CAPITOLO XLI. Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.
Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini.
Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.
Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito maggiore.
Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni, come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e ciurmadori.
La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.
Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi».
Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»[259].
Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo abbiamo tre libri Dell'ira, che possono raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; una Consolazione ad Elvia madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie. Trattò del perchè male avvenga ai buoni, essendovi la Provvidenza, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo Della serenità dell'animo, suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella Brevità della vita. Arieggia ai paradossi stoici il trattato Della costanza del savio, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello Gallione della vita beata, si scusa delle ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche sulla beatitudine. I tre libri a Nerone Della clemenza, di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il suo discorso Dei benefizj, tanto aggiungendo ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro Lettere sono altrettante dissertazioni su punti morali.
Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue Quistioni naturali sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni.
I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa. Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè dirette a scientifico intento.
La Storia della natura, sola arrivataci fra tante opere di Cajo Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante, la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti, come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame, e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il pensiero è sottoposto alla materia.
Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito, che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica, non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi; e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.
Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo della lingua latina![260]
Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de' contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che essa abbia a noi lasciato»[261].
Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (confessa, constat) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno; che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe; le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel gran caldo[262].
L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264].
Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti, Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità, e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267]. Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita, egli non conosceva o rinnegava la sorgente.
Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno: ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta; ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato».
Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie varie, massime di geografia, e il suo Polistore ebbe gran corso nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi matematicamente per longitudine e latitudine[268].
L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo (De situ orbis), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.
Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro libri di Stratagemmi, compilazione fra militare e storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di chi sa quel che n'è.
La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica (jatreon) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata medicina contraria, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di dire con Celso: Quos ratio non restituit, temeritas adjuvat. Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a tutti quei della sua professione.
Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj che producessero l'effetto contrario. Pronta, sicura, piacevole doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone[274].
Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275], del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia (Artium) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare gli uomini vivi, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.
Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.
Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.
Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, Per te diacholon, diacholon, diacholon. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse le ricette fisiche e filateriche, perchè i suoi figli potessero farne carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo tre volte: Tetune resonco bregan gresso, e ad ogni volta sputare; oppure: In mondercomarcos axatison. Per l'orzajuolo sull'occhio destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo tre volte: Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput crescat, aut si creverit tabescat. Pel panereccio si tocchi tre volte il muro dicendo: Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere. Per la colica si ripeta tre volte: Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt, sine dentibus comederunt. Prescrive i giorni appunto in cui preparare i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar delle rondini, e come usare il rhamnus spina Christi, di miracolose proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore.
Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (curette) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.
Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia, introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj. Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua patria[277].
Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella Vita de' cortigiani, ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura:
— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori, i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?
«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto, e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti all'orecchio Tu sei di casa, ti toglie quanto hai dinanzi por servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra, passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono, e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare alcuna concubina.
«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando? Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia che basti.
«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore alle latomie di Dionisio. Conviene che i padroni sieno sapienti ed oratori; cadano pure in solecismi, i loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e dell'Attica, e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche le donne ora affettano d'avere al loro soldo ed al seguito della loro lettiga alcun famigliare dotto) alcuna fiata gli ascoltano mentre si adornano e si arricciano i capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le dimostrazioni, ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo. Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta che essa ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone.
«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti si manda un mantellaccio o una tonaca logora, e devi allora farne gran pompa. Il primo che ha subodorato tal pensiero del padrone, corre ad annunziartelo, e vuole non piccola mancia. La mattina tel vengono a portare in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha detto di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato scegliere il meglio, e partonsi tutti regalati da te, e brontolando che non abbi dato di più. Il salario ti si paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi, passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti bisogna supplicare e piaggiare e leccare il maestro di casa, con modi di cortigianeria i più variati. Nè è da trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed intanto di ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non sono per te doni. Altre volte vieni accusato o di aver tentato il fanciullo, o, malgrado la tua vecchiezza, violentata una cameriera della signora, o altra corbelleria. E così di notte imbacuccato entro il mantello, sei pel collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato da tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza che la podagra, avendo dimenticato dopo tanto tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre maggiore della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè fargli intender ragione».
Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? Questa erasi conformata ai nuovi ordinamenti; e mentre i fanciulli in prima si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e il cuore, allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto i grammatici su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl'istruivano a capire i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. Che se è sempre infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro, la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi nella mitologia, e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, quale la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geometria, in quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che vedemmo essere stata sempre arte principalissima fra i Romani, gran parte della vita loro, loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua fatta per comandare, non fermandosi alla soavità dell'atticismo greco, ma lanciandosi alle procelle popolari, aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e l'eloquenza fu detta una delle maggiori virtù[278], e l'uomo eloquente un dio rivestito di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser considerata la più sincera delle scienze, la dolce compagna del ritiro, la ricreazione dei vecchi[279], insegnando essa a render corretto, chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori, Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti che coll'esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle provincie, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo sovrano. Allora l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte dell'educazione necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, per patrocinare i proprj clienti, avere un valente oratore, di favellare occorrendo in tutte le magistrature, occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì a ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di coraggio? dibattuta la prima causa in tribunale, cingeasi la spada. Un altro avea facile la parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le une nè le altre? sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando così tre vie distinte l'esercito, la giurisperizia, l'eloquenza.
Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti dei prudenti, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità, entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni; della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato.
Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione.
Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento.
Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi, non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato».
Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di moralità. Le suasorie volgeansi sul lodare la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile prova, o talora di sofistica finezza: le controversie discuteano di varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in trattate, ove il retore dava soggetto e traccia, e colorate, dove l'alunno da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee.
Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza. Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja, l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate?
In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o più vergini»[283].
Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte, prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.
Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure non si mettesse a quella lucrosa e sanguinolenta eloquenza, che, conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio, esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, Vespasiano.
Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le Istituzioni, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno, all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, patres nostri. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e' fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca, veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato, se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era certo di voler sempre il meglio»[284].
Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper lodare anche i tempi infelicissimi.
E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non abbastanza meditati.
Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto, appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già grandicelli[289].
Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore.
Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella, un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui due lati della porta, Flamine, prendi il samento. Chiesi a un natìo che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai cieli».
Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo, come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire di voler cantare le più che civili guerre; domanda che l'autore sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva, — Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare».
Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità, incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia.
Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console l'anno 100, recitò il panegirico a Trajano imperatore, ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa.
Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime letteraria, d'allora.
Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].
Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola.
Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].
Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi».
Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea Peto[301].
Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e d'Orazio.
Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso»[303].
L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304]. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in categorie. Nell'una il triviale Bene! benissimo! stupendo! nell'altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.
Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà Unus Plinius est mihi; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita meglio l'eccellenza de' tuoi versi».
Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il che non possono far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato tutto il rimanente, benchè non sia»[305].
L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi, altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306].
Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono, dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar dei mostri padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda, più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via dell'orgoglio.
D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del mondo.
Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione, ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande; casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda; dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli.
Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio, esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizione di quel suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme.
Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio (61-96). V'è nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro il cane o il papagallo?[310] Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto; l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi, che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti i bellarii che ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312].
Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa, invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana.
E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga delle Selve de' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi l'uno, quanti ne conta la sua Tebaide, fatto l'introduzione all'altro poema dell'Achilleide, ove intendeva forse presentarci compito quel Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di Michelangelo.
A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.
Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale (40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].
Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso del re superbo[317].
Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far arrossire.
Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare l'ultimo giorno»[319].
Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori.
Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze.
Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).
Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo sfiancamento delle credenze.
Chi attribuisce l'inferiorità della Farsaglia all'avere scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?
Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e sviata da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi non basti l'orrore d'una guerra più che civile, devono vedersi le serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori, moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione, all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale. Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile: uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica, non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai futuri ministri di Nerone e Domiziano.
Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei, cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che dovrebbe concedersi solo ai virtuosi[326], un bene perchè assopisce la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma nell'oblivioso Lete[327].
Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto? dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita, come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia del verso.
Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio: ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria, e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, ebbro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e della disperazione.
E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni.
Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali, sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negli Argonauti (111) di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa, degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi, d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa dire appuntino qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare, che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne stacca[329].
Più accortamente Cajo Silio Italico (25-95), di Roma o d'Italica in Ispagna, scelse a soggetto la Guerra punica; ma sfornito d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì la languida vanità di quell'opera[330], la quale non ha tampoco i difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa che scribebat carmina majore cura quam ingenio, e che acquistò grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo: ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea virtù.
Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò l'Eruzione dell'Etna. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età i distici morali (Disticha de moribus ad filium) di Dionisio Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti nell'anfiteatro.
Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo dell'immaginazione; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in caccia.
Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena; Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini della parola.
Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»
Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali dappoi sembrarono bellezze[332].
Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.
Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia, i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio, che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, delle proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità, s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma; accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via.
I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo, irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo Giunio Giovenale (42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri, sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione mette a repentaglio la sicurezza proveniente dall'oscurità o dalla scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e' parli da senno o da beffa.
Nelle sedici sue Satire intende abbracciare tutto quel che gli uomini pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti. La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro; e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa passaggio a ritrarre gli artifizj con cui si uccellava alle eredità de' celibi[335].
Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono, tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto, riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci, e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori che gli procurarono l'avventore.
Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando d'indignazione, con amara beffa e stizzoso flagello. Ingegno nello scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano; nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani, per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta: nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio, de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini contemporanei.
Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con modi piani e popolari (sermones per humum repentes), ai successivi fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza, acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori.
Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di noja e di rammarico.
Aulo Persio Flacco (34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione, forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui poesia non è?
Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi il necessario, accumulano per eredi scialacquatori.
Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il vestir bene e l'usare profumi.
Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori, avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato.
Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra' piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità. Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due discorrono saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto, Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo compassioniamo.
Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrisse de corrupto reipublicæ statu quando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie letterarie[341].
Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra Petronio Arbitro marsigliese nel Satyricon (66), misto di prosa e di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è circondato da parasiti, da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli Arabi i profumi; nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi; venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che abbaruffa Cesare e Pompeo.
Il Satyricon è il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini, studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò, aggregandosi a varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe, secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (Floride) ci arrivarono, copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso; eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.
A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi; ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia, che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e sebbene nella Metamorfosi o l'Asino d'oro ne faccia la satira, credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura.
Il concetto dell'Asino d'oro è derivato da Luciano, ch'esso pure lo dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato, finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono l'intenzione di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le abominazioni, quantunque per verità l'XI libro esponga nella loro bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.
Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran pezza Luciano per fecondità di genio o acume nel cogliere il senso de' sistemi filosofici e trovarne il lato ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello stile: anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto fosse imbarbarita la romana lingua.
Le opere non solo più importanti ma anche migliori di quest'età sono le storiche. Cornelio Tacito (54-134?), nato a Terni nell'Umbria di famiglia plebea, entrò nella milizia, poi si fece avvocato, e scrisse molte arringhe; sostenne la questura e la pretura sotto Domiziano, vide la Germania e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga vita, più tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza de' suoi scritti.
In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi signori, all'agonia del bene e del male, egli contemplava in silenzio una lotta senza vigore; e prima d'esporsi al pubblico sguardo, aspettò la maturanza degli anni. Passava i quaranta allorchè per gratitudine scrisse la vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia alla dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un popolo nuovo, cioè il britannico, del quale sa cogliere le particolarità più significanti.
Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da suo padre; e vuole opporre alla viziosa decrepitezza del suo secolo la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica, dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia moderna.
Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran parte del lavoro andò perduta; nè delle Storie ci restano che quattro libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che l'anno 69: degli Annali ne avanzano dodici con molte lacune; perito quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.
Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore, e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al popolo. Di religione non si briga, pur riferendo tante superstizioni; ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa, semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere, ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza contro i terrori e la seduzione.
Cajo Svetonio Tranquillo (70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè affettazione.
Vellejo Patercolo (m. 31?), campano, narrò la storia universale dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto, non come complice, ma come amico[346].
In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349]. Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi, voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola.
Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta di Fatti e detti memorabili in nove libri, senza giudizio raccolti, senza critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; ne scapitino pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi, e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo a Tiberio nausea per adulazione.
Giustino diresse a Marc'Aurelio[350] un compendio delle Storie di Trogo Pompeo, dette Filippiche perchè dal settimo libro innanzi trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato? Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia, non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile.
Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri della Storia romana dalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano sì vaste, che «non senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra». Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il friggere del suo disco al toccar delle acque.
Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate. Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto.
A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della cronologia o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga. Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del Macedone furon sempre lecite e naturali.
Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano; Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono interlocutori nel dialogo Della corrotta eloquenza Giulio Secondo che narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta nei misteri dei gabinetti, dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni.
Gli autori della Storia Augusta, vissuti sotto Diocleziano o poco dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano: poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno, al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353].
A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma, benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei sette libri delle Guerre giudaiche celebrò le loro vittorie sopra la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere; onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma. Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate, dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche, prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava. Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che più servono a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza ai soprusi dei loro padroni.
Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma, cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la sua storia dei Persiani e de' Goti.
Plutarco da Cheronea in Beozia (n. 48), il più divulgato fra gli scrittori antichi, nelle Vite parallele degli uomini illustri pone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò, ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato, dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria, condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio, non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni.
Egli, che qualificano di giudizioso, crede all'oroscopo di Pirro, ai sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al mancare della religione.
Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale, alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse presentato ciò che lo storico suggerisce.
Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica, nomineremo le sue Quistioni romane, ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando Della fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro, fa opera da sofista onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla propria virtù.
Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione!
Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente sotto Marc'Aurelio, nelle Notti attiche compilò ad uso de' suoi figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo, ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae, varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo, deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante, diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.