CAPITOLO XXIX. Guerre civili fino all'Impero.

Questo quadro infelice dovette presentarsi agli occhi di Bruto, non appena, confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, la riflessione sottentrava all'ebbrezza di un'azione atroce, reputata sublime. Geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l'avevano indotto all'uccisione: ma lo sgomento si propagò rapidamente dal senato alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città col berretto s'una picca, simbolo di libertà[260], schiamazzavano averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di gradir troppo il regalo dell'aristocratica libertà, onde o fuggivano spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio, meta vulgare d'ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini. I congiurati tentarono guadagnarseli a denaro; ma fallendo anche in questo, dovettero pensare a schermirsi in Campidoglio, circondati da bravi.

Uccidere un tiranno qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la difficoltà; nè i congiurati n'ebbero il senno o la possa, nè bastava che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia, sanguisuga dell'erario»[261], non prometteasi nulla dal favor della piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse e prendesse partito sulla circostanza[262]: ma Bruto, che non avea provato scrupolo ad uccider Cesare, l'ebbe a radunare la curia senza le formalità: rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a raggiungerlo, dicendo non doveano rimanere a parte del pericolo quelli che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi le fa, ma ne diroccano la causa.

Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei tanti che nell'esitanza hanno bisogno di una spinta, si lasciavano allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiare i torti e ingrandire i benefizj; tanti veterani, venuti per accompagnar Cesare alla guerra de' Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo: il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne lamento[263]: Virgilio lo pianse nell'egloga di Dafni, Varo in un poema epico: narraronsi portenti che aveano preconizzato e seguìto la sua morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in teatro a quel verso d'una tragedia di Pacuvio, Io li salvai perchè a me desser morte. Ah! il mondo non prendeasi briga de' privilegi del senato e de' lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela dava, il coltello de' congiurati gliela rapiva.

Soffiava in quelle faville Marc'Antonio console, ben lontano dall'esser tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze, che nel presente scombuglio si trovò prudenza l'eludere col bandire generale amnistia e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva operato. In conseguenza i congiurati avendo ricevuto ostaggi, scesero dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Antonio cenò Cassio, che domandato per celia dall'ospite se non portasse qualche pugnale nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide». Dovette il motto punger nel vivo Antonio che vi aspirava, come v'aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.

Antonio fè leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al popolo romano lasciava i sei giardini in Trastevere, e tremila sesterzj per ciascun cittadino; giusta l'usanza, varj legati e benevoli ricordi agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo? Quando poi Antonio espose la lacera toga e l'effigie in cera del dittatore, con tutte le ferite ricevute (44), d'ogni parte e in varie favelle si urlò vendetta, sul rogo i veterani gettarono le ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una stella apparsa in quel tempo (Julium sidus).

Con tali dimostrazioni e col protestare vendicherebbe Cesare se non si sentisse rattenuto dal decreto del senato, Antonio recò ombra agli amatori della quiete; onde accortosi d'aver levato la maschera troppo tosto, indietreggiò, punì di sommaria morte i promotori del tumulto, al senato promise ristabilire la calma, e propose che al figlio di Pompeo, rifuggito ne' Celtiberi, si rendessero la patria e un compenso pei beni confiscati, e s'affidassero tutte le forze navali della repubblica.

Il nome di Pompeo rimanea sempre caro al senato, non foss'altro per opposizione: onde Antonio n'è levato a cielo; e fingendosi insidiato da coloro che avea repressi, si cinge di numeroso satellizio; fa decretare abolita la dittatura per togliere il timore ch'egli v'aspiri; ma a nome di Cesare estinto, procede più a fidanza che questi non avesse fatto vivo, cava fuori patenti già firmate da esso, che nominavano senatori, colle quali, e col far a Lepido attribuire il sommo pontificato, assicurasi potenti amici, e s'appoggia alla pretesa volontà di Cesare, il quale così continuava a regnare postumo.

Il popolo intanto chiedeva a incessanti voci, — Bruto, Bruto». Era entusiasmo d'ammirazione? era furor di vendetta? no: come pretore egli doveva dare pubblici giuochi, e il buon popolo non voleva esserne fraudato; ma Bruto, non affidandosi di tornare in città, mandò fiere ed artisti per sollazzo del buon popolo, il quale lo ammirò e applaudì. A lui Cesare prima di morire aveva assegnato il governo della Macedonia, della Siria a Cassio, a Cajo Tribonio dell'Asia, a Cimbro della Bitinia, della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto: ma tutti si fermarono in vicinanza di Roma per tener d'occhio Antonio, le cui intenzioni divenivano più sempre sospette.

Costui, allevato nei campi e a sbevazzare e motteggiare alla soldatesca, nelle guerre d'Oriente contrasse gusti asiatici, un'eloquenza pomposa, pomposo vivere; ingordo de' piaceri e del denaro che li procura, avaro e prodigo a sbalzi, infedele pagatore. Cesare se l'era tenuto caro come buona spada, ed onorando in esso i veterani, quando tornò di Spagna sel tolse nel proprio carro di trionfo. Ma troppo egli distava dal genio, e più ancora dall'umanità del suo generale, del quale null'altro che la spada era capace di raccorre. Accedendo ora ai Pompejani, ora al popolo, or al senato, nè degli uni nè degli altri otteneva la fiducia; e col castigare alcuni veterani tumultuanti, col negar denaro agli altri, si avversò anche que' legionarj, che volentieri avrebbero posto sul trono e sull'altare questo loro commilitone.

Meglio del preteso discendente di Ercole sapeva le vie il giovinetto Ottaviano, nato da Cajo Ottavio persona nuova, e da Accia figlia della sorella di Cesare, il quale lo adottò, e testando il costituì erede per due terzi, sotto la tutela di Decimo Bruto. Zoppicante, sempre a decozione di lattuche e poma per mal di nervi e di fegato, timido a segno che scrivea sin quello che avesse a dire a sua moglie, sì fievole di voce che al popolo non potea parlare che per via d'un araldo; per quanto Cesare avesse tentato avvezzarlo agli accampamenti, ora la madre, ora la malsanìa l'aveano rattenuto da tutte le spedizioni; poi i soldati si ricordavano d'averlo fischiato allorchè in Sicilia voltò le spalle; i nobili gli rinfacciavano l'avo materno africano, la madre che girava una macina ad Aricia, il padre che rimestava la farina con mano imbrunita dal denaro che maneggiava come usurajo[264]. D'altra parte i suoi benevoli gli suggerivano: — L'eredità dello zio che cosa ti porta? l'obbligo di vendicarlo; e se fallisci, la morte. I denari di casa se gli ha presi Antonio: quand'anche tu li ricuperassi, basteranno a pagare i generosi lasciti, a comprarti partigiani, a gratificarti le legioni? E però fa a modo; non t'avventurare, e lascia deserta l'eredità».

Ma Ottaviano a diciott'anni possedea l'audacia politica, tanto diversa da quella dei campi; sapeva persistere, variar partiti, esser crudele o magnanimo, leale od ipocrito: onde risolse tentare sua ventura. Aderendo all'eredità del dittatore, assunse il nome di Cajo Giulio Cesare Ottaviano; osò un delitto capitale, intercettando il tributo delle provincie d'oltremare, e così ebbe il denaro che fa tutto.

Come s'avviò a Roma, i veterani di Cesare lo portavano in trionfo, accorreano amici, magistrati, uffiziali: solo Antonio non si mosse; e Ottaviano, non che mostrarsene offeso, — Tocca a me (disse), giovane e privato, l'andare a salutar lui, in tal carica e più maturo». Fatto aspettare, non s'inquieta; introdotto, profonde grazie al console delle onoranze rendute allo ucciso zio: ma al tempo stesso, per pagare i legati, gliene ridomanda il denaro; e perchè Antonio lo mena a belle parole, e' vende case, terre, tutto il proprio patrimonio, dichiarando accettava l'eredità soltanto per non defraudare tante famiglie dei pingui lasciti dello zio: e così versa tant'odio sopra Antonio, quanto amore a sè procaccia.

E già i rancori trapelano: Ottaviano scredita Antonio quasi perfidiasse alle intenzioni ed alla causa di Cesare; Antonio taccia l'altro di garzone temerario, imprudente, sedizioso: Ottaviano, per quanto desiderasse vendicare il prozio, non soffriva di vedere Antonio a capo d'un partito che il potesse rendere arbitro della repubblica; Antonio, fingendosi vindice di Cesare per ingrazianire il popolo e i soldati, agognava al poter sovrano. I senatori che favorivano i congiurati come restauratori della prisca libertà, ridevano di que' dissensi che fiaccherebbero i Cesariani.

Bruto, alzando il pugnale con cui avea trafitto Cesare, aveva esclamato: — Eccoti, o Cicerone, vendicata la repubblica», quasi volesse acquistar credito col mostrarsi appoggiato dal voto dell'uccisore di Catilina; ma in fatto temendo che o pavido guastasse o presuntuoso volesse dirigere, nulla si era comunicato della congiura a Cicerone. Questi, che sì pomposamente avea magnificato la clemenza di Cesare, e assicuratolo che nessun mai oserebbe attentare alla vita di lui, o tutti i petti de' senatori gli sarebbero di scudo[265], or ripetutamente querelasi di non essere stato convitato al bellissimo banchetto degli idi di marzo, massime perchè avrebbe persuaso a tôr di mezzo anche Antonio[266], contro del quale allora scrisse le Filippiche; professava aver esultato nel vedere quell'uccisione in senato[267]; ma una rivoluzione non preparata, non condotta da lui andavagli poco a garbo, e colla solita oscillazione non tardò a mostrarsene nojato, e dire: — L'albero è abbattuto, sussistono le radici». Come poi Ottaviano andò in villa a fargli visita e lo chiamò padre, egli ne sposò a fronte aperta la causa, disse che i congiurati avevano finito con coraggio d'eroi un'impresa da fanciulli, e per avversione ad Antonio si diede a sorreggere il giovane, e in senato diceva: — Prometto, assicuro, garantisco che Ottaviano sarà sempre tal cittadino, quale oggi è, e quale la patria il desidera»[268]. Bruto ne mosse querela, e — Non è un padrone che Tullio tema, ma un padrone che non lo careggi; mentre gli avi non soffrivano la servitù, comunque dolce»; e gli scriveva: — Tu, scalzando Antonio, non tendi che a consolidare Ottaviano: aborrisci la guerra civile, e non una pace infame»; e ad Attico: — L'eminente ingegno di Tullio come posso io stimarlo, se così poco seppe mettere in pratica ciò che aveva scritto a proposito della libertà della patria, del vero onore, della morte e dell'esiglio? morte, esiglio, povertà, pajono gran mali a Tullio; e purchè egli abbia il suo desiderio, e si veda riverito e lodato, non teme una servitù onorata, quasi l'onore potesse conciliarsi con cosa tanto infame com'è la servitù . . . Quanto a me, non ho risolto se farò guerra o manterrò la pace: ma o l'una o l'altra, servo non sarò giammai»[269].

Evitare la guerra civile più non stava in lui. (43) Ottaviano, raccolti nella Campania diecimila veterani, e accostatosi a Roma sotto ombra di proteggerla dal console ambizioso, vi entrò colla permissione del popolo; e persuadente Cicerone, il senato gli decretò una statua, e di poter salire console dieci anni prima dell'età. Antonio, a capo d'altri fazionieri, si spinse nella Gallia Cisalpina per toglierla a Decimo Bruto, adducendo che sconveniva il lasciarla a un uccisore di Cesare, ma in fatto perchè sentiva quanto fosse importante quel paese, donde congiuntosi a Lepido governatore della Narbonese, e a Planco della Gallia Transalpina, si volterebbe a minacciar Roma; e assediò il proconsole in Modena «fortissima e splendidissima colonia del popolo romano»[270].

Il senato, che, come tutti gli atti di Cesare, aveva confermato quel comando a Decimo Bruto, guardò quest'impresa per un atto ostile, e dall'animosità di Cicerone, che esagerava e i vizj privati e l'ambizione di Antonio, e mostrava codardo e pericoloso qualunque tentativo di conciliazione, si lasciò spingere a troncare ogni accordo, chiarir nemici il console Antonio e il collega Dolabella creatura di lui, che in Asia aveva ucciso Cajo Tribonio, uno de' congiurati, ed affidare la punizione del primo ad Ottaviano, dell'altro a Marco Bruto e Cassio.

Adunque si bandiva guerra a cittadini romani, e si promoveva il futuro tiranno della patria in nome della libertà: di questa mostravasi infervorato Cicerone (43), che con eloquenza fatta inesauribile dal nuovo pericolo, quattordici Filippiche animò d'ira e di patriotismo[271]; di questa il senato; di questa tutti in parole, nessuno in effetti.

Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone lo intitolava, nessun'ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d'una bandiera, che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode Antonio, e la morte de' due consoli (talmente opportuna, che gli fu imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria e il titolo d'imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone, quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la via delle Alpi, presentissimo com'era ne' disastri; persuase, sedusse, incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli incamminò verso l'Italia.

È sempre grande il numero di quelli che ne' capi desiderano la debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere insufficiente, molti intravvidero le sue ambizioni, e come fosse necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse. Pertanto, dimenticatine l'orgoglio e i trasporti, Antonio fu considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono ad Ottaviano l'ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l'altro i capi degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione; rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell'ultima battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti da' suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo di que' soldati, salvo poi a disfarsi di questi.

Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi per cinque anni un nuovo triumvirato per ristabilire la repubblica (ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia ne' Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono le provincie, conservando indivisa l'Italia. Ottaviano, a capo dell'esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.

I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido custodirebbe l'Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti in diciotto delle migliori città d'Italia, snidandone i prischi possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento, Rimini, Mantova, Cremona.

Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto: — Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto coll'odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj, ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda gl'innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno segreti»[272].

Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue e di costernazione: poi altri cencinquanta furono designati, poi altri. L'esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l'abbandona, sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch'e' preferisce recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n'è ricompensato coll'eredità. Un altro assalito, implora un sol momento per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde. Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e spendendo ogni ben suo nell'esequiarlo.

Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando l'onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d'averlo tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.

Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto dei padroni, lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla propria casa: alcuni colle spade s'aprirono il passo fin al mare. Un fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da' sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone, e poichè lo vide pauroso d'esserne tradito, — Pensate voi (disse) che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti, ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale dall'inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.

Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri sacrificarono l'un all'altro un particolare amico, onde farsi abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi avanti alla camera ove l'avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un lato, e in mano l'oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od uccidesse lei pure, rea d'averlo campato.

Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l'altro perchè disobbediente.

Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l'idea d'uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l'ultima e la men rara virtù de' Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».

Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò: — Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»; contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l'inviò a Fulvia moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il capo d'uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero reato. Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico de' suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volontà della moltitudine.

Accanto, qual altra destra è confitta? quella di Verre: l'accusato presso l'accusatore in quella terribile eguaglianza che i padri nostri hanno spesso veduta nella Rivoluzione francese. Esulato ventiquattro anni, Verre profittò dell'amnistia di Cesare per tornare: Antonio il richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj; avutone rifiuto, lo scriveva sulle tavole, e uno scellerato puniva scelleraggini contro cui si era spuntata la legge.

Benchè in quella proscrizione, atroce più dell'altre, fosse perfino ordinato di gioire delle commesse crudeltà, Cicerone fu pianto dai senatori e dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione, consegnò il liberto delatore a Sempronia vedova di esso, la quale, dopo squisiti tormenti, lo obbligò a recidersi da se stesso brani della propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se non rimorso, indelebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo; Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone; Virgilio rammentando le glorie romane, cede alla Grecia il vanto di perorar le cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da questo colle opere di Tullio alla mano, tentò nasconderle; ma egli, preso il libro e scorse alquante pagine, glielo restituì dicendo: — Fu grand'uomo ed amante la patria».

Queste dimostrazioni dell'insolente Antonio e dell'atroce Ottaviano erano tributi resi all'opinione pubblica, le cui grida obbligarono gl'inumani triumviri a punire due schiavi traditori dei loro padroni, e premiare uno che avea salvato il suo. Molti proscritti furono protetti dalla plebe: Oppio, che avea portato suo padre in ispalla fin allo stretto ove imbarcarlo per la Sicilia, fu revocato, ed essendo concorso all'edilità, il popolo si esibì a sostenere le spese degli spettacoli che quella carica portava, e gli offerse quanto dodici volte il valore dei beni confiscatigli.

Se dunque a tale abisso di mali potea sperarsi riparo, se una dottrina doveva redimere l'immensa corruzione romana, non era ad aspettarsi dai palagi o dalle scuole, non dal coltello d'aristocratici, ma dal vulgo, dagl'ignoranti, dai poveri di spirito; e di là sonò.

Que' territoristi s'inebbriavano nel delitto; ed i loro guerrieri, dalla strage e dal saccheggio irritati al saccheggio e alla strage, ardirono fin chiedere ad Ottaviano i beni di sua madre, morta allora. Ma la proscrizione, il rapire quant'oro od argento si trovasse monetato o in vasi, e le somme deposte nelle sacre mani delle Vestali, non aveano prodotto gli ottocento milioni di sesterzj, occorrenti alle spese della guerra: onde i triumviri imposero una contribuzione a mille quattrocento delle più ricche dame, parenti de' proscritti. Esse non tralasciarono via alcuna per esimersene: da ultimo si presentarono al tribunale de' triumviri, dove Ortensia, figliuola dell'oratore, a nome di tutte espose quanto fosse iniquo l'avvilupparle nella colpa dei parenti e nelle civili dissensioni, fra le quali nè Mario nè Pompeo nè Cesare avevanle obbligate a patteggiare; e — Ben seppero le donne offrir altre volte i loro giojelli per salvare la patria da Annibale; ma ora sovrastano forse i Parti? forse i Galli? E son queste le guise con cui voi aspirate al titolo glorioso di riformatori della repubblica?»

A quella sicurezza di ragioni i triumviri opposero la forza de' littori: ma il popolo fremette all'indegnità, sostenne le donne; la multa fu applicata a sole quattrocento, alle altre surrogando centomila uomini, tassati smisuratamente. Gli esattori armati trascorsero a tali violenze, che i triumviri dovettero imporre al console di reprimerle: ma questo, nulla osando contro i terribili legionarj, s'accontentò di far crocifiggere qualche schiavo.

Satolli di sangue e d'oro, i triumviri raccolsero i senatori sopravissuti, e dichiararono finita la proscrizione: solo Ottaviano, cui il titolo di vindice di Cesare esimeva dalla compassione, dall'umanità la vigliaccheria, dichiarò riserbavasi di punire qualc'altro. Poi, senza domandarne il popolo, designarono i consoli per l'anno vegnente, pretori e edili per molto tempo, acciocchè, assenti loro, queste cariche non sortissero a persone mal affette. Ripartitosi l'oro e i soldati, e lasciando a Roma Lepido come console, Ottaviano mosse per Brindisi, Antonio per Reggio, affine di recare in Oriente l'ordine e la pace che avevano in Italia stabilita.

In Oriente dunque tornavasi a competere la dominazione del mondo, come già tra Cesare e Pompeo. Cassio e Bruto, non secondati dal popolo romano, s'erano ricoverati ad Anzio, e il senato, volendo pure appoggiarli, (44) affidò loro la commissione di mandar biade alla città, Bruto dall'Asia, Cassio dalla Sicilia; il che porgeva loro un mezzo di amicarsi i governatori delle provincie, e di poter raccogliere navi. Ma attraversati dai fautori d'Ottaviano, passarono in Grecia; e Bruto staccatosi da Porzia, la quale virilmente sopportò anche quel dolore[273], approdò ad Atene.

Classica era colà l'ammirazione dei tirannicidi, onde fu accolto con gran festa; ebbe una statua fra quelle d'Armodio ed Aristogitone; si deliziava alle scuole dei filosofi, e cattivavasi la gioventù romana che vi stava a studio. Trasse dalla sua l'esercito di Macedonia (44); fece leve per tutte le città di Grecia, che a molti Romani scontenti aveano aperto ricovero; s'appropriò i tributi spediti dall'Asia, e le armi adunate da Cesare in Tessaglia contro i Parti; e colle diserzioni e colle reliquie de' Pompejani ingrossato l'esercito, lo confortò con qualche vittoria. In una di queste, avuto prigioniero Cajo Antonio fratello del suo nemico, non che ucciderlo come il consigliavano Cicerone e la prudenza, l'onorò, e quando s'accorse ch'e' macchinava nel campo, non fece che metterlo in custodia sopra un vascello; e sol dopo udita la morte di Cicerone, permise che l'irrequieto venisse ucciso. Ai legionarj sediziosi perdonò, sebbene stesse ancora nel forte del pericolo. Chiesto di venire a patti con Ottaviano, rispondeva: — Gli Dei mi tolgano ogni cosa, prima della ferma risoluzione di non concedere all'erede di quel che uccisi ciò che non comportai in questo, e che non comporterei tampoco in mio padre se rivivesse; d'avere, per la sofferenza mia, maggior potenza che le leggi ed il senato».

Affidato dai primi successi, il senato (43) decretò a Bruto la Macedonia, l'Illiria e la Grecia come a proconsole, facendo autorità a lui ed a Cassio di valersi del denaro pubblico, e farsi assistere dalle provincie e dagli alleati. Cassio, passato nell'Asia, mosse contro Dolabella, che a malgrado del senato aveva dal popolo ottenuta la Siria, e che assediato in Laodicea, si fece uccidere con alcuni primarj uffiziali; gli altri ebbero da Cassio perdono, compassione gli estinti; la città fu posta a sacco e a taglia, la Siria in soggezione. Questi due repubblicanti adunque fuggiti ignudi da Roma, trovavansi in obbedienza estese provincie, venti legioni, e poteano tener testa ai triumviri: tanto più che Sesto Pompeo, uscito dal suo nascondiglio, erasi fatto capo di pirati, e coll'autorità del senato s'impadroniva delle isole.

Ma come condurre una rivoluzione senza crudeltà? Cassio, per mantenere l'esercito o punire avversarj, mandò ad uccidere Ariobarzane re di Cappadocia, e tassò enormemente quel regno; a Tarso impose mille cinquecento talenti, raccogliendoli dal vendere i terreni pubblici, gli ornamenti del tempio, poi i fanciulli, le donne, i vecchi, persino garzoni atti alle armi. Da Rodi, vinta più volte, in fine presa, gli fu esibito il titolo di re, ch'egli sdegnosamente rifiutò, dicendo esser anzi suo assunto di distruggere i re ed i tiranni: e cinquanta primarj cittadini mandò a morte, altri all'esiglio, tutto il paese a ruba: infine obbligò tutte le provincie d'Asia ad anticipare il tributo di dieci anni.

Intanto Bruto invase la Licia che gli aveva negato soccorsi, e assediò Xanto, ove il fior del paese ricusava ogni accomodamento proposto da lui, benchè egli avesse persin rilasciati senza riscatto i prigionieri. La città fortissima con eroica ostinazione si difese; e quando i Romani penetrarono di forza, gli abitanti appiccarono il fuoco, trucidarono donne, fanciulli, schiavi, poi si avventarono nelle fiamme. Bruto, promettendo un regalo a chiunque salvasse uno Xantio, non campò che alquanti schiavi e donne le quali non avessero un marito da ucciderle. Poi coll'esempio di Xanto e colle cortesie tentò indurre la città di Pàtara alla sua amicizia, esibendo anche cederle i cittadini presi di quella: ricusato, cominciò a mettere gli Xantj all'incanto, ma non gli reggendo il cuore di condannare a perpetua servitù così prodi guerrieri, li restituì in libertà. Avendo poi i suoi corridori côlte alcune donne pataresi, le rimandò senz'altro; ond'esse persuasero i cittadini a sottomettersi.

Dalla Licia Bruto entrò nella Jonia e fece scannare il retore Teodoto, che si vantava consigliatore della morte di Pompeo. A Sardi si ricongiunse con Cassio; nè gli dissimulò il suo scontento, perocchè, mentre egli volea mantenere stretta giustizia, l'altro vi sorpassava ogniqualvolta convenisse, chiudeva gli occhi sulle iniquità dei suoi amici. — Neppur Cesare opprimeva nessuno (dicea Bruto), ma era reo di proteggere gli oppressori. Che se mai fosse permesso mancare alla giustizia, tornerebbe meglio soffrire le iniquità de' fautori di Cesare, che permetterle agli amici nostri».

Quell'anima generosamente illusa, quanto dovea soffrire a queste vessazioni, o allorchè i soldati suoi lo costringevano ad uccidere qualche turbolento, o nel contemplare gli orrori d'una guerra civile nascere da un fatto ch'egli reputava non solo glorioso, ma giusto, e che si protestava pronto a rinnovare! Dalla stomachevole realtà rifuggiva nell'ideale dello stoicismo; ma l'immaginazione perturbata gli presentava fantasmi e il maligno suo genio che minacciava disastri: onde, comunque il confortasse o lo deridesse l'epicureo Cassio, egli pieno di apprensioni per la patria, per gli amici, per la causa, sentendo avere sacrificato l'umanità, la gratitudine, fin la coscienza, invocava la fine d'una lotta, a cui non reggeva il suo vigore di filosofo e di cittadino.

I due capi repubblicani sentivano che solo in Italia potea difendersi la causa italiana: laonde, padroni delle provincie d'Oriente dall'Olimpo all'Eufrate, risolsero farsi incontro ad Antonio ed Ottaviano (42); e incoraggiato l'esercito con discorsi, sagrifizj e largizioni, tragittato l'Ellesponto, menarono ottantamila fanti e duemila cavalli nella Macedonia, e nelle vicinanze di Filippi si trovarono a fronte l'inimico. Forze quasi eguali, ma più vistoso l'esercito repubblicano; e l'abilità dei generali, la padronanza dei mari, per cui ai triumviri intercettava i viveri e i rinforzi, potevano dargli vittoria, se, giusta il parere di Cassio, si fosse evitata la battaglia, costringendo i triumviri a sloggiare per fame. Ma Bruto anelava di metter un fine a sì diuturne miserie del popolo; bisognoso dell'altrui approvazione, non reggeva alle accuse di timidità, e temeva la diserzione de' soldati, cui gli antichi commilitoni rinfacciavano di servire agli assassini del loro generale. Il sajo rosso sventolò dunque sul padiglione dei generali, accintisi alla giornata non tanto colla fiducia di vincere, quanto coll'espressa risoluzione di non sopravivere alla sconfitta.

Bruto, ragionando quanto sia dolce l'acquistar la libertà, e decoroso il morire per la patria, tanto infervorò i suoi, che con impeto avventatisi sui nemici, penetrarono fin nel campo d'Ottaviano, e ne bersagliarono la lettiga a dardi e giavellotti, sicchè fu creduto ucciso; ma la lettiga era vuota (42), avendo sinistri sogni allontanato il triumviro dalla pugna. Antonio accorso al riparo, disfece l'ala di Cassio, indarno valorosissimo; il quale da una collina mirando lo sterminio de' suoi e credendo ogni cosa perduta, si uccise. Bruto sopragiunto trionfante, pianse il collega, qualificandolo l'ultimo dei Romani; e si pose in luogo da poter aspettare che il nemico andasse a fasci. Perocchè già la flotta era stata battuta affatto, talchè nessun sussidio poteano aspettarne i triumviri, accampati fra i pantani dello Strimone, dove pullulavano le malattie, e scarseggiavano i viveri. Non avendo dunque speranza che nella battaglia, provocavano con incessanti avvisaglie i soldati di Bruto, i quali dal prospero successo imbaldanziti, costrinsero il lor generale a menarli alla mischia. Tant'era questo o mal servito o tradito, che solo sul punto dell'attacco udì la vittoria dalla sua flotta riportata già da venti giorni, e che mutava ragione a' suoi consigli quand'egli non poteva più dar indietro[274].

Combatteva dunque mal suo grado; mal suo grado dovette far uccidere parecchi prigionieri schiavi o liberi, perchè il custodirli occupava troppi guerrieri; dei cittadini e liberti romani rinviò gran numero, alcuni anche nascondendo e trafugando per sottrarli a' suoi uffiziali; a questi dovè consegnare due buffoni che contraffacevano Cassio; e per non vedersi abbandonato dall'esercito, prometteva il saccheggio di Tessalonica e Sparta se uscisse vincitore (40); unico delitto, dice il morale Plutarco, di cui siasi egli contaminato!

Anche la virtù aveva egli dunque sagrificato alla sua causa; onde conturbata dal rimorso l'immaginazione, credette rivedere uno spettro che aveagli promesso ricomparire a Filippi, e che gli prediceva imminente la sua fine. Avversi augurj scoraggiavano il suo campo, che egli tentò riconfortare, e — Giacchè avete per forza voluto mettere a repentaglio una vittoria che aspettando era infallibile, acquistatevela almeno col coraggio».

Più incalzanti argomenti proponevano i triumviri; l'alternativa di morire di ferro o di fame. Si diè dentro colla rabbia d'una guerra civile e i repubblicani soccombettero; l'esercito andò a macello; i primarj uffiziali caddero al posto assegnato, tra cui il figlio di Catone con generoso fine riparò una vita obbrobriosa.

Bruto fu salvato da Lucilio Lucino cavalier romano, che fintosi lui, si lasciò menare prigioniero. Fuggendo, arrivò in una valle, e ringraziato alquanti amici che non l'avessero abbandonato, gli esortò a tornare al campo, ove credeva non disperate le cose. Allora pregò uno schiavo ad ucciderlo; ma l'epirota Stratone, suo intimo, esclamò, — Non sia mai detto che Bruto, in mancanza d'amici, è perito per mano d'uno schiavo», e gli presentò la punta della spada: Bruto vi si confisse, esclamando, — O virtù, io t'aveva creduto qualcosa di reale, ma vedo non sei altro che un sogno».

E un sogno era stata la vita sua, dietro a un fantasma senza realtà: adesso giudicava la virtù dall'esito, com'è ridotto a fare chi a quest'ordine di cose limita la vista. Compiva i trentasette anni, e da quanti il conoscevano erasi fatto ammirare ed amare, e dal popolo venerare per umanità, per carattere leale, pel costante proposito di giustizia e di virtù, favorendo sempre non la parte cui lo inclinava l'affetto o l'interesse, ma quella che credeva più giusta e più utile alla patria. Dal turbolento ed ambizioso Cassio lasciossi indurre all'uccisione di Cesare, che partorì la guerra civile, tanti anni di desolazione, e il dominio di crudeli e di vili, in luogo del temperato e generoso dittatore. Di quest'assassinio lo può scagionare il vederlo conforme alle idee del suo tempo e del suo paese. Per legge di Roma l'uccisione d'un usurpatore era esente da colpa[275]; le dottrine greche faceano eroici simili atti, e inneggiavano Armodio e Timoteo; lo stoicismo esaltava ciò che mostrasse forza: solo sarebbe a stupire di veder oggi lodato Bruto da quei che si chiamano liberali, qualora fossero meno conosciuti la storia delle opinioni e il pregiudizio dell'imitazione[276].

Dallo stoicismo era pure suggerito il suicidio a lui ed a Cassio: ma la loro fazione può incolparli d'aver deserto il posto mentre ancora integre le forze, e quando avrebber dovuto adoperarsi a ristabilire la repubblica che credevano a sè confidata. Gli avversarj stessi compiansero Bruto, come si fa de' nemici sinceri; Antonio gettò un ricco mantello sul cadavere di lui, ne ordinò magnifici funerali, e volle amico quel Lucilio che l'avea salvato; Messala presentò ad Ottaviano il retore Stratone, dicendo: — È lui che rese l'estremo uffizio al mio generale». Esso Ottaviano, che nella sua viltà insultò dapprima al cadavere di quello dinanzi al quale era poc'anzi fuggito, avendo poi veduta la statua erettagli in Milano dai Cisalpini, li lodò per questa memore riconoscenza.

Il campo di Bruto fornì di viveri i soldati de' triumviri, e di tesori per regalare i veterani e congedarli, da che s'erano resi insubordinati. Antonio mandò a morte altri suoi nemici: Livio Druso, suocero di Ottaviano, gli si sottrasse uccidendosi. Ottaviano, più fiero perchè più vile, aggiungeva l'oltraggio al supplizio; a chi gli chiese almeno la sepoltura: — La provvederanno gli avoltoj»; costrinse un figlio ad immergere la spada nel seno del padre, indi ritorcerla contro se stesso. Perciò i prigionieri il caricavano d'imprecazioni, e boccheggiando nella morte rinfacciavangli la codardia sua atroce.

Non era terminata la guerra: e Sesto Pompeo (41) raggomitolava in Sicilia i fuggiaschi proscritti; Domizio Enobarbo e Stazio Macro comandavano le flotte vincitrici sulle coste della Macedonia e dell'Jonia; Cassio Parmense ne conduceva un'altra in Asia, ingrossata dai Rodiani. Pertanto Ottaviano mosse contro Pompeo, Antonio contro l'Oriente; e ambendo gli applausi della Grecia, la attraversò, assistendo a giuochi e dispute, e largheggiando; in Asia ebbe accoglienze adulatorie da re e regine; ad Efeso la pompa usata nelle solennità di Bacco. Egli, che erasi mostrato eroe nel pericolo e vero autore delle vittorie, ora straripava ai vizj della prosperità; quelle orgie e le laute piacenterie ripagava con generosità, e talora con pazza prodigalità, come allorchè, trovando squisito il pranzo, regalò al cuoco la casa d'un primario cittadino di Magnesia.

Nè per ciò rimetteva del sanguinario rigore. Trovando indocili le legioni di Macedonia, chiama nel padiglione trecento principali, e li fa scannare; persegue a morte chi cospirò contro Cesare; confisca ricchezze per darle a mimi e adulatori. Gli faceano gola i tesori che il commercio procacciava a Palmira, la quale, sorgente in un'oasi del deserto di Siria, serviva di stazione alle carovane; ma gli abitanti le trasferirono di là dell'Eufrate, e coi Siri e coi Palestini esausti dalle imposizioni, e cogli Aradiani che avevano trucidato gli esattori, invocarono i Parti, rinnovando così a Roma le costoro terribili nimicizie.

Bisognava che i triumviri compensassero i soldati; e Ottaviano s'incaricò di distribuir loro terreni, Antonio denari, per aver i quali si era vôlto all'Oriente. La bella Cleopatra, regina d'Egitto, avea sposato la parte de' triumviri; ma perchè qualche generale di lei era stato costretto a favorire Crasso, Antonio, giunto in Cilicia, la chiamò a giustificarsi. Ella comparve a Tarso, montata sopra una galea guarnita con quanto lusso l'Oriente sapesse; dorata la poppa, di porpora le vele, argentati i remi, che batteano a suon di flauti e di lire; amorini e nereidi faceano corteggio ad essa, che in abito di dea sedeva tra i profumi, onde il popolo cantava: — Venere trae a visitar Bacco». Portando somme ingenti e una bellezza rara, cresciuta dai raffinamenti della galanteria e dalla coltura dell'ingegno, potea dubitare di soggettarsi Antonio? Da quel punto egli le fu schiavo; non era ingiustizia che per lei negasse commettere; uccideva signori onde confiscar beni per essa; mandò soldati a trucidare Arsinoe sorella di lei, che privatamente viveva in Asia; poi seguitatala in Egitto, vi svernò fra delizie.

La bella, congiungendo l'accortezza di Mitradate e l'ardimento di Cesare, favellava diverse lingue; spargea di leggiadre vivezze la conversazione; compariva or da guerriera, or da cacciatrice, or da pescatrice; se accorgevasi che Antonio si faceva attaccar pesci all'amo per vanità di mostrarsi fortunato pescatore, mandava palombari che glie ne attaccassero di cotti, e celiando gli diceva: — Va, e piglia città e regni, fatiche da te; a noi lascia l'insidiare ai pesci». Poi con esso giocava, beveva, usciva notturna per le vie a far burle ai passeggeri e mescolarsi sconosciuta ai beoni nelle taverne, esponendosi a ingiurie e busse, per isfoggiare grazia nel narrarle poi alla Corte. A gara s'imbandivano desinari, e Cleopatra vinceva lui in ricchezza e gusto. Ammirando una volta Antonio la quantità di vasi preziosi, disposti sul buffetto, ella disse — Sono a tua disposizione», e glieli mandò, pregandolo che il domani tornasse a lei con maggior compagnia. Tornato, ritrovò più riccamente guernite le credenze, e al fine del pasto il vasellame fu scompartito fra i convivi. Ornava essa le orecchie con due perle, stimate ciascuna un tesoro: ne staccò una, stemprolla e la bevve; e accingeasi a far lo stesso dell'altra, ma rattenuta, la regalò. Filota medico d'Amfrissa, invitato da un cuoco a vedere i preparativi della cucina d'Antonio, meravigliossi della varietà dei cibi, ma soprattutto il colpì la vista di otto cinghiali, allestiti sugli spiedi, e domandò che folla di commensali s'aspettasse. Ma il cuoco: — Dodici soli; però potendo Antonio voler cenare all'istante, fra un'ora, fra due o più tardi, conviene per ogni momento tener lesto un compiuto desinare».

Uom di passioni, Antonio doveva soccombere a Ottaviano uom di calcolo. Il quale, profittando di que' lubrici riposi, dell'Italia fece sua preda; giusta l'accordo tolse a donare ai veterani i beni di tutti quelli che non avessero preso le armi per loro; onde Antonio disse: — Ottaviano va in Italia per distribuire le città e le ville, o, a dir più giusto, per tramutare tutte le proprietà dell'Italia in altre mani». Così fece di fatto: e i miseri, respinti dal fondo avito, accorrevano a Roma a fiotti, esclamando all'ingiustizia di far pagare al popolo una guerra, vantaggiosa unicamente ai triumviri; e di ripartire anche ingiustamente l'aggravio, colpendo le città migliori e i terreni più pingui. Ottaviano vi dava ipocrito ascolto, nè però cessava dalla spropriazione; eppure l'ingordo esercito, che colla fantasia esagerava i tesori tocchi ai fedeli di Silla, imperversava contro il triumviro, incapace di saziarlo; e giudicava rubato a sè tutto ciò ch'era lasciato ai legittimi possessori.

Gli scontenti (41) fecero capo a Lucio Antonio fratello e a Fulvia moglie di Marc'Antonio, quell'atroce dissoluta di cui già dicemmo, e che fattasi potente sopra i consoli e sopra Lepido, governava Roma a talento. Irata al marito che i nuovi amori ostentava, aborriva anche Ottaviano perchè le negava corrispondenza[277], e tanto più quand'egli ripudiò Clodia figlia di lei; lo tacciava che coi distribuiti terreni volesse agevolarsi il tiranneggiare: i veterani d'Antonio che doveano aver denari non terreni, e gl'Italiani spossessati patteggiavano con essa, donde ogni giorno capiglie e uccisioni, incolte le campagne, chiuso il mare dai Pompejani, Italia affamata. Anelante di vendetta, e persuasa che solo la guerra potesse svellere Antonio dalle braccia di Cleopatra, Fulvia si ritirò a Preneste, e quivi con elmo e spada passava in rassegna le legioni, dava la parola d'ordine e tutto come capitano. L'esercito, dichiarandosi arbitro fra i competitori, citò Ottaviano e Fulvia a Gubio. Il primo venne sommessamente: l'altra se ne rise, e questo fu la sua rovina. Malgrado che alcuni senatori cedessero ad essa i loro gladiatori, Lucio Antonio si trovò chiuso in Perugia, e ridotto a fame rabbiosa: onde lasciati morire gli schiavi e i servi, per salvar tanti prodi, uscì in persona a trattare con Ottaviano, che promise perdono a chiunque cedesse. Ma avuta la città, fece uccidere alcuni primarj; e trecento cavalieri e senatori perugini condannò ad essere scannati dai sagrificatori, gli idi di marzo, sull'altare di Cesare[278]: (40) la città andò in cenere; Lucio fu mandato proconsole in Ispagna; Fulvia ed altri ricoverarono in Sicilia o in Grecia. Ottaviano, rimasto unico padrone d'Italia, entrò in Roma, trionfante de' proprj cittadini in guerra deplorabilissima, ove non si trattava che del ripartire le spoglie tra i forti.

Antonio dai molli ozj d'Egitto fu scosso allo schianto della guerra di Perugia e alle minacce dei Parti; e udito che Ottaviano aveva occupato la Gallia Transalpina, per patto predestinata a sè, l'ebbe come una dichiarazione ostile, e volse all'Italia, congiungendosi i Pompejani, e sconfiggendo chi s'opponeva. I soldati, stanchi di battaglie e vogliosi omai di godersi nella pace i campi ottenuti, costrinsero Ottaviano a cercare accomodamento: e a Brindisi abbracciatisi i due gran nemici, si stipulò che i triumviri dimenticherebbero il passato; Antonio, essendo morta Fulvia, sposerebbe Ottavia, sorella del collega, bellissima e virtuosissima: poi si spartirono il dominio in modo, che restavano a Ottaviano la Dalmazia, le due Gallie, la Spagna, la Sardegna; ad Antonio quant'era dall'Adriatico all'Eufrate; a Lepido l'Africa; l'Italia in comune per levarvi truppe colle quali farebbero guerra, Antonio ai Parti, Ottaviano al giovane Sesto Pompeo.

Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo di que' pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno; e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava l'Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze, tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre s'uniformava sempre ai consigli d'amici, onde fu detto ch'era liberto de' suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch'egli conservi per cinque anni la Sicilia, la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj per equivalente de' beni paterni confiscati; conferito il pontificato massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento; alleggerita la condizione de' proscritti; ai legionarj suoi, terminata la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri; egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi, fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch'io sferri; porta via costoro, e tu sei padrone dell'impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».

Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno. L'antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne' loro figli: Ottaviano occhieggiava il destro d'invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l'altro le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno nuovi dissidj; inevitabile la guerra.

Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di Corsica e di Sardegna.

Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati, Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest'ultimo, della chiarissima famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco, ingegnoso uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s'appagava di restare cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: — Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch'io viva; anche in croce, purch'io viva». Ma gran senno mostrava ne' consigli; e perchè non ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s'adoperava Agrippa.

Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo, l'incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse l'insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere d'Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero a collocarvi Ottaviano col risarcire l'ordine, surrogare agli indocili veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.

Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile e Nauloco (35), mandandone l'armata in fiamme. Dei capi, alcuni furono uccisi, altri s'uccisero: Ottaviano che, non reggendo a veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò colmo di gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori, e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.

Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d'Africa con grand'esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere, mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l'altro sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde, vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l'avevano sollevato, tristo cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice; e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Restavano a disputarsi l'impero Ottaviano e Marco Antonio. Il primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano; quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti, corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe' tuoi bambini». L'esercito applaudì all'ardito; Ottaviano si ritirò: ma il tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i prischi coloni lasciavano deserti.

Roma al reduce Ottaviano prestò onori splendidissimi e congratulazioni come a trionfante, e gli eresse una statua col titolo di pacificatore della terra e del mare. Egli ricusò alcune eccessive dimostrazioni, assolse coloro che dovevano al tesoro per pubbliche cause, mandò a sperdere le masnade che devastavano la campagna e le borgate, procacciò abbondanza di grani; le lettere di senatori trovate a Pompeo recò in piazza, ed arse inviolate; e protestò deporrebbe l'autorità non appena Antonio tornasse d'Oriente. Preso da tanta liberalità, il popolo gli conferì il titolo di tribuno della plebe in perpetuo, che lo rendeva inviolabile, e che gli spianava la via al dominio assoluto.

Che faceva intanto Antonio? passato in Grecia colla nuova moglie Ottavia, in Atene ricevè gli omaggi servili cui lo aveva abituato Cleopatra; nelle processioni vestivasi da Bacco; sposò la dea Minerva, poi ne pretese la dote di mille talenti. Ventidio Basso suo ajutante aveva in questo mezzo felicemente guidata la guerra contro i Parti, che sostenuti anche da Romani fuorusciti, (36) aveano devastato l'Asia Minore e fin al Mediterraneo. Ventidio colle vittorie vendicato Crasso, avrebbe potuto dilatare l'imperio fino al Tigri, se non l'avesse rattenuto la gelosia del suo generale. Il quale rimandatolo a Roma sotto il pretesto d'ottenervi il trionfo, unico che i Romani celebrassero sovra i Parti, prese egli stesso il comando: ma l'esercito, disgustato, mal lo secondò, sicchè dovette con poco onore conchiuder la guerra. Cajo Sosio, altro suo ajutante, sottopose Gerusalemme e la Giudea, lasciandovi regnare Erode il grande; Canidio penetrò nell'Armenia (35), occupando le gole del Caucaso per cui avevano passaggio le popolazioni scitiche: per modo che le armi di Antonio occupavano le tre grandi vie del commercio, quelle del Caucaso, di Palmira, d'Alessandria.

Egli si tragittò in Italia; e Ottavia, sostenuta da Mecenate e da Agrippa, indusse il fratello ad abboccarsi con lui; ove convennero del come distruggere i nemici, e prolungare cinque altri anni il triumvirato.

Se bontà, amorevolezza, prudenza fossero bastate ad allacciare Antonio, Ottavia il poteva; ma pel soldato ambizioso e grossolano, che valevano mai le virtù della bella suora d'Ottaviano a petto di Cleopatra, regina e amante, adorata per dea nella città più degna d'esser capo del mondo? Abbandonata pertanto in Italia la moglie, tornò a Cleopatra, la quale, più ambiziosa che amante, lo consigliava a fare Alessandria capitale d'un nuovo impero, che coll'Egitto abbracciasse i paesi marittimi e trafficanti del Mediterraneo orientale. Intanto assalì i Parti (34), e assediò Praaspa capitale della Media; ma il valore congiunto de' Medi e de' Parti lo obbligò a calare a patti. Re Fraate IV, che gli aveva promesso sicura ritirata, ben dieci volte l'assalì ne' ventisette giorni che quella continuò, e durante la quale, in fatiche e privazioni orribili perdette ventiquattromila compagni prima di toccare la provincia. Altri ottomila ne perdette in una marcia forzata per paesi nevicosi, consigliatagli dalla smania di rivedere Cleopatra. Questa a Leucopoli lo raggiunse con abiti pei soldati e con denari; gl'impedì di vedere la buona Ottavia, giunta in Atene con munizioni e cavalli assai, e duemila guerrieri in tutto punto e larghi doni; e che rejetta, tornò a Roma senza voler però uscire dalla casa del marito, nè permettere che il fratello la vendicasse; educava diligentemente i figli d'Antonio, e sosteneva del suo credito quelli ch'esso raccomandava per impieghi.

Tali virtù davano risalto alla turpe condotta del marito; il quale in Alessandria festeggiando e sollazzando, raccolti i cittadini a splendidissimo banchetto, vestito da Osiride sedette sopra un trono d'oro, mentre s'un altro eguale sorgeva Cleopatra, con a' piedi i suoi figliolini; dichiarò (33) lei regina d'Egitto, di Cipro, dell'Africa, della Celesiria, associandole Cesarione natole da Cesare; ai tre figli da essa partoritigli assegnò altre provincie, col titolo a tutti di re dei re. Ottaviano avea cura di divulgare siffatte azioni, e aggiungeva che Antonio mulinasse trasferir Roma sul Nilo, o dare Roma a Cleopatra, la quale giurava con questa formola: — Come spero dar leggi in Campidoglio»[280].

Fremeva il patriotismo romano a questa prodigalità di regni, e alle pompe ch'erano privilegio del Campidoglio: e Ottaviano, che facea suo pro d'ogni errore d'Antonio, lo accusa al senato e al popolo d'avere smembrato l'impero, e disonestatane la dignità col suscitare cotesto intruso Cesarione. Antonio di rimpatto rinfaccia ad Ottaviano di non aver partita seco la Sicilia tolta a Pompeo, nè l'autorità e l'esercito tolti a Lepido, e distribuita l'Italia tutta fra' proprj soldati, nulla serbando pe' suoi; al che l'altro celiando rispose: — Come può desiderare questi ritagli esso che ha conquistato l'Armenia, la Media e l'impero de' Parti?» L'ironia punse sul vivo Antonio, che chiarita nimicizia, preparò grande sforzo sul mare Jonio: sostenuto coi tesori e co' vascelli di Cleopatra, a Samo, dov'era dato il convegno alle forze di tutti i principi e popoli dall'Egitto all'Eusino e dall'Armenia all'Illiria, i due amanti dividevano il tempo tra apparecchi di guerra e piaceri sontuosi, che sarebbero stati soverchi anche dopo un trionfo.

Ottaviano, cacciando i due consoli che vi si opponevano (32), indusse Roma a bandir guerra, non ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio allora ripudiò Ottavia, la quale si ritirò dalla casa maritale, non d'altro dolendosi che d'essere pretesto di una guerra civile.

Se Antonio si fosse affrettato sopra l'Italia mentre era mal provveduta, e disgustati i migliori Romani per la mal dissimulata ambizione d'Ottaviano, e l'Italia per un'imposizione straordinaria, forse altrimenti piegavano le sorti del mondo: ma parte i piaceri, parte i preparativi, l'indussero a differir la guerra all'anno successivo. Se ne giovò Ottaviano per sedare gli animi: tolto per violenza alle Vestali ove stava depositato, pubblicò un testamento di Antonio, tutto favorevole agli Egizj, e quindi ingratissimo ai Romani; poi ogni giorno facea spargere incolpazioni nuove, e aneddoti nulla più autorevoli che le dicerie de' giornali, ma che allora gli valsero mirabilmente, e che poi la condiscendente storia adottò.

Dalle provincie d'Asia e d'Africa (31) Antonio avea raccolto ducentomila pedoni, dodicimila cavalieri, ottocento vascelli: lo seguivano in persona i re della Mauritania, della Cilicia, della Cappadocia, della Paflagonia, della Comagene, della Tracia; truppe del Ponto, degli Arabi, degli Ebrej, della Licaonia, della Galazia; una turba poi di Geti si movea per secondarlo. Ottaviano, che governava dall'Illiria all'Oceano, e la Gallia, la Spagna, la costa d'Africa che fronteggia l'Italia, non aveva seco pur un principe straniero; soli ottantamila pedoni, dodicimila cavalli e ducencinquanta vascelli, ma assai meglio forniti e disciplinati.

Con questi raggiunse Antonio, che teneva l'esercito presso il promontorio d'Azio e la flotta nel vicino golfo d'Ambracia. Agrippa devastava le coste di Grecia, intercettava i soccorsi d'Egitto, di Siria e d'Asia, e prendea città sotto gli occhi stessi dell'inimico: onde molti disertarono da questo, che divenuto sospettoso, molti ne fece morire fra' tormenti. Carridio suo generale lo dissuadeva di mettersi alla ventura colla flotta d'Ottaviano, addestrata nelle battaglie contro Pompeo; cercasse piuttosto le pianure di Tracia e di Macedonia, ove il valore e il numero de' suoi comparissero interi: ma Cleopatra lo determinò ad azzuffarsi in mare. Ottaviano, benchè incoraggiato da prosperi augurj[281], si tenne discosto dal pericolo: Antonio vi si espose col coraggio d'un veterano. Il primo aveva agili navi e aggirate maestrevolmente, l'altro elevate e pesanti: d'ambo i lati si facevano prove supreme di valore, quando si vedono veleggiare (7 7bre) verso il Peloponneso i sessanta vascelli egizj, che unici si erano riserbati per fare scorta a Cleopatra, la quale, disperando della fortuna d'Antonio, volea serbarsi a conquistare un altro vincitore. Antonio, dimenticando e prodezza e onore, le corre dietro, e così restano decise la battaglia e la prevalenza d'Ottaviano. Perocchè, mancato il capo, la flotta andò in rotta: l'esercito di terra, forte di oltre centomila uomini, rimase sette giorni inerte alla presenza del nemico, finchè trovando follìa il serbar fede ad un generale che lo abbandonava per una donna, passò ad Ottaviano; colpo decisivo più che la battaglia di mare. Il vincitore si trovò arbitro dell'Asia; alcuni principi depose, tutti multò ad esorbitanza; a molti Romani perdonò, d'altri prese l'estremo supplizio. Solo i gladiatori che Antonio faceva nodrire a Cizico, traversarono l'Asia Minore, la Siria, la Fenicia, il deserto, per raggiungerlo.

Fra vergogna e dispetto tre giorni egli continuò la fuga; regalati lautamente gli amici, consigliolli a cercarsi miglior destino, e andò ad Alessandria con Cleopatra, alla quale erasi riconciliato. Colla fortuna era svanito anche l'amore di lei; pure mesceva al vinto voluttà e speranze; formò una brigata degli inseparabili nella morte, coi quali prolungar le notti banchettando; sperimentava sopra gli schiavi diversi veleni, per trovare quale rendesse meno spasmodiche le agonie; e lusingava l'amante coll'assicurarlo di voler morire con esso, o con esso ricoverarsi in solitudini remote. Al tempo stesso mandava a Ottaviano la corona, lo scettro, il trono d'oro, gli consegnava Pelusio chiave del regno, e ne riceveva galanti messaggi. Antonio, che di nulla sospettava, quando il nemico entrò in Alessandria (30) combattè disperatamente: poi rotta la fanteria, tradito dalla cavalleria, veduto la flotta egizia congiungersi colla nemica, e Ottaviano ridersi del duello che gli proponeva, si diè della spada nel corpo. Fattosi per una corda tirare nel mausoleo dove Cleopatra erasi rinchiusa, stette con essa finchè spirò.

Finiva egli i cinquantacinque anni: mistura di lodevoli e di cattive qualità, avrebbe potuto esser buono se la sciagura lo avesse educato[282]; secondò utilmente Cesare; ottenuto il potere, ne fece quell'abuso che peggiore gli permetteva la costituzione romana: ma la retorica di Cicerone al principio, da poi gli adulatori d'Augusto l'hanno denigrato oltre il vero. Il senato dichiarò infame la memoria di esso: eppure la sua posterità doveva salire al trono, negato a quella d'Ottaviano[283].

Ottaviano mostrò commoversi alla morte di colui ch'era stato complice delle sue proscrizioni, e il cui valore gli aveva sgombrato la via all'impero. Bandì che perdonava ad Alessandria per riguardo al fondatore e alla magnificenza di essa, e al suo amico Areo filosofo platonico, col quale famigliarmente ragionando vi entrò. Cleopatra mise in opera lusinghe e lacrime, minacciò uccidersi; ma sentì spuntarsi l'armi sue contro costui, il quale non le usava riguardi se non per desiderio di serbarla viva al suo trionfo. All'idea di andare spettacolo di commiserazione dov'era stata d'invidia, non resse ella, e si fece mordere da un aspide velenoso.

Ottaviano da Alessandria portò via tanti tesori, che il denaro contante dal dieci scadde al quattro per cento, e in proporzione aumentò il prezzo delle derrate. Ridotto l'Egitto a provincia, dato regola all'Asia ed alle isole, torna a Roma che lo saluta imperatore, e chiude il tempio di Giano.

Così, eguagliato il diritto fra plebei e patrizj, vedemmo sorgere una nobiltà nuova, costituita sulla ricchezza: i poveri, ch'erano i più, si vendettero a qualche ricco o a qualche forte, finchè s'istituì il despotismo democratico coll'Impero, unicamente eretto sulla forza armata e sull'amministrazione delle finanze. Gli antichi nobili erano omai scomparsi tra le guerre e le proscrizioni; alcuni celavansi nella Grecia e nell'Asia Minore, altri si erano fatti capi di pirati, altri accasati nella Partia. Il popolo ricevea denari e spettacoli, e non conosceva misura nella riconoscenza verso colui che dava la pace, dopo tanti orrori o sofferti o veduti.

LIBRO QUARTO

CAPITOLO XXX. Augusto. — Sistema imperiale.

Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva incessantemente sovvertito.

Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra l'originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici e nemmanco i naturali non si comunicavano che ai membri di ciascuna società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale dominavano sopra un'altra popolazione plebea, spoglia di tutti i diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de' tribuni, e da quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne' mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo Comune.

Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura, pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano contribuito con oro e sangue.

Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartisce a costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tutta Italia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.

Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta, e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.

Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma intitolano d'oro. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, non rimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma Mecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.

A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi che mancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall'editto pretorio.

I filosofi disputavano sull'origine della legge, e non mancava chi vi vedesse, non un trovato dell'umana intelligenza, non un arbitrio del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla nostra natura, la norma eterna del giusto e dell'ingiusto, la regina de' mortali e degli immortali. Ma lo Stato s'atteneva alla pratica e alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt'altre cose indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità: e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.

Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tutta la politica interna dirizzò a mascherare l'usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di Cesare, e per natura alieno dall'impetuosa ambizione che si compiace a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè spegnerli lentamente, pose ogn'arte in persuadere al popolo che egli nulla mutava, mentre di tutto s'impadroniva; rispettar le forme onde più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento lo spirito repubblicano, che altrimenti nell'opposizione si sarebbe rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo, tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e concentrare in sè le attribuzioni del senato, de' magistrati, delle leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond'egli tiensi pago a quello d'imperatore, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè tampoco il nome di signore[288] sopportava: lo pregavano d'assumere il supremo potere? egli a ginocchi supplicava ne lo dispensassero; finalmente l'accettò per dieci anni, allo scorcio de' quali si rinnovò la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.

Rifiutando i titoli, voleva la realtà, e si fece concedere il consolato anno per anno, poi in perpetuo, e il potere proconsolare in tutte le provincie: come principe del senato, presedeva a questo; come censore, poteva dare e togliere gli onori, esercitar lo spionaggio, regolare le spese e i costumi; come imperatore, disponeva degli eserciti, aveva una guardia del corpo con paga doppia, portava la porpora e le armi anche in città, e con spada e corazza andava nel senato ov'era stato assassinato Cesare. Fin quel poco che la religione contribuiva agli atti pubblici trasse egli a sè colla qualità di pontefice massimo, colla quale risarciva tempj, proibiva di mescolar numi egizj cogli italici, bruciò duemila volumi di profezie, e ripurgò i Libri Sibillini.

In tutte queste magistrature le attribuzioni erano limitate, ed Augusto le divise con altri: ma ve n'aveva una, da minima divenuta suprema, quella di tribuno della plebe, che, inerme e fin muta contro i patrizj organizzati, era stata munita di carattere sacro, a segno di far delitto capitale ogni ingiuria contro di essi. La plebe non avrebbe sofferto vi s'attentasse, e Augusto se ne guardò bene, ma ne investì se stesso: come tale era tutore del popolo, e perciò inviolabile e onnipotente; potea mettere il veto alle decisioni di qualunque magistrato, e appellare al popolo. Questo fu il vero titolo dell'onnipotenza di lui e de' suoi successori; e talmente egli il conobbe, che la podestà tribunizia[289] non comunicò mai con veruno, se non coi nipoti Agrippa e Tiberio quando gli associò al dominio.

Piantava egli dunque l'autorità imperiale sovra il popolo di cui era rappresentante, e sovra l'esercito le cui armi lo sostenevano: due elementi opportunissimi a renderla dispotica; e identificando sè collo Stato, richiamò in vigore le leggi di maestà che permettevano di trascendere al diritto affine di scoprire i rei di Stato.

Del senato, non che mostrare disprezzo come Cesare, stabilì fare il congegno principale del suo governo, indocilendolo ad ogni suo volere. Mostrandolo scaduto nell'opinione, procurò restituirgliela coll'escluderne per condanna o per consiglio gl'indegni e la bordaglia introdottasi nelle guerre civili: da mille li scemò a seicento che dovessero possedere almeno ottocentomila sesterzj, supplendo del pubblico denaro a coloro che non bastassero a sostenere le spese: egli poi ne parlava sempre con riverenza, entrandovi salutava ciascuno per nome, e non se ne partiva senza domandare congedo. Volle una volta al mese si raccogliessero, ma qualunque numero bastava perchè le decisioni loro avessero forza; i figliuoli dei senatori assistessero alle assemblee, sott'ombra di decoro volendo avvezzarli al nuovo ordine di cose, cancellare le memorie d'altri tempi, e preparare una specie di ereditarietà. Lasciava che il senato desse ancora udienza agli ambasciadori; cerniva da quello i governatori delle provincie; ne domandava l'assenso: ma per non incomodare ogni tratto l'augusta assemblea, ne trascelse alcuni per consultori privati, coi quali risolveva gli affari urgenti e secreti; consiglio privato (consistorium principis), che all'uopo diveniva alta corte di giustizia. Così elegantemente carezzati e spodestati, i senatori furono ridotti a mero consiglio di Stato, che più non poteva se non fiancheggiare col voto le imperiali decisioni; anzi, perchè non fossero tentati a mettere a repentaglio la pace, Augusto vietò uscissero d'Italia senza suo congedo.

Tanti nobili erano periti nelle civili guerre, che, malgrado i nuovi creati da Giulio Cesare, non se n'aveva abbastanza pe' servizj religiosi riservati ai patrizj. Augusto si fece ordinare dal senato e dal popolo di crearne di nuovi, talchè contentava anche l'aristocrazia parendone rinnovatore: mentre egli stabiliva una specie di gerarchia in quella società dianzi rivoluzionaria, con aristocrazia come quella che si fa per decreto, senza forza per resistere agli arbitrj del principe, ma neppure per difenderlo.

Divise il governo delle provincie fra sè e i senatori, a questi assegnando le tranquille e sicure, a sè le irrequiete e minacciose[290], per avere così una ragione di conservare gli eserciti; e le fece amministrare da presidi o legati annui, che da lui nominati, vi esercitavano l'autorità civile e la militare, mentre ai proconsoli eletti dal senato non competeva che la civile. Accanto a questi e a quelli pose dei procuratori, in luogo degli antichi questori, i quali ne frenavano l'esorbitante autorità ed amministravano il fisco, crescendo d'autorità man mano che questo cresceva d'importanza. Pendeva dunque la sorte delle provincie dalla bontà o nequizia del principe; ma in generale quelle del senato stavano a miglior condizione che non le imperiali, perchè dispensate dal militare.

Siccome due sorta di provincie e due poteri, così v'ebbe due ordini di magistrature, quelle del popolo, e quelle dell'imperatore: le prime erano le antiche, annuali, eccetto la censura; le seconde, di tempo indeterminato. Gli altri magistrati conservarono la carica e l'apparenza, ma più scapitarono quanto più elevati. Ai cavalieri furono mantenuti l'esazione delle pubbliche entrate e i giudizj; ma i capitali si dovevano deferire al governatore di Roma, e i più gravi all'imperatore.

Le leggi tiranniche del triumvirato Augusto abrogò d'un tratto di penna; pure le avite non osò distruggere nè farne di nuove, perchè con ciò avrebbe manifestata la sua onnipotenza. D'altra parte non volendo lasciar esercitare ai magistrati e al popolo la facoltà legislativa, prefisse i giureconsulti, ai quali soli era permesso dar responsi, ingiungendo ai giudici di non dipartirsene. Poteva così sceglierli ligi alle sue intenzioni; attribuendo pubblica autorità alle decisioni loro, avocava a sè l'interpretazione delle leggi; i giudici e gli oratori non potevano, col discuterle, accorgersi che le antiche venivano di pianta sovvertite. Pensò anche raffazzonare un codice, onde esibì il consolato al famoso Antistio Labeone perchè tacesse o parlasse a modo suo; ma questi «scarco d'ambizione, lieto d'incorrotta libertà, nè altro credendo giusto e santo, se non ciò che avesse trovato negli antichi»[291], rifiutò l'indecoroso patto. Al contrario, Atejo Capitone seppe trovar compensi onde accomodare le vetuste leggi al nuovo sistema; di che lo premiò l'adulato imperatore.

All'amministrazione repubblicana aristocratica, repugnante dall'unità, e della quale l'oligarchia de' proconsoli avea prodotto l'eccesso, Augusto ne surrogava dunque una più compatta e regolare; intravvide l'utilità di disporre gerarchicamente lo Stato, sebbene solo Costantino potesse effettuarlo dopo tre secoli: intanto però ebbe costante la mira a stabilire differenze tra' cittadini. Fra i cavalieri e la plebe stavano i cittadini di Roma, col privilegio di dare una quarta decuria di giudici. Le quattordici regioni in cui Roma era divisa aveano prerogative superiori ai distretti suburbicarj, i quali a vicenda erano più favoriti che la restante Italia. Nell'Italia poi, quantunque tutta ammessa alla cittadinanza, sussistevano municipj, colonie, prefetture: Augusto v'aggiunse ventotto colonie, disposte sopra terre compre dagl'Italiani, e ai loro decurioni concesse di poter mandare a Roma il proprio voto per iscritto. Fin tra i cittadini l'originario differiva dal creato; fra gli stessi cittadini perfetti metteano differenza la nascita, la ricchezza, il diritto di tre figli.

Con singolare arte Augusto coglieva le occasioni di rinforzare il suo dominio. La congiura di Fannio Cepione gli fece abolire l'antica consuetudine di non procedere contro i cittadini assenti, e volle fosse condannato anche chi non si difendeva in persona. Nell'eleggere un collega al console Sentio Saturnino, si tumultuò fino ad insanguinare il fôro; ed Augusto, a prevenire gli scandali, trasse a sè la nomina del secondo console: e così quella dei censori quando il popolo ne nominò due indegni. Malato gravemente, convoca i primati, e ai consoli consegna il suo testamento e il registro delle entrate e forze dell'impero: si credette intendesse con ciò ripristinare la repubblica, onde allorchè guarì, restò consolidata l'autorità sua da un atto liberale, fatto in un momento in cui nessuno dubitava che simulasse. Gli schiavi non dovevano essere interrogati alla tortura contro i padroni; ed Augusto stabilì che, nei casi di Stato, gli schiavi potessero comprarsi dal principe o dalla repubblica, e quindi ammettersi a testimoniare.

Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune, ma li darebbero i pretori a spese dell'erario; non combattimenti di gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l'anno, e i combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.

Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio, dava voto anch'egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d'ogni anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo rappresentante avea compito.

Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d'inoperosa apparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano adombrati dal præfectus urbis; i decreti uscivano in nome del senato e del popolo quirite, ma li faceva l'imperatore. Questa maschera applicata alla servitù impedì ch'egli mettesse limiti costituzionali ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che prevenisse l'abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè il prefigger misura a' suoi successori avrebbe mostrato ch'egli non ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il resto.

Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa militare[292], distinta dall'erario dello Stato: di quella disponeva a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità e l'ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava l'ammontare de' tributi e lo stipendio de' governatori.

Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani: come sarebbe stata l'imposta ch'egli suggeriva su tutti i liberi dell'impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato; laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a scapito de' tributarj, e ne conseguiva l'accumularsi di cittadini nella capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza, del quale poi furono prodighi i suoi successori.

L'esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto, sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla e Antonio l'avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò, ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i possessori più non temessero d'essere spropriati affine di compensare i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di cui dare a questi le retribuzioni.

Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza dell'interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno; tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi. Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque sul Danubio, quattro all'Eufrate, una nell'Africa, tre nella Bretagna recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità de' proprj Stati: quasi senz'armi rimanevano la Spagna, l'Italia, l'Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino: una flotta stanziava a Ravenna per vigilare la Dalmazia, la Grecia, le isole e l'Asia: un'altra a Miseno con quindicimila marinaj per custodire la Gallia, la Spagna, l'Africa e le provincie occidentali, sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell'annona e de' tributi. A speciale custodia dell'imperatore e della città vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre coorti urbane[293].

In questo fatto all'imperatore non facea mestieri di riguardi. In lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando solo cittadini, quasi per annodare l'Ordine civile col militare, sicchè i soldati si ricordassero d'esser cittadini, e i cittadini si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino, cioè all'imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il disarmare il popolo e soggettarlo all'esercito, in quel sistema tutto militare che rese possibile la sfrenata potenza de' Cesari successivi.

Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non trionfò che l'imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe immortale.

Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse a provincie la Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la gente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde il conto tornerebbe a cenventi milioni d'abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.

Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela (Domodossola) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione della Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava, l'alpi Carniche, il monte Cetio (Kahlengebirge) e il Danubio; all'est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria (Aosta), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.

Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza (8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v'ottenne.

Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati (6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria, era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.

Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.

Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso (Hastenbeck) (16) riportò segnalata vittoria su Erminio.

Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest'immensa maestà della pace romana, che in somma significava un'incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.

Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.

Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso al talamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza donna, o morto senza prole».

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.

Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene ragioni si attribuì l'averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava, diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee, insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli occhi[302]. I suoi adulterj dapprima furono spedienti onde insinuarsi nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il potere supremo. L'amicizia per Mecenate nol rattenne dall'amoreggiarne la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.

Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa, Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l'amor proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante occasione per togliervi la vita?» L'argomento era efficacissimo per Augusto; se n'abbia fatto senno, non sappiamo.

Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli Tiberio non so che dicerie e lamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch'io per dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose soltanto d'uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore d'un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare, quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo (4 d. C.), tramava con primarj personaggi, Augusto l'ebbe a sè, gli si mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore; la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava, rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino; godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani d'una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo perduto la flotta, insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l'effigie in processione.

Anche l'amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto. Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo, appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il reo è sul punto d'essere condannato, quando apre il tesoro al suo padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all'ammirazione de' Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè il mestiero di re da veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in casa, senz'altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la casa che era stata dell'oratore Ortensio, nè v'aveva altri ornamenti o giojelli, che una tazza murrina, stata de' Tolomei; accettava inviti anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e' gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza». Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi, e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose d'essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato un sostituto?» ed egli l'assistette in persona. Parco nel concedere la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in cenci, gemette che Romanos rerum dominos, gentemque togatam fossero ridotti a tali strettezze.

L'affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore, ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon'acqua». Correndo un'epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue come chi abbassasse gli occhi quand'egli il fissava in viso, quasi abbagliato dallo splendore che usciva da' suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero; pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non lasciassero accorgere che l'eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco, colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare gl'impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d'aver a Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch'e' tacesse, il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l'amicizia mia t'abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio l'encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da lui introdotta, e della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone, a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia, e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo, che la salute sua stava in quella d'Augusto, che egli solo avea saputo incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era da tanto da riparare poc'a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si brighi di filosofia o d'eloquenza forense; se il capo di Cicerone è necessario all'ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio l'offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall'adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s'avventino ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d'ingiusti; tutti sanno che non è se non un'arte degli emuli, uno spettoramento de' giornalisti: la moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all'altro, — Tu scannasti mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l'eredità legittima de' miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno del silenzio che le ammorzi. In conseguenza Augusto fece rei d'alto tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di pubblicarne l'elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d'Alessandria, eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato di non comparirgli avanti; ond'esso brucia le storie contemporanee, e intraprende studj più sicuri sui fasti d'Alessandro, come gli accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori, applausi e cortesie. Augusto l'ebbe amico, e seco in tutta segretezza recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa Postumo, alla cui vista s'intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea poter vantarsi d'aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie, questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva alle echeggiate lodi de' cortigiani, i quali narravano ch'e' salutava in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la grazia; che di Cicerone disse, — E' fu grand'uomo ed amante la patria»; di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore delle prische virtù?[307] A differenza di altri vincitori, che credono rendersi facile il governo coll'avvilire il loro popolo e cancellarne le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede, ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl'incendj, espiava colla pietà e coll'innocenza i delitti degli avi, tornava l'antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole somigliante (Orazio). Era dunque naturale che proclamassero divino colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della potenza in terra, accettò d'essere dichiarato dio.

In quarantaquattro anni d'amministrazione non abusò dell'assoluto potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo, nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori di bastonarli quand'anche non piacessero: pure, udito che un di costoro tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l'ebbe richiamato ad istanza del popolo.

Blandì l'orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovi la piazza e il tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio, l'Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello, e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro, fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d'Augusto, ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo consolidava; del che s'accôrse l'attore Pilade, quando disse: — Sta di buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo ampliata da Aureliano, non era più vasta dell'odierna, la quale gira da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere agl'incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono importanza il prefetto della città e quello dell'annona, cariche rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj, cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca del doppio.

Di settantasette anni (14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza attendere la risposta, — Battetemi le mani».

Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva, conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de' tardi suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d'esser chiamati augusti. L'influenza d'un regnante bisogna cercarla non nei primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l'autorità, e persuadere al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell'amministrazione si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie azioni, insigne e forse unico monumento della storia d'un mezzo secolo narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio della posterità si presenta senza apprensioni[311].

Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la scarsezza dell'aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell'impero i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegli ultimi vent'anni. Al popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori, illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de' suoi nemici. Al testamento aggiunse una statistica dell'impero, istruzioni relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia; battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai morire».

FINE DEL TOMO SECONDO

[ INDICE]

Capitolo pag.
XIX. Gli schiavi. Guerre civili [1]
XX. Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale [19]
XXI. Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica [52]
XXII. Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo [78]
XXIII. La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre [105]
XXIV. Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina [128]
XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti [154]
XXVI. Seconda guerra civile [201]
XXVII. Dittatura di Cesare [221]
XXVIII. Italia alla morte di Cesare [242]
XXIX. Guerre civili fino all'Impero [306]
LIBRO QUARTO
XXX. Augusto. Sistema imperiale [349]