CAPITOLO LXV. I papi. Gregorio Magno.

Chiave della volta al grand'edifizio ecclesiastico sono i pontefici, residenti in Roma. Ne accompagnammo la serie fino a Silvestro (336-52), il quale vide data da Costantino la pace alla Chiesa. Gli successero Marco, poi Giulio, indi Liberio, che alternando debolezza e coraggio, incappò in una formola ariana, e ben presto si ravvide. A Dàmaso fu contrastata la sede da Ursicino (366), con turpi fazioni e molto sangue; al qual proposito Ammiano Marcellino, pagano, prorompeva[164]: «Se considero il fasto mondano di chi copre la dignità pontifizia, non meraviglio che per ottenerla non si tralasci sforzo od arte. Ottenuta che l'abbiano, sono certi di impinguare mercè le oblazioni delle devote matrone; e che andranno per Roma in carrozza, magnificamente in addobbo; e faranno banchetti che nulla invidiino la suntuosità di re ed imperatori. Più felici se, invece di scusar questi eccessi colla grandezza e magnificenza di Roma, riformassero il viver loro sul modello d'alcuni vescovi di provincia, i quali colla savia frugalità, col povero vestire, cogli occhi a terra, rendono non meno a Dio che ai veri suoi adoratori venerabile la purezza de' loro costumi e la modestia del portamento».

Damaso ebbe amico e segretario san Girolamo; scrisse prose, versi, epitafj di martiri, ove si desidera minore artifizio e maggior sentimento. Ad Innocenzo la invasione del goto Alarico offrì campo d'esercitare la carità (401), e d'intromettere la pacifica sua mediazione tra la viltà e la ferocia. Altrettanto fece con Attila Leone, degno del titolo di Magno per l'ingegno e per le azioni (440). Restano di lui novantasei Sermoni, d'un'eloquenza sentita qualora non la guastino le antitesi; e censettantatre Lettere, attestanti indefesso zelo per la purità della dottrina e la pace della Chiesa.

Ilario suo successore al battistero di Laterano unì due biblioteche (461); adoprò vivamente nel concilio calcedonese; ma non si seppe schermire dalle multiformi insidie de' novatori (467). Simplicio ebbe a travagliarsi nel tutelare l'unità della Chiesa, perchè, essendosi sfasciato l'impero occidentale, Acacio patriarca di Costantinopoli pretendeva la primazia, quasi andasse connessa alla sede imperiale.

L'elezione del papa in principio faceasi da un senato ecclesiastico di ventiquattro preti e diaconi, ad immagine dei ventiquattro seniori astanti al trono di Dio: dopo Silvestro essendovi annessi anche beni temporali, concorsero alla nomina il clero ed il popolo: poi quando la ricchezza cominciò a fare ambìto quel posto, gl'imperatori intervennero alle nomine per impedire le sedizioni; in appresso le confermarono. Odoacre vietò d'eleggere il vescovo di Roma senza prima consultato il re od il prefetto, fosse gelosia politica, o per ovviare le dissensioni; ma il decreto non tenne (482): e Felice III della sua nomina informò l'imperatore, esortandolo alla retta fede[165].

Gelasio succedutogli (492), scrisse inni e prefazj, e trattati sulle questioni allora discusse, ed uno contro del senatore Andromaco e d'altri Romani, i quali volevano ripristinare i giuochi lupercali, pretendendo le malattie moltiplicassero dacchè non si esorava il dio Februario. In concilio distinse i libri canonici dagli apocrifi, e a quali scrittori competesse il titolo di padri della Chiesa, e definì ecumenici i quattro sinodi di Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia. Scriveva all'imperatore Anastasio: «Il mondo è governato dall'autorità dei pontefici e dalla potestà regia; delle quali la sacerdotale è più grave in quanto deve render ragione a Dio per l'anima dei re. Sebbene tu sovrasti a tutto il genere umano per dignità, pure ai capi delle cose divine pieghi devoto il collo, e da loro chiedi i mezzi di salute, e vedi pei sacramenti e per l'ordine della religione doverti a loro sottomettere anzichè sovrastarvi, e in tali cose pendere dal giudizio loro anzichè ridur loro alla tua volontà. Se nella pubblica disciplina, conoscendo essere conferito a te l'imperio per disposizione superna, anche i capi della religione obbediscono alle leggi tue, con quale affetto non dovete voi obbedire a coloro che hanno incarico di dispensare gli augusti nostri misteri?»

Dopo che Anastasio II la occupò due anni (496), la sede fu disputata tra Lorenzo e Simmaco, i quali si compromisero in Teodorico, re ariano. Simmaco preferito, da quindici anni sedeva allorchè i malcontenti lo accusarono d'enormità, e richiamarono Lorenzo: la Chiesa andò sossopra, e neppure la presenza di Teodorico mitigò gli sdegni. Raccoltisi a concilio i vescovi d'Italia, Simmaco, mentre v'andava, fu assalito a pietre; alfine chiarita l'innocenza sua, fu ripristinato; ma Lorenzo per quattro anni tenne alquante chiese a forza, sinchè Teodorico la volle finita.

Quando agli Ariani in Oriente furono tolte le chiese, Teodorico mandò il nuovo pontefice Giovanni (523) a Costantinopoli per ottenere a' suoi religionarj esercizio libero del culto; se no, lo turberebbe egli pure a' Cattolici in Italia. Il papa non potè o non volle riuscire; e Teodorico il lasciò morir prigione, come complice di congiure ordite allora per ammutinare l'Italia (pag. 48).

Dopo altri, s'illustrò Agapito, che fondò in Roma un'Accademia per le belle lettere (535). Spedito da Teodato a Giustiniano per proporre pace, tornò disconcluso; ma a Costantinopoli aveva potuto reprimere gli eretici, e deporre il mal eletto patriarca. Indarno Giustiniano gli si era opposto, minacciandolo anche d'esiglio; ma l'imperatrice Teodora a Vigilio, diacono della chiesa romana, promise ottenere il papato, purchè aderisse alle credenze dei prelati ch'essa proteggeva. Vigilio trescò a danno del nuovo papa Silverio (536), che da Belisario accusato d'intendersi con re Teodato per introdurre i Goti in Roma, fu spogliato degli abiti pontificali e trasferito a Patara nella Licia. Sì infelici tempi correvano, che nessuno s'oppose; e Vigilio, per ordine del generale, fu unto pontefice (538). L'imperatore, informatone, impose che Silverio fosse ricondotto a Roma, ed ivi esaminato sulle accuse: ma Belisario, ligio ai desideri di Teodora, l'arrestò per via, e relegollo nell'isola Palmaria rimpetto a Terracina, dove morì di fame o strozzato; e la compassione pel giusto perseguitato volle in molti miracoli vedere attestata la sua santità.

Vigilio ebbe allora conferma dal clero: ma in quel primato, che subdolamente aveva invaso, resistette a' capricci religiosi di Teodora e ai dissidenti, benchè strascinato per le vie di Costantinopoli con una corda al collo e gittato in un fondo di torre, sinchè la morte del patriarca Antimio tolse il pretesto di quelle scissure.

Ma una nuova ne sorse per Tre Capitoli, che al IV concilio ecumenico di Calcedonia erano stati proposti, onde condannare Teodoro da Mopsuesta come seguace delle opinioni di Pelagio, Iba vescovo di Edessa autore d'una lettera meno cattolica, e Teodoreto di Ciro che avea scritto ingiurie contro il concilio Efesino. Quel sinodo li rimandò assolti alle loro chiese; ma Giustiniano li fece condannare da un altro, congregato in Costantinopoli. Gli Occidentali sapeano scarsamente di greco, nè aveano letto Teodoreto o Iba, ma sapevano che dal concilio di Calcedonia erano stati riconosciuti incolpevoli, talchè di questo s'infirmerebbe l'autorità qualora fossero riprovati. Al modo stesso la pensava papa Vigilio, ma poi lasciossi indurre a condannarli anch'esso, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e patto che più non se ne discutesse a voce o in iscritto. Partito mezzano, che disgustò entrambe le parti, i nemici de' Capitoli per la riserva, i Cattolici per la condanna; e i vescovi d'Africa, Illiria, Dalmazia si segregarono dal papa.

Il debole Vigilio ne sbigottì, e revocò il proprio giudicato: ma insieme promise a Giustiniano d'adoprarsi per far condannare secondo i Tre Capitoli, purchè questa sua promessa si tenesse segreta; intanto la cosa restasse in bilico fino ad un concilio generale. L'imperatore invece ripubblicò la sua costituzione, e il papa, non ascoltato, separossi dagli Orientali; trattato come prigioniero, sofferse coraggioso dicendo: — Voi tenete me, non san Pietro»; poi nel nuovo sinodo Costantinopolitano (553) condannò gli errori che trovavansi negli scritti di quei tre, non eretici, ma esagerati difensori dell'ortodossia. In Italia, gli arcivescovi d'Aquileja, Milano, Ravenna, coi vescovi provinciali dell'Istria, della Venezia e della Liguria, stettero avversi al papa; alcuni apertamente, altri limitandosi a non aderire ai Tre Capitoli; e Paolino patriarca d'Aquileja in un sinodo provinciale rigettò il concilio di Calcedonia, nè più volle comunicare col papa, introducendo uno scisma che durò fin nel 698, quando, ad istanza del pontefice Sergio, un nuovo sinodo d'Aquileja accettò esso concilio[166].

Morto Vigilio in Siracusa (555), gli fu dato successore Pelagio, più per volontà dell'imperatore che non per la libera scelta del clero e del popolo, il quale anzi lo supponeva colpevole della morte del predecessore, finch'egli dal pulpito non si giurò innocente. Dalla morte di lui si fanno più lunghe le vacanze per aspettare la conferma dell'imperatore. Il disordine crescente poche notizie lasciò di Giovanni III (560-78), che fece terminare la chiesa de' santi Giacomo e Filippo con molte storie dipinte e a musaico; e così di Benedetto e di Pelagio II.

In mezzo all'interna inquietudine ed alle esteriori minaccie, erasi assodata la primazia che i pontefici traevano dalla parola di Cristo e dall'apostolica tradizione. Ariani essendo la maggior parte de' conquistatori, eretici spesso gl'imperatori d'Oriente, i Cattolici di tutta Europa guardavano il papa come capo e protettore universale, e ne invocavano i consigli per le anime, la protezione per le vite. Le nuove chiese, non potendo vantarsi pari nè vicine alla romana per età o per apostolica origine, con assoluta devozione chinavansi ai pontefici. E poichè le conversioni erano opere d'incivilimento, e sicuravano dalle invasioni i regni già stabiliti, perciò in questi il papa acquistava venerazione, non solo pel primato del sacerdozio, ma anche per gli interessi temporali. Il re a lui più vicino, Teodorico ostrogoto, essendo il più poderoso fra quei principi, ne ringrandiva nell'opinione il pontefice, che presso lui faceasi intercessore d'altri principi e vescovi, a nome di esso trattava cogl'imperatori bisantini.

Scesi i Longobardi, mancò un capo generale all'Italia, ed ai Romani soggiogati e ai liberi non restò persona più eminente del papa in cui fissare gli sguardi. Possedeva egli immensi tenimenti in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Sabina, Dalmazia, Illiria, Sardegna, fra le alpi Cozie e fin nelle Gallie; ed essendo coltivati all'antica, cioè per coloni, sopra questi egli esercitava legale giurisdizione, spedendovi uffiziali, dando ordini, mentre colle rendite potea sovvenire alle carestie, ospitare rifuggiti, soldare truppe. Conservando verso l'imperatore la sommessione imparata allorchè Roma era capitale, da esso i papi chiedevano la conferma della nomina loro, pagavano altre retribuzioni, tenevano alla corte sua un apocrisario che trattasse i loro negozj. Ma la dipendenza si diminuiva sempre più a fronte di imperatori lontani, di esarchi deboli e malvisti al popolo; mentre interrotte dalla conquista le relazioni coll'esarca di Ravenna, il papa, trovandosi a capo degli ordinamenti municipali mantenutisi in Roma intatta da Barbari, elideva l'autorità del duca sedente in questa città, corrispondeva direttamente con Costantinopoli, e accostavasi ad una specie di signoria.

Pelagio II scriveva ad Aunacario (581) vescovo di Auxerres perchè di tutta sua possa rimovesse i re Franchi dall'amicizia coi Longobardi, nefandissima gente avversa ai Romani, sopra la quale non potrebbe tardare la vendetta di Dio, sicchè era bello non mettersi a pericolo di parteciparne. Spedì anche un diacono alla Corte greca per implorarne soccorsi, e — Rappresentate all'imperatore che i perfidi Longobardi, contro la fede giurata, ci han fatto soffrire tanti mali, che ridirli sarebbe infinito. Se Dio non ispira all'imperatore di mandar almeno un maestro della milizia e un duca, siamo abbandonati d'ogni ajuto, massime il territorio di Roma, sguarnito di presidio: l'esarca scrive non poterci soccorrere, giacchè non basta tampoco a difendere le sue vicinanze. Voglia Dio che l'imperatore ci assista prima che quest'abbominevole nazione s'impadronisca di quanto rimane all'Impero»[167].

Gl'Italiani dunque guardavano il pontefice qual rappresentante non solo della vera fede ma della nazionalità; e più il fecero quando (590) sulla cattedra di Pietro s'assise Gregorio Magno, che sentiva l'importanza di quel grado, e tutta ne spiegò la dignità. Stratto dall'antica ricchissima famiglia Anicia, dalla giovinezza volse all'acquisto delle scienze un intelletto vivace e una straordinaria capacità, e da Giustino II fu elevato prefetto di Roma, la carica più insigne; ma nojato del mondo, sull'esempio de' suoi genitori si raccolse nel convento di sant'Andrea, ch'egli avea fondato nella propria casa, come sei altri in Sicilia. Rinvigoritosi nel ritiro, impetrò da papa Benedetto di missionare la Bretagna; ma il popolo romano cominciò a gridare al pontefice: — Voi avete offeso san Pietro, avete disfatto Roma, lasciando partire Gregorio»; sicchè quegli il rivocò. Da Pelagio II fu posto fra i sette diaconi della chiesa romana; e spedito ambasciatore alla corte di Costantinopoli per implorare soccorsi contro i Longobardi, vi guadagnò stima e benevolenza a segno, che Maurizio imperatore lo volle padrino di suo figlio. Morto Pelagio, Gregorio apprese con isgomento che i voti comuni lo avevano eletto papa, e tre giorni dovettero andarlo rintracciando nella solitudine, ove dal suo convento si era trafugato nelle corbe d'alcuni merciaj; scrisse anche a Maurizio, scongiurandolo per la loro amicizia a non confermare la scelta; poi ribramò sempre la pristina quiete, e — Non mi so frenare dal pianto (scriveva a Leandro di Siviglia) qualvolta torno in pensiero a quel porto felice, da cui m'hanno divelto: geme il cuor mio al solo ricordare quella terraferma, cui più non m'è possibile approdare».

Ben aveva onde sgomentarsi. Il pontefice, per l'eminente posizione sua, dovrebbe rispondere di quanto potesse avvenire in Roma; eppure non era libero, giacchè il duca, il prefetto imperiale, il senato, i decurioni, inetti a giovare, valeano a dar impaccio. Intorno, popoli o idolatri od ariani; di sopra, imperatori teologastri, che turbavano or colle dispute or colle pretensioni; fra il clero de' paesi convertiti, simonìa e scostumatezza[168]; alle porte di Roma, Longobardi minacciosi; Italia sbranata da lungo scisma per la quistione dei Tre Capitoli, e, per giunta, attrita da orribile peste.

Al governo «d'un bastimento vecchio, sdrucito e battuto dal nembo», com'egli chiamava Roma, Gregorio adoprò le preghiere e un carattere indomabile. Da un capo all'altro del mondo stendeva le premure per ispargere la verità ove non fosse conosciuta, per combattere l'errore, per sostenere la morale. Fermo quanto indulgente cogli eretici, al vescovo di Napoli scriveva d'accettar pure chiunque volesse rientrare in grembo della Chiesa, e — Tolgo sopra di me qualunque sconcio nascer potesse dalla falsità della riconciliazione; la soverchia severità pregiudicherebbe alle anime loro»: a quei di Terracina, di Cagliari, d'Arles, di Marsiglia vietava d'usar violenze agli Ebrei, «acciocchè il fonte ove si rinasce alla vita divina, non divenisse a loro occasione di una seconda morte, più della prima funesta per l'apostasia»; si restituisse loro la sinagoga tolta, nè s'adoprasse con essi che dolcezza e carità[169]. Adunò un concilio in Roma per riparare allo scisma di Aquileja, come almeno in parte ottenne; quaranta nostri spedì a convertire l'Inghilterra, guidati dall'abate Agostino (596), che vi fu primo arcivescovo di Cantorberì; reciprocamente dall'Irlanda venivano frati a noi, e principalmente san Colombano, che girate le Gallie e la Svizzera, si fermò a Milano, e da re Agilulfo ebbe in dono San Pietro di Bobbio con quattro miglia di territorio all'intorno, dov'egli fondò il monastero famoso (612), da cui uscirono monaci che altri cenobj posero per la Liguria e altrove. Nuovi missionarj inviò Gregorio ai Barbaricani, idolatri della Sardegna; e in lontani paesi.

Delle laute rendite, oltre mantenere il lustro del suo seggio, valevasi per far limosine, fondare scuole e spedali, sussidiare diocesi remote, esercitare l'ospitalità; ogni dì faceva dal suo sacellario convitare dodici avveniticci, e la gratitudine popolare disse che una volta Cristo in persona si mettesse tra quelli. Egli intanto, modesto nel trattamento, parco alla mensa, esatto alle pratiche della vita monastica, non faceva verun agio alla sua carne; e non agli onori e vantaggi del mondo, ma badava al proprio dovere.

Bisogna udire da lui quante cure esteriori e secolari s'affollassero intorno al papa[170]; esercita perfino atti che si direbbero di temporale sovranità: manda un governatore a Nepi, comandando al popolo d'obbedirgli come al sommo pontefice; un tribuno a Napoli per custodire quella grande città: al vescovo di Terracina raccomanda che nessuno lasci sottrarsi all'obbligo di fare la scolta alle mura. Poi dalle cure del mondo scendeva a minime particolarità dell'amministrazione patrimoniale, acciocchè non fossero vessati i lavoranti sulle terre della Chiesa; essendo troppo dispendiose le razze di cavalli che si tengono sui fondi siciliani, si vendano, serbando solo alquanti stalloni, cioè quattrocento; a Pietro, economo in Sicilia, scriveva: — M'hai mandato un cattivo cavallo e cinque buoni asini; non posso montar il primo perchè cattivo, non gli altri perchè asini». E altrove: — Odo che ai villani si computa a minor prezzo il grano in tempo d'abbondanza: nol fate, ma si paghi al prezzo corrente, e senza detrarre quel che perisce per naufragi. Nè i fittajuoli devono pagamento o servigi oltre il convenuto; non dar il grano a misura maggiore: e perchè dopo la nostra morte nessuno gli aggravi, date loro un'investitura per iscritto, che determini il prezzo. So che alcuni per pagare il primo termine han dovuto togliere a prestanza con usura eccessiva: voi dunque somministrerete loro questi capitali dal fondo della Chiesa, e li riscoterete poco a poco, in modo che non si vedano costretti a vendere le derrate a basso mercato. Al postutto non vogliamo che gli scrigni della Chiesa sieno contaminati da sordido guadagno»[171].

A vescovi e a re parlava colla dignità dolce ma ferma di un capo universale. Contro le vessazioni imperiali difese la libertà della Chiesa con umiltà di parole ma franchezza di fatti; e all'imperatore Foca scriveva, questo divario correre tra gl'imperatori gentili ed i cristiani, che quelli son signori di servi, questi signori di liberi. Ingegnavasi intanto di mantenere in armonia l'imperatore greco coi Longobardi: ma pure esortava i Siciliani a stornare con settimanali litanie un'invasione minacciata dai Longobardi, i quali come fossero a temere lo vedessero dalla desolazione dell'Italia[172]; poi ostò vigorosamente ad Agilulfo allorchè assediò Roma.

Proibiva di esigere nulla per la sepoltura, chè non paresse titolo di compiacenza la morte degli uomini. A Venanzio vescovo di Genova ordina, non permetta che Cristiani rimangano a servitù di Ebrei; se però sono loro coloni, soddisfacciano secondo giustizia. Querela il vescovo di Terracina che tuttavia durassero colà avanzi del paganesimo, immolando ad idoli, riverendo certi alberi, sacrificando teste d'animali; e l'imperatrice Costantina, che i magistrati greci facessero guadagno in Sardegna col permettere l'idolatria[173]. Avendogli costei domandato alcune reliquie, rispose che in Occidente si ha per sacrilegio il metter mano ai corpi santi, e meravigliarsi che altrimenti i Greci la sentano; qui non darsi altro che delle catene di san Pietro o della graticola di san Lorenzo, o pannilini avvicinati entro una scatola al corpo del santo: soggiunge che il predecessor suo, avendo voluto mutare qualche fregio d'argento sopra il corpo di san Pietro, benchè discosto quindici piedi, fu sgomentato da terribile visione; e alcuni mansionarj e monaci che avevano veduto quel di san Lorenzo, morirono fra dieci giorni.

Nella peste d'allora introdusse la processione che ancora si fa al san Marco, col nome di Litanie maggiori: primo segnò i brevi col giorno e il mese al modo odierno. La Chiesa non era fin qua riuscita a recare anche nella liturgia quell'unità che è suo carattere; e Gregorio pensò farlo col Sacramentario, il quale col suo Antifonario delle parti della messa che doveansi cantar in note, e col Benedizionario costituisce il messale romano.

Nel sinodo Romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e sacerdoti il dissolversi nella vanità d'imparare la musica, sconvenendo al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi e ne' gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane virtù. Pertanto deputa suddiaconi e cherici inferiori a cantare i salmi e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato; a tal uopo istituendo scuole, ch'egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent'anni dipoi.

Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non sieno che ripetizione dei sette primi, divisò che sette segni bastavano per tutt'i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l'estensione del canto, delle voci e degli stromenti[174]. Quella maestosa melodia, ove ci furono conservate preziose reliquie dell'ammirata musica antica de' Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e grandiosi, che poi s'andarono dimenticando fin alla profanità de' nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da teatrali.

Gregorio fra tante occupazioni trovò tempo a scrivere moltissime opere, le quali, non men che le sue virtù, gli procacciarono il cognome di Magno. Le lettere, concernenti per lo più la disciplina, provano quanto instancabile adoperasse a governare la Chiesa e a fondo si conoscesse delle divine leggi e delle umane. Commentò Giobbe ed Ezechiele, e fece omelie sopra gli Evangeli. A Giovanni arcivescovo di Ravenna diresse la Regola pastorale, in quattro parti trattando per quali vie s'entri al santo ministero, quali i doveri, come istruire i popoli, e applicarsi alla propria, mentre s'attende alla santificazione di quelli, affine di non perdere, per segreta compiacenza di sè, il premio degli sforzi fatti. L'imperatore Maurizio ne volle copia, e la mandò ad Anastasio patriarca d'Antiochia, da mutare in greco e diffondere per le chiese d'Oriente: re Alfredo la tradusse in sassone pei vescovi d'Inghilterra: le chiese di Spagna e di Francia la proposero per modello ai vescovi, e Carlo Magno e i suoi successori nei capitolari non rifinano di raccomandarla.

Nei Dialoghi narra molte e troppe storie maravigliose di santi italiani, a provare le verità fondamentali per mezzo di rivelazioni fatte da morti risorti e simili casi. Il santo il quale nelle opere sue mostrasi tutt'altro che dappoco, e cita ogni volta da chi gl'intese, s'acconciò al gusto del suo secolo e alla capacità di quelli cui destinava l'opera: e in fatto essa levò immenso grido; mandata a Teodolinda, contribuì assai a convertire i Longobardi, sopra cui cadevano molti dei miracoli ivi narrati; fin in arabo fu tradotta; ai Greci piacque tanto, che Gregorio n'ebbe tra loro il soprannome di Dialogo.

Compose inni[175]; aprì scuole; si fece dipingere nel monastero di sant'Andrea a Roma; e nelle copie divulgatesi di quel ritratto soleasi sovrapporgli alla testa lo Spirito Santo in forma di colomba: altra prova che la pittura usavasi in quei tempi.

Eppure v'è chi lo intitola l'Attila della letteratura, dicendo ordinasse l'incendio della biblioteca Palatina, e distruggesse i monumenti della grandezza romana, acciocchè la loro ammirazione non distraesse dal venerare le cose sante. Forse era egli sovrano di Roma da poter ciò? Ben è vero che si mostrò avverso agli antichi autori, forma e null'altro, e pericolosi per lo allettamento del bello, in tempo che non era peranco finita la lotta di questo col vero: e quantunque nel primo dei Dialoghi dica non avere conservato le parole proprie degl'interlocutori, perchè sì villanescamente proferite che non vi starebbero acconciamente, altrove scrive: — Non fuggo la collisione del metacismo, non evito la confusione del barbarismo, trascuro di serbare i luoghi e i modi delle preposizioni, stimando indegno che le parole del celeste oracolo stringansi sotto le regole di Donato»[176]. E però le sue scritture van macchiate dalle colpe de' tempi e da sue proprie; scarsa critica, erudizione inesatta, locuzioni viziose; diffuso e insieme oscuro e avviluppato, sovente si ripete, e vuole aver detto ogni cosa sopra ogni argomento che assume, e soverchiamente inclina alla allegoria.