NOTE:
[1]. Κατὰ τοὺς δικαιοτάτους τρόπους.
[2]. Ulpiano li conta fra le res mancipi; e quod attinet ad jus civile, servi pro nullis habentur. Servitutem mortalitati fere comparamus (Dig. l. t. 17. l. 32, e 209 fragm. Ulpiani). In potestate dominorum sunt servi: quæ potestas juris gentium est; nam apud omnes per æque gentes animadvertere possumus, dominis in servos vitæ necisque potestatem fuisse: et quodcumque per servum acquiritur, id domino acquiri (Inst. i, t. 8). Floro li chiama secundum genus hominum (Hist., III. 20). Ilpo presso Seneca (Controv. X. 4), dice in servum nihil non domino licere. Giovenale nella Sat. v. 210 scrive quest'infamia:
Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus
Supplicium? qui testis adest? quis detulit? audi:
Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.
O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto.
Sic volo, sic jubeo: stet pro ratione voluntas.
[3]. Gajo, Inst., III. 210. 212. 213. Vedi pure Heyne, E quibus terris mancipia in Græcorum et Romanorum fora adducta fuerint. Ci piace, per conformità di sentimenti, addurre queste parole di esso: Desinamus aliquando laudibus extollere virtutem romanam, omnis terrarum orbis vastatricem, et in generis humani calamitatem adultam et auctam. Quid enim? unius populi victoris tantæ ut essent opes, alia post aliam provincia viris opibusque fuit exhausta!
Pignoria, De servis, et eorum apud veter es ministeriis; Popma, De servorum operibus, suppl. ad Grævii Thes., vol. III. — Jugler, Sul traffico degli schiavi fra gli antichi, Guglielmo di Laon, Sull'emancipazione, non sono quasi altro che raccolte di testi. Reitemeier, Gesch. und Zustand der Sklavereileidenschaft in Griechenland, e Blair, An inquiry into the state of slavery amongst the Romans, hanno maggior ordine ed estensione, quantunque si limitino a due nazioni. Recenti sono P. Saint-Paul, Sur la constitution de l'esclavage en Occident pendant les derniers siècles de l'ère payenne, e Walton, Histoire de l'esclavage dans l'antiquité: essi discordano sul numero degli schiavi. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, pretenderebbe che nel VI secolo di Roma in Italia vi fossero ventidue schiavi ogni ventisette liberi. Blair mette da principio uno schiavo ogni libero, poi nel VII secolo almeno tre ogni libero; ma conviene che il problema è irresolubile coi dati che possediamo.
[4]. Impediti pedes, vinctæ manus, inscripti vultus. Plinio, Natur. hist., VII. 4.
[5]. Giustiniano, 530.
[6]. Plinio, XVI. 18: XXI. 26; Quintiliano, Inst., II. 16; Seneca, Ep. 47. — Il Gori, Descriptio columbarii, e i suddetti Pignoria e Popma enumerano con particolari nomi almeno ventitre specie d'ancelle, e più di trecento specie di schiavi.
Dopo la battaglia di Canne, Annibale domandava quattrocencinquanta lire pel riscatto di ciascun prigioniero cavaliere, ducensettanta pel legionario, novanta per lo schiavo; ma anche il prezzo de' cavalieri doveva essere inferiore al consueto d'uno schiavo, giacchè si loda il senato d'aver piuttosto comprato schiavi, benchè costassero di più. Nel VI secolo di Roma uno schiavo robusto o una bella ragazza pagavansi venti mine, cioè da 1800 fr.; e Catone valuta mille cinquecento dramme, cioè fr. 1300, un buono schiavo da campagna. I prezzi d'affezione arrivavano all'eccesso.
[7]. Ovidio, Eleg. I. 6.
[8]. Tacito, Ann., XIV. 42.
[9]. Cod. Theod., IX. 12.
[10]. Polit., I.
[11]. De re rustica, X e XI.
[12]. Ulpiano. lib. II. § 2: e Lex Furia Caninia.
[13]. πάμπολλοι. Ateneo, VI.
[14]. Apulejo, in Apolog.
[15]. Svetonio, in Augusto, 16; Plinio, XXXIII. 10.
[16]. Quantum periculi immineret, si servi nos nostri numerare cœpissent. Seneca. De clementia, I. 24. — Nel 210 il senato vuotò l'erario più santo, nel quale riponeasi l'aurum vicesimarum, cioè il ventesimo del valore degli schiavi affrancati. È probabile che alle stesso spediente si fosse ricorso nella prima guerra punica, ove il bisogno non fu meno stringente, sicchè nel tesoro non si trovava che il prodotto di trentun anno: e sommava a lire 4,500,000. Prendendo un medio fra le lire 1300 che Catone pagava un servo robusto e le 457 de' legionarj venduti da Annibale agli Achei, avremo 878 lire, la cui ventesima è lire 44: sicchè gli affrancati sarebbero stati 100,000, vale a dire 33,000 l'anno.
[17]. Quest'è l'autore della legge De repetundis per frenare la rapacità dei magistrati. Mentre era pretore in Sicilia, il senato gli mandò denaro per comperare grano; ed egli il fece con tanta lealtà, che rinviò la più parte della somma speditagli: donde acquistò il titolo di frugi. Cicerone, in Verrem, III.
I fatti che qui narriamo, raccolgonsi dai frammenti di Diodoro Siculo.
[18]. Vix ullius gentis, ætatis, ordinis hominem inveneris, cujus felicitatem fortunæ Metelli compares. Vellejo Patercolo, i. 12.
[19]. Si questionò sul luogo di questa battaglia, come s'un punto de' più rilevanti. Cluverio nell'Italia antiqua, lib. I. c. 23, Cellario nella Geographia antiqua, Durandi, Sulla condizione dell'antico Vercellese, Nieuport nell'Historia reipublicæ et imperii romani, tom. II. l. 7, Ottavio Ferrari nelle Dissertationes Insubricæ, e più distesamente Napione nelle Memorie dell'Accademia di Torino del 1839, la pongono alla Tosa presso Vercelli; Maffei e Carli nelle Storie di Verona, Filiasi ne' Veneti, Pignoria nelle Origini di Padova, Sigonio, Panvinio, e dopo molti altri Walckenaer nei Mémoires de l'Institut, 1812, la vogliono a Verona: e chi paragoni l'impetuosa Adige alla piccola Tosa, la troverà ben più opportuna a quelle selve che i Cimri vi gettarono entro.
[20]. Forse allude a Lucullo. Vi scorgo però meno i sentimenti di Mario che quelli di Sallustio, autore di questa parlata.
[21]. Fra Nizza e Genova si trovavano Tropæa Augusti (Turbìa), detta dal monumento postovi dappoi in onore d'Augusto. Olivula Portus (Villafranca), Avisio Portus (Eza), Costa Balenæ (Torre di Larma), Tavia, Portus Maurici, Locus Bormani (Borganzo), Vada Sabatia, Savo, Vico Virginis (Legine), Alba Docilia (Albissola), ad Navalia (Laban), Hasta ad Figlinas (Feggino). A levante di Genova presentavansi Ricinum (Recco), Portus Delfini (Portofino), ad Salaria presso Campi, Segesta Tiguliorum (Sestri di Levante), Tegolata (Trigoso), ad Monilia, Bodetia (Bonassola), Portus Veneris, Eryx (Lerice).
[22]. Lungo il Po presentavansi le città di Cerialis (Ceresole), Carea (Chieri), Industria presso Verrua, Ceste (Moncestino?), Rigomagus (Rinco), ad Medias, Valentinum (Valenza); a mezzodì di esse vicino al Tànaro, Diovia (Mondovì), Potentia (Carrù), Polentia, Alba Pompeja; presso al Belbo Calanicum (Calizzano), Ceba, Crixia (Bocchetta del Censio), Nicea (Nizza della Paglia), Urbs (Orba), Libarna (Montechiaro); a mezzodì presso Ercate, Boacæ (Bozzolo), Rubra (Terra Rossa).
[23]. Ivi Taurasia, detta poi Augusta Taurinorum, Grajoceli (Bragella), Magelli (Moneglia), ad Fines (Avigliana), ad Duodecimum (Giaconera), ad Octavum (?), Vibiforum colonia (Pinerolo).
[24]. Ivi Rauda (Rotta) che credono i Campi Raudj famosi per la disfatta dei Cimri, Cottuta (Cozzo), Carbantia presso La Castagna, Laumellum, Durii (Dorno), Quadrata, Lambrus (Castel Lambro), Tres Tabernæ presso Borghetto, ad Rota (Orio).
[25]. Oltre Mediolanum, v'erano le città di Melpum (Melzo?); Laus Pompeja (Lodi), che ricevette colonia dal padre di Pompeo Magno; Forum Diuguntorum (Crema?); Acerræ (Pizzighettone) sull'Adda, la città più forte dell'Insubria: Spina (Spinazzino); a settentrione di Lodi e a levante Minervium, che i Galli chiamavano Buddig: al confluente dell'Adda col Po Cremona, già de' Cenomani. Si aggiungano Tetellus presso Brescia (Rovato?), Sebum che diè nome al lago d'Iseo (Sebinus), Tollegate (Telgate), Leucum ove l'Adda esce dal lago di Como, Forum Licini (Incino) ivi presso, Pons Aureoli (Pontirolo) fabbricato più tardi, Modicia e Argentiacum (Monza e Crescenzago o Gorgonzola) presso Milano, Sibrium (Castel Seprio).
[26]. Ivi son pure menzionate Forum Livii (Forlì), Forum Populi (Forlimpopoli), Cæreviani (Torre di Cervia).
[27]. Moltissime città dei Veneti e dei Carni sono ricordate, ma sarebbe difficile determinare quali da antico esistessero, e quali fondate posteriormente: Ateste (Este) sul Rutero, Vicentia, Vicus Varianus presso Legnago, Vicus Enianus (Montagnana), Forum Alieni (Alenile), Maria (Loreo) presso Adria, Portus Edronis (Chioggia), Fossa Clodia (Castello in val di Pozzo), Portus Medoaci (Malamocco), Mons Ilicis (Monselice), Cadiana (Caldiero?), Auræi (Montebello), Atina (Tine), ad Cepasias sul Sile (Albaredo), Tarvisum (Treviso), Acelum (Asolo), Opitergium (Oderzo) e a levante di esso Juliæ Concordiæ (Concordia), Apicilia presso Latisana; Portus Navonis (Pordenone), Quadrivium (Codroipo), Portus Romatinus (Portogruaro), Marianum (Mirano). Fra Aquileja e Vicenza erano Susonnia (Savogna), Ceneta, Feltria, Belunum abitata da Reti, Cællina, Ibligo (Ipplis), Æmonia (Gemona) dei Carni, Noreja (Venzone), Forum Julii (Friuli) fortificata e colonizzata dai Romani, Pucioli (Pozzuolo). Più a settentrione stavano Menocaleni (Monfalcone), Quarqueni (Gorizia), Larice (Ladra) sull'Isonzo, ecc.
[28]. Rutilio Numaziano, viaggiatore del III secolo, cantava di essa:
Alpheæ veterum contemplor originis urbem
Quam cingunt geminis Auser et Arnus aquis.
Conum pyramidis coëuntia flumina ducunt,
Intratur modico frons patefacta solo...
Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,
Et pontum solus scilicet Arnus adit.
Lo stesso descrive bene l'isola Gorgona:
Assurgit ponti medio circumflua Gorgon
Inter pisanum, cyrniacumque latus.
[29]. Virgilio. Altre città dell'Etruria erano Macra (Monte Morello), Pistoria, Fesulæ, Florentia; fra l'Arno e il Tevere Portus Labronis (Livorno), Populonium presso Piombino e Telamone, che aveano porti e fonderie pel minerale dell'Elba; Rusellæ posta fra loro; Portus Cosanus o porto Ercole presso Cossa; a levante di questa Saturnia, e a mezzodì Graviscæ, Castrum Novum, ecc.: fra Alsium (Palo) e Fregenæ (Castel Guido); Regisuilla era anticamente sede di un capo pelasgo. Nell'interno, lungo e vicino al Tevere, erano Saxa Rubra (Grotta Rossa) a sei miglia da Pons Milvius (Ponte Molle); Capena (Civitella?) presso il monte Soratte; al nord di questo Nepe, antemurale a Roma contro i popoli settentrionali; Sutrium presso Trossuli (Trosso); Ferentinum al sud di Volsinio; Sena al nord di Volterra; all'est Salphis (Monte Alfino).
[30]. Nell'Umbria propria, sulla costa dal Rubicone all'Esi erano la fiorente Arimino, Pisaurum che si vorrebbe denominata dell'oro pesatovi da Brenno, Fanum Fortunæ (Fano), Senogallia; nell'interno presso la via Flaminia Mevania (Bevagna) bella e forte, Hispellum (Spello) sulla via di Perugia, più a mezzodì Spoletum, sul Nar Interamna (Terni), Ocriculum Sentinum presso l'Esi, negli Appennini Iguvium (Gubio), Sarsina sul Sapi. Voglionsi pur ricordare Forum Sempronii (Fossombrone), Fulginium (Foligno), Trebiales (Trevi), Corsulæ (Monte Castrilli), Assisium, Tifernum Tiberinum (Tifi) presso le sorgenti del Tevere, Urbinum Hortense e Urbinum Metaurense (Urbino e Urbania). Camerinum, ai tempi di Silla fabbricato dagli abitanti della distrutta Camerta; Nequinum che i Romani denominarono Narnia.
[31]. Altre sue città Numana, Potentia, Firmum; a mezzodì l'antica Cupra maritima, Castrum novum, Hadria (Atri) de' Liburni, Asculum sulla montagna.
[32]. Altre cittadella Campania erano sulla costa Vulturnum, Linternum, Cuma una delle più forti, Neapolis, Resina a piè del Vesuvio, Stabiæ rôcca, Sorrentum. Nelle terre de' Picentini Salernum e Marsina. Nell'interno Venafrum, Teanum dei Sidicini, Cale dei Caleni Ausonj, Calatia (Gajaza), Saticula, Trebua, Suessula, Totella, Acerra.
[33]. Viteliv, scritto da dritta a mancina, secondo l'antico modo italiano. Si hanno medaglie di questa lega, rappresentanti otto guerrieri, che tendono le spade nude verso una troja tenuta da un uomo inginocchiato a' piedi d'una insegna militare.
Il Micali (Monumenti inediti, tav. LIV) pubblicò una medaglietta che porta nel dritto MUTIL EMBRATOR e una testa di donna coronata d'ellera, nel rovescio C. PAAPI e un toro che calpesta una lupa atterrata, allusione al nome d'Italia (Vitalia) vincitrice della lupa romana. L'iscrizione è in lettere e lingua osca, facendo rivalere la favella e l'alfabeto territoriali a quelli della città comune.
[34]. Cicerone, allora nuovo soldato, si ricordava d'avere assistito a un colloquio fra Sesto Pompeo e Scatone suo ospite, al quale il primo domandò, — Che titolo ti ho a dare?» E Scatone: — Chiamami ospite per cuore, nemico per necessità». E si favellarono senza tema nè soperchieria, poca ragione avendo d'odiarsi, giacchè essi non cercavano di tôrre a noi la città, ma di averla insieme con noi. Erat in eo colloquio æquitas: nullus timor, nulla suberat suspicio; mediocre etiam odium; non enim ut eriperent nobis Socii civitatem, sed ut in eam reciperentur petebant. Philippica, XII. 11.
[35]. Come uno dei pochi passi poetici di Plutarco, leggasi la romanzesca descrizione di quella fuga. Da quel profluvio di superstizioni vedano i prudenti quanto sia opportuno il consiglio di formare la gioventù sugli Uomini illustri di Plutarco.
[36]. Orosio, v. 9.
[37]. Simul illud cogitare debes, me omnem pecuniam, quæ ad me salvis legibus pervenisset, Ephesi apud publicanos deposuisse; id fuisse IIS bis et vicies. Ad fam., V. 20.
[38]. Ep. 39, del 693 di Roma.
[39]. Pro lege Manilia.
[40]. Vedi Plutarco in Silla; Appiano nel Mitradatico; Cicerone, pro lege Manilia e pro Flacco: gli Excerpta di Dione e di Memnone; oltre Tito Livio, Vellejo Patercolo, Valerio Massimo, Floro, Eutropio, Orosio. Alcuno imputa il suddetto Rutilio Rufo d'aver consigliato questa barbarie a Mitradate: Cicerone ne lo purga (pro Rabirio Posthumo), e c'informa che campò travestito da filosofo.
[41]. Cicerone, pro Roscio Amerino.
[42]. Lo confessa fin il gelido Appiano (B. Civ., i. 97): οἵδε μὲν οὔτως ἐγκρατῶς ἀπεθανον.
[43]. Nel Circo Massimo, Augusto fece porre l'obelisco che ora è in piazza del Popolo, e Costanzo quello del Laterano. Dal circo di Caracalla, che tuttavia sussiste, fu tolto l'obelisco di piazza Navona. Il circo più famoso è il Coliseo, la cui elissi si svolge per 534 metri all'esterno e 239 all'interno, 19 metri sollevasi la precinzione esteriore in quattro ordini sovrapposti: capiva novantamila spettatori; attorno e sotto v'erano volte ove serbare le fiere; poteasi anche farvi scorrer acqua; e larghe tende riparavano dal sole e dalla pioggia.
[44]. Gladiatoria sagina, dice Tacito, Hist., II. 88.
[45]. Quare tam timide incurrit in ferrum? quare parum audacter occidit? quare parum libenter moritur? Seneca, ep. VII. — Injuriam putat quod non libenter pereunt. Contemni se putat. Lo stesso, De ira, I.
[46]. Plinio, XXVIII. 11; Celso, III. 23; Areteo, IV. 175.
[47]. Plausum immortalitem, sibilum mortem videri neccesse est. Cicerone, pro Sextio.
[48]. Crudele gladiatorum spectaculum et inhumanum nonnullis videri solet; et haud scio an ita sit, ut nunc fit. Cum vero sontes ferro depugnabant, auribus fortasse multæ, oculis quidem nulla poterat esse fortior contra dolorem et contra mortem disciplina. Tuscul., II. 17.
In un momento di mal umore, Cicerone pigliò per traverso i sopradetti giuochi di Pompeo: — Per cinque giorni v'ebbe due caccie, magnifiche, chi lo nega? ma un uom d'affari che divertimento può prendere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima bestia, o un'insigne fiera traforata da un cacciatore? L'ultimo giorno si ebbe gli elefanti, di cui il vulgo e la turba fa le meraviglie: ma non vi fu alcun diletto, anzi sorse una certa compassione e un credere che quell'animale avesse qualche affinità colla stirpe umana». Epist., lib. VII. — Strana cosa! il vedere sbranato un uomo dà poco divertimento, e l'uccidersi un elefante mette compassione.
[49]. Tacito, Ann., XIII. 49.
[50]. Spectaculum, quod ad pulchra vulnera contemptumque mortis accenderet. Panegir. c. 33.
[51]. Valerio Massimo, II. 10. 2.
[52]. Cicerone, pro lege Manilia, 14.
[53]. Cicerone, pro lege Manilia, 12.
[54]. Per nemora illa odorata, per thuris ac balsami silvas romana circumtulit vexilia. Floro, III. 5.
[55]. Elegantissima iscrizione pose nel tempio che a Minerva eresse nel campo Marzio, e che Plinio ci conservò, Natur. hist., VII. 27:
GNEIVS POMPEIVS MAGNVS IMPERATOR BELLO TRIGINTA ANNORVM CONFECTO FVSIS FVGATIS OCCISIS IN DEDITIONEM ACCEPTIS HOMINUM CENTIES VICIES SEMEL, CENTENIS OCTOGINTA TRIBVS MILLIBUS DEPRESSIS AVT CAPTIS, NAVIBVS SEPTINGENTIS QVADRAGINTA SEX. OPPIDIS CASTELLIS MILLE QVINGENTI VIGINTI OCTO IN FIDEM RECEPTIS. TERRIS A MÆOTIS LACV AD RVPRVM MARE SVBACTIS. VOTVM MERITO MINERVÆ.
[56]. In hanc rem constat Catonis præceptum pene divinum, qui ait: Rem tene, verba sequentur. Così nell'Arte retorica di Giulio Vittore, scoperta dal Maj.
[57]. Hominis, ut opinio mea fert, nostrorum hominum longe ingeniosissimi atque eloquentissimi. Pro Fontejo.
[58]. Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, cœnandi magistros. Puto enim te audisse... illos apud me declamitare, me apud illos cœnitare. Ad familiares, IX. 16.
[59]. De officiis, II. 10.
[60]. In Bruto, 19.
[61]. Cicerone fa così narrare il fatto da esso Antonio: — Non vogliate credere che nella causa di Manio Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure d'antichi eroi, o i favolosi loro travagli, nè a sostenere un personaggio da scena, ma a parlare in mia propria persona, far potessi quel ch'ho fatto per conservare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo ch'io mi ricordava essere stato console, un generale d'eserciti, cui il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vederlo, dico, sbattuto, costernato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per movere gli altri a compassione, ch'io mi sentii tutto intenerito. Mi accôrsi allora veramente della straordinaria commozione de' giudici, quando quell'afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta sul petto, e mostrai le cicatrici: il che non fu effetto di arte, ma sì d'una gagliarda commozione d'animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedente, che colle lacrime sue più compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorchè a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone l'ajuto per la causa comune di tutti i capitani; questi tratti patetici, e l'invocar ch'io feci tutti gl'iddii e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati; e per quanto avess'io saputo dire, se detto l'avessi senz'esserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori». De oratore, II. 45.
[62]. Svetonio, De claris rhet., II. Conyers Middleton nella Vita di Cicerone dà la storia di quel tempo, ma soverchiamente parziale al suo eroe. Prima ancora, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quæstura et M. T. Ciceronis historia, in bel latino difendendo l'Arpinate da Dione e Plutarco, tediando però coll'uso d'un'allegoria perpetua secondo i tempi, giacchè suppone che un questore presenti le azioni di Cicerone in forma di moneta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio di quest'età non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone stesso, principalmente al modo che le ordinò e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schütz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistolæ ad Atticum, ad Quintum fratrem, et quæ vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine dispositæ, ecc., ristampate a Milano in 12 vol. in-8º colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicéron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Panckoucke, Parigi 1835: e nel 1842 si pubblicò Cicéron et son siècle par A. F. Gautier. A Leyda si stampò una biografia di Tullio, scritta da W. Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo M. T. Ciceronis commentarii rerum suarum, seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quæque annum referuntur quæ in his commentariis memorantur. Una ho posta io negli Italiani Illustri.
[63]. A Tirone liberto di Tullio attribuiscono l'invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che poi quest'ultimo scrivesse le orazioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et præeteritis, orationes scribimus, num irati scribimus? Tuscul., IV. 25. Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur. Brutus, 24. Nei momenti d'ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di mettere la stessa a due diversi lavori. Nunc negligentiam meam cognosce. De gloria librum ad te misi; at in eo proœmium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proœmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliquod σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi etc. Ad Attico, XVI. 6. Un'altra disattenzione sua ci occorre nel lib. V De finibus, ove finge che gl'interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch'egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli.
[64]. Che Cicerone riponesse in ciò la finezza dell'arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. Brutus, 91.
«Cicerone (diceva Apro nel Dialogo Della corrotta eloquenza, che si attribuisce a Tacito) fu il primo a parlar regolato, a scerre le parole e comporle con arte; tentò leggiadrie; trovò sentenze nelle orazioni che compose sull'ultime, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto conoscere il meglio, perchè l'altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude, s'altera tardi, si riscalda di rado, pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti; è quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco e lustro».
[65]. Ego quia dico aliquid aliquando, non studio adductus, sed contentione dicendi aut lacessitus: et quia, ut fit in multis, exit aliquando aliquid, si non perfacetum, attamen fortasse non rusticum, quod quisque dixit, id me dixisse dicunt. Pro Plancio.
[66]. Pro Cæcina; De finibus, III e I; De nat. Deorum, I; Tuscul., II.
[67]. Cicerone, Brutus, 64.
[68]. Pro Murena.
[69]. De legibus, I. 5. 6; De repub., III. 17.
[70]. I. 22. 23.
[71]. Quartum quoddam genus reipublicæ maxime probandum esse sentio, quod est ex his quæ primo dixi moderatum et permixtum tribus... Placet esse quiddam in republica præstans et regale: esse aliud auctoritati principum partum ac tributum: esse quasdam res servatas judicio voluntatique multitudinis. — Ecco l'idea dei tre poteri, però già accennata dal pitagorico Ippodamo, poi attuata dai popolani moderni.
[72]. Cicerone, in Verrem, II.
[73]. Lo stesso, ivi.
[74]. Parmi questo il concetto che ragionevolmente esce dalle ampollose lodi di Marco Tullio: Sic porro homines nostros diligunt, ut his solis neque publicanus, neque negotiator odio sit. Magistratuum autem nostrorum injurias ita multorum tulerunt, ut nunquam ante hoc tempus ad aram legum, præsidiumque vestrum publico consilio confugerint... Sic a majoribus suis acceperunt, tanta populi romani in Siculos esse beneficia, ut etiam injurias nostrorum hominum perferendas putarent. In neminem civitates ante hunc (Verrem) testimonium publice dixerunt: nunc denique ipsum pertulissent si etc. Ivi.
[75]. Se Cicerone espone il vero, i Siciliani usavano un calendario ben rozzo, giacchè per mettere in accordo i mesi solari coi lunari, aggiungevano o toglievano uno o due giorni, facendo più breve o più lungo il mese. Est consuetudo Siculorum, ceterorumque Græcorum, quod suos dies mensesque congruere volunt cum solis lunæque ratione, ut nonnumquam si quid discrepet, eximant unum aliquem diem, aut summum biduum ex mense, quos illi ἐξαιρεσίμους dies nominant; item nonnunquam uno die longiorem mensem faciunt, aut biduo. Ivi.
[76]. Cicerone si scusa dell'attribuire importanza a pitture e sculture. Dicet aliquis: Quid? tu ista permagno æstimas? Ego vero ad meam rationem usumque non æstimo; verumtamen a vobis id arbitror spectari oportere, quanti hæc eorum judicio, qui studiosi sunt harum rerum, æstimentur, quanti venire soleant, etc. Ivi, IV. E vedi il nostro Cap. XLII.
[77]. Cicerone, De provinciis consul., IV.
[78]. Un libro intero della sua azione contro Verre aggirasi sui lavori di belle arti da costui rapiti; ed è prezzo dell'opera il leggerlo, sì per informarsi di tante opere insigni, sì per conoscere le maniere con cui esso le occupò; tra queste un Apollo ed Ercole di Mirone, un Ercole dello stesso, un Cupido di Prassitele. Nelle Memorie dell'Accademia francese di belle lettere, tom. IX, Fraugier inserì una dissertazione, intitolata La galleria di Verre.
[79]. Scyphos sigillatos... phaleras pulcherrime factas... attalica peripetasmata... pulcherrimam mensam citream.
[80]. In Verrem, V. 3.
[81]. Tito Livio, vi; Strabone, vi.
[82]. A Gellio, xvi. 13: Tacito, Ann., XIV. 27; Maffei, Verona illustrata, V; Denina, Rivoluzioni d'Italia, II, 6.
[83]. Τότε μὲν πολίχνια, νῦν δὲ κώμαι, κτῆσεις ἰδιωτῶν. Strabone, v.
[84]. Is exercitus noster locupletium. Ad Attico.
[85]. Poi al contrario negli Uffizj: Tiberius enim Gracchus tamdiu laudabitur dum memoria rerum romanarum manebit; at ejus filii nec vivi probantur bonis, et mortui numerum obtinent jure cæsorum. E nell'orazione De harusp. resp.: Tiberius Gracchus convellit statum civitatis: qua gravitate vir? qua eloquentia? qua dignitate? nihil ut a patris avique Africani præstabili insignique virtute, præterquamquod a Senatu desciverat, deflexisset. Secutus est Cajus Gracchus: quo ingenio? quanta vi? quanta gravitate dicendi? ut dolerent boni omnes, non illa tanta ornamenta ad meliorem mentem voluntatemque essent conversa.
[86]. «Vi fanno vendere i campi di Attalo e degli Olimpeni, aggiunti al popolo romano dalle vittorie di Servilio, fortissimo uomo: poi i regj campi di Macedonia, acquistati dal valore di Flaminino e di Paolo Emilio: poi la ricca e ubertosissima campagna corintia, unita alle rendite del popolo romano dalla fortuna di Lucio Mummio; quindi i terreni della Spagna, posseduti per l'esimia virtù dei due Scipioni; poi la stessa Cartagine vecchia, che spogliata di tetti e di mura, o por notare la sciagura de' Cartaginesi, o per testimonio della nostra vittoria, o per qualche religioso motivo, fu da Scipione Africano ad eterna memoria degli uomini consacrata. Vendute queste insegne, ornata delle quali i padri vi trasmisero la repubblica, vi faranno vendere i campi che re Mitradate possedette nella Paflagonia, nel Ponto, nella Cappadocia; e non pare che inseguano l'esercito di Pompeo coll'asta del banditore, costoro che propongono di vendere i campi stessi dov'egli or agita la guerra?» De lege agraria, I.
[87]. Macrobio, Saturn., II. 10. Vedi le orazioni contro Rullo e Pisone.
[88]. Se ne vantò molti anni dipoi, Ego adolescentes fortes et bonos, sed usos ea conditione fortunæ, ut, si essent magistratus adepti, reipublicæ statum convulsuri viderentur ... comitiorum ratione privavi. In Pisonem, II. Quel Cicerone che aveva rinfacciato a Rullo di ratificare le usurpazioni di Silla, tre anni dopo sosteneva la legge portata dal senato che confermava i possessi sillani, e che autorizzava a vendere le gabelle per comprare possessi a nuovi coloni (ad Attico, I. 19); e per far grato a Pompeo, sostenne la rogazione di Flavio.
[89]. Quicumque aliarum ac senatus partium erant, conturbari rempublicam, quam minus valere ipsi volebant. Sallustio, Catil., 57.
[90]. Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen. Virgilio, Æn., V. 121.
[91]. Plinio, lib. VII. c. 28.
[92]. Tum enim dixit, duo corpora esse reipublicæ, unum debile infirmo capite, alterum firmum sine capite; huic, cum ita de se meritum esset, caput se vivo non defuturum. Cicerone, pro Murena, 25.
[93]. Così lo fa parlare Cicerone, pro Murena, 25.
[94]. Sallustio attribuisce quest'accusa all'astuzia degli amici di Cicerone. Nonnulli ficta hæc et multa præterea ab iis existimabant, qui Ciceronis invidiam leniri credebant atrocitate sceleris eorum qui pœnas dederant. Pure Dione Cassio pone espresso che si scannò uno schiavo, e proferita la formola del giuramento, Catilina la confermò prendendone in mano le viscere, e dopo lui i complici: παῖδα γάρ τινα καταθύσας, καὶ ἐπὶ τῶν σπλάγχνων αὐτοῦ τὰ ὄρκια ποιήσας, ἔπειτα ἐσπλάγχνευσεν αὐτὰ μετὰ τῶν ἄλλον: XXVII. 30. Niente di strano in quest'atto, derivante dalla comune credenza del potere misterioso del sacrifizj umani.
[95]. Credo a Sallustio e a Cicerone più che a Plutarco, il quale (in Cicer., 16) gli dà trecento seguaci armati e i fasci consolari.
[96]. Illa lata insignisque lorica. Pro Murena, 25.
[97]. Ξίφη δὲ, καὶ στυππεῖα, καὶ θεῖον, dice Plutarco: ma Cicerone non parla che di armi.
[98]. Catilinaria, I, 2.
[99]. Ab omni judicio pœnaque provocare licere, indicant XII Tabulæ compluribus legibus, dice Cicerone, De rep., II. 31.
[100]. Livio, iii. 55.
[101]. Leges præclarissimæ de XII Tabulis translatæ, quarum altera de capite civis rogari nisi maximo comitatu vetat. Cicerone, De legibus, III. 29.
[102]. In Pisonem. Il racconto nostro deve aver mostrato le incertezze che rimangono sopra la natura e l'estensione di quella congiura. Ne abbiamo testimonianze incidenti di molti; più estese, sebbene tarde, di Appiano, Dione Cassio, Plutarco e Svetonio, che tutti danno qualche particolari; contemporanee quelle di Sallustio nella Catilinaria, e di Cicerone nelle famose arringhe. Sallustio era devoto a Cesare, e scriveva per arte più che per istudio di verità; e come avverso a Cicerone, non disfavorisce troppo Catilina, sebbene ostenti morale col disapprovarne i vizj. Cicerone è un regio procuratore, che vuole mostrar rei gli accusati. Se ci restassero la storia del suo consolato e le lettere sue di quel tempo, ne trarremmo certo maggior lume che da passionate arringhe. Delle Catilinarie moderni filologi impugnano l'autenticità, or di alcuna, or di tutto, scoprendone cattiva la latinità, infelice l'arte, e dichiarandole opera di retore. Gli eccessi della critica ci movono a sdegno collo strapparci quelle ammirazioni che nutriamo fin dalle prime scuole: pure è forse vero che le da noi possedute non sono proprio le recitate da Tullio, sebbene si sappia ch'egli medesimo aveva introdotto nel senato gli stenografi. Ad ogni modo, tanta vi appare la cognizione de' fatti speciali, degli usi, delle leggi, tanta la corrispondenza con altri passi di Tullio e nelle orazioni e nelle lettere, che sarebbe assurdo l'attribuirle a qualche frate del medioevo, o a qualche retore posteriore; il farne merito a Tirone, il celebre liberto e secretario di Tullio, se pregiudicherebbe al concetto artistico, non diminuirebbe la loro validità storica.
Esso Cicerone dà Catilina come un mostro nelle Catilinarie; ma nell'orazione pro Rufo lo imbellisce: — Voi non avete dimentico come egli avesse, se non la realtà, l'apparenza delle maggiori virtù. Circonda vasi d'una banda di perversi, ma affettavasi devoto alle più stimabili persone. Avido della dissolutezza, con non minor ardore si conduceva al lavoro ed agli affari. Il fuoco delle passioni struggeva il suo cuore, ma piacevasi altrettanto delle fatiche guerresche. No, mai cred'io sia esistita al mondo una mescolanza di passioni e gusti tanto differenti e contrarj. Chi meglio di lui seppe rendersi gradito a' personaggi più illustri? qual cittadino sostenne talvolta una parte più onorevole? Roma ebbe mai nemico più crudele? chi si mostrò più dissoluto nei piaceri, più paziente nelle fatiche, più avido nelle rapine, più prodigo nel largheggiare? Ma il più mirabile in costui era il suo talento d'attirarsi una turba d'amici, d'allacciarseli con compiacenze, di partecipar loro quanto possedeva, di fare a tutti servizio col proprio denaro, col credito, colle fatiche, fin col delitto e coll'audacia; di padroneggiare il suo naturale, acconciarlo a tutte le circostanze, piegarlo, raffazzonarlo in tutti i sensi; serio cogli austeri, gajo cogli allegri, grave coi vecchi, amabile coi giovani, audace cogli scellerati, dissoluto coi libertini. Mercè di questo carattere flessibile e accomodante, erasi attorniato d'uomini perversi e arditi, come anche di cittadini virtuosi e fermi, colle sembianze d'una virtù affettata.... La colpa d'essergli stata amico è comune a troppi, ed anche ad onestissimi. Io stesso fui ad un punto di restare ingannato da costui, credendolo buon cittadino, zelante degli uomini onorevoli, amico devoto e fedele».
Sulla congiura di Catilina fecero riflessioni in senso diverso, oltre gli storici, Saint-Evremond, Saint-Réal, Mably, Gordon, Montesquieu, La Harpe, Vauvenargues, Napoleone (Mém. de Ste-Hélène, 22 marzo 1816). Una buona storia tessè Sérant de la Tour: e a tacere quella debole di un anonimo, una completa ne pubblicò pur ora Prospero Mérimée, Études sur l'histoire romaine. Crébillon e Voltaire in Francia, Ben Johnson in Inghilterra, ne trassero soggetto di tragedia: oltre il dramma giocoso di Giambattista Casti. Gomont, traducendo poc'anzi in francese la Catilinaria di Sallustio, si credette in dovere di protestare che non faceva allusione a fatti odierni.
Et verba antiqui multum furate Catonis
Crispus, romana primus in historia.
Marziale.
Quintiliano dà per esempio di grecismo vulgus amat fieri. Svetonio, nelle Vite dei grammatici, riferisce che Sallustio fece dal greco filologo Attejo raccorre arcaismi ed aneddoti per farcirne il suo racconto. Vedi De Sallustio Catonis imitatore, per Fr. Deltour. Parigi 1859.
Tutior at quanto merx est in classe secunda!
Libertinarum dico, Sallustius in quas
Non minus insanit, quam qui mœchatur...
Orazio, Ep. II. 46.
[105]. Ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quæ vita, qui mores fuerint, per quos viros, quibusque, domi militiæque, et partum et auctum imperium sit; labente deinde paullatim disciplina, veluti desidentes primo mores sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire cœperint præcipites, donec ad hæc tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, pervenutum est. Præfatio.
[106]. Ea belli gloria est populo romano, ut, quum suum, conditorisque sui parentem Martem ferat, tam et hoc gentes humanæ patiantur æquo animo, quam et imperium patiuntur. Ivi.
[107]. Quæ ante conditam, condendamque urbem, poeticis magis decora fabulis, quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec affirmare nec repellere in animo est... Datur hæc venia antiquitati, ut, miscendo humana divinis, primordia, urbium angustiora faciat. Ivi.
[108]. Fa che un legato romano vada agli Etolj alle Termopile, sgarrando le parole di Polibio ἐπὶ τὴν τῶν Θερμικῶν σύνοδον, che indicano la città di Termi in Etolia. Un trattato co' Macedoni, riferito esattamente da Polibio, è franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio, dando le ragioni per cui preferisce l'una: poi in appresso adotta l'altra senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell'indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti; come per es. i trattati di federazione o di pace (lib. XXI. 2; XXIII. 33; XXVI. 24; XXIX. 11. 12; XXX. 37. 45; XXXIII. 30; XXXIV. 35; XXXVIII. 9. 38); i fasti e gli annali de' magistrati; i libri lintei riposti nel tempio di Moneta (IV. 7; XIII. 20. 23; IX. 18. 38; XXXIX. 52); le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne' tempj (II. 33; IV. 20; VI. 29; X. 2: XL. 52; XLI. 28); gli elogi funebri e i titoli delle immagini de' maggiori (IV. 16; VIII. 40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti; le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali; e la scoperta del senatoconsulto de' Baccanali attestò ch'e' lo avesse veduto, giacchè spesso adopra le parole medesime.
[109]. Inter bellorum magnorum... curas, intercessit res parva dictu, sed quæ studiis in magnum certamen excesserit. A principio del lib. XXXIV.
[110]. Lib. XLIII. c. 13.
[111]. Lib. II. c. 1.
[112]. Formo questa voce sull'esempio di Tullio, il quale (ad Attico, lib. IX. ep. 10) scriveva: Hoc turpe Cnejus noster biennio ante cogitavit: ita syllaturit animus ejus, et proscripturit.
[113]. Sallustio fu protetto da Cesare, contrariato da Catone: or ecco come ne parla: — Dopo che per lusso e negligenza la città fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo tempo non produsse veruno di grande qualità: ma a ricordo mio, di virtù somma, di costumi diversi vissero Porcio Catone e Giulio Cesare. Stirpe, età, eloquenza ebbero quasi pari, pari magnanimità e gloria. Cesare si reputava grande per benefizj e largizioni, Catone per integra vita; quegli s'illustrò per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la severità: Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquistò gloria senza nulla largire: uno rifugio ai miseri, l'altro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesare erasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d'essere donata; ambiva per sè un gran comando, un esercito, una nuova guerra, dove il suo merito sfolgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severità; non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse cogl'innocenti: e quanto meno la gloria agognava, tanto più essa lo seguiva».
[114]. Monstrum activitatis; Cicerone. Nil actum credens si quid superesset agendum; Lucano.
[115]. Χρηματοποιὸς ἀνὴρ ἐγένετο, δύο τε εῖναι λέγον τὰ τὰς δυναστείας παρασκευάζοντα καὶ φυλάσσοντα καὶ ἐπαύξοντα, στρατιώτας καὶ χρήματα. Dione, XLII. 49.
[116]. Tullio lo colloca fra i migliori storici di Roma, ed aveva descritto la guerra degli Alleati e il consolato di esso Tullio. Dione (XXXIII. 1. 7) descrive meglio d'ogni altro il consolato di Cesare.
Questi tempi sono bene illustrati dal tedesco Drumann, Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica alla monarchia: ossia Pompeo, Cicerone, Cesare, e i loro contemporanei per ordine di genti, 1830-38.
[117]. Con quella erudizione passionata e quella ostinata logica, con cui i Tedeschi acconciano ad ogni caso un sistema che abbiano prefisso, testè Holtzmann volle mostrare che Celti e Germani sono un popolo solo (Kelten und Germanen. Stuttgard 1855). La quistione si annette alla storia nostra in quanto concerne le popolazioni galle o celtiche, da cui fu abitata la contrada settentrionale d'Italia. Ora Holtzmann, analizzando le poche voci e i nomi proprj trasmessici dagli storici antichi, li trova tutti germanici, nè in verun modo bretoni o gallesi; come ambacti, bracca, druido, gesum, sparus, Vercingetorix, Brennus, Sigomarus, Bojorix, Critognatus, ecc.; e le terminazioni di paesi in dunum e durum derivanti da tun siepe, villa, e tor rôcca. Nell'Italia settentrionale non si trovano traccie di voci celtiche, fino per confessione di Diez, autor recente del Dizionario delle lingue romancie. Avvertenza a coloro che facilmente si buscano fama d'eruditi coll'asserire alcuni veri, dissimulando o ignorando quelli che vi contraddicono.
[118]. Cicerone, ad fam., VII. 7, 8, 9. Lucano (Phars., II. 572) cantò: Territa quæsitis ostendit terga Britannis. Dione narra che tutta la fanteria fu rotta, e sarebbe andata a sterminio se non accorreva la cavalleria. Orazio e Tibullo in molti passi riguardano la Gran Bretagna come indomita. Non fu dunque tale spedizione tanto gloriosa come la fa Cesare ne' suoi Commentarj.
Quasi ad appoggiare la possibilità dell'antichissima trasmissione orale delle poesie d'Ossian, ultimamente si scopersero altre poesie di bardi gallesi, mentosto della Scozia e dell'Irlanda che del principato di Galles; ove, tra altre cose, allo sbarco di Cesare in Bretagna si dà per motivo il suo amore per la figlia d'un re, ch'egli avea veduta nelle Gallie.
[119]. Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse. Irzio, 44.
[120]. Plutarco in Cesare, 15: Πόλεις μὲν ὐπὲρ ὀκτακόσιας κατὰ κράτος εἷλεν, ἔθνη δὲ ἑχειρώσατο τριακόσια μυριάσι δὲ παραταξάμενος κατὰ μέρος τριακοσίαις, ἑκατὸν μὲν ἐν χερσὶ διέφθειρεν, ἄλλας δὲ τοσαύτας ἐζώγρησε.
[121]. De provinciis consularibus.
[122]. Epistola non erubescit. Ardeo cupiditate incredibili, neque, ut ego arbitror, reprehendenda, nomen ut nostrum scriptis illustretur et celebretur tuis: quod etsi mihi sæpe ostendis te esse facturum, tamen ignoscas velim huic festinationi meæ... Non enim me solum commemoratio posteritatis ad spem immortalitatis rapit, sed etiam illa cupiditas, ut vel auctoritate testimonii tui, vel indicio benevolentiæ, vel suavitate ingenii vivi perfruamur.... Nos cupiditas incendit festinationis, ut et ceteri, viventibus nobis, ex literis tuis nos cognoscant, et nosmetipsi vivi gloriola nostra perfruamur. Ad fam., v.
[123]. Res eas gessi, quarum aliquam in tuis literis et nostræ necessitudinis et reipublicæ causa gratulationem expectavi... Quæ, cum veneris, tanto consilio, tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo majori quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Lælium, facile et in republica et in amicitia adjunctum esse patiare. Ivi.
Già scrivendo contro Verre (v. 14) esclamava: — Dei immortali! qual divario di mente e d'inclinazione fra gli uomini! così la stima vostra e del popolo romano approvi la mia volontà e speranza, com'io ricevetti le cariche in modo da credermi legato per religione a tutti i doveri di quelle. Fatto questore, reputai essa dignità non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s'un teatro a spettacolo di tutto il mondo; onde mi negai ogni cosa che è reputata piacevole, non solo a straordinarj appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto del quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che devo fare santissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera; colla solennità degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana; compiere colla massima dignità e religione i giuochi antichissimi che si dicono romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva; che mi è data a difendere la città tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e l'attenzione di queste cose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferir il suo parere, la toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per conservare la memoria alla posterità».
Thomas, parlando di lui nel Saggio sugli elogi, dice: — Lodò se medesimo anche fuor dei momenti d'entusiasmo, e ne fu biasimato; io non l'accuso, nol giustifico; solo osserverò che quanto più in un popolo la vanità supera l'orgoglio, più esso tien conto dell'arte importante d'adulare e d'esser adulato, più s'ingegna a farsi stimare con mezzi piccoli in mancanza di grandi, si sente ferito persino dall'altera franchezza e dalla schiettezza naturale d'un animo che conosce la propria lealtà e non teme di menarne vanto. Ho veduto alcuno stomacarsi perchè Montesquieu osò dire Son pittore anch'io: oggi anche l'uomo più guasto, anche nell'atto di concedere la sua stima, vuol conservare il diritto di ricusarla. Fra gli antichi, la libertà repubblicana concedeva maggior energia ai sentimenti, e più libera franchezza al discorso; quest'infiacchimento del carattere, che si chiama gentilezza, e che tanto teme di ledere l'amor proprio, cioè la debolezza incerta e vana, era allora men comune; si aspirava mentosto ad essere modesti che grandi. La debolezza conceda pure qualche volta alla forza di conoscere se stessa; e se ci è possibile, consentiamo ad avere uomini grandi anche a questo prezzo».
[124]. Apud Quintiliani Instit., IV.
[125]. Tantum enim animi inductio et mehercule amor erga Pompejum apud me valet, ut quæ illi utilia sunt et quæ ille vult, ea mihi omnia jam et recta et vera videantur. Ad fam., I. 9.
[126]. Cuinam auguratus deferatur? quo quidem uno ego ab istis capi possum. Vide levitatem meam. Ad Attico, II. 5.
[127]. Quis ullam ullius boni spem haberet in eo, cujus primum tempus ætatis palam fuisset ad omnes libidines divulgatum? qui ne a sanctissima quidem parte corporis potuisset hominum impuram intemperantiam propulsare? qui cum suam rem non minus strenue, quam postea publicam confecisset, egestatem et luxuriam domestico lenocinio sustentavit? Queste cose diceva Cicerone in senato post reditum, 5. E un'altra volta rammenta che primam illam ætatulam suam ad scurrarum locupletium libidines detulit; quorum intemperantia expleta, in domesticis est germanitatis stupris volutatus, deinde... piratarum contumelias perpessus, etiam Cilicum libidines barbarorumque satiavit etc. — De harusp. responsis, 20.
[128]. Certarum mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt. Cicerone, ad Attico, 1. 16.
[129]. Nos, ut ostendit, admodum diligit... aperte laudat; occulte, sed ita ut perspicuum sit, invidit; nihil come, nihil simplex, nihil ἐν τοῖς πολιτικοῖς honestum, nihil illustre, nihil forte, nihil liberum. Ad Atticum, I. 13.
[130]. Oltre le lettere, vedi l'orazione pro Plancio, 40.
[131]. Le lettere sue ridondano di fiacchi lamenti: — Mi struggo di cordoglio, Terenzia mia. Io son più misero di te miserissima, perchè oltre la sciagura comune, mi pesa la colpa. Mio dovere sarebbe stato o colla legazione evitare il pericolo, o colla diligenza e gli armati resistere, o cadere da forte. Nulla poteva essere più misero, più turpe, più indegno di questo... Dì e notte mi sta innanzi la vostra desolazione... Molti sono nemici, invidiosi quasi tutti. Vi scrivo di rado, perchè se sono accorato in ogni tempo, quando vi scrivo o leggo lettere vostre vo tutto in lagrime, che non posso reggere. Oh fossi stato men cupido della vita! oh me perduto! oh me desolato! Che ne sarà di Tullietta? pensateci voi, ch'io più non ho capo... Non posso dire di più, perchè m'impedisce l'angoscia». Onde Asinio Pollione (ap. Seneca) diceva: Omnium adversorum nihil, ut viro dignum est, tutti præter mortem; ma soggiunse: Si quis tamen virtutibus vitia pensarit, vir magnus, acer, memorabilis fuit, et in cujus laudes oratione prosequendas Cicerone laudatore opus fuerit.
[132]. Pro Sextio.
[133]. Non multi cibi hospitem, sed multi joci. Ad fam., IX. 26.
[134]. Philipp., II. 32.
[135]. Cicerone, ad Quintum fratrem, II. 6.
[136]. Cic., ad Q. fr., II. 5; ad fam., I. 5
[137]. Diæta curare incipio; chirurgiæ tædet.
[138]. Ad Attico (IV. 3) scriveva: — Clodio sarà da Milone accusato, se pure in prima non lo ammazzi. Io me la vedo che Milone, scontrandolo per via, lo ammazzerà; lo dice aperto».
[139]. Dei senatori, dodici condannarono, e sei assolsero; dei cavalieri, tredici condannarono, e quattro assolsero; degli erarj, quattro assolsero, e dieci condannarono: onde in quel giudizio l'aristocrazia aveva trentacinque voti sopra quarantanove.
Milesne Crassi conjuge barbara
Turpis maritus vixit? et hostium
(Proh curia, inversique mores!)
Consenuit socerorum in armis
Sub rege medo Marsus et Appulus?
Orazio, Od. III. 5.
[141]. Quæ enim proposita fuerant nobis, cum et honoribus amplissimis et laboribus maximis perfuncti essemus, dignitas in sententiis dicendis, libertas in republica capessenda, ea sublata tota, sed nec mihi magis quam omnibus; nam aut assentiendum est nulla cum gravitate paucis, aut frustra dissentiendum. Cicerone a Lentulo proconsole.
[142]. Noster populus in bello sic paret ut regi. Cicero, De rep., I. 40.
[143]. Omnia maxima, minima ad Cæsarem scribuntur. Cicerone al fratello Quinto, III. 1.
[144]. Cicerone ad Attico, V. 5.
[145]. Referta Gallia negotiatorum est, piena civium romanorum: nemo Gallorum sine cive romano quidquam negotii gerit; nummus in Gallia nullus sine civium romanorum tabulis commovetur. Cicerone, pro Fontejo.
IVSSV MANDATVVE POPVLI ROMANI.
CONsul IMPerator TRIBunus MILES TIRO COMMILITO ARMATE QVISQVE ES MANIPVLARIE CENTVRIO LEGIONARIE TVRMARIE HIC SISTITO· VEXILLVM SINITO· ARMA DEPONITO· NEC CITRA HOC FLVMEN RVBICONEM SIGNA DVCTVM EXERCITVM COMMEATVMVE TRADVCITO· SI QVIS HVIVSCE IVSSIONIS ERGO ADVERSVS PRÆCEPTA IERIT FECERITVE ADIVDICATVS ESTO HOSTIS Populi Romani AC SI CONTRA PATRIAM ARMA TVLERIT PENATESQVE E SACRIS PENETRALIBVS ASPORTAVERIT Senatus Populique Romani.
SANCTIO PLEBISCITI Senatusve CONSVLTI·
VLTRA HOS FINES ARMA AC SIGNA PROFERRE LICEAT NEMINI.
Da G. Fabricio, Antiq. mon., lib. I. Non è certa l'autenticità.
[147]. Animadvertis Cn. Pompejum nec nominis sui, nec rerum gestarum gloria, nec etiam regum aut nationum clientelis, quos ostentare crebro solebat, esse tutum; et hoc etiam quod infimo cuique contigit, illi non posse contingere, ut honeste effugere possit. Cicero, ad fam., IX.
Sed pœnas longi Fortuna favoris
Exigit a misero, quæ tanto pondere famæ
Res premit adversas, fatisque prioribus urget.
Sic longius ævum
Destruit ingentes animos, et vita superstes
Imperio.
Lucano, VIII. 34.
[148]. Hoc τέρας, horribili vigilantia, celeritate, diligentia est. Cicerone ad Attico, VIII. 9. Nullum spatium perterritis dabat. Svetonio in Cesare, 60.
Dum fortuna calet, dum conficit omnia terror.
Lucano, VII. 21.
[149]. Dureau de la Malle pretende che l'erario dissipato da Giulio Cesare fosse di duemila milioni della moneta presente (Economie des Romains, vol. I. p. 91). Ora Jacob (On precious metals vol. 1) asserisce che tutti i metalli preziosi d'Europa, prima della scoperta dell'America, sommavano appena ad ottocentocinquanta milioni di franchi. Guaj se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!
[150]. Ad Attico, VIII. 7. 10.
[151]. Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla; chiaramente lo mostrò: e' non lascerà un tegolo in Italia, se riesce. Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l'hanno seguito. Ad Attico, VIII. 11; IX. 7. Ripete, Se l'ha potuto Silla, perchè nol potrei io? Ivi, IX. 10. Sua idea è di far perire prima Roma e l'Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne, metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra di Cesare, IX. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, IX. 11.
[152]. Nil tam populare quam odium popularium. Cicerone ad Attico, II. 9.
[153]. Svetonio, in Cesare, 62.
[154]. Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta nella prosa.
[155]. La cecità de' suoi nemici è stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum, cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant. Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis, vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris victoriam ejus diei concelebrabant. Civ. III. 72.
[156]. «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.
«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: Dammi dieci de' miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo. Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.
[157]. Ad Attico, IX. 15.
[158]. Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi, or ha una tomba a pena».
[159]. La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.
[160]. Cicerone, allora sul denigrare, scriveva che Sullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam., XIII. 8.
[161]. Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto. Ad Attico, VII. 12. — Incertum est Phalarimne sit imitaturus. Ivi, 20.
[162]. Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur. Epistolar. lib. IV, ad Sulpicium. — Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc. Lib. VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazione pro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.
[163]. Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni. Lucano.
[164]. Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».
[165]. Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi. Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda. Ad Attico, XIV. 12.
[166]. Cicerone, ad fam., IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».
Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival nei Romani sotto l'Impero, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo Bury, Histoire de la vie de Jules César, 1758, e Meissner, Vita di Giulio Cesare, continuata da Haken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta dai Commentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.
[167]. Servio scriveva a Marco Tullio (ad fam., IV. 5): Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.
[168]. Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus. Ad fam., IX. 15. — Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo. Ad Attico, XIII, 31.
[169]. Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.
[170]. Quidquid vult, valde vult. Cicerone, ad Attico, XIV. 1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως. Plutarco in Bruto, 1.
[171]. Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium. Sallustio, Catilin.
[172]. Plutarco, in P. Emilio, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco. Livio, XLV. 34. 35.
[173]. More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque. Appiano, De bello civ.
Impius hæc tam culta novalia miles habebit?
Barbarus has segetes? En quo discordia cives
Perduxit miseros! En queis consevimus agros!...
O Lycida, vici pervenimus, advena nostri
(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli
Diceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.
Virgilio, Egloghe I e IX.
[174]. Lib. II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito. Ann., XII. 43, Plinio, lib. XVII, Columella, pref. al lib. 1.
[175]. Pro Flacco, 6. 7. 8.
[176]. Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.
[177]. Cicero, De officiis, II. 21.
[178]. Poltifagi chiama Plauto i Romani.
[179]. Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere. Cicerone, ad Attico, VI. 1. — Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid. Ivi, 3.
Molto si è discusso intorno ai nomi di unciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura, adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'unciarium fœnus indichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all'anno; e il semiunciarium di un ventiquattresimo: la centesima sarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi (Appendice II), l'unciarium darebbe l'otto e un terzo per cento, e il semiunciarium il quattro e un sesto.
[180]. Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.
Tota salutatrix jam turba peregerit orbem
Sideribus dubiis.
Giovenale.
[182]. Queste costose tavole pare fossero di cisto, thuja articulata.
[183]. Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:
Natat ad magistrum delicata muræna,
Nomenclator mugilem citat notum,
Et adesse jussi prodeunt senes mulli.
Marziale, x. 30.
Vedi le odi d'Orazio Jam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio, De luxu Romanorum.
Nel Palazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana (solarium) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».
Sopra ciò vedi Plinio, Nat. Hist., XXXVI. 24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro al Palazzo di Scauro l'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt, Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (Sur le luxe des Romains dans leur ameublement) raccolse curiose particolarità.
Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.
Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.
Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.
Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.
Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.
Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.
Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:
| Silla avea di sua sostanza | L. | 150,000,000 |
| Il commediante Roscio almeno | » | 20,000,000 |
| Il tragico Esopo, benchè in una sola vivanda consumasse lire 20,000 | » | 5,000,000 |
| Publio Crasso il Ricco aveva in fondi e quasi altrettanto in case a Roma, schiavi, armenti | » | 60,000,000 |
| Emilio Scauro, genero di Silla | » | 80,000,000 |
| Demetrio, liberto di Pompeo, un capitale di | » | 19,200,000 |
| L'oratore Ortensio acquistò colle arringhe | » | 20,000,000 |
| Milone, andando in esiglio, portò buona parte del suo avere a Marsiglia; il resto confiscatogli per pagarne i debiti saliva a | » | 15,000,000 |
| Lucullo ebbe da | » | 120,000,000 |
| e alla sua morte, i pesci di un suo vivajo furono venduti | » | 800,000 |
| Marc'Antonio avea per | » | 120,000,000 |
| Sallustio lasciò | » | 60,000,000 |
| Virgilio | » | 1,957,424 |
| tutte per donativi da Augusto. Pel tu Marcellus eris Ottavia gli fece contare 52,000 lire. | ||
| Augusto in venti anni aveva ricevuto in doni od eredità più di 100,000,000 e ne lasciò | » | 200,000,000 |
| Apicio, celebre gastronomo, avea per | » | 19,375,934 |
| e quando si vide ridotto a 2,000,000 si uccise per paura di morir di fame. | ||
| A Tiberio si trovarono | » | 540,000,000 |
| Callisto, liberto di Caligola, possedeva per | » | 40,000,000 |
| Narcisso liberto, poi segretario di Claudio, ammassò | » | 50,000,000 |
| Seneca filosofo possedeva | » | 60,000,000 |
| e Plinio il Giovane | » | 20,000,000 |
[184]. Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell'abate Couture nei Mémoires de l'Académie française. Per le donne vedi Boettiger, Sabina, o il mattino d'una dama romana. Lipsia 1806.
[185]. Tra i vini gli antichi lodarono il Pucinum, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (Nat. hist., XIV. 6) dice che Livia d'Augusto attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.
[186]. Plinio, X. 23. 52.
[187]. Lo stesso, X. 23. — L'allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo o pastor avium. Varrone fa dire all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione di quell'allevamento.
[188]. Orazio, Satir., 3.
[189]. Plinio, IX. 17.
[190]. Lo stesso, III. 8; VIII. 82; IX. 82.
[191]. Varrone, III. 17; Plinio, IX. 8.
[192]. Antica orazione ap. A. Gellio, XV. 8; e Orazio diceva:
Romana juventus
Non veneris tantum, quantum studiosa culinæ.
[193]. Plutarco, in Antonio.
[194]. A. Gellio, I. 6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».
[195]. Valerio Massimo, IX.
Quasi in choro pila ludens
Datatim dat se se et communem facit;
Alium tenet, alii nutat, alibi manus
Est occupata, alii pervellit pedem,
Alii dat annulum spectandum, a lubris
Alium invocat, cum alio cantat, et tamen
Alii dat digito literas.
Nunc tibi captivos mittet Germania crines,
Culta triumphatæ munere gentis eris.
O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,
Et dices: Emta nunc ego merce probor.
Amor. I. 14.
Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.
Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,
Et tenues coa veste movere sinus?
Aut quid orontea crines perfundere myrrha,
Teque peregrinis vendere muneribus?
Naturæque decus mercato perdere cultu?
Properzio, I. 2.
[199]. L'elegia quarta del 1º libro degli Amori d'Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l'amante:
Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,
Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....
Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,
Versetur digitis annulus usque tuis...
Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;
Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.
[200]. Plutarco, in P. Emilio, in Mario e in Cicerone; Valerio Massimo, VI. 3. 10; Plinio, VII. 15. — Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto. Cicerone, ad fam., VIII. 7. — Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii? Seneca, De benef., III. 26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (Phars., II. 329):
Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;
Tertia jam soboles, alios fecunda penates
Impletura datur...
Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregi
Jussa, Cato...
Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor
Jam nulli tradenda viro.
[201]. Qui patrium mimæ donat fundumque laremque. Orazio.
[202]. Ovidio (de Ponto, III. 3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I. 6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir. II. 63. 82) chiama togatæ. Vedi anche Plauto, Epid., II. 2. 42.
[203]. Plauto, nella Bacchide e nell'Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l'amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:
Tutius est, aptumque magis discedere pace,
Quam petere a thalamis litigiosa fora.
Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.
Rem. am., II. 274.
[204]. Cicerone (Ad fam., IX. 26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride: Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.
[205]. — Le signore (esclama una di queste sciagurate in Plauto, Cistel., I. 1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in segreto ci mordono, perchè siamo liberte».
[206]. Vedi Christius, Hist. legis Scatinæ. Ala 1727.
[207]. Dives regnum orbæ senectutis exercens. Seneca, ad Marciam, 19.
[208]. Ad Attico, I. 5.
[209]. Pro Cluentio, pro Amerino, ecc.
[210]. Pro Cælio, 18.
[211]. Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem modestiamque cognostis. Philipp. II. 5.
[212]. Varrone, De re rustica, I. 2. 17; III. 6; Macrobio, Saturn., II. 9.
Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,
Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ
Nec Musa cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famæque juvat meminisse prioris.
Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ
Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo
Res hominum supra evectæ, et nullius egentes
Esse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.
Omnis enim per se Divûm natura necesse 'st
Immortali ævo summa cum pace fruatur,
Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;
Nam privata dolore omni, privata periclis,
Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...
Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.
Humana ante oculos fœde cum vita jaceret
In terris oppressa gravi sub religione...
Primus Grajus homo mortales tollere contra
Est oculos ausus, primusque obsistere contra,
Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitanti
Murmure compressa cœlum...
Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,
Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.
De rerum nat., I. 56.
Nobis cum brevis occidit lux
Nox est perpetua una dormienda.
Nam castum esse decet, pium poetam
Ipsum; versiculos nihil necesse est,
Qui tum denique habent salem ac leporem.
Si sunt molliculi et parum pudici.
Nec jurare time; Veneris perjuria venti
Irrita per terras et freta summa ferunt.
Tibullo, I. 4.
Quater ille beatus,
Quo tenera irato flere puella potest.
Lo stesso, I. 11.
Donec me docuit castas odisse puellas
Improbus, et nullo vivere consilio.
Properzio, I. 1.
Dum furibunda mero mensam propelli, et in me
Projicis insana cymbia plena manu,
Tu vero nostros audax invade capillos,
Et mea formosis unguibus ora nota.
Lo stesso, III. 8.
Flet mea vesana læsa puella manu...
Ergo ego digestos potui laniare capillos?
Ovidio, Amor. I. 7.
Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.
[218]. È delle meno rilevate questa di Catullo car. LV:
Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
Illa Lesbia, quam Catullus unam
Plus quam se atque suos amavit omnes;
Nunc in quadriviis et angiportis
Glubit magnanimos Remi nepotes.
Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,
Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....
Luxuriæ nimium libera facta via est...
Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...
Matrona incedit census induta nepotum,
Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.
Properzio, III. 13.
Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,
Non ovis placitam munere captat ovem.
Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;
Atque aliquid duram querimus in dominam.
Eleg. I. 7.
Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;
Sive meas lacrymas, sive videre tuas.
Eleg. III. 8.
Assiduæ multis odium peperere querelæ;
Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.
Si quid vidisti, semper vidisse negato,
Aut si quid doluit forte, dolere nega.
Eleg. II. 18.
O me felicem! o nox mihi candida! etc.
Ivi, 15.
Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aram
Exuvias, tota nocte receptus amans.
Ivi, 14.
Non peccat quæcumque potest peccasse negare.
Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,
Et notos mores non satis urbis habet,
In qua Martigenæ non sunt sine crimine nati
Romulus iliades, iliadesque Remus.
Non ego divitibus venio præceptor amoris,
Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.
Lis decet uxores: dos est uxoria lites.
Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,
Perque aditus tales lucra pudenda petant.
Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,
Nec brevis in rugas cingula pressa suas;
Nec toga decipiat filo tenuissima, nec si
Annulus in digitis alter et alter erit.
Forsitan ex horum numero cultissimus ille
Fur sit et uratur vestis amore tuæ.
Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino: Attulerat mappam nemo, dum furta timentur.
Nam citius paterer caput hoc discedere collo.
Felix qui potuit rerum cognoscere causas,
Atque metus omnes et inexorabile fatum
Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.
Georg., II. 490.
Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!
Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.
Catalecta.
[231]. Lo mette in bocca a Cotta. Omnes mortales sic habent, externas commoditates a Diis se habere; virtutem autem nemo unquam acceptam Deo retulit. Num quis quod bonus vir esset, gratias Diis egit nunquam? De nat. Deorum. E Orazio, ep. I. 18:
Hæc satis est orare Jovem quæ ponit et aufert;
Det vitam, det opes: æquum mi animum ipse parabo.
Questo sottrarre a Giove la direzione delle coscienze trovasi pure nel devoto Tito Livio, che fa dire a Scipione (XXXVI. 45): Romani ex iis, quæ in Deûm immortalium potestate erant, ea habemus quæ Dii dederunt; animos, qui nostræ mentis sunt, eosdem in omni fortuna gessimus gerimusque.
Pure dai poeti stessi potrebbero trarsi nobilissimi concetti della divinità, che mostrerebbero come la tradizione primitiva non fosse spenta; per esempio, il dio retributore anche delle azioni individuali è dipinto da Plauto nel prologo del Rudens:
Qui falsas lites, falsis testimoniis
Petunt, quique in jure abjurant pecuniam,
Eorum referimus nomina, exscripta ad Jovem.
Cotidie ille scit, quis hic quærat malum ...
Iterum ille eam rem judicatam judicat ...
Bonos in aliis tabulis exscriptos habet, ecc.
[232]. Mortem ærumnarum requiem esse; eam cuncta mortalium mala dissolvere; ultra, neque curæ neque gaudio locum esse. Sallustio, Catil., 49.
[233]. Nat. hist., XVIII. 2.
[234]. Jove tonante, fulgurante, comitia populi habere nefas. Cicerone, De divin., II. 18. — Servi, ancillæ, si quis eorum sub centone crepuit, quod ego non sensi, nullum mihi vitium facit: si cui ibidem servo aut ancillæ dormienti evenit, quod comitia prohibere solet, ne is quidem mihi vitium facite. Festo, ad V. prohibere.
[235]. Quid gravius quam rem susceptam dirimi si unus augur alio die dixerit? Cicerone, De leg., II. 12.
[236]. A Gellio, XIV. 9; Cicero, ad fam., IV. 13; S. Agostino, De civ. Dei, I. 3.
[237]. Cicerone, De divin., II. 47-49.
[238]. Plinio, II. 107.
[239]. Grutero, Vet. inscript., p. 309.
[240]. Plebei philosophi, qui a Platone et Socrate et ab ea familia dissident, appellandi videntur. Tuscul., I. 22.
[241]. Quid est igitur bonum? Si quid recte fit et honeste et cum virtute, id bene fieri vere dicitur; et quod rectum et honestum et cum virtute est, id solum opinor bonum. Paradox, I. È un paralogismo.
[242]. Quæ in nostris rebus non satis honeste, in amicorum fide honestissime, ut etiam si qua fortuna acciderit ut minus juste amicorum voluntates adjuvandæ sint, in quibus eorum aut caput agatur aut fama, declinandum sit de via, modo ne summa turpitudo sequatur. De amic., 16. 17.
[243]. Ita sequi virtutem debemus, ut valetudinem non in postremis ponamus. — Temporibus assentiri sapientis est. — In navigando tempestati obsequi artis est.
[244]. Pro Sextio, 68.
[245]. Sæpissime et legi et audivi, nihil mali esse in morte, in qua si resideat sensus, immortalitas illa potius quam mors ducenda est: sin sit amissus, nulla videri miseria debeat quæ non sentiatur. Ad fam., V. 16. — Una ratio videtur, quidquid evenerit ferre moderate, præsertim cum omnium rerum mors sit extremum. Ivi, VI. 2. — Sed de illa . . . sors viderit, aut siquis est qui curet Deus. Ad Attico, IV. 10. — Poi in piena udienza (pro Cluentio, 61) diceva: Si quid animi ac virtutis habuisset, mortem ducimur, ut existimemus illum apud inferos impiorum supplicia per ferre . . . Quæ si falsa sunt, id quod omnes intelligunt, quid ei tandem aliud mors eripuit præter sensum doloris? — Pro Rabirio dice il preciso opposto.
[246]. De provinciis consularibus.
[247]. Cicerone, De oratore, I. 52.
[248]. De ambitu, del 179 av. C.; Cincia, del 175; Voconia, del 169; Sextinia, del 128.
[249]. Lex de dolo malo. È noto l'aneddoto di Cajo Canio.
[250]. Cicerone, ad Attico, I. 16; IV. 15. — Svetonio, in Cesare, 19.
[251]. Cicerone, ad Attico, IV. 15.
[252]. Cicerone, pro Cluentio. Egli riconosceva non l'iniquità, ma la falsità delle deposizioni estorte colla tortura: Illa tormenta gubernat dolor, moderatur natura cujusque tum animi, tum corporis, regit quæsitor, flectit libido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati loci relinquatur.
[253]. Cicerone per Flacco dice: Huic misero puero vestro, ac liberorum vestrorum supplici, judices, hoc judicio vivendi præcepta dabitis... qui vos, quoniam est id ætatis, ut sensum jam percipere possit ex mœrore patrio, auxilium nondum patri ferre possit, orat, ne suum luctum patris lacrymis, patris mœrorem suo fletu augeatis; qui etiam me intuetur, me vultu appellat, meam quodammodo flens fidem implorat . . . Miseremini familiæ, judices; miseremini patris, miseremini filii; nomen clarissimum et fortissimum, vel generis vel vetustatis vel hominis causa, reipublicæ reservate. — Per Plancio: Quid enim possum aliud nisi mœrere? nisi flere? nisi te cum mea salute complecti? Huc exurge tamen quæso: retinebo et complectar, nec me solum deprecatorem fortunarum tuarum, sed comitem sociumque profitebor . . . Nolite, judices, per vos, per fortunas vestras, per liberos, inimicis meis . . . dare lætitiam . . . nolite animum meum debilitare cum luctu, tum etiam metu commutatæ vestræ voluntatis erga me . . . Plura ne dicam, tuæ me etiam lacrymæ impediunt, vestræque, judices, non solum meæ. — E per Milone: Quid restat, nisi ut orem obstesterque vos, judices, ut eam misericordiam tribuatis fortissimo viro, quam ipse non implorat, ego autem, repugnante hoc, et imploro et exposco? Nolite, si in nostro omnium fletu nullam lacrymam adspexistis Milonis, si vultum semper eumdem, si vocem, si orationem stabilem ac non mutatam videtis, hoc minus ei parcere.
Queste mozioni d'affetti erano il forte di Marco Tullio; e quando fra molti componessero un'arringa, sempre a lui lasciavano la perorazione e il patetico.
[254]. Ac nimirum rei militaris virtus præstat ceteris omnibus. Hæc nomen populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit, hæc orbem terrarum parere huic imperio coegit; omnes urbanæ res, omnia hæc nostra præclara studia, et hæc forensis laus et industria latent in tutela ac præsidio bellicæ virtutis... Qui potest dubitare, quin ad consulatum adipiscendum, multo plus afferat dignitatis rei militaris, quam juris civilis gloria? Pro Murena.
Ogniqualvolta però cito un'opinione di Cicerone, son quasi sicuro di trovare la precisa opposta in altri suoi scritti, tanto egli è indeterminato e vago. Il capo 21 De officiis prova longe fortius esse in rebus civilibus excellere, quam in bellicis.
[255]. Cicero, pro Rabirio.
[256]. Lo stesso, pro Lucio Sylla.
[257]. Philip., II. 9; V. 6; Ad Quirites posi reditum. — Lapidationes persæpe vidimus; non ita sæpe, sed nimium tamen sæpe gladios. Pro Sextio, 36. Cum quis audiat nullum facinus, nullam audaciam, nullam vim in judicium vocari . . . è l'argomento dell'esordio pro Cælio. E nella perorazione: Oro obtestorque vos, ut qua in civitate Sextus Clodius absolutus sit, quem vos per biennium aut ministrum seditionis aut ducem vidistis . . . in ea civitate ne patiamini illum absolutum muliebri gratia, Marcum Cælium libidini muliebri condemnatum . . .
[258]. Nostris vitiis, non casu aliquo, rempublicam verbo retinemus, re ipsa jampridem amisimus. De rep., V. 1.
[259]. Quid nunc vobis faciendum est, studiis militaribus apud juventutem obsoletis? Cicerone, pro Fontejo, 18.
[260]. Καὶ πιλόν τις ἐπὶ δόρατος ἔφερε, σύμβολον ὲπενθερώσεος. Appiano, II. 109, ove descrive pure Bruto col pugnale nella destra, la toga avvolta alla sinistra: τὰ ἱμάτια ταῖς λαιαῖς, ὥσπερ ἀσπίδας περιπλεξὰμενοι, καὶ τὰ ξίφη μετὰ τοῦ αἴματος ἔχοντες, ἐβοηδρόμουν βασιλέα καὶ τύραννον ἀνελεῖν.
[261]. Illa concionalis hirudo ærarii, misera ac jejuna plebecula. Ad Attico, I. 16.
[262]. Meministi me clamare, illo ipso primo capitolino die, senatum in Capitolium a prætoribus vocari? Dii immortales! quæ tum opera effici potuerunt, lætantibus omnibus bonis, etiam sat bonis, fractis latronibus. Ivi, XIV. 10.
[263]. In summo publico luctu, exterarum gentium multitudo circulatim suo quæque more lamentata est, præcipueque Judæi, qui etiam noctibus continuis bustum frequentarunt. Svetonio, in Cesare, 84.
[264]. Sallustio, dall'epistola di Cassio Parmense.
[265]. Pro Marcello, passim.
[266]. Quam vellem ad illas pulcherrimas epulas me idibus martii invitassent! Reliquiarum nihil haberent; at nunc his tantum negotii est, ut vestrum illud divinum in rempublicam beneficium nonnullam habeat querelam. Epistola a Trebonio, X. 28. E a Cassio, XII. 4: Vellem idibus martii me ad cœnam invitasses; reliquiarum nihil fuisset. Eppure altrove protesta che allora era amico di Antonio: ego Antonii inveteratam sine ulla offensione amicitiam retinere sane volo. Ad fam., XVI. 23. Cui quidem ego semper amicus fui, antequam illum intellexi, non modo aperte, sed etiam libenter cum republica bellum gerere. Ivi, XI. 5.
[267]. Quid mihi attulerit ista domini mutatio præter lætitiam quam oculis cepi, justo interitu tyranni? Ad Attico, XIV. 14. L'approva nel libro De officiis, e più spesso nelle Filippiche: Noster est Brutus, semperque noster, cum sua excellentissima virtute reipublicæ natus, tum fato quodam paterni maternique generis et nominis. X. 6. Est Deorum immortalium beneficio et munere datum reipublicæ Brutorum genus et nomen, ad libertatem populi romani vel constituendam vel recuperandam. IV. 3. Omnis voluntas Bruti, omnis cogitatio, tota mens, auctoritatem senatus, libertatem populi romani intuetur; hæc habet proposita, hæc tueri vult. X. 11. Reddite prius nobis Brutum, lumen et decus civitatis; qui ita conservandus est, ut id signum, quod, de cœlo delapsum, Vestæ custodia continetur; quo salvo, salvi sumus futuri. XI. 10. Animadverti dici jam a quibusdam, exornari etiam nimium a me Brutum, nimium Cassium ornari. Quos ego orno? nempe eos, qui ipsi sunt ornamenta reipublicæ. XVI. 14.
[268]. Philipp. V. 8.
[269]. In varie lettere ad Attico, nella raccolta ciceroniana.
[270]. Cicerone, Philipp. V. 9.
[271]. Incensi omnes rapimur ad libertatem recuperandam: non potest illius auctoritate tantus senatus populique romani ardor extingui; odimus, irati pugnamus; extorqueri de manibus arma non possunt; receptui signum aut revocationem a bello audire non possumus; speramus optima; pati vel difficillima malumus quam servire. Philipp. XIII. 7.
[272]. Appiano, IV. 8.
[273]. Ella non piangeva, sinchè visto un quadro che rappresentava il congedo di Ettore da Andromaca, non potè frenar le lacrime. Allora Cilio amico di Bruto recitò que' versi d'Omero:
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
Tu padre mio, tu madre, tu fratello,
Tu florido marito.
Al che Bruto rispose: — Ma io non posso aggiungere quegli altri:
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
Alla spola, al pennecchio;
giacchè, se la natural debolezza impedisce a Porzia di sopportar le fatiche della guerra, ha l'anima salda ed operosa quanto e più di qualunque fra noi».
Gli antichi aveano sovente sulle bocche detti e versi dei classici, su' quali faceansi gli studj primi; e i maggiori personaggi ne proferirono nelle circostanze più gravi. Pompeo, scendendo nella nave traditrice, esclamava con Sofocle:
Ὄστις δὲ πρὸς τύραννον ἐμπορεύεται,
κεῖνου ̓στὶ δοῦλος κἄν ἐλεύθεροςμολῆ.
Bruto formolava la sua disperazione con questi altri:
Ὤ τλῆμον ἀρετὴ, λόγος ἀρ’ ᾖσθα. Ἐγὼ δὲ σε
ὡς ἔργον ἤσκουν, οὺ δ’ ἄρ’ ἐσούλευες τύχη.
D'Augusto quasi le ultime parole furono:
Εἰ δὲ πᾶν ἔχει καλῶς, τῷ παιγνίῳ
δότε κρότον, καὶ πάντες ὑμεῖς μετὰ χαρᾶς ’κτυπήσατε
Nerone moriva verseggiando, verseggiando Trajano. Le lettere di Cicerone e de' suoi amici son piene di tali detti o di allusioni.
[274]. Questa strana ignoranza che mandò a fascio le cose, Plutarco l'attribuisce alla Provvidenza, che ordinò così perchè allo stato di Roma era ormai necessaria la monarchia. Avanti la battaglia, sullo stendardo della prima legione si fermò uno sciame d'api; un centurione sudò un umore oleoso che sapeva di rosa, e che per quanto s'asciugasse non cessò mai; i primi usciti dal campo scontrarono un Etiope, e presolo per mal augurio, l'uccisero; due aquile combatterono di sopra dei due eserciti, sinchè quella dal lato di Bruto non prese la fuga. È sempre il savio Plutarco che parla.
[275]. Eum jus fasque esset occidi, neve ea cædes capitalis noxa haberetur.
[276]. La giornata di marzo dovette essere giudicata variamente sinchè vissero coloro che vi aveano preso parte. Cicerone sulle prime partecipò all'entusiasmo comune; professava che tutti i buoni aveano cooperato a quell'azione; che si vergognava di tornare in una città, donde Bruto era uscito; e che dopo ucciso il dittatore, avea veduto quest'eroe eretto per la coscienza d'un ottimo e bellissimo fatto; nulla del caso suo, molto dolente di quel della patria. Philipp. I. 4. E in senato diceva: — O senatori, se voi abbandonate Bruto, qual cittadino mai sosterrete? Tacerò io la pazienza, la moderazione, la tanta tranquillità nelle ingiurie, la modestia di Bruto? il quale, benchè pretore urbano, stette fuor di città, nè rese giustizia, egli che la giustizia aveva ricuperato alla repubblica; mentre poteva esser cinto dal presidio di tutta Italia e dal quotidiano concorso dei buoni che maraviglioso a lui traeva, volle piuttosto esser difeso assente dal giudizio dei buoni, che presente dalla mano: nè di presenza solennizzò i giuochi Apollinari, come conveniva alla dignità sua e del popolo romano, per non aprire adito alla audacia de' malvagi. Ma in fatto quali giuochi mai, quali giorni furono più lieti di quelli? Ad ogni verso il popolo romano con gran clamore ed applauso esaltava la memoria di Bruto: non eravi la persona del liberatore, ma v'era la memoria della libertà, nella quale credeasi vedere l'effigie di Bruto». Ivi, X. 3.
Ma fuor della retorica, dichiarava quella una follìa, compita eroicamente. Però negli Uffizj, ponendo che i doveri d'uomo devano essere sagrificati a quei di cittadino, scrive: — Non è reo chi uccide un tiranno, foss'anco suo amico; anzi il popolo romano considera quest'azione come uno sforzo di virtù. Non si dà relazione possibile fra noi e i tiranni; e, come tagliasi un membro quando pregiudica il corpo intero, così bisogna dalla specie umana rescindere queste bestie feroci che d'uomo hanno soltanto l'aspetto». Quest'uscita violenta doveva fare più senso in libro di principj medj e di fredda analisi, talchè dovette operare potentemente sopra la gioventù d'Atene, fra cui era diffuso, e valse, senza dubbio, a guadagnare molti alla parte dei tirannicidi.
Sottentrata la monarchia, l'uccisione di chi l'aveva introdotta doveva sembrare inutile, se non ribalda; ma d'altra parte la tirannide di quegli imperatori facea giudicare merito l'aver ucciso chi ad essi aveva aperto il calle. Ogni pensiero contro la vita e fin sulla vita dell'imperatore essendo lesa maestà, per contrasto si volgeano le lodi sovra Bruto e i suoi; qui faceasi sfoggio di retorica, qui di sofistica; ogni maestro di scuola, ogni verseggiatore trattava questo soggetto, tanto più che gl'imperatori non l'impedivano. La filosofia stoica, prevalsa in quel tempo, glorificava il suicidio e il regicidio; e le lodi date agli uccisori di mostri, come Caligola o Domiziano, ridondavano sopra gli uccisori del primo Cesare. Così venner di moda le lodi di quell'eroismo, e il medioevo le adottò, e più ancora i moderni. Il dramma servì moltissimo a corrompere la verità storica per migliorare le condizioni drammatiche, dando quel delitto come figlio della giustizia e della necessità. Shakspeare e Voltaire esaltano Bruto; ancor più l'Alfieri, partigiano spiegato dei regicidi.
Eppure quel giudizio vulgare non era comune. A Seneca, stoico e declamatore, in tutt'altro proposito sfugge una notevole osservazione: — Il divo Giulio fu ucciso men da nemici che da amici, de' quali non aveva adempito le inesplebili speranze. Ed egli il volle; e nessun mai più liberalmente usò della vittoria, nulla traendone a sè fuorchè la podestà del distribuirla. Ma come bastare a tanti improbi appetiti, quando ognuno agognava per sè solo tutto quello ch'egli poteva dare? Vide dunque attorno al suo sedile i pugnali de' suoi commilitoni, Cimbro Tullio caldissimo suo partigiano poc'anzi, ed altri che erano divenuti pompejani quando Pompeo non c'era più». Anche nel libro II De beneficiis, pur levando a cielo Catone e Bruto, tipi della sua filosofia, disapprova l'uccisione come inopportuna: — Grand'uomo in ogn'altra, Bruto parmi errasse grandemente in questa cosa, sperando piantar la libertà ove tanto era l'allettamento del comandare e del servire, e stimando la città potesse nella primitiva forma ridursi dopo perduti i costumi, e che tornerebbe la eguaglianza, il diritto civile e la forza delle leggi dove tante migliaja d'uomini avea veduti contendere non se obbedire, ma a chi: quanto ignorò la natura delle cose e della città sua chi, ucciso uno, credette dovesse mancare altri che volesse lo stesso!»
Nel medioevo, Dante colloca Bruto e Cassio nel maggior fondo degli abissi, insieme con Giuda. Alla virtù di Bruto diè gravi stoccate il Gibbon; ma costui discrede sempre alla virtù anche pura. Drummond, nella Vita di Cesare, rivela i moventi della congiura in modo da torle l'ammirazione. E i serj narratori oggimai tutti concordano seco, lasciando ai fanciulli ed ai retori ammirare l'eroismo di apparato, sconnesso dal suo oggetto.
[277]. Ce lo rivela un sucido epigramma d'Augusto, conservatoci da Marziale, xi. 20.
[278]. Svetonio in Augusto, 15. — Dione (XLVII. 14) dice quattrocento.
[279]. Mecænas, atavis edite regibus. Orazio, lib. 1. — Ingeniosus vir ille fuit, magnum exemplum romanæ eloquentiæ daturus, nisi illum enervasset felicitas, imo castrasset. Seneca, Ep. 19. — Lion, Mecænatiana, sive de C. Cilnii Mecænatis vita et moribus. Gottinga, 1824.
[280]. Τήν τε τόχην τὴν μεγίστην ὀπότε τὶ ὀμνύουσι ποιέσθαι, τὸ ἐν τῷ Καπιτολιῳ δικάσαι. Dione.
[281]. Massime dall'incontro d'un asinajo chiamato Bonaventura (εὐτυχὼς) che cacciava un somaro detto Vincitore (νικῶν). È il solito Plutarco.
[282]. Δυστυχὼν ὸμοιότατος ἐν ἀγαθῷ: nella sventura somigliante a ottimo. Plutarco.
[283]. Che ne fosse dei due maschi partoritigli da Cleopatra, nol sappiamo: la fanciulla Cleopatra Selene fu educata dalla virtuosa Ottavia, e maritata con Giuba II re di Mauritania. Delle due Antonie generategli da essa Ottavia, la maggiore partorì a Ottaviano Lucio Domizio Enobarbo, padre di Gneo Domizio che generò Nerone imperatore: la minore sposò Druso figliastro d'Ottaviano, e n'ebbe Claudio imperatore, e Germanico padre dell'imperatore Caligola.
[284]. Ὤς καὶ πλεῖον τὶ, ἤ κατὰ ἅνθρωπος, ὥν. Dione, liii. Ma Augusto che cosa significa? Festo lo stiracchia da avium gesta, o avium gustata; altri da augurium; chi da αὐγή splendore; e chi da augeo in senso di consacrare la vittima, onde Augusto varrebbe quanto sacro: del che Ovidio canta nei Fasti, I. 614:
Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur
Templa, sacerdotum rite dicata manu.
Hujus et augurium dependet origine verbi,
Et quodcumque sua Jupiter auget ope.
I più lo traggono da augere in senso d'aumentare; onde in una lapide ad onore di Giuliano, e ne' panegirici di Massimiano e Costantino troviamo semper augustus, che fu adottato dagl'imperatori di Germania, e che da essi traducevasi per Mehrer des Reichs, cioè aumentante l'impero.
Macrobio, ne' Saturnali, I. 12, conservò il senatoconsulto che mutò in agosto il nome del mese sestile in cui Augusto trionfò: Cum imperator Cæsar Augustus mense sextili et primum consulatum inierit et triumphos tres in urbem intulerit, et ex Janiculo legiones deductæ secutæque sint ejus auspicia ad fidem sed et Ægyptus hoc mense in potestatem populi romani redacta sit finisque hoc mense bellis civilibus impositus sit atque ob has causas hic mensis huic imperio felicissimus sit ac fuerit placere senatui ut hic mensis Augustus appelletur.
Intorno agli imperatori romani le fonti antiche sono:
Dione Cassio ne' libri LI-LX. Da questo all'LXXX non abbiamo che l'abbreviazione fattane da Sifilino, che va fin ad Alessandro Severo. È partigiano della monarchia, quanto della repubblica Tacito. Gli Annali di questo corrono da Tiberio a Vespasiano; ma è perduto quello che descriveva il regno di Tiberio dal 32 al 34 anno, il regno di Caligola, i sei primi anni di Claudio, l'ultimo anno e mezzo di Nerone. Della Storia non abbiamo che i tre anni dal 69 al 71.
Svetonio, Vite dei Cesari da Giulio Cesare a Domiziano; I compendj di Eutropio, Aurelio Vittore, Sesto Rufo; Vellejo Patercolo, pei regni d'Augusto e di Tiberio; Gli otto libri di Erodiano da Commodo a Gordiano; Le vite degl'imperatori da Adriano a Diocleziano negli Scriptores Historiæ Augustæ minores.
Fonti moderne sono:
Muratori, i cui Annali cominciano al 1º di Cristo, 31º di Augusto, e vanno sino al 1749; aridi ma precisi.
Le Nain de Tillemont, Histoire des empereurs et des autres princes qui ont régné dans les six premiers siècles de l'Eglise. Bruxelles 1700: e l'edizione accresciuta 1707: compilazione faticosa, e tesoro d'erudizione. I Gesuiti Catrou e Bouillé finiscono la loro storia romana con Tiberio; ma sì essi come Rollin e Vertot sono poco esatti nelle citazioni, e aggiungono circostanze retoriche e sofistiche, ignote agli antichi. Sta più esatto a questi Hooke, al quale s'affidano gli autori inglesi della Storia Universale.
Crevier, Hist. des empereurs romains depuis Auguste jusqu'à Constant. Parigi 1749; è continuazione del Rollin, prolissa e scarsa di critica.
Gibbon, Decline and fall of the roman empire. Basilea 1787. Comincia agli Antonini.
Champigny, Les Césars. Parigi 1845 e 1853.
Merival, Storia dei Romani sotto l'impero (ingl.). Londra 1850.
Garzetti, Della storia e della condizione d'Italia sotto il governo degl'imperatori romani. Milano 1838.
Le epoche sono accertate dai numismatici, come Le Vaillant, Cooke, e più di tutti da Eckhel, De doctrina nummorum.
Quis non latino sanguine pinguior
Campus, sepulcris impia prælia
Testatur, auditumque Medis
Hesperiæ sonitum ruinæ?
Qui gurges, aut quæ flumina lugubris
Ignara belli? quod mare Dauniæ
Non decoloravere cædes?
Quæ caret ora cruore nostro?
Orazio, Od. II. 1.
[286]. Tacito, Ann., I. 2.
[287]. Dione, lib. LIII, mette due esercitazioni retoriche in bocca a que' consiglieri della libertà e della servitù del popolo signore del mondo.
[288]. I Romani esecravano il nome di re, eppure metteano in conto di gloria l'aver avuto dei re in paese o in casa: Mecenate è lodato da Orazio perchè atavis edite regibus; Ennio da Silio Italico perchè antiqua messapi ab origine regis; la città di Vejo da Properzio perchè fu regno.
Et Veii veteres et vos tum regna fuistis;
Et vestro posita est aurea sella foro.
Augusto non volle esser detto dominus se non dagli schiavi, e proibì a' suoi figli e nipoti d'adoprarlo fra loro. Anche Tiberio nol comportò, e a chi glielo dava rispose: — Io sono principe del Senato, imperatore dell'esercito, ma signore soltanto degli schiavi». Caligola l'adottò; ma nessun altro lo seguì fino a Domiziano, che comandò espresso di chiamarlo signore e dio, e un editto cominciò, Dominus et deus noster sic fieri jubet. Plinio loda Trajano di ricusar questo titolo; pure talora glielo dà nelle sua lettere. In privato era molto in uso; Tibullo canta:
Quam juvat immites ventos audire cubantem,
Et dominam tenero continuisse sinu!
e da Seneca abbiamo che era titolo generico, dato a quelli di cui non soccorresse il nome: Omnes candidatos bonos viros dicimus; quomodo obvios, si nomen non succurrit, dominos salutamus. Ep. 3.
[289]. Ben lo notò Tacito, Ann., III. 56: Potestatem tribuniciam Drusa petebat. Id summi fastigii vocabulum Augustus reperit, ne regis aut dictatoris nomen assumeret, ne tamen appellatione aliqua cetera imperia præmineret.
[290]. Il territorio delle provincie senatorie chiamavasi prædia tributaria, o anche provincia del popolo romano; delle altre, prædia stipendiaria, o provincia di Cesare. Le provincie senatorie furono l'Africa (cioè gli antichi dominj di Cartagine), la Numidia, l'Asia propria, l'Acaja, l'Epiro coll'Illiria, la Dalmazia, la Macedonia, la Sicilia, la Sardegna, Creta colla Libia, la Cirenaica, la Bitinia col Ponto e la Propontide, la Betica nella Spagna. Per sè Augusto tenne la Spagna Tarragonese e la Lusitania, le Gallie tutte, le due Germanie, la Celesiria, la Fenicia, la Cilicia e l'Egitto. La Mauritania, parte dell'Asia Minore, la Palestina e alcuni cantoni della Siria avevano governo nazionale sotto l'alto dominio di Roma. Dappoi Augusto cedette al senato Cipro e la Narbonese in cambio della Dalmazia.
La nostra Gallia Cisalpina avea avuto per governatori
| nel | 704 | di Roma, | 50 av. Cristo, | G. Cesare |
| 705 | » | 49 » | M. Crasso | |
| 706 | » | 48 » | M. Calidio | |
| 707 | » | 47 » | M. Bruto | |
| 709 | » | 45 » | C. Pansa | |
| 710 | » | 44 » | D. Bruto | |
| 711 | » | 43 » | M. Antonio |
Augusto la dichiarò libera, acciocchè non vi fosse un potente così vicino a Roma.
[291]. Tacito, Ann., III. 75; A. Gellio, XIII. 12.
[292]. Detta fiscus perchè da prima le grosse somme tenevansi in fiscelle di vimini. Così il moderno budjet viene dalla bolgetta o tasca in cui il ministro portava alle Camere il conto discusso.
| Forze romane: | Al principio del regno di Tiberio | Alla morte di Nerone | Sotto M. Aurelio | |
| In Roma | coorti pretoriane | 9 | 9 | 12 |
| urbane | 3 | 3 | 14 | |
| di vigili | 2 | 2 | 7 | |
| In Italia | legioni | — | 1 | 1 |
| Sul Reno, di sotto a Magonza | » | 4 | 4 | 4 |
| Sul Reno, di sopra a Magonza | » | 4 | 4 | 4 |
| In Spagna | » | 3 | 1 | — |
| In Africa | » | 2 | 1 | 1 |
| In Egitto | » | 2 | 2 | 2 |
| In Siria, sull'Eufrate | » | 4 | 4 | 3 |
| In Giudea | » | — | 3 | 1 |
| Sul Danubio o in Pannonia | » | 2 | 1 | 3 |
| In Mesia | » | 2 | 2 | 3 |
| In Dalmazia | » | 2 | 2 | — |
| In Bretagna | » | — | 3 | 3 |
| Nella Rezia | » | — | — | 1 |
| Nel Norico | » | — | — | 1 |
| Nella Dacia | » | — | — | 2 |
| Nella Cappadocia | » | — | — | 2 |
| Nella Mesopotamia | » | — | — | 2 |
| Nell'interno della Gallia | uomini | — | 1200 | — |
| In Tracia | » | — | 2000 | — |
| Nel Ponto e alla Palude Meotide | » | — | 3000 | — |
La legione nel primo periodo era di 6300 uomini; al tempo di Marc'Aurelio di 6826; la coorte un decimo dei fanti della legione, cioè 600 o 610 uomini; ma 1000 quelle di guarnigione. Abbiamo dunque le forze romane
| sotto | Tiberio | uomini | 171,500 |
| — | Nerone | » | 198,600 |
| — | Marc'Antonio | » | 258,258 |
Aggiungansi 21,000 uomini di mare, e truppe ausiliarie, equivalenti in circa al numero delle legioni, secondo Tacito, Annali, IV. 5.
[294]. Pace equivalse quasi ad impero: pax romana, dice Seneca; Tacito, ne pacem nostram turbarent; Plinio, immensa pacis nostræ majestas.
Hic referat sero confessum fœdere Parthum,
Reddat signa Remi, mox dabit ipse sua.
Sive aliquid pharetris Augustus parcet Eois,
Differat in pueros ista tropæa suos.
Gaude, Crasse, nigras si quid sapis inter arenas,
Ire per Euphratem ad tua busta licet.
Properzio, IV. 6.
[296]. Giuseppe Flavio, Archeologia, XVI. 15; Svetonio, in Augusto, 16. 48. 60; Eutropio, VII. 10.
[297]. È l'opinione vulgata, dietro ai calcoli di Gibbon: ma con isfoggio d'erudizione si prova altrettanto bene ch'erano molti di più e molti di meno, e forse converrà stare fra i settanta e gli ottanta milioni. L'Italia in tal caso non offrirebbe che sei in sette milioni di liberi.
Wallon (Storia della schiavitù, II. 85) ha creduto provare che, avanti la seconda guerra punica, l'Italia non contava più di otto milioni d'uomini; Dureau de la Malle, coi dati stessi, arrivava appena a cinque. Berghaus valuta l'estensione dell'impero in centomila miglia geografiche; onde sarebbe meno della Russia odierna.
Videre Rhæti bella sub alpibus
Drusum gerentem, et Vindelici....
Orazio, Od. IV. 4.
Vindelici didicere nuper
Quid Marte posses: milite nam tuo
Drusus Genaunos, implacidum genus,
Breunosque veloces, et arces
Alpibus impositas tremendis
Dejecit, acer plus vice semplici.
Major Neronum mox grave prælium
Commisit, immanesque Rhætos
Auspiciis pepulit secundis.
Ivi, 14.
Dall'iscrizione del trofeo posto nelle Alpi ad Augusto, conosciamo i popoli che vi abitavano:
IMPeratori C.ESari DIVI Filio AVGusto PONTifici MAXimo IMPeratori XIIII TRIBuniciæ POTestatis XVII Senatus Populus Que Romanus QVOD EJVS DVCTV AVSPICIISQVE GENTES ALPINÆ OMNES QUÆ A MARI SVPERO AD INFERVM PERTINEBANT· SVB IMPERIUM populi romani SVNT REDACTÆ· GENTES ALPINÆ DEVICTÆ· TRIUMPILINI· CAMVNI· VENOSTES· VENNONETES· ISARCI· BREVNI· GENAVNES· FOCVNATES· VINDELICORVM GENTES QVATVOR. CONSVANETES· RVCINATES· LICATES· CATENATES. AMBISVNTES· RVGVSCI· SVANETES· CALVCONES· BRIXENTES (Brixen) LEPONTII (Leventina): VIBERI· NANTVATES· SEDVNI· VERAGRI (nel Vallese), SALASSI· ACITAVONES· MEDVLLI· VCENI. CATVRIGES· BRIGIANI· SOGIONTII. BRODIONTII· NEMALONI· EDENATES· ESVBIANI· VEAMINI· GALLITÆ· TRIVLATTI· ECTINI· VERGVNNI· EGVITVRI· NEMENTVRI· ORATELLI· NERVSI· VELAVNI· SVETRI.
La riferisce Plinio, Nat. hist., III. 24, che soggiunge: non sunt adjectæ cotianæ civitates XII, quæ hostiles non fuerunt; item attributæ municipiis lege pompeja.
Si fecero libri interi ad illustrazione di quest'epigrafe. Il vedere posti pei primi quei delle valli Trompia e Camonica conforta coloro che dicono avesse Augusto lasciate a loro molte franchigie. Un marmo ove leggesi A REPVBLICA CAMVNORVM, è revocato in dubbio dal Labus: ma è indisputato quest'altro: Neroni Clavdio Drvso Camvni et Trvmplini.
Vedi Egger, Examen des historiens d'Auguste, pag. 225; Spitalieri, Notizie sul monumento dei trofei d'Augusto di Torbia, Torino, 1842; e Memorie dell'Accademia di Torino, serie II. t. v, pag. 161.
[299]. Noi opinammo (t. I, p. 148) che il tempio di Giano fosse il confine tra le due genti, che si fusero poi per formar Roma; sicchè in tempo di guerra stesse aperto affine di recarsi una all'altra soccorso, in pace chiuso perchè la troppo facile comunicazione non suscitasse litigi. Fu chiuso sotto Numa, e dopo la prima guerra punica; poi Augusto il serrò tre volte: la prima dopo vinti Antonio e Cleopatra; quattro anni dopo, tornando vincitore dei Cantabri; e i santi Padri s'accordano a far nato Gesù Cristo in tempo di pace.
[300]. Son notissimi i versi di Virgilio nel VI dell'Eneide a proposito di Marcello. Che Ottavia, udendoli leggere dal poeta, gli facesse dare molt'oro per ciascuno, è riferito solo da Donato e da Servio, e contraddetto da Seneca e dalla ragione dei tempi. Vedi Mongez, Acad. des Inscriptions, tom. VII. 1824.
[301]. Parole di Valerio Massimo, VII. 1.
[302]. Aurelio Vittore dice (cap. I): Cum esset luxuriæ serviens, erat ejusdem vitii verissimus ultor, more hominum, qui in ulciscendis vitiis quibus ipsi vehementer indulgent, acres sunt. — Serviebat libidini usque probrum vulgaris famæ: nam inter duodecim catamitos, totidem accubare solitus erat.
Svetonio reca questo epigramma:
Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,
Dum nova divorum cœnat adulteria,
Omnia se a terris tunc numina declinarunt,
Fugit et auratos Jupiter ipse toros.
[303]. Il fatto raccontasi da Dione, LV. 14 e da Seneca, De clementia, I. 9: quello il chiama Cnejo, e pone il fatto in Roma al 4 d. C.; l'altro il chiama Lucio, e fa succedere la cosa nella Gallia al 14 d. C. Svetonio ha un paragrafo apposta sulle cospirazioni contro Augusto, e non fa cenno di questa; onde alcuni critici revocano in dubbio il fatto.
[304]. Irasci me tibi scito, quod non in plerisque ejusmodi scriptis mecum potissimum loquaris. An vereris ne apud posteros tibi infame sit, quod videaris familiaris nobis esse? Svetonio, in Horatio.
[305]. Primo esempio di tali esecuzioni per ordine sovrano, e che in tempo di così rari manoscritti non erano soltanto, come dappoi, una formalità infamante.
[306]. Tacito, Ann., I. 5.
[307]. Legibus novis latis, exempla majorum exolescentia revocavi, et fugientia jam ex nostro conspectu acitarum rerum exempla imttanda proposui. Nel marmo d'Ancira, tav. 2ª.
[308]. Deus nobis hæc otia fecit. Virgilio, Ecl. 1.
[309]. Seneca, Controv. II.
[310]. Congius pe' Romani era una misura di sei sestieri, capace di centonovantanove oncie d'acqua, e che serviva alle distribuzioni di vino e d'olio al popolo. Mutatesi queste in denaro, si conservò il nome di congiarium ai doni fatti al popolo, mentre quelli ai soldati chiamavansi donativum.
[311]. Annos undeviginti natus, exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rempublicam, obstinatione factionis oppressam, in libertatem vindicavi. Senatus decretis honorificis ornatus, in eum ordinem sum adlectus a consulibus inter consulares, ut sententiam dicerem; locumque et imperium mihi dedit respublica uti prætori simul cum consulibus Hirtio et Pansa. Huic autem eodem anno me suffectum consulem cum edidisset, et triumvirum reipublicæ constituendæ, qui parentem conjurati occidissent in exilium expuli judiciis legitimis, ultus postea bellum inferentis reipubblicæ.
Arma terra marique . . . signaque toto orbe terrarum circumtuli, victorque omnibus supplicibus civibus peperci, et in exilio sponte sua degentes, quibus tuto liceret, servari quam excidere malui. Millia civium romanorum adacta sacramento meo fuerunt circiter quingenta; ex quibus deduxi in colonia aut remisi in municipia sua, stipendiis solutis, millia aliquanto plus quam trecenta; et iis omnibus agros adsignavi, aut pecuniam propriam dedi. Naves cepi sescentas præter alias, siquæ minoris quam triremes fuerunt . . .
Patritiorum numerum auxi, consul quintum, jussu populi et senatus; senatum ter legi; et in consulatu sexto, censum populi, conlega M. Agrippa, egi; lustrum post annum alterum et quadragensimum feci, quo lustro civium romanorum censa sunt capita quadragiens centum millia et sexaginta tria millia. Alterum consulari cum imperio lustrum censumque solus feci, Censorino et Asinio cos., quo lustro censa sunt civium romanorum capita quadragiens centum millia et ducenta triginta tria millia. Tertium consulari cum imperio lustrum, conlega Tib. Cæsare, feci, Sex. Pompejo et Sex. Appulejo cos., quo lustro etiam censa sunt romanorum capitum quadragiens centum millia et triginta septem millie . . .
Plebi romanæ viritim HS trecenos numeravi ex testamento patris mei, et nomine meo quadringenos, ex bellorum manibiis, consul quintum, dedi. Iterum autem in consulatu decimo ex patrimonio meo iis quadringenos congiarii viritim ter numeravi; et, consul undecimum, duodecim frumentationes frumento privatim coempto emensus sum; et, tribunicia potestate duodecimum, quadringenos nummos tertium viritim dedi; quæ mea congiaria pervenerunt ad sestertium millia numquam minus quinquaginta et ducenta. Tribuniciæ potestatis duodevicesimum, consul duodecimum, trecentis et viginti millibus plebi urbanæ sexagenos denarios viritim dedi, et cuivis militum meorum, consul quintum, ex manibiis, viritim millia nummum singula dedi. Acceperunt id triumphale congiarium in coloniis hominum circiter centum et viginti millia. Consul tertium decimum, sexagenos denarios plebi, quæ tum frumentum publicum acceperunt, dedi. Ea millia hominum paullo plura quam ducenta fuerunt . . .
Curiam et continens ei chalcidicum templumque Apollinis in Palatio cum porticibus, ædem divi Julii, Lupercal, porticum ad circum Flaminium, quam sum appellari passus ex nomine ejus, qui priorem ædem in solo fecerat, Octaviam; pulvinar ad circum Maximum, ædes in Capitolio Jovis Feretrii et Jovis Tonantis, ædem Quirini, ædes Minervæ et Junonis reginæ et Jovis Libertatis in Aventino, ædem Larum in summa Sacra via, ædem Deûm Penatium in Velia, ædem Juventutis, ædem Matris Magnæ in Palatio feci.
Capitolium et Pompejum theatrum, utrumque opus impensa grandi, refeci, sine ulla inscriptione nominis mei. Rivos aquarum, in pluribus locis vetustate labentes, refeci, et aquam, quæ Marcia appellatur, duplicavi, fonte novo in rivum ejus immisso. Forum Julium et basilicam quæ fuit inter ædem Castoris et ædem Saturni, cœpta profligataque opera a patris meo, perfeci; et eamdem basilicam, consumptam incendio, ampliato ejus solo, sub titulo nominis filiorum meorum Caii et Lucii renovavi, et, si vivus non perfecissem, perfici ab heredibus meis jussi; duo et octoginta templa Deûm in urbe consul . . . refeci . . .
Dona ex manibiis in Capitolio, et in æde divi Julii, et in æde Apollinis, et in æde Vestæ, et in templo Martis Ultoris, consecravi, quæ mihi constiterunt HS circiter milliens. Auri coronarii pondo triginta et quinque millia municipiis et coloniis Italiæ conferentibus ad triumphos meos, quintum consul, remisi; et postea, quotiescumque imperator appellatus sum, aurum coronarium non accepi, decernentibus municipiis . . .
Munus gladiatorium dedi meo nomine, et quinquiens filiorum meorum aut nepotum nomine; quibus muneribus pugnaverunt hominum circiter decem millia . . . Venationes bestiarum africanarum, meo nomine aut filiorum meorum et nepotum, in circo, aut in foro, aut in amphiteatro, populo dedi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria millia et quingentæ . . .
In templis omnium civitatum Peloponnesi et Asiæ victor ornamenta reposui, quæ, spoliatis templis, M. Antonius, cum quo bellum gesseram, privatim possederat. Meæ statuæ pedestres et equestres et in quadrigis argenteæ steterunt in urbe XXC circiter, quas ipse sustuli, exque ea pecunia dona aurea in æde Apollinis, meo nomine et illorum qui mihi statuarum honorem habuerunt, posui . . .
Sallustio racconta che Augusto avea scritto questo index rerum a se gestarum da mettersi sul suo sepolcro; e fu scoperto ad Ancira in Pisidia. Parte d'una traduzione greca fu trovata nel 1843 da Hamillon nell'esterno del tempio, nel cui vestibolo stava scolpito il testo latino.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo in greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.