CAPITOLO LXXVII. Bassa Italia. I Normanni.

Lunghi e mal definibili eventi corsero i paesi meridionali, dal cui avvicendamento sconnesso poc'altro si ritrae che l'infelicità degli abitanti.

Dopo la spedizione di Lodovico II combinata con quella di Basilio il Macedone, che allora ricuperò alla dominazione greca l'importante piazza di Bari (p. 316), vi si erano formate due fazioni, una Franca, l'altra greca, ispirate non dal miglioramento del paese, ma da riguardi personali, da odj e vendette. Benevento manteneva il nome di Longobardia, e comprendeva i paesi che or sono Terra di Lavoro, contado di Molise, Abruzzo citeriore, e i due Principati, eccettuandone le terre greche a mare; distribuito fra molti conti, di cui primi erano quelli di Capua, poi di Marsi, di Montella, di Sora, di Molise, di Consa ed altri, i cui titoli si conservarono nelle illustri famiglie del regno[363]. Tutto disordine e violenza, menava guerre interminabili contro il principe di Salerno, il quale poi riuscì ad averne Cosenza, Taranto, Capua, Sora, metà del contado d'Acerenza. Da tale partigione restò eccettuato il monastero di Montecassino, che avuto castelli e baronie da' duchi, ne chiedeva la conferma o mundeburdio agl'imperatori d'Occidente, e a questi prestava omaggio ligio.

La Puglia, cominciando da Ascoli e seguendo il lido adriatico, eccetto Siponto e il monte Gargàno pertinenze beneventane, inoltre la più parte della Calabria obbedivano ai Greci, che a questo teme della Longobardia mandavano un catapano, sedente a Bari. Vi aggiungevano la supremazia nominale de' ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta. Il ducato di Napoli stendeasi a ponente fin a Cuma, abbracciando Ischia, Nisida, Procida, Pozzuoli, Baja, Miseno, e verso mezzogiorno Stabia, Sorrento, Amalfi, l'isola di Capri. La capitale aveva parrochie, clero, capitolo greco e latino; era governata al modo di Ravenna, con duci che, attesa la lontananza degl'imperatori, spesso venivano eletti dal popolo, rendevano un omaggio di sola apparenza all'Impero, come il duca di Gaeta; e cercavano indipendenza coll'appoggiarsi ora ai Saracini, ora ai successori di Costantino, ora a quelli di Carlo Magno che pretendevano sempre all'eredità di Teofania.

Avendo i principi di Benevento assalito ed occupato Bari (887), Leone il Filosofo, imperatore di Costantinopoli, mandò Simbatico per castigarli; Benevento fu occupato, e sebbene redento dopo quattro anni, quel principato non ricuperò più il suo lustro. Invece i duchi di Capua, resisi indipendenti, ingrandivano a danno dei Saracini.

Gli Aglabiti, stanziatisi a Cuma e alla foce del Garigliano, faceano prova di loro fierezza sui paesi circostanti, Oria, Sant'Agata, Tèramo: altri di Sicilia venivano a devastare il continente, e intere popolazioni rapirne in ischiavitù. I Pandolfi di Benevento e di Capua, i Guaimari di Salerno non sentivansi abbastanza robusti per vincere gl'infedeli; tanto più che, discordi fra sè, si perseguitavano in continue nimicizie, con alterni successi. Gl'imperatori greci fecero tratto tratto qualche tentativo per combattere i Saracini: una loro banda, che era stata espulsa di Creta, assoldarono (967) per assalire i loro fratelli in Calabria, e presero Bari e Matèra.

L'unica voce potente a congiungere i Cristiani, quella del pontefice, sonò ancora, e Benedetto VIII papa raccolse tutti i vescovi ed i visconti delle chiese (1016), e marciò contro quelli stanziati al Garigliano. Tre giorni si fe battaglia; al quarto gl'Infedeli andarono in rotta. Fra le spoglie fu rinvenuto un diadema valutato mille libbre d'oro, cui il papa presentò all'imperatore Enrico II, e fra i prigionieri la moglie del loro capo che rimase estinta. Il marito irritato mandò al papa un sacco di castagne, per simbolo dell'armata che fra poco menerebbe; e questi gliene rimandò uno di miglio, per indicare con quanti guerrieri starebbe alla riscossa: ma in fatti da Reggio e Cosenza troppo spesse occasioni ebbero i Saracini di saziarsi di sangue italico, invocati ne' fraterni litigi.

Anche in Sicilia gli Arabi aveano esteso, ma non consolidato il dominio; e qui come altrove gli sceichi o capicasa acquistarono potenza a scapito dell'emir, e il paese si trovò diviso in gran numero di piccole signorie osteggiantisi, sempre nemiche de' paesani, ai quali imposero anche la decima di tutti i frutti della terra. Ai califfi d'Africa non si prestava più obbedienza; pure ad essi ricorrevasi nelle intestine discordie, le quali proruppero spesso in guerra civile.

Qui alle fortune del paese meridionale si mescolò un altro popolo. Normanni, cioè uomini del Nord, è il nome rimasto a quella porzione di Teutoni (Deutsch) che occuparono la penisola Scandinava, mentre Franchi e Germani si dissero i loro fratelli piantatisi sulle provincie romane. Somiglianti a questi per aria di volto, corpo elevato e nobile portamento, da Odino aveano appresa una religione ferocemente superstiziosa, e dal combattere una natura selvaggia aveano attinto un'indole superbamente fiera; dei pericoli faceansi diletto; battaglie accannite, tempeste spaventevoli, lontanissimi viaggi, i più mortali pericoli erano loro esercizj e divertimenti. Devotissimi a un capo, al cenno di lui affrontavano i ghiacci, gli orsi, le procelle; beati se in questi perivano, perchè la loro anima era accolta nel paradiso a vuotare generose tazze in braccio alle Walkirie, e la loro gloria viveva sulle arpe de' cantori.

Vergogna per essi il morir sulle paglie delle paterne capanne. Lanciatisi in corso, all'ingratitudine della terra natìa supplivano vendemmiando i campi altrui, predando le messi della coste, pirateggiando. Approdati, la prima selva che scontrino convertono in flotta, cui rimorchiano su per fiumi ignoti; trovano ponti, chiuse, ostacoli naturali? pigliansi le barche in spalla e passano oltre. Oppure alla guida del più prode o più intraprendente, dopo consultati gli Dei, uscivano a fondar colonie in paesi lontani; dove spartivano fra sè i terreni, e nelle adunanze decidevano de' pubblici interessi, sotto un capo ch'era capitano, giudice, sacerdote. Quanto prodi, erano altrettanto scaltriti e cavillosi; rubavano e trafficavano; esibivano il loro valore a chi li pagasse, spiando ogni occasione di furto, di lucro, di formarsi un dominio nel paese ch'erano stati chiesti a difendere.

Così popolarono l'Islanda, l'estrema Groenlandia, e forse si spinsero fin nella Carolina d'America, cinque secoli prima di Colombo. L'Europa per due secoli minacciarono, tanto che figurano nella storia d'ogni nazione, e ne formarono l'aristocrazia guerresca. Alcuni fondarono l'impero russo con Rurico; alcuni con Guglielmo sottomisero l'Inghilterra; altri col nome di Varangi militarono al soldo degl'imperatori bisantini; altri molestarono a lungo la Francia, serpeggiando su pe' suoi fiumi, e piantando stazioni allo sbocco di quelli, sinchè vi ottennero il ducato che da loro fu detto Normandia.

In questa nuova irruzione di Barbari non veniva un popolo intero, bensì pochi guerrieri senza donne, e sposavano quelle dei vinti. Gaufrido Malaterra loro concittadino li dipinge «astuti e vendicativi; ereditarie fra loro l'eloquenza e dissimulazione; sanno abbassarsi all'adulare, si avventano ad ogni eccesso qualora la legge non gl'infreni: i principi ostentano magnificenza verso il popolo; il popolo accoppia la prodigalità coll'avarizia; cupidi d'acquisti, sprezzano ciò che hanno, sperano ciò che desiderano; armi, destrieri, lusso di vesti, caccie, falconi son loro delizie; e se uopo accada, sostengono i rigori del clima, la fatica e le privazioni della vita militare».

Ma il mettere a taglia l'Europa non era più così facile dopo che era spartita fra mille baroni, attenti ciascuno a difendere il proprio brano di terra, e quando ad ogni tragitto di fiume, ad ogni valico di monte presentavasi un uomo d'arme, col lancione e lo stocco e con grossi mastini, ad arrestare il passeggero e riscuoterne il pedaggio, se pur non rapiva bagaglio e persona.

Attemperando allora le antiche abitudini alle nuove idee del cristianesimo, i Normanni, col bordone e il sanrocchetto, e con fiere armi sotto la tonaca devota, disposti a combattere bisognando ed a rubare potendo, pellegrinavano a Terrasanta, a San Jacopo di Galizia, a San Martino di Tours, alle soglie degli apostoli a Roma, gridando al sacrilegio di chi osasse turbarne il viaggio: talora per via incontravano una castellana da sposare o un ducato da occupare, non scrupoleggiando le colpe, delle quali al fine del pellegrinaggio promettevansi l'assoluzione: trafficavano anche, se non d'altro, di reliquie, stimate perchè giunte di lontano, ed utili a crescer credito ad una chiesa o sicurezza al barone che se la mettesse sotto al giaco allorchè andava ad appostare il rivale.

Già in antico il re del mare Hasting, e Biörn figlio di Lodbrok, eroe famoso nelle loro canzoni, dopo presa Parigi (845), eransi proposto di saccheggiare la metropoli del mondo cristiano. Raccolte cento barche, predate in passando le coste di Spagna, toccato la Mauritania e le Baleari, giungono ad una città italiana (867), di mura etrusche fiancheggiate di torri. Que' fieri ignoranti la credettero Roma, ma avvertiti che era Luni, saccheggiarono i contorni, e ripigliarono via alla ventura; e scontrato un pellegrino, gli chiesero la migliore. — Vedete queste scarpe di ferro che reco alle spalle? sono logore affatto, e logore ormai quelle che ho ai piedi. Or quelle al partir mio da Roma erano nuove, e di là a qui ho camminato sempre». Scoraggiati da tanta lontananza, diedero indietro. Così una cronaca; ma altre settentrionali riferiscono che, scambiando Luni per Roma, mandaronvi a chieder rifugio e rinfreschi; il loro capo struggersi del desiderio di essere battezzato e di riposare. Il vescovo e il conte offersero ogni occorrente; Hasting fu battezzato, ma non per questo ammessi in città i suoi commilitoni. Fra breve il neofito cade malato, e fa sentire che intende legare il ricco suo bottino alla Chiesa, purchè gli conceda sepoltura in terra sacra. In fatto, quando i gemiti dei Normanni n'ebbero annunziata la morte, è con gran processione recato nella cattedrale: ma quivi egli sbalza dalla bara tutto in armi, e secondato da' suoi, trucida il vescovo e gli astanti. Impadronitisi della città, i Normanni si chiariscono che non è Roma; onde, toltone il buono e il meglio, le migliori donne e i giovani capaci dell'armi o del remo, rimettono alla vela[364].

Nel tragitto a Terrasanta usavano i Normanni evitare la noja del mare traversando a piedi l'Italia fin a Napoli, Amalfi o Bari, dove trovavano frequenti imbarchi per la Siria; e tanto più che su quella strada incontravano Roma, Montecassino e il monte Gargáno, meta di devoti pellegrinaggi. Appunto verso il Mille, quaranta Normanni, tornando di Palestina sopra vascelli amalfitani, capitarono a Salerno mentre una flottiglia di Saracini vi si era presentata per taglieggiarlo; e lieti d'adoprar il valore contro que' Musulmani di cui aveano detestato la tirannide in Oriente, ajutarono a respingere gli assalitori, protestando avere combattuto non per guadagno ma per amor di Dio, e perchè non poteano soffrire tanta burbanza de' Saracini[365]; e il principe Guaimaro III, congedandoli ben donati, li pregò di tornarvi con altri loro nazionali. La pittura di questi climi deliziosi, gl'insoliti frutti meridionali, le preziose stoffe con cui Guaimaro accompagnò le preghiere, ne infervorarono l'umor venturiero; e Osmondo di Quarrel (1013), con quattro fratelli e nipoti e coi loro uomini ligi, vennero, e preso stanza sul devoto Gargáno, offersero il lor valore a chi ne bisognasse.

In quel tempo il longobardo Melo, per valore e prudenza[366] principale non solo in Bari ma in tutta Apulia, non potendo più tollerare la superba nequizia de' Greci, odiati anche a motivo dello scisma, pigliò intesa col proprio cognato Datto, e ribellarono il paese. Forse costoro, come spesso, faceano del popolo la causa e l'ira propria; fatto è che i Baresi non bene gli assecondarono, anzi ordivano consegnarli ai Greci; ond'essi rifuggirono in Ascoli, pur essa insorta, ma non si tennero sicuri che a Benevento e a Capua. Là meditando come riscattar la patria dai catapani greci, chiesero Normanni al loro soldo. Un buon numero, allettati da Osmondo col dipingere la delizia del clima e la viltà dei possessori, giungono, respingendo gli abitanti ancora idolatri del monte di Giove (San Bernardo); e forniti da Melo d'armi e cavalli, e uniti a torme lombarde da lui raccolte, van contro i Greci. Furono vincitori alle prime; ma poi Basilio Bugiano venuto con abbastanza denari, ed edificate Troja, Draconario, Fiorentino ed altri luoghi forti contro ai sollevati, scese a giornata con essi vicino a Canne, e li vinse (1019) così, che di tremila Normanni soli cinquecento sopravissero[367], e Osmondo stesso perì. Melo corse in Germania invocando ajuti dall'imperatore Enrico II; ma quivi morì, ed ebbe esequie reali. Datto, côlto per tradimento dai Greci, fu menato s'un asino a Bari, poi, col supplizio de' parricidi, gettato al mare in un sacco di cuojo.

Di que' trambusti profittarono i Saracini per rinnovare i saccheggi: onde a reprimerli l'imperatore Costantino IX ritentò la conquista della Sicilia; e con Russi, Vandali, Turchi, Bulgari, Polacchi, Macedoni (1025), prese Reggio e lo distrusse. Punendo poi i popoli e le città che si erano sottratte all'obbedienza, i Greci ebber ricuperato quanto aveano perduto, e minacciavano Roma; sicchè i papi sollecitarono re Enrico III a venire e salvarla.

Gli avanzi dei Normanni non erano scomparsi dalla Puglia, ma guadagnavano col vendere il proprio valore ai principi longobardi o agli abati di Montecassino; finchè Sergio duca di Napoli, sorpreso e cacciato da Pandolfo principe di Capua, colla loro assistenza rimesso in dominio, li compensò col donare la città d'Aversa a Rainolfo fratello d'Osmondo, e il titolo di conte sopra un territorio contestato fra i due dominj. Questa colonia diventò una potenza, di mezzo alle popolazioni oppresse.

Le fortune de' loro fratelli traevano ogn'anno altri Normanni in Italia. Tancredi, gentiluomo banerese della bassa Normandia, dopo partecipato alle guerre di Roberto il Diavolo, invecchiava tra dodici figli nel castello d'Altavilla. Trovandosi scarso di patrimonio, questi vollero procacciarsene colle armi, e fatti alquanti compagni (1035), tra pellegrini e guerrieri drizzarono alle nostre rive. Guaimaro IV, principe di Salerno e di Capua, volontieri si valse del loro braccio per sottomettere Amalfi e Sorrento. Come allora ai Longobardi, così altre volte servivano ai Greci, per soldo non per dovere o fedeltà. Abulafar e Abucab governatore della Sicilia vennero a guerra fra sè, e Abulafar vinto ricorse a Michele il Paflagonico imperatore. Lietissimo dell'occasione, questi spedisce Giorgio Manioki, valente capitano, il quale, raccolti quanti più potè Longobardi e Normanni, tragittò in Sicilia, e prese Messina e Siracusa. Mediante i soccorsi d'Africa, gli Arabi poterono mettere insieme da cinquantamila combattenti: eppure Manioki li ruppe al fiume Remata, prese tredici città, e forse sbrattava l'isola se non avesse disgustato i proprj alleati.

Grandissimo valore aveano spiegato in quell'impresa Guglielmo Braccio di ferro, Drogone e Unfredo figli di Tancredi d'Altavilla, capi della colonia militare normanna; ma quando si fu a spartire le prede (1039), nulla ottennero dalla greca avarizia. Disgustati, interrompono la guerra, tornano sul continente, e attestati a Reggio di Calabria, si danno a far ogni peggio alle terre dei Greci, col proposito di strappare a questi la Puglia e la Calabria. Sommavano appena a sette centinaja di cavalieri e cinque di fanti, quando si trovarono a fronte sessantamila imperiali condotti dal prode Doceano; ed avendo l'araldo proposta l'alternativa di ritirarsi o combattere, — Combattere» gridarono tutti a una voce, e un Normanno con un pugno (1041) stese morto a terra il cavallo dell'araldo. La pianura di Canne vide un'altra volta sconfitti i Romani, ai quali non restarono che le piazze di Bari, di Otranto, di Brindisi, di Taranto. Il bisogno rimette in credito Manioki, il quale nella pianura di Dragina sconfigge gli Arabi (1043), e manda a barbaro macello le città prese e riprese: Argiro di Bari, figlio del famoso Melo, dichiarato principe d'Italia, cioè della Puglia e Calabria, mena i Normanni alla vittoria.

Manioki aveva incaricato Stefano, patrizio di Sicilia e cognato dell'imperatore Costantino, di vigilare attentamente il mare, sicchè nessun Arabo sfuggisse; ma quegli lasciò scappare il loro capo. Il capitano irritato non solo rimproverò ma battè Stefano, a' cui lamenti l'imperatore diè ordine di mandar Manioki in ferri a Costantinopoli. Questi invece si ribellò, e co' molti tesori tolti a Stefano destinatogli successore, adescò truppe, e dichiaratosi imperatore (1043), pose assedio a Bari. Argiro la difese intrepidamente, e Costantino non vide miglior partito che amicarsi Argiro e i Normanni, a questi confermando le conquiste, a quello dando il titolo di federato, patrizio e catapano augusto. Dopo lunga resistenza Manioki dovette fuggir per mare, poco tardò ad essere ucciso; e Argiro, congedati i Normanni, tornò trionfante in Bari, conservando il titolo di duca d'Italia. Spiaceva questo titolo a Guaimaro IV, e soldati contro di lui i Normanni che testè per lui combattevano, lo assediò, ma non potè altro che saccheggiar la contrada.

I dodici capi normanni, arricchiti dalle spoglie e dal riscatto de' prigionieri, divisero tra sè il paese: a Guglielmo Braccio di ferro Ascoli, a Dragone suo fratello Venosa, ad Arnolino Lavello, ad Ugo Monopoli, a Pietro Trani, a Gualtiero Civita, Canne a Rodolfo, Montepiloso a Tristano, Trigento ad Erveo, Acerenza ad Asclittino, Sant'Arcangelo a un altro Rodolfo, Minervino a Rainfredo, Siponto col monte Gargáno a Rainolfo conte d'Aversa; e ciascuno innalzò una fortezza per assicurare i proprj vassalli, e si valse a talento delle contribuzioni assegnate a ciascun distretto. Restava in comune Melfi, metropoli e fortezza dello Stato, ove ogni conte teneva una casa ed un rione separato[368], ed amministravano la pubblica cosa in adunanze militari. Poi a Matera elessero per capo supremo Guglielmo «leone in guerra, agnello in società, angelo nei consigli», conferendogli, secondo l'espressione della Carta normanna, il diritto «di governare colla verga della giustizia e di terminare le differenze colla lealtà»; mentre dagl'indigeni riceveva il gonfalone del comando.

Questa feudalità fra due imperi non poteva vivere ed assodarsi che mediante il valor personale di questo centinajo di prodi. Per gl'italiani essi non erano che barbari e venturieri; spogliavano a gara il popolo, nè il papa aveva autorità di reprimerli: pure, con quell'indole loro pieghevole e subdola, vollero ottenere un appoggio morale, e Guglielmo chiese dall'imperatore Enrico III il titolo di conte della Puglia e l'investitura (1046). E l'ebbe, e fu confermata a Drogone suo fratello e successore, aggiungendo ai Normanni il territorio di Benevento, salvo la città, ch'era stata assegnata al pontefice in cambio dei diritti sulla chiesa di Bamberga, donatagli da Enrico I. Mostrando fare omaggio ora ai Greci or ai Latini, i dodici conti in effetto non confidavano che nella propria daga, nè creduti, nè credendo; ed ora guerreggiavano tra sè, ora si collegavano contro nemici; e nemico consideravano chiunque possedesse bella donna, buon cavallo, armadura o terreno da essi desiderato. La Corte di Costantinopoli, dopo cercato con larghe promesse di trarre que' prodi sulle frontiere di Persia a combattere i suoi nemici, lasciò che il noto Argiro di Bari gli osteggiasse in ogni modo, sino a tramare di assassinarli tutti a un'ora: in fatto molti perirono, e Drogone stesso nella chiesa di Montoglio (1051); ma Unfredo suo fratello e successore vendicò i suoi.

Nelle loro scorribande non rispettavano i beni delle chiese o de' pontefici: e il ricco monastero di Montecassino mandarono a guasto e ruba tale, che l'abate aveva stabilito trasferirlo altrove. Ma ecco un giorno Rainolfo conte normanno con molti militi sale a quella deliziosa altura; e quando i monaci stavano in isgomento d'ogni male, lascia le armi e i cavalli fuor di chiesa, ed entra a pregare. I monaci, risoluti a un colpo di mano, saltano su que' cavalli, e chiuso il tempio, e dato nelle campane a martello, cogli accorsi villani assaltano i Normanni, che inermi invocano invano la santità dell'asilo, da essi tante volte violato. Molti furono uccisi; il conte prigioniero si dovette riscattare col restituire tutte le possessioni usurpate[369].

I papi alzavano i consueti lamenti perchè i Normanni ammazzassero e tormentassero i miseri abitanti, nè risparmiando tampoco fanciulli e donne, spogliassero le chiese, e delle esortazioni si facessero beffe. Leone IX contro di essi ottenne (1053) da Enrico III un grosso stuolo, condotto da Goffredo di Lorena: ma ben presto costoro se ne tornarono, non lasciando che da cinquecento persone. Con questi e con altri raccogliticci nostrali e d'oltralpe, laici e cherici, il papa in persona mosse a guerreggiarli, per quanto san Pier Damiani ed altri savj disapprovassero che un pontefice s'accingesse d'altra spada che della spirituale. I capi normanni spedirono per pace, esibendogli l'omaggio de' loro possedimenti[370]; ma poichè egli dai Tedeschi, che sprezzavano quella piccola gente, fu indotto a negar patti finchè non avessero sgombra l'Italia, essi con tremila cavalli e pochi fanti, tutta gente battagliera, presso Civitate[371] vennero a zuffa, sbaragliarono que' raccogliticci, e il papa stesso colsero prigioniero (1053 — 18 mag.). Quei che armato lo avevano sconfitto, vinto l'adorarono, e gli chiesero perdono della vittoria, supplicandolo ad infeudarli di quanto già possedevano, e di quanto acquisterebbero di qua e di là del Faro. Non si fece pregare Leone; e in tal modo la prigionia fruttò al papa meglio d'una gran vittoria, attribuendogli la supremazia sopra un paese, sul quale non l'aveva mai pretesa. Argiro, che aveva secondato l'impresa, cadde ferito; poi la disgrazia il rese sospetto all'imperatore bisantino, che lo mandò in esiglio, ove si uccise, liberando i Normanni da un nemico ostinato. I quali allora sottoposero tutte le città della Puglia.

Ad Unfredo aveva agevolato le vittorie il fratello Roberto, detto Guiscardo, cioè l'astuto; uomo, al dire di Guglielmo Apulo, d'alta statura, di sommo vigore, spalle larghe, lunghi capelli, barba color lino, occhi di fuoco, voce tonante; che maneggiava con una mano la spada, coll'altra la lancia (1048); più scaltro d'Ulisse, più eloquente di Cicerone. Venne di Normandia da pellegrino con soli cinque cavalli e trenta fanti; e la povertà primitiva lo rendea cupido d'acquisti, frugale con sè, largo cogli altri. Trovando da patrioti suoi già occupato ogni cosa, egli solda avventurieri italiani, e fa guerra di bande; e mentre Unfredo riduceva la Puglia in suo potere, esso tenta la Calabria, correndo e predando, oggi ricchissimo, domani affamato, presto in voce di valoroso fra quei valorosi. Unfredo ne ingelosì, e sorpresolo durante un banchetto, fu per ucciderlo (1054); poi si rappattumò seco, e gli concesse quanto aveva conquistato: ma alla sua morte (1057) il Guiscardo ne occupò tutta l'eredità. Papa Nicola II, che per le commesse violenze l'avea scomunicato, attesa la sua docilità il ribenedisse, e non vedendolo pago del titolo di conte, gli conferì quello (1059) di duca di Puglia, Calabria e di quanto in Italia e in Sicilia potesse tôrre ai Greci o ai Saracini, considerando come decaduti quelli perchè scismatici, questi perchè infedeli: in ricognizione il Guiscardo e i suoi eredi e successori si dichiaravano ligi della santa sede, alla quale contribuirebbero truppe all'occorrenza e dodici denari pavesi ogni giogo di bovi[372].

Voglia il lettore porre ben mente a quest'atto, onde possa valutare la giustizia o almeno la legalità della conquista normanna e della supremazia pontifizia; poichè così veniva creato un gran feudo, che, secondo la costituzione di Corrado imperatore, passerebbe ai figli ed ai nipoti, e che rileverebbe dal papa, come il duca di Normandia rilevava dal re di Francia.

Capitani e soldati alzarono Roberto sullo scudo, e da quel punto cessò d'essere loro eguale per divenirne il principe; ma l'opposizione dei nipoti spossessati e degli altri baroni insofferenti d'ogni preminenza, gli fece logorar le forze, necessarie ad assodare il nuovo principato.

Ciò malgrado, al Guiscardo venne fatto di togliere ai Greci Reggio, Squillace, Brindisi, Gallipoli, infine, malgrado i soccorsi orientali, anche Bari (1071), ultimo loro possesso nella Magna Grecia. Con pari fortuna sottrasse Capua ai duchi: poi invitato dagli Amalfitani, attaccò Salerno, una allora delle più belle città, e rinomata per una scuola di medicina a cui traevano malati d'ogni parte; dopo fiero assedio l'ebbe, e così Amalfi (1075-77), terminando la dominazione dei Longobardi, cinquecentonove anni dopo che Alboino avea confitto la lancia sul suolo d'Italia. A Napoli pure e a Benevento mise assedio, ridendosi delle scomuniche papali; finchè s'interpose uno dei più famosi e santi personaggi di quel tempo, Desiderio abate di Montecassino.

Roberto tant'era salito in gloria, che n'era ambita la parentela: Azzo marchese, progenitore degli Estensi, Raimondo conte di Barcellona, l'imperatore di Costantinopoli e quello d'Occidente gli chiesero le figlie a spose de' loro figliuoli. Imbaldanzito sulle vittorie, Roberto medita assalire l'impero d'Oriente, dove il suo genero era stato stronizzato dalla nuova dinastia dei Comneni; côlti leggeri pretesti, dichiara guerra ad Alessio imperatore (1081), e con cencinquanta navi, e con galere di Ragusi, caricate per forza di trentamila uomini, prende Corfù e Botronto. Anna figlia di Alessio ce lo dipinge «di pelle rossa, capelli biondi, larghe spalle, occhi di fuoco, voce come quella dell'Achille omerico che con un grido mette in fuga miriadi di nemici. Soffrire superiorità altrui non poteva: parte di Normandia con cinque cavalieri e trenta fanti; arriva in Lombardia, s'appiatta negli antri e nelle montagne, e cominciando sua carriera guerresca con assassinj e rapine, provvede i suoi d'arme, cavalli, denaro». L'esagerazione è gran segno di paura!

Alessio affrettò la pace coi Turchi, che da Nicea minacciavano già l'Impero, e chiese soccorso ai Veneziani, che, di mal occhio vedendo questa nuova potenza in Italia, con buona flotta ruppero quella del Guiscardo. Questi rifattosi pose assedio a Durazzo; e non che sgomentarsi dell'esercito che Alessio aveva allestito con rinforzi di Franchi e di Scandinavi assoldati, fe metter fuoco alle navi per togliere a' suoi la speranza della ritirata, e accettò la battaglia (18 8bre). La moglie di lui vi comparve eroina, e benchè ferita, rimase tra la mischia esortando, tanto che Alessio non dovette lo scampo che alla propria spada e alla rapidità del palafreno. Durazzo è presa; Roberto si addentra nell'Epiro: ma le perdite sofferte, i morbi sviluppati, e triste notizie di turbolenze in Italia lo richiamano. A Boemondo suo figlio lasciato in Grecia, Alessio oppone i Turchi, e fa ferire i cavalli, sapendo come i Normanni poco valgano pedestri, onde al fine lo riduce a ritirarsi.

Secondo la promessa fedeltà feudale, trecento Normanni ajutarono papa Nicola a domare i conti di Tusculo; poi quando Gregorio VII era dall'imperatore d'Occidente ridotto prigioniero in Roma (1084), Roberto accorre, getta il fuoco alla città, e liberato il pontefice, seco il mena trionfante a Salerno. Quindi nuova spedizione allestisce contro la Grecia; e malgrado la flotta che gli affaccia Alessio, sostenuto dai Veneziani, sbarca, sconfigge gli imperiali in ripetuti scontri per mare e per terra, e saccheggia la Grecia e le città dell'Arcipelago. Morte lo arresta (1085), e i Normanni si sparpagliano: ma poco andrà che i suoi nipoti, segnati il petto della croce, verranno a sgomentare Costantinopoli e i Musulmani[373].

Aveva Roberto conferito al minor suo fratello Ruggero il titolo di conte di Sicilia (1072), ma niun mezzo di conquistarla che il suo valore ed un cavallo. Gittatosi alla via, egli svaligiava i passeggieri, massime quelli che per mercatanzia recavansi ad Amalfi[374]: sua moglie, alla quale egli non potè tampoco costituire una dote, gli coceva il parco desinare, e spesso tramendue non possedeano che un sol mantello per uscir fuori: uccisogli in battaglia l'unico cavallo, egli prese in ispalla la sella, e con questa si salvò. Tal era il ceppo dei futuri reali di Napoli; il quale (1061), coll'ardimento proprio alla sua nazione, tragittossi in Sicilia, a titolo di redimere i Cristiani dalla servitù musulmana[375].

Dalle sconfitte avute dal prode e avaro Manioki s'erano rifatti gli Arabi sotto l'inetto suo successore Stefano, e ricuperarono tutte le fortezze perdute. Sola Messina resisteva, all'assedio della quale si conversero tutte le forze arabe: ma Catalco Ambusto che vi comandava, li sorprese (1040), uccise nella propria tenda Abulafar loro generale, e fece ricchissimo bottino. Non seppe profittare della fortuna Stefano, e non che riperder tutto, fuggì in Calabria.

Ma anche i Saracini guastavano se stessi colle reciproche nimicizie. Due emiri si disputarono il primato, e soccombuti entrambi, la Sicilia restò divisa fra varie piccole signorie; Abd-Allah ebbe Trapani, Marsàla, Màzara, Sciacca; Alì ben-Naamh Castrogiovanni, Castronovo, Girgenti; Ben-Themanh Siracusa e Catania; altri altro, nemici fra loro, molesti tutti al paese.

Questo Themanh avea sposato Maimuna sorella di Alì ben-Naamh; ma un giorno ubriaco le fece aprir le vene. Ella, guarita a stento, fuggì al fratello, il quale assalse e spodestò il cognato. Themanh rifuggì allora sul continente a Ruggero, e lo aizzò a conquistare l'isola. Volentieri l'ascoltò il venturiero, e passato lo stretto, piantò su Messina la croce, che n'era strappata da ducentrent'anni. All'assedio di Traina in val di Demona a' piedi dell'Etna, i trecento suoi seguaci resistettero a tutte le forze dell'isola; alla giornata di Teramo (1063) trentamila nemici furono sconfitti da centrentasei Cristiani, e Ruggero assicurò che san Giorgio, patrono de' guerrieri, avea pugnato con essi, e serbò per san Pietro le bandiere nemiche e quattro camelli, e da papa Alessandro II ricevette in ricambio la bandiera di San Pietro.

I Pisani faceano allora vivo traffico in Sicilia, e specialmente a Palermo; ed essendo disgustati degli Arabi, raccolsero un forte naviglio, e spintisi contro la catena di quel porto la spezzarono: entrati, non poterono prendere la città, atteso il gran numero di Musulmani accorsi, ma portarono via in trionfo la rotta catena; di sei navi riccamente cariche, cinque bruciarono, l'altra condussero in patria, dell'opimo bottino valendosi per fabbricarvi il duomo.

Ventott'anni si ostinò Ruggero (1089) per togliere l'isola ai Saracini, ai Greci ed ai naturali: la resa di Palermo segna l'epoca in cui la stirpe dei Beni-Kelb fu spossessata. Ben-Avert teneva ancora Siracusa e Noto; e Ruggero, assalitolo per mare, lo sconfisse ed uccise; e dopo assedio fierissimo ebbe anche Siracusa, poi Girgenti e Castrogiovanni, e ultime Butèra e Noto: col che potè dirsi padrone di tutta l'isola, della quale investì il fratello Roberto, per sè conservando Palermo e Messina. Rincacciando poi i Musulmani, assalì anche Malta, obbligandoli a tributo e a rilasciare i prigionieri cristiani. Presi molti beni per la sua famiglia, molti assegnatine alle chiese, altri distribuì a' suoi seguaci, dando così origine alla feudalità in Sicilia, e ripristinò i vescovi nelle sedi. Molti ricchi Musulmani uscirono di paese: ai rimasti Ruggero lasciò il culto e le proprietà, privandoli però d'alcuni diritti, come d'aver botteghe, mulini, forni, bagni pubblici; gli ebbe nell'esercito, ed erano una metà di quello che, nel 1096, stringeva la ribellata Amalfi; in arabo si poneano ancora le iscrizioni e battevansi le monete.