CAPITOLO XXXIV. Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.

A questo abbandonarci sulle particolarità della vita d'individui, il lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. In tempi liberi la patria primeggia, e l'uomo in quella s'eclissa: nella monarchia gli occhi del vulgo s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì spesso è vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la vita de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata l'attività. Ciò si scosta affatto dal nostro proposito: ma primamente in quegl'imperatori s'incarna ciò che noi cerchiamo, vale a dire la vita e la società; inoltre abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto differenti tra loro, Svetonio e Tacito.

Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva l'anello d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una statuina appartenuta ad Augusto; e con altrettanta cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari; e come quelle negli armadj, così questi distribuì per categorie di vizj e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che vi danno significazione e valore, non ci rivelano la condizione del principe nè dello Stato: e l'autore, al modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni cosa, non ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; sotto al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone e il terrore e l'ammirazione. Di Cesare non indovina i magnanimi intenti e trasvola le grandi imprese, mentre riferisce le satire e le canzonaccie con cui il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non s'accorge tampoco che da Cesare a Domiziano siasi cambiato il mondo: ma freddo, laconico, ci ritrae il viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, le follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; che mobili avesse in casa, che motti gli uscissero, che oscenità lo dilettassero; ogni cosa senza velo, nè spirito, nè riflessioni.

Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia degl'imperatori, non tanto narrando gli avvenimenti, quanto facendo considerazioni sopra di essi, e più sopra la vita politica e le relazioni del principato col popolo: nessuno per piccolo ne racconta senza risalire alle lontane cause[118] e svolgerne le conseguenze, a rischio di eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e complicate ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo scrutatore dei labirinti del cuore umano, vi penetra per via degl'indizj esterni; primo egli che conducesse la storia a quadri interiori e di costumi, cercando le pareti domestiche non meno che il fôro e il campo, e tutto drammatizzando con inarrivabile abilità. Allevato dai declamatori e dagli stoici, ne contrasse ammirazione per le aspre virtù antiche, passione per la libertà, concepita nelle viete forme patrizie[119], fastidio del depravamento d'un impero, dove si ricordava la libertà e tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose non impedivano una sordida degradazione; e antico originale di moderne finezze politiche, guarda con occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, giudica con una morale indipendente, benchè in tempo che riputavasi più giusto ciò ch'era più forte, id æquius quod validius; alla virtù anche soccombente fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo che la storia non è solo un gran dramma, ma una gran giustizia.

La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta meta propostasi campeggiano in quelle pagine, meditate lungamente, ritemprate dalla sventura, colorite da sublime tristezza; ove piace e giova il vedere un autore, immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in noi qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur colla vita; che uno può esser grande anche sotto principi malvagi; e che tra l'abjetta servitù e la pericolosa resistenza c'è una via scevra di rischi e di bassezze[120]. Colla tetra maestà del suo racconto, colla critica amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, com'era insolito quello stile muscoloso, dove spesso un giudizio è espresso con una sola parola, ed ogni parola ha la ragione d'esser collocata a quel modo, egli ci ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale siamo ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così da trovarla grande quanto l'impero romano.

Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, la Giulia: e quale catena di misfatti in essa! Abuso di adozioni e di divorzj vi mescola sangue e nomi, donne di tre o quattro mariti, imperatori di cinque o sei mogli. Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro: Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è ripudiata, dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al marito Lollia Paolina perchè l'ava di lei ebbe vanto di bellezza, e poco stante la rinvia, proibendole d'accoppiarsi ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine d'uccidersi. Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve ordine di morire, un terzo è ucciso in esiglio. Agrippa Postumo al cominciare del regno di Tiberio, Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a quel di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe.

Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso a lanciare di furia il carro contro un fanciullo; ammazza uno schiavo che non beveva abbastanza; in pieno fôro cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne' giuochi ruba i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita dal genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio lasciata morir di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, perisce in un'isola dopo vent'anni d'esiglio. Giunia Calvina è da Claudio sbandita, per incesto col fratello Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli amanti di tutte queste son mandati a morte, in vigore delle antiche leggi tutrici della moralità. Drusillina di Caligola è con lui trucidata d'appena due anni: Claudio getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver menato donna che fosse d'altri: ma al par di Caligola ebbe cinque mogli, fra cui una Messalina e un'Agrippina, nomi che fin oggi personificano il peggior fondo cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed uccidere Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: una Lepida, parente de' Cesari, gareggia con Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia, violenze, e questa la fa ammazzare.

Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la cripta ove fu trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò consumar dalla fame il giovane Druso, rodendo la borra delle coltrici, ed avventando contro Tiberio imprecazioni, che questi faceva raccôrre per poi ripeterle in senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli tazza, e morì sull'atto; in questo conclavio Agrippina tentò d'amore il proprio figliuolo, che in quel giardino palpò curiosamente il cadavere di essa.

Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo sguardo di tutti, protetti dalla memoria di grandi progenitori. Nè di meglio troveremmo fra altri lari; nella casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di buona morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno o di fame»[121]; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai Cesari l'invito ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina di Locusta, gran tempo strumento importante nel regno[122], ove si veniva a provvedere o filtri per innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la vedovanza e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti uomini quanti schiavi[123], i quali o concertandosi scannano i padroni, o ne denunziano agl'imperatori ogni atto, ogni pensiero.

Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che combattono sul lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. Quando quest'imperatore ripristinò il supplizio de' parricidi, in cinque anni v'ebbe più condanne siffatte che non in molti secoli, e Seneca assicura essersi veduti più sacchi che croci[124]: quarantacinque uomini e ottantacinque donne furono condannati per avvelenamento. Così frequenti ricorrevano i supplizj, che si levarono le statue dal luogo dell'esecuzione, per non essere costretti a velarle ogni momento. Papirio, giovincello di gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla seduzione spinto in tali disordini, che colla morte si sottrasse al rimorso. Lepida, figlia degli Emilj, nipote di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio, di supposta prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli avi commove il popolo contro il marito accusatore: eppure per deposizione degli schiavi è convinta rea, e bandita. Quasi in ogni famiglia (dice Plutarco) v'ha molti esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i fratricidj sono senza numero.

Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, come potea durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i sessi stavano rinfusi nelle prime scuole; nei bagni lavavansi impuberi e vecchi alla mescolata con donzelle e matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate nudità? Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi comici, impudentemente osceni; e gli epigrammi di Marziale erano conosciuti perfin dalle caste Padovane. All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie di Venere[125], alle danze delle cortigiane correnti nude in onor di Flora, assisteva la matrona colla figlia, non meno che ai teatri dove gli spettatori poteano domandare che le attrici si snudassero, o si rappresentavano i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali nozze di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti ottantamila spettatori[126].

I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje tranquille con che il matrimonio compensa i sacrifizj di due cuori onesti, preferivano le tempeste della mercenaria promiscuità o d'un celibato licenzioso. Contro di questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la legge de maritandis ordinibus, che, per singolare testimonianza della sua necessità, porta il nome di due consoli smogliati, Papio e Poppeo. Voleva essa che, se l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non avessero prole, conseguissero la metà solo delle eredità e dei legati, il resto all'erario; per consoli si preferisse chi ricco di figli; chi in Roma ne contasse tre, quattro in Italia, nelle provincie cinque, restasse immune da servizj personali; partorito tre volte, la donna latina divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse sciolta dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, sicchè potesse far testamento, amministrare il suo, adire eredità[127].

Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, lodò quei pochissimi che avevano adempito ai voti della natura e del civile governo, e meritato il nome d'uomini e di padri, e promise loro le cariche principali; i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo la vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il nome degli avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere umano; e li minacciò di gravi ammende se entro un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni così profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? I cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà politiche, resistettero a questa riforma de' costumi, poi la elusero con isposare impuberi, sperdere i concetti, esporre i nati; moltiplicandosi così le vittime, ed empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente cresciuti, da parere un legale adulterio[128]; e a pena davasi un matrimonio incontaminato[129].

Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi ignudi; altre uscivano accompagnate da giovani scostumati; e neppur la castigata lingua del Lazio basta a velare le turpitudini, di cui le imputa Giovenale. Tacito ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi gladiatori, o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj che lo attestano, nol corressero[130]. Nell'anno 19 di Cristo, il senato interdiceva che le vedove, le figlie e nipoti d'un cavaliere romano si facessero matricolare fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e Tacito[131] non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi alle pene della dissolutezza. E poteva di meglio aspettarsi ove regnava la meretrice Actea? ove la meretrice Poppea accusava Ottavia d'adulterio per invaderne il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate come la corona dei papaveri?

L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra volta come carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori abbiam già detto assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa si conduceano belve a dare spettacolo di stragi al popolo, costretto dai tempi alla pace. L'usanza crebbe sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a caccia di leoni, d'elefanti[132], di jene, di coccodrilli, pensando artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione aveano conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, o più veramente colla fame, assoggettavansi le fiere e le avvezzavano a combattimenti o a giuochi bizzarri, come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere colla proboscide, fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata; leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile levarsi a volo con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, nel suo Indice, vantasi d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento fiere nel circo, nel fôro e nell'anfiteatro: ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi anche le donne agli ammazzatori: ne' giuochi di Trajano, durati cenventitre giorni, si diè morte a millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e Probo fece correre mille struzzi ed altri animali in proporzione, nel circo piantato a modo di foresta.

Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non ricordassimo che le fiere combatteano con uomini; se non ci raccontassero gli storici che dal buon Marco Aurelio fu presentato al popolo un leone, educato a mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo ad una voce implorò dall'imperatore gli desse la libertà. Ma fin sul teatro, se rappresentasi l'Incendio dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco alle case, e agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle[133]: con un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove un Laureolo, inchiodato alla croce, è divorato da una belva; in un altro, Orfeo è straziato da orsi veri in luogo delle Baccanti; uno è bruciato per figurar Ercole sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di Ati; lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe aver le ali: l'eroismo di Muzio Scevola è riprodotto da uno schiavo, condannato a lasciar bruciarsi la mano. E queste scene racconta e ammira Marziale[134].

Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; anzi la coltura e l'urbanità v'erano al colmo. Le più forbite poesie, le storie più insigni correvano per le mani, colla prurigine della novità; il vulgo riceveva cibo non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli d'inenarrabile magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla Germania, reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe, rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, pantomime dalla Siria; e dopo essersi soleggiato sotto portici stupendi d'arte e di ricchezza, esercitato nel Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora la meraviglia di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento terme l'aspettavano a tergersi mollemente, onde poi presentarsi al teatro a riscuotere gli omaggi dei re stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare gli spettatori con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed oro l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli attori, versando in tali gare il sangue, che un tempo scorreva per l'acquisto dei civili diritti.

La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini nella guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle ricchezze male acquistate, l'insolenza del villan rifatto, gli abusi dell'improvvisa e ineducata fortuna. Antichi signori, sopravissuti alla guerra e alle proscrizioni, dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e giuramenti falsi, e per ispregio del popolo e della religione, della presente nullità si consolavano in un epicureismo femmineo, di cui era tipo Mecenate, scrittore e consigliere d'Augusto, avvolto in abbigliamenti donneschi, scortato da eunuchi, cercante emozioni nel vino e nei moltiplicati divorzj[135]. Anche i buoni, esclusi dallo esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di recare ombra ai monarchi, limitavansi a sguazzare in lusso privato, e ubriacarsi nei godimenti, come chi non vuol ricordarsi della spada per un filo sospesagli di sopra il capo. Mentre centinaja di servi, macchine intelligenti, faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai versi, essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, nei bagni. Se la lana apula e spagnuola è troppo pesante, gl'Indiani e i Seri mandano vesti di seta trasparenti; recasi in pugno una palla di cristallo per non sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche di vapore; le finestre, riparate con pietre speculari.

Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno ch'era stata di Scipione Africano, non rifina sulla differenza tra la semplicità di quella e il lusso odierno. — Quel terror di Cartagine, di cui è merito se Roma una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro bagno lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento così vile: or chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto uno si stima se le pareti non rifulgano di grandi e preziosi tondi marmorei; se marmi alessandrini non sieno variegati con incrostamenti numidici; se non sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra tasia, un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non circondi le nostre piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti dal sudore; se l'acqua non fluisce da pispilli d'argento. E ancora parlo de' plebei: che dire dei bagni de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che nulla sostengono! quanto fragoroso cascar di acque per iscaglioni! Tanto ci piacemmo di delicature, che non vogliam calcare se non gemme. In questo bagno di Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non siano acconci in modo che per ampie finestre ricevano il sole, se dal bagno non si vedano le campagne e il mare. Una volta tutto era più semplice; ma quanto rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi aver preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun de' Cornelj! perocchè nobilissimi edili si assumevano l'uffizio di entrar ne' luoghi dove accorreva il popolo, ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e salubre, non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo che ci sa di rozzo Scipione che non ammetteva nel suo tepidario la luce per grandi finestre, nè si facea cuocere nel bagno. V'ha di più: non si lavavano tutti i giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal lavoro; tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! Sì; puzzato di fatica, di milizia, d'uomo: ora, introdotti i bagni più netti, siam più sporchi in grazia de' tanti unguenti, che fin due o tre volte al giorno si rinnovano, talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»[136].

Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137]. Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138]. Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore, quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche nazioni, la casa più vasta che città[141].

Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile, e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano intenti[144].

Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso. Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo, petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie; eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di sesterzj.

A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio, perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148]. Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro milioni[149].

Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange.

Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa; tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto, che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli, che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile. Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151].

Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia, ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]: un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2 milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato; la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi. Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano.

Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare, quanto al farnetico dello straordinario (monstrum). Da qui le bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie colossali, repugnanti a quella misura che avea costituito la finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati; molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea, più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. — Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi). Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? — Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal bagno, e chiede vin melato»[158].

Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato Satyricon, ci descrive la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire contro le esagerazioni consuete dei satirici:

— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta, cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia la cena?»

«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione scoccò le dita, e a questo segno l'eunuco misegli sotto la mastelletta, in cui esso scaricò la vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita umide terse sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore ci coperse, passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteche, faceasi fregare non con lenzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana. Tre mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza, gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione esortavali ne bevesser pure a josa. Involto quindi in una tovaglia di scarlatto, fu messo nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacchè ed una carretta a mano, dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto di Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, e accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò alla testa di lui, e come se gli parlasse all'orecchio, canticchiò per tutto il cammino. Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniam dietro, e insieme con Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: Qualunque schiavo uscirà senz'ordine del padrone, buscherà cento sferzate.

«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d'argento. Pendeva sopra la soglia una gabbia d'oro, dalla quale una gazza variopinta salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e fracassarmi le gambe, colpa di un cane che alla sinistra dell'ingresso vicino alla camera del guardiano era dipinto sul muro, legato alla catena, colle parole cubitali Guardati dal cane[160]. Ne risero i miei colleghi, ma io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro. Il luogo ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni, insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano, in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Più innanzi era in figura d'imparare i conti, e più oltre in foggia di tesoriere; e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col mento rialzato lo riponea sopra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi d'oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un istruttore; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'argento, una statua marmorea di Venere, ed una scatola d'oro grandicella, in cui diceano venir serbata la barba di esso...[161].

«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo, a ciò destinato, gridò, — Col piè destro». Noi tremammo che alcun di noi non passasse col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un ignudo schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, che poteva valere dieci sesterzj... Sedutici, de' famigli egiziani altri versavano acqua diaccia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio faceano in silenzio, ma canticchiando: onde mi venne pensiero di provare se la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo prontissimo, che mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l'avresti creduto un triclinio da pantomimi.

«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già si era adagiato, fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova disposizione...[162]

Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava un asinello con una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall'altra nere. L'asinello era coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva il nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de' ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con miele e papavero, e mortadelle caldissime sulla graticola, sotto la quale stavano prugne siriache, con chicchi di melogranato.

«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un mantello di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di là; nel dito mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all'ultimo articolo del vicin dito uno men grande tutto d'oro, come a me parve, ma saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre ricchezze si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un cerchietto d'avorio con laminette luccicanti. Come poi con uno spillo d'argento ebbesi nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor voglia di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi facesse troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. Permettete però ch'io finisca un mio giuoco».

«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto, e con dadi di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d'oro e d'argento. Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata con una cesta, entro cui una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come quando covano. Tosto due schiavi, a strepito di musica, si posero a frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, ho ordinato si mettessero sotto questa gallina delle ova di pavone; e temo, per bacco, non abbiano già il feto: proviamo tuttavia se sono bevibili»[163]. Noi prendemmo de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le ova; ma erano di pasta, ed io fui quasi per gittar il mio, sembrandomi contenesse il pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai un grasso beccafico contornato dal torlo dell'ovo sparso di pepe.

«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascuno facoltà di bere novamente il vino col miele; quando ad un tratto l'orchestra diè un segno, e i cibi del primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, ed uno schiavo la raccolse dal pavimento; ma Trimalcione avvedutosene lo fece schiaffeggiare, e comandò la gettasse: il credenziere tra le altre lordure la scopò via...

«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente turate, su cui era scritto, Falerno d'Opimio, d'anni cento[164]. Intanto che leggevamo le etichette, Trimalcione battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi dunque facciamone gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo do per vero d'Opimio: jeri nol feci mescere sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi si beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo portò una figura d'argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli articoli e le vertebre col rallentarle...

«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi, ma la cui novità trasse gli occhi di tutti. Era in forma d'una credenza rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere avea posto cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo, sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una corona sul cancro, sul leone un fico d'Africa, sulla vergine una vulva di troja lattante, sulla libbra una bilancia che da una parte conteneva una torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo di mare che porta quel nome, sul sagittario un gambaro marino, sul capricorno una locusta marina, sull'acquario un'anitra, sui pesci due triglie; in mezzo poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo.

«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande, che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo idraulico...

«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre. Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco, e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi, avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri divisero tra i commensali.

«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per non parere non avessi mai cenato con galantuomini.

«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto». Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo; e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al ragazzo, che venne intorno...

«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde, com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli, d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse: — Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco), ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò) d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina; e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per altri terreni che per i miei»...

«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere, carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No, perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso, e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso».

«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale, serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo che abbia del vero metallo di Corinto»...

«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma, di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine; portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro. Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? — L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che mi si porti in conto».

«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo, e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le beccacce...»

Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne leggeva le sorti. Uno diceva, Denaro buttato iniquamente; e si portò un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri, e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga, e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de' quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria...

«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi alzarono un gran gridore perchè, in mezzo ai famigli, fu portato sopra un amplissimo vassojo un vitello intero cotto a lesso, e con un caschetto sul capo. Ajace gli veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito un trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a guisa di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo a noi che facevamo tanto d'occhi. Ma non potemmo quelle eleganze a lungo osservare, perchè ad un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta, e tutto il triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e gli altri convitati non meno attoniti alzarono i volti, curiosi qual novità venir potesse dal cielo. Ed ecco che apertasi la soffitta, si vide un gran cerchio che, quasi da larga cupola distaccandosi, venne giù, e gli pendeano d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro pieni d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci di questi presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla quale vidi già riposto un servizio di focacce, e in mezzo un Priapo fatto di pasta, che nel largo suo grembo tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità.

«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed improvvisamente un nuovo ordine di giuochi accrebbe la nostra allegria, perchè le focacce ed i pomi, appena colla minima pressione toccati, diffusero intorno tal odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi dunque che una vivanda sì religiosamente profumata fosse cosa sacra, noi ci rizzammo in piedi, e augurammo felicità ad Augusto padre della patria. Alcuni però avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti, noi pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono tre donzelli, involti in candide tunicelle, due dei quali misero in tavola gli Dei lari inghirlandati, ed uno recando attorno una tazza di vino, gridava, — Ti sieno propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi chiamavasi Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone[166]. E come fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, che tutti baciarono, noi non potemmo, sebben con rossore, scansarcene...

«All'istante venne condotto un cane grassissimo, legato alla catena, cui il portiere ordinò con un calcio di sdrajarsi, ed esso si distese avanti la mensa. Allora Trimalcione gittandovi un pan bianco, — Non avvi (disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». Il ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, mise in terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di lui. Silace, secondo il costume cagnesco, empì la sala d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita del Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè venne altresì rovesciata una lampada, di cui si ruppero i cristalli, e si sparse l'olio bollente addosso ad alcuno de' commensali. Trimalcione, per non parere incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, e messoglisi a cavalluccio, gli batteva col palmo delle mani le spalle, e ridendo chiedevagli, — Conta, conta, quanti fanno?...»

«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse un gran fiasco, e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi che sedevano a' nostri piedi, soggiungendo: — Se alcuno non vuol bere, versagli il vino sul capo». E così or faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste famigliartà venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi fa stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano contornate di tordi, con ova d'anitra ripiene, le quali Trimalcione ci pregò con orgoglio di mangiare, dicendo che erano galline disossate...

«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato altrove, al quale Trimalcione chiese: — Che cosa aveste di squisito? — Lo dirò, se il potrò (rispose colui); perchè io sono di sì labile memoria, che talvolta dimentico lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima pietanza un porco, coronato con salsiccie intorno, e colle interiora benissimo condite: eranvi biete e pan bigio, che io preferisco al bianco, perchè fortifica. La seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un eccellente miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della torta, e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai lupini, ed agli altri legumi, nulla più ne mangiai di quel che Calva mi suggerisse: due pomi però mi riposi, che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi sgriderebbe; del che madonna saviamente suole ammonirmi. Oltre a ciò, avevamo dinanzi un pezzo di orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, ne mangiai quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. Se l'orso, diceva io, mangia l'omiciattolo, quanto più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso? Finalmente avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, delle ova accomodate, e rape, e senape, e tazze che parean piante: benedetto Palamede che le inventò! Furono portate intorno in una marmitta le ostriche, che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene mani, perchè avevamo rimandato il prosciutto».

«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, se non fosse comparsa l'ultima portata, composta d'un pasticcio di tordi, di zibibbo e di noci confette. Tenner dietro i pomi cotogni, contornati di chiodetti di garofano che pareano tanti porcini: e tutto ciò era pur passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, che saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. Quando fu in tavola, noi pensammo fosse un'oca ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta uccelli; di che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo piatto esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di quel che era, e volgendomi ad Agamennone, — Resto maravigliato come tutti cotesti ingredienti sieno accomodati in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver veduto a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene finte». Ancor non finivano queste mie parole, che Trimalcione soggiunse: — Così possa io crescer di ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso uomo di lui. Se volete, egli d'un coniglio vi farà un pesce, col lardo un piccione, col prosciutto una tortora, delle budella di porco una gallina; perciò il genio mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo; e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma de' coltelli di Baviera». E comandò che gli si recassero, gli osservò con ammirazione, e ci permise di provarne la punta sulle nostre labbra.

«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di bisticciarsi per un di que' cingoli, a cui si attaccano i vasi che costoro si teneano sulle spalle. Trimalcione avendo pronunziata la sua sentenza, nè l'un nè l'altro volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni il fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli ubriachi, noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da quei rotti vasi eran cadute ostriche e pettini, le quali un donzello raccolse, e in una marmitta recò intorno. Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze, portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando con voce tremula e straziante. Io ho rossore a narrare ciò che seguì: imperocchè i chiomati donzelli (cosa non più udita), portando unguenti in un catino d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo aver loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con varie ghirlande; poi l'unguento medesimo fecer colare nei vasi di vino e nelle lucerne...

«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della porta, ma egli rispose: — T'inganni se pensi uscire per donde sei entrato; nessun convitato giammai esce dalla porta medesima». In questa si udì un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, ordinò si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di più trasportò l'anello nella man destra, e disse: — Non senza perchè codesto trombetta ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in alcun luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi da noi sì tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio, avrà una corona in regalo...»

E sia fine a tante miserabili vanità.

V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, lusso, fior d'arti belle e d'industria, coltura, sterminato dominio, commercio dilatato agli ultimi confini della terra, tutti gli elementi, di cui alcuni compongono la prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente di quel che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il mondo si schiude, si fa conoscere, si lascia coltivare ogni giorno meglio; le fiere scompajono, il deserto si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita, e raffina i governi; la stirpe umana minaccia divenir soverchia pel mondo. Roma che non ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì le tribù più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, l'ubertà di tutti i climi, la varietà delle favelle: ciò che non è a Roma, non è in verun luogo. Essa raccolse il mondo sotto l'equo suo impero, senza accettazion di persone o divario di grande e piccolo, di nobile e plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non è che un nome, e pare un sogno quando s'ode che qualche lontanissima tribù mora o getulica osò provocare le armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose; le città non gareggiano che di magnificenza, la terra medesima pare s'infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita nuova»[167].

Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo re ci si presenta come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della bassezza di sua schiavitù; il governo, carpito da felici cospiratori, non curasi d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano ha mestieri di conquistar le anime e le intelligenze, purchè trovi modo di corromperle.

Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto seguire Tiberio, fango impastato col sangue[168]; poi un garzone frenetico; poi un sanguinario imbecille; poi il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, fa pompa delle infamie che Tiberio nascondeva, incendia, uccide maestro, moglie, amante, madre; e ad ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori gli decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà s'affrettano di scender più basso colle loro umiliazioni. Ma invano domandiamo a Tacito la finissima industria onde Augusto inforcò gli arcioni di questa fiera indomita; e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un mostro, e dopo loro lasciassero disputare il comando da un infingardo, un dissoluto, un ghiottone, un avaro. Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva corrotta, e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse l'egoismo.

L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro le provincie dell'Impero, ma internamente era lentato ogni nodo; ciascuno rinserravasi in se stesso, diffidando del vicino che non sapeva come opererebbe o penserebbe, atteso che gli uomini non si trovavano d'accordo in nessun punto di politica, di morale o di religione; estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, sfarzo, cura di sè, negligenza d'altrui. Quel che oggi s'interpone fra l'obbedienza e la schiavitù, cioè il punto d'onore, la devozione leale a un principe, la franchezza militare, la libertà cittadina, l'alterezza nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo cittadini, e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, nobiltà, ambizione scompajono davanti all'unico scopo, la grazia del regnante. Il senato non rappresentava più nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare dispettosamente la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la forza, voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, purchè ne traessero aumento di soldo ed alleggiamento di servizj.

Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano i soldati, come tremava l'imperatore, tutti di tutti; conseguenza dell'uni versale egoismo. Alcuni si levavano dall'originaria bassezza accostandosi ai grandi, a forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare i pericoli cui si esponeva ogni testa che sporgesse. Alla ciurma sempre più svigorita nel lusso e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi dell'anfiteatro, e che non palesava una volontà se non col parteggiare per questo o per quel ballerino, per questa o quella fazione del circo, ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non solo coi fieri e sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle arti dei retori e dei poeti.

Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei Romani; i Romani non compassione delle concussioni e de' micidj ond'era oppressa la Germania; sicchè mancava quell'accordo di lamenti e di speranze, che produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era perpetua e impossente ribrama di quelli che ancora ambivano di governare: il vulgo, più contento di trovarsi governato, non se la ricordava che per detestarla, e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si offrisse lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la fedeltà alla bandiera con quella all'imperatore: solo dopo caduta quella famiglia, si credettero arbitri di offrir l'impero a chi fossero disposti a sostenere colle spade.

Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo vicino ti sosterrà? Empisca dunque Caligola le due liste del pugnale e della spada; dal seno delle fecciose voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca a baldanza l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di fare omaggio ai padroni[169].

Questo male era tardo frutto della politica immoralità della repubblica. La società romana, per quanto la politica ne avesse ampliato l'estensione, era, siccome le altre pagane, dominata da spirito di razza, geloso, esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare suo vedendo in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico, nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio definiva: — I popoli, con cui non abbiamo amicizia, ospitalità od alleanza, non sono nemici nostri: pure, se cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni; i liberi divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»[170]. In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, equo, indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il padrone «ha diritto d'usare e d'abusare dello schiavo».

Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire che spietata; e gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione loro traevano sentimenti fieri e dispettosi, che soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci e supplizj riempiono le commedie ed i racconti; permanente atrocità privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo sfarzo di pene legali. Il mantenere e crescere quelle macchine umane era scopo importantissimo della società, e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto doveano intendere principalmente gli Stati, come a fonte di potenza, di gloria, di ricchezza; l'economia politica consisteva nel distruggere o render servi gli stranieri. Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato) cercavasi la rigenerazione e la forza del cittadino e degli Stati; ma questa legge isolata insegnava ad immolare alla grandezza d'un popolo la felicità di tutti gli altri. Il fanciullo educato in quei sentimenti sprezza e odia ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia iniquità resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica. La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze dispensava Catone dall'addurre altri motivi del suo perpetuo Carthago delenda; Paolo Emilio, in Epiro, sulle rovine di settanta città vende all'asta cencinquantamila vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo romano, narri d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno a Cartagine, devastati dalle legioni: agitandosi in senato le querele di popoli alleati, Curione le confessava giuste, ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»[171]: Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o piega ad ogni nostro volere»: Antipatro terminava tutte le sue arringhe agli Ebrei col dire, — I Romani voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che quelle piacciano sempre ai nemici di Roma: Tacito racconta che alcuni Germani rifuggiti in cima ad alberi, dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo. Di buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le legioni avide di sangue in quattro corpi, acciocchè più estesa fosse la devastazione: cinquanta miglia andarono a ferro e fuoco, senza compassione per età o sesso. Da parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè il soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno disarmati ed erranti a caso. Il buon Germanico esortava i soldati a seguitar la strage, perocchè non abbisognavasi di prigionieri; soltanto collo sterminio di tutto il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso non sa all'impero augurare maggior fortuna, che il perpetuarsi delle nimicizie fra le nazioni avverse[172].

Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale la società e il patriotismo, le cui virtù che sono altro se non un egoismo alquanto più dilatato? Come oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo, così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. La patria è una divinità[173]; Dio non deve nulla all'uomo, e l'uomo deve ad esso se medesimo e gli altri: dunque l'individuo si immoli a questa deificazione, non solo nelle terribili emozioni della guerra scannando le migliaja per una causa che non conosce, ma anche per superstizione svenando senza entusiasmo un uomo che non ci offese, a divinità in cui più non si crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto del trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo degli schiavi, rendevano la gente men compassionevole che non fra noi moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla religione a gridar tiranno non solo chi uccide, ma chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad un accusato.

Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia teneva luogo la legalità; ed il rispetto religioso, anzi superstizioso verso le leggi, cosa sorda ed inesorabile[174], fu carattere de' Romani, pel quale dalla protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano de' migliori giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior modo la giustizia verso gli stranieri, poterono creare una stupenda legislazione per se stessi.

Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto. Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì alcuni che si fingevano Nerone.

Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati, riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj, ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento, ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana, ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti. Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte e la più sentita della libertà cittadina.

E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie, e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà dei patrizj.

Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.

Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o voluttuose.

Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola, riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.

Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo frigio, che scrisse un Manuale di questa filosofia, percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve l'avevo detto?»

Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare, chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza codesta?

— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà individuale.

Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa (dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni (soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato potere.

Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».

Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».

Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto, nell'Apocolocunthosis descrivendone la divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177], e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra».

Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non dall'orgoglio e dall'egoismo?

E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano, con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria.

Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi sonore si arriva a capire che regola della morale e della felicità è la legge naturale; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio.

Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa il fine obbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla grazia.

Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e — T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa». Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue.

Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dal bel sogno dell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena. Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i vantaggi.

Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè, offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto, cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che s'impossessa de' beni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e preceduti ciascuno da una viltà.

Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva, peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi, mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate, poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere, trascurar i proprj doveri[182].

Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. Dio, anima del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi; arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio, l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento, alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza.

Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini, e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato, ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami domestici, annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: — Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni? — No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene tant'e quanto a Roma».

Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche: giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia l'oggetto.

Quella religione, invece di comprendere le verità più generali ed assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]: però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale, vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva la forza di verità astratte, non l'autorità morale.

Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore, ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e intorno vi si cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte, portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli, poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano destinati sacerdoti e sacrifizj.

Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle città d'Asia d'erigergli un tempio; ed ecco undici città disputarsene l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione. L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva: — L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito, soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e Drusilla e Poppea.

Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale, scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del magistrato ricoprivano l'ateo.

Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono esser la base, pose gran cura alla religione; appurò la fonte delle istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari, protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta; ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi: il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e Orazio compose per quella pompa il Carmen sæculare. Esso Augusto fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace; e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche divinità benefica.

Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti, rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo; Ovidio canta la storia degli Dei nelle Metamorfosi, il culto nei Fasti, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere; e l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza, nè mai mentì peggio di quando esclamava Est Deus in nobis, agitante calescimus illo.

Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama, — Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, — Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito, spera che dopo morte le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora, e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli eccessi del regnante.

Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del dio, quando le imponeva il decreto del principe. I Romani consideravano ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali, laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al patriotismo.

Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava, pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui, e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle coscienze fra superstizione ed incredulità.

La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni: talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano di sangue, alcuni camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma, disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie, corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche; Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità egizie.

L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose; negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo degli uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che degli Dei parlavano celiando[193].

Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento; colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi; colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili. Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini, si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò, soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura di rompere il guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, principalmente di grani[194].

Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano, al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei vivi[195]. Estremamente si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi, gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia, indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche.

Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura, urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa, donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni. Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui avviminavano i cuori[196].

A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta, vuol gli si dica Salute; per impedire che si consultino le sorti Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia! al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi doni; Domiziano li consultava; confidava in essi Adriano, malgrado l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si rifugge dallo scannare fanciulli.