CAPITOLO XXXIII. Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.

La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata alla morte di Germanico, s'era risolta in fervoroso amore pel fanciullo di lui Cajo Cesare: i soldati ne folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e dalle scarpe militari con cui lo calzavano (caliga) gl'imposero il soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe bastato perchè Tiberio volesse mal di morte al nipote; ma il garzoncello, non che lamentarsi della condanna di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le insidie e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione, che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi mai stato migliore schiavo nè peggior padrone di costui. Per via poi della moglie di Macrone, abbandonatagli da questo per le lontane speranze, Caligola rientrò nella grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede dell'impero.

All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che Caligola avrebbe tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue virtù; e disse: — Quest'è un serpente che nutro pel genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare con Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime esclamò: — Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; indovinamenti tratti non da contemplazione di stelle, ma da conoscenza degli uomini e dei tempi.

Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto dal popolo, che lo acclama suo bambolo, alunno suo, suo pulcino, sua stella[110]; e dal senato, che ripiglia la sua potenza col cassare il testamento del defunto che aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio del predecessore con parole poche e assai lacrime; deroga le azioni di lesa maestà, brucia i processi iniziati, permette i libri proibiti da Tiberio; denunziatagli una congiura, non vi dà retta, dicendo — Nulla feci da rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i conti dello Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli accuratamente; va a raccorre le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli per riporle nel mausoleo d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si gode una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e in moderno sempre eccessivamente si abbandonò, per lagnarsi poi al domani che sia svanito il castello da essa medesima fabbricato colla nebbia.

Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, tremante ad ogni occhiata dello zio, quando si sentì padrone del mondo, quando, in una sua malattia, vide sacrificarsi censessantamila vittime agli Dei perchè lo risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero gli uomini nel momento più splendido dell'antichità. Ripristina i processi di maestà, facendoli spicciativi, e dì per dì ragguagliando i conti, cioè spuntando sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; lo mandò a Silano suo suocero; lo mandò a Macrone, antico suo confidente che lo rimbrottava di far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule richiamato domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo voti per la morte di Tiberio e pel tuo regno» risponde il piacentiere; e Caligola riflette: — Gli esigliati da me desiderano dunque la mia morte»; e per siffatta logica, ordina siano tutti uccisi.

Due uomini aveano votato la propria vita per la guarigione di lui; ed egli risanato dice che accetta, e l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro dirupare, incoronato come le vittime. Combattendo da gladiatore, l'antagonista per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, ed egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto co' due consoli, prorompe in risa smascellate, e chiesto del perchè, — Perchè penso che ad un cenno posso farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare, egli compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della bestia percuote il vittimario. In quell'ingordigia di sangue, fa gettare alle fiere gladiatori vecchi e infermi; se no, qualcuno degli spettatori: visita le carceri, e colpevoli o no, designa chi dar alle belve, essendo la carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol molestino colle grida.

Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; e se non v'erano rei, il primo che capitasse; e voleva che gli uccisi s'accorgessero di morire. Obbligava i padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli; ed allegando uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga: poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. Fece imprigionare un tal Pastore, solo perchè bel giovine; ed essendo il costui padre, cavalier romano, venuto a supplicarlo per esso, Caligola ordinò fosse il garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe uccidergli anche l'altro figliuolo. Il senato più non sapea con quali viltà ammansarlo; gli decretò nella curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse arrivare, e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue; ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso all'imperatore, i senatori se gli avventarono, e cogli stiletti da scrivere l'uccisero.

Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e all'ara d'Augusto in Lione stabilisce concorsi di greco e latino, ne' quali il vinto dovea pagare il premio e scrivere l'elogio del vincitore; e chi presentasse un lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla lingua; se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro eretta una statua coll'iscrizione A Cajo Cesare console per la seconda volta a ventisette anni, Caligola pretese che con ciò gli rinfacciasse l'età non legale; onde l'accusò in senato con elaborata arringa. Domizio, fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende cose dette dall'imperatore, confessandosi inetto a rispondere a tanta eloquenza; e fu modo sicuro di farsi assolvere.

Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: Livio, Virgilio, Omero gli destano gelosia, e li bistratta e proscrive: proscrive alcuni, soltanto perchè di antica nobiltà: i Torquati più non portino il monile, trofeo di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il soprannome di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera ricciuta da cui aveano tratto il nome? lo fa prima zucconare, poi morire. Egli gladiatore, egli cantarino, egli cocchiere; al teatro accompagna le arie degli attori, e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare in diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, fa due capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche conquistatore vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle tranquille rive del Reno, decreta una correria per le terre germaniche; ma non sì tosto vi pone piede, fugge con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo in salvo. Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti Germani suoi mercenarj, e scelti nella Gallia fra' nobili e plebei gli uomini di statura più trionfale[111], gli acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad aspettare la solennità della sua ovazione.

Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser re, l'adorò quando volle esser dio: il senato affrettossi d'erigergli tempj, fu ambito il suo sacerdozio, moltiplicati i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli d'India. Elegge Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna; di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare la luna, invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi da Ercole, or da Mercurio, da Venere perfino, più spesso da Giove sopra una macchina che tuona. Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia l'affida a Minerva: povera bambina, da cui gli Dei padrini non istorneranno le conseguenze delle follie paterne!

Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò il suo cavallo Incitato, cui dispose scuderie di marmo, mangiatoje d'avorio, cavezze a perle, copertine di porpora, e un intendente, paggi assai, fin un segretario: talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo, talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli serviva avena dorata e vin del migliore: la notte precedente al giorno che Incitato doveva uscire, i pretoriani vigilavano che nessun rumore ne turbasse i sonni: lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo designava console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e se lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di cocchi al circo, e in un'orgia gli regalò quattrocentomila lire: amò il mimo Mnestero, e al teatro l'accarezzava, e di propria mano flagellava chi col minimo zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza attento un cavalier romano, lo manda con lettere a Tolomeo re di Mauritania; l'atterrito va, passa i mari, si presenta all'Africano, il quale aperta la lettera, vi trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male».

Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo trovo tanto più bello quando penso che ad un cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia moglie sua nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici nuda, ai soldati a cavallo con elmo e clamide; e in un accesso d'amor sanguinario le diceva: — Per entro le viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo' cercar la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue sorelle come mogli, e principalmente Drusilla: morta la quale, ordinò non si giurasse che per lei; un senatore protestò averla veduta ascendere all'Olimpo; e tutti i Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi, non pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto squallore Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere una dea?» esclama, e punisce del pari i costernati e gli esultanti. Così all'anniversario della battaglia di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e quei che gemevano.

Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora, quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!»

E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una intestata spada, l'altra pugnale; tagliare l'istmo di Corinto; fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario.

— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi, e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono portarle l'annona.

In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e' limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie, misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio, ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne' testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta, chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de' più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».

Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia, moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo facessero presto.

I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità; i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro, compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà: libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni? E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia.

Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato, e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati, i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano: nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea, immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, poi si volse a corteggiare e adorar Claudio.

Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de' sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava — Quel poveretto (misellus)», e tutto cuore com'era pei nipoti, scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici, mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento, l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse.

Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre lettere nuove (V. Appendice I), che durarono quanto lui: sapeva delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni, liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco. Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi, e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la fortuna sel teneva in petto.

Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli, Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia. Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore, «Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe non pregiudichino al fogliame.

Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina, era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava. In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra, ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più ragione».

E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e lo stilo.

Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto, quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori, almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde, l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto: — Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».

Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la salute[113].

Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi, passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania, minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro.

Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta, non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò — Chè non viene Messalina?»

Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo; e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina, era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare, dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli Dei, tra cui Roma lo adorò.

All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo, senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio; misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento, disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, suo maestro di retorica.

Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate.

Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida, purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica, scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina, e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei, monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto, scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj, ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone» (59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone dell'impero.

All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si disponeva a trattarla senza riserbi.

Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo (soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita coll'esiglio.

In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo, chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore dell'Impero.

Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante: l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.

Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici.

Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore, finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito, la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti profumi produce l'Arabia in un anno.

All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa, con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone.

Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, nè per lungo tempo altra pena che questa s'inflisse. Tutti dovettero contribuire alle spese; il senato due milioni di lire, cavalieri e trafficanti in proporzione. D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli assassinj. A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai quel che mi manca; facciamo che nessuno possieda una cosa che possa dir sua». Alla zia Domizia affrettò la morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio, mostruoso ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro i patrizj, esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». Ad alcuni fe grazia perchè Seneca gli disse: — Per quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto di dar morte al vostro successore».

Calpurnio Pisone (65) congiurò per assassinarlo nel palazzo d'oro; ma scoperto, causò un macello. La guardia germanica si sparse cercando gl'imputati, o chi era odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi il poeta Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè lo vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che fattesi aprir le vene, morì di ventisette anni recitando un brano della sua Farsaglia. Fu tra i secondi Seneca, che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato d'autorità, non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque infamata da tante brutture; e con fermezza terminò una vita troppo disforme dalle sue dottrine. La liberta Epicari, messa al tormento, stette al niego, finchè trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro, interrogato perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non conoscevo altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio tribuno: — Nessun soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; presi ad odiarti dacchè ti vidi assassino della madre e della moglie, cocchiere, istrione, incendiario»; risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da nessuno imputato, adempite le funzioni della sua carica, banchettava molti amici, quando gli si annunzia che un tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera, svenato senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima notte si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi furono spesso avvolti nella condanna. I tempj intanto sonavano di grazie, e i prossimi degli uccisi affrettavansi ad ornar di fiori le case, e baciar la mano a Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di ricompense.

Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente raffaccio di tanta contaminazione, avea saputo tacere quando tutti collaudavano; uscì dal senato quando vi si deliberava sul discolpare l'assassinio d'Agrippina; non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva alle scede imperiali; faceva insomma la resistenza che può ogni onest'uomo in qualunque ribaldo governo. Venerato dal popolo e dalle provincie, quando si vide accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore che gli aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse morente, — Poichè (diceva) siamo in un secolo ove importa ingagliardirsi con grandi esempj».

Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia figliuola di questo ricorse agli indovini per sapere qual sarebbe la sorte di suo padre. Gliene fu fatta colpa, e un accusatore al Tribunale le appose d'aver venduto le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali e sbigottita d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, lungo tempo non potè che piangere, poi abbracciando gli altari, — Nessun nume infernale ho io invocato; non feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà di Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il padre. I miei giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica mia fortuna ho dato a tal uopo; data avrei anche la vita e il sangue. Non ho nominato il principe che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». Padre e figlia furon messi a morte.

All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli la natura. Turbini desolarono la Campania, Lione un incendio; la peste mietè trentamila vite in Roma. Varj portenti, e singolarmente una cometa, atterrirono Nerone, il quale, udito che in simili casi volevasi stornare la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi di scannare tutti i senatori, e conferir le provincie e gli eserciti a cavalieri e liberti. Sospese il colpo per nuovi trionfi d'artista, meditando i quali, partì per la Grecia a rivaleggiare co' migliori citaredi (66). Non trae solo l'abituale corteggio di mille vetture, e bufali ferrati d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente, e corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; ma un esercito intero, avente per arma la lira, la maschera comica, i trampoli da saltimbanco. Un inno cantato da Nerone saluta la greca riva; il padrone del mondo le concede tutto un anno di gioja e di feste incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti si celebravano a lunghi intervalli, saranno accumulati in dodici mesi. Egli rappresentò in teatri, gareggiò alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio le decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue d'antichi atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo competitore! vinto in prevenzione, è, ciò non ostante, esposto a tutti i maneggi d'un emulo inquieto; calunniato in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta rapito, quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano contro una colonna e lo sgozzano: ordine del principe.

Travisato da toro, per le strade violava il pudore e la natura; pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie sacre e civili praticate dai Romani; poi volle far nozze con un certo Sporo, e vestitolo da imperatrice col velo nuziale, lo condusse in lettiga per le assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, regalò alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità e sotto un tal uomo, non so che cosa volesse dire nè potesse fruttare.

Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato con sè molte ragguardevoli persone sospette, e per via le fece trucidare. A Corbulone, il più prode suo generale, specchio di modestia, disinteresse e fedeltà, mandò ordine di morire; e quegli esclamando — Lo merito», si trafisse. Molti uccise o condannò perchè coi precetti o coll'esempio disfavorivano la tirannia. Poi udito che la nauseata Italia mormorava sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori in mare, disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». Entrò sul carro trionfale d'Augusto con mille ottocento corone côlte sui teatri, e il senato gli decretò tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; onde un senatore osò proporre si lasciasse qualche giorno anche al popolo per le sue faccende.

La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella sola potea porvi un termine. Giulio Vindice, stirpe degli antichi re d'Aquitania, allora vicepretore nella Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone (67), e centomila provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe potuto ergersi imperatore. Però Virginio Rufo, semplice cavaliere, ma grandemente riverito e allora luogotenente dell'Alta Germania, non soffrì che l'impero si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e de' cittadini, sconfisse Vindice (68) il quale si uccise, ma ricusò lo scettro offertogli dall'esercito vincitore che dichiarava scaduto Nerone.

Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe i giuochi del ginnasio; solo al sentire che Vindice l'avea trattato di cattivo citarista, s'indispettisce, comanda ai senatori di vendicarlo, viene egli stesso a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, ne piglia fausto augurio e coraggio. Pure non osando presentarsi al popolo o al senato, raccoglie ed ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar loro certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare esperimento in teatro, — Se Vindice (soggiungeva) me lo permetta».

Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate vendette alternando secondo le notizie, dovette pur muoversi contro i ribelli; ma ebbe cura di portare strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne aspettavano d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma invece di frumento son cariche di sabbia pe' gladiatori. Il popolo ne infuria, abbatte le statue di Nerone; i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli tolgono fin le coperte del letto e una scatoletta di veleno, preparatogli da quella Locusta che avea, per ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli or chimerizza passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla tribuna commovere il popolo coll'eloquenza imparata da Seneca: agli emuli proponeva gli concedessero la prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero andare, che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto da tutti, egli che avea versato tanto sangue, non possedeva la virtù, sì comune a' suoi tempi, di versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse, e niuno si prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse alla villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro servi appena, ogni tratto in pericolo o in paura. Giuntovi, si fece scavar la fossa, e intanto andava esclamando: — Che grande artista perisce!» Vile fino agli estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che venivano per trarlo alle forche decretategli dal senato, si trafisse, dopo funestato il mondo per tredici anni e otto mesi.

Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse qualcuno, inclinato ad emularli. Ma qui pure può dirsi finita la storia delle insigni famiglie romane. L'aristocrazia patrizia era stata decimata dalle proscrizioni; salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola proseguì, Nerone compì la loro ruina, spogliando e trucidando i ricchi, disonorando i poveri. Quei che sopravissero, terminarono il proprio crollo colla scostumatezza; e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata, pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia traverso alla confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, al vezzo di cangiare i soprannomi.