NOTE:
[1]. Lampridio, Vita di Alessandro.
[2]. Sororibus suis constupratis, ipsas concubinas suas sub oculis suis stuprari jubebat, nec irruentium in se juvenum carebat infamia, omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus. Historia Aug., 47.
[3]. Lampridio, Vita di Pertinace.
[4]. Dione, in Didio Giuliano.
[5]. Suida, pag. 257.
[6]. In ragione di settantacinquemila moggia l'anno.
[7]. Omnia fui, et nihil expedit. Historia Aug., 71.
[8]. Erodiano. Bisognerà comprendervi i giardini.
[9].
Fecisti patriam diversis gentibus unam,
Urbem fecisti quæ prius orbis erat.
Rutilio, Itinerario.
V'è chi ascrive questa legge a Marc'Aurelio (Mannert, Commentatio de Marco Aurelio Antonino, constitutionis de civitate universo orbi data auctore. Alla 1772); e forse v'avea posto restrizioni, che Caracalla levò.
[10]. Lampridio trasse dagli archivj della città questo processo verbale della elezione di lui:
— Il giorno avanti le none di marzo, essendosi in folla raccolto il senato nella curia, cioè nel tempio sacro alla Concordia, e avendo pregato Aurelio Alessandro Cesare Augusto a intervenirvi, ed avendo egli ricusato perchè sapeva trattarsi di onori suoi, poscia essendo venuto, si acclamò: «O augusto innocente, gli Dei ti conservino. Alessandro imperatore, gli Dei ti conservino. Gli Dei ti hanno dato a noi, gli Dei ti conservino. Gli Dei ti tolsero dalle impure mani, gli Dei ti perpetuino. Tu pure soffristi l'impuro tiranno, tu pure ti dolesti di vedere quell'impuro ed osceno; gli Dei lo svelsero, gli Dei ti conservino. Infame imperatore, giustamente dannato! Felici noi dell'imperio tuo, felice la repubblica! L'infame fu trascinato coll'uncino ad esempio spaventevole; il lussurioso imperatore fu a ragione punito. Dei immortali, ad Alessandro vita; di qui appajano i giudizj degli Dei».
E avendo Alessandro ringraziato, si acclamò: «Antonino Alessandro, gli Dei ti conservino. Ti preghiamo ad assumere il nome d'Antonino. Vendica tu l'ingiuria di Marco; vendica tu l'ingiuria di Vero; vendica tu l'ingiuria di Bassiano. Peggior di Comodo fu il solo Elagabalo, nè imperatore, nè Antonino, nè cittadino, nè senatore, nè nobile, nè romano. I tempj degli Antonini un Antonino dedichi; il casto riceva il sacro nome, il nome di Antonino, il nome degli Antonini».
E dopo le acclamazioni, Aurelio Alessandro Cesare Augusto proferì: «Vi ringrazio, o padri coscritti, non ora primamente, ma e pel titolo di Cesare, e per la vita salvata, e per l'aggiunto nome d'Augusto, pel pontificato massimo, per la podestà tribunizia, pel comando proconsolare, cose tutte che, con nuovo esempio, in un sol giorno mi conferiste». E come ebbe parlato, si acclamò: «Queste accettasti; accetta ora il nome di Antonino». Ed egli: «Non vogliate, vi prego, o padri coscritti, costringermi ad accettare un nome cui mi sarebbe difficile soddisfare, già gravi essendo questi insigni nomi. Chi intitolerebbe Cicerone un muto? chi un ignorante Varrone? Marcello un empio?»
Di nuovo fu acclamato come sopra, e l'imperatore disse: «Qual sia stato il nome degli Antonini, ricordi la clemenza vostra. Se pietà, chi più santo del Pio? se dottrina, chi più prudente di Marco? se forza, chi più robusto di Bassiano?» Di nuovo si acclamò come sopra, e l'imperatore soggiunse: «Certo vi ricorda come testè quel più laido di tutti i bipedi non solo ma e de' quadrupedi, portasse il nome di Antonino, e in turpitudine e lussuria superasse i Neroni, i Vitellj, i Comodi, e quali erano i gemiti di tutti: e pei circoli del popolo e dei nobili una sola voce fosse, che sconvenientemente e' si chiamava Antonino, e che da tale obbrobrio era violato tanto nome».
Mentre parlava si acclamò: «Gli Dei allontanino i mali; te imperante, di ciò non temiamo; ne siamo sicuri te duce. Vincesti i vizj, vincesti i disonori, ornasti il nome d'Antonino. Certi siamo, ben presumiamo; noi te fin dalla puerizia approvammo ed oggi approviamo». Allora l'imperatore: «Nè io esito ad assumer questo nome a tutti venerabile, perchè tema che ne' vizj risolvasi la mia vita, o abbia a vergognarmene; ma mi spiace prima il prendere il nome d'altra famiglia, poi credo di gravare me stesso».
E di nuovo gli fu acclamato, ed egli proseguì: «Perocchè, se accetto il nome di Antonino, posso anche quello assumere di Trajano, di Tito, di Vespasiano». E gli fu gridato: «Come Augusto, così anche Antonino». Allora l'imperatore: «Vedo che cosa vi spinga a tale aggiunta. Augusto è il primo fondatore dell'impero, e nel nome di lui tutti succediamo quasi per adozione e per dritto ereditario: anche gli Antonini furono detti Augusti. Ma il nome fu ereditario in Comodo, affettato in Bassiano, ridicolo in Aurelio».
E gli fu acclamato: «Alessandro Augusto, gli Dei ti conservino. Alla verecondia tua, alla prudenza, all'innocenza, alla tua castità. Di qui comprendiamo qual diverrai; tu farai che il senato ben elegga i principi. Sii vincitore! sii sano! regna per molti anni». Alessandro soggiunse: «Vedo, o padri coscritti, d'aver ottenuto quel che desideravo, e ve ne ringrazio, e procurerò che questo nome che porto nell'impero sia tale che da altri si desideri, ed offrasi ai buoni uffizj della vostra pietà». E avendolo più volte ripetuto, e' disse: «Più facile mi sarebbe stato accettare il nome degli Antonini; poichè condiscenderei in parte alla parentela od alla comunanza del titolo imperiale. Ma il cognome di Magno perchè si adopra? che cosa ho fatto di grande? e sol dopo belle imprese l'ebbe Alessandro, dopo grandi trionfi Pompeo. Cheti dunque, e voi stessi, magnifici, contate me per uno di voi, anzi che darmi il nome di Magno».
Dopo di che fu acclamato: «Aurelio Alessandro Augusto, gli Dei ti conservino».
Tali erano le discussioni del glorioso senato; in tali atti si sfogava la manìa delle mozioni, triviale occupazione degli inetti.
[11]. Il vescovo Eusebio la chiama religiosissima e di gran pietà (VI. 21), lo che da alcuni la fece credere cristiana. La vita d'Alessandro, nella Storia Augusta, è piuttosto un romanzo sul fare della Ciropedia. Erodiano sembra più attendibile, e s'accorda coi frammenti di Dione.
[12]. Vedi Manso, I Trenta Tiranni (ted.), dietro alla sua Vita di Costantino.
[13]. Delle minutezze cui scendeva Aureliano in fatto di disciplina militare sia argomento questa lettera a un suo luogotenente: — Se vuoi essere tribuno, anzi se t'è caro di vivere, tieni in freno le mani dei soldati. Niun d'essi rapisca i polli altrui, niuno tocchi le altrui pecore. Sia proibito il rubar uve, il far danno ai seminati, l'esigere dalla gente olio, sale, legna, dovendo ognuno contentarsi della provvisione del principe. Hanno i soldati a rallegrarsi del bottino fatto sopra i nemici, non delle lagrime de' sudditi romani. Ognuno abbia l'armi sue ben terse, le spade ben aguzze ed affilate, e le scarpe ben cucite. Alle vesti logore succedano le nuove. Mettano la paga nella tasca, e non nella taverna. Ognuno porti la sua collana, il suo anello, il suo bracciale, e nol venda o biscazzi. Si governi e strigli il cavallo e il giumento per le bagaglie, e così ancora il mulo comune della compagnia, e non si venda la biada lor destinata. L'uno all'altro presti ajuto, come se fosse un servo. Hanno il medico senza spesa; non gettino denaro in consultare indovini. Vivano costantemente negli alloggi; e se attaccheranno lite, non manchi loro una mancia di buone bastonate».
[14]. Absit ut auro fila pensentur; libra enim auri tunc libra serici fuit. Vopisco, in Aureliano.
[15]. Se pure va inteso così il publicavit di Vopisco.
[16]. Da Claudio II a Diocleziano non si batterono più monete d'argento, ma di rame argentato. Quelle d'oro continuarono ad essere di titolo fino, perchè il tributo era pagato in oro.
[17]. Vopisco soggiunge che i discendenti di Probo andarono ad abitare nelle vicinanze dei laghi di Garda e di Como.
[18]. Edda Sæmundar. Rigsmal.
[19]. Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Tacito, cap. VII.
[20]. Il Muratori talvolta scrive: — Gli Sciti, o vogliam dire i Goti», al 267, 271 ecc.; e tal altra: — Gli Sciti, cioè i Tartari», al 261.
[21]. Zosimo, i. 67; Panegyr. veteres, V.
[22]. Romagnosi (Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento, part. II. c. 252) accolse l'opinione d'alcuni, che, per avversione a Costantino, presentano quella di Massenzio come un'«opposizione armata in senso nazionale». Io non trovai il minimo appoggio a tale asserzione.
[23]. È bizzarro come la boria municipale sapesse innestare le origini favolose delle città colle sacre. Il Malvezzi cronista bresciano (Rer. It. Script., tom. XIV. 780) racconta che Ercole fondò a Brescia la rocca Cidnea (Brixia Cydneæ supposita speculæ, cantò Catullo); poi la cinsero di torri e di spalti i Tirreni, dai quali in dritta linea derivavano i santi Faustino e Giovita.
Nella cattedrale di Gorizia conservossi il bastone pastorale che Ermagora avrebbe ricevuto da san Pietro; come in San Carpoforo a Como quel che usava san Felice primo vescovo. Più famoso è il codice dei vangeli, che stava nel monastero di San Giovanni del Timavo, distrutto dagli Ungari nel 615, donde passò al monastero Belinese, e di là al capitolo d'Aquileja, sotto il patriarcato dei Torriani, di cui porta lo stemma. Carlo IV nel 1353 passando per Aquileja, ottenne dal patriarca gli ultimi due quaderni di quella reliquia, che comprendono dal versetto 20 del cap. XII sino al fine; e li regalò alla metropolitana di Praga, ordinando di legarli in oro e perle, assegnandovi duemila ducati; e volle che l'arcivescovo e il clero andassero incontro alla reliquia, ed ogni pasqua fosse portata in solenne processione. Gli altri cinque quaderni, rimasti ad Aquileja, furono poi recati a Venezia per ordine del doge Tommaso Mocenigo nel 1420: ma l'umidità danneggiò talmente il manoscritto, che più non è leggibile, e si disputò perfino se fosse latino, e se su papiro o pergamena. I dubbj furono risoluti da Lorenzo della Torre, nel ii vol., pag. 548 e seg. dell'Evangeliarium quadruplex del Bianchini (Roma 1749). Che questo brano appartenesse al manoscritto d'Aquileja raccogliesi anche da ciò, che in esso, dove finisce il vangelo di san Matteo, si legge, Explicit evangelium secundum Matthæum, incipit secundum Marcum; e nulla segue. Nel 1778 Giuseppe Dobrowsky, sotto il titolo di Fragmentum pragense evangelii sancti Marci, vulgo autographi, fece a Praga stampare i sedici fogli donati da Carlo IV, e apparve che non era neppure l'antica versione italica, ma quella emendata da san Girolamo.
[24]. Epistola I di san Pietro, ii. 9.
[25]. San Paolo, ad Eph., IV. 13.
[26]. Audio eos turpissimæ pecudis caput asini consecratum, inepta nescio qua persuasione, venerari, fa dire Minucio a Cecilio. — Ab indoctis hominibus scriptæ sunt res vestræ. Arnobio, I. 39. — Il padre Mamachi, nelle Origini ed antichità cristiane (1750), comincia dal riferire a lungo tutti i titoli d'onore che davansi a questi, poi quelli d'ignominia: ed erano, 1. atei, 2. magi e malefici, 3. prestigiatori, 4. greci e impostori, 5. sofisti, 6. seduttori, 7. seguaci di nuova, prava, smodata o malefica superstizione, 8. di religione barbara e pellegrina e barbari, 9. malvagi demonj, 10. disperati e parobolani, 11. sarmentizj e serniassj, 12. biatanati, cioè violentemente uccisi, 13. ottusi, stolidi, rozzi, idioti, ignoranti, goffi, inetti, agresti, miseri, fatui, ostinati, di deplorata e illecita fazione, 14. plantina prosapia e panattieri, 15. nazione nemica della luce e amante i nascondigli, muta in pubblico, 16. persone vili, 17. asinaj e adoratori di asini, 18. stranieri, faziosi, rei d'offesa divinità, sacrileghi, profani, varj, 19. nemici dell'uman genere e de' principi, omicidi, incestuosi, pessimi, scelleratissimi d'ogni ribalderia, 20. uomini da nulla negli affari, 21. Cristempori o negozianti di Cristo, 22. sibillisti, 23. Giudei. Seguono le accuse che ad essi venivano apposte, dividendole in ventiquattro capi.
[27]. Αἶρε τοὺς ἀθεοὺς era il grido contro loro sotto Adriano. E nel dialogo di Minucio, l'interlocutore gentile esclama: Cur nullas aras habent? templa nulla? nulla nota simulacra?... Unde autem, vel quis ille, aut ubi, deus unicus, solitarius, destitutus?
[28]. Pare uno sbaglio di san Giustino, che credette a lui dedicata l'iscrizione, Semoni sanco deo fidio sacrum, la quale alludeva a una delle antiche divinità italiche.
[29]. Gruner. De odio humani generis Christianis a Romanis objecto. Coburgo 1755. Genus humanum in questo senso è solenne in Tacito; Pisone dice: Galbam consensus generis humani, me Galba cæsarem dixit. Hist., lib. I. Da ciò Tito fu detto delizia del genere umano.
[30]. Dione, lib. LII. 36. Le parole sono precise: ἠνάγκαζε..... τοὺς δὲ δὴ ξενίζοντας.... μίσει, καὶ κόλαζε. Se le ricordi chi vanta la tolleranza religiosa degli antichi, dimenticandosi le stragi di Cambise, i tempj incendiati da Serse, i processi contro Protagora, Diagora, Socrate, Anassagora, Stilpone; per non dir nulla degli Egizj. Platone stesso e Cicerone nelle immaginarie loro repubbliche negano tollerare culti stranieri.
[31]. Domitius Ulpianus rescripta principum nefaria collegit, ut doceret quibus pœnis affici oportet eos qui se cultores Dei confitentur. Lattanzio, Inst., v. 2.
[32]. Solus Dei homo. Tertulliano, Scorp. 14.
[33]. Tertulliano, Apol. I. 21. Abbiamo una sentenza di questo tenore: «Essendo che Sperato, Cittino... confessano di essere cristiani, e ricusano di rendere omaggio e rispetto allo imperatore, ordiniamo sieno decapitati». Baronio, ad ann. 202, § 4.
[34]. In Ispagna fu trovato un marmo, ove Nerone è lodato d'aver purgata quella provincia «dai ladroni, e da quelli che inculcavano una nuova superstizione al genere umano». Ap. Muratori, Thes. Ant., i. 99. Si dubitò della sua autenticità, ma la sostenne il protestante Gian Ernesto Walchio, Marmor Hispaniæ antiquum vexationis Christianorum neronianæ insigne documentum illustratum, etc. v. c. F. Goris consecratum. Jena 1750.
[35]. Anche qui la leggenda intervenne, e narrò che Plinio fosse in Creta convertito da Tito discepolo di San Paolo, e subisse il martirio. Rincresceva ai Cristiani di credere perduto l'uomo che avea reso testimonianza delle loro virtù.
[36]. Certatim gloriosa in certamina ruebatur, multoque avidius tunc martyria gloriosis motibus quærebantur, quam nunc episcopatus pravis ambitionibus appetuntur, Sulpicio Severo, lib. II.
A coloro che riducono a minimo numero le vittime, volle rispondere il Visconti (Mem. romane d'antichità. Roma 1825) colle tante iscrizioni di martiri. Di molti non s'indicava il nome, ma il numero; come,
MARCELLA ET CHRISTI MARTYRES CCCCL.
HIC REQVIESCIT MEDICVS CVM PLVRIBVS.
CL MARTYRES CHRISTI.
Fors'anche son numeri di martiri quelli che, senz'altra indicazione, troviamo su alcune sepolture, colla corona e la palma; del qual uso è testimonio anche il seguente epigramma di Prudenzio, Carm. XI:
Sunt et multa tamen, tacitas claudentia tumbas
Marmora, quæ solum significant numerum.
Quanta virum jaceant, congestis corpora acervis,
Scire licet, quorum nomina nulla legas.
Sexaginta illic, defossa mole sub una,
Reliquias memini me didicisse hominum.
Una, per esempio, dice: N. XXX. SVRRA ET SENEC. COSS; cioè ci dà trenta uccisi sotto il pio Trajano; e contraddice a chi asserì (come il Burnet, Lettere dall'Italia, pag. 224) che i Cristiani non avessero catacombe prima del IV secolo, giacchè questa, del 107, fu scavata da una catacomba.
[37]. Baluzio, Miscell., tom. II. p. 115.
[38]. Ipsam libertatem, pro qua mori novimus. Tertulliano, ad Nat. I. 1.
[39]. Instit., lib. V. c. 13: Nam, cum videat vulgus dilacerari homines variis tormentorum generibus, et inter fatigatos carnifices invictam tenere patientiam, existimat id quod est, nec consensum tam multorum, nec perseverantiam morientium vanam esse, nec ipsam patientiam sine Deo cruciatus tantos posse superare. Latrones et robusti corporis viri ejusmodi lacerationes perferre nequeunt, exclamant et gemitus edunt, vincuntur enim dolore, quia deest illis inspirata patientia. Nostri autem, ut de viris taceam, pueri et mulierculæ tortores suos taciti vincunt, et expromere illis gemitum nec ignis potest. Ecce sexus infirmus et fragilis ætas dilacerari se toto corpore utique perpetitur, non necessitate, quia licet vitare si vellent, sed voluntate, quia confidunt in Deo.
[40]. Sant'Ambrogio, per mostrarsi indegno dell'episcopato, assistè ad un giudizio capitale.
[41].
Pone Tigillinum; tæda lucebis in illa,
Qua stantes ardent, qui fixo gutture fumant,
Et latum media sulcum deducit arena. Sat. I. 155.
Allude ai fanali degli orti di Nerone.
[42]. Annal., XV. 44.
[43]. È tradizione antica; e i santi Girolamo ed Agostino non metteano dubbio sull'autenticità di quattordici lettere fra Seneca e san Paolo, che ora la critica rifiuta. Altri andarono a cercarne prove nelle opere stesse di Seneca, riscontrandovi passi analoghi a quei dell'apostolo delle genti. Questi nella IIª ai Corintj, 11, chiama angelo di Satana un falso profeta; e Seneca: Nec ego, Epicuri angelus, scio... (Ep. 20). Così progenitura di Dio per uom dabbene: così somigliata la vita allo stato di guerra (Epp. 51. 96). Altre maniere Seneca usa nel senso del Nuovo Testamento; come caro (Animo cum hac carne grave certamen est, ne abstrahatur. De cons. ad Marciam, 240). E molto maggiore vi è la quantità di idee cristiane. Che se alcuno dica che un uomo, meditando sulla natura umana e sui rapporti fra l'uomo e Dio, può arrivarvi di per sè, noi chiederemo perchè nulla se ne trovi o nei Dialoghi di Platone, o nella Morale d'Aristotele, o nei Memorabili di Senofonte, o nelle opere di Cicerone, anzi neppure in Marc'Aurelio e in Epitteto, della scuola stessa di Seneca?
Se riflettiamo che Seneca si astenne dalla dieta pitagorica soltanto per non parere un ebreo nè dispiacere a Tiberio, se osserviamo le sue colpevoli condiscendenze verso Nerone, siam poco inclinati a farne un santo. Ma storicamente nulla si oppone all'amicizia tra questo e l'Apostolo delle genti; il quale arrivato, come credesi, a Roma nel 61, cortese prigionia ottenne da Burro prefetto del pretorio, amico di Seneca: fors'anche Seneca n'avea già contezza da suo fratello Anneo Novato Gallione, governatore dell'Acaja, al cui tribunale Paolo era stato tradotto mentre dimorava in Corinto. Che se la maggior parte delle opere sue si mostrano scritte prima della venuta di Paolo, quella sulla Vita beata e sui Benefizj, ove più abbondano le espressioni cristiane, e massimamente molte Lettere, sono posteriori. Del resto le somiglianze potrebbero indicare soltanto che Seneca conobbe i libri de' Cristiani.
Vedi in proposito Fr. Ch. Gelpke, Tractatiuncula de familiaritate, quæ Paulo apostolo cum Seneca philosopho intercessisse traditur verisimillima. Lipsia 1813; il Seneca del sig. Durosoir nella collezione di Panckouke; Amédée Fleury, Saint Paul et Sénéque. Parigi 1853. E tratto tratto il tema si ripiglia, e il dotto vulgo lo crede nuovo.
[44]. De benef., VI. 7. 23; Quæst. nat., I. 1, III. 45.
[45]. Ep. 41. 73.
[46]. Deus ametur. Ep. 42. 47. 96; De benef., VII. 2.
[47]. Hujus socii sumus et membra. Ep. 93.
[48]. Parere Deo libertas est. De vita beata, 15; Colite in pia et recta voluntate. De benef., I. 6; Ep. 116.
[49]. Ep. 7.
[50]. De benef., III; Ep. 44.
[51]. San Paolo, ad Rom., I. 18. 20.
[52]. Teodosio e Valentiniano scrivono: Digna vox est majestate regnantis legibus alligatum se principem profiteri; adeo de auctoritate juris nostra pendet auctoritas. Et revera majus imperio est submittere legibus principatum. Cod., I. 14.
[53]. Il Giannone, nell'opera manoscritta che citammo a pag. 24 del vol. III, esclama: — Or chi crederebbe che, contro un rescritto cotanto savio, prudente e degno della romana moderazione e sapienza, Tertulliano avesse potuto declamar tanto, deridendolo e reputandolo contraddittorio, e con iscipiti contrapposti ed antitesi malmenarlo e schernirlo? ecc.»; e segue dimostrando la legalità del proconsole e dell'imperatore.
[54]. Per regola data dal concilio degli Apostoli, e a lungo osservata, i Cristiani s'astenevano dal sangue e dagli animali soffogati. Avanzo di rito ebraico.
[55]. Dal giorno dell'acclamazione di Diocleziano, 29 agosto 281, parte l'êra dei martiri, usata a lungo dalla Chiesa, e tuttora dai Copti e dagli Abissini.
[56]. Agatangelo romano descrisse e probabilmente vide le persecuzioni di quel tempo in Armenia, dove le vergini Ripsima e Galana romana furono esposte alla brutalità di re Tiridate: e molte con loro patirono, ma il martirio di esse valse la conversione dell'Armenia. La storia di Agatangelo, dall'armeno volta in italiano, forma uno degli anelli della Collana Storica, che i padri Mechitaristi aveano cominciata nella loro isola a Venezia.
[57]. Costantino scrisse ad Ario: — Sono persuaso, che se io fossi tanto felice da recar gli uomini ad adorare tutti lo stesso Dio, questo cambiamento di religione ne produrrebbe un altro nel governo»; e soggiunge che cerca compiere questo disegno «senza far troppo rumore». Eusebio, Vita Const., II. 65. Avea dunque chiaro concetto di quel che operava.
[58]. Gran colpa gliene fa Zosimo, II. 7 e 30.
[59]. Anastasio Bibliotecario cavò dagli archivj del Vaticano il catalogo degli arredi donati da Costantino alla basilica di San Giovanni Laterano, di portentosa ricchezza:
1. Un baldacchino (fastigium) d'argento, sul cui dinanzi una statua del Salvatore in sedia, alta 5 piedi, e pesante 120 libbre; inoltre i dodici Apostoli con corone d'argento purissimo in testa, alti ciascuno 5 piedi e pesanti 90 libbre. Sul dietro un'altra statua del Salvatore in trono, e che guarda l'abside, alta 5 piedi e pesante 140 libbre. Vicino di lei, quattro angeli d'argento, di 5 piedi, e del peso di 50 libbre. E tutto il baldacchino pesa libbre 2025.
2. Una lumiera d'oro puro, ornata di 15 delfini, e pesante 25 libbre, colla catena che la sospende al baldacchino.
3. Quattro candelabri a forma di corone, d'oro puro, ornati di venti delfini, e pesanti 15 libbre ciascuno.
4. La volta della basilica, dorata in tutta la lunghezza, che è di 500 piedi.
5. Sette altari d'argento, ciascuno di 200 libbre.
6. Sette patene d'oro, da 30 libbre.
7. Sedici d'argento, da 30 libbre.
8. Sette coppe d'oro puro, da 10 libbre.
9. Una di metallo, sparsa d'oro e adorna di coralli, smeraldi, giacinti, pesante 20 libbre, 3 oncie.
10. Venti coppe d'argento da 15 libbre.
11. Due vasi sacri d'oro puro, da 50 libbre, capaci di 3 medimni ciascuno.
12. Altri venti d'argento, da 10 libbre e da un medimno.
13. Quaranta calici d'oro puro, da 1 libbra.
14. Cinquanta d'argento da 2 libbre.
15. Un candelabro d'oro puro, collocato avanti all'altare, ornato di venticinque delfini, e pesante 30 libbre.
16. Un candelabro d'argento con venti delfini, da 50 libbre.
17. Quarantacinque candelabri d'argento, disposti nella nave, ciascuno da 30 libbre.
18. Dal lato destro della basilica, quaranta candelabri, da 20 libbre d'argento;
19. Dal sinistro, altri venticinque;
20. E altri cinquanta nella nave, simili.
21. Tre urne d'argento, da 30 libbre, e capaci di 10 medimni ciascuna.
22. Due incensieri d'oro puro, da 50 libbre.
23. Nel Battistero una vasca di porfido, dentro e fuori rivestita di lamina d'argento per 3008 libbre.
24. Nel cui mezzo, una colonna di porfido, che sostiene una lampada d'oro puro, da 50 libbre.
25. Sull'orlo della vasca un agnello che versa acqua, di 30 libbre d'oro.
26. A destra di quello una statua del Salvatore, d'argento puro, alta 5 piedi, e pesante 70 libbre.
27. A sinistra un san Giovanni Battista d'argento, alto 5 piedi, del peso di 100 libbre.
28. Sette cervi d'argento che versano acqua, da 80 libbre ciascuno.
29. Un incensiere di 10 libbre d'oro puro, ornato di quarantadue pietre fine.
Erano dunque 685 libbre d'oro, e 12,943 d'argento, non contando la duratura della volta: lo che varrebbe 1,700,000 franchi, senza la fattura. Costantino vi aggiunse fondi per una rendita di circa 230,000 lire, e l'annuo tributo di 150 libbre d'aromi.
Tanta liberalità fece dubitare sulla genuinità del testo, la quale però fu da autorevoli critici sostenuta.
[60]. Constantinopolis dedicatur pene omnium urbium nuditate, dice san Girolamo. Codino, greco d'età posteriore, riferisce un aneddoto favoloso, ma degno di ricordo; cioè che Costantino chiamò i principali nobili di Roma, e li spedì alla guerra contro i Persiani; intanto fece fabbricare a Costantinopoli palazzi affatto simili a quei ch'essi possedevano in Roma, e vi pose gli stessi mobili, indi le mogli e i figli loro. Tornati dopo sedici mesi quei signori, esso gli accolse con un solenne banchetto, dopo il quale fece condurre ciascuno alla nuova abitazione, dove si meravigliarono di trovarsi nella casa e fra le persone conosciute e care.
[61]. Si quis indebitum sibi locum usurpaverit, nulla ignoratione defendat, sitque plane sacrilegii reus qui divina præcepta neglexerit. Legge di Graziano nel Codice Teodosiano, lib. VI. tit. 5. l. 2.
[62]. Ci sono guida esso Codice Teodosiano coi ricchissimi commenti del Gotofredo e del Ritter.
La Notizia delle dignità dell'Oriente e dell'Occidente, specie d'almanacco imperiale, composto un secolo più tardi, commentato dal Panciroli nel Thesaurus antiquitatum romanarum del Grevio, vol. VII.
Lydus, De officiis romani imperii.
Salvianus, De gubernatione Dei.
Tabula Heracleensis, ediz. Mazocchi. Napoli 1754.
Oltre i predetti abbreviatori di storie, abbiamo Paolo Orosio, Historiarum libri VII, e Zonara, Annales.
Da qui innanzi la storia assume colore diverso, secondo che gli scrittori sono idolatri o cristiani.
Zosimo, alla maniera di Polibio, dipinge la decadenza dell'Impero, avversissimo sempre ai Cristiani: i cinque libri che ce ne restano, arrivano al 410.
Dei trentun libri di Ammiano Marcellino, tredici sono perduti, negli altri egli si stende dal 354 al 378: prolisso, ma istruttivo e di sufficiente imparzialità.
Panegyricæ orationes veterum oratorum; notis ac numismatibus illustravit et italicam interpretationem adjecit Laurentius Patarol. Venezia 1708. Sono i panegirici recitati agli imperatori da Diocleziano a Teodosio, donde con molta cautela può attingersi qualche notizia, o dirò meglio qualche sentimento.
Eusebio, nei dieci libri della Storia ecclesiastica, e nei cinque della Vita di Costantino, e i continuatori suoi Socrate, Teodoreto, Sozomene, Evagrio, illustrano grandemente la storia politica; parziali sempre agli imperatori cristiani. Dicasi lo stesso di molte vite di santi.
Fra' moderni, tutti gli storici filosofisti avversano Costantino; sono per lui i fautori del cristianesimo.
[63]. Lampridio ci conservò due pagine d'imprecazioni del senato contro Comodo (in Comodo, 18, 19) ed altre non meno abjette contro Elagabalo (in Alex. Severo, 6. 7. 9). Vopisco ci tramandò il processo verbale dell'acclamazione di Claudio II, da noi riferito a pag. 49.
[64]. Si quis senatorium nostra largitate fastigium, vel generis felicitate consecutus... Cod. Teod., lib. V.
[65]. Graziano imperatore ad Ausonio poeta scriveva: Cum de consulibus in annum creandis solus mecum volutarem... te consulem et designavi, et declaravi, et priorem nuncupavi. Ed Ausonio ringraziandonelo, si congratula di non aver dovuto scendere alle antiche bassezze del cercarlo al popolo: Consul ego, imperator auguste, munere tuo, non passus septa neque campum, non suffragia, non puncta, non loculos: qui non prensaverim manus, nec consalutantium confusus occursu, aut sua amicis nomina non reddiderim; aut aliena imposuerim; qui tribus non circuivi, centurias non adulavi; jure vocatis classibus non intremui; nihil cum sequestre deposui, cum diribitore nihil pepigi. Romanus populus, Martius campus, equester ordo, rostra, ovilia, senatus, curia, unus mihi omnia Gratianus.
[66]. In consulatu honos sine labore suscipitur. Mamertino, Paneg. vet., XI. 2.
[67]. Da un curioso passo di Lampridio (in Alex. Severo, 42) impariamo le paghe che ricevevano i governatori delle provincie: venti libbre d'argento, cento monete d'oro (lire 3913), sei anfore di vino, due muli, due cavalli, due vesti da comparsa (forenses), una da casa (domestica), un tinozzo da bagno, un cuoco, un mulattiere, e se non avesser moglie, una concubina, reputata necessaria come le altre cose. Quod sine his esse non possent. Uscendo di carica, restituivano i muli, i cavalli, il mulattiere e il cuoco: il restante tenevano, se il principe fosse soddisfatto di loro; se no, restituivano quadruplicato.
Valeriano fissa l'assegnamento di Aureliano, tribuno delle legioni, così scrivendo a Sejonio Albino prefetto alla città: Sinceritas tua supradicto viro efficiet, quamdiu Romæ fuerit, panes militares mundos sexdecim, panes militares castrenses quadraginta, olei sextarium unum, et item olei secundi sextarium unum, porcellum dimidium, gallinaceos duos, porcinæ pondo triginta, bubulæ pondo quadraginta, liquaminis sextarium, salis sextarium unum, herbarum, olerum, quantum satis est. E a Probo: In salario diurno bubulæ pondo, porcinæ pondo sex, caprinæ pondo decem, gallinaceum per biduum, vini veteris diurnos sextarios decem, cum lardo bubalino, salis, olerum, lignorum, quantum satis est. (Historia Augusta)
Sotto Costantino continuavasi a dare la provvigione in natura; e poichè egli limitò a tre lustri la durata del servizio militare, per dare il ben servito ai congedati introdusse una tassa straordinaria ogni quintodecimo anno, dal che venne il ciclo delle Indizioni; così alcuni. Savigny (Ueber die römische Steuerverfassung) pensa l'Indizione fosse il rinnovamento del catasto, che par si raddrizzasse ogni quindici anni. Certo però l'Indizione trovasi già sotto Diocleziano.
[68]. Ammiano Marcellino, Hist., XXVIII. 6. — Cod. Teod., lib. IV. IX. XII. ecc.
[69]. Si quis sacrilega vitem falce succiderit, aut feracium ramorum fœtus hebetaverit, quo declinet fidem censuum, et mentiatur callide paupertatis ingenium, mox detectus, capitale subibit exitium, et bona ejus in fisci jura migrabunt. Cod. Teod., lib. XVIII. tit. 11. l. I.
Finis nella bassa latinità voleva dire pagamento, come τέλος in greco, e Ziel in tedesco. Da ciò il nome di finanza, venuto a significar l'arte di procurarsi denaro con modi raffinati e dotti. La voce taglia viene dalla tacca, che l'esattore dell'imposta e il riscontratore facevano sopra un pezzo di legno per indicare le somme pagate, e che divideasi, restando espressa la somma sulle due metà.
[70]. Da una novella di Magioriano raccogliesi che ciascun capo pagava all'anno due soldi d'imposta, e mezzo soldo per le spese di percezione; vale a dire che queste si valutavano un quarto dell'entrata totale.
[71]. Libanio, Or. contro Flor.; Zosimo, ii. 24.
[72]. Cod. Teod., lib. XII. XIII. ecc.; Nazario, Paneg. vet., X. 35; Zosimo, II. 38.
[73]. Oblatio auri. Simmaco, Ep. 10. 26. — Universi, guos senatorii nominis dignitas non tuetur, ad auri coronarii præstationem vocentur. Cod. Teod., lib. XII, tit. 13.
[74]. Nov. Valent. VII.
[75]. Vedi Gotofredo al lib. VII. De re militari del codice Teodosiano; e questo codice nei titoli De tyronibus, De desertoribus, De decurionibus, De veteranis, De filiis veteranorum.
[76]. Giustiniano li portò poi a cinquemila cinquecento; e il comes domesticorum divenne carica importantissima.
[77]. Alcuni moderni, come Raynouard, Hist. du droit municipal en France. Parigi 1836, tom. I. c. 17, e Fauriel, Hist. de la Gaule méridionale. Ivi, tom. I. c. 10, pensano costituissero in ogni città un senato superiore alla curia. A me non occorse mai menzione di senati provinciali.
[78]. Codice Giustinianeo, Communia utr. jud.
[79]. Nonnulli, quum domicilia atque agellos suos aut pervasionibus perdunt, aut fugati ab exactoribus deserunt, quia tenere non possunt, fundos majorum expetunt, atque coloni divitum fiunt. Salviano, De gubern. Dei.
[80]. Quæ enim differentia inter senos et adscriptitios intelligatur, cum uterque in domini sui positus sit potestate, et possit servum cum peculio manumittere, et adscriptitium cum terra dominio suo expellere? Cod. Giustin., lib. XI. tit. 47. l. 21. Forse si eccedette nell'intendere che questo passo di Giustiniano escluda l'emancipazione. E sebbene manumissioni di coloni non si trovino mai, si rifletta che il colono poteva o comprare o ricevere in dono il terreno al quale era affisso, poi con trent'anni d'assenza restava prosciolto; fors'anche non era reputata necessaria la manumissione. Giustiniano permise poi di ordinarli preti, purchè seguitassero negli obblighi del colonato Nov. CXXV, 4.
[81]. È del 708 o 709 di Roma, e fu conservata in parte dalla Tavola d'Eraclea, e più da una iscrizione trovata a Padova. Vedi Savigny, Gesch. des römischen Rechts in Mittelalter, cap. II. § 8.
[82]. «Il soggetto delle curie, malgrado gli abbondanti materiali che esistono, rimane sempre il più oscuro nell'istoria legale dell'impero». Gibbon, cap. XXII.
[83]. Ammiano Marcellino, XXV. 4; Simmaco, Ep. 10; Cod. Teod., De op. publ. — Se i codici Teodosiano e Giustinianeo parlano sì poco de' magistrati municipali, mentre ogni tratto ne fan menzione i giureconsulti classici, la ragione si è che questi vivevano in Italia, quelli furono compilati in Oriente.
[84]. Nemo, originis suæ oblitus et patriæ, cui domicilii jure devinctus est, ad gubernacula provinciæ nitatur ascendere priusquam, decursis gradatim curiæ muneribus, subvehatur; nec vero a duumviratu vel a sacerdotio incipiat, sed, servato ordine, omnium officiorum sollicitudinem sustineat. Legge di Valentiniano nel codice Teodosiano, lib. XII. tit. 4. l. 77.
[85]. Curiales nervos esse reipublicæ ac viscera civitatum, nullus ignorat: quorum cœtum recte appellavit antiquitas minorem senatum: huc redegit iniquitas judicum, et exactorum plectenda venalitas, ut nonnulli patrias deserentes, natalium splendore neglecto, occultas latebras elegerint, et habitationem juris alieni. Nov. Magior, IV. 4. Curiales... cœperunt se eximere curiæ, et occasiones invenire per quas liberi ab his efficerentur. Ita civitates diminutæ... Decuriones facultatibus... et corporibus fraudare curiam voluerunt, rem omnium impiam adinvenerunt, a legitimis nuptiis abstinentes, ut eligerent magis sine filiis quam sub lege deficere... Transtulerunt curialium facultates ad alias personas, nihil exinde habente curia... sub falsis causis facientes donationes... Vidimus quosdam sic adversos esse contra proprias patrias... Nov. Giustin. XXXVIII.
[86]. Hi potissimum constituantur defensores, quos decretis elegerint civitates. Defensores nihil sibi insolenter, nihil indebitum vindicantes, nominis sui tantum fungantur officio, nullas infligant mulctas, nullas exerceant quæstiones; plebem tantum vel decuriones ab omni improborum insolentia et temeritate tueantur, ut id tantum quod esse dicuntur, esse non desinant. Cod. Teod., lib. XI. tit. 3.
[87]. Cod. Teod., lib. XIII, tit. 4.
[88]. Plinio, Ep. X. 42; Cod. Teod., lib. XIV. tit. 1. l. 24; lib. XIII. tit. 5, l. 25; lib. X. tit. 4. l. 11. ecc.
[89]. Lampridio, in Alex. Severo, cap. 39.
[90]. Cod. Teod., lib. X. tit. 20.
[91]. Cod. Teod., lib. X. tit. 40; Cod. Giustin., lib. IV. tit. 41. l. 1; Dig., lib. XXIX. tit. 4. l. 11.
[92]. Ai tempi di san Girolamo andava ancor peggio. — Si suole in campagna esigere gl'interessi del frumento, del vino, dell'olio ed altre derrate; e per esempio si dà all'inverno dieci moggia per riceverne quindici al ricolto, cioè la metà più».
Le parole che si riferiscono all'interesse sono:
| Fœnus semiunciarium | 1½ | per cento. |
| Fœnus unciarium | 1 | » |
| Usura triens | 3 | » |
| Usura quadrans | 4 | » |
| Usura quincunx | 5 | » |
| Usura semis | 6 | » |
| Usura bes | 8 | » |
| Usura deunx | 11 | » |
| Usura centesima | 12 | » |
| Usura centesimaquaterna | 48 | » |
| Anatocismus, interesse dell'interesse. |
[93]. Solum Barbaris aurum minime præbeatur, sed etiam, si apud eos inventum fuerit, subtili auferatur ingenio. Cod. Giustin., lib. IV. De comm. et merc., 2.
[94]. Codice Teod., De fide test., lib. III e passim.
[95]. Zonara farebbe perduti trentamila uomini da Costanzo, ventiquattromila da Magnenzio: nel che dev'essere corso sbaglio.
[96]. Graziano e Valentiniano I ingiunsero che ogni vescovo potesse al romano appellarsi dalle sentenze del metropolita, il quale fosse tenuto esporre i motivi del suo giudicato: Valentiniano III, malgrado l'opposizione di sant'Ilario vescovo d'Arles, volle i vescovi soggetti alle decisioni del papa della città eterna: il concilio generale di Calcedonia nel 451 chiese da papa Leone Magno la conferma dei suoi decreti: i vescovi d'Oriente scrissero al papa Simmaco, riconoscendo che le pecore di Cristo furono confidate al successore di Pietro in tutto il mondo abitato: quelli dell'Epiro domandavano da Ormisda la conferma del vescovo da loro eletto; il quale papa stese un formolario, che i vescovi doveano trasmettere firmato ai metropoliti, questi ai patriarchi, i patriarchi al pontefice, come simbolo dell'unità, che le chiese d'Oriente accettarono, affrettandosi di meritare la comunione della sede apostolica, in cui risiede la verace e intera solidità della religione cristiana.
[97]. Svetonio, in Augusto, 40.
[98]. Ap. Baronio, ad annum 324, num. 58. 65. 70. 71. E vedi indietro, a pag. 123.
[99]. A ciascun vescovo era lecito farvi cambiamenti; e Rufino ci reca il simbolo qual recitavasi dalla Chiesa romana, più incontaminato, e quale dall'aquilejese, a cui esso prete apparteneva. Eccoli a confronto:
| Romano | Credo in Deum patrem omnipotentem. |
| Aquilejese | Credo in Deo patre omnipotente invisibili et impassibili. |
| Rom. | Et in Christum Jesum unicum filium ejus, dominum nostrum. |
| Aquil. | Et in Christo Jesu, unico filio ejus, domino nostro. |
| Rom. e Aquil. | Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine. |
| Rom. | Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, tertia die resurrexit a mortuis. |
| Aquil. | Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, descendit ad inferna, tertia die resurrexit a mortuis. |
| Rom. e Aquil. | Ascendit in cælos, sedet ad dexteram Patris; inde venturus est judicare vivos et mortuos. |
| Rom. | Et in Spiritum Sanctum. Sanctam Ecclesiam. Remissionem peccatorum. Carnis resurrectionem. |
| Aquil. | Et in Spiritu Sancto. Sancta Ecclesia. Remissione peccatorum. Hujus carnis resurrectione. |
Dalle catechesi di Massimo vescovo di Torino (Homil. in traditione Symboli), di san Pier Crisologo vescovo di Ravenna (in Symb. apost.), e da altri raccogliamo i simboli delle diverse Chiese, dove trovansi introdotte le parole conceptus, passus, mortuus, catholicam, sanctorum communionem, vitam æternam, dappoi adottate nel Simbolo comune, qual già si trova ne' sermoni 240, 241, 242, posti in appendice ai sermoni genuini di sant'Agostino nell'edizione de' Padri Maurini.
Alcune di quelle aggiunte pajono arbitrarie e sin futili; ma tendevano a confutare alcuni errori divulgati. Così nel surriferito simbolo aquilejese il descendit ad inferna si oppone agli Apollinaristi ed Ariani, che negavano l'anima a Cristo, quasi ne facesse vece la divinità: l'invisibili et impassibili è contro i Novaziani e Sabelliani, che diceano esser nato e aver patito il Padre Eterno; l'hujus carnis contrasta a chi teneva che dovessimo risorgere con un corpo aereo e celeste.
[100]. Nel concilio Niceno fu pure decisa la quistione delle pasque, importante sotto l'apparente frivolezza, giacchè suggellava il distacco del cristianesimo dagli Ebrei, e la supremazia della Chiesa di Roma; secondo la cui pratica, fu convenuto di festeggiare la resurrezione di Cristo la domenica in cui cade o che segue immediatamente il plenilunio più vicino all'equinozio di primavera. Questa deferenza alla Chiesa romana è un fatto rilevantissimo nella storia ecclesiastica.
[101]. È il fallo di Liberio, ridetto a sazietà dagli avversarj dell'infallibilità del papa. Ma quand'anche si accetti per vero, il che da alcuni s'impugna, nulla conchiude contro di quella, non avendo egli sentenziato dalla cattedra, non con libera volontà, e, appena rimesso nel suo seggio, si disdisse.
[102]. Cod. Teod., lib. XVI. tit. 10. l. 2.
[103]. Ivi, IV del 353; e V del 356.
[104]. I fatti vennero raccolti da Tzchirner, Der Fall des Heidenthum, Lipsia 1829, e da Beugnot, Histoire de la destruction du paganisme en Occident, Parigi 1835; ma le conseguenze che questo ne trae, non possono ragionevolmente accettarsi. Vedi pure J. E. Auer, Kaiser Julian der Abtrünnige ecc. Vienna 1855.
[105]. Nascuntur ergo et quotidie quidem dii novi: nec enim vincuntur ab hominibus fœcunditate. Div. instit., I. 16.
[106]. Jablonski, De origine festi natalis Christi; Sant'Epifanio, Adversus hæreses, I. 29. Al 22 febbrajo celebravansi le caristie pei morti; e i nostri vi sostituirono la cattedra di San Pietro, festum epularum sancti Petri.
[107]. Grevio, Thesaurus antiq. rom., VIII. 95.
[108]. Hudson, Geogr. minor., III. 15.
[109]. Contra Paganos. D. Maximi taurinensis episcopi opera. Roma 1674.
[110]. Τὸν πατέρα Μίθραν. Opere, pag. 336 e 130.
[111]. Banduri, Numismata imp. rom., II. 427-440. — Ὄμνυμι δὲ τὸν Σαράπιν. Ep. VI.
[112]. Libanio, Legat. ad Julianum, pag. 157; e Oratio parænetica, cap. 85.
[113]. Se ne congratula Giuliano nell'Ep. 38; e se ne duole Ammiano Marcellino, lib. XXII. 12.
[114]. Ep. 42, Ἀκοντας ἱᾶσθαι, medicare contro voglia.
[115]. Ammiano Marcellino, lib. XXV. 2. Così Ottaviano Augusto negò le feste pubbliche a Nettuno dopo che la flotta pericolò due volte.
[116]. Hoc moderamine principatus inclaruit, quod, inter religionum diversitates, medius stetit, vel quemquam inquietavit, neque ut hoc coleretur imperavit aut illud, nec interdictis minacibus subjectorum cervicem ad id quod ipse coluit inclinabat, sed intemeratas reliquit has partes ut reperit. Quest'asserzione di Ammiano Marcellino (XXX. 9) è confermata dal codice Teodosiano, ove Valentiniano dice: Testes sunt leges a me in exordio imperii mei datæ, quibus unicuique, quod animo imbibisset, colendi libera facultas tributa est. Lib. IX, tit. 16. I. 9.
[117]. Cod. Teod., lib. XII, tit. 50. I. 75.
[118]. Pudet dicere: sacerdotes idolorum, mimi, et aurigæ, et scorta hæreditates capiunt; solis clericis ac monacis hac lege prohibetur; et non prohibetur a persecutoribus, sed a principibus christianis. Nec de lege queror, sed doleo cur meruerimus hanc legem. San Girolamo.
[119]. Sono esagerate, ma meritano esser riferite, le lodi dategli da Ausonio in tal proposito, Epigr. I:
Arma inter, Chunnosque truces, furtoque nocentes
Sauromatas, quantum cessat de tempore belli,
Indulget claris tantum inter castra Camœnis.
Vix posuit volucres stridentia tela sagittas,
Musarum ad calamos fertur manus: otia nescit,
Et commutata meditatur arundine carmen.
Sed carmen non molle modis; bella horrida Martis
Odrysii, tressæque viraginis arma retractat.
Exulta, Æacides; celebraris vate superbo
Rursus, romanumque tibi contingit Homerum.
[120]. Cod. Teod., lib. IX. tit. 7. I. 1.
[121]. Temistio, Oratio XIX.
[122]. Sotto una statua erettagli nel 387 è chiamato pontifex Vestæ, pontifex Solis, quindecemvir, augur, tauroboliatus, neocorus, hierophanta et pater sacrorum. Grutero, pag. 1102. Nº 2. In un'ara scoperta allo scorcio del secolo passato gli si aggiungono i titoli di curialis Herculis, sacratus Libero et Eleusinis, pater patrum; Donato, Suppl. al Muratori, tom. I. p. 72. Nº 2. Pater sacrorum e pater patrum si riferiscono al culto di Mitra, come abbiam veduto.
Macrobio fa da lui difendere nobilmente gli schiavi contro un tal Evangelo, dicendo ch'essi sono formati degli stessi elementi che noi, ricevono lo spirito dallo stesso principio, vivono, muojono all'egual modo; i costumi distinguere gli uomini, non l'abito o la condizione; infine espone nobilmente la maniera di farsi amato agli schiavi. Saturn., I.
[123]. Lib. I. ep. 43.
[124]. Dii patrii, facite gratiam neglectorum sacrorum. Lib. II. ep. 7.
[125]. Ep. 9.
[126]. Agostino, De civ. Dei, v. 26.
Sexcentas numerare domos de sanguine prisco
Nobilium licet, ad Christi piacula versas.
Prudenzio, v. 567.
[128]. Sebben Girolamo mostri disprezzo per distinzioni di nascita, rammenta che per padre ella discendeva da Agamennone, per madre dai Gracchi, e sposò uno disceso da Enea e da Giulio.
[129]. Ep. XXIII ad Eustoch.
[130]. Ep. IV ad Fabiol. del 401.
[131]. San Paolo, i ad Corinth., II. 4.
[132]. Il migliore per avventura de' suoi discorsi è quello in morte del fratello Satiro, tutto spirante affetti di famiglia. — A nulla mi valse l'aver raccolto il moribondo tuo respiro, appoggiata la bocca mia sulle estinte tue labbra. Io sperava far passare la tua morte nel mio seno, e comunicare a te la vita mia. Pegni crudeli e soavi, sventurati abbracci, fra i quali io sentii il suo corpo farsi gelato e rigido, e l'ultimo fiato esalare. Lo stringea fra le braccia, ma avevo già perduto colui che ancora io serravo. Quel soffio di morte divenne per me soffio di vita. Voglia il Cielo almeno ch'esso purifichi il cuor mio, e ponga nella mia anima l'innocenza e la dolcezza tua».
Dall'affetto domestico sa elevarsi ai pubblici danni, come nel bell'esordio: — Fratelli carissimi, abbiam condotto innanzi all'ara del sacrifizio la vittima che fu richiesta, vittima pura, accetta a Dio, Satiro, mia scorta e mio fratello. Io non aveva dimenticato ch'ei fosse mortale, nè mi lasciai illudere da vana speranza; ma la grazia oltrepassò la speranza, e non che lamentarmi a Dio, devo ringraziarlo, come quegli che sempre desiderai, in caso che alla Chiesa o a me sovrastassero calamità, si sfogasse la tempesta sopra di me e sopra la mia famiglia. Grazie al Signore, che nell'universale sovvertimento prodotto dai Barbari che d'ogni parte recano guerra, abbia soddisfatto all'afflizione comune co' miei particolari dispiaceri, e sia stato percosso io solo quando temea per tutti. Sì, o fratello, avventuroso in quanto rende florida la vita, nol fosti meno per opportunità della morte. Non a noi fosti rapito, ma ai disastri; non hai perduto la vita, ma fosti campato dalla minaccia delle calamità sospese sul nostro capo. Affezionato com'eri a tutti i tuoi, oh quanto avresti gemuto nel sapere che l'Italia è incalzata da un nemico già alle porte! quale afflizione per te in pensare che ogni nostra speranza di salute sta nel baluardo delle Alpi, e che alcuni tronchi d'albero sono l'unica barriera che difende il pudore! quanto l'anima tua si sarebbe contristata nel vedere che sì piccola distanza ci separa dal nemico, nemico feroce e brutale, che nè la vita risparmia nè il pudore».
Nulla di così bello egli dice o nella consolazione per la morte di Valentiniano o nel panegirico di Teodosio.
[133]. Simmaco, lib. X. ep. 54. Il testo proprio della legge ci manca; ma in una d'Onorio del 415 (Cod. Teod., lib. XVI. tit. 10. l. 20) è detto: — Conforme ai decreti del divo Graziano, ordiniamo di applicare al nostro dominio tutte le proprietà (omnia loca) che l'errore degli antichi destinò alle sacre cose».
[134]. Simmaco, lib. I. ep. 46.
[135]. Cod. Teod., lib. XVI, tit. 7. l. 11. 12. 16.
[136]. Ivi, I. 1. 4. 5.
Exultare patres videas, pulcherrima mundi
Lumina, concilium que senum gestire Catonum
Candidiore toga niveum pietatis amictum
Sumere, et exuvias deponere pontificales.
Contro Simmaco.
[138]. Cod. Teod., lib. XVI. tit. 1. I. 2.
[139]. Se nella serie dei concilj ecumenici si annoveri pure quel di Gerusalemme, tenuto dagli Apostoli, nell'anno 50 d. C., e descritto da san Luca nel cap. XV degli Atti — Il simbolo, quale allora fu redatto, si legge quotidianamente nella messa.
[140]. Oggi San Vittor Grande l'una, e Sant'Ambrogio l'altra.
[141]. Così racconta Isidoro di Siviglia, De officiis ecclesiasticis, lib. I. c. 7.
[142]. Deus creator omnium — Jam surgit hora tertia — Nunc sancte nobis Spiritus; e alcuno dice il Te Deum, ma altri lo pretende composto nel IV secolo da un frate Sisebut, vissuto probabilmente a Montecassino.
[143]. Exameron, III. 5; Augustini Confess. IX. 7.
[144]. Rudis sed avida doctrinæ, dicevala san Gaudenzio; e l'inno antico di san Filastro,
Et rudem sed tunc cupidam moneri
Insciam quamquam, tamen ad docendum
Firmiter promptam.
[145]. Labus, Museo Bresciano, intorno all'antico marmo di C. Giulio Ingenuo, pag. 56. Da un curioso passo di Rodolfo notajo parrebbe che fin nel VII secolo durasse in Valcamonica il culto di Saturno: Erant adhuc in illa valle plurimi Pagani, qui arboribus et fontibus victimas offerebant. In tempore usque regis Ariberti imago Saturni magna frequentia venerabatur in curte Hedulio (a Edolo): et quum præcepti regis obedientia non fieret ut illa imago destrueretur, Ingelardus dux Brissiæ misit armatorum manus, qui illam disperderunt in fragmentis.
[146]. Una tradizione molto divulgata fa nato sant'Antonio a Ventimiglia, o almeno da madre di questa città.
[147]. Dell'unità del genere umano non ebbe conoscenza l'antichità, alla quale sembrava un fatto fatale la divisione in nazioni. Giuliano imperatore giudica che quest'unità, proclamata dagli Ebrei e dai Cristiani, ripugni alla diversità di leggi e di costumi, la quale deriva dalla volontà degli Dei, rappresentanti de' genj contrarj onde sono ispirati i popoli, da Marte i guerreschi, da Minerva quei che uniscono la prudenza al coraggio, da Mercurio quelli che hanno prudenza più che valore. San Cirillo, contra Julianum, lib. IV.
[148]. Commento al cap. II dell'epistola ai Galati.
[149]. Quicumque ad Urbem discendi cupiditate veniunt, primitus ad magistrum census provincialium judicum, a quibus copia est danda veniundi, ejusmodi litteras proferant, ut oppida hominum et natales et merita expressa teneantur; deinde ut primo statim profiteantur introitu, quibus potissimum studiis operam navare proponant; tertio, ut hospitia eorum sollicite censualium norit officium, quo ei rei impertiant curam, quam se adseruerint expetisse. Idem immineant censuales, ut singuli eorum tales se in conventibus præbeant, quales esse debent, qui turpem inhonestamque famam et consociationes (quas proximas putamus esse criminibus) æstiment fugiendas, neve spectacula frequentius adeant, aut adpetant vulgo intempestiva convivia. Quin etiam tribuimus potestatem, ut, si quis de his non ita in Urbe se gesserit quemadmodum liberalium dignitas poscat, publice verberibus adfectus, statimque navigio superpositus, abjiciatur Urbe, domumque redeat. His sane qui sedulam operam professionibus navant, usque ad vigesimum ætatis suæ annum Romæ licet commorari. Post id vero tempus, qui neglexit sponte remeare, sollicitudine præfecturæ etiam impurius ad patriam revertatur. Verum ne hæc perfunctorie fortasse curentur, præcelsa sinceritas tua officium censuale commoneat, ut per singulos menses, qui, vel unde veniant, quive sint, pro ratione temporis ad Africam vel ad cæteras provincias remittendi brevibus comprehendat, his dumtaxat exceptis, qui corporatorum sunt oneribus adjuncti. Similes autem breves etiam ad scrinia mansuetudinis nostræ annis singulis dirigantur; quo, meritis singolorum, institutionibusque compertis, utrum quæque nobis sint necessaria judicemus. Dat. III Id. Mart. Triv. Valentiniano et Valente III A. Cos.
[150]. Ne siamo accertati dal carme d'Ausonio in onore d'un grammatico di Bordeaux:
Quod jus pontificum, quæ fœdera, stemma quod olim
Ante Numam fuerat sacrificis Curibus,
Quod Castor cunctis de regibus ambiguis, quod
Conjugis e libris ediderat Rhodope;
Quod jus pontificum, veterum quæ scita Quiritum,
Quæ consulta patrum, quid Draco, quidve Solon
Sanxerit, et Locris dederat quæ jura Zaleucus,
Sub Jove quæ Minos, quid Themis ante Jovem,
Nota tibi.
De Profess., cap. 22.
[151]. Ai primi, ventiquattro razioni giornaliere, agli altri metà soltanto. L'uso di fissare gli stipendj per razione era generale, e il fisco le ricomprava secondo un prezzo determinato. L'assegno suddetto è per le scuole municipali: nelle imperiali di Treveri i retori hanno trenta profende, venti un grammatico latino, dodici un greco.
[152]. Basti, a mostrarne la importanza, il titolo de' capitoli: I. præfatio; II. cur genio, et quomodo sacrificetur; III. genius quid sit, et unde dicatur; IV. variæ opiniones veterum philosophorum de generatione; V. de semine hominis, et quibus e partibus exeat; VI. quid primum in infante formetur, et quomodo alatur in utero etc.; VII. de temporibus quibus partus solent esse ad nascendum maturi, deque numero septenario; VIII. rationes Chaldæorum de tempore partus; idem de zodiaco et de conspectibus; IX. opinio Pythagoræ de conformatione partus; X. de musica, ejusque regulis; XI. ratio Pythagoræ de conformatione partus confirmata; XII. de laudibus musicæ, ejusque virtute; item de spatio cœli, terræque ambitu, siderumque distantia; XIII. distinctiones ætatum hominis secundum opiniones multorum, deque annis climatericis; XIV. de diversorum hominum clarorum tempore mortis; XV. de tempore et de ævo; XVI. seculum quid sit ex diversorum definitione; XVII. Romanorum sæculum quale sit; XVIII. de ludorum sæcularium institutione eorumque celebratione usque ad imp. Septimium et M. Aurelium Antoninum; XIX. de anno magno secundum diversorum opiniones, item de diversis aliis annis, de olympiadibus, de lustris et agonibus capitolinis; XX. de annis vertentibus diversarum nationum; XXI. de anno vertente Romanorum, deque illius varia correctione, de mensibus et diebus intercalariis, de diebus singulorum mensium, de annis julianis; XXII. de historico temporis intervallo, deque adelo et mystica, de annis Augustorum et ægyptiacis; XXIII. de mensibus naturalibus et civilibus, et nominum rationibus; XXIV. de diebus, et varia dierum apud diversas nationes observatione; idem de solariis et horariis; XXV. de dierum romanorum diversis partibus, deque eorum propriis nominibus.
[153]. Così conchiude: Hæc ut miles quondam et græcus, a principatu Cæsaris Nervæ exorsus, adusque Valentis interitum, pro virium explicavi mensura, numquam, ut arbitror, sciens silentio ausus corrumpere vel mendacio. Scribant reliqua potiores ætate, doctrinisque florentes. Quos id, si libuerit, aggressuros, procudere linguas ad majores moneo stylos. Aveva in idea l'impero di Teodosio Magno.
[154]. Per Valentiniano, quando s'associò Valente all'impero, intona: Si qua in te cognatas cælitum potestates hujusmodi esset æquatio, paribus cum sole luminibus globus sororis arderet; nec radiis fratris obnoxia, precarium raperet luna fulgorem: iisdem curriculis utrumque sidus emergeret, pari exortu diem germana renovaret, per easdem cæli lineas laberetur, nec menstruo pigra discursu aut in senescendo varias mulctaret effigies, aut in renascendo parvas pateretur ætates. Ecce formam beneficii tui astra nesciunt æmulari: illis nihil est in mundana luce consimile, vobis totum est in orbe commune.
Pel ponte costruito sul Reno dall'imperatore stesso: Eat nunc carminis auctor inlustris, et pro clade popularium Xantum fingat iratum, armatas cadaveribus undas scriptor decorus educat; nescivit flumina posse frenari. Tantumne valuit rivus iliacus, ut in auxilium Vulcani flamma peteretur? Profundus didicit, quid parvus evaserit? Defensio ipsa cælestium tuo operi non meretur æquari. Fluvium incendisse vindicia est, calcasse victoria.
[155]. Per l'eleganza della forma scegliamo questo:
ARA PYTHIA.
VIDES UT ARA STEM DICATA PYTHIO
FABRE POLITA VATIS ARTE MUSICA
SIC PULCHRA SACRATISSIMA GENS PHOEBO DECENS
HIS APTA TEMPLIS QUI LITANT VATUM CHORI
TOT COMPTA SERTIS ET CAMOENÆ FLORIBUS
HELICONII LOCANDA LUCIS CARMINUM
NON CAUTE DURA ME POLIVIT ARTIFEX
EXCISA NON SUM RUPE MONTIS ALBIDI
LUNA E NITENTE NEC PARI DE VERTICE
NON CÆSA DURO NEC COACTA SPICULO
ARCTARE PRIMOS EMINENTES ANGULOS
ET MOX SECUNDOS PROPAGARE LATIUS
EOSQUE CAUTE SINGULOS SUBDUCERE
GRADU MINUTO PER RECURVAS LINEAS
NORMATA UBIQUE SIC DEINDE REGULA
UT ORA QUADRE SIT RIGENTE LIMITE
VEL INDE AD IMUM FUSA RURSUM LINEA
TENDATUR ARTE LATIOR PER ORDINEM
ME METRA PANGUNT DE CAMOENARUM MODIS
MUTATO NUMQUAM NUMERO DUMTAXAT PEDUM
QUÆ DOCTA SERVAT DUM PRÆCEPTIS REGULA
ELEMENTA CRESCUNT ET DECRESCUNT CARMINUM
HAS PHOEBE SUPPLEX DANS METRORUM IMAGINES
TEMPLIS CHORISQUE LÆTUS INTERSIT SACRIS.
[156]. N'abbiamo già esempj ne' classici, come in Marziale:
Rumpitur invidia quidam, dulcissime Juli,
Quod me Roma legit; rumpitur invidia.
Blanditia; fera mors Veneris persentit amando
Permisit solitæ nec styga tristitiæ;
che può leggersi a rovescio:
Tristitiæ styga nec solitæ permisit amando
Persentit Veneris mors fera blanditias.
E così il seguente:
Perpetuis bene sic partiri munera seclis
Sidera dant patria et patris imperium.
... Nec te jucunda fronte fefellit
Luxuries, prædulce malum, quæ dedita semper
Corporis arbitriis, hebetat caligine sensus...
Fingendaque sensibus addis
Verba, quibus magni geminatur gratia doni...
Quoties incanduit ore
Confessus secreta rubor, nomenque beatum
Injussæ scripsere manus!
Et reliquum nitido detersit pollice somnum:
Utque erat interjecta comas, turbata capillos,
Mollibus assurgit stratis.
Questo mi sembra più felice del pariniano.
La similitudine del cavallo, cara a tutti i poeti da Giobbe in qua, eccola in lui pure (De nuptiis Mariæ):
Nobilis haud aliter sonipes, quem primus amoris
Sollicitavit odor, tumidus, quatiensgue decoras
Curvata cervice jubas, pharsalia rura
Pervolat, et notos hinnitu flagitat amnes,
Naribus accensis: mulcet fæcunda magistros
Spes gregis, et pulchro gaudent armenta merito.
Nello stesso epitalamio descrive l'abitazione di Venere:
Hic habitat nullo constricta Licentia nodo,
Et flecti faciles Iræ, vinoque madentes
Excubiæ, Lacrymæque rudes, et gratus amantum
Pallor, et in primis titubans Audacia furtis,
Jucundique Metus, et non secura Voluptas,
Et lasciva volant levibus Perjuria pennis.
Hos inter petulans alta cervice Juventus
Excludit senium luco.
Non saprei un passo d'Ovidio da contrapporre a questo, che ricorda Tibullo.
[159]. Ha un epigramma, ove, per tutti i santi cristiani, prega celiando un tal Jacopo a non censurarlo. Comincia:
Per cineres Pauli, per cani limina Petri,
Ne laceres versus, dux Iacobe, meos.
[160]. Nel secolo XV fu dissotterrato il piedistallo con una iscrizione di non sicura autenticità, che dice: C. Clavdiano V. C. TRIBVNO ET NOTARIO, INTER CETERAS vigentes artes qve gloriosissimo poetarvm, licet ad memoriam sempiternam carmina ab eodem scripta svfficiant, adtamen testimonii gratia ob ivdicii svi fidem dd. nn. Arcadivs et Honorivs FELICISSIMI AC DOCTISSIMI IMPERATORES, SENATV PETENTE, STATVAM IN FORO DIVI TRAIANI ERIGI COLLOCARIQVE IVSSERINT. Ενι Βιργιλιοῖο νοὸν καὶ μοῦσαν Ομῆρον Κλαυδιανὸν ‘Ρώμη καὶ Βασιλεὶς ἔθεσαν.
Scaligero (Poetices lib. V. qui et Hypercriticus) chiama Claudiano maximus poeta, solo argumento ignobiliore oppressus, addit de ingenio quantum deest materiæ Felix in eo calor, cultus non invisus, temperatum judicium, dictio candida, numeri non affectati, acute dicta multa sine ambitione.
[161]. Tali sarebbero l'inno di sant'Ambrogio, Deus creator omnium; e quel di Prudenzio per gl'Innocenti, Salvete, flores martirum. Gli altri più antichi che la Chiesa ancor canti, sono il Gloria in excelsis di sant'Ilario, lo Jam mæsta quiesce querela di Prudenzio, e due di Sedulio.
[162]. Un poema di sant'Agostino o d'un contemporaneo contro i Donatisti d'Africa è in trocaici rimati:
Abundantia peccatorum solet fratres conturbare;
Propter hoc dominus noster voluit nos præmonere,
Comparans regnum cælorum reticulo misso in mare,
Congreganti multos pisces omne genus hinc et inde,
Quos cum traxissent ad litus, tunc cœperunt separare,
Bonos in vasa miserunt, reliquos in mare.
Sant'Agostino (De tempore): Et magis ex ipsa (vita) corrumpitur quam sanetur: magis occiditur quam vivificetur (Serm. 138 De verbis Dom.). Ecce venitur et ad passionem, ecce venitur et ad sanguinis effusionem, venitur et ad corporis incensionem. (De civ. Dei, XVI. 6) Tamquam lex æterna in illa eorum curia superna (XVII. 12). Infidelitas gentium cum Dei populum exultabat atque insultabat esse captivum, quid aliud quam Christi commutationem sed scientibus nesciens exprobabat?... Illius enim spei confirmatio verbi hujus (fiat) iteratio (IX. 1). Partim erudito otio, partim necessario negotio... Uno (vitæ genere) in contemplatione vel inquisitione veritatis otioso, altero in gerendis rebus humanis negotioso... Crucifixerunt salvatorem suum, et fecerunt damnatorem suum...
[163]. Vedi la nota 1 del Cap. XLVI.
[164]. Tre lettere conosciamo, attribuite a Maria Vergine. La prima, con quella di sant'Ignazio che le diede origine, è d'antica data, non di riconosciuta autenticità.
Un vescovo messinese in occasione di peste ne trasse fuori un'altra, che pretese diretta da Maria a Messina e che ancora vi ottiene gran venerazione: benchè antichissima, la critica non può accettarla, e la Congregazione dell'Indice appuntò i libri ove troppo assolutamente n'era dichiarata l'autenticità. Eccola: Maria Virgo, Joachim filia, humillima Dei ancilla, Christi Jesu crucifixi mater, ex tribu Juda, stirpe David, Messanensibus omnibus salutem, et Dei Patris omnipotentis benedictionem. Vos omnes fide magna legatos ac nuncios per publicum documentum ad nos misisse constat. Filium nostrum, Dei genitum, Deum et hominem esse fatemini, et in cœlum post suam resurrectionem ascendisse, Pauli apostoli prædicatione mediante viam veritatis agnoscentes. Ob quod vos et civitatem vestram benedicimus, cujus perpetuam protectricem nos esse volumus. Anno filii nostri xlii, III nonas julii, luna XVII, feria quinta, ex Hierosolymis.
Frà Girolamo Savonarola riguardava per autentica la lettera di Maria ai Fiorentini, d'immemorabile antichità: ma e la Chiesa e la critica vi mettono gran dubbj, tanto più che consta solo nel 65 dopo Cristo essere Firenze stata informata della verità da Paolino e Frontino discepoli di san Pietro. Essa dice: Florentia, Deo et Domino nostro Jesu Christo filio meo, et mihi dilecta. Tene fidem, insta orationibus, roborare patientia. His enim sempiternam consequeris salutem apud Deum.
[165]. Virgilium pueri legant, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri. De civ. Dei, I. 3.
[166]. «Platone (dic'egli) mi ha fatto conoscere il vero Dio; Gesù Cristo me ne ha mostrato la via».
[167]. Nella Città di Dio ha un intero capitolo sulla Sibilla Eritrea, quæ inter alias Sibyllas cognoscitur de Christi evidentia multa cecinisse. E racconta che in Italia seppe che alcune ostiere vantavansi di dare ai viaggiatori certi formaggi, che li cambiavano in bestie da soma, le quali esse adopravano pe' loro servigi, poi vi restituivano la forma primitiva; e benchè trasformati, conservavano la ragione. Ma, soggiunge, tali cose sono false o talmente rare, che poca fede vi si può prestare: pure s'ha da credere fermamente che Dio è onnipotente, e può far quel che vuole a castigo o a ricompensa; che i demonj sono angeli divenuti cattivi per le colpe, e che non possono se non quel che viene permesso da Colui, i cui giudizj sono talvolta secreti, non mai ingiusti. Lib. XVIII. c. 18. E merita esser letto tutto per vedere la possanza delle credenze comuni sopra un'elevata intelligenza, e per ispiegare le opinioni delle fatucchiere, di cui parleremo al Cap. cxliv.
[168]. De civ. Dei, I. 29. Vedi De Maistre, Du pape, IV. 4.
[169]. Confutazione di Fausto Manicheo.
[170]. De civ. Dei, XII. 2; XV. 1.
[171]. È curioso vedere come giustifichi, anzi lodi le antitesi, dicendo che nelle opere di Dio le apparenti contraddizioni producono bellezza, come nello stile le antitesi, «bellissimi ornamenti dell'eloquenza; e come questi contrapposti rendono più bello il parlare, così per una eloquenza di contrapposizione non di parole ma di cose, si compone la bellezza del secolo».
[172]. De quæst. octogintatribus, q. 58, e De civ. Dei, X. 14. Ecco prevenuti Pascal e Bossuet.
[173]. Panvinio, De ritu sepeliendi mortuos apud veteres Christianos, et de eorumdem cœmeteriis, 1574.
Marangoni, Appendix de cœmeterio sanctorum Thrasonis et Saturnini, e Acta sancti Victorini, 1740.
Boldetti, Sopra i cimiteri dei santi Martiri.
Bottari, Roma sotterranea. 1737-54. Le tavole sono le stesse del Bosio.
Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive della metropoli del cristianesimo. Roma 1844.
Maitland (La Chiesa nelle catacombe. Londra 1847) volle fare l'opposto del Marchi, cercandovi argomenti contro il cattolicismo.
A Parigi si era pubblicato Rome souterraine, ma il signor Perret non vi conservò il carattere, aggraziando le pitture. Pio IX incaricò il comm. De Rossi di nuove esplorazioni nelle catacombe: ed egli dispose ben 12 mila iscrizioni cristiane, delle quali molto importa accertare il tempo e il luogo. La più antica conosciuta è del 102. Il De Rossi trovò il vero cimiterio di san Calisto e le tombe dei primi pontefici, e i libri suoi sono il più sicuro testo intorno a quelle antichità cristiane.
[174]. Che però lo scheletro non fosse mai effigiato dai classici, come asseriscono i trattatisti d'arte, è smentito da pitture e bassorilievi: nel museo Borbonico si ha una donna che sparge di fiori lo scheletro del suo bambino; uno scheletro dalla cui bocca esce una farfalla, simbolo dell'anima; un altro che balla al flauto sonato da Sileno, primo cenno delle danze dei morti.
[175]. Semplicissimi sono gli epitafj: LAZARVS AMICVS NOSTER DORMIT — MARTYRI IN PACE — NEOPHITVS IIT AD DEVM — RESPECTVS QVI VIXIT ANNOS V ET MENSES VIII, DORMIT IN PACE — ALEXANDER MORTVVS NON EST SED VIVIT SVPER ASTRA.
È particolare questo di Vicenza: MARTINA CARA CONJVX QUÆ VENIT DE GALLIA PER MANSIONES L VT COMMEMORARET MEMORIAM DVLCISSIMI MARITI SVI BENE QVIESCAS DVLCISSIME MI MARITE. (Giovanni da Schio, Le antiche iscrizioni di Vicenza, 1850).
[176]. IVN. BASS. V. C. QVI VIXIT ANNIS XLII. II IN IPSA PRÆFECTVRA VRBI NEOFITVS IIT AD DEVM VIII KAL. SEPT. EVSEBIO ET YPATIO COSS. E vedi Bottari, tav. 33.
[177]. A. F. Quast, Die altchristlichen Bauwerke von Ravenna, von V bis zum IX. Jahrhundert historisch geordnet, und durch Abbildungen erklärtert. Berlino 1842.
Gli edifizj di cui tratta, sono i. Ecclesia ursiana, cioè la cattedrale, edificata poco dopo il 400, ora tutta rimodernata; Ecclesia petriana, distrutta per tremuoto nell'VIII secolo; San Lorenzo in Cesarea, edificata da Luscrizio cameriere d'Onorio, distrutta per tremuoto nel 1553; battistero della cattedrale, eretto da Neo vescovo (425-30), fabbrica delle più rimarchevoli di Ravenna; battistero della Petriana, distrutto; basilica di san Giovanni Evangelista, costrutta da Galla Placidia; basilica di Santa Croce, dalla medesima, rovinata; cappella de' Santi Nazario e Celso, dalla medesima; San Giovanni Battista e Santa Agata, rimodernate; Sant'Agnese, distrutta; San Pietro, ora San Francesco, cappella nel palazzo arcivescovile.
II. Epoca di Teodorico: Santa Maria in Cosmedin, già battistero ariano; San Teodoro; San Martino in cœlo aureo, ossia Sant'Apollinare nuovo; palazzo di Teodorico, mausoleo del medesimo; portico della piazza maggiore.
III. Costruzioni posteriori sino alla morte di Agnello arcivescovo (566); Santa Maria Maggiore, rimodernata nel XVI secolo; San Michele in Affricisco, consacrata nel 545, or quasi distrutta; San Vitale; Sant'Apollinare in Classe, consacrata nel 549; Sant'Andrea e Santo Stefano.
IV. Ultimo periodo, sino al 900; San Severo in Classe, distrutta al principio del nostro secolo; monastero di Sant'Apollinare, e abbellimenti delle parti interne della basilica fatti nel 642-77; devastazioni posteriori di Classe, e risarcimenti sotto Leone III; poi, per le incursioni de' Saracini, si portò in città il corpo di sant'Apollinare.
[178]. Ancora si vede in Roma a San Lorenzo, a San Giorgio in Velàbro, a Santa Maria Transtevere, e alquanto modificato a San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, ecc. I cortili si hanno a San Clemente, ai Quattro Santi Coronati, a San Lorenzo in Roma; a Sant'Apollinare e San Giovanni della Sagra in Classe a Ravenna; alla cattedrale di Parenzo in Istria, a Sant'Ambrogio di Milano... Quest'ultima basilica, San Zeno di Verona e Santa Maria di Torcello sono quelle dell'Italia superiore che per avventura conservano maggiori elementi della basilica antica.
[179]. Hominem mortuum in urbe ne sepellito, neve urito. La ragione politica di ciò era che la tomba dava la proprietà d'un luogo, e la città non doveva essere di verun privato.
[180]. A quello di Sant'Ambrogio in Milano servirono due arche funerarie, una sovrapposta all'altra.
[181]. Bruciata il 21 luglio 1832, ed ora ricostrutta. Vedi Ciampini, Synopsis de sacris ædificiis a Constantino constructis. Roma 1691.
Calcolano essersi fabbricate in Roma:
| nel secolo | II | chiese | 2 |
| — | III | » | 9 |
| — | IV | » | 17 |
| — | V | » | 8 |
| — | VI | » | 12 |
| — | VII | » | 5 |
| — | VIII | » | 11 |
| — | IX | » | 7 |
| — | X | » | 1 |
| — | XI | » | 7 |
| — | XII | » | 8 |
| — | XIII | » | 16 |
| — | XIV | » | 8 |
| — | XV | » | 30 |
| — | XVI | » | 93 |
| — | XVII | » | 62 |
| — | XVIII | » | 7 |
[182]. Il San Giovanni di Firenze, mal creduto tempio di Marte, mentre la dissonanza delle parti lo attesta eretto ne' bassi tempi; il circolare di Pisa; il San Giovanni di Parma, a sedici faccie dentro e otto fuori, cominciato il 1196 da Benedetto Antelmani, e finito verso il 1260; il dodecagono di Canosa; il San Giovanni in Fonte a Verona, ottagono, come quelli di Cremona, Volterra, Pistoja, ecc.
[183]. Centurio nitentium rerum. — Ammiano Marcellino, xvi. 6; Cod. Teod., lib. IX. tit. 17; lib. XVI. tit. 49; Cod. Giust., tit. De sepulc. viol.
[184]. Qui cadit a formula, cadit a toto. Un esempio vivo possiamo averlo negli Inglesi, schiavi del convenuto, del gusto nazionale, de' casi precedenti, della giustizia, della virtù, della religione uffiziale; eppure questa non è imitazione del diritto romano, il quale anzi è aborrito dai loro pratici.
[185]. Respondebant, scribebant, cavebant, dice Cicerone.
[186]. Sic enim, existimo, juris civilis magnum usum et apud Scævolam, et apud multos fuisse; artem in hoc uno. Quod nunquam effecisset ipsius juris scientia, nisi eam præterea didicisset artem, quæ doceret rem universam tribuere in partes, latentem reperire definiendo, obscuram explanare interpretando, ambigua primum videre, deinde distinguere... Sed adjunxit etiam et literarum scientiam, et loquendi elegantiam. Brutus, 41; Pro Muræna, 10. 14.
[187]. Nihil tam proprium legis quam claritas.
[188]. Familia da fons memoriæ; metus da mentis trepidatio; furtus da furvus; stellionatus da stellio, tarantola; testamentum da testatio mentis.
[189]. Una legge romana dice, non poter il cieco piatire, perchè non vede gli ornamenti della magistratura; Dig. lib. I, De postul. Paolo (Sent. IV. 9) scrive che il feto di sette mesi nasce perfetto, perchè sembra provarlo la ragione dei numeri di Pitagora.
[190]. Dig. lib. I. tit. 2. l. 1.
[191]. Eosdem, quos populus romanus, hostes et amicos habeant — Majestatem populi romani comites conservanto. Cicerone, pro Balbo, 16.
[192]. Eineccio (Edicti Perpetui ordini et integritati suæ restituti, partes duo), Bach (Historia juris romani. Lipsia 1806) e tutti sostennero il sì, fino ad Hugo che sostenne il no con ragioni di polso. L'Editto Perpetuo andò perduto, e i tentativi di rintegrarlo, fatti da G. Bauchin nel 1597, sono inseriti in Pothier, Pandectæ Justinianeæ, lib. I. Meglio Wieling, Fragmenta Edicti Perpetui. Franeker 1733. E vedansi:
Gifanius, Œconomia juris.
Noodt, Commentarius ad Digesta.
De Weyte, De origine fatisque jurisprudentiæ romanæ, præsertim edictorum prætoris; ac de forma edicti perpetui. Cella 1821.
Frank, Commentarius de edicto prætoris. Kiliæ 1830.
Haimberger, Il diritto romano privato e puro (lat. e ted.). Lemberg 1830.
Mackeldey, Manuale del diritto romano (ted.). Berlino 1814.
Westemberg, Manuale di diritto romano (ted.). Ivi 1822.
La scuola storica del diritto, già ingrandita in Germania, venne diffusa allorchè fu coltivata dai Francesi; e i recenti lavori di Beugnot, Pardessus, Giraud, Laboulaye, Thibaut, Troplong, Laferrière, Du Caurroy.... ne resero comuni le conclusioni. È principalmente notevole l'Explication historique des Instituts de l'empereur Justinien, del sig. Ortolan. Parigi 1854.
[193]. Tale parmi il senso più naturale del famoso passo di Pomponio, Dig. lib. I. tit. 2. l. 1: Sussurius Sabinus in equestri ordine fuit, et publice primus respondit; posteaque hoc cœpit beneficium dari a Tiberio Cæsare: hoc tamen illi concessum erat. Et, ut obiter dicamus, ante tempora Augusti publice respondendi jus non a principibus dabatur, sed qui fiduciam studiorum suorum habebant, consulentibus respondebant. Neque responsa utique signata dabant, sed plerumque judicibus ipsis scribebant, aut testabantur qui illas consulebant. Primus divus Augustus, ut major juris auctoritas haberetur, constituit ut ex auctoritate ejus responderent: et ex illo tempore peti hoc pro beneficio cœpit. Et ideo optimus princeps Hadrianus, quum ab eo viri prætorii petirent ut sibi liceret respondere, rescripsit eis, hoc non peti, sed præstari; et ideo delectari se, si qui fiduciam sui haberet, populo ad respondendum se præpararet.
Come esorbitante, credevasi falsa una tanta autorità, quando la chiarì questo passo di Gajo, recentemente scoperto (Comm. I. 7): Responsa prudentum sunt sententiæ et opiniones eorum, quibus permissum est jura condere: quorum omnium si in unum sententiæ concurrant, id quod ita sentiunt, legis vicem obtinet: si vero dissentiunt, judici licet quam velit sententiam sequi: idque rescripto divi Hadriani significatur.
[194]. Alcuno opinò divenissero sorgenti del diritto soltanto dopo Tiberio, e da prima fossero solo proposizioni, vigenti un anno e non più. Il contrario ora è dimostrato da Hugo, Lehrbuch der Geschichte des römischen Rechts bis auf Justinian.
[195]. Più di mille cinquecento ce ne rimangono da Augusto a Costantino. A domande rispondono colle epistolæ, literæ: sulla petizione fanno una subscriptio, adnotatio, che chiamasi sanctio prammatica se diretta ad una città o ad un corpo; constitutiones personales si dicono propriamente le concessioni di privilegi: decreta o interlocutiones sono decisioni di cause portate in appello all'imperatore o al suo consiglio: mandata sono gli ordini dati dall'imperatore ai governatori delle provincie: edicta gli ordini diretti al popolo.
[196]. Tali le Receptæ Sententiæ di Paolo.
[197]. Talvolta in ciò degenerano in minuzie, come si vede nei frammenti trovati nella biblioteca Vaticana il 1823.
[198]. Antistius Labeo, ingenii qualitate et fiducia doctrinæ, qui et in cæteris sapientiæ partibus operam dederat, plurima innovare studuit: Atejus Capito, in his quæ ei tradita erant, perseverabat. Pomponio, Dig. lib. I. tit. 2. l. 2.
Avendo Tiberio in un editto usato una parola non latina, qualche senatore, desideroso di far pompa di libertà ove non portava pericolo, sorse a rinfacciargliela. Capitone sostenne che, quantunque mai non si trovasse usata, si dovesse però mettere fra le latine sull'autorità di Tiberio. Un Marcello replicò che Tiberio potea dare la cittadinanza agli uomini, non alle parole. Magnanima opposizione!
[199]. In capo alle Pandette si suole stampare il catalogo degli autori di cui si valse Giustiniano, cavato dal famoso manoscritto del Digesto conservato a Firenze. Da Alessandro Severo a Giustiniano tre soli giureconsulti vi sono citati, Arcadio Carisio, Giulio Aquila ed Ermogene, forse autore del codice che porta il suo nome.
[200]. È inserito nel Digesto, lib. I. tit. 2.
[201]. Fra' molti manoscritti ond'è ricca la biblioteca del Capitolo di Verona, e di cui diede il catalogo Scipione Maffei nella Verona illustrata, trovavansi alcuni fogli di pergamena, che quel dotto antiquario giudicò formar parte d'un codice o di qualche opera d'antico giureconsulto, e ne esibì il fac-simile. D'allora più non se ne parlò, fin quando Haubold nel 1816 stampò a Lipsia una Notitia fragmenti veronensis de interdictis. Niebuhr, venuto a Verona, trasse copia del frammento de præscriptionibus, e d'un altro sui diritti del fisco; esaminò varj manoscritti, e singolarmente le epistole di san Girolamo, riconosciute per palinsesto da Maffei e da Mosotti, ma non mai dicifrato: e al modo che sotto la storia poetica di Roma leggeva la vera, scoprì sotto la scrittura quanto bastasse per convincersi che era l'opera di un giureconsulto; e applicando l'infusione di galla a un foglio, lo lesse. Ne informò Savigny, ed insieme proclamarono sui giornali la scoperta, mostrando che il frammento de præscriptionibus apparteneva agli Istituti di Gajo. L'Accademia di Berlino spedì a Verona nel 1817 i signori Göschen e Bekker, i quali, superando le gravi difficoltà che a chi vuol il bene oppongono coloro che fare nol vogliono o non sanno, giunsero a trascrivere nove decimi del libro; il resto era illeggibile. Il manoscritto componevasi di centoventisette fogli; la scrittura più recente in majuscole esibiva ventisei epistole di san Girolamo; la primitiva, elegantissima, gli Istituti; e fra questa e quella una terza stendevasi per un quarto del manoscritto, contenente epistole e meditazioni d'esso santo. Onde la membrana fu raschiata tre volte; eppure offre il testo più compiuto, sebbene difficile ed ostinato lavoro esigesse il leggerlo. Niebuhr e Knopp credono la scrittura anteriore al regno di Giustiniano. La prima edizione ne fu fatta a Berlino il 1820. Bluhm tornò a collazionarla col testo di Verona, e ne fece un'edizione princeps nel 1824.
[202]. Costituzioni del 321 e 327, scoperte dal Maj nel 1821.
[203]. Instit. lib. I; Dig. De just. et jure, l. 1; De reg. juris, l. 33.
[204]. Il codice Teodosiano andò perduto, colpa dei compendj fattine, tra cui il principale è il Breviario d'Alarico, che ebbe vigore presso i Visigoti. Nel 1528 Giovanni Siccardo ne pubblicò un'edizione in Magonza; ma non è se non esso Breviario, purgato dalle leggi derivate da usanze gotiche. Du Tillet aggiunse gli ultimi otto libri, non compendiati in quel Breviario. Cujaccio credette dare interi il VII e VIII col supplemento di Stefano Carpino. A Cujaccio stesso furono da Pietro Piteo comunicate le costituzioni del senatoconsulto Claudiano, appartenenti al IV libro. Giacomo Gotofredo commentò questo codice con trenta anni di lavoro, pubblicato nel 1736 in Lipsia da Antonio Marsigli e Daniele Ritter (Codex Theodosianus, cum perpetuis commentariis J. Gothofredi; 6 vol. in-fol.). Il cardinale Maj in un palimsesto vaticano scoperse altri frammenti, che stampò a Roma nel 1823 coi tipi di Propaganda. L'anno seguente Amedeo Peyron nella biblioteca dell'Università di Torino trovò ben cinquanta leggi non prima conosciute, tra cui quelle ove Teodosio prescrive le norme colle quali produrre la sua legislazione (Fragmenta codicis Theodosiani, nel tomo XXVII degli Atti dell'Accademia di Torino). Con queste e le scoperte da Clossio fu fatta un'edizione nuova d'esso codice a Lipsia il 1825, per cura di C. F. Wenck. Ma nuove leggi scoprì a Torino e nell'Ambrosiana Carlo di Vesme, che ne fa la più compiuta edizione.
[205]. Πᾶν δέχεσθαι, tutto contenere. La sigla ff, colla quale suole indicarsi il Digesto, probabilmente viene da un d corsivo, abbreviazione di Digesto, traversato da una linea, che dagli editori fu scambiato per un doppio f. Vedi Cramer, Progr. de sigla Digestorum ff. Chilon 1790. Spesso, nel citar le leggi, invece di L. si pone fr., perchè in fatto son piuttosto frammenti.
Già al tempo che si compilarono le Pandette, molte opere di diritto erano o perdute o scarse a Costantinopoli, poichè di Casellio vi si dice che scripta non extant, sed unus liber; di Trebazio, che minus frequentatur; di Tuberone, che libri parum grati sunt, ecc. ecc. Le Pandette stesse poco mancò non andassero perdute; giacchè, se anche è una storiella quella dell'unica copia serbatasi ad Amalfi, ne prova però la rarità. Più tardi gli eruditi raggranellarono i brani de' varj autori sparsi per le Pandette, e li disposero secondo i libri dond'erano tolti; e ad alcuni passi recò non poca luce il ravvicinarli e paragonarli.
Degli scrittori di diritto antegiustinianei pochi ci arrivarono intatti; i più, alterati da qualche legislatore, come tutti quelli nella raccolta giustinianea. Queste opere di diritto sono o Libri prudentum, o Codices constitutionum, ossieno diritto antico e diritto posteriore. Fra i primi voglionsi particolarmente mentovare:
1. I frammenti Regularum di Ulpiano;
2. Le Instituta di Gajo, di cui parliamo;
3. Le Receptæ Sententiæ di Paolo, conservateci mutile dai Visigoti;
4. Lex Dei, sive Collatio legum mosaicarum et romanarum, raccolta fatta sul dechino dell'Impero Occidentale, del pari che
5. Consultatio veteris jurisconsulti;
6. Vaticana juris fragmenta.
I codici sono:
1. Frammenti del Gregoriano e dell'Ermogeniano;
2. Il Teodosiano;
3. Le Novelle degli imperatori da Teodosio a Giustiniano.
Le iscrizioni su pietra o su bronzo, contenenti testi di leggi, senatoconsulti, editti od atti, sono preziosi come testi autentici, mentre i libri non ci danno che le copie. Furono raccolti da Spangenberg (Berlino 1830) col titolo, Antiquitatis romanæ monumenta legalia, extra libros juris romani sparsa. Egli stesso avea pubblicato a Lipsia nel 1821 una raccolta d'atti del diritto romano, vale a dire contratti, testamenti e simili; Juris romani tabulæ negotiorum solemnium, modo in ære, modo in marmore, modo in charta superstites. E già ne' Papiri diplomatici raccolti ed illustrati, a Roma nel 1805, il Marini avea pubblicato una collezione d'atti sopra papiro.
Delle leggi ed atti giuridici che abbiamo su bronzo, i principali sono:
Senatusconsultum de Bacchanalibus del 567 di Roma, che riporteremo nell'Appendice I.
Lex Thoria agraria del 613, che sta sul rovescio della tavola che contiene la lex Servilia repetundarum del 654 circa;
Tabula Heracleensis, frammenti trovati il 1732 nell'antica Eraclea presso Taranto, di varie leggi dal 664 al 680 di Roma, o, secondo Savigny, del 709: e sta nel museo di Napoli;
Plebiscitum de Thermensibus majoribus Pisidis, forse del 690, degente nel museo Borbonico, dove pure la lex de scribis viatoribus;
Lex Rubria de Gallia Cisalpina, del 708 circa: fu trovata mutila a Velleja, e deposta a Parma;
Lex Regia, ossia il senatoconsulto dell'impero di Vespasiano, dell'823 di Roma: sta nel museo Capitolino, anch'essa mutila. Impropriamente chiamasi senatoconsulto: bensì tale è quello de ædificiis negotiationis causa non diruendis, dell'801 o 809, dissotterrato da Ercolano; e un altro de Asclepiade Clazomenio, uno de Triburtibus, uno in onore di Germanico.
Si han pure due rescritti di Vespasiano dell'833, trovati uno a Malaga, l'altro in Corsica; un'Epistola Domitiani, spectans ad litem inter Falerienses et Firmanos de subsecivis, trovata presso Faleria; l'Edictum Diocletiani de prætiis rerum, del 303 d. C., tariffa dei prezzi e de' salarj, del quale un esemplare sta nel Museo Britannico, un altro a Aix: l'Edictum Constantini Magni de ordine judiciorum publicorum del 311 d. C., tratto da schede della Biblioteca Ambrosiana. Va anche mentovata l'orazione di Claudio imperatore in senato sul comunicare la cittadinanza ai Galli, la quale si conserva a Lione in due pezzi di bronzo; e Tabula Trajani alimentaria sui fondi destinati da Trajano ad un ospizio di orfani nel 108 d. C., scoperta il 1747 a Velleja. Altre riferiscono testamenti, rendite, rescritti di magistrati, atti municipali, determinazioni di confini, fra' quali vuole una menzione particolare la sentenza, resa nel 633 di Roma, sopra le differenze nate tra i Genuesi e i Genuati, e che conservasi nel palazzo municipale di Genova.
Nel secolo XVI cominciaronsi indagini storiche sopra il diritto romano, e massime i Batavi ne meritarono ottimamente. Lavori grandiosi però non apparvero che entrante il secolo passato; e primo quello di Gian Vincenzo Gravina, che nel 1701 pubblicò Origines juris civilis; poi in Germania Eineccio nel 1716, Antiquitatum romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma, che è il sunto più compito e chiaro degli studj storici fatti sin allora. Questo riguarda solo la storia interna del diritto romano; l'esterna fu dal medesimo trattata nell'Historia juris civilis romani ac germanici. Alla 1733.
La quale distinzione della storia esterna ed interna fu prima introdotta dal Leibniz. L'esterna, ossia generale, considera solo l'andamento della legislazione d'un popolo, dando a conoscere l'origine e i progressi delle fonti del diritto, cioè de' costumi, delle leggi, de' codici, gli avvenimenti politici che v'ebbero influenza, la successione dei giureconsulti, le scuole loro, le opere e l'efficacia sulle riforme della legislazione. L'interna, o vogliasi dire le antichità del diritto, è la storia speciale de' principj del diritto medesimo, mostrando come progredirono lo stato delle persone, il reggimento domestico, la storia delle proprietà, delle istituzioni giudiziali, delle leggi penali, insomma le particolarità della legislazione d'un popolo.
[206]. Dell'autorità attribuita alla consuetudine, molte testimonianze abbiamo: Pleraque in jure non legibus, sed moribus constant. Quintiliano, Instit., v. 3. — Sed et ea quæ longa consuetudine comprobata sunt, velut tacita civium conventio, non minus quam ea quæ scripta sunt, jura servantur. Leg. 35 pr. Dig. tit. I. lib. 3. — Omne jus aut consensus fecit, aut necessitas constituit, aut firmavit consuetudo. Leg. 40 ivi. — Anche Portalis, nel discorso preliminare al Codice francese, pose: Les codes des peuples se font avec le temps, mais, à proprement parler, on ne les fait pas.
[207]. Plutarco, in Romolo; Dionigi d'Alicarnasso, lib. II.
[208]. Sei stuprum commisit aliudve peccassit, maritus judex et vindex estod, deque eo cum cognatis gnoscitod. XII Tavole.
[209]. Vedi tutta l'Aulularia di Plauto.
[210]. Giustiniano, Nov. 91.
[211]. Giustiniano, Nov. 53.
[212]. Tutoris auctoritas necessaria est mulieribus, si lege aut legitimo judicio agant, si se obligent, si civile negotium gerant. Ulpiano, Framm. tit. XI.
[213]. Nov. 118, cap. 5.
[214]. Sotto l'impero figurano grandemente Giulia Domna, Soemi, Mammea, Zenobia; e al declinare di esso Pulcheria, Eudossia, Placidia, Onoria, Giustina.
[215]. Sant'Ambrogio (Hexameron, lib. VI. c. 4. § 22) scrive: Natura hoc bestiis infundit, ut catulos proprios ament, et fœtus suos diligant. Nesciunt illa odia novercalia, nec, mutato concubitu, parentes a sobole depravantur, neque noverunt præferre filios posterioris copulæ. Nesciunt charitatis differentiam. — Vedi il Cod. Teod. De secundis nuptiis; e Pothier, Pandectæ, tom. II. p. 89.
[216]. Sotto Giustiniano potea ciascuno avere la concubina: Cujuscumque ætatis concubinam haberi posse palam est, nisi minor annis duodecim sit. Dig. lib. XIV. tit. 1. I. 4. Vanno in tal senso intesi i passi di concilj o d'autori ecclesiastici, ove si parla della concubina.
[217]. Sant'Agostino vuole che la madre abbia il maggior diritto nel maritare la figlia, se pur questa non sia maggiorenne: Puellæ fortassis... apparebit et mater, cujus voluntatem in tradenda filia omnibus, ut arbitror, natura præponit; nisi eadem puella in ea ætate fuerit, ut jure licentiori sibi ipsa eligat quod velit. Ep. 233 ad Benenatum.
[218]. Furono ridotti in versi a questo modo:
dirimenti —
Error, conditio duplex, insania mentis,
Nec non mandati vitium, puerilis et ætas,
Raptus, adulterium, cædes, cognatio, votum,
Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sit affinis, si clandestinus, et impos;
Hæc facienda vetant connubia, facta retractant.
impedienti —
Ecclesiæ vetitum, nec non tempus feriatum,
Atque catechismus, sponsalia, jungite votum,
Par nisi sit cultus, nisi proclamatio terna,
Ni sacer accedat ritus, patrisque voluntas;
Hæc prohibent fieri, permittunt facta teneri.
[219]. Arcadio temperò questo rigore, assolvendo dal fuoco; poi abrogò la legge. Cod. Giust., lib. III. tit. 7. l. 2; tit. 12. l. 3; lib. V. tit. 4. l. 19.
[220]. Penes nos occultæ conjunctiones, idest non prius apud Ecclesiam professæ, juxta mœchiam et fornicationem judicari periclitantur. Tertulliano, De prudentia.
[221]. — La chiesa (dice Tertulliano) prepara il matrimonio, e ne stende il contratto, l'oblazione delle preghiere lo conferma, la benedizione il suggella, Dio lo ratifica. Due fedeli portano lo stesso giogo; non sono che una carne sola, un solo spirito; pregano insieme, insieme digiunano, insieme sono alla chiesa, alla mensa divina, nelle traversie, nella pace». Ad uxorem. — Del quale testo porge un esteso commento il Goudefroy sulla legge III del Cod. Teod. De nuptiis. E dopo Tertulliano viveva Modestino, che del matrimonio diede l'elegantissima definizione conjunctio maris et fœminæ, consortium totius vitæ, divini et humani juris communicatio. Dig. De ritu nupt. I. 1.
[222]. Repudium, quod permissum aliquando, jam prohibet... Solus enim separabit qui et conjunxit... In totum enim, sive per nuptias, sive vulgo, alterius viri admissio adulterium pronuntietur. Tertulliano, De monogamia.
[223]. Cod. Giust., lib. III. De patria potestate.
[224]. Inst., Per quas personas. Gotofredo (sulla legge del Cod. Teod. de maternis bonis) avverte che ciò stabilivasi christiana disciplina paullatim patriæ potestatis duritiem emolliente.
[225]. Paolo, Sent. v. 1. Bynckershoeck, De jure occidendi liberos.
[226]. Svetonio, in Claudio, 25; Dig. lib. XLVIII. tit. 8. l. 2; lib. II. tit. 2.
[227]. Sparziano in Hadriano, 19. — Dominorum potestatem in suos servos illibatam esse oportet, nec cuipiam hominum jus suum detrahi. Dig. lib. II. tit. I. l. 6.
[228]. Cod. Giust., lib. I. tit. 19. l. 1; lib. VII. tit. 13. l. 1.
[229]. Florio, Hist., III. 20.
[230]. Cod. Teod., lib. IX. tit. 12. l. 1; tit. 18. l. 40. tit. 12. l. 1; Cod. Giust., lib. III. tit. 38. l. 2.
[231]. Opera capitale su questo punto è Savigny, Das Recht des Besitzes. Giessen 1803. Vi fecero dilucidazioni e commenti Warn-König (Analyse du Traité de la possession par M. de Savigny Liegi 1824), e Lherminier (De possessione; analytica Savinianæ doctrinæ expositio. Parigi 1828).
[232]. Tit. De usucapione, e De nudo jure Quiritium tollendo.
[233]. Cicerone prova che Archia era cittadino romano perchè fece testamento.
[234]. Inst. II. 22, De lege Falcidia.
[235]. Aucupatione syllabarum insidiantes. L. II. del Cod. Giust. De formulis, dell'anno 342.
[236]. Cod. Giust., lib. III. tit. 1. l. 13.
[237]. Cod. Teod., lib. XIV, tit. 1. l. 1.
[238]. Ulpiano scrive che, se una donna fu successivamente concubina del patrono, poi del figlio di esso, e ancora del figlio di questo, non crede operi regolarmente: NON PUTO EAM RECTE FACERE. Dig. lib. I. tit. 1. l. 3.
[239]. Aliudve quid simile admiserint. Dig., tit. Ad leg. Jul. maj.
[240]. Sacrilegii instar est dubitare an dignus sit quem elegerit imperator. Cod. De crim. sacril. La copiò re Ruggero nelle costituzioni di Napoli, tit. IV.
[241]. Nam ipsi pars corporis nostri sunt. Dig. l. cit.
[242]. Cod. Teod., tit. De falsa moneta.
[243]. Ammiano Marcellino, XVI. 8.
[244]. Cod. Giust., lib. IX. tit. 8. l. 6.
[245]. Lib. IV. tit. 15; lib. IX. tit. 42; lib. X. tit. 8. 9. 10.
[246]. Lib. IX, tit. 8. l. 1 e 2.
[247]. Vopisco in Alex. Sev.; Cod. Teod., tit. Ad leg. Jul. maj.
[248]. Nomina quidem servavimus, legum autem veritatem nostram fecimus. Itaque si quid erat in illis seditiosum (multa etiam talia erant ibi reposita), hoc decisum est et definitum, et in perspicuum finem deducta est quæque lex. Cod. Giust., lib. I. tit. 17. l. 3.
[249]. Cod. Teod. tit. De petit., e De famos. libell. — Le seguenti leggi trovansi sparse nel codice stesso.
[250]. Ivi, tit. De indulg. crim. — Il Muratori, nel riferir ciò all'anno 409, dice che tal costume durava a' suoi giorni in moltissimi luoghi della cristianità, e nominatamente a Modena.
[251]. Ivi, lib. XI, tit. 30. l. 68; Cod. Giust., De leg. Digna vox.
[252]. Nitimur aliquid invenire semper et naturæ consequens, et quod possit priora corrigere. Nov. 18 præf.
Il sig. Troplong, nell'Influenza del cristianesimo sopra la legislazione, conchiude: — Il diritto romano fu migliore nell'età cristiana che nelle antecedenti; e il dire contrario è paradosso o mala intelligenza; ma è inferiore alle legislazioni moderne, nate all'ombra del cristianesimo, e meglio penetrate del suo spirito».
Gaudenzio Paganini nel 1638 beffò Giustiniano amaramente per avere abolito le leggi d'agnazione, ed essersi mostrato favorevole alle ragioni delle donne. Sagrifizio alle idee pagane, che vorrebbe nei secoli cristiani resuscitare i pregiudizj di Catone, il privilegio contro il diritto comune.
Il grancancelliere L'Hôpital, volendo sviare i Francesi dalla legislazione romana per tenerli alle consuetudini patrie, incaricò Francesco Holmann di scrivere l'Anti-Tribonien, ou Discours sur l'étude des lois; dove, animandosi dell'odio contro Cujaccio, flagella non solo la giustinianea, ma tutta la legislazione romana, con acutezza e ardimento talvolta felice, sempre parziale.
[253]. Paolino, nella Vita di sant'Ambrogio. Anche Orosio ed altri autori ascrivono la vittoria su Radagaiso a miracolo; e a Firenze e nel Mugello si alzarono allora chiese a santa Reparata.
[254]. Zosimo, lib. 5.
[255]. Nel 1554 fu trovato sul Vaticano il costei cadavere, con molti oggetti preziosi; ne' soli abiti aveva trentasei libbre d'oro.
[256]. Fa pietà l'orrore che Rutilio Numaziano mostra per quell'enorme colpa, ch'egli trova peggiore di quella di Nerone:
Omnia tartarei cessent tormenta Neronis,
Consumat stygias tristior umbra faces.
Hic immortalem, mortalem percutit ille;
Hic mundi matrem perdidit, ille suam.
Itinerarium, II.
[257]. Ammiano Marcellino, lib. XIV. Secondo Dureau de la Malle, l'Egitto aveva appena un milione d'abitanti; un milione e ducentomila la Sicilia; dieci milioni la Gallia; qualcosa meno l'Italia; la Grecia, deserta.
[258]. Nella descrizione di quella peste trovansi molti sintomi simili al vajuolo, che molti credono abbia preceduto la invasione degli Arabi.
[259]. Vopisco, 48.
[260]. Ammiano Marcellino, XVIII. 5; XXXI. 9.
[261]. Epist. 39.
[262]. Cod. Teod., lib. XI. tit. 28. l. 2.
[263]. Dione, lib. LXXV. E desolazione e briganti sono dunque di buona pezza anteriori al dominio dei papi, cui se ne ascrive la colpa.
[264]. Cod. Teod., lib. XV. tit. 47. l. 1; lib. IX. tit. 30. l. 3. 5.
[265]. Ivi, lib. IX. tit. 34.
[266]. Sidonio Apollinare, Ep. v. 5. Di Scronato egli dice: Exultans Gothis, insultansque Romanis, leges theodosianas calcans, theodoricinasque praeponens... Barbaris provincias propinans. Ep. VII. 7.
[267]. Socrate, Storia eccl., v. 8.
[268]. Claudiano, in Eutropium, I, 401.
[269]. Lib. XXVIII.
[270]. Agostino, De civ. Dei, I. 32; Orosio, I. 6.
[271]. De Providentia.
[272]. San Girolamo (adversus Rufinum, lib. II) ricorda Filistone, Lentulo, Marullo, altri autori di commedie biologiche ed etologiche, drammi ove si riproduceano le abitudini della vita domestica e che perciò sarebbero preziosi a conoscere.
[273]. Tutto ciò raccogliamo da un curiosissimo frammento di Olimpiodoro, conservatoci da Fozio. Il quale Olimpiodoro compose un verso che in latino suona:
Est urbs una domus: mille urbes continet una urbs.
Anche Rutilio Numaziano (Itinerarium, III) canta:
Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas
Vernula quæ vario carmine ludit avis?
[274]. Epist. 14.
[275]. Simmaco, lib. VIII. ep. 65.
[276]. Ipsa Roma orbis domina, in singulis insulis domibusque, Tutelæ simulacrum cereis venerans ac lucernis, quam ad tuitionem ædium isto appellant nomine, ut tam intrantes quam exeuntes domos suas, inoliti semper commoveantur erraris. San Girolamo, Comm. in Isaia.
[277]. Ammiano Marcellino, XIV. 6. XXVIII. 2. — Plena sunt conventicula nostra hominibus, qui tempora rerum agendarum a mathematicis accipiunt. Jam vero, ne aliquid inchoetur aut ædificiorum aut hujusmodi quorumlibet operum diebus quos ægyptiacos vocant, sæpe etiam nos movere non dubitant. S. Agostino, Expos. epist. ad Galatas, cap. IV.
[278]. Sant'Agostino non approva il fatto, De civ. Dei, II. 17.
[279]. Sozomene, IX. 10.
[280]. Giornandes, De rebus goticis, cap. XXX.
[281]. Lo disse egli stesso ad un Narbonese, il quale lo riferì a san Girolamo in un suo pellegrinaggio a Terrasanta, presente Orosio, che ce lo tramandò, lib. VII. 43.
[282]. Olimpiodoro, presso Fozio.
[283]. Orosio dice tremila ducento legni; Marcellino settecento.
[284]. Procopio, De bello gotico.
[285]. È la legge che uffizialmente riconobbe il culto cristiano come unico dominante, XVI kalendas decembris 408. Cod. Teod., lib. XVI. tit. 10. l. 29.
[286]. Ivi, lib. XVI. tit. 10. l. 13. 14. 15. 16.
[287]. Giornandes, De rebus goticis, cap. 33.
[288]. Siccome De Guignes, Histoire des Huns, des Turcs et des Mongols, 1756-58. Lo contraddissero Ghébard nella Storia d'Ungheria, I, 187, poi Klaproth, Rémusat, e omai tutti gli Orientalisti. Bensì Rémusat e Saint-Martin riconobbero i Geti e gli Asi negli Yue-ti e Osi, rammentati negli annali dei Cinesi come biondi. In una relazione dei regni buddici troviamo verso il 500 gli Yue-ti in guerra coi popoli sulle rive dell'Indo, per disputare la tazza d'oro di Budda. Le ragioni etimologiche hanno scarso valore, allorchè sieno isolate. In fatti Bergmann (nel Nomadische Streifereien unter den Kalmuken. Riga 1804, vol. I. p. 129) trova la radice del nome di Muntsak padre di Attila nel mongolo mu cattivo e tzak tempo; Attila è da lui mutato in Etzel, che significa qual cosa di maestoso. Egualmente, o con meno stiracchiatura, si spiegano col parlare ungherese: Attila è atzel acciajo; Muntsag, ment tseg fertilità. Altri potrebbe dedurre il nome d'Attila dalla radice atta, atti, ætti, che in molte lingue asiatiche suona giudice, capo, re; donde Attalo re marcomanno, Attalo di Pergamo, Attalo mauro, Atea scita, Atalarico, Eticone, ecc. V'è chi riscontra i nomi di Bleda, Balamir, Munzuk nei nomi slavi di Blad o Vlad, Bolemir, Muzok.
[289]. A questa descrizione di Giornandes si conforma quella di Sidonio Apollinare, vescovo di Clermont nel 472, il quale canta nel carme II, vs. 245:
Gens animis membrisque minax: ita vultibus ipsis
Infantum suus horror inest. Consurgit in arctum
Massa rotunda caput; geminis sub fronte cavernis
Visus adest, oculis absentibus: acta cerebri
In cameram vix ad refugos lux pervenit orbes;
Non tamen et clausos, nam fornice non spatioso
Magna vident spatia, et majoris luminis usum
Perspicua in puteis compensat puncta profundis.
Tum, ne per malas excrescat fistula duplex,
Obtundit teneras circumdata fascia nares,
Ut galeis cedant. Sic propter prælia natos
Maternus deformat amor, quia tensa genarum
Non interjecto fit latior area naso.
Cætera pars est pulchra viris. Stant pectora vasta,
Insignes humeri, subcincta sub ilibus alvus.
Forma quidem pediti media est, procera sed extat
Si cernas equites, sic longi sæpe putantur
Si sedeant.
[290]. Così chiamati non dai Vendi, ma da ἐν ἴημι, venuti.
[291]. Strabone, lib. XI.
[292]. Æmula Bajanis Altini litora villis. Marziale.
[293]. Una tradizione, che correva già ai tempi di Ottone da Frisinga, fa fondata Udine da Attila. Egli avea altro in vista che fondare città; ma forse su quell'altura, così singolare nel piano, si ritirò una parte della popolazione carnica del Friuli, e se ne formò quell'abitato, che però non trovasi nominato se non nel 983 quando Ottone II donò al patriarca Rodualdo castellum Utini.
[294]. Frammenti di Damascio nella Biblioteca di Fozio, p. 1039.
[295]. Lupus est homo homini; non homo, quem qualis sit non novit. Plauto, Asinaria, II. 4.
[296]. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Tacito.
[297]. Il nostro Gravina è uno dei primi che riconosca il merito delle conquiste romane. Aristotele pose, e Cicerone sostenne che la natura dà alla ragione l'imperio sopra la barbarie, e l'interesse de' popoli rozzi esige sieno sottomessi a dominazione intelligente. Ora la dominazione di Roma (dice esso Gravina, Origo juris civilis, I. 16) fu la sola giusta, perchè in vertice rationis humanæ; non considerava come nemici che i nemici dell'umanità; non toglieva ai vinti che la facoltà di fare il male; imponeva servitù a quei soli che preferivano un'esistenza selvaggia al vivere sociale; mentre a' Greci e ad altri popoli civili permetteva di vivere secondo le leggi loro; proponeasi per iscopo di propagare la civiltà, e realizzare l'associazione universale.
Hæc est quæ in gremium victos, quæ sola recepit,
Humanumque genus communi nomine fovit,
Matris non dominæ ritu, civemque vocavit
Quem domuit, nexuque pio longinqua redemit.
Hujus pacificis debemus moribus omnes
Quod, velut patriis regionibus, utitur hospes...
Quod cunctis gens una sumus.
Claudiano, Consul. Stiliconis, II. 150.
Anche Plinio maggiore conobbe l'efficacia civilizzatrice dell'unità romana e della lingua: Omnium terrarum alumna eadem et parens, numine Deum electa, quæ sparsa congregaret imperia, ritusque molliret, et tot populorum discordes ferasque linguas sermonis commercio contraheret, colloquia et humanitatem homini daret, breviterque una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret, III. 6.
[299]. Filia curialis, si, genitalis soli amore neglecto, in alia voluerit nubere civitate, quartam mox omnium facultatum suarum ordini conferat, a quo se alienari desiderat. Nov. Major, IV.
[300]. Vedi il nostro Cap. XLVII. — Il decadimento personale dell'impero non potrebbe più al vivo ritrarsi di quel che fa Salviano, De gubernatione Dei, v. 5. 8: Inter hæc vastantur pauperes, viduæ gemunt, orphani proculcantur, in tantum ut multi eorum, et non obscuris natalibus editi, et liberaliter instituti, ad hostes fugiant, ne persecutionis publicæ afflictione moriantur; quærentes scilicet apud Barbaros romanam humanitatem, quia apud Romanos barbaram inhumanitatem ferre non possunt. Et quamvis ab his, ad quos confugiunt, discrepent ritu, discrepent lingua, ipso etiam, ut ita dicam, corporum atque induviarum barbaricarum fætore dissentiant, malunt tamen in Barbaris pati cultum dissimilem, quam in Romanis injustitiam sævientem. Itaque passim vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad alios ubique dominantes Barbaros migrant, et commigrasse non pænitet. Malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie libertatis esse captivi. Itaque nomen civium romanorum, aliquando non solum magno æstimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur. Ecquod esse majus testimonium romanæ iniquitatis potest, quam quod plerique et honesti, et nobiles, et quibus romanus status summo et splendori esse debuit et honori, ad hoc tamen romanæ iniquitatis crudelitate compulsi sunt, ut nolint esse romani? E poco avanti: Ubi, aut in quibus sunt, nisi in Romanis tantum, hæc mala? Quorum injustitia tanta, nisi nostra? Franci enim hoc scelus nesciunt; Hunni ab his sceleribus immunes sunt; nihil horum est apud Vandalos, nihil horum apud Gothos. Tam longe enim est, ut hæc inter Gothos Barbari tolerent, ut ne Romani quidem, qui inter eos vivunt, ista patiantur. Itaque unum illic Romanorum omnium votum est, ne unquam eos necesse sit in jus transire Romanorum. Una et consentiens illic romanæ plebis oratio, ut liceat eis vitam, quam agunt, agere cum Barbaris. Et miramur, si non vincantur a nostris partibus Gothi, cum malint apud eos esse quam apud nos Romani! Itaque non solum transfugere ab eis ad nos fratres nostri omnino nolunt, sed, ut ad eos confugiant, nos relinquunt.
[301]. Gli scrittori ecclesiastici mostrano ben altri sentimenti verso gli Unni d'Attila e i Vandali di Genserico.
[302]. Apocalissi, cap. XVII.
[303]. Ammiano Marcellino, Hist., XV.
[304]. Singulos universosque nostro monemus edicto, ut, romani roboris confidentia, ex animo quo debent propria defensare cum suis adversus hostes, si vis exegerit, salva disciplina publica, servataque ingenuitatis modestia, quibus potuerint armis, nostrasque provincias ac fortunas proprias, fideli conspiratione et juncto umbone tueantur. Costituz. di Valentiniano III del 430.
[305]. Sive integra diœcesis in commune consuluerit, sive singulæ inter se voluerint provinciæ convenire, nullius judicis potestate tractatus utilitati eorum congruus differatur; neve provinciæ rector, ac præsidens vicariæ potestati, aut ipsa etiam præfectura decretum æstimet requirendum. Costituz. del 382.
[306]. Costituz. del 418.
[307]. Atto non raro nei primi Cristiani. Nell'Epist. I di san Clemente leggiamo: — Molti de' nostri conoscemmo, i quali volontariamente si posero in ceppi per redimere altrui; molti che si assoggettarono alla schiavitù per pascere gli altri col prezzo della venduta libertà».
[308]. Nov. III, in calce al Cod. Teod.
[309]. Erano per lo più ottenute da favoriti, che ne abusavano per trarricchire colle più sottili arti. Una ci è nota dalle leggi. Essendosi peggiorata la moneta, pretendeano non ricevere che oro, portante il conio di Faustina e degli Antonini: il che raddoppiava l'aggravio; giacchè chi non ne avesse, dovea venire a gravose composizioni.
[310]. Nov. IV, in calce al Cod. Teod.
[311]. Sidonio, Paneg.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.
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