CAPITOLO XLV. Nemici dell'impero. I Germani. Costantino.

Questi nomi di Barbari ci avvertono ch'è tempo di far conoscere coloro, contro cui l'impero oggimai non tentava conquiste, ma cercava difese.

Nell'immenso spazio occupato da questo impero (t. III, p. 272) poche città e poche provincie conservavano un'indipendenza di puro nome, come sarebbe nelle Alpi il re Cozio, possessore di dodici città, di cui era capo Susa (Segusia): il resto obbediva agli ordini ed ai magistrati che venivano da Roma o da Milano. Ma chi scorresse quel confine, sentiva d'ogni parte fremere popoli, che minacciavano rialzarsi contro questa universale tiranna, non appena la compressione si rallentasse.

Dell'Africa settentrionale occupavano i Romani si può dir tutto il territorio abitabile, spintisi anche più volte fra le gole del monte Atlante. I Bereberi, i Getùli, i Mori o si scagliavano nel deserto rubando, o coltivavano le oasi, non domabili perchè non istanziati: e da essi il Romano traeva gli agrumi, la porpora delle loro rupi, le fiere per gli anfiteatri, l'avorio e gli schiavi negri. Ma di mano in mano che l'oppressione e l'esorbitanza de' tributi sminuivano la popolazione nei paesi sudditi a Roma, Mori e Getuli riconducevano gli armenti sulle campagne abbandonate, saccheggiando e fuggendo, e vendicando come un'ingiuria i supplizj che di loro pigliasse un'autorità che non riconoscevano. Cresciuti d'ardimento collo scemare della potenza romana, respinsero la civiltà sempre più verso le coste; e all'aprire del IV secolo, alcuni principi mori già avevano piantato dominj alle falde dell'Atlante e fra il deserto e la risorta Cartagine. Aspiravano però all'indipendenza non alla conquista; sicchè Roma non n'aveva a temere che di vedersi sottratto qualche terreno.

Nubia e Abissinia non erano soggette ai Romani. Altri Barbari circondavano l'Egitto, quali i Mori Nasamoni sulla riva occidentale del Nilo, e sulla orientale gli Arabi. Sopra la grande penisola dell'Asia meridionale, che gli Europei intitolano Arabia, i Romani vantarono qualche trionfo: all'effetto s'avvidero come natura non abbia fatto quei popoli per rimanere soggetti, nè acconci ad una stabile civiltà. Valeansi dunque di loro per trafficare coll'India; talvolta ne prendevano agli stipendj la cavalleria, senza pari al mondo per l'instancabile ardore e la docilità dei cavalli: ma nulla più che scorrerie pareano a temersi da un popolo, che trecencinquant'anni più tardi, svegliato alla voce di Maometto, doveva in men di uno conquistare più paesi che non Roma in otto secoli.

I Parti aveano soggiogato l'Armenia, che allora stendeasi ad oriente dell'Eufrate, da Satala fino alla spina di monti che costeggia il mar Caspio; e col porre un ramo degli Arsacidi sul trono d'Artaxata, erano venuti a contatto coll'impero. Ma quando li rimise al giogo la risorta schiatta persiana, anche l'Armenia ricuperò l'indipendenza, e si strinse ai Romani coi legami della religione. I Sassanidi, che aveano rinnovato l'impero della Persia, lo crebbero a segno, da sembrare il solo emulo formidabile del Campidoglio.

Ma più che i quaranta milioni obbedienti al re dei re doveva riuscire funesta a Roma la libertà de' popoli del Settentrione, che incolti e vigorosi, aspettavano il cenno di Dio per avventarsele e vendicare l'universo. Dai primordj della civile società, la stirpe che denominano indo-germanica si stese in diverse direzioni sopra la terra (t. I, p. 36); e gli uni, vôlti alla Persia, all'India, al Tibet, crearono o conservarono una civiltà meravigliosa; altri, costeggiando il mar Nero e il Caspio, si spiegarono dalla Siberia all'Eusino, e da tre bande inondarono l'Europa. Gli uni, per le montagne di Tracia, la Macedonia e l'Illiria vennero assidersi fra gli ulivi e i laureti della Grecia; e a quei miti soli e alla limpida aria indocilendo la natìa rozzezza, e temperando la fervida fantasia coll'armonico sentimento, crearono la più eletta immagine del bello, mercè della quale primeggiò la stirpe greca. Ma questa, all'ora ove siamo col nostro racconto, ha compiuto la sua missione, non più s'inorgoglia che di rimembranze, nè s'occupa che di diverbj, come i popoli decaduti: mentre sul teatro politico appajono la stirpe gotica e la teutone, che la lunga separazione rese affatto disformi dalla prima, benchè il linguaggio, anche dopo tante modificazioni, ne attesti la comune origine.

L'arrivo de' Germani in Europa rimonta forse a quattordici secoli avanti Cristo; ed otto o nove ne tennero a dilatarsi dal Dniester al Pruth, e sul paese fra l'Ural e i Crapak. Tendendo continuo verso occidente, spingendo i Cimri, e spinti essi medesimi degli Slavi, trovaronsi arrestati dall'impero romano al tempo di Augusto, sicchè voltarono la fronte contro gli Slavi, e rincacciatili, poterono assodarsi nel vasto paese, che poi collettivamente si chiamò Germania o Alemagna.

Solo da quel punto la storia si prende cura di essi, e ci addita la stirpe gotica nelle montagnose foreste della Scandinavia; la teutonica sulle rive dell'Elba e del Reno, attenta ad esercitare la naturale vigoria, e mantenere gelosamente l'indipendenza, fidando nell'indomito suo coraggio. I primi di questi popoli che i Romani abbiano conosciuti, sono i posti avanzati che Cesare trovava sulle frontiere della Gallia; erranti, scomunati, senza proprietà fissa, nè agricoltura, nè vanto che del distruggere. Tacito conobbe quelli sulle rive del Reno, e seppe che, dietro alle popolazioni nomadi corseggianti al confine, n'esisteano di fisse, aventi lavoro, proprietà, poteri ereditarj, culto pubblico: ma le sue cognizioni non arrivavano che dove gli eserciti romani, onde fermavansi all'Elba, nè di là seppe altro che nomi.

Quando, imperante Augusto, i Romani ebbero particolarmente a fare coi popoli sul Danubio, li designarono col nome di Germani, che probabilmente i Galli avevano applicato a qualche orda venuta di qua dal Reno, e che poi fu accomunato a tutta la gente che, nel primo secolo, abitava dal Reno ai Carpazj e alla Vistola, e dal Baltico e dal mar Germanico fino al monte Cezio (Kalengebirge) e al Danubio; oltre quelli diffusi lungo questo fiume sin all'Eusino, e piantati nella Scandinavia. Probabilmente queste popolazioni diverse attribuivansi la generale denominazione di Daci (Deutsch) o Teutoni, ma nomi speciali deducevano da particolari circostanze; come gli Svevi da schweifen errare, o da swee, see il mare; i Sassoni, da sitzen stare seduti, o da saks spada corta; i Longobardi dalle labarde o dalle barbe prolisse; i Franchi da franke lancia; i Marcomanni dallo star vicini alla frontiera (marca); i Vandali da wand acqua, perchè forse da principio abitassero al mare o su qualche grosso fiume.

Queste medesime denominazioni son però male determinate, e nuova confusione proviene dall'uso degli antichi d'attribuire ai popoli deboli e vinti il nome del potente e vincitore. Per quanto ci è dato scorgere tra quel bujo, questi popoli si unirono in federazioni, simili a quelle degli Etruschi antichi e degli Svizzeri moderni, accordate in prima per resistere, in appresso per nuocere alla potenza romana. Sembra ancora che, verso il secondo secolo, alle varie genti prevalessero alcune, in modo da comparire otto nazioni, che paragoneremmo ad otto corpi di esercito; cioè Vandali, Burgundi, Longobardi, Goti, Svevi, Alemanni, Sassoni e Franchi.

Anche popolazioni sarmate, cioè di quella che or chiamiamo Russia, scesero in Europa; e principalmente formidabili furono i Rossolani e gli Jazigi, scorridori inarrivabili, contro cui i Romani alzarono un vallo fra il Theiss e il Danubio, senza per questo ottenere sicurezza.

Secondo l'Edda, libro sacro e poetico in cui è deposta la mitologia scandinava, Heimdall figliuolo di Odino (Wodan), scorrendo il mondo, generò tre figli: primo il Servo, nero, colle mani callose e gobbo; secondo il Libero, con capelli biondi, viso rosato, occhi sfavillanti; terzo il Nobile, col guardo penetrante di un dragone, gote vermiglie, capelli argentei. E quei che nacquero da ciascuno furono servi, liberi o nobili come essi. I figli del nobile aguzzarono le freccie, domarono cavalli, brandirono lancie: ultimo fu il re che conobbe i numi, comprese il canto degli uccelli, seppe calmare i flutti, estinguere gl'incendj, sopire i dolori[18].

Qui avete delineata la costituzione primitiva della nazione scandinava, la quale si riprodusse nelle principali razze germaniche. Un Dio padre; tre Caste d'uomini, diversi per natura; vero e assoluto libero non era che il capo; in dipendenza da lui gli altri si trovavano o liberi o no, e i figliuoli seguivano la condizione del padre. Correva però divario tra le famiglie semplicemente libere ed i tenitori delle grandi possessioni, ai quali soli spettava il voto nelle adunanze, fors'anche il sacerdozio, e tra essi eleggevansi i re[19]. I liberi erano capaci di tutti i diritti.

La nobiltà, fosse patriziato religioso, o privilegio delle famiglie e dei conti, sembra fosse ridotta ad una distinzione affatto personale, che non dava prevalenza nel governo o nell'amministrazione della giustizia; se non che ad essa erano privilegiate alcune dignità, come in Roma ai cittadini d'ottimo diritto. Non potevano i nobili sposarsi con liberi, nè questi con schiavi. Il restante popolo serviva in guerra col titolo di liti (leute, gente), o con quello di coloni lavorava i campi. I coloni avevano casa e famiglia propria, coltivando il terreno cui erano affissi in perpetuo, senz'altro che pagar al signore un canone in derrate, in bestiame o in panni. A costoro, e a servi, affrancati, donne, vecchi, infermicci lasciavansi i campi e le arti, mentre ai liberi restavano la guerra per occupazione, la caccia per divertimento, il saccheggio per industria.

È antico il vezzo de' malcontenti di cercare fra i Barbari quella moralità, che dicono scomparsa d'infra la gente civile. Così lo storico Tacito esagerò la bontà morale de' Germani per farne raffaccio ai Romani; anche i santi Padri gli elevarono sopra di questi, perchè non ne aveano la raffinata corruttela: ma vuolsi distinguere l'ignoranza de' vizj dalla pratica ragionata delle virtù. Appena cessassero dalla caccia o dalla guerra, piombavano, come tutti i Barbari, dall'eccesso della fatica nell'inerzia assoluta; restavano poveri, perchè nulla si esaurisce più presto che il saccheggio; e ignudi e sudici passavano l'intero giorno al focolare sguazzando la preda, e poltrendo, bagnandosi, straviziando, alle violenti emozioni del giuoco abbandonandosi con tale frenesia, da mettere s'un trar di dadi l'avere, la moglie, i figli, se stessi. Tra i conviti, loro delizia, ponevano in discussione gli affari di maggior momento, serbandosi a deciderne il domani a mente riposata. Qualunque capitasse, otteneva franca ospitalità, e dava occasione di banchettare gli amici, e d'eccedere in voracità e bagordi. Mentre i meno ricchi mesceano bevande forti in tazze formate del cranio di nemici, i doviziosi traevano il vino dalle terre dell'impero, e scaldati da questo, rompevano a risse ed a violenze mortali, dimenticando le accordate paci, e ridestando antiche vendette.

Non bollente di voluttuosi istinti come nell'Asia, più che la bellezza l'uomo pregiava nelle donne la prudenza, il valore, la castità. Sposate in età abbastanza matura, non venivano al marito con vezzi e cervello e passioni fanciullesche come in Asia, ma tali da ragionar l'obbedienza: onde inspiravano più saldo affetto, e ottenevano grand'ascendente sugli uomini. In casa attendevano all'ago, al pennecchio, ai campi; in guerra seguivano gli uomini incorandoli, talora combattendo, sempre pigliando in cura i feriti. Una fanciulla macchiava la verginale onestà? fosse pur bella e ricca, più non trovava nozze; l'adultera era severamente punita; la poligamia permessa soltanto ai re ed ai grandi come distintivo d'onore. Non che le mogli recassero dote al marito, questo le comprava dal futuro suocero con doni, che consistevano per lo più in un par di bovi, un cavallo bardato, e scudo e lancia; cui la sposa ricambiava con una compita armadura, simbolo della comunione di beni e di fatiche.

Quando un garzone se ne fosse reso degno con qualche bella lode, riceveva asta e scudo dal padre o da alcun ragguardevole Germano nell'adunanza degli uomini; e d'allora più non li deponeva, assistendo armato alle assemblee, a banchetti, a giudizj, a giuochi, a sacrifizj; sulle armi giurava come sacre; coll'armi e col cavallo era sepolto.

A tutti i liberi possidenti era un dovere, anzi un diritto il militare; e in occasione di guerra nazionale tutti convocavansi col bando militare o eribanno per proteggere la patria. Altre volte un capo qualunque radunava in banda armata i suoi clienti, o chiunque preferisse i rischi al riposo ed al lavoro, e s'avventurava in nuovi paesi. Supremi loro distintivi erano l'amore dell'indipendenza, e il diletto d'esercitare liberamente le forze: quindi il mettersi a pericolo con baldanza spensierata, non curarsi della sorte dei vicini, combatter domani quelli con cui jeri trovavansi in lega; manìa di libertà, che associandosi colla dipendenza militare, diede origine alla feudalità.

Tra gente siffatta dovevano frequentare occasioni di guerra; e quand'anche gli storici nol dicessero, la mobilità di quelle tribù è attestata dalla grande migrazione. Questa a torto vien dipinta quasi un'improvvisa vertigine generale, un subito levarsi de' Germani ed irrompere sull'impero, o perchè giurati in lega d'armi a guerra finita, o perchè rincalzati da un'onda di Jung-nu che fossero espulsi dalla Cina, e che a torto si confondono cogli Unni. Il movimento era continuato da secoli, e queste popolazioni derivate dall'Oriente (matrice dei popoli, più vera che non il Settentrione), or più or meno, ma incessantemente si erano dilatate pel nord dell'Europa, spingendosi e respingendosi a vicenda, contrastate da indigeni, da Boj, da Lettoni, da Celti.

Forse per incalzo dei Germani, i Galli erano piombati sui paesi meridionali e nella nostra penisola, fin a distruggere Roma col loro Brenno (t. I, p. 493), e prendere stanza nell'Italia superiore. I Teutoni al tempo di Mario valicarono le Alpi: Cesare impedì che con Ariovisto occupassero l'Elvezia. Incontratisi con quest'altra onda romana, che in senso contrario invadeva il paese, ne restarono lungo tempo frenati, non però quieti.

Il Danubio, divenuto frontiera settentrionale dell'impero, come il Reno fu munito con una schiera di fortificazioni e con uno spalto di terra da Ratisbona fin al confluente del Lahn, le quali impedissero le correrie dei Germani non soggiogati, mentre quelli di qua dal fiume accettavano i modi, l'industria e l'oppressione dei vincitori. Questi sulle prime eransi proposto di sottomettere i Germani come avean fatto dei Galli, svellendone i costumi, il governo, la lingua: ma lo sterminio di Varo (t. ii, p. 375) mostrò impossibile l'impresa, e che invece d'assalirli a visiera alzata, conveniva alimentare fra essi le discordie, or questi or quelli favorendo. Con ciò i Romani riuscirono a farsene alleati alcuni, come i Cherusci e i Batavi; alcuni tributarj, come i Frisoni e i Caninefati; o snervare i loro capi coi godimenti della civiltà.

Non però rimanevansi tranquilli alle loro sedi; ed ora i Cherusci insorgevano pel valore di Erminio; ora Maroboduo snidava i Boj dall'antica sede, e vi piantava nuove genti; ora Claudio Civile rialzava la fortuna dei Batavi. E furono vinti spesso; ma se l'orgoglio romano si vantava d'avere volta per volta distrutti questi popoli, essi lo smentivano col sorgere più rigogliosi di prima a lanciare nuovi colpi contro il non più immobile sasso del Campidoglio.

Trajano, spintosi ben addentro nel nord-est, potè ridurre a provincia la Dacia, ponendovi numerosa colonia di soldati, che misti coi natii, formarono la gente dei Valacchi, superbi anche adesso della romana origine. Sotto Marc'Aurelio i Marcomanni riuscirono fino ad Aquileja, e d'allora crebbe il numero degli Alemanni che Roma adoprò in guerra, nelle magistrature e nelle colonie.

Duravano dunque da molti secoli e i moti interni e le migrazioni. Fame, peste, diluvj, allettamento di patria migliore, baruffe intestine, oracoli, emulazioni di re, avidità di bottino, di conquiste, di sangue, traevano alcun popolo a respingere un altro: talvolta un capo colla numerosa banda de' suoi fedeli, o con una tribù, cominciava correrie; e dal fare preso ardimento al fare, spingeva le imprese più che prima non avesse immaginato. Il paese che abbandonavano non lasciava ad essi nè rimembranze nè desiderj, giacchè portavano seco gli Dei, le famiglie, le ossa dei progenitori, tutte le cose che fanno cara la patria.

Allora poi che videro i Romani indeboliti lentarsi nella resistenza, cedere alcune provincie, in altre non opporre che una muraglia, più innanzi s'ardirono; ed allettati dal predare paesi colti e ricchi, e dall'umiliare la nazione che li chiamava barbari, irruppero tutti insieme; come al fiaccarsi della diga precipita il nostro Po sulle circostanti campagne, senza che per questo si dica esserne allora cominciati il corso e la foga. Che però l'impulso venisse di lontano, parrebbe provato dal vedere che i primi invasori non sono già i popoli confinanti, bensì i più remoti: gli Unni dal Volga; poi gli Alani dal Tanai e dal Boristene; poi i Vandali dalla Pannonia; seguono i Goti dalla Germania settentrionale, indi dalla centrale Eruli e Turingi, in appresso i Franchi dalla meridionale, e i Borgognoni dalla grande Polonia.

I più segnalati fra questi popoli sono i Goti, che provenivano essi pure dall'Asia, e precisamente dai contorni del lago Aral, dove ebbero il nome di Messàgeti o Geti[20]: poi sembra pigliassero stanza nella penisola scandinava e attorno al Baltico, divisi in Ostrogoti od orientali, e Visigoti od occidentali, secondo la loro posizione colà; nomi che conservarono poi nelle successive migrazioni. Aggiunge la nazionale leggenda, che in tre vascelli uscirono dalla Scandinavia, uno dei quali essendo rimasto indietro, a quei che lo salivano restò il nome di Gepidi, cioè infingardi.

Sarebbero dunque tre famiglie della nazione stessa: ma qual conto fare di tradizioni, alterate sulle bocche, e spesso mutate di gente in gente? Fatto è che i Goti ci appajono una nazione battagliera e numerosa, che meglio d'ogni altra germanica ebbe il concetto della monarchia ereditaria, dipendendo, non obbedendo, gli Ostrogoti alla stirpe degli Amali, i Visigoti a quella dei Balti, che si vantavano progenie degli Ansi loro semidei, e tra essi la nazione sceglieva il re.

Dapprima seguirono il corso della Vistola, poi la catena de' Carpazj: al tempo degli Antonini abitavano quella che oggi è la Prussia, donde mossi, abbracciarono o sospinsero Eruli, Burgundi ed altri, bevettero alle foci del Boristene e del Tanai, e trovaronsi dinanzi la Dacia, ove un popolo laborioso coltivava campi gratissimi, s'arricchiva colle industrie, e nella diuturna pace aveva trascurato le difese contro nemici che reputava abbastanza discosti. Con poca difficoltà i Goti la invasero, e Decio imperatore, venuto in persona a combatterli, vi perdè la battaglia e la vita. Il successore di nulla si mostrò più premuroso che di lasciar liberamente tornarsene i Barbari, carichi di preda e di baldanza; che più? s'obbligò a loro di annuo tributo. Non era il modo d'invogliar altri all'attacco? Sempre nuovi sciami irrompevano in fatto sulle provincie limitrofe come a preda sicura, respinti talvolta, reduci sempre, tanto più mentre gli eserciti si trovavano impegnati fra emuli imperatori.

Piantatisi nell'Ucrania, i Goti vennero ben presto signori della costa settentrionale dell'Eusino, donde corseggiarono le ricche e molli provincie dell'Asia Minore. Usciti poi dall'Ellesponto, serpeggiarono tra le isole Egee, e sorti nel Pireo, s'impadronirono della città di Minerva, sparsero il guasto per tutta la Grecia, e si difilavano sull'Italia, quando Gallieno, scosso dalle torpide voluttà e comprata una banda di Eruli, al cui capo concesse gli ornamenti consolari, tenne testa agli invasori. La dissensione e l'indisciplina dell'esercito romano diedero agio ai Goti di ritirarsi, e sui rimasti vascelli devastare il lido ove Troja fu, poi riposarsi nella Tracia.

Aureliano, dopo giornata campale, gl'indusse ad una pace, ove obbligavansi a fornire di duemila cavalieri gli eserciti romani, lasciando ostaggi i figliuoli de' caporioni, cui Aureliano fece educare convenientemente al sesso e al grado, poi le fanciulle impalmò a' primarj suoi uffiziali affine di saldar l'unione tra le due genti. Egli poi ritirava le guarnigioni dalla Dacia, i cui coloni rinvigorirono la parte meridionale del Danubio, mentre sull'abbandonato paese dilagavano Vandali e Goti, che dai coloni rimasi impararono qualche arte di pace, mantennero relazioni di commercio coll'altra riva del fiume, e furono barriera a nuovi invasori.

Come dall'oriente i Goti, così dal nord-est della Germania uscì una seconda invasione, quella dei Franchi, che sotto Gallieno tragittarono il Reno, invasero le Gallie e la Spagna. Gli usurpatori che non iscrupoleggiavano sui mezzi per sostenersi nell'impero, ricorsero più volte al costoro braccio; ma infine Aureliano li ricacciò di là dal Reno. Poco tardarono a ripassarlo; e avvegnachè Probo ne trionfasse, non per questo mitigò la loro fierezza. Gran prova rinnovarono di loro ardimento allorchè dal mar Nero, ove esso imperatore gli aveva relegati, osarono sopra fragili legni tragittarsi nel Bosforo Tracio e nell'Egeo, e sbarcati predarono molti luoghi della Grecia e dell'Asia Minore, sorpresero Siracusa, approdarono in Africa, indi usciti dallo stretto di Cadice per l'Oceano tornarono in Germania[21]. Corsa appena credibile a chi non abbia osservato anche ai dì nostri quanto ardimento possa infondere la navigazione da corsaro. Rapidissimi si vedevano i Franchi piombare sulle coste dell'Armorica e della Belgica, saccheggiare e sottrarsi; poi quando Carausio si fu valso di loro per usurpare la Bretagna, divenuti più audaci, occuparono tutta l'isola de' Batavi. Colà furono vinti da Costanzo Cloro, e trapiantati lungi dal Reno; ma poco indugiarono a sorgere terribili contro di Costantino e di Crispo.

Altra o lega o gente principale fra' nemici di Roma, sono gli Alemanni. Con questo nome comparvero primamente sul Meno ai giorni di Caracalla, il quale non solo scelse fra loro le sue guardie, ma ne imitò il vestire e la bionda capellatura. Benchè non osassero travalicare le barriere dei Romani, molestavano senza tregua il confine e le opulente contrade della Gallia; poi alcuni, varcato il Danubio, per le alpi Retiche scesero in queste nostre parti, ed accamparono fin sotto a Ravenna, donde con lautissimo bottino ritirarono il passo davanti all'esercito romano. Un'altra volta ben trecentomila di essi giunsero a Milano.

Mentre poi Aureliano componeva coi Goti le cose sul confine illirico, gli Alemanni si scagliarono da capo nell'armi, e con quarantamila cavalieri e il doppio di fanti invasero la Rezia, menarono guasto dal Danubio al Po; ma intanto che si ritiravano, l'imperatore intercettò loro i passi con tanta maestria, che chiesero patti. Appena però dalle incalzanti necessità fu egli chiamato altrove, gli Alemanni ruppero quella siepe d'armi, e si difilarono sopra l'Italia, sperperando fin a Milano, e spargendosi a branchi per le valli dell'Adda e del Ticino: presso Piacenza sconfissero i Romani, ma a Fano rimasero vinti: poi disfatti interamente a Pavia, sbrattarono l'Italia. La subitanea invasione fece avvisato Aureliano della necessità di circondare di mura Roma, ridotta a difendersi sul Tevere, non più sul Volga o sull'Eufrate. E gli Alemanni acquistarono tanta preponderanza, che il nome loro venne esteso a tutti que' Germani che non s'appigliarono alla lega dei Franchi; laonde essendo spesso scambiati Alemanni e Germani, mal si possono sceverare le imprese di questi e di quelli.

Fu per tenere questi Barbari in soggezione che Diocleziano collocò un imperatore ed una corte sul loro stesso confine, nell'alta Italia. Costanzo irruppe sul terreno dei Franchi, e rattenne gli Alemanni dal riversarsi sulle Gallie; ma a molte orde di Sarmati, di Carpi, di Bastarni fu concesso stanza nelle provincie consumate d'abitanti. Da ciò rimaneva blandita la vanità romana; e una politica di corta veduta s'appagava di questi effimeri trionfi, senza avvedersi che l'impero si educava in seno la serpe che lo morderebbe.

I Franchi diedero assai a tribolare a Costantino, il quale contro di loro esercitò le legioni che dovevano renderlo signore del mondo; e, in memoria de' ben riusciti successi, istituì giuochi detti Franchici. Crispo suo figlio si rese formidabile a questi ed agli Alemanni; campeggiò egli medesimo i Goti, che rifattisi nella lunga pace, si unirono ai Sarmati della palude Meotide, e devastarono l'Illirico, finchè furono costretti a vergognosa ritirata. Anche nei loro paesi gli inseguì Costantino, passando il Danubio sul ristorato ponte di Trajano; e ridusse i Goti a cercar pace, e a tributargli quarantamila soldati.

Di molti allori già era dunque glorioso Costantino, quando, morto e deificato Costanzo, egli fu salutato imperatore (306); e secondo il costume, spedì all'altro augusto e ai Cesari la propria effigie in addobbo imperiale. Galerio ne montò in superbissima collera; pure, onde evitare la guerra civile, gli mandò la porpora e il solo titolo di cesare, quello d'augusto serbando a Severo.

Ma la inumanità di Galerio, la lunga assenza, e un censimento delle ricchezze fatto con tal rigore da ricorrere fin alla tortura per iscoprire gli averi nascosti, aveano mossa a rumore l'Italia, ove Massenzio, figlio di Massimiano e genero di Galerio, si fece gridare augusto, comprando i pretoriani col denaro, i Romani colla speranza di redimerli da Galerio, i Gentili con quella di restaurarne il culto. Massimiano, uscito dal ritiro, ripigliò gli affari (307), e qual collega di suo figlio ricevette omaggio dal popolo e dal senato; vinse e uccise Severo, chiese amico Costantino dandogli sposa sua figlia Fausta e il titolo d'augusto; poi vedendo di esser considerato men di quello che desiderasse, si recò a Galerio, chi dice per incitarlo contro il proprio figliuolo, e chi per trovar luogo e tempo a tradirlo. Galerio intanto era penetrato in Italia; ma come vide l'immensità di Roma, o piuttosto la risolutezza di questa a servirsi delle ricchezze per respingere colui che voleva rapirgliele, non ardì assediarla e si ritirò, devastando la nostra patria, che peggio i barbari non avrebbero potuto.

Al posto di Severo collocò Licinio Liciniano dace, amico suo e al par di lui valoroso ed ignorante, lascivo in vecchia età ed avaro. Massimino Daza, che governava l'Egitto e la Siria, pretese anch'egli al titolo d'augusto: per modo che sei imperatori presedevano al mondo romano, dal combattersi non rattenuti se non dal reciproco timore. Massimiano, rejetto da Galerio, rannodò con Costantino: ma mentre questo campeggiava i Franchi, ne divulgò la morte (309), e schiuso il tesoro d'Arles, colla prodigalità e col rammemorare l'antico splendore mosse i Galli a voler tornare in dominio, e stese la mano a Massenzio (310). Costantino sopragiunto, assediatolo in Marsiglia, l'ebbe in balia, e non gli lasciò che la scelta della morte.

Galerio divise la vita tra opere di pubblica utilità, piaceri e sevizie. Geloso del sapere e della franchezza, sbandì giureconsulti, avvocati, letterati; affidava i giudizj a guerrieri, digiuni delle leggi: ma ulceri vergognose e schifosi insetti il consumarono, senza che trovasse ristoro o nei medici che spesso mandava a morte, o nei voti moltiplicati ad Apollo e ad Esculapio. Credendosi castigato dal cielo per la persecuzione contro i Cristiani, la sospese con un editto in nome suo, di Licinio e di Costantino, e poco stante morì (311). Massimino volò dall'Oriente per occuparne le provincie, volò Licinio a contrastarlo; poi scesero ad accordi, statuendo per confine l'Ellesponto e il Bosforo di Tracia. Accordo di nemici, poichè le due rive stettero irte d'armi, e Licinio cercò l'alleanza di Costantino, Massimino quella di Massenzio, e guatavansi con terribile aspettazione dei popoli.

Massenzio tiranneggiava l'Italia smungendola con pazze prodigalità; dai senatori esigeva spontanei donativi in moltiplicate occasioni; pel minimo sospetto sfogava il rancore contro di questi, mentre colla seduzione o la violenza ne disonorava le mogli e le figliuole. Costrinse il governatore della città a cedergli Sofronia sua sposa: ma questa, cristiana e virtuosa, chiese tempo per addobbarsi; e orato, si uccise. Lasciava che i soldati lo imitassero, saccheggiando, uccidendo, lascivendo; talora ad alcuno concedeva la villa, ad altri la donna d'un senatore; mentr'egli nel voluttuoso palazzo, gittando magìa e indagando l'avvenire nelle viscere di femmine e di fanciulli, vantavasi d'esser unico imperatore, gli altri sostener solo le sue veci. Il contrasto dava spicco alla felicità delle provincie soggette a Costantino, assicurate dai Barbari, e meno esauste dagli ingordi tributi.

Udendo questi che Massenzio radunava gagliardo esercito per torgli l'impero col pretesto di vendicare il padre, lo prevenne e mosse verso Italia, sollecitato dal popolo e dal senato a redimere l'antica regina del mondo. Massenzio, fidando tutto ne' guerrieri, se gli era amicati; tornò i pretoriani al pristino numero; pose in armi ottantamila Italiani, aggiungendovi metà tanti Mori d'Africa, oltre i Siciliani, talchè comandava censettantamila pedoni e diciottomila cavalli[22]. Costantino non armava in tutto che novantamila de' primi ed ottomila degli altri; onde, distribuitine ove occorreva, provveduto alla difesa del regno suo, non potè moverne che quarantamila, prodi però, esercitati contro i robusti Germani, e condotti da capitano esperto ed amato.

Il quale, mentre la sua flotta assaliva la Corsica, la Sardegna e i porti d'Italia, valicò le alpi Cozie, e, prima che Massenzio il sapesse partito dal Reno, pel Moncenisio calò a Susa. Presala di viva forza (312), nelle pianure della Dora scontra un corpo italiano, coperti uomini e cavalli di ferro, e li rompe; entra in Torino, poi in Milano; ha Verona a discrezione, dopo sconfitto Pompejano che con grand'arte la difendeva. Massenzio intanto si stordiva o lusingava, finchè i suoi uffiziali furono spinti a mostrargli imminente la ruina. Posto in piedi un terzo esercito, egli se ne mise a capo, vergognandosi dei rimbrotti della moltitudine, e confortato dai Libri Sibillini che avevano ambiguamente risposto: — In questo giorno perirà il nemico di Roma». Incontratisi a nove miglia da Roma (ad Saxa Rubra), Massenzio vide l'esercito suo tagliato a pezzi, e fuggendo precipitò dal ponte Milvio nel Tevere: e Costantino, cinquantotto giorni dopo mosso da Verona, ebbe compita la guerra.

Padrone di Roma, estirpò ogni seme e razza del tiranno, ma per quanto la moltitudine gridasse, non consentì l'uccisione de' primarj amici di quello; e sospesa la crudeltà quando più non era necessaria, dimenticò il passato, diede il congedo ai pretoriani e ne disfece il campo, impedì i delatori, sollevò gli oppressi da Massenzio, e in due mesi, dicono i panegiristi, rimarginò le piaghe recate da sei anni di tirannia. Al senato restituì lo splendore, e ne fu ripagato con ogni modo d'onoranze; il primo posto fra gl'imperatori, arco di trionfo che tuttora sussiste, dedicati a lui molti edifizj cominciati da Massenzio, a non dire le feste che attirarono infinito concorso. Diede sua sorella all'imperatore Licinio: mosso sopra i Franchi, devastò le loro terre, e molti prigionieri gettò alle belve.

Quando Massimino Daza morì a Tarso, rimasero padroni Licinio delle provincie orientali, delle occidentali Costantino. Poteasi prevedere una scissura, che non tardò; e Costantino disfece l'emulo nella Pannonia e nelle pianure di Tracia (314), indi gli concesse pace. Ma avendo Costantino, nello sconfiggere i Sarmati e i Goti, inseguiti questi ultimi fin sulle terre di Licinio, si rinnovarono lamenti, che finirono in guerra aperta. Licinio fu novamente battuto presso Adrianopoli, e la sua flotta nello stretto di Gallipoli, onde chiese patti e gli ottenne. Avendo però Costantino saputo ch'esso allestiva nuove armi (323 — 3 luglio), e chiedeva perfino in ajuto i Barbari, lo prevenne e ruppe a segno, che non isperò salvezza altrimenti che col gettarsegli ai piedi, rinunciando alla porpora. Costantino l'accolse benigno, e lo inviò a Tessalonica con ogni cortesia; poco poi mandò a strangolarlo. Così l'impero restava unito nella robusta mano di Costantino, che, padrone del mondo, potè trarre ad effetto i lunghi divisamenti, e dargli politica nuova; nuova capitale, nuova religione.

LIBRO QUINTO

CAPITOLO XLVI. Il Cristianesimo perseguitato, combattente, vincitore.

Allorchè Costantino movea verso l'Italia contro Massenzio, tutto l'esercito vide, sopra del sole, uno splendore in forma di croce, dove leggeasi, Per questo segno vincerai. Dappoi in sogno esso imperatore fu avvertito che adottasse la croce per insegna; ond'egli fece farne una col monogramma di Cristo ☧ e la attaccò al làbaro, cioè allo stendardo imperiale, invece degli Dei che soleano portarsi innanzi alle legioni. Dall'obbrobrio del Gólgota passa dunque la croce a guidare gli eserciti; presto sfolgorerà in fronte ai re, aprendo una nuova civiltà; ma traverso ai contrasti e ai patimenti, che sono indispensabili pel trionfo del vero.

Gli apostoli e i primi loro discepoli, colla voce, coll'esempio, col martirio, colla Grazia propagarono la redentrice morte in parti remotissime; giovati umanamente dalla grande concentrazione del mondo civile nell'Impero, per cui erano tolte le barriere delle nazionali nimicizie, e rese universali le lingue greca e romana.

Come le antiche città voleano derivare le proprie origini da semidei, così le Chiese aspirarono al vanto d'esser fondate da apostoli o dai primi loro discepoli. Che san Paolo, allegando d'essere cittadino romano, declinasse i giudizj provinciali, e si facesse condurre a Roma, consta dagli Atti Apostolici. Un'antica fama vi porta anche san Pietro (t. III, p. 194), il quale, secondo le tradizioni napoletane, venendo da Antiochia approdò a Brindisi, quindi a Otranto; in Taranto lasciò vescovo Amasiano; visitò Trani, Oria, Andria; per l'Adriatico navigò a Siponto, indi pel Tirreno giunse a Napoli, e convertitala, vi pose vescovo Aspreno; s'addentrò pure a Capua, facendone vescovo Prisco, e Marco ad Atina, Epafrodito a Terracina, Fotino a Benevento, Simisio a Sessa, così a Bari e altrove. Reggio vanta per primo pastore Stefano, ricevuto dall'apostolo Paolo; e Pozzuoli Patroba, discepolo di questo. Farebbero discepolo di Pietro san Paolino, che battezzò i Lucchesi. A Milano vorrebbe dirsi piantata la croce dall'apostolo Barnaba: nella Venezia da san Marco evangelista, il quale avendo convertito ad Aquileja Ermàgora, in Roma lo presentò a Pietro, che destinollo vescovo di questa città[23], di Trieste, di Concordia; come san Massimo d'Emona, san Prosdocimo di Padova, Vicenza, Altino, Feltre, Este.

Pie tradizioni, che la critica non può tutte accettare, ma neppure senza leggerezza repudiar tutte. Certo in Roma, trentatre anni dopo Cristo morto, Nerone trovava Cristiani in quantità (multitudo ingens); e non si poteano più reprimere che coll'inventare contro di loro insane calunnie, quali l'incendio di Roma (t. III, p. 197). I grandi e i dotti continuavano come Pilato a dire — Cos'è la verità?» ma numerose classi, che la necessità del lavoro salvava dalla corruzione, credendo quello che avevano creduto i loro padri, frequentavano i tempj, e sentivano il bisogno della divinità che soccorre, che consola, che rimunera. Fra gli schiavi, se molti riduceansi turpe strumento ai vizj del padrone, altri, più remoti dal lezzo signorile, mantenevano la moralità naturale. A costoro dunque come riusciva consolante l'udire parlarsi d'un Dio, eguale per essi e pei loro tiranni; e che colla pazienza poteano le dure fatiche, gl'iniqui strapazzi tramutare in tesoro per un'altra vita, ove ad un giudizio incorruttibile sarebbero chiamati non meno gli oppressori che gli oppressi!

Il più de' Cristiani cernivasi dunque tra costoro: ma ben presto Plinio ne scontrava d'ogni età ed ordine; Tertulliano asseriva al proconsole: — Se persisti a sterminare i Cristiani, puoi decimare la città, e fra' colpevoli troverai molti del tuo grado, senatori, matrone, amici»; l'editto dell'imperatore Valeriano suppone battezzati e senatori e cavalieri romani e dame di grado.

Neppure ai popoli più abbandonati la Provvidenza non avea lasciato mancare lumi per iscorgere la verità, e per almeno rispettare quel che non aveano forza di seguire. L'orgoglio degradasse pure lo spirito, la concupiscenza invilisse la carne, gli uomini si stordissero fra cure e voluttà; non poteano spegnere la coscienza prepotente che porta a cercare chi è Dio? chi l'uomo? quali relazioni fra questo e quello? come il peccatore può rigenerarsi? che cosa s'incontrerà dopo morte? A siffatte domande niuna risposta soddisfacente adduceano l'orgoglio degli Stoici, la depravazione degli Epicurei, la grossolanità de' Cinici, lo scetticismo degli Accademici; e soltanto dubbj o sottilità esibivano a chi invocava il riposo della certezza.

Nè meglio appagava una religione, dove professavasi o un Dio imperfetto, o la creatura perfetta; il che equivale a negare e la creatura e Dio; e che, spoglia di dogmi, riusciva mancante d'efficacia morale. Fra quei sacerdoti, se eccettuate alcuni fanatici egizj e siri, chi mai avrebbe patito disagi non che tormenti pel suo Dio? chi voluto girare predicandone il culto, più di quel che giovasse ad acquistare credito e ricchezze? tenevano la loro dignità non altrimenti che un impiego dello Stato; pronti, se il senato lo decretasse, a sostituire Giove a Tina, Mitra ad Apollo, ed erigere altari al tiranno ed alla meretrice.

Or ecco il cristianesimo, «dalle tenebre chiamando nell'ammirabile sua luce», e rivelando Colui che è la chiave di tutti i secreti, la parola di tutti gli enigmi, il compimento di tutta la legge, proclamava di nuovo la fede perchè fondato sulla rivelazione, la speranza perchè appoggiato a promesse divine, la carità perchè mostra tutti fratelli e solidarj in quell'ordine universale, ove ogni cosa si armonizza al fine supremo che a ciascuno impose Iddio, e a quel supremo bene che è la manifestazione esterna delle perfezioni divine[24]. Gente non natavi per accidente, ma entrata nel cristianesimo per intima persuasione e dopo lunga lotta e duri sacrifizj e persuasa non darsi salute fuori di esso, restava impegnata a conservarlo e diffonderlo coll'esaltamento d'una profonda fiducia; scendere al vulgo, alle donne, ai fanciulli, per illuminarne l'intelletto, dirigerne la condotta, comunicare a tutti la cognizione più essenziale, quella de' proprj doveri; sicchè i principj importanti all'ordine sociale diventano universale eredità per via di catechismi, omelie, professioni di fede, cantici, preghiere: forme diverse d'una fede sola, d'una sola speranza, adattate alla comune capacità. Il padre convertito trae la famiglia ad una credenza, fuor della quale sa che non si arriva a salvamento; il soldato predica alla sua coorte, uno schiavo all'ergastolo e talora al padrone.

A quest'apostolato potea lungamente resistere la gentilesca indifferenza? Roma avea provato ogni bene terreno, la potenza e la gloria, poi la ricchezza e le voluttà; e non se ne trovava appagata. De' suoi pensatori, alcuni deploravano ancora Farsaglia, ed oscillavano tra un'avventata resistenza e il disperare della pubblica cosa; altri in represso fermento aspettavano misteriosi avvenimenti predetti dagli oracoli, e creduti come si suole in tempi e da uomini infelici tra quell'avvicendare d'anarchia e despotismo, tra la brutalità degli imperanti, la feroce licenza de' guerrieri, le rapine de' magistrati. All'annunzio d'una religione, divina nella sua origine, semplice e vera nell'insegnamento, pura e generosa nell'applicazione; a quella dottrina semplice, chiara, umana e insieme sublime, l'intelletto s'apriva, se ancora la volontà esitava; quand'anche la Grazia non trionfasse delle abitudini e dell'interesse, il cristianesimo palesava virtù, a cui non poteasi ricusare ammirazione; colla fratellanza procurava i gaudj d'una vita interiore; coi purificati sentimenti sapeva occupare le anime robuste, esercitare le immaginazioni attive, soddisfare ai bisogni intellettuali e morali, repressi, non isradicati dal sofisma, dalla tirannide, dalle sventure. Prova di questo bisogno di virtù si è, che coloro i quali tentarono ringiovanirle, dovettero alle credenze antiche mescere alcun che di puro ed elevato, che non traevano dalla loro essenza, che mai non aveano avuto nella pratica; il grossolano politeismo avvicinare al dogma d'un Dio solo, restringendo il culto quasi unicamente a Giove, e facendo di Apollo un mediatore fra Dio e gli uomini per mezzo degli oracoli, un salvatore dell'umanità, il quale si fosse incarnato, vissuto servo in terra, sottoposto a patimenti per espiazione.

Ma per quanto s'industriasse a rifarsi dei dogmi cristiani, forse che l'idolatria soccombente offriva la consolante dottrina della remissione de' peccati? Rimorso dalla coscienza, uno potea attutirla altrimenti che con olocausti, con farsi piovere sul capo il sangue di vittime scannate, o con altre espiazioni, di cui sentiva la superstiziosa vanità? Or che buona novella l'udire che un Dio aveva radunata in sè solo quell'ira ineffabile, e che ciascuno può appropriarsi i meriti infiniti del sacrifizio della croce mediante la fede nel divino Redentore? I fedeli di quelle legalità, dove allo scellerato non serbavasi che il castigo, ben faceano colpa ai Cristiani dell'accogliere i peccatori; ma i Cristiani rispondevano col restituirli innovati dalla penitenza.

Di buon'ora i Cristiani si costituirono in società con capi e regolamenti, entrate e spese (t. III, p. 202); legami volontarj e morali, eppur tenaci, che davano prevalenza sopra le fiacche e disperse aggregazioni religiose degli antichi, nelle quali ciò che in Etruria si credeva, beffavasi in Sicilia, ed i sacerdoti de' varj delubri e de' molteplici numi, non che fra loro indipendenti, erano gelosi e nemici. Ne' Cristiani invece, uno lo spirito, una la morale, uno il culto: devoti fin alla morte alla causa stessa; «nell'unità della fede e nella cognizione del Figliuol di Dio»[25], credevano infallibile il concilio de' loro sacerdoti, perchè lo Spirito Santo avea promesso d'esser con loro; dipendevano da capi che avevano conversato coll'Uomo Dio, o con chi gli era vissuto a' fianchi. Vedendo quell'intima comunanza, quel legame fraterno, saldato dall'unità delle credenze e delle speranze, i Gentili esclamavano, — Vedi com'e' si amano!» Ed a ragione, dice Tertulliano, ne fan le meraviglie, essi che non sanno se non odiarsi.

I miracoli sono generalmente attestati, prodotti in apologie nelle quali troppo importava non mentire; dai nemici stessi non negati, bensì attribuiti a magia; tanto che anche il critico di buona fede s'arresta prima di volgerli in riso. Si negano? più grande diventa il miracolo di convertire il mondo, d'ispirare agli ignoranti la cognizione di sì elevate dottrine, ai dotti la sommessione a tanti misteri, agli scredenti la fede di cose incredibili; e tutto ciò a fronte di ostacoli potentissimi.

E ostacolo dei più robusti era l'abitudine. Colle prime idee, colle prime parole, il Gentile avea bevuto il politeismo; gli Dei erano associati alle impressioni di sua gioventù; ne' bisogni s'era rivolto ad essi, ricorso ai loro oracoli nel dubbio, sciolto ad essi il voto dopo campato da malattia, da naufragj, dalle manie di Caligola o dalle vendette di Sejano.

Le immagini della mitologia ridono di tale squisitezza, che, anche perduta ogni fede e trascorsi tanti secoli, lusingano tuttora le nostre immaginazioni. Che doveva essere allora, quando tutte le arti v'attingeano? quando n'erano pieni i libri, con cui si coltivava l'ingegno, s'incantavano gli ozj, si distraevano le malinconie? Il Cristiano, che negli Dei protettori della musica, della poesia, dell'eloquenza non riconosceva altro che demonj, era ridotto a privarsene: perchè ad ogni piè sospinto trovava pericoli e contaminazione, non dovea festeggiar i giorni di reciproci augurj o di solenni commemorazioni; non sospendere lampade e rami di lauro alle porte, nè coronarsi di fiori quando tutto il popolo s'inghirlandava; anzi protestare ad ogni atto che inferisse idolatria. A nozze si cantano Talassio ed Imene? alle esequie si fanno espiazioni? nei banchetti si liba agli Dei ospitali? nelle case si riveriscono i Lari? il Cristiano deve fuggire, mostrarne orrore. Da ciò continui disgusti; e il convertito obbligato a lasciar le più care distrazioni, ridursi alle abnegazioni, all'isolamento.

A impieghi e dignità era unica via il piacere al principe: e il principe bruciava i Cristiani, e ne faceva fanali a' suoi orti. Per rinfrancare il debole sentimento morale, eransi muniti di religiose cerimonie tutti gli atti della pubblica vita. Quelli dunque che già occupavano magistrature, come poteano prestare il giuramento? come sacrificare? come intervenire nel senato che radunavasi in un tempio, e le cui tornate cominciavano da libagioni alle divinità? come presedere ai giuochi gentileschi?

E ai giuochi ripetemmo quanto traessero ingordi i Romani. Or bene, il cristianesimo esecrava spettacoli ove per diletto si versava sangue, e i nuovi convertiti venivano conosciuti all'allontanarsi dal circo; ma ciò quanto costava! Alipio (ce lo racconta sant'Agostino) convertito rinunziò agli spettacoli sanguinarj: pure un giorno i suoi amici lo trassero al circo romano. Egli vi si tenne ad occhi chiusi e immobile durante la lotta; quando improvviso il silenzio ansioso degli spettatori è rotto da applausi feroci, perchè un gladiatore aveva atterrato l'altro. Vinto dalla curiosità, Alipio schiude gli occhi, e la vista di quel sangue gli ridesta la crudele voluttà; mal suo grado s'affissa su quel corpo boccheggiante, e l'anima di lui s'inebbria del furore del combattimento e degli omicidj dell'arena. «Più non era l'uomo strascinatovi a forza, ma uno anch'esso della folla, commosso del pari, del pari gridante, ebbro di gioja come essa, e impaziente di ritornar a godere i furori del circo». Tanto l'abitudine prevaleva sopra le migliori risoluzioni.

L'idolatria sfoggiava la solennità d'un pubblico culto, con feste patrie e regie; il cristianesimo non esibiva che povera e semplice austerità; quella, connessa a' primordj della storia nazionale, deificava i fondatori e i legislatori del popolo; questo li sbalzava dall'are per sostituirvi il figlio di un fabbro, uno morto sul patibolo. Il vulgo stesso nel culto della patria vedeva quello della sua gloria; talchè s'innestavano pietà e patriotismo.

E chi erano costoro che venivano a dar il crollo a credenze, antiche quanto il mondo, diffuse quanto il genere umano? Non sapienti Greci, non Pitagorici o Gimnosofisti, ma della genìa degli Ebrei, rinomata per corriva e nata al servaggio, derisa per la singolarità de' costumi e per le astinenze. Il loro fondatore non avea, come gli altri autori di religioni, usato lo scettro o la spada, nè tampoco la cetra o la penna: i suoi discepoli, levati dal remo o dal banco, erano una marmaglia pezzente, che si raccoglieva attorno poveri schiavi, giovani inesperti o vecchi mentecatti, per contar baje d'un Dio che si umana, d'uno che crocifisso risorge; vietava di discutere le ragioni dell'adorare e del credere; giudicava un male la sapienza del mondo, un bene la follia; riponeva la sapienza (come Giuliano li rimproverava) nel ripetere stupidamente, — Io credo».

Pertanto la religione di Cristo era dai Latini chiamata insania, amentia, dementia, stultitia, furiosa opinio, furoris incipientia; l'orgoglioso repugnava dall'accomunarsi con artigiani e schiavi; i dotti trovavano ridicoli que' misteri, la cui sublimità non s'attinge che mediante la Grazia; la povertà e i supplizj de' discepoli davano argomento della debolezza del fondatore in una società che tutto riponeva nell'esito, tutto conchiudeva con questo mondo. Esagerando poi e falsando, dicevano che i Nazareni adorassero il sole, un agnello, una forca, una testa di giumento: e il vulgo, sempre numerosissimo, rideva, e li giudicava stolti ancor più che malvagi[26].

Ma anche malvagi li credeva. Costretti com'erano a tenere le assemblee in secreto, i Cristiani davano appiglio alle accuse, solite apporsi a tutto ciò che è arcano; e nel più sinistro senso venivano intesi i riti loro. Le sobrie agapi sono inverecondo stravizzo: nei silenzj delle catacombe violentano il pudore e la natura: un fanciullo coperto di farina è presentato al neofito, il quale lo trafigge senza sapere che si faccia, se ne raccoglie il sangue in calici che passano da un labbro all'altro, e se ne mangiano le carni. Ritraggonsi dalle magistrature per non dovere far omaggio agli Dei? li sentenziano d'infingardi: sono stregonerie i miracoli; malefizio la loro costanza nei supplizj: anzi sono atei perchè non hanno sagrifizj, non tempj[27].

Eppure cotesti ribaldi qual morale insegnano? la più pura ed austera: povertà ad un mondo idolatrante le ricchezze; umiltà al secolo della superbia; castità in mezzo alle ostentate lascivie; abnegazione tra il filosofico egoismo. Invece di quell'assenza d'ogni dogma, così comoda all'accidia umana, che permetteva tutte le contraddizioni all'intelligenza, tutti i vaneggiamenti all'anima, tutte le superstizioni ai cuori, tutti gli eccessi alle passioni, intimavasi un dogma preciso, assoluto, universale, che richiedeva l'intensità dell'intelletto, la sommessione del raziocinio, l'obbedienza del cuore; al panteismo filosofico o al popolare l'idea della spiritualità di Dio e dell'individualità dell'uomo; agli Epicurei la fede nella Provvidenza e nelle retribuzioni postume; agl'increduli e agli indifferenti la necessità del culto; agli egoisti la solidarietà del genere umano; ai gaudenti le austerità e l'umiliazione; allo schiavo di ritenere le sue catene, sebbene al padrone intimi ch'egli è eguale al servo; al povero di non esigere i soccorsi, sebbene al ricco imponga di dare volontariamente. La gente, che da tanti mali erasi rifuggita nelle voluttà, senza tampoco sospettare che queste offendessero divinità tuffate nello stesso brago, vedevasi allora non solo interdetti gli atti, ma riprovato il desiderio; riprovata la fornicazione anche colle libere, anche colle schiave; riprovata la vendetta, che prima era dovere e religione; riprovato il fasto, e detti beati coloro che soffrono, beati gli umili di spirito; esclusi dalla gloria i molli, gli adulteri, i pederasti. Questa guerra alle passioni, questo freno agli istinti naturali, quanti non dovea stornare dal cristianesimo?

Mercanti e artieri assai vivevano del somministrar vittime, dell'allestire giuochi e simulacri: sacerdoti, auguri, re sacrificuli, incantatori, astrologi recavansi in odio chi guastava lor arte, e facevano prova di sostenerla col ravvivare il fervore pel culto antico, l'attenzione degli oracoli, la scaltrezza dei prodigi. Così invalse una quantità di maghi e prestigiatori, tra cui famosi Simone samaritano in patria e Apollonio di Tiane a Roma. Quegli offerse a san Pietro del denaro se gli partecipasse la facoltà di conferire lo Spirito Santo; donde fu nominata la simonia, cioè il vendere le cose sacre; prima eresia che comparve, ultima che sparirà. Vogliono capitasse egli a Roma regnante Claudio, e co' suoi prestigi talmente s'illustrasse, da meritare una statua nell'isola del Tevere[28]; ma avendo voluto librarsi a volo, si ruppe la persona. Anche Apollonio venne a Roma imperando Nerone, il quale, sebben nemico ai filosofi, gli permise di rimanere, e d'alloggiar ne' tempj, secondo soleva; poi a Vespasiano diede consigli sul ben governare l'impero. Accusato da un Greco a Domiziano, tornò a Roma a giustificarsi, ma il giorno medesimo fu visto a Pozzuoli e ad Efeso; e trovandosi in quest'ultima città al momento che Domiziano cadeva trafitto a Roma, sospese di parlare, e stato alquanto assorto, agli uditori meravigliati, disse: — Il tiranno è morto». Nerva succeduto imperatore, e che già eragli amico, l'invitò; ma egli scusossene, e mandogli de' pareri; indi sparve, nè più fu veduto vivo o morto.

Persone devote al nome di costui e a quel di Pitagora, a cui egli s'appoggiava, professavano che un'infinità di genj occupassero il vuoto fra l'uomo e Dio, partecipi in vario grado alla natura di esso; e poter l'uomo contrarre patti con quelli per via di cerimonie, digiuni, purificazioni. Il popolo li temeva e pagava, i grandi vi credevano; non Caracalla soltanto, ma fin Marc'Aurelio ne aveva sempre agli orecchi; e la malignità li confondeva coi Cristiani, e i miracoli de' santi coi costoro prestigi.

La più grave imputazione però ai Cristiani, vorrei dire la più romana, era d'odiare il genere umano, il che significava odiare l'impero[29]. Le istituzioni di Roma traevano lor forza dallo spirito di famiglia, sopra il quale era sorta la gran città, e dalla conseguente venerazione per gli antenati. Or ecco il cristianesimo, che, per guadagnare gli spiriti volgendosi principalmente alla gioventù, la sottraeva ad una generazione frivola, logora, ignara del vero bene, nimicava il padre ai figli, il fratello al fratello; donde eseredati figliuoli, repudiate mogli, puniti schiavi, scassinata l'autorità domestica. Non che opporre agli antichi nuove glorie, nuove virtù, proferivansi dannati eternamente gli uomini più cari e venerati, i conquistatori ed i sapienti, i Cesari e i Ciceroni; chiamati demonj gli Dei, pel cui auspicio era ingrandito il Campidoglio. Mentre Roma intitolava eroi quelli che aveano sterminato maggiori popoli, grandezza il rapire a molti l'indipendenza, principal fonte di potere e di gloria la guerra, unico scopo di questa la conquista; ecco predicarsi la pace, la fratellanza, la giustizia, condannarsi cioè tutta la politica antica e nuova di Roma; dall'angustie d'una patria terrena sollevati gli animi ad una invisibile, della quale erano cittadini gli uomini tutti, anche il vinto, anche il barbaro, anche lo schiavo.

La religione de' Latini era essenzialmente nazionale, e incarnata colla repubblica; Roma, città santa, inorgoglivasi di derivare dagli Dei; a sette cose sacre annetteasi la conservazione dell'impero (t. I, p. 153-4); nei maggiori frangenti consultavansi i Libri Sibillini; senza auspicj non si tenevano assemblee, senza feciali non s'indiceva la guerra o saldava la pace, senza sacrifizj non s'inaugurava imperatore o console; a comuni solennità si congregavano le federazioni; e le teorie, portando l'annuo omaggio della lontana colonia alla madrepatria, teneano stretto il nodo fra questa e quella. Intaccare pertanto la religione era intaccare lo Stato, era un dichiararsi nemici del genere umano.

Augusto, fondando l'impero, trovò la necessità di rinnobilire le svilite idee religiose, e «ristorare i tempj e le crollanti immagini degli Dei» (Orazio); e in testimonio dell'alleanza fra lo statuto e la religione, unì il sommo pontificato alla potenza imperiale, e collocò nel senato l'altare della Vittoria. Allora fu imposto silenzio alle voci che nella Roma repubblicana sbraveggiavano gli Dei e la vita futura; si moltiplicarono sacrifizj, iscrizioni votive, delubri. Mecenate, consigliando Augusto sul modo di governare, gli aveva detto: — Onora sempre e dappertutto la divinità secondo le leggi e gli usi aviti, e costringi gli altri a farlo. Quelli che introducono alcun che di stranio nel culto, detesta e punisci, non solo per riguardo agli Dei, ma perchè questi novatori trascinano molti cittadini ad alterare i costumi, donde vengono congiure, intelligenze, associazioni pericolose»[30]. Le assemblee erano vietate, anche quando tendessero a pubblica utilità; e tanto più sedi scopo religioso. I giureconsulti «custodi delle divine ed umane cose» pronunziavano doversi conservare ad ogni costo il culto avito, e Ulpiano radunò tutte le leggi in proposito[31]. Ben è vero che ai numi patrj e ai greci si erano aggiunti ora l'Iside egizia, ora il Mitra persiano, poco importando al politeismo che gli Dei fossero venti o cento, anzi alla costituzione essendo consono l'adottare gli Dei stranieri, ed alla politica l'assimilarsi i vinti coll'accettarne le credenze. Ma tutt'altrimenti andava il caso con una religione che ogn'altra escludeva, che diceasi universale, e destinata a fabbricare il suo tempio colle macerie delle nemiche.

La tirannia fin allora aveva colpito gli uomini nel corpo, ne' beni, nella vita, non s'era rivolta all'anima, al pensiero, mai non avendoli incontrati sulla sua via. Era la prima volta che desse di cozzo in una fede seria, profonda, pronta ad obbedire finchè le si chiedessero gli averi e il sangue, ma risoluta a resistere quando n'andassero di mezzo la credenza o il dovere: in quella gara di farsi vili al pie' di vili regnanti, insegnano che l'uomo è soltanto di Dio[32]; quanto ai dogmi ed all'esercizio di loro religione, non conoscono superiorità terrena; adoprano sincerità e pazienza, non forza o scaltrezze, non calare a transazioni, non guadagnar tempo; persuasi che tutte le cose visibili sono un nulla a petto delle arcane, che l'unico bene consiste nell'accettar la croce, l'unico male nel peccato, e che la follia del Calvario trionferebbe dell'ostinazione d'Israele e della superbia di Roma: gl'imperatori o i proconsoli vogliono forzarli? se deboli, fuggono; se no, soffrono, non piegano: contro la barbarie raddoppiasi la loro costanza, la quale diventa ad altri eccitamento, sicchè «il sangue è semenza di Cristiani».

Pure cotesti settarj dal loro Cristo aveano imparato a rispettare la potestà; sotto imperatori che disonoravano la natura, i loro dottori gli esortavano alla docilità, non essendo ancora in tal numero che bastassero a rappresentare un voto nazionale e mutare un reggimento. San Vittore interrogato da un prefetto, risponde: — Nulla ho fatto contro l'onore o gl'interessi dell'imperatore o della repubblica; non ricusai di assumere la difesa ove il dovere me l'imponeva; ogni giorno offro il sacrifizio per la salute di cesare e dell'impero; ogni giorno in favore della repubblica immolo vittima spirituale al mio Dio». Perocchè il cristianesimo, improntato della universalità, attributo incomunicabile delle soluzioni divine, collocò la religione ben disopra alla parte contingente e variabile della società, fermandola nell'essenziale e permanente, sicchè l'uomo, in qualunque clima e qualunque governo, possa operare il perfezionamento proprio e meritarsi il cielo; sotto principi crudeli e scostumati non si ribella alla società, da' cui peccati rifugge; non pretende sovvertirla, ma cerca emendarla; combatte i vizj del secolo, ma senza staccarsi da esso.

Pertanto i Cristiani, ignorati o tollerati, erano cresciuti. I padroni degli schiavi s'accorgeano d'un mutamento, non cominciato dalle sublimi, ma dalle infime parti della società: alcuni sofisti tolsero a sillogizzare sopra quelle credenze: i sacerdoti vedeano diradarsi i tempj, sminuire le offerte. Allora, aperti gli occhi, si conobbe che costoro, nati appena jeri, già empivano i fòri, i tribunali, le legioni; senz'armi, senza difesa, negavano obbedienza ad ordini così semplici, quali pareano il bruciare un grano d'incenso sull'ara di un dio o d'un imperatore; e piuttosto accontentavansi di morire. Alla romana legalità, che faceva delitto il contrariare un decreto qualunque, come doveva movere sdegno questa inobbedienza! Gli statisti, che sentivano non poter più Roma prosperare dacchè era spoglia di morale ed abbandonata ai baccanali della forza, sapevano però che nel cadavere d'un grande Stato le istituzioni antiche conservano una vita galvanica, perchè e l'aristocrazia si ricorda qual fu, e l'esercito è abituato ad una certa disciplina, e il popolo ad un'amministrazione qual ella sia, e nel principe si concentrano la forza e l'opinione. Di qui la tenacità alle forme vetuste, che è propria de' dominj deboli; di qui l'odio dei politici contro il cristianesimo.

Sopragiungevano intanto sempre nuove traversie; peste, tremuoti, fame, correrie di Barbari: e i Cristiani predicavano, — Sono avvisi del cielo; Roma e il mondo, sommersi in un mare di vizj, meritano questi e peggiori castighi». Fremeano i Gentili a tal voce, quasi desiderassero o si compiacessero de' mali di cui adducevano la ragione: i politici si confermavano nel crederli avversi allo Stato: i religiosi pensavano che le costoro bestemmie irritassero gli Dei, i quali, destri un tempo agl'incrementi di Roma, lasciavanla allora sfasciarsi. Adunque ne si plachi la collera col sagrificare i loro nemici; il Cristiano, pel solo suo nome, sia considerato «nemico de' numi, degl'imperatori, delle leggi, de' costumi, di tutta la natura»[33].

Derivavano dunque dalla legalità romana le persecuzioni, che quella civiltà ci presentano in un aspetto differente assai dal classico; quistione politica più che religiosa, dove, poco curando la dottrina, punivasi la disobbedienza; e dove gl'imperatori buoni, cioè ispirati dall'antico genio romano, imperversarono più che non i malvagi, quali Comodo od Elagabalo.

La Chiesa noverò le sue vittorie dal numero delle sue tribolazioni. Sotto Nerone vedemmo la prima volta perseguitati i Cristiani, e non pare fosse soltanto per dare una soddisfazione al popolo, nè che si limitasse a Roma[34]. Domiziano, quando voleva rifabbricare il Giove Capitolino, tassò gli Ebrei un tanto per testa; e i Cristiani, compresi sotto quel nome, non volendo a verun patto contribuire per idolatrie, ne nacque nuova persecuzione, in cui caddero Flavio Clemente, cugino dell'imperatore e collega di lui nel consolato, colla moglie e la nipote Domitilla. Il cristianesimo era già dunque arrivato ai limitari della reggia.

Plinio Cecilio (t. III, p. 339), stando proconsole della Bitinia e del Ponto, sentì contrasto fra il dovere d'eseguir la legge che condannava i Cristiani, e la coscienza propria che glieli mostrava incolpevoli; laonde interpellò l'imperatore Trajano come comportarsi, e se fossero a punire indistintamente giovani e vecchi, se perdonare a chi si pentiva. — Gl'interrogai (soggiunge) se fossero cristiani; e quei che confessarono, escussi due o tre fiate con minaccia del supplizio se perseveravano, gli ho condannati, giacchè meritano castigo la disobbedienza e l'ostinazione. Alcuni denunziati negarono; altri dissero aver cessato d'essere cristiani, ed affermavano che tutto il loro errore o delitto consisteva nell'adunarsi un giorno prefisso avanti l'alba e avvicendare inni a Cristo come fosse dio; si obbligavano con giuramento di non commetter furto, adulterio od altro misfatto, nè negare il deposito; poi raccoglievansi a mensa comune, innocente. Credetti bene chiarir la verità col mettere alla tortura due giovani schiave che diceansi addette ai ministerj di quel culto: non vi ho scoperto che una superstizione trasmodata, laonde ho sospeso tutto, aspettando tuoi ordini. Gran numero di persone d'ogni sesso e grado sono e saranno comprese in tale accusa, poichè questo contagio non ha soltanto infette le città, ma si è dilatato pei villaggi e le campagne».

L'imperatore, rispondendo, collauda l'operato del suo ministro, ma essere impossibile stabilir regola certa e generale in cause di questa natura. — Non bisogna fare indagini; ma se accusati e convinti, punirli; se l'imputato nega d'esser cristiano, gli si perdoni».

Strana rivelazione del contrasto fra la legalità e la giustizia! Il proconsole, uomo onesto, non trova rei questi settarj se non del nome, pure non domanda che siano salvati, sibbene con qual misura deva castigarli; e li mette al tormento per iscoprirne delitti, di cui non sono accusati. L'imperatore, un de' migliori, anch'egli tentenna fra il proprio sentimento e la ferrea rigidezza delle leggi! E come! la legge è tanto vaga che i prudenti stessi non sanno come interpretarla, e può essere sospesa non solo dall'imperatore, ma fin dal proconsole: eppure a' dubbj di questo l'imperatore non risponde se non che ha fatto bene. Se sono colpevoli, perchè declinare l'indagine? perchè assolverli sulla semplice negativa? Se innocenti, perchè punirli di confessare ciò che non è colpa? Che legislazione è cotesta dove si castiga non un fatto, ma un sentimento? Qual sanguinoso testimonio del niun conto che gli antichi faceano della vita dei loro simili![35]

Che se tanto lasciavasi all'arbitrio de' tribunali, e sotto un Plinio ed un Trajano, che doveva essere delle assemblee tumultuarie, quando la plebe, nei giorni devoti agli Dei o fra la sanguinaria ebbrezza dell'anfiteatro, chiamava a gran voci, — I Cristiani alle fiamme, alle fiere?» Editti d'Adriano e d'Antonino vietarono di far fondamento sulla semplice diceria per condannarli: ma che, se i rei medesimi confessavano, anzi gloriavansi? Come doveva inviperire l'orgoglio degli imperatori o de' loro ministri allorchè vedeano un fanciullo, una donna, un oscuro cittadino confessare apertamente il delitto apposto; e a lusinghe, a promesse, a minaccie resistendo, ricusare non un delitto, ma l'atto il più semplice del culto nazionale, un granello d'incenso al dio Giove o al dio Antinoo! Li straziavano allora colla tortura, non per istrapparne la confessione del delitto, ma acciocchè il negassero; oppure mettevano a lubriche prove la continenza dei giovani e la castità delle vergini; e infelloniti dalla resistenza, gli abbandonavano a' manigoldi e al vulgo, in cui la ferocia, innestata dall'abitudine de' supplizj e de' giuochi circesi, veniva esasperata dal fanatismo.

Talvolta governatori umani respingevano le accuse, o con sotterfugi salvavano gl'imputati; talvolta li cacciavano solamente a confine: ma altri li chiudevano negli ergastoli e nelle miniere, oppure esercitavano su loro l'esacerbazione che permetteva la legge, iniquissima perchè indeterminata. Alla prova soccombevano? riportavano applausi dai Pagani, orrore e compassione dai Cristiani. Chi subisse generoso i tormenti, restava in venerazione: i fedeli baciavano le catene portate e le cicatrici rimaste; pei morti istituivano annue commemorazioni; e il sangue e le ossa, raccolte studiosamente, venivano poste sotto gli altari che servivano di mensa al viatico di quelli che si professavano pronti ad imitarli, e che in impeto generoso ambivano il martirio fin a denunziarsi da se stessi, a sturbare a bella posta i riti idolatrici, a ricusare la clemenza, e negli anfiteatri provocar l'ira delle fiere e de' manigoldi[36].

A malgrado degli scrupoli di Trajano, consta che sotto di esso molti subirono il martirio. Clemente papa fu sbandito dalla sua sede. Ignazio, vescovo d'Antiochia, fu da quell'imperatore mandato a Roma, perchè vi fosse ucciso: sul viaggio dell'intrepido confessore di Cristo accorreano vescovi, diaconi, fedeli; in Roma tanti mostravano interesse per lui, ch'egli temeva riuscissero a camparlo dal martirio; ma come vi si seppe destinato, coi fedeli pregò il Figliuol di Dio per le Chiese, per la carità fra' Cristiani, per la cessazione delle persecuzioni: esposto nell'anfiteatro alle fiere nelle feste Sigillarie, mentre i Gentili applaudivano ai leoni che lo sbranavano, i fedeli pregavano per esso, e ne davano avviso ai fratelli d'ogni paese, affinchè quel giorno tenessero in perpetuo solenne.

Adriano, spinto al sangue da zelo per le superstizioni e la magìa, e da odio per gli Ebrei, ordinò processure, nelle quali caddero i papi Alessandro, Sisto e Telesforo. Fabbricata la villa di Tivoli, cominciò magnifici sacrifizj per dedicarla: ma che? le vittime, gli auspizj, gli augurj uscivano a vuoto o in sinistro. Interrogati con più vigorose evocazioni, gli Dei risposero: — Come renderemmo oracoli, se ogni giorno Sinforosa co' suoi sette figli ci oltraggia, invocando il suo Dio?» L'imperatore ebbe a sè costei, che richiesta dell'esser suo, rispose: — Mio marito Getulio, con Amanzio fratel suo, tribuni militari, patirono per Gesù Cristo, ed anzichè immolare agli Dei, lasciaronsi recidere il capo, acquistando infamia in terra e gloria fra gli angeli». E intimandole l'imperatore, — Tu sagrificherai agli Dei, o sarai a loro sagrificata», non esitò nella scelta, anelando di ricongiungersi collo sposo. L'imperatore dunque la fece condurre nel tempio d'Ercole, quivi schiaffeggiare, sospendere pei capelli, e durando pur ferma, gettare nelle cascatelle, memori delle voluttuose canzoni d'Orazio. I figliuoli ne imitarono la costanza.

Era Aglae una romana tanto ricca, che tre volte diede i pubblici spettacoli; amministravano le sue entrate settantatre agenti, ai quali soprantendeva Bonifazio, uomo ospitale e largo coi poveri, ma licenzioso, e che con essa viveva in peccato. Avuto da Aglae commissione di andare in Oriente, e recare reliquie di martiri, per cui intercessione ottenere perdonanza, egli partì con dodici cavalli, tre lettighe e molti profumi; e per via cominciò a pensare seriamente ad un'opera assunta con leggerezza, e ad orare e far astinenza. Giunto a Tarso, vide il martirio d'alcuni Cristiani, e preso dalla costoro fermezza, li pregò che per lui pregassero; sicchè il governatore fece esporre lui pure ad ogni peggior tormento, che egli comportò pazientissimo in ammenda del passato. Aglae, avvertita del martirio dell'amante, ne ricomprò il cadavere a molto prezzo, e ritornata allo spirito, diede ogni aver suo ai poveri, e con poche donzelle si ritirò dal mondo.

Cecilia romana, obbligata contro voglia al matrimonio, converte il marito, il cognato e altri, ed è condannata a perdere gli occhi da un governatore cui troppo erano piaciuti. Maria, schiava d'un Tertullo senatore romano, sola della casa adorava Cristo, ed era tollerata per la fedeltà e l'esatto servire. Sopragiunta la persecuzione di Diocleziano, il padrone, per non essere costretto a denunziarla e così perderla, la fa battere a verghe onde muti fede, e sepellire in carcere, ma senza smoverla. Il giudice, informatone, la volle a sè, la fece martorare tanto che il popolo incompassionito volle si cessassero i tormenti. Il giudice la diede allora in custodia ad un soldato, ed essa temendo per la sua onestà, fuggì tra i monti, ove finì poi santamente[37].

Molte altre donne col santo eroismo assicuravano la libertà della femmina, e ricompravano dall'obbrobriosa servitù il loro sesso, elevandolo alla dignità della donna cristiana. Così la bellezza domava la forza, la morte intimoriva i viventi, e la fede trionfava dell'orgoglio.

Que' Romani che non voleano stordirsi sull'avvilimento della patria, si compiacevano nel rimembrare gli Scevola, i Bruti, i Catoni, prodighi delle grand'anime per una libertà, che sembrava più bella dacchè perduta; e nel segreto vantavano i pochi che ancora gl'imitassero o li contraffacessero resistendo ai cesari e affrontando la morte. Or eccoti una setta che proclama la libertà; non la libertà che rinnega l'ordine e che si acquista per sommosse, ma che rifiuta qualsivoglia restrizione alla coscienza, e per la quale cotesti Galilei sanno, non darsi la morte, ma intrepidi aspettarla[38]. Ma gli eroi, sublimando la passione umana, operavano cose straordinarie per l'acquisto di gloria: i santi, rinunziato ad ogni passione, senza calcolare le proprie forze, inermi ma intrepidi affrontavano le potestà umane e le infernali, nulla curando della lode, e la volontà propria rimettendo affatto a Dio.

Vero è che i Romani erano avvezzi a quotidiani supplizj, a conflitti di gladiatori, a battaglie nella città o sui campi, a stoici suicidj: ma coloro o lasciavano la vita costretti, o la gittavano come un carico importabile, al più la deponevano con indifferenza, come cosa che saziò. Ne' Cristiani, all'incontro, fanciulli «che non distinguono la destra dalla sinistra», vecchi, donne, morivano non coll'orgogliosa dignità delle scuole, ma con semplicità; non per erudizione di dottrine morte, ma per le parole della vita; non per se stessi, ma pel genere umano: fra supplizj squisiti non metteano lamento, gioivano, perdonavano. «Il vulgo (dice Lattanzio) vedendo le persone lacerate con varj tormenti, e mentre i carnefici si stancano, esse durare nella pazienza, fa giudizio che non sia vanità questa perseveranza dei morenti, e che senza Dio non potrebbero sopportarsi tanti spasimi. Masnadieri, persone robustissime non reggono a pari torture, gemono, urlano, soccombono al dolore, perchè vi manca l'ispirata pazienza. I nostri, non che uomini, ma fanciulli e donnicciuole, tacendo vincono i loro tormentatori, nè il fuoco stesso può strappar ad essi un gemito; il sesso debole, la fragile età soffrono d'essere sbranati a membro a membro, e non per necessità, giacchè potrebbero evitarlo, ma per volontà, giacchè confidano in Dio»[39].

L'antica società facea dunque il suo dovere, e il suo la nuova; i Cristiani subiscono la pena di morte, ma la dichiarano iniqua; si crederebbero contaminati pur dalla vista d'un supplizio, e interdicono il sacerdozio a chi uccise od esercitò diritto di sangue[40]; sublimando per tal guisa il carattere dell'uomo, non più soltanto quand'è ravvolto nella toga senatoria o nel mantello filosofico, o decorato dell'anello equestre, ma anche povero, ignorante, nudo, perfin colpevole; è uomo, e basta. Questa tacita ma costante resistenza rivelò la vigoria del cristianesimo.

Ai propagatori del vero più che le persecuzioni e la morte pesano la calunnia o la noncuranza; e queste porsero nuovo esercizio alla pazienza de' primi Cristiani. Giovenale descrisse uno dei loro supplizj coll'indifferenza d'un franco pensatore al cospetto di fanatici[41]; Tacito confuse questa setta odiosa colle tante che infestavano Roma, cloaca di tutte le immondezze[42]; Plinio giuniore non può crederli rei, eppure li punisce; Plinio maggiore, Plutarco, Quintiliano nè tampoco li nominano; nè la lunga storia di Dione Cassio, nè quasi la più ampia Storia Augusta; il satirico Luciano ne fa assurde celie; i dotti gli accusano di predicare a donne, fanciulli, schiavi, evitando di scontrarsi con pensatori.

Ma intanto la parola, soffocata o derisa, echeggiava da mille parti; e già penetrava nelle scuole, sostenuta con eloquenti scritture e incalzanti argomentazioni; nè più fu lecito alle persone colte ignorarla quando veniva a provocar l'esame e chiedere giustizia. Alcuni autori vi attingevano verità dapprima ignote, sicchè qualcosa di più puro ed elevato inserivano in libri di fondo pagano. Singolarmente in Seneca, fra tante debolezze e vanità, s'incontrano rudimenti di precetti e persino frasi, che accertano avesse cognizione de' libri cristiani, anzi alcuno disse amicizia con san Paolo[43]. Il suo non è più il Dio cieco ed impotente degli Stoici, ma uno incorporeo, indipendente, che è sua propria necessità, e che prima di far il mondo lo pensò[44]; abita in cuor dell'uomo virtuoso[45], vuol essere amato[46] perchè ci ama; noi siamo socj e membri suoi[47]: la maestà degli Dei è nulla senza la loro bontà: la Provvidenza governa il mondo, non da madre cieca, ma da padre prudente, laonde obbedire a Dio è libertà[48]: supremo bene è il possedere un'anima retta e una lucida intelligenza. Romano, egli seppe compassionar l'uomo esposto alle belve e agli stocchi dell'anfiteatro. — Voi dite, egli commise un delitto e merita morte. Sia; ma voi, qual delitto avete voi commesso per meritare d'essere spettatori del suo supplizio?»[49] Proclamò che «il divino spirito appartiene allo schiavo come al patrizio; schiavo, liberto, cavaliere, son parole inventate dalla vanità o dal dispregio; la virtù non esclude veruno; ognuno è nobile perchè discende da Dio. Non li chiamare schiavi, ma uomini, ma commensali, ma men nobili amici, ma consorti di schiavitù, giacchè la fortuna ha su noi i medesimi diritti come su loro. Quel che tu dici schiavo, viene dal ceppo stesso che tu. Consultalo, ammettilo a' tuoi colloquj, a' tuoi pasti; non voler essergli formidabile, e ti basti quel che basta a Dio, rispetto e amore»[50].

Per verità le azioni sue furono poco cristiane, ma certo egli migliorò sul fine di sua vita: le lettere a Lucilio tengono più del serio; nella sesta accenna ad un cambiamento avvenuto in lui, ad una trasfigurazione; gli manda libri dove ha segnato i passi più degni d'approvazione e ammirazione. Pure nelle lettere stesse colloca il saggio più in alto che Dio, esalta il suicidio, dubita dell'immortalità, e affatto da gentile fu la sua morte; onde possiam conchiudere con Erasmo: — Se si legga come pagano, scrisse cristianamente; se come cristiano, scrisse gentilesco».

Ma la sapienza, che in lui e in altri moralisti s'incontra a frammenti e tra contraddizioni, veniva insegnata nella sua pienezza dai santi Padri, e col carattere dell'universalità. Quella manifestazione di Dio rendeva inescusabile il paganesimo[51]; quella fede indomita a terrori e lusinghe, quelle virtù più che umane infondeano nel mondo uno spirito nuovo; sicchè la Chiesa, poc'anzi appena sperante, si estende trionfatrice, e s'accinge a riformare la società con nuovo sistema di credenze e di morale. Chè, sebbene il cristianesimo non tendesse a cambiar le relazioni e la condizione esterna dell'uomo, dichiarasse anzi non voler portare la mano all'edifizio della società, e rispettasse le grandi ingiustizie d'allora, la tirannide, la schiavitù, la guerra, pure sin da' primordj si mostrò fruttuosissimo al civile progresso. Non cambiando la società, bensì il modo d'apprezzarla; non togliendo i patimenti, ma trasformandoli in meriti; non mirando a riformare il popolo per mezzo dei governi, ma questi per mezzo di quello, migliorava la morale e gl'intelletti, incivilimento importantissimo giacchè intimamente connesso col civile. Ove dominavano l'anarchia, l'empietà, la dissolutezza, l'egoismo, eccolo sostituire un gerarchico ordinamento, la fede, la santità, l'amor generoso ed universale. Il potere, anche mentre restringe e comprime la spirituale società, ne prova il virtuoso ascendente: i giureconsulti, meditando sulla lettera tenace delle leggi, sentonsi da un'aura diversa lor malgrado ispirati: nella costituzione, ove tutto possono l'esercito e l'imperatore, appare un esempio delle due supreme garanzie della libertà, l'elezione e il dibattimento: si sciolgono gli uomini dalle leggi umane arbitrarie, per sottometterli alla legge razionale e divina[52].

Tali benefizj non furono allora intesi dai forti nè dai savj; e quelli, indispettiti e meravigliati del trovar gente che, contro il volere imperiale, sostenesse l'indipendenza delle proprie convinzioni, tolsero a perseguitarla, dapprima per antipatia, senz'ira, senza timore, fin senza fanatismo, per secondare il gusto che il popolo prendeva ai supplizj; poi per un deliberato proposito di sterminarla.

Sotto gli Antonini, che erano la stessa bontà, come dice il dabben Muratori; che erano i migliori de' principi e i migliori degli uomini, come dice il retorico Gibbon, non mancarono martiri. Pare che del loro tempo venisse a Roma Luciano, nativo di Samosata in Asia, il quale per l'universale ironia ben fu paragonato a Voltaire. Ricco di cognizioni, potente di stile, arguto di riso, fece una trista pittura de' costumi romani, poi volse in beffa tutto quanto si credeva e venerava, il potere come il sapere, le religioni come la filosofia; gli Dei perseguita con frizzi che doveano sconficcarli non meno dei ragionamenti, e attesta che nè gl'intelletti serj nè gli arguti più non vi prestavano fede o rispetto; e se ancora se ne frequentavano gli altari, più non era se non per convenienza sociale.

Marc'Aurelio fra tante virtù non ebbe quella di resistere ai filosofi che l'accannivano contro i Cristiani; e come rei di attentare alla religione dello Stato, e nutrire spiriti avversi alla pubblica cosa, li perseguitò o lasciolli perseguitare, finchè, dicono, il riferito miracolo della legione fulminante sospese le stragi. Risparmiata sotto Comodo e i successivi, si dilatò la credenza nostra. Se n'adombrò Settimio Severo sul finire del regno, e confondendoli cogl'irrequieti Ebrei, promulgò un editto contro i nuovi proseliti, ma che facilmente si estendeva anche agli altri, e massime a quelli che andavano a convertire: onde la persecuzione cominciata in Egitto, si propagò pel resto dell'impero.

È ingagliardita assai un'opinione quando la parte che può opprimerla a forza, sentesi tratta a combatterla con argomenti. Trasferita che fu la quistione nel campo della parola, i Cristiani poterono accettare quella battaglia, per la quale, più che per pacifiche comunicazioni, si propaga la verità. Adunque, mentre i martiri col sangue, altri coll'ingegno difesero la verità in una serie di apologie, dirette le più agl'imperatori onde distorli dalla persecuzione coll'esporre la morale e i dogmi cristiani. Le più rinomate sono quelle che san Giustino samaritano indirizzò ad Antonino e Lucio Vero, al senato e al popolo romano, poi a Marc'Aurelio, lagnandosi che, dove si tolleravano tante assurde religioni, soli i Cristiani venissero perseguitati, essi tanto meglio costumati che i Gentili, e che con orribili torture si estorcessero confessioni di colpe bugiarde.

Tertulliano cartaginese, il più eloquente padre in lingua latina, commentando l'accennata lettera di Trajano a Plinio[53], mostrava quale ingiustizia fosse il punirli pel solo nome, togliere ad essi la difesa e gli avvocati che a nessun reo si negano, nè appurare i delitti confessati, la qualità, il tempo, il modo, i complici. All'illegalità delle processure aggiunge la sconvenienza di castigare tante persone, e — Che farete delle migliaja d'uomini, di donne, d'ogni età e condizione, che presentano le braccia alle vostre catene? di quanti roghi, di quante spade non avrete bisogno? Ci si accusa di mangiar fanciulli. Come! bensì in Africa durò l'uso d'immolarne a Saturno, fin quando Tiberio non fece crocifiggere i sagrificatori agli alberi che ombreggiavano il tempio. Ma se l'uso pubblicamente è cessato, praticasi ancora in segreto: uomini si scannano a Mercurio dai Galli; sangue umano versasi in Roma stessa per onore di Giove; mentre noi Cristiani ci asteniamo perfino dal gustare qualunque sangue[54]. Ci calunniano di lesa maestà: ma sebbene i Cristiani non manifestino la devozione con giuramenti e bagordi, pregano il Dio vero acciocchè all'imperatore conceda lunga vita, regno riposato, sicurezza nei palazzi, valor nelle truppe, fedeltà nel senato, probità nel popolo, pace in tutto il mondo. Coloro che più profondono di tali testimonianze agl'imperatori, gli sono i meno fedeli e meglio disposti alla ribellione: al contrario i Cristiani perseguitati obbediscono; e quand'anche il popolo previene gli ordini supremi per ucciderli, e viola perfino i cadaveri, essi non pensano alla vendetta... Dilaga il Tevere? non dilaga il Nilo? difettasi d'acqua? trema la terra? gittasi una carestia, una peste? tosto si esclama, I Cristiani ai leoni. Simili sventure non venivano esse anche prima di Cristo? e sono effetti dello sdegno di Dio contro gli uomini colpevoli e ingrati. Intanto, quando il seccore fa temere di sterilità, voi sacrificate a Giove, frequentando i bagni, le osterie, i postriboli; noi cerchiamo placare il Cielo colla continenza, colla frugalità, con digiuni, col coprirci di sacco e di cenere; e ottenuta misericordia, ne diamo onore a Dio. Ma queste sciagure non ci scompongono, nè in questo mondo altro desiderio abbiamo che di partirne il più presto possibile».

Così la Chiesa dogmatizzava e disputava, soffriva e protestava; venerava i martiri, ma facea sentir le ragioni ai popoli ed agli imperatori.

Alla morte di Settimio Severo tanto s'erano assodati i Cristiani, che, mentre prima adunavansi in case private e di nascosto, poterono eriger chiese, comprare terreni in Roma, pubblicamente far le elezioni. Alessandro Severo gli ammise nella reggia come sacerdoti e come filosofi, e a vescovi e dottori concesse le sue grazie: ma quando Massimino succedutogli punì gli amici del predecessore, molti Cristiani andarono avvolti nel castigo, poi altri in occasione di un tremuoto.

L'imperatore Filippo li favorì tanto, che si credette ne avesse abbracciata la fede: ma sotto Decio, un fanatico poeta uscì in pubblico, deplorando l'abbandonata religione; il vulgo chiese fosse riparata col sangue degli empj; e i magistrati cercarono l'aura popolare col concederlo. Anche la peste, che in quel tempo devastava l'impero, aizzò la furia del popolo e la superstizione dei ministri ad isfogarsi sopra queste innocenti vittime, che rendevano il ricambio col profondere assistenza, preghiere, carità. Allora i principali vescovi furono morti od esigliati; per sedici mesi impedito al clero di Roma d'eleggere un successore all'ucciso papa Fabiano; i preti di questo messi in carcere; sistemata la persecuzione per via di decreti.

Valeriano al fine del regno, per istigazione del prefetto Macriano, egizio e dotto di magia, perseguitò nuovamente i Cristiani, tra i quali caddero illustri vittime, e Stefano e Sisto II papi. Gallieno sospese le persecuzioni; e quantunque alcune vittime cadessero sotto Aureliano, la Chiesa potè assumere quell'aspetto di legalità che il tempo conferisce.

È nella natura dell'uomo di lasciar illanguidire una credenza allorchè non contrastata, ravvivarla quando combattuta. I Pagani guardavano con indifferenza o spregio la loro religione; ma quando i Cristiani si presentarono a mostrarne la falsità e l'indecenza, per reazione vi si affezionarono; le dottrine o le pratiche che bastava conoscere per disapprovarle, dichiararono non essere che vulgari aggiunte, oppure simboli di arcana sapienza e di morale sublime. Si rinfrescò pertanto la venerazione alle antiche favole; e il dispetto di vederle malmenate dai nuovi settarj, insegnava mille arti di sostenerle. Allora dunque rinnovati più pomposi che mai i sagrifizj, introdotti di nuovi, proposte iniziazioni ed espiamenti, con cui supplire a ciò che la Chiesa prometteva col battesimo e colla confessione; poi si moltiplicarono miracoli, e profeti, e oracoli, e guarigioni ai sacrarj di Esculapio e d'Igia; e tanto se n'esaltò il fanatismo del popolo, che città e comuni a gara supplicavano gl'imperatori di adempire le antiche leggi, cioè sterminare i Cristiani.

Galerio e Diocleziano, abboccatisi dopo la guerra persiana affine di prendere un partito sopra un punto ormai divenuto capitale, da un'accolta di pochi primarj vennero persuasi di toglier via una setta, che formando uno Stato nello Stato, ne impacciava il movimento, e poteva minacciarne l'esistenza. Ed era vero che il cristianesimo cresciuto scomponeva l'unità così necessaria delle leggi e delle credenze; e chi volesse rintegrarla, trovavasi obbligato a questa scelta, o di rendere dominante la nuova religione, o di distruggerla. Di far il primo non ebbe senno o volontà Diocleziano; tentò il secondo, e professando voler abolire il nome cristiano, pubblicò la proscrizione generale: — In tutte le provincie si demoliscano le chiese; pena il capo a chi tenga conventicole segrete; si consegnino i libri santi per essere bruciati in forma solenne; i beni ecclesiastici venduti all'asta, o tratti al fisco, o donati a comunità e a cortigiani: quelli che ricusino omaggio agli Dei di Roma, se ingenui rimangano esclusi da onori e impieghi; se schiavi, dalla speranza di libertà; tutti sottratti alla protezione della legge: i giudici accolgano qualunque accusa contro i Cristiani, e nessun richiamo o discolpa».

Se non fosse attestato concordemente da tanti storici, appena si potrebbe credere pubblicato da nazione civile un decreto di sì tirannesca perversità, che avvolgeva tanta parte del mondo nella persecuzione, sbrigliando le private violenze e le frodi coll'interdire agii offesi di portarne querela, e l'uffizio del giudice riduceva non a librare l'accusa colle prove, ma a scoprire, perseguitare, cruciare chi fosse cristiano o un cristiano volesse salvare.

E la persecuzione di Diocleziano rimase famosissima[55], e la Chiesa d'Italia vi diede larga messe: in Roma Genesio commediante, Pancrazio di quattordici anni, Agnese di dodici, Sebastiano milanese, Marcello sacerdote, Pietro esorcista; a Benevento Gennaro vescovo, ingloriato dai Napoletani; a Bologna Agricola gentiluomo con Vitale suo schiavo; in Milano Nazaro, Celso, Naborre, Felice, Gervaso, Protaso; in Aquileja Canzio, Canziano e Canzianilla, di casa Anicia; — glorie nuove nel paese ove la gloria fin allora s'era dedotta dall'uccidere, non dal patire. Il diacono Cesario, venuto d'Africa a Terracina, vi fu testimonio dell'empio rito, per cui a certe solennità sagrificavasi un giovane ad Apollo gettandosi in mare; e levò la voce contro questo suicidio, onde meritò il martirio. Vuolsi che la legione Tebea negasse idoleggiare, e agli ordini imperiali rispondesse: — Noi siamo soldati dell'imperatore; da lui riceviamo la paga, ma da Dio la vita. Dobbiamo versar questa contro il nemico? sì il faremo: abbiam l'armi alla mano, ma non opponiamo resistenza, e preferiamo morire incolpevoli che uccidere gl'innocenti». Distinzione ignota ai soldati antichi, e per la quale furono trucidati a San Maurizio del Vallese[56].

Gli editti di Diocleziano furono dai successori suoi modificati secondo l'indole loro o le circostanze; chè ormai la quistione non era più religiosa ma politica, e gl'imperatori ai Cristiani recavano pace o guerra, per calpestare o alzar una fazione, già preponderante nella fortuna dell'impero. Galerio, forse dalla malattia richiamato a sentimenti migliori, in nome proprio e di Costantino e Licinio, pubblicò un editto ove, asserendo «d'avere adoperato a ristabilire l'antica disciplina romana, e fare che si ravvedessero i Cristiani, i quali, presuntuosamente disprezzando la pratica dell'antichità, abbandonarono la religione dei padri; e avendone molti fatti patire e perire, vedendoli però ostinarsi a non rendere il culto debito agli Dei», permette che professino liberamente le private opinioni, e uniscansi nelle loro conventicole, purchè serbino rispetto alle leggi e al governo stabilito.

L'opinione dianzi perseguitata, era ancor vilipesa, ma tollerata; onde i confessori vennero schiusi dagli ergastoli e dalle miniere, gli apostati tornavano a penitenza, i raminghi rivedevano le dolci case, e nella pubblica professione della fede e del culto loro ricantavano il Dio forte, il quale può dai sassi suscitare figliuoli d'Abramo.

Costantino doveva meritare il cognome di grande da chiunque sa far merito a un principe di accettare le novità, mal fin allora combattute: che se gli emuli suoi chiedevano il favor popolare col secondare i Gentili, egli pensò appoggiarsi sui Cristiani, men numerosi ma pieni di gioventù e della forza di chi viene a riformare, talchè poteasi prevedere come nel loro movimento trascinerebbero l'inerzia pagana, e resterebbero in piedi quando il gentilesimo andava a fasci.

Allora la santa letizia della libertà si diffuse in tutto l'impero; dalle squallide catacombe sbucavano i sacerdoti a celebrare alla faccia del mondo i riti della nuova alleanza; i vescovi solennizzavano memorie di martiri, o dedicavano chiese; i letterati pubblicavano virtù fin allora dissimulate; i fedeli, riconoscendosi fra loro, s'abbracciavano, saldando la fratellanza colla cena della perpetua commemorazione.

Se non che al paganesimo rimanevano sostegno i sacerdoti, l'aristocrazia, i corpi municipali che spesso aveano provocato gl'imperatori alla persecuzione, i tanti magistrati e capitani. A Roma, per memoria degli antichi auspizj e per lunga sequela di sacerdozj, erano affezionate le persone di grado, e per consenso i liberti e gli schiavi; essa veniva considerata come splendido centro della religione; i riti, i giuochi, più che trastullo, v'erano l'occupazione e il nutrimento del vulgo; d'ogni parte vi conveniva il fiore della gioventù, che in quella sentina di tutte le superstizioni, come san Girolamo la chiamava, bevea l'odio del nome cristiano ne' tempj, nei teatri, nelle scuole. Era dunque assai che l'imperatore alla nuova religione concedesse libertà pari all'antica, senza avventurarsi di colpo ad un cambiamento che avrebbe sovvertito lo Stato[57]: onde prepararvi gli animi, negligentò alcuni riti nazionali; non celebrò i giuochi secolari nel 314; i Capitolini, cui avrebbe egli dovuto presentarsi cinto dai pontefici e dal senato, a capo dell'esercito, non impedì, ma volse in derisione[58].

Eppure doveano inorridire i Romani rugginosi nel vedere il successore d'Augusto mettere a pari col pagano il culto pur dianzi proscritto; esimere i sacerdoti di questo dalle funzioni municipali, come quei del gentilesimo; proibire che la domenica si lavorasse, o che i giudici e i corpi dello Stato s'occupassero di verun affare, salvo che dell'emancipazione de' figli o degli schiavi. Ma Costantino non vi facea mente: e allorchè si trovò senza colleghi nè emuli, proscrisse i giuochi gladiatorj, le feste scandalose; chiuse tempj, tolse alle Vestali e ai sacerdoti profani i privilegi, concedendoli invece al clero e ai vescovi, alle cui sentenze diede forza quanto alle sue medesime, sminuendo in tal modo l'autorità de' magistrati secolari; largheggiò di beni e di denaro colle chiese[59]; sedeva ne' concilj, disputava di teologia, metteva sugli edifizj pubblici la croce, alzava il làbaro alla testa degli eserciti, e nel campo una cappella uffiziata da Cristiani.

Ma non che indicesse guerra al paganesimo, conservava, come i suoi predecessori, il titolo di sommo pontefice, e in tale qualità fece decreti religiosi con titoli idolatrici; con immagini di numi si lasciò scolpire sulle medaglie; poi quando morì, sagrifizj gli furono fatti all'antica, ascrivendolo fra gli Dei. Tanto i Gentili erano lontani dal credere ch'egli avesse soppiantato il culto nazionale, e dal prevedere che non tarda il trionfo della verità, posta che sia a pari armi coll'errore.