CAPITOLO LXIII. I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?
Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?
Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti, non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai vincitori di conculcare affatto la umana natura.
Se i Barbari, dilagando sulla nostra patria, avessero scontrato tanta patriottica ostinazione quanta Annibale o Pirro, sarebbe nata guerra di sterminio, dove una delle parti avrebbe dovuto soccombere: qual delle due non è difficile il prevederlo, chi avverta come la germanica migrazione continuasse da secoli senza esaurirsi. Sarebbe dunque avvenuto dell'Europa come più tardi dell'Asia e dell'Africa, donde gli Arabi svelsero ogni radice dell'anteriore civiltà. All'incontro i Barbari (eccettuiamo sempre gli Unni, che comparvero, distrussero e si dileguarono) arrivavano in Italia già cristiani, cioè accolti in una fratellanza che dava diritti e imponeva doveri.
Per quanto infelice fosse dunque la condizione cui trovaronsi ridotti i vinti in Italia, non va paragonata a quella che fecero, per esempio, all'Asia i Turchi, o all'America gli Spagnuoli. Qui, oltre il clero, si trovavano nobili, operaj, minuti possessori, coloni e schiavi. Al popolo basso generalmente dovette parere che i Barbari recassero un sollievo da quella concatenata oppressione fiscale. Degli schiavi gran parte nelle prime correrie fu rapita; ai restanti poco caleva a qual signore servissero, fatati alla miseria. Altrettanto dicasi dei coloni, che nulla avevano a perdere, e non di rado vantaggiavano. Della nobiltà patrizia romana aveano già fatto sterminio gl'imperatori; allora i Barbari l'annichilirono, giacchè, non trovandola buona ad alcuna delle arti di cui essi aveano mestieri, non le usavano que' riguardi che agli agricoli ed agli artigiani; sicchè della primitiva conquista rimase levata ogni traccia. Della nobiltà nuova formatasi nelle provincie, alcuni s'appigliarono alla fortuna de' vincitori, per trarne qualche porzione a proprio vantaggio: i più, umiliati, scaduti dalle dignità, spogli in parte o in tutto dei beni, sentivano repugnanza pei conquistatori, e faceano opposizione con quel poco di potere che ad essi era rimasto nelle curie; talvolta anche rimbalzavano contro gli oppressori, come vedemmo tentarsi sotto i Goti; altri si ritiravano nelle vaste e lontane tenute in mezzo a coloni e clienti, sperandosi dimenticati.
La civiltà romana, dovunque arrivasse, si sovrapponeva alle leggi, ai costumi, alla religione, alla lingua nazionale, per modo che pochi secoli di dominio cancellavano quasi ogni orma delle istituzioni dei popoli sottomessi e assimilati. I Germani al contrario, invadendo il nostro paese, sentivano quanto una civiltà sistemata fosse superiore ad una barbarie incomposta; sprezzavano i Romani individualmente, ma concepivano, se non rispetto, almeno meraviglia dinanzi a quei superbi edifizj, agli acquedotti, agli anfiteatri, alla regolare gerarchia de' poteri. Fissandosi poi sulle terre romane, e col diventare proprietarj acquistando relazioni più complicate e durevoli, comprendevano la necessità di regolamenti più estesi; e poichè la legislazione romana glieli offeriva, mentre abbattevano l'ordine politico, vagheggiavano il sociale, ed anche mettendo al giogo i Romani, si confessavano ad essi inferiori, e s'ingegnavano d'imitarli.
Non privavano dunque i vinti della libertà naturale riducendoli schiavi; e talvolta neppure affatto della civile. Questo, che era generosità rara fra gli antichi, qui veniva dall'esercitarsi i due popoli in diverso genere d'industria; nell'armi i vincitori; i vinti ne' campi, nelle arti, negli studj. Teodorico usò in insigni uffizj Cassiodoro, Boezio, Simmaco; altri Barbari si valsero certo dell'opera di Romani; e sebbene de' Longobardi non sia detto, li vediamo però dettare le proprie leggi in latino: queste leggi modificare alla romana; stabilire un sistema fiscale complesso, qual non avrebbero potuto se non col sussidio de' vinti.
Nè per questo il vinto entrava nella società de' vincitori. Adoprato per bisogno non per onoranza, rimaneva escluso dalle armi, e da ciò che fra i Germani n'è conseguenza, la giurisdizione e l'amministrazione; solo per grazia speciale alcuno veniva ammesso fra i vincitori, consentendogli il titolo di convittore del re.
I beni de' natii furono divisi in ragione diversa ne' diversi paesi: i Visigoti tolsero ai possessori due terzi dei campi, degli schiavi, degli animali domestici e degli strumenti di lavoro[126]; i Borgognoni, metà delle corti e dei giardini, due terzi delle terre lavorate, un terzo degli schiavi, lasciando in comune le foreste. Gli ausiliari degli ultimi imperatori chiesero in Italia un terzo de' terreni, e avuto il no, deposero l'ultimo cesare d'Occidente, e ottennero da Odoacre ciò che Augustolo avea negato. Gli Ostrogoti sopragiunti occuparono anch'essi un terzo.
Togliere metà o un terzo dei terreni a gente decimata dalla guerra, ed esonerarla con ciò dal tributo, che sotto i Romani esorbitava a segno da far sovente abbandonare al fisco le tenute istesse, parrebbe tutt'altro che abuso di brutale vincitore. Se fosse poi vero che il Germano, indocile alla fatica dei campi, non esigesse che il terzo dei frutti, sarebbe un sistema più mite di quanto si pratica oggi nella nostra campagna. Ma una partigione fatta da conquistatori sopra gente che non ha armi nè rappresentanza per francheggiare i proprj diritti, può ella immaginarsi altrimenti che come una grande violenza, esercitata parzialmente da ciascun capo nel paese o nel villaggio dove infiggeva la sua lancia?
Inoltre, i Goti toglievano que' possessi dal pubblico dominio, o da possedimenti privati? Se dai privati, come pare, che cosa intende Teodorico quando asserisce un ricco Goto equivalere a un Romano povero? Perchè gl'invasori soprarrivati occupassero i terreni stessi dei conquistatori precedenti, converrebbe supporre i Goti tanti appunto di numero, quanti gli Eruli e i Turcilingi d'Odoacre; e che avessero catasto e misuratori e una regolarità di possessi, affatto inconciliabile colla condizione di Barbari. Poi, se al primo entrare ciascun Barbaro diveniva possessore, come spropriava altri via via che faceasi nuove conquiste? e se la misura non fosse stata equa, come avrebbe potuto richiamarsene il prisco possessore? e davanti a chi? e come tutelava egli i proprj confini? Poi delle proprietà dei Goti cosa avvenne, quando i Greci gli ebbero vinti? e di quelle dei tanti caduti in guerra sì micidiale? Può mai immaginarsi che, fra tanto scompiglio, venissero restituiti ai primi signori? Potrebbesi credere che cadessero al fisco; ma nella prammatica di Giustiniano non v'ha motto di oggetto sì rilevante.
I Longobardi occupano essi pure un terzo, ma in peggior ragione: poichè, se i Goti contribuivano alle spese della coltura ne' campi invasi, questi levavano un terzo lordo dei frutti, modo di costringere i più a ridursi servi, se già nol fossero per sistema.
E qui si presenta una controversia famosa sulla bontà de' Longobardi. Il terrore chiamava torrenti e diluvj le invasioni; la compassione esagerava gli sterminj, tanto che papa Gregorio Magno dice, l'umana stirpe, folta in Italia come campo di biada, restò allora guasta ed uccisa, e tutto il paese converso in deserto, popolato solo di fiere. Noi sappiamo storicamente che la popolazione dell'Italia ancora romana era tutt'altro che numerosa; oltre che un fiero contagio l'avea desolata poco prima dell'arrivo de' Longobardi[127]. Per quante poi sieno le violenze particolari, v'è poca ragione di credere a uno sterminio sistematico, dal quale al vincitore non sarebbe derivata altra conseguenza, che di ridurre incolte le campagne.
Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva, nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura ove gli talentasse»[128].
Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera, quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.
Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti, racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori; e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].
A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica. Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario, come avevano fatto cogli ospiti Eruli o Goti, per costituirne le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de' Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad aldj, cioè manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero cattolico[131].
Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso, quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de' Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi d'Antiochia o di Laodicea.
Allegasi pure una Teodota, di stirpe senatoria, la quale non potè sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge romana, cioè d'origine italica.
Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori, conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non mai di origine.
Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata, mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba. Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re. Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (salutes) ed una sull'industria[135].
Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde: silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto, tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse tante leggi, quanti erano i popoli invasori.
Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti impetri dalla clemenza del re».
Questo cenno non concerne il popolo vinto, ma chi veniva di fuori; e indica che il privilegio non era inusato. Coll'andare del tempo si moltiplicarono i contatti degli invasori coi popoli rimasti; i Longobardi rimisero della primitiva ferità, massime dopo convertiti al cattolicismo; onde allora fu forse consentito ad alcuno avveniticcio di conservare la legge nazionale[138]. Quando poi nel paese nostro si assisero i Franchi e Tedeschi, ognuno conservava il proprio diritto; dal che nasceva grande varietà, e per conseguenza ne' contratti o giudizj si specificava sotto quale vivessero i contraenti o i giudicati. Da ciò le così dette professioni di legge[139]: sotto il qual nome di legge non intenderei veruno speciale e prefinito corpo di istituzioni, ma in generale il diritto, le consuetudini, annesse al fondo che i contraenti possedevano.
Indietreggiando quest'uso ai primi tempi della conquista, alcuno asserì che i Longobardi lasciassero in arbitrio di ciascuno lo scegliere secondo qual legge volesse vivere. Ma qual tirannide sarebbe cotesta, dove il vincitore permette ai vinti di entrare a parte de' suoi diritti medesimi? di porsi, pur che lo vogliano, nella classe de' dominatori? Poi, che cosa significherebbe cotesto vivere a legge romana? una legge suppone uffizj e attribuzioni, che la conquista aveva cancellato. L'essere i nostri divenuti tributarj e dipendenti da un altro popolo, introduceva relazioni affatto nuove: come poteano quelle venir regolate colla legge romana? come sussisteva questa, dacchè erano cessati coloro che poteano secondo le occorrenze modificarla? Poi, è costante fra i Barbari che la podestà giudiziale stia congiunta col militare: esclusi i Romani da questo, come potevano quella ottenere?[140] Le pene, che presso i Barbari si riducono per lo più a multe e composizioni, come applicarsi al Romano, le cui leggi vanno su tutt'altro piede?
Se fosse vero che i Longobardi lasciassero la legge antica ai vinti, a chi avrebbero questi potuto ricorrere perchè un vincitore fosse punito dell'omicidio o d'altra violenza? se si fosse punito il Longobardo colla multa, e il Romano con pene afflittive, non si stabiliva già un'enorme differenza? e avrebbe potuto testar il Romano, e non il Longobardo? sarebbe rimasta in tutela perpetua la donna longobarda, e non quella del vinto? come risolversi le liti de' Romani per testimonj e prove, quelle de' Longobardi per duello e per altri giudizj di Dio? e ciò in un paese solo, sotto l'autorità di un medesimo re! Il diritto suppone la forza di proteggerlo: e i Romani aveano da un pezzo dismesse per uso le armi; allora gliele toglieva la costituzione de' vincitori.
Tra le leggi longobarde, una del 727 di re Liutprando stanzia che, chi fa un contratto, dichiari secondo qual legge intenda stipulare: dal che pure si volle argomentare restasse libera ad ognuno la scelta della legge[141]. Ma si rifletta che, anche secondo il gius romano, v'ha atti, la cui erezione non interessa direttamente lo Stato, e perciò i cittadini possono in essi preferire quali formole e modi più vogliano. Appunto simili contratti privati ha di mira Liutprando quando ordina che, nel formolarli, i notari s'attengano al diritto delle parti, senza però escludere speciali convenzioni fra esse, nè quelle regole secondarie, da cui ciascuno può innocuamente dipartirsi. Tant'è ciò vero, che pari facoltà non accorda pe' testamenti, attesochè questi sono di pubblico diritto. Liutprando inoltre veniva assai dopo la conquista, e tendeva a introdurre nel gius longobardo quanto potesse convenirgli del romano: laonde permetteva a' suoi di ricorrere a questo più ampio e scientifico, per via di accordi reciproci davanti a notari; al tempo stesso faceva arbitrio ai Romani contraenti di valersi della legge propria, anzichè della longobarda come prima sembra fossero obbligati. È un passo verso l'eguagliamento delle due stirpi: ma non indica in verun modo che la vinta conservasse il patrio diritto; attesta anzi che, fin allora, si era usato il contrario.
Molto più tardi, vertendo lite fra papa Eugenio II e il popolo di Roma, l'imperatore Lodovico il Pio mandò alla città suo figlio Lotario, «acciocchè la pace col nuovo pontefice e col popolo romano stabilisse e confermasse». Lotario in tale occasione emendò lo statuto del popolo romano coll'assenso del pontefice[142]; e un capitolo d'essa riforma ordina s'interroghi il senato e il popolo romano con qual legge vogliono vivere, e questa si conservi, o se la violano ne siano puniti. Ma primieramente questo è caso speciale, e non si riferisce che a Roma e al suo ducato, non mai conquistati, ove dunque duravano le magistrature all'antica, e sempre erasi conservata la legge romana[143]; sicchè l'orgoglio de' Barbari non restava leso dal dover rinunziare alla propria. Probabilmente poi fu data la scelta per quell'unica volta, quando trattavasi di dettare una legislazione nuova; e optato per una legge, a quella dovettero attenersi anche i discendenti.
Sta dunque, che i vinti italiani non parteciparono al diritto del vincitore se non taluno per privilegio: tant'è ciò vero che, ogniqualvolta la voce de' conquistati può farsi intendere, esprime lamento perchè non siano accomunati anche a loro i privilegi dei dominatori. Abbiam veduto nelle legislazioni barbare alle ingiurie o all'uccisione d'un uomo esser decretato un prezzo differente (guidrigildo), secondo il grado di esso, o la maggiore o minor parte che godeva di cittadinanza. Ne' Franchi l'uccisione d'un cittadino scontavasi col doppio prezzo, che non quella d'un romano possessore: ne' Ripaurj, ducento lire per un cittadino, censessanta per un forestiero germanico, cento per un romano. È una distinzione ingiuriosa, che però, mentre attesta l'inferiorità del vinto, mostra che sussistevano persone romane, formanti parte dello Stato, a segno che il legislatore dovea toglierle in contemplazione. Ma nei Longobardi nessun guidrigildo si trova stabilito pei Romani: il che conferma fossero ridotti alla condizione di aldj, cioè cosa di un padrone, al quale toccava il rifacimento dei danni loro[144].
Non per clemenza dunque, ma per condanna il longobardo legislatore avrebbe lasciato vivere il Romano secondo la propria legge; poichè così lo privava delle cure giuridiche e di tutti i diritti annessi alla qualità di cittadino. I Romani antichi, nulla statuendo sulle nozze de' plebei, poi degli schiavi, le avevano in conto di meri concubinati, spogli di civile legittimità: altrettanto era in quelle degli Italiani sotto ai Longobardi, rispettate solo dalla Chiesa che le benedicea. Così argomentate degli altri contratti. E se pur fosse che porzione delle leggi romane continuasse ad aver vigore, dovette esser solo di gius privato, non trovandosi magistrati che le applicassero, nè sanzione.
Diverso il caso per gli ecclesiastici. Tra essi il tipo giuridico universale prevalse in ogni tempo sopra il locale; nè le leggi canoniche, modellate sulle romane, mettono divario di paese o di razza; poi conservavano curie proprie, davanti alle quali essi facevano i loro atti, dibattevano e risolvevano da sè i loro litigj, non mancando neppure di mezzi per far eseguire le sentenze. Pure anche i cherici seguivano forse generalmente la legge della propria nazione, e alla romana s'attenevano solo nelle cose ecclesiastiche, e massime ne' privilegi concessi dalle costituzioni imperiali[145]. Certo in Italia ricorrono frequenti prove di diritto longobardo seguito da conventi e da cherici; il privilegio dei quali consisteva forse soltanto nel potere, se romani, dalla condizione di aldj passare a quella di cittadini longobardi.
Però, in causa appunto di tale trascuranza de' vincitori verso i vinti, crede alcuno che sussistesse un reggimento municipale, per quanto alterato dall'organamento militare de' Longobardi. Ma già vedemmo a qual nullità fossero ridotti i municipj sul fine dell'Impero, quando la più gran cura mettevasi nel buttarsene di dosso i gravissimi pesi: poi fondamento e scopo ne erano i tributi, e questi mutarono affatto natura colla conquista de' Barbari. Sotto i Goti, si rammentano ancora in Italia e curiali e magistrati conservatori della pace[146], perchè quella gente, o per origine o per lunga convivenza, avevano adottato assai maniere romane; in qualche formola de' Franchi vedesi alle curie attribuito il registrare alcuni atti: ma ne' paesi sottoposti ai Longobardi, neppur sì poco compare. Se fosse poi vero che i vinti restassero ripartiti fra i vincitori, cessava di necessità ogni interesse comune, fin quelle cure di ponti, di strade, di beni pubblici, alle quali si restringe il municipio.
Ciò vale pei Romani conquistati e ripartiti. Ma mentre i Longobardi, pochi in numero fin da principio, poi assottigliati nelle guerre continue di due secoli, e sistemati a modo d'esercito, tenevansi aggruppati intorno ai castellari, più confacenti all'indole loro che non le città, la remota campagna e massime i monti restavano alla popolazione indigena, e questa poteva aver conservato qualche ordinamento municipale. Alla romana continuarono a regolarsi le città a mare, e quelle dove Goti e Longobardi non penetrarono o per poco. Quattro o cinque secoli più tardi, venne un istante che le città, dominate o no dai Longobardi, si trovarono riunite nella lega di Lombardia, Marca e Romagna, ed in esse apparvero forme a un bel circa eguali di governo municipale. Ora, chi rifletta che eguali pure le aveano allorchè furono côlte dagl'invasori, inclina a credere che anche le soggiogate dai Longobardi mantenessero alcun modo di reggimento municipale.
Invano però se ne cercherebbe vestigio; nè la condizione dei vinti è possibile indagare nelle leggi che riguardano soli i vincitori, per quanto questi fossero portati a venerare in quelli la dignità del sacerdozio o la superiorità del sapere, e fin costretti di valersi di loro per notari e per compilare le leggi. Chi voglia vedere il popol nostro, lo cerchi ne' mestieri della pace e nella coltivazione de' campi, rimasta agl'inermi. Forse, al modo che i vincitori erano disposti per razze, così i vinti erano per scuole di mestieri, tenute solidalmente garanti del tributo che si doveva al duca o al re.
Nessuno dubiterà che il commercio non patisse fra quelle invasioni; pure non perì affatto, tanta n'è la vitalità; tanto, più de' gravi disastri, gli nuociono gl'improvvidi regolamenti e la sistematica tutela. Teodorico avea procurato favorirlo, destinandovi prefetti in Italia e giudici che spacciassero le liti tra forestieri e paesani, riparando le strade e assicurandole da' masnadieri, allestendo fin mille navi pel trasporto delle merci e la sicurezza delle coste, e allettando negozianti con promesse ed immunità. L'anonimo scoperto dal Valois riferisce di fatto che molti venivano di fuori a mercatare in Italia; che di grani, vini, legumi vi si facea baratto: e le minute cure prese da quel Governo, fin a tassare i prezzi delle merci[147], manifestano economica inesperienza piuttosto che trascuranza. Neppure sotto i Longobardi si cessò d'ogni commercio; anzi andavamo alle fiere di Parigi, ove scontravamo mercadanti sassoni, spagnuoli, provenzali, franchi[148]. Ben è vero che i dominatori introdussero un impaccio, appena tollerabile alla fiacchissima servilità odierna, cioè i passaporti di cui doveva essere munito chiunque andasse per affari[149].
Abbiamo pure un'incidentale menzione dei magistri comacini, architetti o maestri di muro, provenienti dai contorni del lago di Como, che forse per l'abilità loro furono esentati dall'universale ripartizione e dal tributo servile, onde rimasero eguagliati ai liberi, e capaci di pattuire e ricever mercede, ed ebbero licenza di unirsi in una specie di consorzio[150]. Troviamo inoltre costruttori di navigli che re Agilufo mandò al kacano degli Avari. Di medici cade anche frequente menzione nelle leggi, ma nulla consta del loro stato civile. Un pittore Auriperto in Lucca, caro al re Astolfo; un Orso, che co' suoi scolari Giovino e Gioventino scolpì due colonnette del tabernacolo di San Giorgio in val Pulicella, sono i soli ricordi d'artisti; eppure altri servirono ai tanti edifizj di Teodolinda e dei posteriori.
Costoro tutti noi incliniamo a credere appartenessero al popolo vinto. Però col volger del tempo si diedero alla mercatura anche Longobardi, giacchè le leggi d'Astolfo vogliono che i mercadanti si tengano anch'essi allestiti d'arme e cavalli, e vietano sotto pena del guidrigildo (pena meramente longobarda) ai mercadanti del paese di aver affare coi Romani, cioè cogli abitanti dell'Italia non soggiogata[151].
Il popolo vinto può riscontrarsi anche nelle gilde, specie di fraternite che si formavano onde soccorrersi in caso d'incendio o d'altri sinistri, e che forse alcuna volta metteano ostacolo alla brutale prepotenza. Singolarmente il popolo vinto sussisteva ed aveva rappresentanza nella Chiesa, radunandosi per eleggere i vescovi[152] e i parroci suoi, e affezionandosi ai preti e ai monaci, i quali usciti dalla classe degli oppressi, gli oppressi proteggevano e consolavano. Fra questi gli affari ecclesiastici si regolavano colla legge romana, e il Longobardo li lasciava risolvere gl'interni litigi davanti alle curie vescovili. Ora gli ecclesiastici erano fratelli, figli, congiunti del popolo indigeno, e poteano insinuare i principj d'ordine, speciali alla classe loro. Era tenuta per vera una costituzione di Costantino, infirmata solo dalla più tarda critica, la quale prescriveva, se alcuna lite fosse recata a un vescovo da una parte, l'altra parte dovesse stare al giudizio arbitrale di questo. Il conquistatore non la riconosceva legalmente; ma gli ecclesiastici se ne facevano appoggio, e — Il conquistatore non vi curò? ebbene, quando insorga dissidio fra voi, rimettetelo in noi, e coll'equità lo ragguaglieremo. All'ordinamento del Comune, alla polizia il Longobardo non provvide? provvedete voi, secondo le consuetudini di cui avete la tradizione. Quest'irrequieto dominio v'interrompe ogni commercio? ebbene, un giorno la settimana venite al convento, e lì sul sagrato raccoglietevi a comprare e vendere, protetti dall'ecclesiastica immunità. V'insegue il prepotente a spada nuda? dal furor suo ricoveratevi agli asili, che vi apriamo ne' luoghi sacri. Voi, sebbene vinti, siete i buoni credenti, mentre costoro sono ariani; voi siete i figli di Dio in cielo e del papa in terra, il quale vi benedice, mentre riprova la schifosissima e nefandissima stirpe de' Longobardi».
Così intorno all'ecclesiastica, unica autorità paesana sopravissuta, raccoglievansi le speranze e i diritti dei superstiti italiani, e v'acquistavano qualche ordinamento. In ciò nulla v'è per certo che indichi una città, un reggersi a Comune: ma il popolo sussiste, ed è collegato ad una classe rispettata anche dagli invasori, e si solleverà se mai questa arrivi ad ottenere qualche rappresentanza.
Veniva di ciò a vantaggiarsi la potenza de' vescovi, sostenitori del partito nazionale[153]; tanto più che formavano un'unità con tutti i vescovi d'Occidente, e ad essi dirigevansi i papi, e principalmente Gregorio Magno. Duranti le pubbliche calamità eccitava egli i vescovi a convertire i vincitori ariani[154]: — La fraternità vostra esorti dappertutto i Longobardi, che, sovrastando grave mortalità, conciliino alla vera fede i figli battezzati nell'arianismo, affine di placare la collera dell'Onnipotente. Quanti potete, strascinate colla persuasione alla fede retta, predicate loro senza posa l'eterna vita, acciocchè quando comparirete al cospetto del Giudice possiate mostargli il frutto del vostro zelo».
Scrisse anche a Magno prete milanese, confortasse clero e popolo ad eleggere un successore al vescovo Onorato. Magno si condusse a Roma con lettera, dov'era annunziato che i voti concorreano in Costanzio. La lettera non era sottoscritta, perchè i cattolici temeano compromettersi: pure il papa confermò l'eletto, dispensandolo, secondo il privilegio della chiesa ambrosiana, dal venire a' suoi piedi per l'ordinazione; voleva però fosse udito il parere anche dei Milanesi rifuggiti a Genova. Assentendo questi, Costanzio fu vescovo. Lui morto, dovea succedergli Diodato: ma poichè Agilulfo pretendea darne un altro di sua scelta, Gregorio scrisse ai Milanesi di rimaner saldi, ch'egli non accetterebbe mai uno prescelto da acattolici o longobardi. — D'altra parte (soggiunge) non vi troverete a ciò ridotti dalla necessità, attesochè i beni dei chierici che servono a sant'Ambrogio, stanno in Sicilia e in altre parti indipendenti»[155]. Nella Chiesa dunque erasi rifuggita la causa della libertà e della nazionalità; e ve la troveremo gran tempo.
Allora poi che Teodolinda diede trionfo al cattolicesimo, quel che i vescovi in prima facevano arbitrariamente fu legalmente riconosciuto, continuando essi a decidere in affari di volontaria giurisdizione, salvo a recar appello delle loro sentenze al re. Non acquistarono però mai veste pubblica, nè furono ammessi alle assemblee, fin al tempo di Carlo Magno.
Moltiplicaronsi in quel tempo i monasteri, ad alcuni dei quali, come alle possessioni de' vescovi, fu concessa l'immunità, vale a dire giurisdizione indipendente. E stantechè teneano sotto di sè molte persone, coloni o dipendenti, pei quali erano obbligati dare la vadia o malleveria, e in caso di delitti pagare per essi, perciò acquistavano sopra di essi il mundio, tutela longobarda che così introducevasi nella legislazione ecclesiastica. La vadia da alcuni si prestava alle città, da altri al re; e questi erano i più stimati, sicchè l'abate loro appena la cedeva in dignità a giudici e gastaldi. Il re stesso talvolta esimeva alcun monastero dalla giurisdizione degli Ordinarj; altri esentava da dazj, che così venivano a formare repubblichette indipendenti.
Noi siamo dunque alieni da coloro che pensano, Longobardi e Romani si fondessero in un popolo solo, d'eguali diritti politici. Qual ragione perchè i longobardi padroni volessero rinunziare ai privilegi proprj? L'Italia era per essi una preda, non una patria; il loro un dominio militare, che si mantenne, non si consolidò: e stettero due secoli sul suolo nostro, come da tanti stavano i Turchi sulla Grecia, e i signori magiari sulla turba plebea della Pannonia. I principi loro intitolaronsi sempre re de' Longobardi; Longobardi soli intervenivano a sancire le leggi: le quali leggi essendo destinate unicamente ai vincitori, convincono che mai questi andarono confusi coi vinti. Anzi, a prevenire l'accomunamento, la legge impediva i matrimonj; nè soltanto coi vinti, avvilimento che la legge repudiava, ma neppure coi Romani de' paesi non soggiogati, ai quali soli io riferisco quello statuto che, se un Romano sposa una Longobarda, questa scada dai diritti suoi, e i figli loro restino ridotti alla legge paterna[156], cioè non godano i privilegi della nazione dominatrice.
Pure la vita sociale non regge a canoni interamente esclusivi, nè è mai compiutamente d'un sistema o dell'altro: ed alcuni fatti indicano come potesse avviarsi la mistione. I Longobardi soleano arrolare negli eserciti i servi[157]: era dunque aperta a questi, fosser anche di gente romana, la strada al valore, e per esso a gradi, sebbene non ai primarj. Se fosse vero che il servo redento seguisse la legge di quel che lo aveva emancipato, sariasi avuto un altro modo pei vinti d'entrare nella società dei vincitori: ma altrimenti va interpretato il testo, cui appoggiano questa congettura[158].
Bensì alcuni affrancati ottenevano terre a modo di liberi livellarj, o davansi a mestieri non servili, col che ampliavasi un terzo stato. I membri del clero, che nelle cose ecclesiastiche seguivano i privilegi romani, nelle civili erano pareggiati ai Longobardi, quantunque nati romani, e godeano del guidrigildo, e potevano accertar la verità colla punta della spada. Il Longobardo stesso s'affezionò alla sua sorte, cioè al campo toccatogli; ed agli aldj affissi a questo consentì diritti, e più tardi anche un guidrigildo, e il poter disporre del proprio peculio. Ma se mai la repugnanza nazionale e religiosa, e la superbia dei conquistatori lasciò qualche varco ai vinti per acquistare i diritti dei vincitori, ciò non fu se non dopo i tempi di Liutprando, quando un diritto men fiero erasi introdotto, arricchito dal più ampio e scientifico che i Romani aveano tramandato, e che veniva a riportare una vittoria intellettuale sopra quelli che coll'alabarda aveano distrutto la romana cittadinanza.