CAPITOLO LXVI. Italia disputata fra Longobardi e Greci.

SERIE DEI RE LONGOBARDI

Sta dunque divisa l'Italia fra tre dominazioni: Greci, rappresentanti d'un passato irremeabile, e ridotti a tenersi sulle difese; Longobardi, espressione della forza brutale, e destinati a perire, ma dopo lungo regno e lasciando il lor nome alle parti migliori; i papi, podestà dell'avvenire, sorgente appena, ma che sta per gettar radici durevoli fra i rottami delle altre.

Le forme dell'antico Impero si conservavano nella parte sottoposta ai Greci. L'esarca, sedente in Ravenna, amministrava direttamente la Pentapoli, cioè i territorj di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, conterminata a settentrione dalla Marecchia, a occidente dal Tevere, a mezzodì dal Musone, a levante dall'Adriatico; e l'Esarcato che comprendeva il littorale della Venezia, con Oderzo, Treviso, Padova, e il paese che finiva col basso Adige a settentrione, collo Scultenna (Panàro) e gli Appennini a occidente, colla Marecchia a mezzodì, e coll'Adriatico a levante; dov'erano le città di Ravenna, Bologna, Faenza, Forlimpopoli, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì, Cesena, Bobbio, Cervia. Oltre quest'amministrazione diretta, l'esarca sovrantendeva ai duchi che governavano Roma e i paesi meridionali[177]. I quali erano alcune città della Lucania o Basilicata, l'antica Calabria, or Terra d'Otranto, il Bruzio, ora Calabria Ulteriore: poi furono ritolte ai Longobardi la Terra di Bari e la Capitanata, dove Otranto, Galipoli, Rossano, Reggio, Gerace, Santa Severina, Crotone; e nella Campania le terre a mare fra Gaeta e Napoli. Da Gaeta posta fra i monti Cècubo e Massico, poteano i Greci difendere le pianure del Garigliano e le gole di Itri e Fondi. Con Napoli era il promontorio di Sorrento, che sparte i golfi di Napoli e di Salerno; e benchè fin a Salerno si stendesse il principato di Benevento, e molte città verso levante fino a Cosenza, e tutte quelle fra terra fossero tolte ai Greci, Napoli si sostenne. Duravano colà le istituzioni municipali, e nel resistere ai Longobardi ridestavasi il valor militare. Provincia greca era pure l'Illiria: la Sicilia stava sotto un patrizio greco: le isole della laguna veneta riconoscevano anch'esse di nome la supremazia imperiale.

Di questi paesi alcuni venivano francandosi da ogni dipendenza, come Venezia; altri erano minacciati continuamente, e ad ora ad ora invasi dai Longobardi. Trovavansi questi impacciati in guerre straniere o civili? gli esarchi se ne rifacevano coll'assalirli, e ricuperare qualche territorio limitrofo; ma tosto erano ricacciati negli angusti confini: nè pace mai, bensì tregue rinnovate d'anno in anno, e compre fin col tributo di trecento libbre d'oro. Il bisogno di denaro potea dirsi l'unico motore de' governanti, per pagare il tributo o per mantenere gli eserciti; e per averne, senza divario da amici a nemici, correvano a predar le chiese di Roma o questo o quel monastero o il santuario di san Michele sul monte Gargano. Questo sovrasta a Siponto, rimpetto alle isole Diomedee (Trémiti); e dacchè al tempo di papa Gelasio vi apparve l'arcangelo Michele, gli presero vivissima devozione i Greci che ne moltiplicarono le chiese: i Longobardi altrettanto, vi andavano in pellegrinaggio e l'avevano per patrono, siccome san Giovanbattista i Longobardi dell'alta Italia.

Ravenna, sede degli esarchi, tenne sempre testa contro i Barbari perchè assisa tra le maremme e facilmente soccorsa dalla flotta greca. La sua situazione era anche di gran momento per togliere ai Longobardi d'avanzarsi nella bassa Italia, potendo una flotta sbarcarvi e prenderli alle spalle: di modo che le città greche della Campania non si trovavano minacciate che da Benevento. Dandosi aria di capitale di tutta l'Italia, Ravenna negava sottomettersi a Roma neppur nelle cose spirituali; dentro aveva gli ordinamenti municipali del Basso Impero, o più veramente un governo militare con un imperatore e con duchi e scuole. Durò colà molti secoli che, la domenica sulla bass'ora, giovani, vecchi, fanciulli e sin donne d'ogni condizione uscissero di città e divisi in iscuole secondo i quartieri, facessero a sassi, fino al ferirsi ed ammazzarsi. Nel 696 la scuola della porta Tiguriese sfidò quella della postierla di Sommovico, e i primi, rimasti superiori, inseguirono gli altri con tal sassajuola, da ucciderne molti; e sbarattata a forza la porta, trionfanti attraversarono il vinto quartiere. La domenica seguente usciti di nuovo, mutarono ben presto il giuoco in fiera abbaruffata, ove molti Postierlesi caddero uccisi, non ostante che fosse legge di dar quartiere a chiunque supplicasse. I Postierlesi pensano un'atroce vendetta; e fingendosi riconciliati, ognuno invita a pranzo qualche Tiguriese; e quivi li scannano, e gettano nelle cloache o sepelliscono. La città tutta in gemiti e in fremiti: l'arcivescovo Damiano ordinò per tre giorni digiuno: egli stesso andò in processione coi cherici e monaci, scalzi e in sacco, copersi di cenere; seguivano i laici, poi le donne senz'ornamenti; da ultimo i poveri, tutti a gran voce implorando misericordia. Dopo i tre giorni, cerchi i cadaveri e sepolti, furono puniti i micidiali, bruciate le masserizie, che nessuno volle toccarne, e distrutto il quartiere, infamato poi col nome di Rione degli assassini[178].

I pochissimi ricordi che abbiamo di quell'età sono di sevizie usate dagli esarchi, e che forse pajono più atroci perchè ignoriamo quali ragioni ve li determinassero. Ravenna fu più volte saccheggiata per loro ordine, nominatamente nel 710, quando Giustiniano II fece anche rapirne la principal nobiltà, e avutala a Costantinopoli, ucciderla crudelmente: all'arcivescovo Felice risparmiò la vita, ma tolse gli occhi. Colpiti nel vivo da tali atrocità, i Ravennati si sollevarono alla guida di Giorgio figlio di Giovaniccio; e subito vi risposero Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna: Giorgio distribuì queste città con ordinanza militare, e Ravenna stessa divise in bandiere, cioè la prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, la classense, e quella dell'arcivescovo col clero[179]. Pare si sostenessero finchè l'imperatore non morì: e Filepico succedutogli scarcerò l'arcivescovo Felice, il quale fece atto di sommessione al papa, e probabilmente acquetò i Ravennati.

Non era dunque più ragionevole o quieta la dominazione greca che la longobarda; oltrechè gl'imperatori non avevano ancora dismesse le pagane pretensioni di superiorità, dai primi loro predecessori ereditate sopra la Chiesa, e voleano mestare nelle dispute religiose e nelle elezioni dei pontefici. Vedemmo come tra questi sapesse conciliare gran riverenza a sè e alla sua dignità Gregorio Magno: ma la generosa carità con che egli avea distribuito grani, non fu imitata da Sabiniano succedutogli (604), sicchè i poveri s'assembrarono tumultuosi, gridando non togliesse la vita a quelli, cui Gregorio l'aveva tante volte serbata. Sabiniano che guardava con invidia il suo predecessore, meditando perfino distruggerne gli scritti[180], affacciatosi esclamò: — Cheti! se Gregorio vi regalò per comperarsi i vostri elogi, io non sono in grado di satollarvi tutti».

Succedono Bonifazio III poi il IV (607-8), che dall'imperatore Foca ottenne il panteon d'Agrippa, cui consacrò alla Vergine Maria e a tutti i Martiri; in memoria di che fu istituita la festa d'Ognisanti.

Onorio (625) sperò vedere Aquileja e l'Istria ricongiunte alla Chiesa universale, dond'erano scisse per la quistione dei Tre Capitoli: ma la sottigliezza de' Greci lo perigliò nell'errore de' Monoteliti; del che si ritrattò appena se n'accorse. Alla morte di lui gli uffiziali greci vollero saccheggiare il palazzo; e impediti, indussero l'imperatore a metter le mani sul tesoro ivi riposto. Fu allora che l'esarca Isacco pensò pagar sue truppe colle ricchezze della basilica Laterana. D'intesa con lui, il cartulario Maurizio alla soldatesca che domandava il sempre negato soldo, disse qualmente l'imperatore avea mandato le paghe al papa, che, invece di distribuirle, le avea riposte coll'altre richezze, le quali giacevano indarno, mentre sarebbero state opportune a difendere la città. Fu anche troppo perchè i soldati corressero sul tesoro: ma i parenti di papa Severino lo difesero, e solo dopo tre giorni fu possibile a Maurizio d'entrare e sigillar ogni cosa. Ne diede allora avviso all'esarca, che venuto a Roma, relegò gli ecclesiastici da cui temeva opposizione, indi entrato nel tesoro, durò otto giorni a spogliarlo e ne mandò una parte a Costantinopoli[181]. Poco poi Maurizio si rivoltava contro Isacco, e questi spediva truppe che il vinsero, presero ed uccisero. I complici in carcere aspettavano pari destino (638), quando la morte d'Isacco risparmiò la loro.

Alle rinascenti quistioni teologiche avea voluto impor silenzio l'imperatore Costante II pubblicando il Tipo o formola di fede; ma i Cattolici la repudiarono come fallace e come forzata (649). Costante perseguitò i renuenti, e comandò all'esarca Olimpio di prender vivo o morto papa Martino, che condannò quel tipo. Olimpio non avventurandosi ad aperta violenza, finse voler essere dalla sua mano stessa comunicato, e dispose un assassino che in quel atto lo trafiggesse. Costui protestò che, sul punto di eseguire il misfatto, più non vide il pontefice; onde si gridò al miracolo, ed Olimpio confessandosi in colpa, chiese perdonanza. Rise a questi scrupoli il suo successore Teodoro Calliopa (652); e condottosi a Roma coll'esercito, frugò il palazzo pontificio se fosse vero che v'avea massa d'armi, e benchè nulla trovasse, menò via nottetempo il pontefice, con nulla più che sei famigli ed un bicchiere. Tre mesi vagarono pel mare, indi approdati a Nasso, lasciarono a bordo il papa prigioniero, che poi condotto a Costantinopoli, restò tre mesi in carcere senza parlare a persona. Chiamato a giudizio come reo d'aver contro l'imperatore fatto trama con Olibrio e coi Saracini e sparlato di Maria vergine; e convinto co' mezzi che abbondano a' tribunali militari, fu portato in un cortile tra folla di popolo; e qui levatogli di dosso il pallio, il mantello e l'altre insegne di sua dignità, e postogli un collare di ferro, fu tratto per la città e buttato in carcere, senza fuoco, benchè verno stridente. Le donne dei carcerieri, come ad altre vittime, così a lui mitigarono l'atrocità imperiale. Deportato poi a Cherson, stentò fra privazioni e infermità, sinchè Dio nol trasse a sè (654).

Appena rapito Martino, Costante avea dato ordine d'eleggergli un successore; ed i Romani, forse per tema ch'egli mettesse sulla cattedra qualche eretico, s'affrettarono ad eleggere Eugenio, che poco durò (657), poi Vitaliano. Marco, arcivescovo di Ravenna ricusava sottomettersi alla Chiesa romana, appoggiato a un diploma dell'imperatore Costante: ma Vitaliano lo scomunicò, ed egli lui, e lo scisma proseguì finchè papa Dono ottenne si revocasse quel diploma.

Agatone fece esonerar la Chiesa romana (678) dai tremila soldi d'oro che pagava ad ogni elezione di papi, assoggettandosi però a non consacrarli sinchè non fossero confermati dall'imperatore.

A questa foggia andò l'elezione dei successori, spesso controversa. Sergio non volle approvare le costituzioni del concilio Trullano (687); onde il vizioso e inetto Giustiniano II mandò il protospata Zacaria che lo arrestasse: ma sollevatosi il popolo, l'inviato non trovò scampo che sotto il manto del pontefice. Anche Giovanni Platino, esarca di Ravenna, venuto per fargli ingiuria, non osò e se ne pentì. Però l'ambizione di quei che aveano competuto il papato, gli turbò la vita a segno, che dovette a lungo rimanere fuori di Roma.

Talmente si stava in timore di violenze da parte degl'imperatori, che quando, all'elezione di Giovanni VI, venne da Costantinopoli in Roma Teofilatto esarca eletto, i Romani presero le armi (701), nè si chetarono che alle preghiere ed alle assicuranze del papa. Il suo successore Giovanni VII non disapprovò apertamente ma non sottoscrisse gli atti del concilio Trullano, malgrado preghiere e minacce di Giustiniano. Papa Costantino li ripudiò in quanto derogavano al VI ecumenico, anzi per segno di venerazione (708) fece dipingere i sei concilj nel portico di San Pietro; il popolo poi ricusò omaggio a Giustiniano imperatore eretico, non ne volle il ritratto, non commemorarlo nella messa o negli istromenti, nè tampoco ricevere monete col suo conio.

Aveano dunque i pontefici tutt'altro che a lodarsi degli imperatori, e il popolo inclinava a scuoterseli dal collo: se non che li ratteneva il timore d'altri nemici più imminenti, i Longobardi. Questi, nel primo irrompere, occupata una buona parte dell'Italia, dicemmo come la dividessero tra varj duchi: lo che se gli ajutò a conservare parzialmente i vinti in obbedienza, impedì di compiere la conquista. Tra quei signori eleggevasi il re senza ragione ereditaria; talchè ogni vacanza produceva una rivoluzione e solleticava le ambizioni, a segno che di venticinque regnanti, sedici finirono in modo violento. I duchi col favorire all'uno o all'altro pretendente, tiravano a sè autorità sempre maggiore, a detrimento della corona. In maggior conto erano il ducato di Spoleto, che separava Roma da Ravenna, e manteneva le comunicazioni dell'alta Longobardia colla meridionale; e il ducato di Benevento, che separava Roma dalla Campania e dagli altri possedimenti greci, e valeasi del porto di Salerno: e quei due paesi ormai operavano affatto di loro balìa. Usufruttare il particolar dominio, ovvero condurre la guerra per le franchigie o pei possessi o per capricci proprj era l'occupazione dei duchi; e a fatica i re potevano trarli seco, fosse a reprimere i Greci, fosse a respingere i Franchi, i quali senza resta li molestavano o per rapace natura, o sollecitati dagli imperatori d'Oriente. Nè a quest'ultimi i Longobardi, essendo sforniti di marina, potevano impedire di mandar soccorsi, scarsi se volete, ma trasportati agevolmente ove bisogno accadesse, e, se non altro, bastevoli a nutricare la speranza (sempre facile ne' deboli oppressi) che effimero fosse il dominio di quelli stranieri, e che l'altrui braccio ne li redimerebbe.

Neppure dopo che ebbero abbracciata la religione cattolica, i Longobardi cessarono di guardarsi e d'essere guardati come stranieri; nè si fusero coi Romani, nè conobbero quanto importasse il tenersi amici i pontefici se volevano congiungere tutta Italia sotto un dominio, forte per resistere e ordinato per farsi amare.

Vedemmo come re Rotari alle consuetudini longobarde sostituisse un codice scritto; e colle leggi, colla robusta amministrazione e con severi castighi ridotti al freno i duchi, li guidò a sconfiggere i Greci, ai quali (unica conquista durevole dopo le prime) strappò il ducato di Genova, ricovero de' fuorusciti dal Milanese.

Rodoaldo, figlio e successore di lui (652-55), fu presto trucidato da un offeso marito, e la nazione o i grandi affezionati alla memoria della buona Teodolinda andarono negli Agilulfingi bavaresi a cercar un successore; e con Ariperto, figliuolo di Gundualdo già duca d'Asti e fratello di quella regina, comincia una serie di re cattolici, stranj alla gente longobarda. Ariperto fu sepolto nella chiesa di san Salvadore fuor di Pavia, da lui fabbricata: e quasi il regno non fosse già troppo diviso fra' duchi, si volle, a modo de' Franchi e d'altri Germani, partirlo fra Pertarito e Gondiperto, figli di Ariperto (661), sedendo il primo in Milano[182], l'altro in Pavia. L'ambizione non li lasciò in concordia, e Gondiperto volendo spodestare il fratello, spedì Garibaldo duca di Torino per invocare soccorsi da Grimoaldo duca di Benevento.

La storia di Grimoaldo è un romanzo. Gli Avari in gran numero avendo invaso il Friuli, Gisolfo, che v'era duca, fortificò tutti i varchi e le castella, e nominatamente Cormona, Nimaso, Osopo, Artenia, Ragona, Gemona, Biligo, per ricoverarvi la gente inerme: egli poi affrontò i nemici; ma per quanto valoroso, fu soverchiato dal numero e ucciso. Gli Avari si sparsero guastando la campagna, assediarono Cividale dove s'era rinchiusa Romilda, vedova di Gisolfo, coi figli Tasone, Cacone, Romoaldo e Grimoaldo e quattro figliuole. Duravano a resistere; ma Romilda, adocchiato dalle mura il kacano de' nemici, lasciva od ambiziosa mandò esibirsegli pronta a cedergli la città purchè la sposasse. Finse egli aderire, ma avuta la porta, lasciò la città al furore e alle fiamme; e tenuta Romilda una notte, la abbandonò alla brutalità di dodici suoi, poi la fece impalare, dicendo: — Ben ti stia un tal marito». Assai differenti le costei figliuole si sottrassero alla libidine nemica col fingersi puzzolenti, tenendo carni fetide in seno. Il kacano avviò esse coi fratelli e coi cittadini verso la Pannonia in ischiavitù; ma il Consiglio degli Avari pensò meglio ucciderli tutti, salvo le donne e i fanciulli. I figli di Gisolfo, avutone sentore, procuraronsi de' cavalli e fuggirono. Grimoaldo, il più piccolo fra essi, cavalcava in groppa a un fratello, ma non potendo reggersi cadde. Il fratello, non vedendo in lui che un impaccio, e nol volendo schiavo de' Barbari, brandì la lancia per trafiggerlo; ma il bambino implorò pietà, e che avrebbe forza di tenersi a cavallo: di che l'altro impietosito il ripigliò.

Ma ecco gli Avari sopragiungono, e un d'essi riesce a ghermire Grimoaldo, e senz'altro mal fargli, sel pone in groppa e s'avvia al ritorno. Il fanciullo, invece di desolarsi da fiacco, occhieggiava lo scampo, e côlto il destro, trasse il pugnale dalla cintura del rapitore e glielo confisse nel capo. Quegli cadde, e Grimoaldo voltò allegro il cavallo verso i suoi fratelli[183]. Le virtuose sorelle, comunque vendute più volte, illibate poterono esser poi ricompre dai fratelli, e sposate a duchi stranieri. Tasone e Cacone ottennero di nuovo il ducato del Friuli; e vedemmo (pag. 89) come, per tradimento dell'esarca, fossero uccisi in Oderzo.

L'audace Grimoaldo, cresciuto in età, fu posto duca di Benevento, e a lui Gondiperto mandò chiedendo soccorsi: ma l'infido ambasciadore lo persuase a venir sì, ma per esterminare entrambi i principi stranieri, e recarsi in mano un regno che avea mestieri di robusti campioni, non di fanciulli. La proposta era conforme al genio di Grimoaldo; che presto regnò, essendo Gondiperto ucciso dal traditore Garibaldo. Pertarito, come udì che Pavia si era resa al ribelle, vilmente fuggì, lasciata a Milano la moglie Rodelinda e il fanciullo Cuniperto, che da Grimoaldo furono spediti a Benevento. Pertarito ricoverò presso il kacano degli Avari; il quale ricusò un moggio d'oro che Grimoaldo gli offeriva se gli consegnasse il ricoverato; pure insinuò a questo di abbandonare le sue terre. E Pertarito osò rientrare in Italia e confidarsi alla generosità del nemico, e giunto a Lodi, mandò a chiedergli sicurezza. Piacque l'atto a Grimoaldo, che gli promise salvezza ed agi; ma poi vedendolo ben accetto ai Longobardi, che in folla accorreano a visitarlo, ne prese ombra, e pensò torlo di mezzo. Lo fe dunque circondare nel palazzo assegnatogli in Pavia; ma Unulfo, suo fedele servitore, travestitolo da schiavo e fingendo cacciarlo a mazzate, il campò di mezzo alle sentinelle, e calollo dalle mura nel Ticino, donde passò ad Asti, e di quivi in Francia. Intanto il guardarobiere, chiusosi nella camera di Pertarito, ai soldati spediti a prenderlo pregava indugiassero finchè colui avesse digerito il troppo vino: alfine fu scoperta la pietosa frode, e Grimoaldo la perdonò, e volle tra' suoi Unulfo. Saputo poi che questo erasi ritirato nella basilica di san Michele, lo affidò della sua parola, e rimandollo col guardarobiere e con molti doni al sempre desiderato padrone.

Grimoaldo, vigoroso di braccio, tenace di proposito, mantenne l'ordine nell'interno (662); avversissimo ai Romani, distrusse la risorta Oderzo per vendicare i suoi fratelli ivi uccisi; respinse i Franchi venuti per restituire Pertarito. Onde assicurarsi il titolo di re, avea costretto una sorella dei predecessori a sposarlo, e dato ai duchi tali privilegi, da renderli quasi indipendenti e snervare la monarchia. D'altra parte, compiuta allora la conversione de' Longobardi, acquistava preponderanza il clero, e per esso il papa; i quali miravano a conservare ciò che i conquistatori a distruggere, la nazionalità italiana.

Grimoaldo avea lasciato duca di Benevento suo figlio Romoaldo; onde l'imperatore Costante II, che s'era fatto esecrare a Costantinopoli col perseguitare i Cattolici, pensò redimersi del pubblico obbrobrio coll'assalire quel fanciullo, a titolo di sbrattare l'Italia, e rinnovarvi l'imperio romano, o fors'anche restituirne la sede a Roma dove credeasi più sicuro. Armato in Sicilia e sbarcato a Taranto, chiamò attorno al drago imperiale le guarnigioni delle città marittime, e con esse marciò sopra Benevento (663). Il giovinetto Romoaldo valorosamente si difese, ma ridotto agli estremi, cercava patti. Re Grimoaldo accorse in ajuto del figliuolo, e mandò innanzi Sesualdo, balio di questo, per avvertirlo del suo avvicinarsi. Sesualdo cadde in potere dei Greci, i quali lo obbligarono a dire agli assediati, non dovessero sperare verun soccorso. Egli promise: ma invece confortò Romoaldo a durare, giacchè suo padre avvicinava; tenesse raccomandati la moglie e i figli suoi, ch'egli era certo di non sopravivere. Di fatto Costante fe mozzarne il capo e balestrarlo in città: poi levò il campo al sopragiungere di Grimoaldo, il quale rincacciò i nemici sin presso Formia, e il sconfisse.

I Beneventani conservavano riti superstiziosi; adoravano immagini di serpenti; ad un albero sacro attaccavano un pezzo di cuojo, poi correndo a briglia sciolta e scagliando dardi all'indietro, chi così riuscisse e staccarne alcun pezzo, sel mangiava per devozione. Il pio Barbato che poi vi fu vescovo, predicava contro tali idolatrie, e Romoaldo gli promise estirparle se Dio gli desse vittoria. Liberato Benevento, osservò la promessa, e Barbato di propria mano recise l'albero sacrilego. Saputo però che Romoaldo teneva ancora nel suo gabinetto un serpente d'oro, persuase Teodorada moglie di lui a consegnarglielo, e ne fa fare un calice e una patena. Romoaldo non solo nol punì, ma gli offerse estesissimi poderi; ed esso li ricusò, sol cercando aggregasse alla sua diocesi Siponto, dov'era la grotta di San Michele.

Costante II, giacchè non sapeva vincere nemici, volle spogliare sudditi inermi, e gettatosi su Roma, derubò quel ch'era avanzato delle depredazioni anteriori. Non saziato dai doni di papa Vitaliano, si prese tutto il bronzo del Panteon, perfino il copertume metallico, e recò le prede in Sicilia. Ma quando veleggiavano per Costantinopoli, una squadra saracina le assalì e portolle in Alessandria, donde forse alcune di esse erano un tempo passate a Roma.

Sei anni rimase quell'imperatore in Siracusa, facendola soffrire de' suoi capricci (668), finchè un Mesenzio lo assassinò, credendo ben meritare perchè eretico[184]. Costantino Pogonato suo figlio, raccolta gran gente dall'Istria, dalla Sardegna, dall'Africa, piombò sopra Siracusa, uccise Mesenzio ch'erasi dichiarato imperatore, e la testa di lui e degli altri congiurati mandò a Costantinopoli. Ma intanto Romoaldo avea pensato vendicarsi dell'aggressione, e a capo d'una ciurma di Bulgari tolse all'Impero le città di Bari, Taranto, Brindisi e Terra d'Otranto, conquiste che non potè conservare.

I Bulgari erano gente sottoposta un tempo agli Avari, dai quali riscossasi, devastò l'Impero, e offrivasi a servigio di chi la pagasse. Alquanti di essi aveano ottenuto i deserti territorj di Supino, Bojano, Isernia, con giurisdizione signorile, dipendente però dal duca di Benevento, e vi conservavano la patria lingua. Al modo stesso nell'alta Lombardia voleano piantarsi gli Avari, chiesti da Grimoaldo contro il ribellato duca del Friuli; ma il re li respinse.

Morto questo (671), i duchi irrequieti deposero il figlio Garibaldo, e richiamarono Pertarito dall'esiglio al trono. Con erigere Sant'Agata in Monte e Santa Maria in Pertica[185] a Pavia, attestò la sua gratitudine a Dio che l'avea campato da tanti pericoli, e quindici anni regnò, osservante della giustizia, limosiniero, istruito dalla sventura a non abusare della prosperità. Ma due fazioni, una contraria, l'altra seconda a questi re bavaresi, non cessavano di rimescolare il regno. Mal seppe destreggiare Cuniperto, figlio di Pertarito (686); sicchè i duchi di Benevento e di Spoleto fin l'ombra cessarono di dipendenza.

Altrettanto di propria balìa operavano i duchi del Friuli, posti come sentinella avanzata contro nuovi invasori d'Italia. Fra quelli nomineremo Ferdolfo (694), che provocò gli Schiavoni tenendosi certo di vincerli; ed essi vennero, e cominciarono a rubare le pecore. Lo scultascio Argaido, nobile e prode uomo, uscì loro incontro, ma non potè raggiungerli; e il duca lo rimproverò d'averli lasciati sfuggire, dicendo che ben gli stava il suo nome, derivato da arga, che in longobardo vale poltrone. Argaido replicò: — Voglia Dio chiarire qual di noi due sia più poltrone». Pochi giorni dopo, gli Schiavoni tornarono grossi, ed accamparono s'un'altura. Ferdolfo ronzava a piè di quella, divisando i modi di assalirla, quando Argaido gli rammentò l'ingiuria; e — Maledetto da Dio chi di noi sarà l'ultimo ad assalire gli Schiavoni». Spronato, salì per la montagna, e Ferdolfo altrettanto; ma gli Schiavoni rotolando sassi uccisero quei due e la nobiltà che li seguì. Così il puntiglio, come altre volte, recò a rovina il paese.

Anche il poderoso Alachi duca di Brescia (688), ingrato a Cuniperto, tramò con Aldone e Gransone, primarj cittadini, e usurpò il titolo regio; ma ben presto disgustò il vescovo di Pavia e altri signori longobardi. Un giorno, numerando certe monete, gliene cascò una; e al giovinetto figlio di Aldone ivi presente che gliela raccolse, disse: — Di queste tuo padre ne ha d'assai, e presto diverranno mie». Il fanciullo riferì quel motto al padre, che prevenne la minaccia col richiamare Cuniperto dalla piccola e forte isola del lago di Como. Venne questi, e scontrato Alachi alla Coronata (Cornate) presso l'Adda, lo sfidò a duello; ma Alachi riflesse: — Costui è ubbriacone, ma robustissimo della persona. Vivo suo padre, trovandosi in palazzo certi montoni di smisurata grossezza, li sollevava col braccio teso; ed io non potevo altrettanto».

Men codarda ragione addusse quando, di nuovo esortato a duellar col nemico, rispose che negli stendardi di quello vedeva l'effigie dell'arcangelo Michele, davanti al quale esso gli avea giurato fedeltà. Il rifiuto svolse da lui molti de' fedeli, i quali unico merito riconosceano la forza. Al contrario, Cuniperto era amatissimo da' suoi; tanto che Zenone diacono della chiesa di Pavia volle assumere la veste di esso, per trarre contro di sè l'attenzione e le armi del nemico, e così sviarle dal vero re; e di fatto rimase ucciso. Ma i Longobardi s'infervorarono alla battaglia, e ucciso Alachi, e tuffatone l'esercito nell'Adda, assicurarono a Cuniperto la vittoria e il regno.

Cuniperto, diffidando de' bresciani Aldone e Gransone, pensava torli di vita, e ne divisava i modi col suo cavallerizzo, allorchè sulla finestra venne a posarsi un moscone, e il re con una coltellata gli levò una gamba. Intanto i due fratelli, com'erano soliti, s'avviavano alla reggia, quand'ecco uno privo d'una gamba gli avvisa del pericolo che correano, sicchè essi rifuggono in una chiesa. Il re, dubitando che alcuno de' suoi fedeli gli avesse ammoniti, invia a prometter loro sicurezza se indichino da chi ebbero l'avviso; ed essi confessano averlo avuto da uno zoppo sconosciuto. Cuniperto, ricordatosi del moscone, comprese che quello era uno spirito maligno, che avea spiato i secreti di lui per rapportarli.

Paolo Diacono riferisce ciò in tutta serietà; e sopra storici siffatti siamo costretti tessere la storia. Agnello, che scrisse le vite degli arcivescovi di Ravenna, ha racconti dello stesso calibro: e ne basti uno. Giovanni, abate del monastero di San Giovanni presso Ravenna, molestato dall'esarca, andò a Costantinopoli e si pose sotto al palazzo cantando versetti di salmi, finchè l'imperatore il fe chiamare, e intesone le ragioni, gli diede una commendatizia per l'esarca. Al domani stesso scadeva il termine da questo prefisso ai monaci per addurre le loro ragioni; onde l'abate struggevasi di ritornare al più presto, ma non trovò nave. Dolente passeggiava sul lido, quando gli si affacciarono tre uomini nerovestiti, e udito il suo rammarico, gli promisero rimetterlo a casa il domani, se facesse com'essi gli diceano. E gli diedero una verga, colla quale delineasse sulla sabbia una barca, colla vela e colla ciurma: poi vollero si collocasse in un letto nella sentina, e per rumori e turbini che intendesse, non si sgomentasse nè facesse il segno della croce. Come detto così fatto: il fracasso fu indescrivibile; ma a mezzanotte egli si trovò sul tetto del suo monastero. La meraviglia dei monaci e dell'esarca lascio immaginarla: egli raccontò la cosa all'arcivescovo, che gl'impose una penitenza.

Ciò che risulta da queste baje è che gl'italiani stavano altrettanto male sotto i Longobardi che sotto i Greci. Cuniperto, tenuto il regno dodici anni, lo trasmise al giovinetto figlio Liutperto (700), sotto la tutela del nobile e saggio Ansprando. Ma in breve da Ragimperto duca di Torino ne fu spodestato, poi ridotto prigioniero e ucciso da Ariperto II (701), figlio e successore di quello, che dovette continuamente lottare contro altri duchi: regni brevi, successioni tempestose, che toglievano d'invigorire la monarchia. Ansprando, tutore di Liutperto, erasi rifuggito nell'isola Comacina, ma assalito da Ansperto, passò in Baviera. Ariperto si svelenò contro gli amici di Ansprando, al figlio di esso fe cavar gli occhi, alla moglie e alla figliuola mozzar il naso e gli orecchi. Ma Ansprando coi Bavari rivalicò le Alpi, e vinse Ariperto (712), che guadando il Ticino a Pavia affogò, ultimo degli Agilulfingi in Italia. Dicono uscisse travestito per intendere quel che di lui si dicesse: agli ambasciadori stranieri mostravasi in abito dimesso e con pelliccie volgari e volgari imbandigioni, per non allettarli alle squisitezze italiane. Ma queste voglionsi difendere con valorosa concordia, piuttosto che celare con pusillanime astuzia.

I Longobardi unanimemente acclamarono il prudente Ansprando, che regnò soli tre mesi[186], ma vide eletto a succedergli suo figlio Liutprando, che in trentadue anni di regno rinnovò lo splendore della signoria longobarda. Le prime cure applicò a riformare lo Stato, comprimendo le rinascenti sollevazioni anche col supplizio d'alcuni duchi; molti castelli tolse ai Bavari, che forse meditavano recuperare il trono; si tenne buoni i Franchi e gli Avari, e dettò leggi prudenti, in capo alle quali s'intitola cristiano e cattolico, re dei Longobardi a Dio diletti. Coraggioso fin alla temerità, udito che un Rotari suo parente avea disposto di ucciderlo in un convito, lo chiamò a sè, e tastato se veramente portasse il giaco di ferro sotto ai panni, respinse colla propria la spada che costui trasse, e lo fece uccidere. Saputo che due gasindi gl'insidiavano i giorni, gl'invita a caccia, ed appartatosi solo con essi soli, rinfaccia il perverso consiglio; indi gettate le armi, — Ecco il re vostro; fatene secondo vi piace». Vinti al generoso e franco atto, gli caddero a' piedi, ed esso li perdonò e beneficò. Anche colla Chiesa stette in armonia, e confermò il dono di molti beni nelle alpi Cozie, fattole da Ariperto II. Rintegrato l'ordine e l'obbedienza, svelto ogni seme delle guerre civili, ridrizzò l'animo al disegno de' suoi predecessori, d'unire tutta Italia snidando i Greci. E la fortuna parve mandargliene il destro.