CAPITOLO XL. Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.

L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia. Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti: ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di contemplarne il declino.

La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico, le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa, i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino, poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più lontano la rozzezza e la ferocia.

Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità, che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per Viterbo all'Etruria.

D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia, che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza, la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine da Forum Appii sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano, Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna. Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia, provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio, portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.

Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale, le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza, chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che, essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.

Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini, l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi, Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria; VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville, di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a solleticare il rintuzzato senso de' piaceri.

Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città; i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia, di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone d'Italia».

Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità municipali facevano eseguire le leggi supreme: ma, come avviene sotto gli imperj, il reggimento cittadino andava foggiandosi ad aristocrazia, scegliendosi i magistrati non più fra il popolo ma fra gli illustri, e la giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, cominciò l'Italia a ridursi poco meglio che le altre provincie; cui si potè dire pareggiata allorchè Adriano la commise al governo di quattro consolari.

La cittadinanza privilegiata diventava un nome già sul fine della repubblica, quando Cesare la comunicò a tutta Italia e ad intere provincie. Anche i servi divenendo liberti, entravano nella società politica del loro patrono: ma acquistando i privati diritti di cittadino, rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, nè ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione.

Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila cittadini; ma cessato col sistema delle conquiste il bisogno d'accrescerli onde reclutare fra essi le legioni, e perchè non isvantaggiasse il fisco per la troppa abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto magistrati e i grandi proprietarj delle provincie. Con ciò si traeva al corpo dominante il fiore di tutto lo Stato, e si assodava la potenza imperiale: ma alle legioni, in cui non entravano che cittadini, Augusto fu costretto arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate gli consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i sudditi, col che, cancellati i reggimenti municipali, ridurrebbe l'impero all'unità monarchica: ma l'andare i cittadini esenti da tassa prediale, da dogane e pedaggi, fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure i successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale per Roma, lasciarono dilatare la cittadinanza; e i magistrati municipali, uscenti di carica con annua vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli che ben meritassero in qualsivoglia modo.

Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di spingere i cittadini alle armi, le legioni si dovettero empire di gente nè italica nè cittadina, e affidarne il comando a stranieri; poi ricompensare i servigi dei legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai primi onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; talchè esercito, senato, magistrati più non furono romani che di nome. Claudio ammise in senato molti peregrini, cioè sudditi non cittadini: eppure questi sotto di lui sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti ne facevano bottega: ma intanto le entrate pubbliche ne scapitavano, onde bisognava ristorarle con confische e proscrizioni. Nelle provincie poi i possedimenti s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione de' cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; poi dopo Vespasiano pare che i provinciali ammessi alla città non restassero immuni da nessun aggravio.

Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito dopo che non l'accompagnavano le prerogative d'occupar soli le cariche, di non essere giudicati se non nell'assemblea del popolo, di non pagare tributo, di decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro che il benefizio di non esser catturato per debiti e di appellarsi all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi e alle largizioni pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, a che mai riducevasi in tanta estensione e lontananza? Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini il dover militare, non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima agnazione; oltre alcuni accatti, che sopra soli cittadini pesavano.

L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la cittadinanza non fu che un sottoporre i provinciali a tutti i pesi de' cittadini: e allora s'intepidì l'amore per una patria accomunata a tutto il mondo; cresciuto l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati col logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, si moltiplicarono le guerre, interne eppure non civili, dove si trattava di mettere in trono o d'abbattere un capitano forestiero, estranio ai sentimenti ed al meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a capo dello Stato uno straniero, fors'anche un barbaro. E se pure sorvivevano in alcuni le tradizioni liberali, attinte dall'educazione, dalla letteratura, dalle memorie che li circondavano, servivano soltanto a far sentire viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro poteva confiscare i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. Oppressione più disgustosa perchè sussistevano nomi e forme repubblicane, a titolo di libertà e di pubblica sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e questo punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il popolo, come investito della podestà tribunizia. Quanta avea dunque ad essere la costernazione di quelli che sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? Fuggire? ma dove, se tutte le terre civili erano sottoposte a Roma?

Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente come il pubblico bene rampolli piuttosto dalle istituzioni che da rettitudine de' principi. Roma n'ebbe di ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia, pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in un mostro, o venire soppiantato da pessimo successore, dipendendo ogni cosa dalle qualità del monarca.

Si nomina una lex regia, in forza della quale venisse conferito il supremo potere all'imperatore: ma non consta che mai sia esistita; quel nome certamente non sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi dell'impero, e forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano, furono compilate le Pandette. Che se una legge generale avesse creato un potere supremo, non sarebbe più stato mestieri di conferma: mentre invece sappiamo che gli atti di ciascun imperatore non reggevano dopo la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, depositario in diritto della sovranità, la quale nel fatto stava all'arbitrio d'un solo. Pure sembra che a ciascun eletto venissero conferiti i poteri sovrani, quasi per dargli un'origine legale[241]. Probabilmente in questi senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, come la Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente che il principe venisse prosciolto d'ogni legge[242].

La sovranità però consideravasi sempre emanare dal popolo, e fin tardi si trovano menzionati i comizj, e leggi fatte in essi. Sussisteva anche la tribù, e nelle iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il personaggio appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, che alcuni si mutavano dall'una all'altra per eredità, per adozione, per una carica assunta, fin per mutato domicilio[243]. I municipj pregavano gl'imperatori o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi vi mandavano de' vicarj.

La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna d'alcune provincie competevano al senato: esso nominava i consoli, i pretori, i proconsoli; attendeva alla riforma delle leggi, talora sovra proposizione de' medesimi imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la nomina de' magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto egli non intese che di riversare su quello i suoi atti odiosi. Quanto l'impero resse, il senato conservò il diritto di censurare e deporre il capo dello Stato se abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non l'esercitò mai se non contro i caduti: condannò Nerone quando già era fuggiasco; esecrò Caligola, Comodo, gli altri quando la morte aveva interrotte le sue adulazioni. Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa la via d'acquistar fuori così sterminate ricchezze, e pure durando le spese e crescendo il lusso, tiravano a meritare la liberalità del principe, o fuggirne l'ira coll'andargli a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente che si mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento.

Eppure la memoria di quel che era stato bastava a renderlo sospetto agl'imperatori, che, buoni e malvagi, s'industriarono a torgli fin la possibilità di ridestare le ragioni antiche; contro patrizj e senatori aguzzavansi i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla spada, esclamava, — Questa mi farà ragione del senato»; l'adulatore diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei senatore»; e l'assassino a Comodo, — Il senato ti manda questo pugnale»; Domiziano protestava non si terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; e volendo avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, manda una volta convocarli in gran diligenza, poi, come sono seduti nella curia, li consulta in qual salsa convenga condire un enorme rombo portatogli dall'Adriatico. Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a crescere l'autorità imperiale a scapito delle magistrature curali: estenuò al senato il diritto di chiarir guerra e pace, ascoltare ambasciatori, e decidere dei re e dei popoli stranieri: ai consoli sottrasse il giudizio di certi affari criminali, sicchè poco più facevano che dare il nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì in gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro la custodia del tesoro, affidolla ai questori, ai quali di rimpatto tolse le prefetture d'Italia che abolì, ed impose il grave obbligo di dare spettacoli gladiatorj quando ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra del trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui s'erano combattute le guerre civili sotto Mario e Silla.

I tribuni non furono meglio che ispettori al buon ordine; e acquistò importanza il prefetto della città, che dal buon governo passò alla giurisdizione criminale, poi proferì in appello sui giudizj ordinarj anche in materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia a quattro consolari; cavalieri romani tenne per segretarj e referenti, e pel proprio consiglio; un avvocato del fisco fece assistere a tutte le cause concernenti l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo semplificò la legislazione; e diede esempio a' successori suoi di riguardar lo Stato come cosa loro propria, e di prendere fidanza a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, come anima del Governo, emanava decreti sotto la presidenza dell'imperatore, e formava una corte d'appello supremo. Al senato dunque che cosa restava? di decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare.

In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da truppe, la depressione nè trovava contrasto nè eccitava lamenti. Accomunati i diritti alle provincie lontane, v'entravano persone stranie affatto alle memorie della libertà e della repubblica, e devotamente riconoscenti agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come fosse divenuto un peso quel che prima costituiva la suprema ambizione; e sotto Comodo si disse che un tale «fu relegato nel senato». Invece dunque di presentarsi custodi della tradizione e tutori della libertà, i padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono l'assoluta padronanza del monarca sopra la vita e i beni. Dione si direbbe scrivesse la sua storia a quest'unico intento; i giureconsulti diedero legale fondamento all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al tempo di Severo potè gettare la maschera, di cui Augusto l'aveva coperta.

Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà privilegiata, promossero le ragioni della comune natura umana, favorirono i peculj de' figliuoli di famiglia e le emancipazioni, ampliarono gli effetti e restrinsero le solennità delle manumissioni, migliorarono la condizione degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò il capo dello Stato operava in senso popolare, col voler tutti eguagliati nel diritto, umiliare i prepotenti, non concedere privilegi a particolari persone, ma erigere alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire la moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta circa i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. Lo zelo degl'imperatori per la giustizia civile riparava a non pochi altri abusi, incuteva salutare apprensione ai magistrati, e avvicinava ognor più il diritto all'equità naturale e al senso comune. In tal modo progrediva l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran nome dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza sotto un unico governo, opposta a quanto praticò l'antichità, e che dovea costituire l'indole delle società moderne.

Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le spese furono a dismisura aumentate dal mantenere un esercito stanziale ed una corte[244], dal pagarsi gl'impiegati, e dalle crescenti distribuzioni di grano; ignorando quegli augusti che il mettere i poveri in grado di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno che non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che siasi perduto il Rationarium totius imperii, dove Augusto avea divisato l'entrata e l'uscita[245]; e fra le divergentissime opinioni, la media darebbe novecentosessanta milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano, principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa dell'impero costare quattromila milioni di sesterzj, cioè ottocento milioni di lire l'anno[246]: or che doveva essere sotto imperatori pazzamente scialacquatori?

Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare tutto l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo compì la misura delle parti orientali, Teodoto quella delle settentrionali in ventinove e otto mesi, Policleto delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo coordinò in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse i regolamenti censuarj. Agrippa, preside a questa grand'operazione, ne trasse un mappamondo, che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia, sicchè ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori delle provincie riceveano la descrizione del loro paese colle distanze, lo stato delle strade grandi e delle vicinali, delle montagne, dei fiumi.

Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il registro delle persone coi loro beni mobili e immobili, bestiame, schiavi, affittajuoli, casiliani, e il numero, il sesso, l'età de' figliuoli: il qual censo dovea rinnovarsi ogni decennio, e serviva di base al riparto dell'imposta. Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita colla morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso doveva notificarsi; e poc'a poco si perfezionò quest'azienda in modo, che il vastissimo impero restava regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola casa[247].

Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i moderni possono levar tanto denaro senza gravissimo incomodo: dall'imposta personale, la più rilevante, rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie romane, che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano a quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la frode, e dove il prodotto diminuisce se la tassa si aggravi.

L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria stabile (numerarium); l'Italia annonaria doveva una prestazione in derrate; dell'ager provincialis era carattere un tributo fondiario, variante di misura e condizione: ma gl'imperatori adottarono una base uniforme; poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere privilegiata. Già anche a questa Augusto aveva imposto gabelle e tasse sulle vendite, e una generale sui beni e sulle persone de' cittadini romani, che da un secolo e mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano le imposte, che gl'imperatori trovavansi costretti ogni tratto a condonare ingenti debiti ai privati. Sulle somme, sopra le quali nasceva litigio, prelevavasi il due e mezzo per cento; tasse imponeansi sui mercati, gli artigiani, i facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche, sull'orina, sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando pagava di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del valore; e grandioso doveva esserne il ritratto quando dall'India si traeva annualmente per ventiquattro milioni di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del valore primitivo[248].

La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per cento, ma non v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. Era destinata a mantenere l'esercito; poi non bastando, s'introdusse la vicesima, cioè un cinque per cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una certa somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. Tra famiglie ricchissime, dove la rilassatezza dei legami domestici faceva spesso ai proprj figliuoli preferire i liberti o gli estranei che avevano saputo blandire le passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero retaggio nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le multe della legge Papia-Poppea contro gli smogliati.

Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne, o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.

Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio, la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per confisca, che s'istituirono procuratori de' beni caduchi per raccorli ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.

Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe, che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene, tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali. Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti del tesoro.

La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de' magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è uomo.

Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.

La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore, non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza; la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le onorificenze erano serbate a cesare.

Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a proporzione degli schiavi ond'era vestito il podere.

Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che, oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini; altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva; un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249].

Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi, mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento. Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma inerzia nostra».

Stese dunque un trattato De re rustica, il cui primo libro discorre dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi, del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti; il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi, tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche agresti per ciascun mese.

Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano, la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato. Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso, un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro, dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra.

Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento. L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso. Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente, considerando come privilegio il passare dall'una all'altra. L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale; e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di vendita e pedaggio, la collazione auraria, così detta perchè pagavasi in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità.

Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria.

Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de' primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome. Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e la giustizia[252].

Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni. Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi il giorno.

Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via, battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India, ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un Periplo dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano.

Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina, venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir, il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli unguenti.

Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto orientale la decadenza.

Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256], anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà; adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto, acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar Rosso.

I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina; e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de' grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali, come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia, Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume, zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni, tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133).

Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che vedremo introdotte.