CAPITOLO XLIV. I Trenta Tiranni. Diocleziano. Imperatori colleghi. Costituzione mutata.

Caracalla e Geta, uno di ventitre, l'altro di ventun anno, all'indolenza di chi nasce nella porpora aggiungevano mostruosi vizj ed un reciproco esecrarsi. Il padre adoprò consigli e rimproveri per mitigare quell'accannimento; s'ingegnò di uguagliarli in tutto, fin, cosa inusata, nel titolo d'augusto: ma Caracalla tenevasi oltraggiato di ciò, e del veder Geta conciliarsi il popolo e l'esercito.

Appena Settimio Severo chiuse gli occhi, i due augusti abbandonarono le conquiste per giungere a chi primo in Roma; e proclamati entrambi dagli eserciti, ebbero eguale dominio indipendente. Già in via non aveano mangiato mai insieme, mai dormito sotto il medesimo tetto; in città si divisero il palazzo, ch'era più grande di tutta Roma[8], fortificando la porzione dell'uno contro quella dell'altro, e postando sentinelle; nè mai s'incontravano che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sull'elsa. Per ovviare l'imminente guerra fraterna, fu proposto di spartire l'impero; ma Caracalla tolse le difficoltà col trucidar Geta (212 — 27 febb) in grembo a Giulia loro madre.

Fra rimorso e soddisfazione, quel mostro fugge al campo de' pretoriani, prostrasi agli Dei, e dicendosi scampato dalle insidie fraterne, protesta voler vivere e morire coi fedeli soldati. Questi prediligevano Geta, ma un donativo di mille settecento lire ciascuno sopì le mormorazioni. Caracalla non avea udito da suo padre, — Tienti amici i soldati, e basta?» Del senato non restavagli a temere; per dare un osso al popolo, lasciò deificar Geta, dicendo, — Sia divo, purchè non sia vivo»; e consacrò a Serapide la spada con cui l'avea trafitto.

Ma le furie ultrici straziarono il fratricida, che tra le occupazioni, le adulazioni, le lascivie, vedevasi incontro i fantasmi del padre e del fratello. Per cancellare ogni memoria dell'estinto, ne abbattè le statue, e fuse le monete; a Giulia che lo piangeva, minacciò morte; la diede a Fadilla, ultima figlia di Marc'Aurelio; ventimila persone fe trucidare, come amici di esso. Ad Emilio Papiniano giureconsulto, già odioso a lui perchè Severo gli avea raccomandato l'amministrazione del regno e la concordia di sua famiglia, comandò di scrivere un'apologia del suo fratricidio, come Seneca avea fatto con Nerone; ma questi rispose: — È più facile commetterlo che giustificarlo», e con intrepida morte suggellò la fama acquistata colle opere e colle cariche.

Fattosi al sangue, Caracalla ne agogna sempre di nuovo, e basta per colpa l'esser ricco o virtuoso. Girò le varie provincie (213-16), massime le orientali, sfogando l'ingordigia di supplizj contro tutto il genere umano. Dovunque fosse, i senatori doveano preparargli e banchetti e sollazzi d'immenso costo, ch'egli poi abbandonava alle sue guardie; ergergli palazzi e teatri, che o nè guardava tampoco o comandava di demolire. Per acquistare popolarità, vestiva secondo il paese; in Macedonia, attestando ammirazione per Alessandro, ordinò un corpo del suo esercito a modo della falange, attribuendo agli uffiziali il nome di quelli dell'eroe; in Asia idolatrò Achille; dappertutto buffone e carnefice; nella Gallia fece uccidere sino i medici che l'aveano guarito; per una satira ordinò di sterminare gli Alessandrini, e dal tempio di Serapide dirigeva la strage di migliaja d'infelici, lutti, come egli scrisse al senato, colpevoli.

Del resto nessuna cura nè degli affari nè della giustizia; a giullari, cocchieri, commedianti, gladiatori profondeva oro; a liberti, istrioni, eunuchi dava i primi posti: che importavano i lamenti del mondo intero? «Tienti amici i soldati, e basta». A costoro Caracalla largheggiò ancor più che suo padre, del quale poi non avea la fermezza per frenarli; settanta milioni di dramme all'anno distribuiva ad essi, oltre la paga aumentata; li lasciava poltrire ne' quartieri, e ne provocava la famigliarità, imitandone il vestire, i modi, i vizj. Dopo sprecato l'immenso tesoro di Severo, dovette fin battere moneta falsa, e a Giulia, che nel rimproverava, rispose impugnando la spada: — Finchè avrò questa, mai non me ne mancherà».

Menò qualche guerra, ed essendosi i popoli della Germania sollevati di conserva, volendo o parte de' suoi tesori o guerra eterna, egli scelse il primo patto: non ricevette però gli ambasciatori, ma i soli interpreti, che subito fece ammazzare perchè non testimoniassero della sua vergogna. Assassinò il re dei Quadi; e chiamati i giovani della Rezia alle armi, li fece scannare. Avendo invitato Tiridate re dell'Armenia e dell'Osroene ad Antiochia, lo gittò in carcere, e l'Osroene ridusse a provincia; ma l'Armenia non potè. Senz'altra dichiarazione entrato sulle terre dei Parti, ne sterminò gli abitanti, fin collo sbandare bestie feroci: e sebbene non avesse visto nemico, si vantò vincitore dell'Oriente, e il senato gli aggiunse i titoli di Germanico, Getico e Partico, ed il trionfo. Elvio Pertinace, figlio dell'imperatore ucciso, disse che il soprannome di Getico gli conveniva, per allusione a Geta ucciso; e pagò il motto colla vita.

La prefettura del pretorio, che allora comprendeva tutte le funzioni del dominio, era stata divisa; pel militare ad Avvento, pel civile a Marco Opilio Macrino avvocato di Cesarea in Mauritania. Un africano indovino predisse a quest'ultimo l'impero: del che fu mandato avviso a Caracalla mentre in Edessa guidava un cocchio, ed egli consegnò il dispaccio a Macrino stesso. Questi vide inevitabile il morire o dar morte; onde comprò il centurione Marziale, che trafisse Caracalla intanto che pellegrinava al tempio della Luna a Carre (217 — 8 aprile).

Giulia Domna sua madre, che Severo avea sposata perchè le stelle prediceanle regio marito, oltre bella, era di vivace immaginativa, di fermo animo, di squisito giudizio, insegnata nelle arti e nelle lettere, e protettrice degli uomini d'ingegno, le cui lodi però non sopirono certi scandali. Sull'austero e geloso marito mai non avea preso ascendente, ma sotto il figlio amministrò con prudenza e moderazione; poi, per non sopravivere alla dignità, lasciossi morir di fame.

Questo mostro si rese memorabile coll'avere dichiarato cittadini romani tutti i sudditi, non per generosità, ma per sottoporre anche i provinciali alla ventesima delle eredità, che pagavasi dai soli cittadini[9].

Tre giorni vacò l'impero del mondo: al quarto, i pretoriani non trovando a chi darlo, acclamarono Macrino, che se ne mostrava alieno ed accorato dell'uccisione di Caracalla, e che subito sparse doni, promesse, amnistia. Il senato, fin allora esitante, prodigò imprecazioni al morto, a Macrino più onori che a verun altro mai, cesare il figlio suo, augusta la moglie; e il supplicò di punire i ministri di Caracalla e sterminare i delatori. Macrino gli permise d'esigliare e senatori e alcuni cittadini, crocifiggere gli schiavi o liberti accusatori de' padroni; poi all'esercito consentì la deificazione di Caracalla, che il sempre docile senato approvò.

Tentando riparare i disordini, annullò gli editti repugnanti alle leggi di Roma; punì col fuoco gli adulteri, chiunque fossero; gli schiavi fuggiaschi obbligava a combattere coi gladiatori; talvolta i rei lasciava morir di fame; condannava nel capo i delatori che non provassero l'accusa; se la provassero, lasciava loro l'ordinaria ricompensa d'un quarto dei beni dell'accusato, ma li dichiarava infami; i cospiranti contro la sua persona ora punì, ora perdonò. Questo rigore, e il surrogare talvolta nelle cariche a persone illustri gente sprovvista di nobiltà e di merito, eccitò scontenti; trovossi indecoroso il vedere in trono uno che nè tampoco era senatore, nè con veruna qualità ricattava la bassezza dei natali.

Giustizia o paura, l'imperatore rimandò i prigionieri rapiti da Caracalla: ma Artabano IV re dei Parti, che faceva armi per vendicare il costui affronto, pretese riedificassero le terre da Caracalla diroccate, restituissero la Mesopotamia, e un'ammenda per le sepolture dei re Parti oltraggiate; e non ottenendolo, assalì i Romani presso Nisiba, li ruppe, nè concedette pace che al prezzo di cinquanta milioni di dramme. Gli Armeni furono mitigati col rimettere Tiridate in trono.

Causa principale delle rotte era l'indisciplina degli eserciti; onde Macrino, ingegnandosi di ristabilirla, dai molti quartieri delle città li trasferì alla campagna, vietando anzi d'accostarsi a quelle, e puniva irremissibilmente ogni lieve fallo: volle anche attenuare la paga ai soldati, che allora levarono il grido, rinfacciandogli l'oziare suo suntuoso in Antiochia, e l'ipocrisia onde avea finto piangere l'assassinio di Caracalla, opera sua.

Soffiava nel fuoco Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, scaltra come donna, e come uomo coraggiosa, alla quale Macrino avea lasciato le molte ricchezze, relegandola però ad Emesa in Fenicia, coi nipoti Vario Avito Bassiano di tredici e Alessandro Severo di nove anni, nati quello da Giulia Soemi, questo da Giulia Mammea sue figliuole. Il primo, detto Elagabalo dal nome del dio Sole di cui essa l'avea fatto sacerdote, dai soldati del non lontano campo di Macrino si fece ben volere per dolcezza e affabilità, tanto più dopo che Mesa sparse fosse generato da Caracalla, e puntellò tal opinione con larghi donativi; indotti dai quali, il proclamarono imperatore col nome di Marc'Aurelio Antonino Elagabalo (218). Ulpio Giuliano prefetto del pretorio, spedito contro di esso, fu trucidato: Macrino, in tentenno fra il rigore e l'indulgenza, alfine lo dichiarò nemico della patria, proclamò augusto il proprio figlio Marco Opilio Diadumeno, e promise a' soldati cinquemila dramme, al popolo cencinquanta per testa. Non ostante ciò, i soldati si chiarirono pel giovinetto; trucidavano gli uffiziali per succeder loro nei beni e nel grado com'era promesso; poi in battaglia sui confini della Siria e della Fenicia, Macrino con intempestiva fuga decise della giornata. Côlto presso Archelaide in Cappadocia, mentre era condotto all'emulo, avendo inteso che il bilustre figliuolo Diadumeno era stato pubblicamente decollato, si precipitò dal carro, e le guardie ne finirono i dolori e la vita. I pochi che resistettero, perirono: in venti giorni cominciata e finita la rivoluzione.

Elagabalo molti mesi consumò in frivolo viaggio e pomposo dalla Siria in Italia, ove intanto spedì le solite promesse, e il proprio ritratto in abiti sacerdotali di seta e d'oro, ondeggianti all'orientale, sul capo la tiara, monili e collane e gemme per tutto, le ciglia tinte in nero, le gote in rosso; talchè Roma dovette accorgersi che, dopo la militare brutalità, le sovrastava il molle despotismo orientale.

E veramente il sacerdote del Sole sorpassò in empietà, prodigalità, impudicizia e barbarie i mostri che l'avevano preceduto. Fra le sei mogli che in quattro anni condusse e che ripudiò od uccise, contò anche una Vestale, colpa inaudita. Non d'altro che di stoffe d'oro coprivansi i suoi appartamenti: nudo guidava il cocchio tempestato di gemme, cui aggiogava donne seminude, e per giungere a quello non dovea calcare che polvere d'oro: d'oro i vasi a qualunque uso, e la notte distribuiva ai convitati quelli usati il giorno: le vesti, de' drappi più fini, nè mai portò due volte la stessa, mai due volte un anello. Le peschiere empì d'acqua di rose, di vino il canale de' conflitti navali: un indistinto di fiori ricreava le camere, le gallerie, i letti suoi: imbandiva pranzi di sole lingue di pavoni e rossignuoli, d'ova di rombi, cervella di papagalli e fagiani, talloni di camelli, mamme di cigni: non assaggiava pesci se non quando si trovasse lontanissimo dal mare, ed allora ne distribuiva al vulgo quantità de' più fini e più costosi al trasporto: nutriva i cani con fegato di paperi, i cavalli con uva, le fiere con fagiani e pernici. Chi inventasse qualche pruriginoso manicaretto, n'avea premio; ma se non incontrasse il gusto dell'imperatore, era condannato a non mangiar altro che di quello, finchè non ne scoprisse uno più avventurato. Servivansi inoltre a quelle mense piselli misti con grani d'oro, lenti con pietre di fulmine, fave con ambra, riso con perle; mescevasi mastice al vin di rosa, spolveravansi d'ambra i tartufi e i pesci. D'argento erano le tavole, e i vasi in forme impudiche; di nardo alimentavansi le lampade; rose e giacinti piovevano sui convitati, alcuna volta in tal quantità da soffocarli, per divertimento dell'imperatore.

A infamie le più sozze, di cui il suo palazzo fu un ridotto, invitava gli amici, che chiamava commilitoni per l'indegno consorzio; e le salaci prodezze guadagnavano agli amasj suoi le prime cariche dell'impero. Repente cacciò tutte le meretrici, e vi surrogò garzoni, e si fece sposare da un uffiziale e da uno schiavo, consumando le bestiali nozze al cospetto del mondo. Amò tanto il servo Ganni, che pensò sposargli sua madre e farlo cesare; ma avendolo questi esortato a maggior decenza, lo trucidò: altri assai mandò a morte nella Siria e altrove, come disapprovassero la sua condotta. Quando apparve la prima volta nella curia, volle sua madre fosse annoverata fra i padri coscritti, con voce al par di loro; anzi istituì, sotto la presidenza di lei, un senato di donne, che risolvessero sugli abiti dei Romani, i gradi, le visite, e siffatte importanze.

Pazzo pel dio al quale doveva il nome e il trono, e che era adorato sotto forma d'un cono di pietra nera, gli alzò tempio magnifico sul Palatino, con riti forestieri; Giove e gli altri Dei gli fossero servi; anzi a nessun altro che a quello si prestasse adorazione. Profanati adunque e spogli i tempj, al suo furono recati il fuoco eterno di Vesta, la statua della Gran Madre, gli scudi Ancili, il Palladio; e da Cartagine trasferita la dea Astarte con tutti gli ornamenti, la sposò al dio suo con nozze sfarzose. Pel culto di quello, non che astenersi egli medesimo dalla carne di porco e farsi circoncidere, sagrificava fanciulli, rapiti ad illustri famiglie. Menando in processione la rozza pietra s'un carro a sei bianchi cavalli, fece spolverar d'oro la via; egli, tenendo le briglie, camminava a ritroso per non torcere gli occhi dalla prediletta divinità. Nei sacrifizj suoi vini squisiti, rarissime vittime, preziosi aromi si consumavano, e tra le lascive danze che sirie fanciulle menavano al suono di barbarici stromenti, i più gravi personaggi di toga e di spada adempivano ridicole ed abjette funzioni.

Mesa faceva inutile prova di frenare quel forsennato: e prevedendo che i Romani, ossia i soldati, nol soffrirebbero a lungo, lo indusse (221) a adottare il cugino Alessandro Severo, acciò, diceva, gli affari nol distraessero dalle divine sue cure. Elagabalo, come vide costui non pigliar parte alle sue dissolutezze, e rendersi caro al popolo e al senato, tentò ucciderlo: ma i pretoriani si sollevarono, e uccidevano l'imperatore se a lacrime non avesse impetrato gli lasciassero la vita e lo sposo; onde sfogarono la loro indignazione sugli altri compagni di sue dissolutezze. Quando l'anno vegnente attentò ancora alla vita d'Alessandro, i pretoriani di nuovo tumultuarono, e avendo Elagabalo dovuto portarlo nel loro campo, a quello profusero applausi, a lui insulti. Irritato, comanda la morte di alcuni, ma i loro compagni li strappano al carnefice; si fa baruffa; Elagabalo si nasconde nelle fogne, ed ivi scoperto è ucciso (222). Avea diciott'anni!

Alessandro Severo di quattordici fu gridato imperatore, augusto, padre della patria, grande, prima di pur conoscerlo[10]. Egli, dolce e modesto, lasciossi regolare dalla madre Mammea[11], la quale gli pose attorno un consiglio di sedici senatori, e a loro capo il celebre Domizio Ulpiano, affinchè risarcissero lo scompiglio del governo e delle finanze, rimovessero i tanti indegni impiegati, e formassero il giovane imperatore.

Rispettoso ad essa e ad Ulpiano, aborrente dagli adulatori, Alessandro amò la virtù, l'istruzione, il lavoro. Sorto coll'alba, dopo le devozioni nella domestica cappella, adorna delle immagini d'eroi benefici, dava opera agli affari nel consiglio di Stato e alle cause private, donde ricreavasi coll'amena lettura e collo studiare poesia, filosofia, storia, massime in Virgilio, Orazio, Platone e Tullio, senza trascurare gli esercizj del corpo. Rimessosi poi agli affari, dava spaccio a lettere e memoriali, fin alla cena, frugalmente imbandita per pochi amici, dotti e virtuosi, la cui conversazione o la lettura gli tenesser luogo de' ballerini e de' gladiatori, condimento ai banchetti romani. Vestiva positivo, parlava cortese, a tutti dava udienza in certe ore, e un banditore ripeteva quella formola de' misteri eleusini: — Qua non entri chi non ha animo castigato ed innocente». Avea scritto sulle porte del palazzo: — Fate altrui quel che a voi vorreste fatto». Di Cristiani avea piena la Corte, e v'è chi dice adorasse in secreto Cristo ed Abramo, e pensasse ergere tempj al vero Dio, se gli oracoli non avessero riflettuto che ridurrebbe con ciò deserti que' degli altri. Come vedeva usato dai Cristiani nella scelta de' sacerdoti, pubblicava il nome de' governatori che eleggeva alle provincie, invitando chi avesse alcun che da opporre. Moderato il lusso, diminuì il prezzo delle derrate e l'interesse del denaro, non lasciando al popolo mancare nè largizioni nè divertimenti. I governatori, persuasi che l'amore de' governati fosse il solo modo di piacergli, tornavano in lena le provincie; e così ricreavasi l'impero da quarant'anni di diversa tirannia.

Restavano, pessima piaga, i soldati, indocili d'ogni freno. Alessandro gli amicò coi donativi e con alleviarli da qualche peso, come dal portar nelle marcie la provvigione per diciassette giorni; ne diresse il lusso sui cavalli e sulle armi; alle loro fatiche sottoponevasi egli stesso, li visitava malati, non lasciava alcun servizio senza memoria o compenso, e diceva premergli più il conservar loro che se stesso, in quelli consistendo la pubblica salvezza.

Ma val rimedio a male incancrenito? Ai pretoriani venne a noja la virtù del loro creato, e tacciavano Ulpiano loro prefetto di consigliarlo alla severità; onde infuriati corsero Roma per tre giorni come città nemica, ficcando anche il fuoco, sinchè ebbero Ulpiano, che trucidarono sugli occhi stessi dell'imperatore (230), indarno buono. Egual fine minacciavano a qualunque ministro fedele; nè Dione storico campò, che con celarsi nelle sue ville di Campania. Le legioni imitarono il tristo esempio, e da ogni banda rivolte e uccisioni d'uffiziali attestavano che nulla più giovava la bontà in tanta sfrenatezza.

Al tempo suo (223-26) una grande rivoluzione ristorò l'impero di Persia, e Ardescir-Babegan o Artaserse, figlio di Sassan, re dei re, all'unità dell'amministrazione e del culto del fuoco secondo la dottrina di Zoroastro ridusse quanto paese giace tra l'Eufrate, il Tigri, l'Arasse, l'Oxo, l'Indo, il Caspio e il golfo Persico. Erano nuovi tremendi nemici all'impero romano; giacchè Ardescir disegnò ricuperare quanto avea posseduto Ciro; e senza riguardo ad Alessandro Severo, passò l'Eufrate (232), sottomise molte provincie contigue, ed all'imperatore che s'avvicinava coll'esercito mandò quattrocento uomini, i più atanti di loro persone, i quali dicessero: — Il re dei re manda ordine ai Romani e al loro capo; sgombrino la Siria e l'Asia Minore, e restituiscano ai Persiani i paesi di qua dell'Egeo e del Ponto, posseduti dai loro avi».

Alessandro s'irritò a quella tracotanza, e tolti ai messi gli ornamenti, li relegò nella Frigia; la Mesopotamia senza battaglia ricuperò; e sconfisse Ardescir (233), che contava cenventimila cavalli, diecimila soldati pesanti, mille ottocento carri da guerra, e settecento elefanti. Alessandro divise il suo esercito in tre corpi, che per diversi lati invadessero la Partia; e la concordia del ben disposto attacco avrebbe potuto fiaccare i Persi, se l'esercito romano non avesse ricusato le fatiche e trucidato gli uffiziali. Reduce a Roma (234), e vantate le sue imprese in senato, Alessandro trionfò condotto da quattro elefanti, ed ebbe il soprannome di Partico e di Persico: ma poco stante Ardescir ripigliò quanto i Romani aveano acquistato, e in quindici anni di regno consolidò la sua potenza minacciosa alla romana.

Alessandro disponevasi a rinnovare le ostilità, da cui lo distrassero i Germani. Accorso al Reno, ne li respinse (235); ma l'arrestò lo scompiglio de' suoi eserciti, intolleranti delle fatiche, della disciplina e del rigore ond'egli puniva qualunque oltraggio recassero nelle marcie, lungo le quali faceva ripetere dagli araldi quel suo — Fate come volete che a voi si faccia».

Quando Alessandro, reduce d'Oriente, festeggiò nella Tracia con giuochi militari il natogli Geta, si presentò un garzone balioso, in barbara lingua implorando l'onore di concorrere alla lotta. La sua corporatura dava grand'indizio di vigoria; laonde, affinchè non avesse, egli barbaro, a trionfare d'un soldato romano, furongli opposti i più forzosi schiavi del campo: ma un dopo l'altro, sedici ne abbattè. Compensato con regalucci ed arrolato nelle truppe, al domani le divertì con saltabellare a modo del suo paese: e vedendo che Severo gli avea posto mente, tenne dietro al cavallo di lui in una lunga corsa, senz'ombra di stanchezza; al fine della quale avendogli l'imperatore esibito di lottare, accettò e vinse sette robusti soldati. Alessandro il regalò d'una collana d'oro, e lo scrisse fra le guardie del suo corpo con paga doppia, l'ordinaria non bastando al suo mantenimento.

Costui chiamavasi Massimino, di padre goto, di madre alana: alto otto piedi, trascinava un carro cui non bastava un par di bovi, sradicava alberi, fiaccava la tibia di un cavallo con un calcio, spiaccicava ciottoli fra le mani, mangiava quaranta libbre di carne, bevea ventiquattro pinte di vino al giorno, quando non eccedesse. Nel trattare cogli uomini vide la necessità di frenare la natìa fierezza; e sotto i succedentisi imperadori si conservò in grado: Alessandro il costituì tribuno della quarta legione; indi, per la disciplina che serbava, lo promosse al primo comando, lo ascrisse al senato, e pensava dare sua sorella a Giulio Vero figlio di lui, bello, robusto e coraggioso quanto superbo.

Tanti benefizj, non che ammansassero Massimino, l'invogliarono a tutto osare quando tutto potea la forza; spargeva cronache e risa su questo imperator siro, tutto senato, tutto mamma; e formatasi una fazione, lo assalì presso Magonza (235), e lo trucidò con Mammea, di soli ventisei anni. I soldati uccisero gli assassini, eccetto il capo: popolo e senatori piansero Alessandro quanto meritava, e con annua festa ne commemoravano il natale. Massimino, gridato imperatore, si associò il figlio, cui i soldati baciarono le mani, le ginocchia, i piedi; il senato confermò quel che non poteva disfare; e tosto cominciarono le vendette e le crudeltà. Come chi da infima perviene ad alta fortuna, Massimino temeva il dispregio e i confronti; quindi la nascita illustre o il merito erano colpa agli occhi suoi, colpa l'averlo vilipeso, colpa l'averlo sovvenuto nella sua povertà. Un sospetto bastava perchè governatori, generali, consolari fossero incatenati sui carri e portati all'imperatore, che, non sazio della confisca e della morte, li faceva o esporre alle fiere entro pelli fresche di bestie, o battere sinchè avessero fil di vita. Nè i Cristiani cansarono la sua ferocia (236).

A pari con questa andava in lui l'ingordigia; e incamerò le rendite indipendenti che ciascuna città amministrava per le pubbliche distribuzioni e per sollazzi, spogliò i tempj, e le statue di numi e d'eroi volse in moneta. Dappertutto fu indignazione, in qualche luogo tumulto. Nell'Africa, alcuni giovani ricchissimi, spogliati d'ogni ben loro dal procuratore ingordo, armano schiavi e contadini, trucidano il magistrato, e gridano imperatore Marc'Antonio Gordiano (237) proconsole di quella provincia.

Questo ricco e benefico senatore, discendente dai Gracchi e da Trajano, occupava in Roma il palazzo di Pompeo, adorno di trofei e pitture: aveva sulla via di Preneste una villa di magnifica estensione, con tre sale lunghe cento piedi, e un portico sorretto da ducento colonne de' quattro più stimati marmi: nei giuochi dati al popolo, non esibiva mai meno di cencinquanta coppie di gladiatori, talora cinquecento: un giorno fece uccidervi cento cavalli siciliani ed altrettanti cappadoci, e mille orsi, a non dire le fiere minori: e siffatti giuochi, essendo edile, rinnovò ogni mese; fatto console, gli estese alle principali città d'Italia.

Qui tutta la sua ambizione; placido del resto da non eccitare la gelosia de' tiranni, attendeva alle lettere e cantò in trenta libri le virtù degli Antonini. Toccava gli ottant'anni quando gli sopragiunse codesta sventura dell'impero; e poichè preci e lacrime adoprò invano a stornarla, vedendo non camperebbe altrimenti o dai soldati o da Massimino, accettò e pose sede in Cartagine. Imperatore con esso fu dichiarato suo figlio Gordiano, il quale avea raccolto ventidue concubine e sessantaduemila volumi: da ciascuna delle prime ebbe tre o quattro figliuoli; degli altri si valse per fare egli stesso libri, di cui qualcuno ci rimane.

Dando contezza al senato della loro elezione, i nuovi imperatori protestavano deporrebbero la porpora se così a quello piacesse; dei decreti ordinavano la pubblicazione soltanto qualora il senato vi acconsentisse; richiamavano gli esuli, promettevano generosamente ai soldati e al popolo, invitavano gli amici a sottrarsi dal tiranno. La risolutezza del console vinse l'esitanza del senato, che dichiarò nemici i Massimini e chi con loro, e ricompense a chi gli uccidesse; e per tutta Italia si diffuse la rivolta, contaminata di troppo sangue. Il senato avvilito a quel modo sotto il villano goto, ripigliava allora spiriti e dignità, disponeva la difesa e la guerra, per deputati invitava i governatori in ajuto della patria. Dappertutto erano i ben accolti; ma Capeliano, governatore della Mauritania e privato nemico de' Gordiani, fatto massa, aggrediva i nuovi imperatori (238) in Cartagine. Il figlio periva combattendo; il padre all'annunzio si strangolava, regnato appena sei settimane: Cartagine fu presa, e torrenti di sangue saziarono la vendetta di Massimino.

Il quale, all'udire le prime nuove, infuriando a modo di bestia, voltolavasi per terra, dava del capo nelle muraglie, trafisse quanti gli erano intorno, finchè a viva forza gli si strappò la spada, poi mosse verso Italia. Proclamava intera perdonanza: ma chi si sarebbe fidato? Il senato, spinto dalla disperazione ad un coraggio che la ragione rinnegava, proclamò imperatori due vecchi senatori, Massimo Pupieno e Claudio Balbino, uno che dirigesse la guerra, l'altro che regolasse la città. Il primo, figlio di un carpentiere, rozzo ma valoroso ed assennato, era salito di grado in grado fino ai sommi e alla prefettura di Roma. Le sue vittorie contro Sarmati e Germani, e il tenore austero di sua vita, non disgiunta da umanità, il faceano riverito dal popolo; come amato n'era Balbino, oratore e poeta di nome, integro governatore di molte provincie, ricco sfondolato e liberale, amico de' piaceri senza eccesso.

Appena costoro in Campidoglio compivano i primi sagrifizj, il popolo tumultua, vuol fare esso pure una elezione, e che ai due s'aggiunga un nipote di Gordiano, fanciullo di dodici anni, anch'esso Gordiano di nome. Quelli accettarono il cesare, e rabbonacciato il tumulto, pensarono a consolidarsi.

Massimino, a capo dell'esercito col quale avea più volte vinto i Germani e meditato stendere l'impero fino al mar settentrionale, movea sbuffando sopra l'Italia, che mai non avea vista dopo imperatore; e sceso dall'AIpi Giulie, trovava il paese deserto, consumate le provvigioni, rotti i ponti, volendo così il senato logorarne le forze sotto i castelli nel miglior modo muniti. Prima Aquileja gli abbarrò la marcia con risoluto coraggio, fidata nel dio Beleno, che credeva combattesse sulle sue mura. Se però Massimino si fosse lasciata alle spalle quella città, difilandosi sopra Roma, che cosa avrebbe potuto opporgli Pupieno, proceduto sin a Ravenna per tenergli testa? E che valevano i politici accorgimenti di Balbino contro gl'interni tumulti? Ma le truppe di Massimino, trovando il paese desolato e un'inattesa resistenza, s'ammutinarono; e un corpo di pretoriani, tremando per le mogli ed i figli loro rimasti nel campo d'Alba, trucidarono il tiranno col figlio e co' suoi più fidati.

Aquileja spalanca le porte, assediati e assediatori abbracciansi nella esultanza della ricuperata libertà, e in Ravenna, in Roma, per tutto la gioja, i mirallegro, i ringraziamenti agli Dei sono in proporzione del terrore eccitato dagli uccisi e dalla fiducia nei nuovi. Questi abolirono o temperarono le tasse imposte da Massimino, rimisero la disciplina, pubblicarono leggi opportune col consiglio del senato, e cercarono rimarginare le ferite sanguinose. Pupieno chiedeva a Balbino: — Qual premio aspettarci per aver liberato Roma da un mostro? — L'amore del senato, del popolo e di tutti», rispose Balbino; ma l'altro più veggente: — Sarà piuttosto l'odio dei soldati e la loro vendetta».

E indovinò. Ancor durante la guerra, popolo e pretoriani si erano in Roma levati a stormo, inondate le vie di sangue, gittato il fuoco ne' magazzini e nelle botteghe. Il tumulto fu sopito, non estinto, talchè i senatori andavano muniti di pugnali, i pretoriani adocchiavano l'occasione di vendicarsi; tutti al pari beffandosi dei deboli argini che gl'imperatori mettevano al torrente delle fazioni. Crebbe il fermento allorchè i pretoriani si trovarono riuniti in Roma; e fremendo che agl'imperatori da essi eletti fossero surrogate queste creature del senato, e che si pretendesse rimettere le leggi e la disciplina, trucidano gl'imperatori, e recano al campo il giovine Gordiano III, proclamandolo unico padrone (238).

Quel fanciullo pareva nato fatto per riconciliare i rissosi: egli bello, egli soave, egli rampollo di due imperatori, morti prima di divenire malvagi; egli detto figliuolo dal senato, come dai soldati; egli dalla plebe amato più che qualunque suo predecessore. Misiteo, suo maestro di retorica poi suocero e prefetto al pretorio, dato lo sfratto a' ribaldi confidenti del giovine imperatore, meritò la fiducia coll'onestà e colla valentìa. Ma poco appresso morì; e il comando de' pretoriani fu commesso a Marco Giulio Filippo, che, non contento di quel posto, brigò fra i soldati tanto, che obbligò Gordiano ad assumerlo compagno nel dominio (244), poi lo depose, infine lo trucidò a Zait mentre guerreggiava il re sassanide Sciapur o Sapore, figlio di Ardescir.

Filippo era nato a Bosra nell'Idumea, da un capo di carovane arabe, e v'è chi lo dice cristiano, sebbene le opere nol mostrino. Acconciatosi con Sàpore, tornò in Antiochia (243), dove volendo assistere alla solennità della Pasqua, il vescovo Babila lo dichiarò indegno, finchè non subisse la penitenza. Giunto a Roma, si conciliò il popolo colla dolcezza, e celebrò il millenario della città (247) con giuochi ove combatterono trentadue elefanti, dieci orsi, sessanta leoni, un caval marino, un rinoceronte, dieci leoni bianchi, dieci asini, quaranta cavalli selvaggi, dieci giraffe, oltre belve minori e duemila gladiatori. Sanguinosi dovean essere i giubilei della eroica città.

Ma d'ogni parte rampollavano nuovi imperatori, il più fortunato de' quali fu Gneo Messio Decio di Sirmio, governatore della Mesia; marciando contro del quale Filippo fu trucidato a Verona (249) per mano dello stesso Decio, dopo cinque anni d'impero.

Aveva egli lasciato progredire la religione cristiana, contro della quale invece Decio bandì severissimi editti (250): e chi ne faceva professione, era sturbato dalle case e dai beni, e tratto al supplizio. Rinnovaronsi allora gli orrori delle proscrizioni; fratelli tradirono i fratelli, figliuoli i padri; chi potea sottrarsi a quel furore, si riduceva nelle selve e negli eremi. V'era mosso Decio dall'amore dell'antica disciplina, che, attribuendo le sciagure dell'impero alla corruttela, tentò ripristinare. Avea pensato ristabilire la censura; quasi la rugginosa instituzione fosse applicabile quando su tutto il mondo incivilito sarebbesi dovuto estendere l'ispezione, e chiamare a giudizio inerme l'armata depravazione. Pure volendo che il senato eleggesse un censore, l'unanime voce acclamò Valeriano; e l'imperatore, conferendogli il grado, disse: — Te fortunato per l'universale approvazione! ricevi la censura del genere umano, e giudica i nostri costumi. Eleggerai i meritevoli di seder nel senato, renderai lo splendore all'ordine equestre, crescerai le pubbliche entrate pur alleggerendo le gravezze, dividerai in classi l'infinita moltitudine de' cittadini, terrai ragione di quanto concerna le forze, le ricchezze, la virtù, la potenza di Roma. Al tuo tribunale sono soggetti la corte, l'esercito, i ministri della giustizia, le dignità dell'impero, eccetto solo i consoli ordinarj, il prefetto della città, il re dei sacrifizj, e la maggior Vestale sinchè casta».

Prima che al fatto apparisse ineseguibile quel disegno, lo interruppero i Goti, che invasero la Bassa Mesia (254), poi la Tracia e la Macedonia. Ora vincendo a forza, ora giovato dai tradimenti, l'imperatore li ridusse a tale estremità, che offrirono di rendere i prigionieri ed il bottino, pur che fossero lasciati ritirarsi. Decio, risoluto a sterminarli, s'attraversò al loro passo. Mal per lui; giacchè, assalito in disperata battaglia, vide cadere trafitto il proprio figliuolo. Decio gridò ai soldati: — Non abbiam perduto che un uomo; sì lieve mancanza non ci scoraggi»; ed avventatosi ove più fervea la mischia, vi trovò la morte.

Dell'esercito sbaragliato le reliquie si raggomitolarono al corpo di Vibio Treboniano Gallo, da lui spedito per tagliare la ritirata ai Goti. Questi, che forse avea colpa della sconfitta, finse volerla vendicare, e così amicossi l'esercito che l'acclamò imperatore: ed egli si associò Ostiliano figlio di Decio, e, morto fra breve costui, il proprio figlio Volusiano. Ma non appena il senato lo confermò, conchiuse vergognosa pace coi Goti, promettendo fin un tributo; serbatosi a manifestare il suo coraggio col perseguitare i Cristiani.

Nel suo regno d'un anno e mezzo, peste e siccità desolarono; Goti, Borani, Carpi, Burgundioni irruppero nella Mesia e nella Pannonia; gli Sciti devastarono l'Asia, i Persiani occuparono fino Antiochia. Il mauro Emilio Emiliano, comandante della Mesia, borioso d'aver vinto i Barbari, e sprezzando Gallo che marciva a Roma nei piaceri, si fa salutare imperatore (253 — maggio), e prima che questi ben si sdormenti, entra in Italia, e scontratolo a Terni, il vede ucciso col figlio Volusiano da' suoi stessi soldati. Ma l'esercito uccide lui pure presso Spoleto, dopo quattro mesi di regno, e s'accorda col senato e coll'esercito della Gallia e Germania che aveano acclamato Licinio Valeriano.

Illustre nascita, modestia, prudenza faceano caro costui, che forbendosi dai vizj d'allora, applicava alle belle lettere i suoi riposi; devoto dei costumi antichi, aborriva la tirannide, talchè parea degno dell'impero. Ma come l'ottenne, si sentì inabile a tanto peso; nè altro ajuto seppe scegliere che il proprio figlio Egnazio Gallieno, effeminato e vizioso. Pure dava miti ed opportuni provvedimenti, quando il chiamarono all'armi i popoli, che dal Settentrione e dall'Oriente irrompevano.

Valeriano, vittorioso dei Goti, combattendo Sàpore (259) nella Mesopotamia restò vinto e prigioniero per tradimento di Fulvio Macriano suo favorito. Il re dei re, invanito dell'opìmo trionfo, il menò catenato per le città principali, sul dosso di lui metteva il piede per montare a cavallo: morto dopo parecchi anni di prigionia, lo fece scorticare, e dedicarne la pelle in un tempio, a perpetuo obbrobrio. Altri storici attestano che rispettò il prigioniero, a cui lo strazio peggiore fu il vedere suo figlio esultare d'una sventura che anticipavagli il regno. I Cristiani vi ravvisarono la punizione dell'aver perseguitato i Fedeli, come fece ad istigazione di Marciano, famigerato mago egizio, il quale gli persuase non potrebbe l'impero mai prosperare finchè non annichilasse un culto abbominato dai patrj numi.

All'annunzio della sconfitta, tutti i nemici dell'impero quasi d'accordo l'assalgono e invadono anche l'Italia. Dal pericolo ridesti, i senatori posero in essere la guarnigione pretoriana, arrolandovi i più robusti plebei, sicchè i Barbari diedero volta. Gallieno rimasto solo all'impero, s'adombrò di quest'accesso marziale; onde interdisse ai senatori qualunque grado militare, e fin l'accostarsi ai campi delle legioni: esclusione che i ricchi ammolliti accettarono come un favore.

Gallieno procurò imbonire i Barbari anche con parentele, sposando la figlia di Pipa re dei Marcomanni, nozze sempre tenute per sacrileghe dalla romana vanità. Nell'Illiria sconfisse e uccise Ingenuo acclamato imperatore, e in vendetta mandò per le spade gli abitanti della Mesia, colpevoli o no. — Non basta (scriveva a Veriano Celere) che tu faccia morire semplicemente quelli che portarono le armi contro di me, e che avrebbero potuto perire nella zuffa; voglio che in ogni città tu stermini tutti gli uomini, giovani o vecchi: non risparmiare pur uno che m'abbia voluto male o sparlato di me, figlio, padre e fratello di principi. Uccidi, strazia senza pietà, fa come farei io stesso che di propria mano ti scrivo»[12].

Al furibondo decreto davasi esecuzione (261), talchè i minacciati, per disperazione, gridarono imperatore Nonio Regillo. Daco d'origine, e discendente da Decebalo che guerreggiò con Trajano, era prode a segno, che Claudio, futuro imperatore, gli scrisse: — Un tempo ti sarebbe stato decretato il trionfo: ora ti consiglio a vincere con maggior precauzione, e non dimenticare che v'è cui le tue vittorie darebbero sospetto». Questo valore lo portò al trono, ma non gliel conservò, e ben tosto fu ucciso (262) dai proprj soldati.

Un altro imperatore sorto nelle Gallie, Cassiano Postumio, di bassa nazione ma sommo capitano, assediò in Colonia Salonino figlio di Gallieno, e l'uccise (259), ed ebbe omaggio dalla Gallia, dalla Spagna e dalla Bretagna, per otto anni conservandovi la tranquillità, e facendosi amare.

Tanti tumulti interni lasciavano agevolezza al persiano Sàpore di devastare a baldanza l'Oriente. Anicio Balisto, capitano del pretorio sotto Valeriano, raccolte le reliquie dell'esercito di questo, osa tenergli fronte, e supplendo al numero colla rapidità e l'arte, libera Pompejopoli in Cilicia, fa macello de' Persi in Licaonia, molti rendendone prigioni, e tra questi le donne di Sàpore; poi ritirandosi prima che questi il raggiunga, sbarca come un lampo a Sebaste e a Corissa di Cilicia, sorprendendo e trucidando gl'invasori. Lo aveva soccorso Odenato di Palmira, sceico d'alcune tribù di Saracini, educato dalla puerizia a caccie e battaglie; e che respinto Sàpore e toltigli i tesori, entrò nella Mesopotamia, e inoltrossi nel cuore dell'impero per liberare Valeriano. Vinto Sàpore in campale giornata (261) sulle sponde dell'Eufrate, lo chiude colla sua famiglia in Ctesifonte, e gli sforzi suoi erano forse coronati, se le rinascenti sedizioni dell'impero non avessero resa impossibile qualunque impresa grande. In ricompensa de' segnalati servigi, nominato da Gallieno capo di tutte le forze romane in Oriente, Odenato assunse il titolo di re di Palmira, città del deserto (263), che per la cintura delle solitudini isolata dal mondo, erasi serbata indipendente fra Roma e i Parti, straordinariamente arricchita dall'essere la posata delle carovane che andavano e venivano fra l'impero romano e le Indie.

Mentre quivi Odenato e Balisto faceano mirabili prove, Gallieno logoravasi fra meretrici: la crudeltà esercitava, non contro i senatori, ma contro i soldati, facendone morire fin tre e quattromila al giorno. Una volta menò ridicolo trionfo con finti prigionieri vestiti da Goti, Sàrmati, Franchi e Persiani; onde alcuni inopportunamente lepidi si diedero a squadrare costoro, e chiesti che cosa esaminassero tanto minutamente, risposero: — Cerchiamo il padre dell'imperatore». Gallieno li fece buttare nel fuoco, ottimo modo di aver ragione. Poi prendea diletto a disputare col filosofo Plotino, e ideava di commettergli una città ove ridurre in atto la repubblica di Platone; faceva anche bei versi ed orazioni; sapeva con pari maestria ornare un giardino o cuocere un pranzo; iniziavasi ai misteri di Grecia, sollecitava un posto nell'areopago d'Atene; e nelle solennità d'immeritati trionfi o nel lusso di sua corte profondeva tesori, che la pubblica miseria e le grandi calamità reclamavano. Singolarmente memorabile fu il trionfo da lui menato a Roma il decimo anno di suo impero, e descrittoci da Trebellio. L'imperatore, corteggiato dal senato, dai cavalieri, dalle milizie biancovestite, preceduto dal popolo, da donne, da servi con torcie e candele, andò processionalmente in Campidoglio. Cento bovi colle corna dorate e con gualdrappe di seta, preziosa rarità, e ducento pecore bianche precedeano, ond'essere sagrificate. Vi fecero pur mostra dieci elefanti, milleducento gladiatori, carrette con ogni maniera di buffoni e commedianti, forze ciclopiche, feste e giuochi per tutto, infine alquante centinaja di persone vestite da Sciti, da Franchi, da Sarmati, da Persi. Fra ciò, nessuna cura de' pubblici interessi; se gli si dice morto suo padre, — Sapevo ch'egli era mortale»; se gli annunziano perduto l'Egitto, — Faremo senza delle sue tele»; se occupata la Gallia, — Perirà Roma senza le stoffe di Arras?» se predata l'Asia dagli Sciti, — Non potremo noi lavarci senza le spume di nitro?»

Quest'indolenza suscitava d'ogni parte usurpatori, che nella storia sono conosciuti col nome di Trenta Tiranni, sebbene quel numero non si ragguagli col vero: ma come senza noja e confusione seguire tutti costoro nel breve tragitto dal trono alla tomba?

Fulvio Macriano, meritati i primi gradi della milizia, coll'appoggio di Balisto si fece gridar imperatore. Appena l'udì, Valerio Valente, proconsole nell'Acaja, prese il titolo stesso: lo imitò Calpurnio Pisone (261), speditogli contro. Era quest'ultimo d'illustre casa e di grandi virtù, talchè, all'udirlo ucciso, Valente sclamò: — Qual conto dovrò rendere ai giudici infernali della morte d'uno che non ha l'eguale nell'impero!» Il senato ne decretò l'apoteosi, dichiarando non essersi mai dato uomo migliore nè più fermo.

Macriano sul confine della Tracia fu sconfitto e morto. Balisto, chiamatosi imperatore in Emesa, è da un sicario di Gallieno tolto di vita (264). In Egitto un Emiliano fu pure sconfitto e spedito a Roma, e quivi strangolato in prigione, secondo il rito degli avi. Nell'Asia Minore gl'Isauri acclamarono Claudio Annio Trebelliano, e morto questo in campo, ricusarono sottomettersi, e devastarono l'Asia Minore e la Siria fin al tempo di Costantino. Cornelio Gallo, gridato augusto in Africa, in capo a sette giorni è crocifisso.

Postumio nelle Gallie associossi Pianvonio Vittorino, resistendo a' replicati attacchi di Gallieno, e vincendo un Lucio Eliano, erettosi imperatore a Magonza; ma non volendo assentire ai soldati il saccheggio di questa città, fu trucidato col figlio. Servio Lolliano che gli successe, cadde ucciso per istigazione di Vittorino (266), che restò unico padrone delle Gallie, finchè un marito oltraggiato non lo scannò. Erasi egli destinato successore il figlio: però i Galli, sdegnando obbedire ad un fanciullo, elessero Marc'Aurelio Mario, armajuolo di forza e valore straordinario; ma, tre giorni dopo, un suo garzone gli confisse la spada nel cuore, dicendo: — Fu fabbricata nella tua fucina». I soldati gli surrogarono Pesuvio Tetrico, senatore e consolare, che restò in possesso della Gallia, Spagna e Britannia. Questi efimeri erano elevati ed abbattuti da Vittoria madre di Vittorino, che a Gallieno opponeva virile coraggio e immense ricchezze.

Anche Odenato, che, pel merito d'aver conservate le provincie orientali, era stato da Gallieno assunto socio all'impero, e che continuava prosperamente contro i Persi, mentre accorreva per riparare alle invasioni dei Goti fu assassinato ad Emesa da un suo nipote (267); e in nome dei tre figli che lasciava, governò la sua seconda moglie Zenobia, forse complice dell'assassinio, col titolo di regina d'Oriente e colle insegne imperiali.

Acilio Aureolo, generale di Gallieno nell'Illiria, era stato obbligato dall'esercito ad accettare la porpora, e passate le Alpi, battuto l'esercito imperiale sull'Adda fra Bergamo e Milano, ove gettò un ponte che ancora conserva il suo nome (Pons Aureoli, Pontiròlo) (268), occupò Milano. Quivi assediava Gallieno, quando una congiura tolse questo di vita, nel decimoquinto anno di regno, trentesimoquinto d'età. Sulle prime i soldati voleano vendicarlo, poi vinti a denaro il dichiararono tiranno; il senato lo pubblicò nemico della patria, fece trabalzare i suoi amici e parenti dalla rupe Tarpea, poco dopo lo deificò.

Il suo fu de' più infelici tempi che la storia ricordi; tutto guerra dal Nilo alle Spagne, dall'Eufrate alla Bretagna; orde di Barbari irrompevano, gli schiavi agricoli insorgevano, i tiranni faceano a chi peggio: e poichè ogni nuovo che saltasse su, doveva profondere coi soldati, bisognava smungesse il popolo; come in ogni Stato nuovo, commetteva vessazioni e crudeltà; poi rapidamente cadendo, avvolgeva nelle ruine l'esercito e le provincie. Talvolta ancora questi istantanei signori davano mano ai Barbari per sostenersi contro i rivali; sempre la loro disunione ne fomentava le correrie. La fame e la peste durata dal 250 al 65 faceano del resto; poi tremuoti, eclissi di sole, cupi muggiti della terra accrescevano lo sgomento dei popoli.

A un impero costituito sulle armi, dalle armi potea derivare qualche ristoro: e ne arrestò di fatto il tracollo una serie di prodi imperatori, venuti dall'Illiria dopo di tristi venuti d'Africa e di Siria. L'esercito acclama Marc'Aurelio Claudio (268), come il più degno di sostenere il nome e la dignità imperiale; e i senatori lo confermano, adunandosi nel tempio d'Apollo: — Augusto Claudio, gli Dei ti conservino per noi (ripetuto sessanta volte). Te o un par tuo noi abbiamo sempre desiderato (quaranta volte). Tu padre, tu fratello, tu amico, tu senatore eccellente, tu vero imperatore (quaranta volte). Tetrico è un nulla avanti a te (sette volte). Liberaci da Aureolo, da Zenobia, da Vittoria (cinque volte)».

Quest'illirico, acquistato il trono senza delitti, continuò l'assedio di Milano finchè vi prese Aureolo, e ne concesse la morte alla domanda del suo esercito; sconfisse i Germani inoltratisi fino al lago di Garda: ma Tetrico si sostenne nella Gallia anche dopo morta Vittoria. Claudio in Roma attese a ricomporre come meglio poteva i disordini causati dai precedenti tumulti; agli amici e alla famiglia di Gallieno, dal senato condannati a morte, impetrò il perdono; e fu soprannomato il secondo Trajano.

Mosso contro i Goti (269) che, saccheggiate le provincie, ritiravansi per l'Alta Mesia, scrisse al senato: — Mi trovo al cospetto di trecenventimila nemici. Se n'esco vincitore, confido sulla vostra riconoscenza: se l'esito non risponde alle speranze, vi ricordi che dal regno di Gallieno l'impero restò snervato, colpa sua e de' tiranni che desolarono le nostre provincie. Nè lancie abbiamo, nè spade, nè scudi; le Gallie e la Spagna, anima dell'impero, sono in mano di Tetrico; gli arcieri, occupati contro Zenobia. Per poco che otteniamo, sarà già assai». Pure, dopo alquanti giorni, potè scrivere di nuovo: — Abbiam disfatto i Goti e distrutto la loro flotta di duemila vele; i campi sono coperti di scudi e di cadaveri; e tanti prigioni, che due o tre donne toccarono per ciascun soldato».

Di vittorie così segnalate faceva mestieri per puntellare il vacillante impero. Ma Claudio durò appena due anni: il senato gli decretò divini onori (270), e sospese nelle sale delle adunanze uno scudo d'oro coll'effigie di esso; il popolo gli alzò una statua d'oro alta sei piedi, una d'argento pesante mille cinquecento libbre; e unanimi chiamarono a succedergli il fratello Marc'Aurelio Quintillo: il quale, dopo diciassette giorni, fu trucidato dall'esercito, o si uccise all'udire che l'esercito aveva proclamato Lucio Domizio Aureliano.

Quest'umile pannone era segnalato per forza e valore, sicchè i soldati il conosceano col soprannome di Mano al ferro; cantavano ad onor suo canzoni, il cui ritornello era Mille, mille, mille uccise, e diceano che in varie battaglie ammazzasse di suo pugno novecentocinquanta nemici. I Goti gli chiesero pace: ma Alemanni, Giutongi e Marcomanni malgrado suo penetrarono in Italia, e presso Piacenza voltolo in fuga, si difilarono sopra Roma. Lo spavento allora andò al colmo, si consultarono i Libri Sibillini, e l'imperatore stesso si lagnò col senato perchè ne' riti religiosi procedesse a rilento. — E che? (diceva) siete forse radunati in una chiesa cristiana, non più nel tempio di tutti gli Dei? Esaminate; e qualunque spesa, qualunque animale od uomo vi ordinino i sacri libri, io ve ne fornirò». Processioni di sacerdoti biancovestiti tra cori di vergini e garzoni, che lustravano la campagna e la consacravano con mistici sacrifizj, ravvivarono il coraggio de' Romani, sicchè Aureliano, raccozzate le reliquie, presso Fano ruppe i Germani, poi in altre battaglie li sterminò. Anche i Vandali che avevano varcato il Danubio, furono da lui sconfitti, e costretti a dare ostaggi i figli dei due loro re. Cercando però vantaggio reale, più che lusinghiera apparenza, abbandonò la conquista di Trajano di là dal Danubio.

Ripristinata la disciplina[13], ogni leggier mancamento de' soldati puniva severissimamente; avendo un d'essi violato la donna dell'ospite suo, lo fece legare a due alberi piegati, e sparare. I soldati pertanto, in canzoni diverse dalle prime, cantavano: — Costui versò più sangue che altri non bevesse vino». Se non che faceva sembrare meno pesante quella disciplina col sottoporvisi egli stesso. Anche in Roma dovette ricorrere ai partiti più rigorosi, e varj senatori mandò a morte per accuse lievi nè provate. Riparò la mura attorno alla città, per modo che ventun miglio circuiva: il che, se blandiva l'orgoglio romano coll'estensione, l'umiliava, avvertendo come la capitale dell'impero dovesse provvedere con munizioni alla propria sicurezza.

Disposte le cose per la pace e la guerra, drizzò contro la regina Zenobia, che scaltra e coraggiosa restò padrona della Siria e della Mesopotamia, ebbe anche l'Egitto, prese gran parte d'Asia. Aureliano la vinse presso Antiochia ed Emesa (272), l'ebbe prigioniera, distrusse Palmira di modo, che fin le immense sue ruine si ignorarono, finchè nel secolo passato ridestarono la meraviglia degli artisti e de' curiosi. Domo anche l'Egitto, la cui conservazione tanto importava per vettovagliare l'Italia, determinato il grano, il papiro, il lino, il vetro che annualmente dovea tributare, Aureliano si volse all'Europa per ritogliere Spagna, Gallia e Britannia dalle mani di Tetrico. Questi, che per cinque anni avea piuttosto obbedito che comandato a turbolenti soldati, venne a darglisi spontaneo (271), onde dopo tredici anni quelle provincie si ricongiunsero all'impero.

Aureliano menò trionfo pomposo se altro mai. Precedeano venti elefanti, quattro tigri, oltre ducento fiere delle più rare e curiose dell'Oriente e del Mezzodì; poi mille seicento gladiatori destinati all'anfiteatro. Seguivano i tesori dell'Asia e della regina di Palmira in bell'ordine e disordine; e sopra carri innumerevoli, elmi, scudi, corazze, insegne militari. Gli ambasciadori di remotissime regioni, etiopi, arabi, persi, battriani, indi, cinesi, venuti al rumore delle sue vittorie sopra Palmira, attraevano gli occhi sì per la stranezza loro, sì per la dovizia e la singolarità dell'addobbo. I prodotti di tutte le parti, e le corone d'oro regalategli dalle città riconoscenti, attestavano l'obbedienza e la devozione del mondo a questa Roma sull'orlo del sepolcro. Seguivano lunghe file di Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli, Siri, Egizj incatenati; dieci guerriere gotiche, prese coll'armi alla mano, e intitolate nazione delle Amazoni; l'imperatore Tetrico, colle brache galliche, la tunica gialla e il manto di porpora, accompagnato dal figlio e dai gallici cortigiani; Zenobia regina, tutta gioje e con catene d'oro alle mani e al collo, sorretta da schiave persiane, con dietro il magnifico carro, in cui avea sperato salire trionfalmente al Campidoglio, e i due sontuosi di Odenato e del re persiano. Nel quarto stava Aureliano, tratto da quattro cervi o forse renni, tolti a un re goto. Senatori e illustri cittadini chiudeano fra un suono di viva: poi giuochi scenici e circesi, battaglie di gladiatori, di fiere, di navi fecero memorabile quella solennità.

Sebbene l'esercito avesse a gran voci domandato in Siria la morte di Zenobia, Aureliano le donò assai terre nei contorni di Tivoli, ove potesse vivere conforme al grado: collocò nobilmente le figlie di essa, e all'unico maschio sopravissuto conferì un piccolo principato in Armenia. A Tetrico consentì il titolo di collega e il governo della Lucania, e gli diceva celiando che il governare una provincia d'Italia dava più onore che il regnar nelle Gallie.

A porre in qualche miglior assetto la pubblica cosa, bandì leggi contro l'adulterio e il concubinato, eccetto se fosse con ischiave: i liberti e servi suoi puniva severamente, e se delinquessero li consegnava al magistrato ordinario. Cercò reprimere il lusso, principalmente la profusione dell'oro in ricami; e fin alla moglie e alla figliuola sua non soffriva gli abiti di seta, perchè questa vendevasi a peso d'oro[14]: alzò in Roma il tempio del Sole, riboccante di metalli preziosi e di perle, con vasi d'oro pel peso di quindicimila libbre: il Campidoglio e altri tempj ornò con doni speditigli da principi stranieri, e assegnò stipendj pei sacerdoti e pel culto, ravvivato in ogni modo. Oltre l'olio e il pane, distribuiva al popolo carne di majale; voleva aggiungere il vino, ma il prefetto del pretorio notò che presto il popolo avrebbe preteso anche polli. Rimise ogni debito de' privati verso l'erario, facendo bruciare le polizze, e ogni colpa di Stato. Ma una sollevazione, eccitata da non sappiamo quale riforma della moneta, e che fu a fatica soffocata in torrenti di sangue, ridestò l'indole severa di Aureliano, il quale empì le carceri e i patiboli, massimamente di senatori.

Unico diritto conoscendo la spada, trattava l'impero non altrimenti che paese di conquista. Perciò il senato recosselo in odio, quanto l'amava l'esercito; eppure da questo trovò la morte. Mentre s'accingeva a vendicare in Persia Valeriano, Mnesteo suo liberto e segretario, minacciato da esso per alcune estorsioni, prevenne il castigo col mostrare ai principali dell'esercito una finta lista di nomi proscritti, e persuaderli a fuggire la morte col darla all'imperatore. In fatto tra Eraclea e Bisanzio fu trucidato dalle sue guardie (275); scoperta poi falsa la scritta, i congiurati gettarono Mnesteo alle fiere, ed eressero un tempio al restauratore dell'impero. E veramente in que' cinque anni Aureliano avea rimarginato le piaghe aperte dall'infingardo Gallieno, schermito l'Italia da' Barbari, tornato l'unità all'impero, ricevuto omaggio da Ormisda successore di Sapore; e se l'eccessivo rigore nol lascia noverare fra i principi buoni, sta fra gli utili, in tempo che la spada sola poteva rinfrancare un impero sulle spade fondato.

I primarj uffiziali, trovandosi rei del sangue d'Aureliano, non osarono scegliere il successore, e scrissero al senato perchè esso medesimo eleggesse uno, pari al presente bisogno, e mondo di quell'assassinio. Marco Claudio Tacito, principe del senato, dissuase dall'accettare un incarico che susciterebbe turbolenze se la scelta spiacesse all'esercito: onde la rimisero a questo, e questo di nuovo ai senatori, e così fin a tre volte; sicchè otto mesi vacò l'impero. La quiete interna non ne pativa, ma prendevamo baldanza i nemici dall'Eufrate al Danubio; onde alfine esso Tacito, discendente dallo storico, dolce di natura, ammiratore dell'antica semplicità, vecchio di settant'anni, si lasciò indurre ad accettar la primazia dello Stato e del mondo, decretatagli per autorità del senato, e meritata pel grado suo e per le azioni.

Il suo patrimonio, del valore di un milione seicentomila sesterzi, vendette e cesse al pubblico[15]; francò quanti schiavi aveva in Roma; e dalla sua temperanza e dal risparmio trasse di che fare liberalità. Chiuse i postriboli affatto, i pubblici bagni prima di sera; ordinò tempj e sacrifizj per gl'imperatori buoni; escluse gli schiavi dal testimoniare contro i padroni; vietò le dorature e l'amalgamare i metalli[16]. Ai senatori rese le attribuzioni antiche; del che esultanti menarono processioni, e scrissero a tutte le città e popoli amici che a loro si dirigessero gli appelli dai proconsoli, non più all'imperatore nè al prefetto del pretorio: essi destinavano i proconsoli, e conferivano le magistrature con tale indipendenza, che negarono il consolato a un fratello di Tacito, da lui raccomandato; e davano forza agli editti imperiali coi loro decreti. Ultimo lampo dell'autorità senatoria.

Tacito si amicò anche l'esercito con largizioni e col condurlo contro i nemici: ma da una parte la rigidezza del clima, dall'altra le turbolenze dei soldati, imbaldanziti dalla dolcezza di lui, il trassero in Cappadocia (276) alla tomba, dopo appena sei mesi. Antonio Floriano suo fratello si fece vestire della porpora, ed ebbe obbedienza dalle provincie d'Europa e d'Africa: ma tre legioni d'Asia si chiarirono per Valerio Probo sirmiese; quindi guerra civile, sinchè, due mesi dopo, il primo restò trucidato.

Probo, colle doti di gran principe, rincacciò fin oltre il Reno i Barbari invasori della Gallia; costrinse Goti e Persi a chieder pace; soggiogò gl'Isauri, spargendoli fra le provincie più lontane; ruppe i Blemmi, stanziati fra l'Etiopia e l'Egitto; contro i Germani tese una linea, non più d'alberi e palizzate come Trajano, ma di muro vivo, che dalle vicinanze di Neustadt e di Ratisbona sul Danubio stendeasi traverso a monti, valli, fiumi e paludi sino a Wimpfen sul Neckar, e dopo ducento miglia riusciva al Reno. Costrinse anche i Germani a dare sedicimila dei loro giovani più robusti, che scompartì fra le truppe nazionali, cui ogni giorno più difficile riusciva il reclutare fra le ammollite popolazioni d'Italia e delle provincie interne. Nel trionfo suo del 281, Roma vide il circo mutato in selva, trasportandovi alberi colle loro radici, e quivi mille struzzi, altrettanti cervi, cignali, capriuoli, ibis abbandonati alla caccia del popolo: il domani poi cento leoni, cento leonesse, ducento leopardi, trecento orsi, coi ruggiti, cogli urli, colla morte divertirono la plebe, non meno che le trecento coppie di gladiatori.

Quando le guerre esterne e i rinascenti competitori gliel consentissero, Probo, non volendo i soldati mangiassero il pane a tradimento, gli adoprava in utili lavori, piantar di vigne le pendici della Gallia, della Pannonia e della Mesia, ricostruire più di dieci città diroccate, aprir canali: ma avendo detto che sperava fra poco metter pace dappertutto e far senza de' soldati, questi lo trucidarono (282), catastrofe ormai consueta degl'imperatori, fossero ribaldi come Gallieno, o prudenti, giusti e rispettati come Probo[17].

E gridarono Marc'Aurelio Caro, prefetto del pretorio, che nominò Cesari i figli suoi Carino e Numeriano, sconfisse i Sarmati nella Tracia, assicurando così l'Illiria e l'Italia, indi mosse ai Persi una guerra, divenuta omai di necessaria difesa.

Varane II, succeduto su quel trono, avea già invaso la Mesopotamia; ma come udì che i Romani avanzavano, indietreggiò, e mandò a Caro ambasciadori. Questi il trovarono in abito guerresco con un rozzo manto di porpora, che assiso sull'erba cenava con un pezzo di lardo e pochi piselli; e quando ebbero esposto la legazione, egli, cavatosi un copolino con cui copriva la sua calvizie, rispose: — Se il vostro principe non si piega ai Romani, io ridurrò la Persia così nuda di alberi, come vedete di capelli la mia testa».

Perchè non paresse vuota millanteria, v'entrò vincendo; ma sul meglio morì a Ctesifonte (283), regnato sedici mesi. Il suo secretario Calpurnio scriveva al senato: — Il veramente caro nostro imperator Caro giaceva malato nella sua tenda quando scoppiò un nembo, e tutto fu tenebre: lampi e tuoni ci tolsero di conoscere quel che accadeva; ma al cessar di quelli odesi gridare L'imperatore è morto. Gli uffiziali di camera, desolati di tal perdita, miser fuoco alla tenda, onde corse voce che l'imperatore fosse colpito dal fulmine; a quanto possiam giudicare, non morì che della sua malattia». Che che ne fosse, l'ebbe per sinistro augurio l'esercito, e costrinse Numeriano, figlio dell'estinto, a retrocedere dal Tigri, termine fatato alle conquiste romane. Era questo ricco di bellissime qualità, poeta e oratore: ma nella ritirata anch'esso fu ucciso (284).

Carino, dalla Gallia dove avea condotto la guerra non senza abilità, venne a Roma, ed occupò l'impero: in pochi mesi condusse e ripudiò nove donne, troppe più ne contaminò; in musiche, balli, oscenità logorava il tempo; amici e consiglieri di suo padre, e chiunque poteva esser rinfaccio a' suoi vizj o gli era stato pari in privata fortuna, mandò a morte; superbo coi senatori, vantava voler distribuirne i poderi alla plebe, che trastullava colle feste, e tra la quale schiumò i favoriti, ministri e complici a un tempo, sopra i quali scaricavasi d'ogni cura, fin dell'apporre le firme.

Oziava e godeva sopra l'abisso; poichè l'esercito che con suo padre aveva combattuto in Persia, come nel ritorno fu giunto a Calcedonia d'Asia, acclamò imperatore Aurelio Diocleziano, comandante alle guardie del corpo, dalmato di bassa gente, prode in armi, lontano da ogni fasto e mollezza, destro agli affari, amico del bel sapere, benchè null'altro intendesse che guerra. Correndo qualche dubbio ch'egli avesse avuto parte all'assassinio di Numeriano, giurossene puro, indi fatto venire Ario Apro, suocero dell'estinto, disse: — Costui fu l'assassino dell'imperatore», e gl'immerse la spada in petto. Con ciò intendeva di dare una prova all'esercito, che se n'accontentò, e adempiere la predizione fattagli da una druidessa, ch'egli diverrebbe imperatore quando uccidesse un cinghiale, che in latino dicesi apro. Perciò nelle caccie egli inseguiva sempre questi animali; e allora colpito l'emulo, sclamò: — L'ho pur ucciso l'apro fatale».

L'esercito si dispose a sostenerne l'innocenza e l'augurio colla guerra civile; per assicurare l'esito della quale, Diocleziano fomentò il malcontento fra le truppe di Carino; ed essendo questo ucciso (285) per vendetta d'un tribuno, Diocleziano si trovò padrone dell'impero, ed ebbe la generosità o la politica di perdonare. Nei novantadue anni da Comodo a Diocleziano, di venticinque volte che vacò l'impero, ventidue fu per violenta fine di chi l'occupava; dei trentaquattro imperadori, trenta furono uccisi da chi aspirava succedere; elettori, carnefici, padroni di tutto i soldati: bisognava dunque un riparo, e Diocleziano vi pensò col mutare la forma dell'impero, e ridurlo, da comando soldatesco, a principato despotico.

Incominciò dall'associarsi Massimiano (286 — 1 aprile), contadino sirmiese, una delle migliori spade d'allora, crudele però tanto, che Diocleziano potè comparire generoso moderandone gli atti severi, forse da lui medesimo suggeriti. Assunsero Massimiano il titolo di Erculeo, Diocleziano di Giovio: quegli rispettava per genio superiore Diocleziano; questi trovava necessario il valore del collega fra tanti nemici sbuffanti. Anzi, per essere più pronti ad ogni occorrente, Diocleziano suddivise ancora l'autorità (292), scegliendo a Cesari due generali sperimentati; Galerio, detto Armentario forse dal prisco suo mestiere, e Costanzo Cloro, soldato venuto su col proprio valore, e che allora si volle far discendere da Claudio II. A Costanzo diede Massimiano una figlia, Diocleziano una a Galerio; e così questi quattro Illirici spartirono tra loro, se non l'amministrazione, la difesa dell'impero. Gallia, Spagna, Bretagna furono affidate a Costanzo, che sedeva a Treveri od a York: a Galerio le provincie illiriche sul Danubio, la Mesia superiore, la Macedonia, l'Epiro, l'Acaja, facendone centro Sirmio: l'Italia, colle due Rezie, i due Norici, la Pannonia e parte dell'Africa a Massimiano: a Diocleziano la Tracia, l'Egitto e l'Asia. Nè per questo si scomponeva la monarchia, poichè riguardavano spontaneamente come primo e come un gran dio quel che gli aveva assunti; in concordia rara fra potenti, unica fra quattro guerrieri diversi di patria, d'età, d'inclinazione, si assistevano di consiglio e di braccio: le provincie erano più da vicino guardate; le legioni imparavano a rispettare la vita dei capi, quando l'assassinio d'un solo nulla avrebbe fruttato: e mentre capitani che proclamavansi augusti, Barbari che d'ogni parte irrompevano, faceano difficilissimo il governare, i quattro sovrani mantennero l'autorità sul Danubio come in Africa, nelle Spagne come in Persia. Ma se più pronti erano all'interna sicurezza e alla difesa esteriore, s'indeboliva il sentimento dell'unità, e preparavansi gli animi alla divisione dell'impero, che presto si effettuò.

Diocleziano dall'Egitto ai dominj persiani estese una linea di campi, forti di buone armi; dalla foce del Reno a quella del Danubio, antichi accampamenti e nuove fortezze sì ben custodì, che i Barbari non s'arrischiarono quasi mai a superarle. I prigionieri venivano scompartiti tra i provinciali, e massime dove le guerre avevano decimato la popolazione, adoperandoli alla pastorizia ed all'agricoltura, talvolta alle armi.

Meglio di Roma parve conveniente Milano per tener d'occhio i Barbari della Germania; popolosa, ben fabbricata, con circo, teatro, zecca, palazzo, terme, portici adorni di statue; onde fu munita di doppia mura, e Massimiano vi pose sua residenza. Per sè Diocleziano abbellì Nicomedia sul confine dell'Europa coll'Asia, e se ne compiaceva, quanto lo disgustavano di Roma la plebe insolente e il senato che ancora voleva arrogarsi qualche diritto, in mezzo all'onnipotenza del brando. Fuori dell'antica metropoli non v'erano memorie: onde nell'accampamento o ne' consigli delle provincie gli augusti potevano spiegare assoluta podestà; risolvevano co' proprj ministri, senza nè render conto nè domandar parere al gran consiglio della nazione. Per istrappare a questo le ultime apparenze di considerazione, Diocleziano lasciò che il collega sbrigliasse il natural rigore col punire immaginarie cospirazioni. I pretoriani che, sentendosi fiaccare da questa robusta amministrazione, inclinavano a dar mano al senato, furono scemati di numero e di privilegi, surrogandovi nella custodia di Roma due legioni dell'Illiria col nome di Gioviani ed Erculei: i nomi di console, di censore, di tribuno più non parvero necessarj per esercitare con titoli repubblicani una potenza, da cui la repubblica era stata distrutta: e l'imperatore, non più generale degli eserciti patrj, ma capo del mondo romano, fu intitolato dominus anche negli atti pubblici, con titoli e attributi divini.

E questa imperiale autorità, scaduta nell'opinione, rapina di viziosi, trastullo dell'esercito, Diocleziano pensò ristaurarla dalla radice. Italiano egli non era, sicchè gli rincrescesse di togliere alla patria la primazia con tanto sangue acquistata: nei campi erasi avvezzo alla disciplina indisputata e alle pompe allettatrici, sicchè tutto foggiò a sistema orientale. Alla semplicità d'abbigliamenti, di corte, d'udienze, che aveano serbata gl'imperatori quando si consideravano come primi cittadini e nulla più, Diocleziano surrogò il fasto asiatico; si cinse il diadema ch'era costato la vita a Cesare; di seta, oro, gemme coprivasi dal capo alle piante la sacra persona; scuole di uffiziali domestici custodivano gli accessi del palazzo; e chi traverso a questi e ad infinite cerimonie s'accostasse alla maestà dell'imperatore, doveva prostrarsi in adorazione.

Tutto insomma dovea dirigersi a circondare d'un gran fasto la dignità suprema, a scapito dei poteri subalterni: l'imperatore dovea dirigere ogni cosa cogli ordini, eppure non iscemare la dignità coi particolari dell'esecuzione e colle comunicazioni troppo immediate: i magistrati doveano essere null'altro che esecutori: e poichè non si poteva accordare quell'immensa estensione con un governo temperato, bisognava studiare di renderlo forte insieme e dolce. Due imperatori e due Cesari moltiplicavano queste appariscenze, e ministri del lusso, uffiziali, servi; e gareggiando di splendidezza, da una parte crebbero gl'intrighi, dall'altra le spese e in conseguenza i tributi.

L'autorità eccessiva de' prefetti al pretorio fu ridotta a giusti limiti, introducendo i maestri della milizia, ispettori generali della cavalleria e della fanteria. Alla Corte potea portarsi reclamo contro la decisione di qualsifosse magistrato. Le provincie furono suddivise, e perciò sminuita la potenza di quei che le reggevano: a cagion d'esempio, la Gallia, che ne formava un solo, fu tagliata in quattordici governi. Conseguentemente cessava l'autorità del senato sopra le provincie; le cariche civili restavano separate dai comandi militari; represse le vessazioni causate dalla prevaricazione o dalla negligenza de' magistrati; tolte le ingiustizie che nascevano dai privilegi conceduti ad alcuni. Insomma il despotismo militare dava luogo al despotismo governativo, appoggiato sopra innumerevole quantità d'impiegati amministrativi.

Diocleziano, autore del nuovo sistema, conservossi moderato, continuò le distribuzioni al popolo, fabbricò splendidamente a Cartagine e Milano, oltre Nicomedia, e meravigliose terme a Roma, bastanti a tremila persone, alle quali unì la biblioteca di Trajano. E quando nel ventesimo anno di suo regno menò un trionfo, il popolo, vedendo portate le immagini di fiumi e città persiane non prima soggiogate, e de' figli e della moglie del persiano re, potè illudersi ancora sull'eternità del Giove Capitolino. Ma i Romani guardavano di mal occhio chi gli avea tolti dall'esser capi del mondo; onde lanciavano motti, intollerabili all'autocrato, che mostrò il suo dispetto abbandonando per sempre i sette colli.

Girando per le provincie illiriche, contrasse una malattia che il portò a fil di morte. Riavutosi, nè sentendosi la pristina vigoria per reggere l'impero, risolse abdicare. In una pianura presso Nicomedia, salito sopra eccelso trono (305), dichiarò la sua intenzione al popolo ed ai soldati, nominando Cesari Massimino Daza e Severo. Il giorno stesso Massimiano, per adempiere il giuramento datone già prima al collega, abdicava in Milano. Diocleziano ritiratosi in uno splendido palazzo a Salona, sopravisse nove anni in privata condizione, rispettato e consultato dai principi cui aveva ceduto l'impero. Spesso esclamava: — Ora vivo, ora vedo la bellezza del sole»; e quando Massimiano, ch'erasi ritirato nella Lucania, il sollecitava a ripigliarsi il governo, rispose: — Non me ne consiglieresti, se tu vedessi i bei cavoli che ho piantato in Salona di mia mano». Meditando sui pericoli di chi regna, — Quanto spesso (diceva) due o tre ministri s'accordano per ingannare il principe, al quale, separato dal resto degli uomini, rara o non mai giunge la verità! Non vedendo e udendo che per gli occhi e gli orecchi altrui, egli conferisce i posti a viziosi o inetti, trascura i meritevoli, e benchè savio, è traviato dalla corruzione de' suoi cortigiani».

Al lentarsi di quella mano robusta, le discordie ripullularono ad agitare per diciott'anni l'impero, disputato fra varj. Massimino Daza cesare, nipote di Galerio, rozzo di parole e d'atti, governò l'Egitto e la Siria; Severo, l'Italia e l'Africa; e Galerio, valoroso ma scaltrito e arrogante, dominando su queste sue creature e sul malaticcio Costanzo, confidava restare unico signor dell'impero, e trasmetterlo alla sua famiglia.

Costanzo amministrò la Gallia, la Spagna e la Bretagna con generosa e modesta dolcezza, dicendo voler piuttosto ricchi i sudditi che lo Stato. Narrano che, avendo Diocleziano mandato a querelarlo perchè non avesse denaro in cassa, Costanzo pregò i deputati tornassero fra pochi giorni per la risposta. In questo mezzo informò i primarj delle sue provincie, accadergli bisogno di denaro; ed essi a gara gliene recarono. Mostrando allora quei tesori ai legati, li pregò a riferire a Diocleziano com'egli fosse il meglio provvisto de' quattro dominatori, se non che lasciava quelle dovizie in deposito presso il popolo, considerando l'amor di questo come il più pingue e sicuro erario del principe. Partiti i messi, rinviò il denaro a di cui era (303). Quando infieriva la persecuzione mossa da Diocleziano contro i Cristiani, egli diè loro ricetto, che perciò il lodarono a cielo, come fuor misura aveano denigrato Diocleziano.

Da Elena, donna oscura, egli avea generato Costantino; e per riguardo, o per timore della nuova regal moglie, l'avea mandato alla corte di Diocleziano. Questi lo fece educare, allettato dalle rare qualità del giovinetto, che bello di sua persona, generoso, affabile, temperava il giovanile ardore con virile prudenza, e facevasi amare al popolo ed ai soldati. Galerio ingelosito indusse Diocleziano a scegliere altri cesari, con vivo dispiacere del campo; poi fatto augusto, tenne sempre d'occhio Costantino, e l'avrebbe morto se non avesse temuto l'esercito a lui favorevole, o non gli fossero usciti a vuoto i tradimenti. Quando il padre lo ridomandò, esso gli frappose indugi, finchè il giovane fuggì, e raggiunto il padre, mosse con lui felicemente contro i Pitti e i Caledonj delle isole Britanniche.