramontò, in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci». E fa stomaco il trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, all'elegante espressione mescolati non solo sentimenti inverecondi, ma parole trivialmente oscene: se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco monta che i versi puzzino di laido[215].

Nè in veruno di que' poeti erotici si riscontrano mai i piaceri del cuore, vivi, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance, dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, lascivie[216]. Ogni vezzo palese o arcano delle loro donne vi è decantato, non mai la coltura, il brio, il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse bevano, straviziano; sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra, si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d'avventure: dalle amiche ubriache soffrono percosse e morsi, e ne rendono ad esse buona misura[217]. Ovidio a Corinna gelosa dell'ancella toglie i sospetti coi giuramenti in un'elegia; nella seguente rimbrotta l'ancella stessa perchè si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le dà la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a Delia Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che nè alla più divulgata oggi si direbbero[218]. Comune a tutti poi è il lamento per l'ingordigia delle loro belle[219]; e se Ovidio consiglia alla sua di non mostrarsi avara, la ragione è ancor più insultante che l'accusa[220].

Tibullo, col piacevole suo disordine, cogl'irragionevoli passaggi dal riso al pianto, dalla supplica alle minaccie, meglio d'ogni altro ritrae la natura degli amanti; ma egli pure è sempre impigliato nella materia. Properzio empie i versi di querimonie[221], sebbene confessi che attediano le belle, e che vuolsi non vedere e non udire all'opportunità[222]; ogni tratto salta in collera con Cintia sua, il domani stesso d'un convegno di cui vuol consacrata la memoria nel tempio di Venere[223]; finalmente dopo cinque anni la abbandona, ma essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, nè gli concede pace se non a patto che più non passeggi sotto il portico di Pompeo, ritrovo delle belle, agli spettacoli freni gli sguardi procaci, nè si faccia portare in lettiga scoperta. Cintia era poetessa; e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d'Illiria diè la preferenza sul poeta, e l'accompagnò in provincia.

L'Arte di amare d'Ovidio meglio s'intitolerebbe arte di sedurre. Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna a cui dire — Tu sola mi piaci»; quasi la scelta fosse effetto di calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi le cameriere con oro e carezze, insinuarsi nelle grazie del marito, insistere, ma senza noja, nè per rifiuti smettere la speranza, fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere, e credersi non aver peccato ove il peccato può negarsi[224], son le arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo secolo, d'un secolo ove egli poteva chiamare poco urbano il marito che pretendesse casta la donna sua nella città i cui fondatori non nacquero senza colpa[225], e dove osava proporre quasi specchio l'amor di Pasifae.

Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico di Livia, e le feste del compianto Adone, e i sabbati del Giudeo, ma principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono le donne per vedere e farsi vedere, sdrucciolo della castità; ivi applauda ai cavalli, agli attori che l'amica preferisce; scuota dal grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche non vi sia, e colga ogni occasione di prestarle servigio: sostenerle il pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non permettere che alcun ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di piacere crede i donativi, nè abbisognare d'altr'arte chi può donare[226]. Alle donne medesime insegna a impaniare amanti: le vesti adatte ai tempi e ai luoghi; il confine del riso; mostrarsi serene sempre, lasciando via gli alterchi, roba da mogli[227]: sappiano smungere a maggior profitto l'amante, chiedendo doni se ricco, raccomandando clienti se magistrato, affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta. Mentre però uccellavano a regali, spesso vedevansi spogliate: e il precettore di amabili riti le ammonisce a non lasciarsi illudere dalla ben pettinata chioma, dalla toga sopraffina, dai molti anelli; perchè sovente colui ch'è più ornato è rapace, e vagheggia le vesti e le gemme[228]; onde più d'una s'ode sovente gridare al ladro.

Strani amori! strani precetti! strane cautele! Eppure forse solo Ovidio tra que' poeti ebbe moglie e l'amò, o almeno la rimpianse affettuosamente dall'esiglio, ove per altro essa non l'accompagnò. Properzio lascerebbesi decollare, piuttosto che obbedire alla legge Papia Poppea contro i celibi[229]. Orazio stesso, di affinatissimo gusto, di sagacia discretissima, e legato col fiore de' cittadini, pure si deturpa di plateali sconcezze, e meglio palesa la corruttela che dovea venire dagli amori colle cortigiane, dai bagni promiscui, dai trini letti delle mense; sicchè indarno la legge e la costumanza circondavano di tanti riguardi le matrone, riverite e abbandonate. Che più? Virgilio, soprannomato il casto, porta il suo tributo all'immoralità, esclamando beato chi pone sotto a' piedi il timore del fato e dell'averno; e consiglia a goder la vita finchè n'è tempo, nulla curandosi del domani[230].

Quelle dottrine d'Epicuro che Fabrizio avea desiderato si praticassero sempre dai nemici di Roma, vi si erano dunque introdotte, abbracciate ed esagerate coll'energia propria della nazione. Ne rifuggivano taluni: ma la costoro virtù riducevasi a disprezzare le lusinghe dell'oro e dei piaceri qualora n'andasse di mezzo il bene della patria; e corazzati d'insensibile alterigia, idolatrare una libertà che più non era nè possibile nè desiderabile. Catone, Bruto, pochi altri, eretti fra tanta prostrazione, nulla giovarono, nocquero spesso, come avviene degli esagerati, e il supremo studio della vita riponendo nell'avvezzarsi a gettarla senza sgomento. Allora in fatti cominciarono a frequentarsi i meditati suicidj, che poi crebbero a dismisura: sopravivere a una sconfitta che esponeva alla pompa d'un trionfo, al ferro del manigoldo, agl'insulti o al perdono d'un vincitore, parea da vile, e il Romano pretendeva alla gloria di saper fuggire quell'ignominia, e di sottrarre la parte più nobile di sè a chi opprimesse il corpo. La legge medesima concedeva agli accusati d'uccidersi innanzi che fosse proferito il giudizio che n'avrebbe confiscati i beni ed infamata la memoria. La setta stoica poi insegnò come vanto il potere, nell'istante che a ciascun meglio piaceva, terminar la vita anzichè subirne i mali con cui la Provvidenza ci prova ed affina.

Perocchè alla Provvidenza chi più credeva? La religione, fredda, prosastica, legale, combinata per interesse dello Stato, non sopravivea più che come una pratica uffiziale; gli Dei immortali, che nelle esclamazioni. Seicento e più religioni tolleravansi in Roma, il che vuol dire che nessuna era creduta. Il dio confondeasi colla patria; Giove Capitolino e gli altri numi non solo prediligevano il popolo romano, ma odiavano i nemici di questo; e ai vinti, come la libertà, così si rapivano gli Dei prima colle imprecazioni, poi colla violenza. La dignità delle Vestali, un tempo ambita dalle primarie case, non potè trovar novizie; onde la legge Papia prescrisse che il pontefice fra donzelle tratte a sorte scegliesse quelle che dovevano consacrare a Vesta la involontaria loro illibatezza. Poichè ogni culto si propone d'imitare il dio cui è diretto, nelle orgie si emulava il furore di Bacco; i sacerdoti Galli si faceano eunuchi come il loro Ati; e a che non doveva condurre l'esempio di divinità, la cui storia divulgata talmente scostavasi dalla morale!

Che se per religione intendiamo un complesso di dottrine e di tradizioni sacre, attuate da regolari cerimonie e da precisi doveri, e un insegnamento morale sanzionato da ricompense soprannaturali, Rema ne mancava. L'accrescimento della ragione avea messa in chiaro l'incongruenza delle credenze avite; le tante importazioni di divinità aveano indebolito il sentimento pio; i grandi uomini vantavansi filosofi, che volea dire increduli; e le azioni si giudicavano secondo i dettami delle scuole. Quelli pure che parlano della vita futura, la confondono con una durata più lunga e colla ricordanza lasciata di sè. Cicerone sostiene che immortale è l'anima, se il cuor suo ha bisogno di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere Rabirio; per difendere Cluenzio invece professa che colla tomba finisce l'uomo; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virtù, nè alcuno mai pensò ringraziare gli Dei d'essere galantuomo[231]. Cesare, pontefice massimo, proferì in pien senato che la morte è il fine dei mali, nè dopo di essa v'ha gaudio o tormento[232]: eppure egli stesso, dopochè una volta rischiò di esser rovesciato, non saliva mai in carro senza recitare tre volte una giaculatoria preservativa, «come facciamo la più parte», dice l'ateo Plinio[233].

Perocchè, siccome avviene, in difetto di fede, prevalsero le superstizioni, e lungo sarebbe il dir quelle onde i Romani empivano la loro vita. Divinità presedevano a ciascuno dei più piccoli e fin de' più schifi atti; divinità a ogni parte della casa, della città, del campo; divinità a ciascun giorno, a ciascun'ora. L'incespicare sulla soglia, il rovesciarsi del sale, la vista e lo strido di certi uccelli, l'incontro di un serpe, che più? l'udire un nome sinistro, atterrivano come pessimi pronostici; faceano unzioni all'uscio di via perchè i maliardi non affascinassero le nuove spose; sepellivano draghi nei fondamenti; scrivevano fausti nomi al limitare delle case, o tenevano gazze che li proferissero; inchiodavano pipistrelli sulle imposte, o nell'architrave ficcavano chiodi tolti ai sepolcri o piantavano osceni priapi per rimovere dagli orti i ladri e i malefizj. Il grande erudito Vairone insegna che, per guarire un uomo da doglia ai piedi, bisogna tre volte nove volte cantare: Terra pestem tenete, salus hic manete; e racconta che i gallinaj nella covata mettevano sempre un numero dispari d'ova; e le gravide ne tenean uno in seno, e del parto futuro preludevano secondo che n'usciva un pulcino maschio o femmina.

Lo stesso Governo, ottemperando alle vulgari ubbie, cambiava il nome ad alcuni paesi, come Egesta in Segesta, Malevento in Benevento; cominciava sempre le pubbliche aste dal lago Lucrino, pel prospero nome di lucro. Il grave Catone disputava sul serio se uno starnuto involontario dovesse render irrite le assemblee; sospendevasi il comizio del popolo se tonasse; disdicevasi il senato ogniqualvolta si riferisse che un bue aveva parlato[234]. Chi non comprende qual partito ne potessero trarre i politici e gli scaltri? l'adunanza stava per rendere un'importante decisione? ecco a scioglierla col fatale alio die l'augure[235], che avea veduto segni sinistri; un'impresa era spinta o dissuasa dal fegato o dal cuore di una vittima, dal tonare a sinistra o a destra, da un volo d'uccelli fausti o malaugurati. In gravissimi disastri rendeasi il coraggio col consultare i Libri Sibillini, o si mandava ad interrogare gli oracoli di Sicilia, di Grecia, d'Asia. All'Esculapio di Epidauro un serpente stava sempre vicino; e quando in un contagio fu spedita una nave per portarlo a Roma, il serpente la segui fin nel Tevere: allora saltò dalla nave e si annidò nell'isola, segno di fermarsi colà; e tosto la peste cessò. Al tempio di Giunone Lacinia presso Crotone succedevano stupendi miracoli; cingeanlo boschi di altissimi abeti, fra i quali e il tempio spaziavano laute pascione, ove mandre e greggi stavano senza custodi, uscendo la mattina, rientrando la sera spontaneamente nelle stalle; nè gli uomini mai li rapivano, nè i lupi: e al limitare del tempio vedeasi un'ara, dove le ceneri rimaste non erano smosse mai, per quanto i venti imperversassero in ogni direzione[236]. Altrettanto ai Locresi era caro il tempio di Proserpina, le cui dovizie avendo Pirro saccheggiate, fu côlto da sformata procella che rigettò le sue navi sul lido, ove s'affrettò a restituire il mal tolto: e quando, temendo la guerra mossa dai Crotoniati, i Locresi voleano portare quel sacro tesoro dentro la città, fu dal tempio intesa una voce che ammoniva d'astenersene; la dea avrebbe difeso il proprio tempio: e avendo pure voluto cingerlo d'un muro, questo ruinò a terra. Nè v'era santuario che non volesse segnalarsi per qualche portento[237].

Quanto qualsiasi di Grecia era venerato quel di Érice in Sicilia, così antico, che Dédalo, venutovi un secolo avanti la guerra di Troja, lo trovava già, e con un muro ne agevolava l'erta salita: era popolato di fanciulle devote a Venere. A Cerere era sacro quello di Enna, e nel tumulto de' Gracchi i Libri Sibillini indicarono si placasse quell'antichissima dea, e pare che dalla Sicilia si traesse a Roma la sacerdotessa di Cerere[238].

Per quanto compatiamo ai pregiudizj di Plutarco, ci si stringe il cuore nel vedere in esso i consigli degli uomini illustri, la decisione di capitali eventi, la fortuna d'eserciti e di popoli affidarsi alla leggerezza d'un sogno, all'impostura d'un augure, all'osservazione d'un fenomeno naturale. Che se Cicerone dedicò il trattato De divinatione a confutarli, convien dire che molti tra la gente colta mettessero fede nell'astrologia e nei sogni. Publio Figulo, sommo personaggio e portento di sapere, grand'amico di Cicerone, che lo chiamava dottissimo e santissimo, era profondo in tutta questa vanità, e la esercitava a servizio del pubblico e de' privati. E molti a Roma salivano in considerazione coll'astrologare, e promettevano a Pompeo, a Crasso, a Cesare che morrebbero di vecchiaja, illustri e quieti in casa[239].

Oltrechè la religione non s'era applicata a mettere in sodo le capitali verità morali nè a diffonderle nel vulgo, cui rimasero inaccessibili finchè la religione insegnatrice non nacque col Vangelo, prima di questo la filosofia fu sempre superiore alla religione. Di quella che i Romani ebbero indigena, ogni memoria restò cancellata dal sopravvenire della greca, esposta poi così splendidamente da Marco Tullio. Costui, come avviene in tempi che le credenze sono scosse, rimane eclettico, e secondo i Neoaccademici si tranquilla nelle probabilità. Però combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica di plebee[240]; non foss'altro, perchè sconsigliavano dalle pubbliche faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della romana, è l'applicazione al viver cittadino. Pertanto predilige l'etica stoica, anche perchè meglio opportuna all'eloquenza; salvo, del resto, a voltarla in beffa nella persona di Catone. Scopo della morale e suprema regola della vita è per Tullio il sommo bene, il quale consiste nella virtù e nell'onestà, cioè in quel che è lodevole per se stesso, non per idea di utilità: e quantunque l'onesto sembri talvolta pugnare coll'utile, utile è però sempre.

Bellissimo è l'udire esposta la virtù in parole si eloquenti com'egli fa; ma se gli cerchiamo una norma fissa, troviamo o il vuoto o l'eccesso. Ne' suoi paradossi stoici ci dirà che «il savio non perdona veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia; in quanto è savio, egli è bello benchè scontraffatto, ricco benchè muoja di fame, re benchè schiavo; chi non è savio, è pazzo, bandito, nemico; è colpa eguale uccidere o un pollo pel desinare o il padre; il savio di nulla dubita, mai non si ripente, non s'inganna, non cangia d'avviso, non si ritratta». Certo non con questi teoremi si educherà al vero la mente, alla bontà il cuore. Lo stoico impugnerà gli Epicurei, che non discernono il piacevole dall'onesto: ma questo onesto ove lo troverà? dove questa virtù a cui la volontà deve aderire?[241] Cicerone, anzichè sodare verità generali, cerca l'applicazione utile, e utile ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiante; raccomanda di non istaccarsi troppo dalle vie comuni, quand'anche non approvate dalla stretta morale; l'avvocato può sostenere una causa non giusta; per gli amici uno può permettersi cose che non farebbe per sè[242]: ciascuno nell'operare deve riguardo alla propria indole, cui inerisce sempre qualche difetto; nessuno è obbligato all'impossibile; e l'uno è più atto a questa, l'altro a quella virtù[243]. Così attempera l'onestà alla convenienza.

Ma egli, che riprodusse la morale più pura di cui fosse capace il mondo pagano, morale che tanta efficacia esercitò sulle leggi e sui costumi romani, non riesce a cancellare l'impronta originale della filosofia gentilesca, per la quale l'uomo non aveva un valore assoluto, ma solo uno relativo e subordinato alla società. Conforme amorale siffatta, con cui Roma giustificò pessime iniquità, Cicerone esibisce il modello d'un cittadino perfetto: — Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj, Curj, Fabrizj, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero che questa repubblica assodarono, e ch'io ripongo nel numero degli Dei immortali; amiamo la patria, obbediamo al senato, sosteniamo i buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterità ed alla gloria; giudichiamo ottimo ciò che è più retto; speriamo quel che ci aggrada, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in fine che il corpo de' forti e de' grandi uomini è mortale, ma sempiterna la gloria dell'animo e della virtù»[244]. Anche il suo libro degli Uffizj non riflette all'uomo, ma al cittadino; non mette la debita distinzione fra la scelta d'uno stato e quella de' principj; e trascurando la moltitudine operosa ed utile, da precetti soltanto pel magistrato o pel generale, al più pel letterato; insegna come acquistare onoranza nella repubblica e nei governi, come operare con decoro; ma nulla della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni dell'uomo coll'uomo: ommette poi i doveri di questo verso la divinità, senza dei quali come si può imporre efficacemente il dovere, determinarlo, sanzionarlo?

Abbastanza ci fu veduto come siffatte massime togliessero e pietà e giustizia a Cicerone qualora si trattasse d'uno straniero o d'uno schiavo, e di giudicar rettamente delle malvagità che aveva sott'occhio: barcollando poi fra le opinioni altrui, conosce l'errore delle vulgari credenze, ma con esse confonde spesso i dogmi più essenziali, fin l'esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima[245].

Non venite a citarmi qualche popolo moderno, altrettanto molle, altrettanto incredulo, e che pur vive e cresce. Oggi la pluralità lascia fare, i buoni ordinamenti frenano i sudditi corrotti, una livellazione universale riduce a quell'aurea mediocrità, dove non eccedono nè le virtù nè la depravazione. Allora molto maggiore era lo sviluppo pratico della vita, e specialmente della politica, e in tal senso dirigevasi l'educazione, non alla letteratura come oggidì. La nascita, gli avi gloriosi, la ricchezza spianavano la via agli onori, ma viepiù i talenti per la guerra e pel governo, col cui mezzo doveasi acquistare e conservare la dominazione. Di qui l'atteggiamento di grandezza degli uomini illustri di quel tempo, sicchè c'impongono una specie di venerazione; grandezza viepiù appariscente perchè chiamati ad ogni sorta di attività. I letterati insigni trovammo assorti nella pubblica cosa; l'uomo stesso era sacerdote, oratore, legista, magistrato, guerriero; il pretore in città rendeva giustizia, fuori comandava le armi; il questore amministrava in pace le rendite civili, e provvigionava gli eserciti in campo; il console offriva sacrifizj, deliberava in senato, convocava le adunanze, soggiogava i nemici, sistemava le provincie. Cesare, il maggior capitano del suo secolo, sarebbe stato il maggior oratore se l'avesse voluto; dal conquistare le Gallie veniva a fare i sacrifizj, dal discutere una causa a compilare il calendario e riformarlo. Cicerone, eloquente, poeta, filosofo, statista, giureconsulto, finanziere, uom d'affari e di studj, e primo o dei primi nel trattar cause, dirige lungo tempo il senato, combatte i Parti, e dai soldati che guidò alla vittoria è acclamato imperatore.

In tempi di rivoluzione, gl'individui grandeggiano a proporzione della decadenza e dello scompaginamento delle forze nazionali; e chi si sente facoltà straordinarie, sarà audace a tutto tentare quando i costumi e l'opinione pubblica non bastano a rattenerli nelle barriere legali.

E tanto più che, fuori dei vincoli politici, nessun altro congiungeva i cittadini; la famiglia era una tirannide; la città aperta all'abitante di Tivoli come a quello di Marsiglia o di Cadice; la letteratura desunta da forestieri; l'umanità ignota fin di nome, e gli Stoici la dichiarano indegna del sapiente, il quale, secondo il mansueto Virgilio, non dee nutrire nè invidia pel ricco nè commiserazione pel povero. Le nimicizie si esercitano come un fatto palese, autentico, doveroso: uno al principiare della sua carriera trovasi già nemici ereditarj, o se ne elegge: dichiarasi ad uno che si cessa d'essergli amico, e soltanto per contrariarlo si segue l'opposta fazione: mettesi una specie di punto d'onore nel perseverantemente odiare; talchè Cicerone chiede scusa se, pel pubblico interesse, fa causa comune coi proprj nemici, e procura giustificarsi con qualche esempio[246].

Mancando ogni valore assoluto, bisognava conservar la cosa romana coll'abitudine, col mantenere le costumanze antiche; ed ecco perchè tanti non sapeano che rimpiangere l'età degli avi. Ma anche considerando le cose romanamente, come figurarsi la rintegrazione del passato? La grande eguaglianza erasi effettuata; coll'estendersi dello Stato si erano o volti in vizio o peggiorati i regolamenti onde Roma vigori in gioventù; i giudizj de' padri-famiglia nella propria casa e de' magistrati in ciascuna città divennero tirannia importabile dopo alterati i costumi; i patroni si conversero in oppressori, e trascinavano i clienti a secondarli nell'ambizione, o saziarne l'ingordigia; la potenza tribunizia, mera tutela del popolo vilipeso, era sormontata a segno da opprimere il senato, talchè Catone esclamava: — Campateci dalle miserie che ci aggravano; campateci da questi mostri, che non sono mai sazj di nostro sangue; non soffrite che noi siamo servi se non a voi tutti, giacchè della sola volontà del popolo dobbiamo noi esser servi»[247]. La separazione di plebei e patrizj, lievito profittevole alla libertà, era degenerata in guerra civile, combattuta con armi che non erano più armi della patria.

In quei secolari conflitti, secondo che il senato, le curie o le tribù erano prevalsi, consoli, dittatori, tribuni aveano fatto leggi, ispirate da sentimento di parte o da abuso della vittoria; e quest'accozzaglia mancava d'ogni unità d'intento. La fatica di stricare quel viluppo apparteneva ai giureconsulti; eppure non salsero in onore, restando confinati nella minutezza delle liti private, mentre le pubbliche si dibattevano nelle passionate arringhe degli oratori, e si decidevano per broglio e per forza.

Il lasciare ai vinti gli statuti e le consuetudini natìe era accortissima politica; ma col moltiplicarsi di quelli crebbe troppo la disparità della legislazione. Vi rimediavano in parte gli editti del pretore: ma questi variavano di continuo secondo il senno del magistrato; a non menzionare le ordinanze dettate dall'arbitrio ingordo de' proconsoli, dai capricci d'una fazione, dall'entusiasmo per un capitano vincitore, dalla spada di esso. Le leggi che vietano i brogli, la venalità degli oratori, il carpire i testamenti, il violentare libera persona[248], rivelano il vizio, più che non facciano confidare del rimedio. Una obbliga a menar moglie, una limita le spese de' banchetti e il numero de' convitati, intanto che nessuna, fin ai tempi di Cicerone, puniva la frode in generale, nè concedevasi accusa fuorchè contro i fatti determinati da titoli speciali[249].

A rappresentare l'antica sapienza romana, sapienza di forza e di conquiste, rimaneva quel senato, cui gli oratori non rifinano di tributare encomj. Per ovviare le aspirazioni liberali e invigorire la propria potenza, esso spingea continuamente a guerre esterne sotto frivoli pretesti; il suo diritto delle genti era tutto a carico de' nemici; il riposo, l'indipendenza de' popoli non misuravansi che alla potenza romana, alla quale sola nessun confine avevano posto gli uomini nè gli Dei. Erettosi arbitro del mondo, giudicò la servitù di questo necessaria alla sicurezza di Roma; idolo inesorabile, a cui mostravasi devoto fin a quell'eroismo che si fa ammirare da quanti non badano al fine: poi nelle cose interne sfasciavasi in brogli e paure e spirito di fazione e passioni personali ed aristocratiche; impotente a prevenire il male, operando il bene sol quando v'era trascinato dalla perseveranza plebea. Intrepido a fronte degli stranieri, a fronte dei tiranni interni mancava di coraggio; anzi col dimandare l'autorità dittatoria e col prorogare i comandi educò quegli usurpatori, cui primo studio era il decimare o deprimere il senato stesso.

Fra un'aristocrazia ristretta, violenta, corrotta; e una popolaglia viziosamente povera, che aveva sgradite le riforme de' Gracchi perchè colla possidenza imponeano l'obbligo del lavoro, come poteva prosperare la repubblica? Tentarono i Gracchi ricostituirla nell'interesse del popolo; ma credettero alla moralità di questo, e ne furono uccisi. Lo tentò Silla col rassodare l'aristocrazia; ma questa pure si trovò talmente sfasciata, che non potè conservare quant'egli le avea restituito. Cicerone divisò di costituire un terzo stato coi cavalieri; ma non che opporlo al senato, avrebbe voluto che, chiunque si segnalava per nobiltà, ricchezza, magistrature, si unisse, e col nome di ottimati facessero contrasto al popolo basso. Catone, mai non piegandosi all'attualità, pretendeva che uomini e cose tornassero quali erano quattro secoli innanzi; e la sua rigidezza noceva non meno che la flessibilità di Cicerone, perchè in corpo guasto anche il rimedio torna di danno. Pompeo non riforma se non col rattoppare il passato, col risuscitare le due teste della repubblica, sicchè infuriarono le risse del fôro, sin a portare alla guerra civile. Immeritevoli del governo repubblicano, tutti sentivano la necessità de' corrotti, il riposo nella servitù.

Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge, sagrificando l'interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido arricchire degli uni colle conquiste, l'impoverire degli altri in grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s'erano appassionati dei Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l'orgoglio che facea respingere un uomo nuovo d'Arpino o di Venosa, accoglieva all'amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la stima delle virtù avite, bensì quell'indifferenza per la cosa pubblica, che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.

I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al sajo popolare. Allora si facea l'amico con tutti, si davano pranzi, si pagava l'entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o al liberto d'un personaggio influente; non si trascurava il capo d'un municipio, il priore d'una confraternita di arti; si sapeva a memoria la carta d'Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti, e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.

Ormai sfacciatamente nel mezzo del fôro si piantavano banchi ove contrattare i suffragi; e i candidati se gli accaparravano non col far conoscere le virtù o i sentimenti proprj, ma col promettere più denari, o maggiori distribuzioni di grano, o splendidi giuochi. Durante i comizj, rincariva l'interesse del denaro fin al doppio. Pompeo comprò il consolato per Afranio: i senatori si tassarono per comprarlo a Bibulo[250]. Che non fece Catone per reprimere la corruttibilità de' ragionieri del tesoro, i quali si valeano della loro pratica e della noncuranza de' giovani questori per istornare il denaro pubblico? ne cacciò e processò alcuni; ma in uno di tali processi gli si oppose Lutazio Catulo, conservatore severo e allora censore, e andò mendicando l'assoluzione dell'incolpato, fin a indurre il questore Lollio, allora malato, a farsi portare in lettiga al tribunale per votarvi in pro. Arrivò che la votazione era già compita, ma i giudici vollero contarlo egualmente, e il prevenuto fu assolto.

Memmio deferì al senato una convenzione fatta da lui e dal competitore Domizio coi consoli, ove questi obbligavansi a favorirli nel domandare il consolato, ed essi a fare attribuir loro le provincie che ambivano; depositavano quattrocentomila sesterzj, che andrebbero perduti se non trovassero tre auguri i quali dichiarassero d'essere stati presenti quando il popolo fece la legge curiata, sebbene mai non fosse stata proposta; e due consolari i quali attestassero d'avere assistito alla soscrizione del decreto che assegnava le provincie ad essi consoli, sebbene l'affare non si fosse tampoco riferito in senato[251]. Tanti ribaldi in un contratto solo! Spesso con minori complicazioni la spada del centurione ordinava di eleggere, o il coltello di Milone, di Clodio, di Dolabella determinava le scelte o toglieva di mezzo i competitori. E quest'irruzione de' soldati o de' bravacci ne' comizj fu la conseguenza delle guerre lunghe, e il colpo di grazia alla libertà.

Ma la libertà chi la godeva in Italia? Forse gli schiavi che, in numero di cento per ogni uom libero, affamavano sulla gleba, irrigata del loro sudore? forse i clienti servili al patrono? forse i debitori, che poteano per legge esser fatti a pezzi, e per pietà sepolti nelle prigioni? Fra' cittadini stessi di pieno diritto, il padre è despoto sulla vita della moglie e de' figli, che espone o che manda all'incanto se la cupidigia o le passioni sue lo vogliono. Il padrone trovavasi un nemico, una spia in ogni schiavo, che poteva o trucidarlo, o andare a denunziarlo ai giudici. I tribuni eccedono in prepotenze da tiranni, scomunicano chiunque gli offende, dirupano dalla Tarpea un senatore che attraversa qualche lor atto. I censori frugano ne' penetrali domestici, e appongon note, di cui solo i senatori possono chiedere il motivo.

Tale era la libertà de' cittadini perfetti: che dir poi delle tante gradazioni inferiori? e quale affetto portare a leggi, la cui protezione non assicurava nè la vita nè l'avere a chi non fosse capace di tutelarli da sè o per mezzo d'amici? Secondo Cicerone, Sassia, a cui era stato ucciso il marito, per iscoprire i rei fa porre al martôro i servi (tormentis omnibus vehementissimis quæritur); e poichè asseriscono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al cui cospetto si teneva questa domestica investigazione, opinano di desistere. Dopo qualche intervallo si rimettono alla corda, nulla vis tormentorum acerrimorum prætermittur, tanto che l'aguzzino ne riesce spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza[252]. È vero che non si trattava d'uomini, ma di schiavi.

E in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle leggi ed applicarle ai casi particolari, ma si consideravano padroni della vita e dell'onore dell'imputato. Pertanto il reo ed i suoi amici compajono in abito di duolo, stringendo la mano dell'uno e dell'altro; è dovere d'amicizia e pietà di parentela il venire corporazioni intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato: se pur questo non avrà denari quanti bastino a comprare i giudici, giacchè in proverbio correva, non potersi condannare una buona borsa. L'oratore non s'industrierà tanto a mostrare l'innocenza del suo cliente, quanto a chiarirne i meriti antecedenti, e commovere i giudici a favor di lui, della sua famiglia, de' figlioletti che in bruna veste girano supplicando[253].

Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal fôro, e che in qualche accesso di vanità esclamava, — Cedano le armi alla toga», era costretto confessare che l'eloquenza e le magistrature doveano chinarsi alla forza; la forza, idolo e ragione di Roma. — Questa (diceva egli), al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa è il più sicuro modo d'ottenere il consolato»[254].

Lo sentivano gli ambiziosi, e aspiravano a farsi ragione col tumulto e colla sommossa. Quante rivolte in quest'ultimo periodo! Triumviri e dittatori danno il diritto, anzi l'obbligo a ciascun cittadino d'uccidere i proscritti, cioè legalizzano l'assassinio: per contenere la folla irritata o i compri bravacci, conviene postare soldati attorno al fôro od alla curia: l'opposizione stessa dei tribuni non tutela più il popolo colla sola parola sacra, ma Apulejo Saturnino rimove Memmio dal consolato coll'ucciderlo, indi con un branco di ribaldi rifugge al Campidoglio; chiamato a scolparsi civilmente nella curia, è ucciso a sassi egli ed i suoi compagni, e a ludibrio strascinati per la città[255]. Publio Cornelio Silla, parente del dittatore, è accusato di due congiure. Antonio imputato di ambito, con una masnada di disertori e gladiatori sperde i giudici, e si salva[256]. Come avvenisse il richiamo di Cicerone lo vedemmo; e durante tutto quel tempo i privati furono protetti non dalla legge ma dalle pareti, le case de' magistrati cerche con ferro e fuoco, infranti i fasci de' consoli, incendiati i tempj, feriti i tribuni della plebe. Clodio stesso, nel bel mezzo del fôro, è inseguito a spada nuda da Marc'Antonio, il quale fin nel tempio dove si raccoglieva il senato, menava una turba di satelliti, gli uni colle armi in pugno, gli altri portando lettighe piene di scudi e di stocchi, lesti alla prima occorrenza. E queste scene ogni tratto si rinnovavano; e restando esse impunite per la forza de' rei, gli avvocati pretendevano che tanto meno fossero castigate le colpe minori[257]. E bene esclamava Cicerone che, non per alcun caso, ma pei vizj proprj la repubblica era perita: il solo nome ne sopravivea[258].

Era però stata sempre meravigliosa la disciplina dei Romani, appena si mettessero in campo. Bando allora a dissensioni e partiti; i Coriolani e gli Emilj, esecrati nel fôro, venivano ciecamente obbediti da che avevano ottenuto il giuramento militare. Nelle guerre civili i capitani, ancor più avidi di potenza che di gloria, posero l'animo a conciliarsi le legioni, a farle amare il campo più che la patria, più la grandezza del generale che la libertà de' cittadini. Silla fu il primo, per vaghezza di comando, a carezzare la soldatesca, e per forza di questa ottenere ciò che un tempo dai voti dei cittadini s'impetrava. Allora l'esercito, disgiunto dal senato e dal popolo, costituì una terza potenza, che dava la vittoria a quella a cui s'accostasse, alla democrazia con Mario, ai nobili con Silla: Crasso, Pompeo, Cesare aveano abituato l'esercito a credersi il tutto della repubblica, operare a malgrado e contro di questa; Crasso guerreggiò i Parti, Cesare i Galli senza decreto del senato o del popolo; Gabinio, ad onta di questo, andò a ripristinare Tolomeo colle armi, eppure domandò il trionfo; i triumviri si valsero delle forze della repubblica a combattere per la propria ambizione. Cesare assale Roma colle armi vincitrici della Gallia, Pompeo la difende coi vincitori dell'Asia; e dopo che il primo restò superiore, ogni preminenza dovette omai essere appoggiata alle armi, e nella costituzione romana non rimasero più che due poteri, vulgo e soldati.

Compite coll'armi e colla prepotenza, le rivoluzioni succedevansi rapide, e una sola battaglia le decideva. I demagoghi non avevano ad accarezzare la plebe, bastando si tenessero amici i soldati; e questi non curavano il trionfo di un'opinione o d'una causa, ma quello d'un uomo, non il pubblico bene, ma le sperate ricompense: capitano che largheggiasse, era il loro dio; mancava alle promesse? volgevansi a un altro; vinto l'abbandonavano, perchè non poteva satollare la loro avidità. E il nuovo signore, a cui servizio passavano, non temeva ponessero ostacolo alle ambizioni sue, perchè li sapeva venuti non per amore ma per ingordigia, e che da lui riconoscevano od aspettavano ogni fortuna.

Perite le credenze, le istituzioni, i costumi su cui fondavasi il patriotismo, suprema virtù romana, sopraviveva la stanchezza di quel battagliare continuo e improfittevole, a tal punto che la gioventù rifuggiva dalla milizia[259] sin a mutilarsi per evitarla; una vigliaccheria irrequieta, una servilità o mascherata od aperta, ma universale; e la gran folla di coloro che, nelle età di crisi, sentono la necessità di un cambiamento senza saper come e donde verrà, cercava negli oracoli, ne' Libri Sibillini, ne' profetici, e dappertutto trovava indicata una rinnovazione del mondo, una nuova luce effusa dall'Oriente, un re, ma re della pace: sicchè tutti desideravano il riposo, foss'anche nella servitù.