CAPITOLO LXIV. La Chiesa in relazione coi popoli e coi nuovi dominj. San Benedetto e i monaci.

Il lettore ha potuto avvedersi dell'importanza che, nella civiltà nuova, acquistava una potestà tutta morale, costituita sopra la convinzione, la riconoscenza, il sentimento; vogliam dire la potestà ecclesiastica. Noi dovremo lungamente occuparcene, e tanto più per la somma parte che ebbe nelle vicende dell'Italia dove teneva la sede, e a cui conservava quella centralità e quella supremazia, donde sarebbe scaduta allo sfasciarsi dell'imperio romano.

I miracolosi primordj suoi, e come si fosse introdotta nel civile ordinamento, abbiam divisato. Gl'imperatori, che fin a Graziano seguirono a intitolarsi pontefici massimi, come tali avocarono a sè molti diritti, che da principio la Chiesa esercitava quale società non autorata: laonde, benchè indipendente nell'interno, nell'esteriore essa appariva subordinata; l'imperatore interveniva a tutto; per tutto chiedevasi il suo assenso; egli dirigere col comando o colla raccomandazione i vescovi, egli confermarli, egli convocar concilj, egli assistervi, egli decidere perfino delle materie in essi trattate, e ordinare l'esecuzione dei loro decreti; talmente il Governo rimaneva pagano anche dopo convertiti i principi. Eppure quell'assenso, questa conferma attestavano la forza acquistata dalla Chiesa, le sue conquiste più che la suggezione.

Poi via via che il potere temporale fiaccavasi, l'ecclesiastico s'assodava: e collo sciogliersi dell'Impero la Chiesa occidentale, rimasta in piedi nella ruina universale, dismesse le abitudini di servilità e sola avendo elementi di durata nello sfasciamento di tutte l'altre istituzioni, raddoppiò di sforzi per abolire il vecchiume pagano e educare i popoli nuovi. Nel fervore d'una recente missione, colla usucapione più legittima assumeva quanto era abbandonato dallo scoraggiamento de' laici; e robusta di gioventù, salda di convinzioni, operante su tutta la vita, prevaleva alla decrepita romana. Unico argine al torrente della forza materiale, a questo opponeva il concetto d'una regola, d'una legge superiore alle umane; e francheggiava la libertà della coscienza da sorde insidie e da aperte violenze.

Qual benefizio che alcun ordine rattenesse il generale scompiglio; che alcuno parlasse a coloro, per cui Roma non aveva avuto che insulti e paure! Preti inermi uscivano tra quelle orde, e col battesimo ispiravano loro qualche idea di umanità, sospendevano la scimitarra mostrando un fratello in quello al cui capo era vibrata; senza interesse nè speranze terrene, confortante spettacolo, si diffondeano dappertutto, e collegavano i popoli alla Chiesa per via della carità; parola intesa dal popolo che vi riconosce una virtù più che umana; parola che fa amare la religione da cui è ispirata.

Il Barbaro, che gli avea veduti affrontare oscuri pericoli per annunziargli la verità fra le selve natìe, li trovava poi dinanzi alle città assalite per proteggerle colla croce, o accanto al prigioniero, al ferito, all'oppresso, per alleviarne le sofferenze; gli udiva parlare in nome di una potenza superiore agli odj e inattaccabile dalla forza.

Nè dalla forza poteano esser domiti que' conquistatori, avvezzi a tutto spezzare colle mazze ferrate; non poteano essere inciviliti da una letteratura che disprezzavano o non comprendevano: ma ecco farsi loro incontro il clero, sfolgorante della pompa che tanto può sulle rozze fantasie, con una gerarchia salda e concorde, con una fede che non chiedeva sottigliezze di ragionamenti, ma imponeva credenze semplici, e restava confermata da una morale, la cui santità essi doveano sentire anche violandola; un clero, ordine nuovo superiore, cernito fra tutti gli altri, senza distinzione da libero a schiavo, da romano a barbaro, che non opponeva armi ma discorsi, non irritante vilipendio ma commoventi persuasioni, e in nome di Dio intimava cessassero di sterminare gli uomini, perchè guai a chi disprezza un solo de' più piccoli! Mentre rialzava i vinti al cospetto de' vincitori, anche a questo esso prestava servigi; interponevasi come mediatore utile ad entrambe le parti; co' suoi privilegi, coi benefizj, fin colle usurpazioni contribuiva a sminuire i dolori sulla terra, a difendere l'uomo contro la debolezza o la passione propria, a migliorare la vita sociale e la domestica.

Persino le pie leggende istillavano compassione e rispetto alle vite, siccome quelle che già vedemmo relative ad Attila, Alarico, Odoacre. I Longobardi, preso un diacono appo Nocera, il voleano scannare; ma prete Santulo impetrò lo commettessero alla sua custodia, offrendosene mallevadore col proprio capo. Appena vide addormentati i Longobardi, indusse il diacono a fuggire, poi si diede spontaneo ai nemici. E questi il condannarono a morire: ma il manigoldo restò col braccio feritore in alto, finchè il santo istesso gliene rese il moto, dopo fattogli giurare che mai non se ne varrebbe a dar morte a verun cristiano. Allora i Longobardi, a gara di chi più, offrirongli bovi e cavalli predati; ma egli: — Mi volete gratificare? datemi gli schiavi fatti, ed io pregherò per voi»; e tutti li rimandarono seco[159]. Altra volta l'abbate Sorano ai prigioni fatti dai Longobardi dà quanti viveri si trova nel convento, fin gli erbaggi dell'orto; poi non avendo denari da saziarli, è ucciso. La pietà data ai pazienti, il terrore ispirato da que' miracoli, rabbonacciavano gli oppressori.

A petto ai nuovi regnanti la Chiesa cambiava posizione; e rimanendo unico potere costituito dopo prostrati gli altri tutti, aveva il vigore ed ispirava il rispetto proprio dell'ordine; ed associando le due potenze che fondano e mantengono gli Stati, forza ed ingegno, campò l'Italia e l'Europa da una barbarie assoluta. Attesochè agl'invasori, padroni di tante provincie, non bastasse più l'ordine legale suggerito dai bisogni delle piccole tribù, la Chiesa si accinse a provvederli di un nuovo; onde poterono anche nei Governi insinuarsi le massime evangeliche dell'amor del prossimo, dell'umana fraternità, d'una giustizia e di una morale anteriori e superiori a qualunque diritto positivo, dell'obbedienza che al Creatore devono e sudditi e regnanti.

Cassiodoro, a nome dei re goti, nel 534 scriveva a papa Giovanni II: — Voi siete guardiano del popolo cristiano; voi col nome di padre ogni cosa dirigete. Pertanto la sicurezza del popolo è in cura a voi, cui fu dal Cielo affidata. A noi conviene custodir alcune cose, a voi tutte. Spiritualmente pascete il gregge affidatovi, nè però potete trascurare ciò che spetta al corpo; attesochè, constando l'uomo di doppia natura, un buon padre le deve entrambe favorire».

Regolata la gerarchia, introdottasi nella vita civile e a parte del potere, non fu possibile alla Chiesa mantenere la povertà di quando vivea delle offerte recate all'altare, dividendole coi poveri. Dopo Costantino, le società religiose poterono giuridicamente avere sode proprietà e accettare legati; Costantino medesimo lentamente provvide la basilica dei santi Apostoli; a molte furono assegnati i beni che prima servivano al culto pagano; ad altre, porzione dei terreni comunali; e siccome anticamente non faceasi testamento senza qualche legato all'imperatore, così ogni cristiano alla Chiesa volea lasciare un testimonio di pietà. Nè questa era sempre prudente, e alcuni abbandonavano i parenti nel bisogno per assicurarsi i suffragi: lo perchè Valentiniano I vietò al clero di ricevere legati da donne; poi fu proibito a preti e monaci l'ereditare; ove san Girolamo rifletteva, non dolersi della cosa, bensì dell'essere meritata.

Se gli ecclesiastici avessero potuto legare ai proprj parenti o distrarre i beni ricevuti per servizio della Chiesa, i devoti sariensi veduti costretti a sempre nuove dotazioni; perciò gl'imperatori tolsero ai sacerdoti il disporre per testamento dei beni acquistati. Che ne seguì? i loro possedimenti aumentarono a dismisura; ma di rimpatto le elezioni restavano più indipendenti dai laici quando non era mestieri vivere delle costoro limosine; oltrechè quei tesori erano un fondo per soccorrere poveri, alzar chiese, decorare il culto, alimentare parroci di plebi povere e remote[160].

Per lungo tempo sacerdoti e vescovi non vestivano diverso dai secolari; tanto che sant'Ambrogio alcune volte era scambiato per suo fratello Satiro, egli vescovo per un laico[161]. La veste talare e la cappa che i sacerdoti conservano fin oggi, erano consuete ai filosofi e a chi non affettava pompa; ed unico distintivo, fuor della chiesa, fu il radersi i capelli, lasciandone solo una corona; il color nero non venne di legge che dopo il secolo XIII. I sacerdoti furono anche schiusi da certe professioni, indi da tutti gli impieghi secolareschi; poi più regolarmente obbligati al celibato.

Nelle persecuzioni si sentì la necessità di rinserrare i legami; laonde le plebi campagnuole, dirette da corepiscopi, si aggregarono a quelle de' capoluoghi, e si formarono in diocesi. Allora, a curare le campagne fu posto un plebano o curione del clero episcopale, e i vescovi gli lasciavano le oblazioni della propria chiesa, vigilando che non le gravasse nè distraesse.

Entrante il V secolo, Roma vantavasi possedere ventiquattro chiese e settantasei sacerdoti: sì scarso era il clero! donde la gran cura perchè nessuno si facesse ordinare fuor di diocesi, nè un prete abbandonasse la sua, o viaggiasse senza dimissoria dell'Ordinario.

Nelle città comuni v'aveva una chiesa sola e una messa; due, se soverchia l'affluenza; ma sarebbesi considerata scismatica una riunione di fedeli senza il vescovo. Roma, e forse qualche altra gran città, contavano più d'una parrocchia, con un prete il quale distribuiva l'eucaristia consacrata dal vescovo; nè potea scomunicare o assolvere. Lo sconcio di mandar attorno le sacrosante specie fece permettere la consacrazione anche ai plebani, che infine amministrarono pure gli altri sacramenti, eccetto l'ordine, la cresima e l'assoluzione d'alcuni casi; regolarono tutti gl'interessi spirituali della propria chiesa; ed essendo d'istituzione divina, non poteano rimoversi che per giuridica sentenza.

Ordinariamente il più vecchio dicevasi arciprete, somigliante al vicario generale d'oggi. Gli arcidiaconi, braccio destro del vescovo, amministravano i beni della cattedrale, ne distribuivano le limosine, presentavano gli ordinandi. Già nel IV secolo troviamo nella Chiesa latina, diaconi, suddiaconi, acoliti, esorcisti, ostiarj: gerarchia, nella quale si determinavano sempre meglio i doveri, gli onori e la graduale giurisdizione.

Concentrata l'autorità ne' vescovi, questi furono obbligati alla residenza, e a non rimanere assenti più di tre settimane; e paragonando l'episcopato ad uno sposalizio, gli si applicò la legge del divorzio, proibendo il mutarsi da una sede all'altra, quando nol prefiggesse il bene universale: troncando così le brighe per posti migliori. Doveano poi girare la diocesi, nel che univasi all'interesse delle anime il materiale, poichè allora dalle chiese forensi raccoglievano le oblazioni depostevi nell'annata.

Sul principio non appare gradazione tra i vescovi, dipendendo solo dalla sede romana; poi quelli delle varie chiese cercarono forza col sottoporsi a quello della città più illustre per martiri o per fondazione apostolica. Egli s'intitolava metropolita o arcivescovo; era distinto col pallio, striscia che dal collo cade sul petto e fra le spalle; e non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della provincia, per ciò chiamati suffraganei; li consacrava prima che entrassero in funzione, rivedeva le decisioni loro, vigilava sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.

Morto un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote per amministrare in sede vacante, il quale determinava un giorno in cui si radunassero altri vescovi, alla cui presenza il clero proponeva, e l'assemblea dei decurioni e del popolo eleggeva il successore. La nomina non diventava legale finchè non l'avessero approvata i suffraganei, e confermata il metropolita.

Il vescovo era di preferenza scelto fra laici o sacerdoti, battezzati e cresciuti nella chiesa stessa, in modo ch'egli conoscesse le sue pecore ed esse lui. Distruggere le reliquie del paganesimo e serbar intemerata la fede, era sua suprema cura: ma la condizione dei tempi gli accollò i pesi, a cui si sottraevano le fiaccate autorità temporali. Il vescovo allora diviene ogni cosa: egli battezza, confessa, impone le penitenze pubbliche e private, scomunica e ribenedice; egli visita infermi, suffraga morti, amministra i beni del suo clero; egli s'applica alle scienze e alla storia, pubblica trattati di teologia, di morale, di disciplina; egli sostiene controversie con eretici e filosofi, risponde a consulti d'altri vescovi, di chiese, di monaci, di privati; egli va a mitigare i Barbari e gli usurpatori, o a sedere ne' concilj; egli riscatta prigionieri, nutrica poveri, vedove, orfani, fonda ospizj e spedali; egli fa da arbitro, da giudice di pace, da ambasciatore; congiunge insomma il potere religioso, il filosofico, il politico.

La venerazione traeva spontaneamente le plebi alla giurisdizione arbitrale de' vescovi, i quali consumavano intere giornate a decidere piati, sin de' Pagani; e positiva legge imperiale ordinò ai magistrati d'eseguire le decisioni vescovili. Queste, non facendo distinzion di persone e disimpacciate dalle solennità giuridiche, riconducevano il diritto alla ragione e all'equità, tenendo conto della buona fede più che della stretta parola, de' precetti religiosi e morali più che de' civili, e carità e verità opponendo allo spirito contenzioso. Come patrono de' deboli, il vescovo interponeasi fra il padrone e lo schiavo, fra il padre e i figli, rimediando alle legali iniquità. I Governi municipali erano abbandonati dai decurioni? vescovi e sacerdoti gli assumevano, trovandosi dovunque bisognasse vigilare, dirigere, confortare. Onorato di Novara fortificò alcuni posti a guisa di alloggiamenti militari, per ischermo della sua plebe, quando da Odoacre e da Teodorico era osteggiata. Fu tratto alle chiese il privilegio che i tempj e i sacri boschi idolatri avevano di proteggere i delinquenti.

Non era dunque l'ingerenza temporale de' sacerdoti un'usurpazione, non la toglievano ad alcuno, non l'aveano chiesta, non vi furono destinati; nacque il bisogno, e si trovarono pronti, dal cristianesimo traendo e il diritto e i mezzi di far ciò che giova all'uomo. Eppure questo è vulgare tema di declamazioni ai propugnatori di quella che chiamano libertà delle corone. Se all'età nostra convenga mettere non solo ogni potere, ma perfino le coscienze a disposizione di quell'ente astratto che chiamano il Governo, lo discutano i savj, e i non savj lo imparino dall'esperienza. La storia ci mostra che la Chiesa raccoglieva non gli onori ma i pesi del potere, lasciati cascare dell'autorità laica; interponendosi fra i conquistatori e i vinti, a quelli predicava la pietà, a questi la pazienza; offriva tutori alle società rimbambite, consiglieri alle nuove; le ultime qualità fiaccate e disperse dei Romani fondeva insieme colle rozze e robuste de' Barbari; rimediava ai vizj dei primi, educava la grossolanità degli altri; ritemprava la fiacchezza degli intelletti colla severità de' suoi comandi; rannodava le comunicazioni fra le provincie separate; e nello scompagnamento universale ristabiliva il dogma dell'autorità, cioè d'un potere ammesso e consentito dalle anime; mostrava un ordine stabilito, un Governo senza violenza, un sistema unitario e repubblicano, dove la moltitudine non divien confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diviene tirannia perchè è moltitudine. Così la Chiesa si assodava come pubblica podestà, come repubblica morale; vero Governo libero, cioè che non sottraeva dalle regole, ma mutava la cieca sommessione in ragionevole obbedienza, il supplizio in espiazione.

Alle maschie fantasie dei Barbari le austere virtù dei monaci destavano ammirazione, e ispiravano alto concetto d'una religione, capace di recare a sì grandi sacrifizj. Durante ancora l'Impero, molti rifuggivano nella solitudine, bisogno delle anime nauseate dalla corruzione o frante dalla tempesta, e così sottraevansi a un mondo che non occupava la loro industria, stomacava la loro ragione, accumulava i patimenti. Era fervore di servir Dio per Dio; non conseguenza di calcoli o artifizj domestici, come quelli che dappoi popolarono i monasteri d'anime annojate e mediocri; pure, tostochè la pace lasciò intiepidire lo zelo, vi si mescolarono umane passioni; e voltate le spalle al mondo per darsi a Dio, tornavasi da questo a quello, brigando, scompigliando, per modo che gl'imperatori dovettero vietare agli anacoreti di venire nelle città.

L'Occidente nostro, dedito all'operosità, non prezzò gran fatto l'ascetica esaltazione; quegli stessi che si diedero alla vita monastica[162], non procacciarono tanto la contemplazione e il distacco dalla società, quanto il viver comune nella preghiera, ne' devoti colloquj; non tanto la macerazione e il silenzio, come la discussione, lo studio, la fratellevole operosità. In questo senso fu dettata in Italia una regola che poi prevalse alle altre, e porse indirizzo ai divergenti impulsi della particolare divozione od austerità.

Autore ne fu Benedetto da Norcia nello Spoletino (480). Nato riccamente, venuto di dodici anni in Roma a studio, potè comparare l'antica grandezza colla presente abjezione; e tediato d'un mondo sovvertito, ricoverò di quattordici anni, colla nudrice Cirilla, in una caverna a Subiaco, che poi col nome di Sacro Speco divenne magnifica per edifizio e affollata per devozione. Colà mantenuto da miracoli, ignorava persino che giorni corressero; ma ortiche e spine a fatica mortificavano la carne ricalcitrante. Prodigi segnalarono ogni passo del giovinetto, che acquistò nome fra' vicini pastori, indi fra' lontani, tanto che alcuni monaci di Vicovaro il vollero per capo. Negò egli un pezzo por mano fra i troppi bronchi di quel convento; pure alfine accettò, e si accinse vigoroso a riformarlo (510); di che disgustati, essi tentarono avvelenarlo nel calice, ma questo alla sua benedizione andò a pezzi, ed egli esclamò: — Dio vel perdoni, fratelli. Non ve lo avevo detto che non ci saremmo potuti accordare? Cercate un superiore che meglio vi convenga»; e tornò alla solitudine di Subiaco.

Ma più non era solitudine. Da presso e da lontano, laici e sacerdoti, villani e cittadini traevano a udirlo e consultarlo e fargli quella riverenza che a santo; Equizio e Tertullo, nobili romani, gli mandarono i loro figliuoli Mauro e Placido, che divennero i primi suoi discepoli; e fondati dodici monasteri là intorno (529), ciascuno di dodici monaci, vi faceva sperimento della regola che ideava. Qui pure bersagliato dall'invidia, ritirossi con Placido e Mauro là dove, dalle sponde della Melfa, Montecassino sollevasi in una delle più deliziose posture, offrendo il prospetto delle amene valli che serpeggiano tra i selvaggi Appennini dell'Abruzzo, finchè si dilatano nella fertile Campania. In questo luogo di mercato (Forum Casinum) ancora stavano in piedi il tempio e la statua d'Apollo; e Benedetto, estirpata l'idolatria e raccolti nuovi discepoli, fondò un monastero sull'altura, e non men coll'esempio degli atti che colle direzioni della prudenza vi pose in atto la sua regola.

Parrà indegna di attento e spassionato esame questa legislazione, nuova negli annali dell'umanità, e che operò per più tempo e su maggiori individui che non molte altre antiche e nuove? Tutto v'è democratico, tutto elettivo; ogni monaco salire al primo grado; acciocchè la nascita non rechi distinzione, si dimentica pur il nome di famiglia; l'eguaglianza sarà mantenuta dalla comunione de' possessi. In tempo che l'ozio era decoroso, e sordido il lavorare, Benedetto intima alla sua repubblica: — Il far nulla è nemico dell'anima, e per conseguenza i fratelli devono alquante ore occupar in lavori di mani, altre in pie letture; e se la povertà del luogo, la necessità o il ricolto dei frutti li tiene costantemente occupati, non ne stiano in pena, giacchè veri monaci sono se vivono delle proprie mani, come usarono i Padri e gli Apostoli: ma ogni cosa facciasi con misura per riguardo ai deboli».

Al quale obbligo adempiendo, i monaci domesticarono i terreni attigui ai loro monasteri: la prosperità de' quali essendo intento comune e trasmesso ai successori, poteano compier opere cui non bastano la vita e i mezzi d'un proprietario; ed uno s'accorgea d'avvicinarsi a un monastero quando vedesse campagne ben colte, anguillari di viti, e frutteti, e rigagnoli ad arte guidati. Le terre loro andavano esenti dalle contribuzioni; non amministrate dalla cupidigia privata, lasciavano maggior agiatezza al villano; talchè come un privilegio guardavasi l'esser messo a servigio d'un monastero. Quando poi deposero la zappa, presero lo stilo e le tavolette (graphium et tabulæ) che la regola imponeva a tutti di avere, copiarono libri, e ci conservarono i classici: poscia eressero magnifici chiostri, nei quali si ricoverarono le arti e la letteratura, e ai quali il secolo volge ancora l'ammirazione, dopo dimenticato quanto giovarono al vulgo.

L'abate era scelto dai monaci e tra essi; ma una volta eletto, acquistava potere assoluto, sebbene obbligato a interrogare i fratelli ne' casi più gravi. La virtù nuova introdotta nella società da quel precetto del Vangelo Obbedite ai vostri capi, fu spinta fino alla più assoluta abnegazione. «Se comando difficile od impossibile sia dato ad un fratello, lo riceva con dolcezza e docilità. Se trascenda affatto le sue forze, l'esponga sommessamente, non inorgogliendo, non ostando, non contraddicendo. Che se dopo la sua rimostranza il priore persista, il discepolo sappia che così dev'essere, e confidando nel Signore obbedisca» (cap. 68).

Così ogni volontà individuale era sottomessa a una sola, nè doveva il frate «avere in proprio potere il corpo nè la volontà» (cap. 33). L'abbate comandava, puniva, premiava, mutava di luogo e destinazione, finiva i litigi, castigava i renitenti. Nè però era egli un tiranno, giacchè trovavasi costretto dalle costituzioni del monastero e dalle consuetudini, che si consultavano ad ogni dubbio, e che determinavano le più minute particolarità della vita; come vestire, quando radersi o lavarsi, in che giorni all'erbe e alle fave aggiungere leccornìa di olio o di grasso, o il frugal desco rallegrare d'ova, pesci, frutte. Ai disobbedienti toccava dapprima l'ammonizione, poi la correzione in pubblico, poi la scomunica, cioè l'isolamento nel lavoro e nella preghiera: ai pertinaci il digiuno e anche pene corporali, e per ultimo l'espulsione.

Il mutamento più segnalato che Benedetto introdusse nella vita monastica, fu la perpetuità dei voti solenni. Per farli, era necessario conoscere quel che si prometteva, e in conseguenza durare un tirocinio, ove per un anno leggevasi ai novizj più volte la regola, onde assicurarsi che avrebbero e voglia e capacità di sostenerne i pesi; e venivano esercitati in mortificazioni, in esperimenti faticosi, e fin vani e puerili, ma diretti a ottenere il trionfo dello spirito sopra la materia, e la libertà vera che consiste nel padroneggiar le passioni.

Il vestire, quale costumavasi nel paese; e per trovarsi pronti al tocco del mattutino, nol deponevano neppur la notte, eccetto il coltello. I frati erano laici, nè lo stesso Benedetto ricevè gli ordini: «che se qualche prete chieda entrarvi (dic'egli), non gli si consenta agevolmente la domanda; se poi persiste, tengasi obbligato alle discipline senza alcuna dispensa».

Oppresso dai Longobardi, l'Italiano potea farsi frate, e subito diventava di valor superiore al dominante. È ben naturale che quella società nella società imponesse condizioni a chi vi entrava, e prima era l'eguaglianza, talchè Rachi già re longobardo, e Carlomanno già re dei Franchi restavano indistinti da qualunque altro benedettino.

Insomma quella regola era un compendio e un'applicazione del cristianesimo, delle istituzioni dei santi padri, de' consigli di perfezione. Ivi eminenti la prudenza, la semplicità; ivi coraggio e umiltà, libertà e dipendenza, tutto fondato sul sagrifizio, sull'obbedienza, sul lavoro; e di sotto alla severità generale trapela una moderazione, una dolcezza, un retto senso, da supplire a quel che ponno desiderarvi i secoli più colti. Cosimo de' Medici ed altri legislatori aveano sempre alla mano la regola di san Benedetto, tanto l'occhio esperto vi ravvisa secreti di vera economia politica; e i bisogni dell'anima sono armonizzati a tutti i gradi coll'attività necessaria al corpo[163].

Totila, traversando in guerra la Campania, volle vedere Benedetto; e per accertare se veramente e' fosse dotato di profetico lume, si pose indistinto nel corteggio: ma il santo, a lui difilatosi, il rimbrottò delle vendette che usava, e gli predisse vicina la sua fine, intimandogli di prepararvisi con opere di penitenza e di riparazione. Questo ed altri assai fatti ci furono trasmessi da insigni storici che (non ultima fortuna) sortì san Benedetto, cioè Gregorio Magno allora, poi il Mabillon; e le arti belle nel risorgimento, poi nel massimo loro splendore li riprodussero e perpetuarono per tutto il mondo, ma in nessun luogo più commoventi che a Montecassino, cuna ed asilo il più venerato dell'Ordine suo.

Qui l'aspetto di fortezza dato al convento, che più volte fu costretto a respingere le incursioni, e più vi soccombette; la lautezza di possessi, attestata dai titoli scritti sopra ruderi antichi, radunativi da ogni parte; la suntuosità dell'edifizio, adorno di quanto san fare di meglio pennello e scarpello; la memoria dei dotti, che ne' secoli più oscuri vi trovarono ricovero; la dovizia di documenti e di libri, fanno mirabile contrasto colla primitiva celletta del santo, e col povero sepolcro ove dormì fin quando la furia saracina non turbò le sue ossa; e l'uomo che ascende lassù tra ammirato, curioso e devoto, può leggervi intiera la storia dell'Ordine, che fu il principale dei tanti che s'introdussero.

Quantunque la regola di san Benedetto tendesse a fortificare le anime colla preghiera, col lavoro, colla solitudine, più che alla scienza divina e all'apostolato, i papi vi trovarono i missionanti più fervorosi, e un asilo la scienza; talchè ai Benedettini toccò la triplice gloria di convertire l'Europa al cristianesimo, disselvatichirne i deserti, conservare e riaccendere la letteratura.

I conventi diventavano centri d'attività e asili della libertà. Erano (si dice) forse braccia sottratte al lavoro. Erano (dico io) forse braccia tolte al delitto e all'assassinio; e già gran cosa dee parere l'incatenar le passioni e spegnere il vizio in tempi che non v'avea carceri, ergastoli, polizia, e l'altro corredo di cui superbiscono i popoli colti. Il mondo non avea ricoveri, non unione o sicurezza; dove convivere, dove discutere tranquillamente, dove meditare sopra di sè e degli altri? ed ecco i monasteri offrivano una vita tutta sociale, tutta operosa, per isvolgere l'intelletto, propagar le idee, meditare, istruire. Mentre per tutto regnavano la prepotenza e le spade, ciascun monastero gelosamente conservava una costituzione sua particolare, ed eleggeva i proprj superiori e uffiziali, senza impaccio di re o di baroni: ad esse comunanze molti aspiravano partecipare senza legarvisi, come i forestieri in antico invocavano la cittadinanza di Roma; e borghesi e signori offrivansi al convento (oblati); facevansi registrare nel ruolo di quello, per partecipare alle preci nella vita spirituale, e ai privilegi nella temporale; e morendo voleano aver indosso l'abito di quell'Ordine, ed essere sepolti nella chiesa o nel cimitero dei monaci.

Spiccati dal mondo, i monaci pareano non avere altri avi che gli antecessori loro, altro desiderio che l'ampliazione del convento e dell'Ordine: molti impoverirono non soltanto sè ma i parenti per arricchire la propria comunità; gli atti di donazione conservavansi con somma gelosia; s'arrivò persino a fingerne; e chi rivocasse in dubbio un loro possesso, guardavasi come sacrilego e nemico dei poveri e di Cristo.

Ogni convento procuravasi un santo venerato, tesoro spirituale insieme e temporale; i devoti accorrevano a riverirlo, e quasi non dissi adorarlo; il concorso allettava i mercati, formavasi una fiera in sul sagrato, sicura dagli assalti de' masnadieri e dalle avanie del barone. L'abate di Nonantola mandava ogni anno alle monache di San Michele arcangelo in Firenze dodici ancelle con lino e lana per essere ammaestrate al tessere. Gli Umiliati di Milano divennero la compagnia più trafficante in lana e panni. I monaci di san Benedetto Polirono presso Mantova occupavano più di tremila paja di bovi ai campi. Ai Cistercensi è dovuto l'esser ridotte a pinguissima coltura le ghiaje e le paludi del basso Milanese e del Lodigiano.

Arricchito, il monastero voleva anche abbellirsi; e le arti, sbigottite dall'ululato barbarico e dall'insulto ignorante, ricoveravano tra' monaci ad erigere chiese, a storiarvi le virtù e i martirj del patrono.

Intanto l'individuo vi si conservava povero, sulla mensa non vedeva leccornìe, nulla poteva dir mio; disputossi perfino se fosse proprietà di ciascuno il pane che mangiava: indigenza volontaria, opposta all'orgoglio disumano della ricchezza, non meno che alla stupida disperazione della miserabilità. Mentre dappertutto era confusione d'uffizj e di giurisdizione, colà regnava l'ordine; determinato chi avesse ad obbedire e a comandare, chi copiar libri, chi predicare, chi sopravvedere il granajo, la vendemmia, la cucina, chi raccorre i pellegrini o visitare gl'infermi, chi intonar salmi, chi fare scuola.

Delle derrate che dava per obbligo al padrone, il villano non riceveva ricambio; il penzolo d'uva o il covone di grano che spontaneo offeriva ai monaci, veniva restituito ad usura nelle limosine prodigate ai bisognosi; a tacere le piccole attenzioni, i ristori del cuore che nessun denaro ripaga. Mentre la guerra fervea sulle campagne, e due padroni l'un peggio dell'altro si disputavano i campi suoi, qual conforto dovea provare il villano nell'affissarsi alla quiete dei monasteri, e pensare che colà troverebbe in ogni caso un asilo, e la pace che gli armati non sapevano assicurare ai castelli! Una zuppa era pronta per chiunque la chiedesse; e quanti dei nostri padri, spogliati d'ogni avere, saranno vissuti solo del tozzo conceduto dal monastero in nome di Dio! Le spettacolose declamazioni d'una scienza senza viscere contro l'improvvida profusione dei frati, o i sogghigni d'una beffarda leggerezza contro l'ingordigia loro, sono soffogati dai gemiti o dagli urli della poveraglia sempre crescente, quanto più sviene lo spirito cristiano, e l'economia politica si separa dalla carità.

Lusingati da quella sicurezza, accorreano artigiani e contadini, e attorno al convento formavasi presto un villaggio; e molte città nel titolo di un santo conservano l'impronta di tale origine. Ivi ancora ricovravansi quei che s'erano disingannati delle terrene grandezze, o che n'erano stati respinti; vedove che col marito aveano perduto il lustro di lor dignità; spose tradite o rejette; femmine rimesse in onestà; dotti delusi nella vanità letteraria; i gran pensieri, i gran dolori, i grandi rimorsi; e tutti vi portavano tributo di ricchezze, di dottrina, d'affetti, di virtù.

Lo scherno sguajato onde i gaudenti accompagnano il nome di frate, dovea farci tacere questa fra le glorie nostre? dovrà farci trasandare una classe tanto numerosa d'Italiani, e un'efficacia così poderosa sui destini anche politici del nostro paese; e trapassare inosservata la capanna, dove i nostri poveri padri ricoveravano la testa, minacciata dal Barbaro o dal barone?