CAPITOLO LXXVIII. La Chiesa. Simonia e concubinato. Gregorio VII. La contessa Matilde. Guerra delle Investiture.

Fra quell'universale scombuglio, sola la società cristiana rimaneva immobile; società d'intelligenze, che non fondandosi sopra cose contingenti, ma sulla perpetuità delle idee, soffrendo e combattendo consolidava la propria unità e indipendenza, diffondeva nozioni ed esempj d'ordine, di pace, di personale dignità; alla forza che presumeva poter tutto, metteva un limite di verità, di giustizia, d'amore; tendeva senza posa ad assimilare quanto stavale dattorno, e conquistare i conquistatori, non badando alle nazioni ma agli uomini, e proclamandoli eguali perchè tutti creature di Dio, liberi perchè tutti servi ad un signore non terreno. Tale assimilazione incarnò essa nel sacro romano impero, come principio d'equilibrio politico e tutela di sociale giustizia: ma gravi tribolazioni e scosse ebbe di là donde attendeva sollievo e franchezza. Perocchè gl'imperatori, con pretensioni vaghe e col mal definito possesso dell'Italia, nocevano all'indipendenza di questa e alla dignità reale; i papi, costretti cercare possedimenti quando dai terreni derivava ogni podestà e ogni sicurezza, intesero in senso materiale il morale arbitrio che loro attribuiva la coscienza de' popoli. Quindi il cozzarsi delle due podestà, e difficile l'assegnare fin dove di ciascuna giungesse la ragione, e cominciasse il torto.

I possessi ecclesiastici, protetti contro il disordine, erano meglio coltivati degli altri; onde, non solo per pietà, ma per metterli in salvo dalla generale violenza, molti offerivano alle chiese i proprj averi, ricuperandoli poi a titolo di livello e di precario; e tanti in Italia davansi alle chiese come oblati o manimorte, che re Lotario dovette imporre, chi il facesse senza necessità, rimanesse nulladimeno soggetto all'eribanno e all'altre pubbliche gravezze. Le decime, consiglio dapprima, divennero comando; e la superstizione vedeva i demonj svellere le spighe dal campo dei renitenti. Aggiungetevi le donazioni che la pietà e la politica dei re vi faceva, e il tributo d'interi regni, e comprenderete il perchè lautissimi possessori riuscissero i conventi, le chiese, le mense vescovili. E poichè sulla proprietà territoriale era piantata la società, alto grado occuparono nella gerarchia feudale; vescovi e abati acquistarono i diritti di moneta, tributi, giudizj di sangue e le altre regalie; baroni insieme e gran sacerdoti, intervenivano a far leggi e creare il re. Convertiti in elettori, i vescovi poterono dettare ai re precetti diversi da quelli che suggeriva la sbrigliata prepotenza, e giuramento di mantenere le prerogative del popolo e i diritti della Chiesa.

Costumati a governo regolare là dove ogn'altro era scomposto, i sacerdoti ne porsero l'esempio ai Barbari, i quali od affidarono loro o con loro divisero la direzione delle pubbliche cose. Traendo a sè le cause a cui per alcun appiglio si attaccasse idea religiosa[376], grandemente allargarono la giurisdizione; e poichè è canone non poter uno essere due volte processato pel delitto medesimo, con infliggere ai sacerdoti delinquenti la punizione ecclesiastica venivasi ad esimerli dalla ordinaria. Il vescovo era sottratto a qual si fosse tribunale, appena dichiarasse appellarsi al papa; in caso diverso, non poteva essere giudicato da meno di dodici vescovi, nè condannato che sovra deposizione di settantadue testimonj fededegni.

Non poco giovò alla civile equità il diritto, ai vescovi riconosciuto, d'ammonire l'autorità di qualunque disordine, e chiedere fossero abrogate o mutate le leggi devianti dalla giustizia. Quindi la protezione in cui la donna, balocco di regie passioni, fu presa da essi onde mantenere la santa castità del matrimonio, e sublimarlo nell'opinione; quindi le barriere poste all'abuso de' giuramenti e dei duelli giudiziarj; e se le ordalie non abolirono come troppo radicate nella consuetudine, le trassero però a sè coi riti, siccome un modo di campare molti innocenti. Ad egual modo non essendo possibile strappare ai signori il privilegio della ostilità privata, vi posero ripari secondo i tempi, l'asilo nei luoghi sacri e la tregua di Dio.

Il loro capo dovea poi naturalmente acquistare nello Stato una posizione, che non è nell'essenza della missione sua, ma che non vi ripugna: e se già da prima il papa interveniva come giudice od arbitro ne' grandi interessi dell'Occidente, più il fece dopo che all'estesa monarchia di Carlo Magno successero tanti piccoli regni, di forze equilibrate.

Nello sminuzzamento feudale nulla importava alla Francia quel che facessero la Danimarca o la Croazia: ma Roma prendea pensiero dello Spagnuolo come del Polacco; spediva legati e nunzj, prima che si usassero ambasciadori; deputava giudici e stabiliva tribunali di nunziatura là dove non conosceasi altro diritto che la spada; dettava leggi comuni, fondate su una giustizia eterna. Tutti quei popoli dunque veneravano la romana chiesa; alla sua primazia piegavansi i nuovi convertiti, giacchè da essa erano venuti gli apostoli loro; i metropoliti lontani portavano i loro piati alla curia romana. Un sacerdote inerme, che, scevro da mondani interessi, pronunzia nelle contese de' principi, o fra questi e i popoli; parla d'onestà e dovere a coloro, cui unico diritto sono il capriccio e la forza; ovvia le guerre, protegge il debole; è un tipo sublime che per avventura mai non fu pareggiato dalla realtà: ma forse vi accostarono altri sistemi inventati dappoi per mantenere una libera alleanza fra i popoli d'Occidente?

Attribuire l'incremento dell'autorità pontificia ad astuzia tradizionale e a millenarie ambizioni, è sapienza da caffè durante il medioevo. Non un palmo di terra s'aggiunsero per la via usata dai principi, la conquista; diversi d'umori, di passioni, d'affetti, d'ingegno, dall'un all'altro si trasmisero una volontà costante nelle cose superiori; nelle terrene la lor politica orzeggiava come gli uomini; perciò in quelle ebbero potenza irresistibile, in queste si schermivano a stento dal più fiacco nemico: baroni e re prepotenti o popoli rivoltosi toglievano loro i possessi e fin la libertà; intanto che la loro voce sonava temuta e venerata nelle parti più remote; e i popoli esultavano che ai grandi sovrastasse una podestà per arrestarne il despotismo, il quale soltanto è possibile dove i re si persuadono nulla aver di superiore.

L'autorità ecclesiastica poi dei papi, ingrandita col restringere il potere dei metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti benefizj, sottrarre agli ordinarj i conventi e i beni parrochiali, favorire le pretensioni dei canonici, fu consolidata dalle false Decretali.

Furono queste inventate dai papi per erigervi la propria primazia? o l'autore si propose di supplire alla mancanza di un codice ecclesiastico conforme ai bisogni del tempo, raccogliendo titoli antichi anche spurj; trasformando in vere decretali altri, a cui il pontificale romano alludeva, o desumendoli da storici e da padri della Chiesa e da collezioni anteriori? Ne disputano gli eruditi: ben sappiamo che, al risorgere della critica, il Valla e i cardinali Baronio e Bellarmino ed altri non meno pii che dotti non esitarono a dichiararle false; ma al comparir primo trovavansi così conformi ai principj ed alle istituzioni della Chiesa, che i più le accolsero senz'altro, sinodi e papi le citarono, altri compilatori vi fecero sopra fondamento, e ne restò legittimata la supremazia papale.

Ma altrettanto erano altere le pretensioni dell'autorità secolare, onde non era possibile procedessero senza venire a cozzo. La Chiesa avea sempre gelosamente provveduto che l'elezione de' prelati rimanesse libera, e fatta per merito non per sollecitazioni, o tumulti, o mercato. Ma quando ogni possesso ed ogni autorità si ridusse feudale, tal si volle ridurre anche l'ecclesiastica: e parve ai re poter obbligare i prelati a prestar loro l'omaggio e chiedere la conferma de' possessi e delle giurisdizioni; ed essi ne gl'investivano colla tradizione dell'anello e del pastorale.

Il diritto d'investirli dava ai re una grande ingerenza anche nell'eleggerli, e presto una specie di padronanza nelle cose ecclesiastiche. Mentre riduceano i sacerdoti ad obblighi secolareschi, raccomandavano spesso le badie a qualche secolare (commende), cioè gliene attribuivano i frutti, lasciando al clero i pesi. Di qui un traffico di ecclesiastiche dignità, le quali portando lucro e potenza, procacciavansi con denaro, o, come lamentava san Pier Damiani, «coll'adulare il principe studiandone le inclinazioni, obbedendo ad ogni suo cenno, applaudendo ogni parola che gli caschi di bocca, andandogli in ogni cosa a versi. Non è comprata cara la dignità con sì lunga servitù, col far da parasito e buffone per diventare vescovo?»

Dal soverchio ingrandimento veniva dunque umiliazione vera al clero; onde Attone vescovo di Vercelli[377] non rifina di compiangere le tirannidi usate ai vescovi, accusati da chi che fosse, costretti a difendersi col giuramento e col duello; intanto che i principi carpivano al clero e al popolo le elezioni; e non ai più degni, ma guardavano a parentele, servigi, ricchezze; talchè s'accumulavano in un solo molte prelature, o attribuivansi a fanciulli che appena sapessero qualche articolo di fede, tanto da rispondere ad un esame di semplice formalità. Manasse possedeva i vescovadi d'Arles, Milano, Mantova, Trento, Verona: già incontrammo un vescovo di Todi di dieci anni, un papa di nove. Il padre che avea portato in braccio suo figlio alla sede, mercanteggiava a nome di lui cariche, parrochie, benefizj, riscoteva le decime e il prezzo delle messe, e colla spada faceva e disfaceva nella diocesi, come fra' suoi vassalli[378].

Gli uomini di retta volontà rifuggivano da tali accatti; onde le cattedre restavano a gente che, entrata di rapina a guardia del gregge, come avrebbe offerto quella perfezione di virtù che è richiesta dalla Chiesa? come avrebbero potuto essere gli uomini di Dio e del popolo, se prima dovevano essere gli uomini del re? e come non essere gli uomini del re, quando questo li sceglieva secondo i suoi interessi? Ben la santità di alcuni e la bontà del basso clero manteneva la distinzione, che il carattere e le funzioni pongono fra laici e sacerdoti: ma quelli d'illustre nascita o di elevata dignità si brigavano nelle occupazioni della nobiltà, e meglio della teologia e delle pacifiche virtù credevano s'addicessero al grado loro le armi, il mestar partiti e maggioreggiare nelle Corti.

Quando Arnolfo arcivescovo milanese si condusse ambasciatore alla Corte greca, traeva immenso codazzo d'ecclesiastici e secolari, fra cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali avea distribuito pelliccie di màrtoro, di vajo, d'ermellino; esso poi montava un cavallo non solo di ricchissima bardatura, ma ferrato d'oro con chiovi d'argento.

Da questi scialacqui come rifarsi? dilapidando le chiese e i poveri, rivendendo le dignità minori, guastando così l'umor vitale fin nelle parti estreme. Assenti dalle diocesi anche per tutta la vita, corteando, addestrandosi alle battaglie colle caccie, i vescovi corrompevano i proprj e lasciavano corrompere i costumi del clero in guisa deplorabile. Ad esempio de' grandi, i patroni secolari faceano bottega de' piccoli benefizj. I laici non badavano alle scomuniche, sapendo che già le aveano incorse quelli che le lanciavano. Chi non avesse altro, vendeva le preghiere, essendo invalso che uno potesse adempiere alle penitenze d'un altro, e con orazioni o con battiture espiar la pena dovutagli. Domenico Loricato ebbe questo nome perchè portava un petto di ferro, e catene attorno al corpo, e spesso assumevasi la penitenza dei cento e dei mille anni. Credevasi allora che tremila sferzate equivalessero a un anno di penitenza; e durante la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi. Col recitar dunque venti volte il salterio sotto continua flagellazione adempivasi alla penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva in sei giorni[379].

Non solo le cronache, ma le invettive de' santi ed i concilj testimoniano tale depravamento, da mostrare che veramente divina era l'istituzione della Chiesa se non soccombette. Uno dei più virtuosi e dotti di quel secolo fu Pietro da Imola (988-1072), che abbandonato dalla madre a curare i majali, fu tolto a educare dal fratello Damiano arcidiacono di Ravenna, da cui per riconoscenza prese il nome di Damiani. Presto fu maestro egli stesso, e sequestratosi dal mondo nel romitaggio di Fontavellana, aperto allora dal beato Ludolfo appiè dell'Appennino nell'Umbria, ne divenne abate, e molti eremi fondò e de' suoi scolari molti vide unti vescovi. I papi lo adoprarono in affari scabrosissimi, e lo fecero cardinale vescovo d'Ostia, dignità che non accettò se non dopo minacciato di anatema, e non si tenne contento se non quando alfine impetrò di tornare nel suo convento. Fra una vita operosissima, preghiere, digiuni, cilizj erano sua continua compagnia, dormiva s'una stuoja, e ricreavasi coll'intagliare cucchiari ed altri arnesi di legno. Inventò l'uffizio della Madonna: oltre le cencinquantotto lettere e relazioni sugl'importanti negozj ch'ebbe a trattare con re e con prelati, ne abbiamo settantacinque sermoni, vite di molti santi suoi contemporanei, e sessanta opuscoli esegetici, teologici e storici, in dettatura migliore de' contemporanei, eppur diffusa e intralciata, e con un cumulo di miracoli e apparizioni di morti.

Zelantissimo della miglior disciplina, torna ogni tratto a deplorare il pervertimento de' prelati, e — Han fame d'oro (intuona), e dovunque giungono vogliono vestir le camere a gale di cortinaggi, meravigliosi di materia o di lavoro. Distendono sulle seggiole gran tappeti ad immagini di mostri; larghe coltri sospendono alla soffitta perchè non ne caschi polvere; il letto costa più che il sacrario, e vince in magnificenza gli altari pontifizj; la regia porpora d'un solo colore non contenta; e si vuole coperto il piumaccio con tele miniate d'ogni genere di splendori. E perchè ci puzzano le cose nostrali, godono soltanto di pelli oltremarine, condotte per molto argento: il vello della pecora e dell'agnello si ha in dispetto, e voglionsi ermellini, volpi, màrtori, zibellini. Mi vien fastidio a numerare queste borie, che movono a riso, è vero, ma a tal riso che è radice di pianto, vedendo questi portenti d'alterigia e di follia, e le pastorali bende sfavillanti di gemme e qua e là scabre d'oro»[380].

Il beato Andrea, abate di Vallombrosa, esclama: — Era il ministero ecclesiastico sedotto da tanti errori, che appena si sarebbe trovato alcuno alla propria chiesa; chi con isparvieri e cani dandosi attorno, perdevasi in caccie; chi faceva da tavernajo, chi da usuriere; tutti con pubbliche concubine passavano vituperosamente lor vita, tutti fradici di simonia, tanto che nessun ordine o grado dall'infimo al sommo poteva ottenersi se non si comprava al modo che si comprano le pecore. I pastori, cui spettava rimediare a tanto guasto, erano lupi rapaci»[381].

Raterio nacque d'un legnajuolo, e anche divenuto vescovo di Verona amava fabbricare e restaurar chiese; così povero che nè cappellano aveva nè famiglio; nessun lusso nel vestire e nel calzarsi, dormire in terra o sopra un pancone, tenere a mangiar seco ogni qualità di persone, digiunare talvolta fino a nona, facendo penitenza per gli altri; non che curare le maldicenze, donò dodici soldi d'argento a uno che gli aveva detto ingiuria. Egli muove caldissimi lamenti contro il clero nostrale, che sollecitava la libidine con vini e cibi; e raccolto un concilio, trovò che molti nè tampoco sapevano il credo[382]. A Farfa, Campone e Ildebrando avvelenano l'abate, e a forza di denari il primo ne ottiene la dignità; ma Ildebrando scontento solleva i vicini di Camerino, caccia Campone, e si fa donno del monastero; Campone con maggiori somme si trae dietro altri, recupera il posto, e attende a mettere al mondo figliuoli e arricchirli coi beni del monastero.

Alberico, nominato vescovo di Como da re Enrico II (1010), di cui era cappellano, donò ai monaci Benedettini un podere del clero di Sant'Abondio, perchè questo ne faceva scialacquo in pazzie e in cure secolari. Aveva sotto di sè vassalli, gastaldi, avvocati, il visdomino; e fu degli zelanti nel riformare il clero. Eppure avendo avuta da re Corrado in commenda la ricchissima badia di Breme in Lomellina, per venirne in possesso fece metter le mani addosso all'abate, e cacciatolo in carcere lo costrinse a giurargli fedeltà. Poi al tempo del ricolto andò al monastero, e fece egual violenza a due monaci che per avventura si opponevano alle sue depredazioni; ma la notte, ecco san Pietro gli compare al letto, e non pago di rimproveri, lo batte e mutila in sì mal modo, che la mattina avendolo i monaci costretto a partirsene, tra via morì[383].

Clero e popolo, trovandosi esclusi dalle nomine, e imposti superiori sconosciuti o perversi, mal si rassegnavano all'obbedienza, e ne nascevano turbe e tumulti. A Firenze il vescovo Pietro di Pavia era tacciato di aver compra la dignità dall'imperatore; contro lui principalmente alzano la voce san Gualberto fondatore dei Vallombrosani, e Tenzone che da cinquant'anni stava murato in una celletta; pretendeano non si dovessero ricever da esso i sacramenti, e accusavano di connivenza Pier Damiani, il quale rispondeva che, ammettendo ciò, vi sarebbe da un pezzo interruzione nel ministero della Chiesa di Dio. Per finirla, il vescovo mandò ad assaltare il convento di San Salvi, trucidando quanti monaci furono côlti (1067). I sopravissuti invocarono il giudizio di Dio per provare esser Pietro indegno di quella sede. Eretti due roghi vicini e accesili, il monaco Giovanni vi passò scalzo senza nocumento o dolore; Pietro si ritirò in un monastero, e Giovanni Igneo divenne cardinale e vescovo d'Albano. Di Roma abbiam già detto abbastanza e troppo.

A tanta corruzione i concilj opponevano decreti di morale e di disciplina: s'introducevano regole più austere, qual fu l'Ordine dei Cluniacesi (910), che dalla Francia ove nacque presto si diffuse anche in Italia; il severissimo de' Certosini (1084), dal fondatore san Brunone portato alla Torre in Calabria. Romoaldo, nobilissimo ravennate e confidente di Ottone III, ritiratosi nel deserto di Camaldoli (campus Maldoli) (1012), tra le più belle faggete e abetine che coronino la vetta degli Appennini, fabbricò una chiesa e cellette distinte per ciascun monaco, dettando una regola di continui digiuni e prolungati silenzj. Incessantemente egli predicava contro la simonia, e disciplinava il clero; molti prelati simoniaci venivano a consultarlo, «ma (dice Pier Damiani) non so s'egli abbia emendato un solo; tanto è dura quest'eresia, e tanto difficile la guarigione, che con meno fatica si convertirebbe un Ebreo». A un conte Olibano, che venuto con gran corteo alla sua cella, gli espose i proprj peccati, intimò non potrebbe salvarsi se non rinunziando alle pompe del secolo: e quegli obbedì, e si fe monaco. A Ottone III, in penitenza dell'avere ucciso Crescenzio, impose pellegrinasse a pie' scalzi da Roma al monte Gargáno, poi nel monastero Classense di Ravenna digiunasse l'intera quaresima, cinto di cilizio, e dormendo s'una stuoja. Esso imperatore l'obbligò a uscir dalla solitudine per riformare il monastero Classense; ma que' monaci non sapeano adattarsi a tanto rigore, sicchè Romoaldo ruppe la verga, e tornò al suo ritiro. Qui visse fino a cenventitre anni; poi Rodolfo, quarto priore, fabbricò a valle il convento di Fontebuona, i cui monaci doveano procurare i poveri alimenti agli eremiti della montagna; e quella congregazione, approvata da Alessandro II (1072), acquistò dappoi tante ricchezze, quanta a principio n'era stata l'umiltà.

In una delle ricorrenti baruffe cittadine era stato ucciso un nobile fiorentino, e tutta la parentela tenevasi obbligata a vendicarlo. L'uccisore stava dunque in grande apprensione, e scontrato uno d'essi parenti, per nome Giovanni Gualberto, in un calle ov'era impossibile cansarlo, dandosi perduto, si gittò a terra colle braccia tese a pietà. Giovanni, venerando la croce che in quell'atto egli rappresentava, gli perdonò; e colla tenerezza infusa da una buona azione entrando in San Miniato, parvegli che un crocifisso s'inchinasse, quasi ringraziandolo d'aver perdonato a suo riflesso. Tocco dal miracolo, lascia il mondo quando di maggiori attrattive lusingava la sua giovinezza, e a malgrado del padre (1060), raccorci i capelli, veste l'abito; poi per desiderio di maggior solitudine si colloca a Vallombrosa negli Appennini, rimettendo al primitivo rigore la regola di San Benedetto, dando a' suoi un vestire di grossa lana bianca e bruna, e, cosa nuova, con frati laici distinti di condizione, a' quali era permesso parlare mentre fuori attendevano a lavori.

Leone da Lucca, che, sebbene abate della Cava, andava far legna al bosco, e grossi fasci ne portava a Salerno da vendere per vantaggio dei poveri, riprese più volte l'avarizia e crudeltà del principe Gisolfo; ma trovandolo incorreggibile, gli predisse che sarebbe spodestato da Roberto Guiscardo. Più d'una volta presentossi alle prigioni, e senza che alcuno osasse opporsegli, liberò quei che il principe avea condannati a morte.

E Giovanni Gualberto, e San Nilo, romito di Calabria, ed altri di quel tempo moltiplicarono miracoli di conversioni, ma la voce e l'esempio de' pari loro riuscivano d'efficacia parziale, nè a piaghe incancrenite poteva venire il rimedio se non da quel seggio, alla cui altezza principi e popoli affisavano lo sguardo. Ma la sede romana era talmente contaminata, che gl'imperatori ne coglievano pretesto per collocarvi loro creati, perpetuando in tal modo l'abuso delle illegali elezioni. Gerberto, monaco dell'Alvergna, poi abate di Bobbio, fu dotto nelle matematiche, le quali voleva nelle scuole si accoppiassero alla dialettica per crescere forza e penetrazione agli intelletti; introdusse o estese l'uso delle cifre arabiche, con gran cura adunava libri, pose a Magdeburgo un oriuolo forse a bilanciere, e chi entrasse nella camera di lui, vi vedeva astrolabj, sfere, cifre strane, e l'altro corredo da astrologi e maghi. Fu dunque creduto un di costoro, e che avesse patteggiato col demonio per apprendere que' bei trovati e i modi di salire alla suprema dignità. Questi modi però erano scienza superiore ai contemporanei e perseveranza: e dopo che fu arcivescovo di Reims, Ottone III suo scolaro il collocò arcivescovo di Ravenna (999), in fine papa col nome di Silvestro II[384].

Soli quattro anni regnò, e ne' successivi (1003-12) il prefetto di Roma e la fazione dei conti di Tusculo portarono al seggio Giovanni XVII e XVIII, Sergio IV, infine Benedetto VIII uno di essi conti, che illaudabile come pontefice, dell'abilità guerresca si giovò a snidare da Luni i Saracini. Denaro e forza gli diedero successore il fratello Romano ancora laico (1024), console e senatore di Roma, che volle chiamarsi Giovanni XIX, e che vendette per ripagarsi. Poi la fazione stessa tusculana fece eleggere un suo nipote Teofilatto (1033), di dodici anni, che disonorò colla scostumatezza il nome di Benedetto IX.

Due volte dalla pubblica indignazione cacciato e surrogatogli Silvestro III, due per la forza imperiale ricuperò la tiara; la vendette a Giovanni XX, poi col denaro ritrattone soldò gente e ripigliolla. Graziano arciprete, entrato conciliatore, sì bene destreggiò e spese, che ottenne per sè il pontificato (1044), col nome di Gregorio VI. Allora sedettero tre papi contemporanei, che non pensavano a regolare la Chiesa, ma a spartirsene gli emolumenti.

Invitato a riparare a tali disordini, Enrico III convocò a Sutri un concilio, ove Silvestro III e Giovanni XX furono sentenziati d'intrusi, e Gregorio, confessando averlo ottenuto per vie riprovate, depose il pastorale, e si ritirò fra i Cluniacesi. L'imperatore fece eleggere Sugero vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II (1046), coronò Enrico, e pensava svellere la dominante simonia, ma pontificò appena un anno. Al morir suo, Benedetto IX ritorna[385]; ma Enrico spedisce a Roma Poppone vescovo di Bressanone, che pochi giorni siede papa col nome di Damaso II; indi la dieta raccolta a Worms elegge Brunone vescovo di Toul (1048). Così, per evitare le doppie e le turpi elezioni, credessi necessario che i re destinassero i capi alla Chiesa, e preferissero Tedeschi, meno corrotti e alieni dalle fazioni. Brunone aveva cercato sottrarsi al papato sin col fare pubblica confessione de' proprj peccati: indotto poi ad accettarlo, nell'avviarsi a Roma volle averne parere con Ildebrando, monaco di Cluny in gran riputazione di dottrina e virtù; il quale mostrandogli l'indegnità di un'elezione laica, l'indusse a mutare l'abito pontificale in quel di pellegrino, fin a tanto che il popolo e il clero di Roma non lo avessero liberamente nominato.

Finchè vendevansi le chiese, finchè se ne otteneano le dignità per moneta e brogli, finchè il libertinaggio di chi le occupava inchinavasi ai principi venditori più che non ai pontefici riformatori, potea mai sperarsi che i vescovi ricuperassero l'indipendenza d'autorità, di cui avevano fatto getto per acquistare la libertà de' costumi? Depravata la Chiesa perchè si secolarizzò, bisognava tornarla alle norme ecclesiastiche, rinvigorire il sacerdozio, il monachismo; sopra i malvagi, di qualunque grado fossero, istituire un censore, disoggetto da temporali potenze; e tale non potendo essere se non il papa, era duopo sottrarne l'elezione ai laici, sciogliere i sacerdoti dal legame feudale, e perciò isolarli dalle famiglie. Chi si accingesse a rompere il triplice vincolo della terra, della famiglia, dell'autorità con cui il clero trovavasi legato alla società, troverebbe durissimo cozzo nei re che scapitavano di potenza, nei preti che perdevano comodità alle passioni, nelle molli abitudini. Non poteva egli esser dunque che un eroe; nè i passi dell'eroe e in età sciagurate vanno misurati col metro dell'uomo ordinario e de' tempi quieti.

Nel monastero di Cluny era cresciuto Ildebrando (n. 1013), di Soana nel Senese; ed erudizione profana e sacra, integerrimo costume, cuor retto, giudizio ponderato nell'ideare, ferma prudenza nell'eseguire, presto lo segnalarono. Stomacato della universale corruttela, vide non potersi correggere il mondo se non correggendo la Chiesa che n'era capo; e vigile, attivo, indomito, sempre fondato sulla vetusta tradizione e sul voto del popolo, vi si applicò quando fu preso a consigliere dai pontefici. Le nefandità, tra cui era testè corso il papato, lo convinceano che ogni male venisse dal restare la suprema dignità commessa all'elezione interessata e corrotta de' secolari: ma poichè non si poteva di tratto abolire la pretensione degl'imperatori, cominciò a sanare le nomine regie col sottometterle alla rielezione del clero e del popolo. In questo intento consigliò Brunone d'entrare in Roma da pellegrino (1049), e quivi chiedere il suffragio di chi solo v'avea diritto. Brunone, che fu Leon IX, il fece, ed annunziò il divisamento di deporre i vescovi simoniaci; ma trovò il male così esteso, che fu costretto rallentar quel rigore, imponendo solo quaranta giorni di penitenza ai convinti.

Lui morto (1055), Enrico III nominò il monaco Gebardo suo consigliere, persona specchiata, che assunto il nome di Vittore II, per sè e coll'opera d'Ildebrando procacciò a riformare la disciplina. Dopo di lui, una fazione, sazia di tanti papi tedeschi, portò al seggio Stefano IX (1057), che fu zelantissimo della disciplina, e che, morendo dopo soli otto mesi, pregò non si eleggesse il successore fin quando di Germania non tornasse Ildebrando. Però Gregorio conte di Tusculo, armata mano, fe proclamare l'inetto Giovanni vescovo di Velletri (1058), col nome di Benedetto X. Ildebrando, conoscendo che il papa d'una fazione sarebbe ancor peggio che il papa d'un imperatore, si unì ai grandi, a Pier Damiani e ad altri cardinali, pregando dalla imperatrice Agnese un altro pontefice, il quale fu Gerardo vescovo di Firenze. Ildebrando, che ne recò l'annunzio, ebbe cura fosse rieletto in un sinodo a Siena, ove prese il nome di Nicola II (1059); e perchè più non si rinnovassero le elezioni tumultuarie, lo indusse a toglierne il diritto al re ed al popolo, per affidarlo ad un concilio di cardinali vescovi e cardinali cherici[386], salvo l'approvazione del clero e l'onore dovuto all'imperatore.

I grandi, stizziti del vedersi tolto il lucroso privilegio, spedirono chiedendo un papa al nuovo imperatore Enrico IV; e i prelati lombardi da lui convocati a Basilea (1061), abrogata la costituzione di Nicola, stanziarono che il pontefice dovesse scegliersi nel paradiso d'Italia, come definivano la Lombardia, acciocchè avesse viscere tenere a compatire la fragilità umana, ed elessero Cadolao vescovo di Parma, che si fe dire Onorio II[387]. Venne costui a prendere possesso della dignità colle armi, alleandosi anche colla fazione di Tusculo; ma Ildebrando avea già fatto proclamare dai cardinali Anselmo da Baggio vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II. Lo scisma proruppe in guerra civile, dove il papa legittimo restò vinto in prima, indi vincitore. Solo dopo molti anni l'arcivescovo di Colonia Annone, tutore di Enrico IV, lo riconobbe: e Cadolao, gran tempo sostenuto nel Castel Sant'Angelo da Cencio, che comprò a contanti, riuscì a fuggire, senza però mai rinunziare alle sue pretensioni. Un concilio adunato a Mantova chiarì legittima l'elezione di Alessandro.

Tanta potenza esercitando, riverito come signore dai papi medesimi, da un pezzo Ildebrando avrebbe potuto sedere sulla cattedra di san Pietro, qualora l'avesse ambita; ma celebrandosi le esequie di Alessandro, la folla (1073) invade tumultuosamente la basilica Laterana, acclamando d'ogni parte Ildebrando papa per volontà di san Pietro. Egli accorse al pulpito per chetare quel disordine; tutto invano; nè il gridare ristette finchè i cardinali non ebbero annunziato pontefice l'eletto dal popolo e dall'apostolo. Allora la pompa del nuovo papa e le acclamazioni si mescolarono in modo strano all'apparato funebre e al corteo di suffragio.

Con ciò si preveniva l'intervenzione e la probabile opposizione imperiale, e assicuravasi ai cardinali il contrastato privilegio elettorale: pure Ildebrando ne informò Enrico, pregandolo sottrarlo da quel peso, altrimenti dichiarandosi mal disposto a soffrire i comporti di esso imperatore. Malgrado questa diffida, non avendovi trovato ombra di simonia, Enrico non potè negare l'assenso. Allora col nome di Gregorio VII piglia assunto di guerreggiare la simonia e l'incontinenza, che da due secoli insozzavano la sposa di Cristo; trova che la forza domina dappertutto? e' vuol dappertutto far prevalere il pensiero; trova il pontificato fiacchissimo, robustissimo l'Impero? e' si propone di sottometter questo a quello, come l'anima comanda al corpo, come l'ingegno dirige le braccia. Viaggiò per Italia amicandosi i prelati buoni; e agevole dovunque trovasse docilità, inflessibile coi contumaci, instaurava l'antica disciplina. Abbracciando l'intera cristianità nelle sue attenzioni, dove in persona non giungesse moltiplicavasi per via di legati; non negligeva le minuzie della reggia e della cella; ingiunse che tutti i vescovi nelle proprie chiese facessero insegnare le arti liberali; e non badava a farsi nemici, perchè in ogni atto si proponeva non la superbia umana, ma la salute delle anime.

Divenuto il sacerdozio e le prelature impiego dei ricchi, quest'una cosa mancava, che quelle comodità non si dovessero comprare colle astinenze del celibato, nè il posseder benefizj togliesse i godimenti della famiglia; da ultimo si rendessero patrimonio le dignità, i vescovadi, il papato, introducendo anche nella Chiesa l'assurdità delle cariche ereditarie ch'ella avea sempre rejetta. Ed a questo pure si tendeva; e già in molte diocesi era invalso il matrimonio dei preti, che la prudenza, il decoro, la libertà necessaria al clero aveano fatto vietare. Allora dunque che Gregorio richiamò la trascurata proibizione, si allegavano la consuetudine d'alcune diocesi, i privilegi speciali, i legami di famiglia già contratti, e un lamento levossi per tutta la Chiesa occidentale.

Il clero dell'alta Italia erasi di buon'ora corrotto, e già al tempo de' Longobardi Paolo Diacono deplorava che più nessuno frequentasse il San Giovanni di Monza, in grazia de' suoi preti concubinarj e simoniaci. Ne' contorni di Brescia, al 790, uscì un monaco ad annunziare imminente la fine del mondo, colpa la depravazione dei monaci; e spacciatosi profeta, distribuì i suoi seguaci in cori d'angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i monaci, sinchè non venne mandato a morte[388].

A Milano il mal costume era cresciuto in proporzione delle ricchezze e della potenza del clero; e indarno il concilio di Pavia avea voluto interdire il matrimonio ai preti, che pretendevano appoggiarsi ad una concessione di sant'Ambrogio[389]. Vi serpeva pure la simonia, e fin dall'820 papa Pasquale si lagnava colla chiesa milanese del trafficarvisi d'ordini sacri. Per ciò e per ambizione quel clero stava alieno dalla santa sede, e per due secoli se ne tenne quasi separato, pretendendo che la chiesa di sant'Ambrogio non fosse inferiore a quella di san Pietro. Guido da Velate (1045), postovi arcivescovo per favore del re e contro il privilegio del capitolo[390], vendeva le cariche, scaricava su altri il peso del suo ministero, mentr'egli consumava tempo ed entrate in caccie ed esercizj guerreschi. L'alto clero il favoriva per imitarlo; ma il minore ed il popolo ne prendeano scandalo e nausea, a tal segno che, mentr'egli celebrava, l'abbandonarono tutto solo all'altare.

A capo de' rigorosi stava Anselmo da Baggio, prete della metropolitana; onde Guido lo fece dall'imperatore destinare vescovo di Lucca. Neppur là dimenticò egli la patria; e udito come Guido avesse nominato sette diaconi indegni, corse a Milano, e s'affiatò con Landolfo Cotta ed Arialdo d'Alzate, principali fra i rigoristi, e cominciarono alzar la voce a rischio della vita, più ascoltati quanto più apparivano i vizj del clero. Tosto si formarono due fazioni nella diocesi: una dell'alto clero co' suoi parenti ricchi e titolati e sostenuti da forte vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra detta dei Patarini, poveri e plebei, ma forti nella bontà della causa e nel favore della moltitudine. Fin alle armi si venne; ma trovato chi osa dire una verità, può soffocarsene il suono? Roma sostiene quelli che il ferro dei grandi minaccia e che i sinodi provinciali scomunicano. Pier Damiani e Anselmo da Baggio, spediti legati dal papa in Lombardia, mostrato come fosse ingiusta la pretensione di non dipendere da Roma, tornarono la chiesa milanese all'antica sommessione, e in un sinodo a Roma quell'arcivescovo tenne il primo posto, e ricevette dal papa l'anello, col quale fin allora i re d'Italia erano soliti investirlo. Lasciarono in carica Guido, affinchè il deporlo non mettesse sgomento agli altri, tinti della pece istessa; ai meno colpevoli imposero di digiunare a pane e acqua, per cinque anni, due giorni ogni settimana, e tre nelle quaresime di pasqua e del san Giovanni; a' più rei, sette anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì, vita durante; all'arcivescovo per cento anni, dei quali però poteva riscattarsi a prezzo; e dovea promettere di mandar tutti i preti colpevoli in pellegrinaggio a Roma o a San Martino di Tours, ed egli stesso andare a San Jacopo di Galizia e al santo sepolcro[391]. All'eguale effetto riuscirono nel resto di Lombardia.

Mal soddisfatti de' miti provvedimenti, e accorgendosi come gli avversarj dissimulassero solo per necessità, incalorirono l'opposizione Arialdo e Landolfo, poi alla morte di questo il fratello Erlembaldo, ancor più risoluto, e che allor allora tornando dal pellegrinaggio in Terrasanta, aveva infervorato il proprio zelo col visitare le soglie degli Apostoli, dove il papa lo elesse confaloniere della Chiesa. Anselmo da Baggio, salito papa col nome di Alessandro II, favorì di forza gli zelanti, mentre Erlembaldo allettava plebe e giovani (1065), e a capo d'armati strappava dagli altari i preti concubinarj, e correva da Milano a Roma per attingere incoraggiamenti e forza. Di rimpatto il clero istigava la boria patriotica contro Roma, i nobili difendevano colle armi i loro parenti e creati; onde ogni giorno baruffe e sangue: scene riprodotte nelle altre città, come gli scandali che vi davano occasione.

E del furore armato cadde vittima Arialdo con orribili strazj. Il sangue esacerba le ire; Guido co' suoi è cacciato; ed egli vende la dignità a un Goffredo, che d'intesa coi vescovi e coi capitanei di Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania, e gli propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado. L'imperatore, desideroso d'umiliare il papa e chi per lui, accondiscende alla domanda, e l'intruso s'accinge all'effetto: ma Erlembaldo piglia le armi, e dopo saccheggi e incendio, rimasto padrone della città, governa con un consiglio di trenta persone, confisca i beni di qualunque prete non possa con dodici testimonj giurare di non aver avuto affare con donne: molti, insofferenti della insolita dominazione, fuoruscirono; più volte si tornò alle mani, intanto che gli uni e gli altri imparavano a governarsi senza nè conte nè arcivescovo, in vera repubblica. Principi e buffoni cuculiano quegl'involontarj divorzj dei preti: i nobili rientrati s'affaticano a screditare i Patarini, e blandiscono il popolo col proporgli una confederazione, allo scopo di assicurare l'integrità della chiesa milanese.

Morto Guido (1071), Erlembaldo fa eleggere arcivescovo un giovinetto Attone; e la fazione contraria si leva in armi, assale il prelato, che non potè salvar la persona se non salendo in pulpito e abdicando: ma Roma lo riconobbe, e scomunicò Goffredo. Erlembaldo continuava guerra ai concubinarj; ma i nobili tornati in armi lo uccisero (1075), e il popolo lo onorò come martire.

Il conte Everardo, uno scomunicato spedito da re Enrico, adunati i signori lombardi a Roncaglia, li ringraziò d'avere ucciso Erlembaldo, proscrisse i Patarini, e fece eleggere un nuovo arcivescovo; in modo che tre persone portavano questo titolo. Ma il popolo, che pativa dalla corruzione del clero, che mal comportava si sperdessero in reo lusso le ricchezze concedute alle chiese per sollievo de' poveri, che dal rigore de' monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato, e che suol pretendere maggiori virtù da chi lo dirige, vigorosamente sostenne il decreto del papa che l'imponeva, maltrattò i renitenti, li respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quell'ordine prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti. Sciogliendo i sacerdoti dai legami della famiglia, assicurava una milizia, devota interamente al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; e che divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle chiese come patrimonio universale dei poveretti.

Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli, era rimasto a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni del pontefice; alfine piegò anch'esso, ed ora nel ricevere il pallio dovette dare un giuramento (1079) che poi si estese agli altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove s'obbligavano al modo stesso che i vassalli al signore, cioè di serbare fedeltà al pontefice, non tramare contro di lui nè rivelarne i secreti, difendere a tutta possa la primazia della chiesa romana e le giustizie di san Pietro, assistere ai sinodi convocati da esso, riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse scomunicato: di poi vi s'aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie degli apostoli, o mandare chi rendesse conto dell'amministrazione della diocesi; osservare le costituzioni e i mandati apostolici, nè alienare verun possesso della mensa se non consenziente il santo padre.

Resa al clero la potenza che trae dalla virtù, bisognava saldare l'indipendenza col toglier via la pietra dello scandalo, il diritto che i signori laici arrogavansi d'investire coll'anello e col pastorale i prelati; occasione di simonie e di elezioni indegne. — E che! la più miserabile femminetta può scegliersi lo sposo secondo le leggi del suo paese; e la sposa di Dio, quasi vile schiava, dee riceverlo di mano altrui?» così sclamava Gregorio VII, e forte nella propria volontà e nel voto del popolo, al quale si appoggiò in ogni suo atto[392], e dal quale trasse la forza portentosa di superare tanti ostacoli, proibì agli ecclesiastici di ricevere investitura di qualsiasi benefizio per mano di laico, pena la destituzione; e ai laici di darla, pena la scomunica.

Secondo il diritto politico, il capo dello Stato non premineva a' suoi vassalli se non per la superiorità attribuitagli dall'infeudazione; laonde col togliere ai signori d'investire i prelati si sottraevano questi dalla loro dipendenza, e sottometteasi al pontefice forse un terzo dei possessi di tutta cristianità. Se poi la Chiesa rinunziasse ai beni e ai diritti pei quali davasi l'investitura, rimaneva spoglia d'ogni autorità temporale e dipendente dai principi come oggi il clero protestante. Se, al contrario, conservandoli ella si esimesse dal chiedere ad ogni vacanza la conferma secolare, non solo diventava indipendente, ma sarebbesi dilatata in potenza fin a rendere vassalli i principi. Non rifuggiva da queste conseguenze Gregorio, poichè, volendo rigenerare la società per via del cristianesimo, non credea potervi arrivare finchè la sede romana non fosse levata di sopra dei troni. Ne veniva per diritta conseguenza il suo mescolarsi alle cose temporali e al governo de' popoli: ed agli uni vietò il trafficare di schiavi, ad altri rinfacciò i vizj; scomunicò re contumaci, obbligò altri a continuare alla chiesa romana quell'omaggio con cui i loro predecessori ne aveano compensato la tutela; e dove i baroni degradavano gli uomini alla condizione di bestie da soma, egli voleva rialzarli con santità più che umana. In ogni sua opera, nulla pel vantaggio personale, tutto per la Chiesa: inesorabile cogli altri come con se stesso, di fede irremovibile in ciò che credeva disegno della Provvidenza, egli stesso si dà come un abitatore delle regioni dove non penetrano mai la nebbia della paura nè le ombre del dubbio: altri papi aveano gemuto, esortato, negoziato, transatto; Gregorio comanda, ardisce ogni estremo, vuole che la potenza papale non abbia altri limiti che la volontà di Dio e la coscienza, e per correggere gli abusi si colloca di sopra dei re, interessati a conservarli.

Si foss'egli incontrato in principi degni, poteva rigenerare la Chiesa e il mondo: ma in quella vece ebbe a cozzare con malvagi; e il resistere alle arti loro lo portò a metter fuori tutte le armi che gli erano offerte dal suo tempo e dalla sua posizione.

Era succeduto al trono di Germania Enrico IV (1056), re nella cuna, orfano a sei anni. Educato a tracotante idea della regia potenza, e a spregio della disciplina ecclesiastica, ai venticinque era già un tirannello rotto ad ogni bruttura; maltrattò la moglie; le case contaminava colle libidini, spinte fin nelle sorelle. Singolarmente egli offese ne' più preziosi diritti i Sassoni, che i loro unendo ai lamenti di tanti altri, si diressero al pontefice come al repressore d'ogni vizio e tirannide, come all'appoggio d'ogni sforzo contro gli abusi; e l'esortavano a deporre quest'indegno regnante: diritto, io non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo non solo dal gius canonico, ma dal civile de' Tedeschi. Gregorio, già disgustato di questo imperatore che facea mercato pubblico delle sacre dignità e tenevasi attorno persone scomunicate, lo citò a giustificarsi davanti a un concilio in Roma. Più sdegno che timore ne prese Enrico, e gli rispose che il deponeva di pontefice.

Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l'una avea per sè l'opinione popolare, l'altra la violenza; e ciascuna usò le armi sue.

Allora non si pensava che le cose di governo s'abbiano a regolare non colla morale ordinaria, bensì con una particolare equità. Allora (e giovi ripeterlo a costoro che la libertà credono nata jeri) uno non nasceva re, ma doveva essere eletto; cioè condizione del regnare, era l'esserne meritevole; nè i re erano despoti, ma temperati dall'assemblea generale della nazione, e dall'autorità pontifizia che contrappesava la regia, e manteneva la libertà civile. Che se i re non volessero chinarsi a' suoi decreti, un'arma terribile aveva in mano il papa, e propria dei tempi, come n'era propria quella potenza.

Fin dai primi secoli del cristianesimo, la scomunica, oltre escludere dalla sacra mensa e dalle benedizioni, proibiva di abitare, mangiare, discorrere col reprobo, e traeva anche conseguenze civili, come di rimoverlo dagl'impieghi, dalla milizia, dai giudizj. Lentata la devozione, bisognò crescere lo sgomento delle scomuniche con riti e formole tali da spaventare la prepotenza armata; gettavansi per terra candele ardenti, imprecando che a quel modo si spegnesse ogni luce al maladetto; alcuna fiata fu persino scritta la sentenza col sacrosanto vino. Qualora poi si trattasse di un potente, veniva interdetta la città o tutta la provincia dov'egli aveva abitazione o dominio.

Terribile pena! I fedeli restavano privi di quella parola e di quelle cerimonie religiose che dirigono l'anima in mezzo ai turbini, e la francheggiano nelle lotte della vita. La chiesa, monumento ove tanti segni visibili rappresentano la magnificenza del Dio invisibile e dell'eterno suo regno, sorgeva ancora di mezzo alle stanze de' mortali, ma come un cadavere senza sintomo di vita: più il sacerdote non consacrava il pane e il vino per le anime cupide del vivifico nutrimento; non rilevava coll'assoluzione i cuori oppressi dal rimorso; negava l'acquasanta al segno del combattimento e della vittoria. Muto l'organo, muti gl'inni, che tante volte aveano tornato sereno l'animo contristato; muto il solenne mattinare delle suore di Cristo: le campane più non toccano che qualche volta a scorruccio; non più suona la parola di salute dal pulpito, donde l'ultima ora che il santuario restò aperto, lanciaronsi sassi, significando alla turba che in pari modo Iddio l'avea rejetta. Le porte della chiesa del Dio vivente erano chiuse al par di quelle della terrestre: estinte le lucerne tra canti funerei, come se la vita e la luce avessero ceduto luogo alle tenebre e alla morte: un velo nascondeva il crocifisso e le effigie edificanti che parlano al senso interno per via degli esterni. Solo a qualche convento era permesso, senza intervento di laici, a bassa voce, a porte chiuse e nella solitudine della notte, supplicare il Signore a ravvivare colla grazia gli spiriti estinti. La vita non era santificata nelle importanti sue fasi, quasi più non esistesse mediatore fra il reo e Dio; il fanciullo era accolto al battesimo, ma senza solennità, quasi di furto; i matrimonii si benedicevano sulle tombe, anzichè all'altare della vita. Il sacerdote esortava a penitenza, ma sotto il portico della chiesa e in negra stola: quivi soltanto la puerpera veniva a purificarsi, e il pellegrino a ricever la benedizione pel suo cammino. Il viatico, consacrato dal prete solitario, portavasi in segreto al moribondo, ma gli si negava l'estrema unzione e la sepoltura in terra sacra, anzi talvolta ogni sepoltura, eccetto a preti, a mendichi, stranieri e pellegrini. Le solennità, epoche gloriose della vita spirituale, in cui il signore e il vassallo univansi all'altare nella comunanza della gioja e della preghiera, diventavano giorni di lutto, ove il pastore fra il suo gregge raddoppiava i gemiti e i salmi della penitenza universale e il digiuno. Interrotto ogni commercio, questa morte dell'industria scemava le rendite del signore: i notaj tacevano negli atti il nome del principe colpito: ogni disastro consideravasi come frutto di quella maledizione.

Chi non sa immaginarsi quanto effetto dovessero produrre simili castighi in secoli bisognosi di fede e di culto, pensi che avverrebbe se si chiudessero i teatri, i balli, i caffè nella nostra età, bisognosa di divertirsi, di cianciare, di spensare, come quella di credere e di pregare.

Gregorio VII mitigò il rigore delle scomuniche, e mentre dapprima colpivano chiunque avesse a fare collo scomunicato, egli ne eccettuò la moglie, i figliuoli, i servi, i vassalli, chi non fosse abbastanza elevato per dare consigli al principe, e non escludeva dall'usare a questo gli atti di carità. Egli non fu parco di scomuniche a re prepotenti; ed, oltre il polacco Boleslao, ne fulminò il normanno Roberto Guiscardo, che tardava a far della Sicilia omaggio alla santa sede, e che, piegatosi al colpo, le chiese pace e ne divenne protettore.

Cencio, prefetto di Roma, opponevasi all'autorità sacerdotale, e viepiù dacchè il re fu in contrasto col papa, sicchè questo lo scomunicò. Ricco e poderoso quanto iracondo, e sperando così gratificare ad Enrico, penetra costui nella chiesa ove Gregorio compiva le imponenti e affettuose cerimonie della notte di natale, e presolo pei capelli, lo trascina nel suo palazzo (1075). Il popolo, che in Gregorio venerava il proprio rappresentante, unanime si levò a rumore, e assalita la fortezza, lo prosciolse, e sulle braccia recollo a finire a sera la messa interrotta all'alba: nè Cencio sarebbe ito salvo, se Gregorio con magnanimo perdono non avesse mostrato quanto l'uom del popolo sentasi superiore a quel della spada.

L'appoggio della fazione di Cencio avea dato baldanza a re Enrico, il quale raccolse a Worms (1076) un concilio, dove Ugo, cardinale degradato dal papa, lesse una fila di accuse le più insensate e feroci, nessuna delle quali (mirabil cosa in tempi tali e fra tal gente) intacca i costumi di Gregorio; ed essendosi intimato che il non condannare il papa sarebbe un mancare alla fedeltà giurata al re, i prelati dichiararono di più non riconoscere Gregorio. I vescovi lombardi, di cui questo avea frenato l'incontinenza, raccoltisi a Piacenza, approvarono quella decisione; e Rolando da Siena, assuntosi di notificarla a Gregorio, lo fece davanti a un concilio da questo radunato: ma le guardie l'avrebbero fatto a pezzi, se nol salvava Gregorio.

Quei padri, ascoltata l'insultante lettera di Enrico, a una voce lo esclamarono scomunicato; e il papa lo proferì decaduto dai regni di Germania e d'Italia, dispensò dal giuramento prestatogli, sospese i vescovi adunati a Worms, e spedì due legati per distogliere popoli e principi dall'obbedienza. Fu un applauso generale tra' Sassoni e Turingi, che, adottato per grido di guerra san Pietro, si misero a ordine per deporre Enrico. Visto il pericolo, questi (come fece Napoleone dopo le sue sconfitte) scarcerò i principi e vescovi che deteneva: ma già la lega contro di lui abbracciava tutta Germania; onde, avvistosi che l'esercito non gli basterebbe contro la volontà del popolo espressa dal papa, scese a trattare; e si convenne di rimettere la causa al pontefice, dichiarando scaduto Enrico se entro un anno non fosse ribenedetto.

Il papa era dunque preso arbitro, onde veniva ad esprimere il voto della giustizia e della nazione. Il medesimo Enrico nol dichiarò incompetente; anzi, per non incorrere nuove umiliazioni, risolse venire a chiedergli l'assoluzione (1077) prima che scadesse l'anno prefissogli. Nello stridore del verno prese la via d'Italia, coll'oltraggiata moglie Berta e con un fanciullo. I nemici gli aveano chiuso ogni valico: solo pel Cenisio sperava passare senza molestia, giacchè vi dominava l'illustre marchesa Adelaide, unica figlia di Maginfredo di Susa, e che per le varie nozze col marchese di Monferrato e col conte di Morienna, alla casa di Savoja potette acquistare importanza anche di qua dell'Alpi. Governava essa allora con gran lode col figlio Amedeo; e come madre che era di Berta, accolse benevola il re, ma nol lasciò progredire se non le cedeva cinque vescovadi d'Italia[393]; al qual patto gli venne anch'essa compagna. Lietissime accoglienze ebbe in Lombardia, vuoi dall'alto clero, uggiato delle papali riforme, vuoi dai baroni, bisognosi dell'appoggio imperiale per opporsi ai popoli che anelavano alla libertà. Nella restante Italia i Normanni appoggiavano Gregorio, sì per lealtà feudale, sì per tema che l'imperatore, fatto potente, minacciasse la loro recente conquista; il basso clero applaudiva alla rintegrata disciplina, i popolani bramavano assodare il governo a comune, e respingere i Tedeschi: ma la fautrice più efficace di Gregorio fu la contessa Matilde.

Bonifazio, conte di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, aveva (1027) dall'imperatore Corrado Salico ottenuto il ducato di Lucca ed il marchesato di Toscana, riuscendo uno de' più potenti signori d'Italia; e s'aggiunga dei più ricchi e munifici. Quando sposò Beatrice di Lorena, tenne per tre mesi corte bandita a Marengo, servendo in piatti d'oro e d'argento quanta baronia vi capitava, mentre tini come pozzi offrivano vino alla giocondità popolare, ravvivata da sonatori, giocolieri, saltambanchi. Non trovando Enrico III buon aceto a Piacenza, e' gliene mandò, ma con barili e vettura d'argento. Di questa cortesia e d'altre non gli seppe buon grado Enrico, anzi, ingelosito di tanta potenza e ricchezza, lo avrebbe voluto mortificare col privarlo de' feudi: ma tolti quelli, tanti beni proprj possedeva, che sarebbe rimasto ancora grande. Ricorse dunque Enrico alla violenza, e tentò arrestarlo coll'ordinare che, venendo alla corte, da quattro sole persone si lasciasse accompagnarlo. Bonifazio menava invece un grossa comitiva, la quale come vide chiudersi le porte sopra i passi del padrone, le sforzò. Il colpo fallito persuase Bonifazio che i Salici aspirassero a toglier via anche dall'Italia le dignità ducali che ne impacciavano il potere; onde si pose fautore spiegato dei pontefici, e avversario degli stranieri. Nelle sue guerre e negli acquisti avea recato danno alle chiese; lo perchè ogn'anno conducevasi alla Pomposa a confessarsi in colpa, e i monaci lavavano i suoi peccati. E poichè, al modo de' signori d'allora, conferiva titoli e benefizj per denaro, l'abate (1052) il flagellò nudo avanti all'altare della Madonna, finchè non promise astenersi dal sacrilego mercato. Alfine fu assassinato mentre da Mantova passava a Cremona, e il popolo credette che in quel luogo più non crescesse erba.

La sua vedova fu cercata moglie da Goffredo di Lorena, il quale combinò insieme le nozze del suo figlio d'egual nome con Matilde, fanciulla di Beatrice (1063). S'adontò l'imperatore che di sì vasti possedimenti si disponesse senza sua partecipazione, e tanto più a favore d'una Casa che gli era avversaria in Germania; sicchè nascea pericolo che l'Italia si staccasse dal regno. Scese dunque sbuffante dalle Alpi, tenne come statico Beatrice, andata a supplicarlo: ma vedendo Goffredo con Baldovino suo cugino fare allestimenti in Germania, e temendo s'accordasse coi Normanni per sottrargli tutta Italia, s'indusse a dissimulare; e quegli continuò a governare sì gran parte della penisola. Quando poi suo fratello fu assunto papa col nome di Stefano IX (1057), si disse che questi avesse in idea di mutar la corona imperiale sulla testa di Goffredo, e snidare d'Italia e Normanni e Tedeschi; ma pronta morte dissipò que' disegni. Goffredo parteggiò con papa Alessandro II contro Cadolao, e prestò il braccio onde reprimere Ricardo normanno, che, invase alcune terre pontifizie, pretendeva il titolo di patrizio di Roma. Morto lui (1076), poi anche la madre, e l'indegno marito Goffredo il Gobbo, Matilde si trovò signora de' vastissimi dominj paterni, e d'assai terre dell'alta Lorena, spettanza materna; e ne usava a larghissime beneficenze.

La Toscana è piena di tradizioni intorno a questa insigne donna, attribuendo a lei un'infinità di castellari, di ponti, di chiese; a lei i bagni di Casciano in Valdera, altri bagni a Pisa e il castello di Montefoscoli, a lei la grandiosa chiesa di Sant'Agata al Cornocchio nel Mugello, a lei l'ospedale d'Altopascio, e il palazzo e castello di Nozzano presso Lucca, la quale città cinse di mura e dotò di fondazioni pinguissime. Dante, così avverso alla dominazione papale, pure la immortalò collocandola alle soglie del suo paradiso. Intorno ai costumi di lei varia corre la fama, ma concorde sulla coltura sua, il coraggio, la perseveranza e la devozione verso la sede pontifizia. Devota, pur resiste alla tentazione del chiostro, allora comune, onde versarsi nell'attività del secolo, e malgrado il debole temperamento vi riesce, mercè l'assistenza divina e la forza del suo carattere. Combatte in persona, parla la lingua di tutti i suoi soldati, ha corrispondenza con nazioni lontane, raduna una biblioteca[394], e fa da Anselmo raccogliere il Corpo del diritto canonico, e quel del diritto civile da Irnerio, che per sua cura aperse in Bologna la prima scuola di leggi. Tanta grandezza abbelliva coll'umiltà, e la sua sottoscrizione era Mathilda Dei gratia si quid est.

Mostrò ella speciale devozione a Gregorio VII; e se Bennone, gran nemico di Gregorio, tentò denigrare quell'amicizia, niun contemporaneo, nè il concilio di Worms vi danno piede; e tutta la storia la mostra innamorata non del papa ma del papato, cui restò fedele per sei pontificati successivi[395].

Nel castello di Canossa, che a mezzogiorno di Reggio sorge inespugnabile fra gli squallidi valloni dell'Appennino, sede allora di tanta civiltà, or rovina deserta e quasi ignorata, ricoverò Gregorio presso Matilde quando temette che il favore de' Lombardi non tornasse l'ira allo sbaldanzito Enrico IV: ma questo interpose essa Matilde sua parente, Adelaide di Susa, il marchese guelfo Azzo ed altri primati d'Italia per essere assolto d'una scomunica che lo portava a perdere anche la corona. Di segnalati delitti voleva il papa segnalata la riparazione, sgomento ai baldanzosi, soddisfazione ai deboli che l'aveano invocato. Esigette pertanto venisse a lui in abito di penitenza, consegnandogli la corona come indegno di portarla (1077); ed Enrico, deposte le regie vesti ed i calzari, e coll'abito consueto de' penitenti potè entrare nella seconda cerchia del castello, ed ivi attendere la decisione. Intanto le celle del castello erano occupate dai vescovi di Germania, venuti a penitenza e trattati a pane e acqua; e i signori lombardi stavano attendati nelle valli circostanti. Poichè tre giorni l'ebbe lasciato all'intemperie (18 mag.), Gregorio ammise Enrico al suo cospetto e l'assolse, patto si presentasse all'assemblea de' principi tedeschi, sommettendosi alla decisione del papa, qual essa si fosse; frattanto non godesse nè le insegne nè le entrate nè l'autorità di re. Promesso, dati mallevadori, Gregorio prese l'ostia consacrata, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno degli appostigli misfatti, ne inghiottì una metà, e porse l'altra ad Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpabile. Potere della coscienza! Enrico non s'ardì ad un atto che avrebbe risoluta ogni quistione, e si sottrasse al giudizio di Dio.

Il secolo nostro che, idolatro della forza, s'inginocchiò al brutale insultatore d'un papa supplichevole, è giusto che raccapricci al vedere un imperatore, violator delle costituzioni, supplichevole ad un papa tutore dei diritti de' popoli.

Ma a quell'umiliazione mancava il merito espiatorio per parte d'un principe che minacciava e piegava, prometteva e mentiva; sicchè gl'italiani lo tolsero in dispregio, e al ritorno gli chiusero le porte in faccia, e discorrevano di deporlo e surrogare Corrado suo figlio. Enrico, indispettito, svergognato, coll'abituale sua precipitazione, ed istigato anche da Guiberto arcivescovo di Ravenna perpetuo avversario di Roma, si pose coi nemici del papa, cercò prender questo, in una conferenza arrestò il vescovo d'Ostia da lui deputatogli, negò presentarsi alla dieta; sicchè i Tedeschi lo deposero come contumace, e gli nominarono successore Rodolfo duca di Svevia. Gregorio riconobbe questo; e pare divisasse unire la media Italia e la settentrionale in un regno, che rilevasse dalla santa sede, come ne rilevavano i Normanni nella meridionale; e a quel regno fosse subalterna la Germania. La nazionale idea non potè incarnarsi, giacchè Enrico, dando e promettendo, e operando risoluto quando il papa procedea circospetto, s'era procacciato amici assai, massime fra i vescovi realisti, come Tedaldo di Milano, Sigefredo di Bologna, Rolando di Treviso, Guiberto di Ravenna, involti nella scomunica; e raccolto un esercito e concilj, fece deporre Gregorio e sostituirgli esso Guiberto, nominato Clemente III (1080).

Allora guerre con varia fortuna: l'anticesare Rodolfo di Svevia in Germania restò ucciso; un esercito raccolto dalla contessa Matilde per isnidare di Ravenna l'antipapa, fu sconfitto presso la Volta Mantovana dai Lombardi; talchè Enrico rassicurato calò in Italia, e a Milano fe coronarsi con solennissima pompa (1081). I suffraganei di quell'arcivescovo in gran pontificale vennero sin al palazzo regio, donde condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi, nobili, in mezzo a preci, inni, antifone, e l'introdussero ai gradi dell'altare su cui erano deposte le regie insegne. L'arcivescovo lo interrogò sulle verità di fede, indi se si sentisse disposto di serbare le leggi e la giustizia; e poichè il re ebbe assentito, due vescovi andarono ad interrogare il popolo se fosse contento di stargli soggetto. Avuto il sì, cominciò la cerimonia; e il re prostrossi in croce davanti all'altare, e così i vescovi, tanto che cantaronsi le litanie; quindi il metropolito gli unse d'olio le spalle, e dato che i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo scettro, il bastone, e lo assise sul trono, consegnandogli il pomo d'oro e spiegandogli i doveri di re; infine gli diede la pace. Andò poi a prendere la regina, e l'accompagnò all'altare, dove essa fece la preghiera; indi consacrò lei pure versandole olio sulle spalle, e le pose l'anello e la corona. Nella messa il re offerse il pane all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione[396].

I Lombardi continuarono a devastar le terre della contessa Matilde: Lucca, cacciato il santo vescovo Anselmo, che avea scritto a favore di Gregorio VII, ne elesse uno fautor dell'Impero, e si ribellò a Matilde; ma le rôcche di Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello, e l'altre di cui erano seminate le alture di Modena e Reggio, offrivano ad essa insuperabili ripari; poi sotto quella di Sorbara nel Modenese riportò segnalata vittoria, facendo prigione il vescovo di Parma, sei capitani, cento militi, più di cinquecento cavalli.

Enrico intanto aveva condotto a Roma il suo antipapa; ma la mal'aria e la resistenza de' Romani, a lui avversi quant'erangli favorevoli i Lombardi, gli impedirono di espugnarla. Però egli corruppe i signori, principalmente guadagnò vescovi, profuse cenquarantaquattromila scudi d'oro e cento pezze di scarlatto che l'imperatore di Costantinopoli gli avea mandate onde indurlo a far guerra a Roberto Guiscardo; alfine dopo tre anni fu ricevuto in Roma (1084), e vi si fece consacrare dal suo Clemente III, mentre Gregorio era chiuso in Castel Sant'Angelo. «Trista città questa Roma! (esclamava Gaufrido Malaterra) le tue leggi son piene di falsità; ogni cattiveria signoreggia in te, e lussuria e avarizia e niuna fede, ordine niuno; la peste simoniaca serpeggia in ogni dove, tutto vi è vendereccio; il sacro Ordine ruina in grazia di te, da cui prima ebbe incremento; non contenta d'un papa, vuoi doppia tiara, e varii di fede secondo il denaro; mentre l'uno sta, batti l'altro; se quello cessa, richiami questo, e l'un con l'altro minacci; e così riempi le tasche»[397].

Abbiam detto come i Normanni si facessero vassalli della santa sede; e Roberto Guiscardo fu adoperato tosto da Nicola II a sfasciare Palestrina, Tusculo, Nomento, Galeria, per isvellere la lunga tirannia che i conti Tusculani esercitavano. Ma poi nella sua ambizione non risparmiò tampoco le terre pontifizie, onde fu scomunicato. Mal badando ai mezzi purchè giungesse a consolidarsi, avea tenuto intelligenze con re Enrico: ma insieme spiava l'occasione di rendere qualche segnalato servigio al pontefice. Stava egli assediando Durazzo, quando, inteso l'oltraggio fatto a Gregorio, interruppe l'impresa, e corso in Italia, con un pugno de' prodi suoi Normanni e con Saracini di Sicilia venne a Roma, e trascorrendo a saccheggi e incendj non men di quello che avesse fatto Enrico, liberò Gregorio e il ricollocò in Laterano. Di quivi il pontefice scomunicò Enrico e l'antipapa, indi in mezzo alle armi v'avviò verso il mezzodì. Per via cercò consolazioni sulla tomba di san Benedetto a Montecassino, la propria vita tempestosa paragonando a quella solitaria pace: a Desiderio abate vaticinò gli sarebbe successore, presentendo necessaria la conciliazione dopo la lotta. A Salerno consacrò la magnifica cattedrale erettavi dal Guiscardo, e vi ebbe le maggiori onoranze. Ma accorato dal veder rivoltosi i proprj cittadini, egli che tanti popoli aveva sollevati contro i sovrani; espulso dalla propria cattedra sè che tanti vescovi avea rimossi; scissa la Chiesa ch'egli aveva tanto faticato a risarcire; e venir meno tanti suoi amici, e declinare la causa in cui mai non eragli mancata la fede, morì esclamando: — Amai la giustizia, e odiai l'iniquità; perciò finisco in esiglio» (1085).

E già ad Alfonso di Castiglia egli scriveva: — Il livore de' miei nemici e gl'iniqui giudizj sul conto mio non vengono da torto ch'io abbia loro recato, ma dal sostenere la verità e oppormi all'ingiustizia. Facile mi sarebbe stato rendermi servi costoro, e ottenerne doni più ricchi ancora che i predecessori miei, se avessi preferito di tacere la verità e dissimulare la loro nequizia: ma, oltre la brevità della vita e lo sprezzo che meritano i beni del mondo, io considerai che nessuno meritò nome di vescovo se non soffrendo per la giustizia; onde risolsi attirarmi piuttosto il livore de' ribaldi coll'obbedire a Dio, che espormi alla sua collera compiacendoli con ingiustizie». Così prevedeva gli odj d'una posterità adoratrice della forza, e che chiamò arroganza l'aver egli osato fiaccare la burbanza dei re[398].

Poco di poi morivano anche Roberto Guiscardo e Guglielmo di Normandia nuovo anticesare; sicchè pareva Enrico trionfasse de' suoi nemici, e che, corretto dalle contrarietà e dagli anni, si rimettesse a moderazione, e si conciliasse i principi tedeschi. Successore a Gregorio VII volea darsi Desiderio abate di Montecassino, che avea spiegata molta virtù e prudenza nei precessi tumulti: un anno intero egli durò al niego, finchè vinto dalle lagrime de' cardinali e dalle promesse dei signori romani che il sosterrebbero contro gl'imperiali, accettò col nome di Vittore III (1086), e potè fra non molto recuperare Roma coll'ajuto di Matilde. Ma non potè sostenersi che coll'armi contro quelle dell'antipapa, e ben presto morì. Un concilio (1088) radunato in Terracina sotto gli auspizj della contessa nominò Urbano II francese, infervorato nelle idee di Ildebrando, e capace di sostenerle. Alla contessa Matilde (1089), invano chiesta da Roberto figlio di Guglielmo il Conquistatore d'Inghilterra, persuase egli di sposare Guelfo II, figlio del duca di Baviera, avverso all'imperatore. Questi, indignatone, occupò tutti i castelli di Matilde in Lorena, poi, ripassate le Alpi, ebbe a tradigione Mantova, devastò altri possessi di lei nel Bresciano, nel Ferrarese, nel Modenese, e le intimava riconoscesse il suo papa Clemente. Accordarsi cogli scismatici parea peccato alla contessa, che ne volle il parere di un'adunanza di vescovi; ed Eriberto vescovo di Reggio le insinuò d'accondiscendere, onde risparmiare la guerra, di cui al vivo dipingeva gli orrori. Stava l'intenerita per cedere, quando un Giovanni, austero eremita, s'affacciò nell'adunanza, rimbrottandola di poca fede perchè esitasse a sagrificare i proprj Stati per la causa della Chiesa: ond'essa tenne saldo, e l'esito smentì la prudenza umana.

Qualche migliore avviamento prendevano intanto le cose religiose; man mano che moriva qualche vescovo scismatico, i popoli, stanchi di rimanere sconnessi dalla Chiesa romana, procuravano ne fossero eletti di migliori. Vero è che tratto tratto gli scismatici rivalevano, e a Piacenza cavarono gli occhi e tagliarono a pezzi il vescovo Bonizone. Poi nella contesa che aveva sbrancato ogni città fra amici del papa o dell'imperatore, una delle fazioni era prevalsa in ciascuna, e le città papaline faceano leghe tra sè e guerra contro le imperiali: ed inebbriate sulla battaglia, persuasero Corrado figlio d'Enrico a ribellarsi al proprio padre. Se le cronache dicessero vero, Enrico era divenuto sleale anche alla nuova sua moglie Adelaide, e imprigionolla a Verona, donde fuggita a Matilde, le narrò com'egli n'avesse esposto il corpo agli oltraggi di molti, e persino del figlio Corrado. Il quale, campato di carcere, scese in Italia, dove grandissimi beni in Piemonte possedeva, ereditati dalla contessa Adelaide sua ava, e fu coronato in Milano (1091), sostenuto dai Bavaresi e da Matilde.

Sì al vivo sentì Enrico la ribellione del figliuolo, che fu per uccidersi, tanto più che le sue armi ebbero la peggio in Italia; e sconfitto di nuovo dalla contessa sotto Nogára, fu costretto ripassar le Alpi, lasciando ad una donna il vanto d'una delle maggiori vittorie che Italiani riportassero sopra stranieri[399]. Alfine egli conchiuse pace (1097) cogli avversarj suoi in Germania, i quali dichiararono Corrado indegno della corona. Costui, lodato di moltissime virtù, ma contaminato dal più nero delitto, sprovveduto di vigor naturale, visse in balìa della fazione che lo aveva eletto, e massime di Matilde, che ormai potea dirsi regina d'Italia, e morì nell'abbandono a Firenze (1101), vollero dire avvelenato dalla gran contessa.

Era designato al trono di Germania il minor fratello Enrico, ma questo pure maturò la ribellione sotto pretesti devoti[400], e tenne cattivo l'imperatore. Il quale liberato si presentò ad un'assemblea in Magonza, confessandosi in colpa, chiedendone perdono, e cedendo la lancia e lo scettro per aver l'assoluzione del legato papale. Si prostrò anche ai piedi d'Enrico dicendo: — Figliuol mio, figliuol mio, se il Signore vuol punire i miei trascorsi, non contaminare il nome e l'onor tuo; poichè natura non soffre che il figlio si eriga giudice del padre». Il figlio neppur gli badò, e il padre andò spargendo e scrivendo miserabili gemiti, finchè morì (1106) a Liegi dopo cinquant'anni di regno. Le sue prosperità furono disonorate dai peggiori vizj d'uomo e di re: che se le sciagure che glie ne conseguitarono fecer qualche volta dimenticare i misfatti con cui le meritò, potremo dimenticare quanto sangue fe spargere coll'ostinarsi nello scisma?

L'antipapa Guiberto, pentito più volte d'essersi così male imbarcato nella nave di Pietro, non ebbe mai il coraggio di sottomettersi; ed or tutta Roma, or tenne solo il castello, ora la campagna, turbando il paese e le coscienze finchè morì improvviso e impenitente, e Pasquale II ordinò che le sue ossa a Ravenna fossero dissepolte e gettate al vento (1100). Esso papa in Guastalla tenne nuovo concilio, fulminando le investiture date da secolari, depose alcuni vescovi, alcune chiese riconciliò, e per umiliare quella di Ravenna ne sottrasse le chiese di Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio.

Enrico V, che erasi ribellato al padre col pretesto ch'egli fosse scomunicato, appena si trovò re cominciò guerra al papa, pretendendo poter dare l'investitura; ed esigere l'omaggio ligio dai prelati. Per sostenerlo passò le Alpi; ricevuto orrevolmente dalle città lombarde (1110 agosto), eccetto Milano, e da quelle fornito di denaro e truppe, distrusse Novara e altre terre renitenti; a Roncaglia passò in rassegna ben trentamila soldati scelti a cavallo, oltre gl'Italiani; viaggiò per Pontremoli, la quale dovette pigliar di forza; abbattè Arezzo; arrestava preti e monaci quanti potesse, o li cacciava dalle lor sedi, onde era chiamato sterminatore d'Italia. Di tal passo avanzò fin a Sutri.

La Romagna era sempre sossopra, e Stefano Corso ribellò la Marittima, fortificandosi in Ponte Celle e Montalto, sicchè il papa dovette osteggiarlo. Roma stessa non quetò, sebbene Pasquale vi rientrasse; ogni giorno tumulti, ladronecci, omicidj; una fazione si teneva in armi verso Anagni, Palestrina e Tusculo; una ribellava la Sabina; Pietro Colonna e l'abate di Farfa intercideano le vie verso il Napolitano. Pasquale faticò assai in recuperare le terre al patrimonio; poi, all'udire la venuta d'Enrico V, si fe promettere dai duchi di Puglia e dai proprj baroni che lo difenderebbero. Ma viepiù si fidava sulle ragioni che spiegò all'imperatore; e poichè questi negava recedere pur da uno dei diritti esercitati da' suoi predecessori (1111), Pasquale, che voleva appianar le differenze ad ogni costo, arrivò alla più grande mai delle concessioni; vale a dire che gli ecclesiastici cederebbero tutti i possessi temporali, coi vassalli e i castelli avuti dagl'imperatori, non ritenendo se non le decime e le terre ricevute da privati, purchè l'imperatore rinunziasse all'immorale diritto delle investiture.

Ad Enrico non parve vero di poter ricuperare alla corona tanti feudi, dai re concessi agli ecclesiastici quando importava di farne un contrappeso ai signori laici; onde l'accordo fu sottoscritto e dati gli ostaggi, salva l'approvazione della Chiesa e dei principi dell'Impero.

Pieno disinteresse, zelo d'estirpare il mal seme, ricordo dell'apostolica povertà, recavano Pasquale sino a far che la Chiesa rinunziasse ad ogni temporalità: ma non s'accorgeva come impossibile tornerebbe lo spogliare tanti signori ecclesiastici poderosi; mentre anche ai nobili laici spiacerebbe il veder chiusa quella via di collocamento ai loro cadetti. Di fatto, non appena l'accordo si divulga, i nobili ne mormorano e si oppongono; i vescovi ripetono le regalie possedute per concessioni imperiali; Enrico nega rinunziare alle investiture se non venga adempita la condizione: onde invece d'accomodare s'arruffò, e lo scompiglio e il tumulto s'estesero anche al popolo romano, che, scontento dei Tedeschi rozzi e briaconi, cominciò a scannarli. Enrico prende il papa e i cardinali come statichi, e dopo essere stato ferito e scavalcato, esce di città traendoseli dietro, spogli degli ornamenti e in ceppi, e stringe d'assedio Roma.

Il papa, sgomentato da settanta giorni di prigionia (1112), soscrive a Sutri un privilegio, che vescovi ed abati si eleggessero liberamente e senza simonia, ma fosse necessario il beneplacito del re, il quale gl'investirebbe coll'anello e col pastorale, dopo di che verrebbero consacrati. Reciprocamente Enrico promette restituire e conservare tutti i beni alla Chiesa romana. Allora Pasquale rientra in Roma, e consacra Enrico ma a porte chiuse, chè i Romani nol disturbassero: ma non sì tosto fu questi partito, i cardinali, che non avevano dato adesione all'accordo, tentarono distorne il papa, al quale si erano avversati fin a trattarlo d'eretico, sicchè egli andossene da Roma, e depose le insegne, risoluto a vivere in solitudine. Un concilio accolto in Laterano cassò quel privilegio, che i prelati intitolavano pravilegium, come estorto a forza; si proibirono le investiture secolari, e quantunque il papa renuisse (2 aprile), si proferì condanna contro l'imperatore, che si trovò involto ne' guaj di suo padre, disobbedienze, ribellioni, guasti.

Ravviluppò quel nodo la morte della contessa Matilde (1115). Non pare che la pia donna sapesse guardarsi dall'arroganza che dà il potere; dal marito Guelfo si separò; a Corrado fe inghiottir fiele: intanto estese la propria autorità, creava a suo talento gli arcivescovi di Milano, proteggeva i sacerdoti, donava con appena credibile larghezza a chiese e a monasteri, e la sua ambizione era lusingata così dall'essere benedetta qual tutrice della Chiesa, come dal tener testa al più potente principe d'Europa. Oltre il marchesato di Toscana, la ducea di Lucca e sterminati tenimenti, possedeva Parma, Modena, Reggio, Cremona, Spoleto ed altre città; ultimamente aveva ricuperato anche Ferrara e Mantova, la quale, alla falsa nuova della morte di lei, si era rivoltata. Di tutti questi possessi ella chiamò erede la santa sede[401]: ma Enrico V pretendeva ai feudi come ricadenti all'Impero col cessare della linea mascolina, e ai beni allodiali siccome prossimo parente della estinta. Era difficile chiarire la vera natura di possessi che stavano incorporati già da molte generazioni, ed ove decreti imperiali avevano talvolta congiunto feudi ed allodj, o ai feudi eransi agglomerate allodiali proprietà: ma Enrico (1116), da re, risolve la questione calando in Italia ed occupandoli, e minaccia tornar prigioniero il pontefice che protestava. Questo, in un nuovo concilio di Laterano, cassa il privilegio di Sutri, conferma quanto aveano operato i suoi legati, e all'accostarsi dell'imperatore ricovera a Montecassino, sotto la tutela dei Normanni.

Della fuga del papa risero ed esultarono i Romani, molti de' quali egli avea scontentati coll'attribuire grandi poteri e il grado di prefetto della città a Pier Leone, imputato d'una colpa che la Chiesa non riconosce, l'esser discendente da Ebrei. Il popolo invece pose a prefetto un fanciullo, i cui parenti tiranneggiavano Roma, e diede mano alla fazione imperiale. Stranissimi fenomeni agitavano in quel tempo le fantasie: per quaranta giorni durarono le scosse d'un tremuoto, quale mai a memoria d'uomini; sicchè a Verona crollarono molti edifizj e perirono persone; a Parma, a Venezia, altrove cascarono castelli e palazzi; a Cremona la cattedrale: insieme si videro nuvole infocate e sanguigne vicinissimo alla terra, ed altri portenti. Dai quali anche l'imperatore sgomentato, desiderò rappattumarsi colla Chiesa; e nol potendo ottenere, mosse guerra ad alcuni castelli pontifizj, il che lo fece applaudire dai Romani; e con donativi amicatisi i magnati, entrò in città, e vi si fece di nuovo coronare (1118). Pasquale dovette fuggire, e morì fuor della sua sede: lodato per saviezza, pietà e mansuetudine.

A Gelasio II succedutogli, Enrico propose riconoscesse il privilegio del 1111; e poichè questi rimise l'affare ad un concilio, Enrico cavalcò di nuovo sopra Roma, e Cencio Frangipane, caporione della setta imperiale, rinnovò la scena d'un altro Cencio, prendendo a pugni e calci il pontefice e trascinandolo pei capelli dalla chiesa al proprio palazzo. Il popolo, che agli eccessi de' rivoltosi si ravvedeva del mal concepito suo odio, guidato da Pier Leone, glielo strappò di mano e lo rimise in onore: ma egli non fidandosi di quegl'instabili, si ritirò. Enrico, non contento della forza, ricorse anche ai cavilli, e fatta da giureconsulti dimostrare illegale l'elezione di Gelasio, assunse papa Maurizio Burdin, arcivescovo di Praga, che prese il nome di Gregorio VIII. Gelasio dovette ancora ricorrere alle armi e al soccorso de' Normanni; certamente bestemmiato da coloro che tacciano d'imbecille chi soccombe alla violenza, e di micidiale chi la ripulsa. Mentre celebrava in una chiesa secondaria di Roma, i Frangipani l'assalsero, altri nobili li contrastarono, e il sangue corse: onde Gelasio stabilì abbandonare la nuova Babilonia, in ogni caso preferendo avere un imperatore solo che tanti in Roma; e dai Pisani si fece portare in Francia, nella badia di Cluny, dove circondato di venerazione moriva.

I cardinali gli surrogarono Calisto II 1119, che zelatore dei diritti ecclesiastici, ma più destro che i predecessori, maneggiò con Enrico un componimento: non vi riuscì, e avendo l'imperatore tentato arrestarlo, egli scomunicò lui e il suo antipapa. Calisto tornando in Italia, fu ben ricevuto dai Lombardi appunto perchè perseguitato dagl'imperiali; fauste accoglienze ebbe da Roma stessa, donde era fuggito Burdino: passò poi a Benevento, ove gli Amalfitani ostentarono le loro ricchezze parandola di tele e drappi di seta e altre preziosità, mentre in turiboli d'argento e d'oro bruciavano cannella ed altri aromi. Colà Guglielmo duca di Puglia e Giordano principe di Capua vennero a prestare al papa il consueto omaggio e fedeltà contra ogni uomo, ed esso gl'investì col gonfalone; trovandosi per tal modo sostenuto dalle forze normanne per combattere le guerre della libertà. E poichè l'antipapa si reggeva in armi, e la campagna era infesta di masnade, dovè venire con un esercito, assediò Sutri, e vi fe prigioniero l'antipapa, che fra indecenti beffe fu ricondotto a Roma, e chiuso in un convento (1122).

La scomunica papale preparava ad Enrico altrettanti guaj che a suo padre; ond'egli prelibandoli chinò la cervice, negoziò un accordo coi baroni che contro lui si erano confederati, e si convenne d'una pubblica pace a Wurzburgo, alla quale tenne appresso quella col papa. La dieta germanica a Worms confermò il concordato, in cui l'imperatore, ribenedetto, rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col pastorale, lasciava alle chiese la libera elezione, e prometteva restituir loro le regalie usurpate dopo rotta la guerra. Di rimpatto il pontefice consentiva che i prelati di Germania venissero eletti in presenza dell'imperatore, senza nè violenze nè simonie; dopo eletti accettassero le regalie (oggi si direbbe le temporalità) dall'imperatore mediante lo scettro, e a quello prestassero i servizj dovuti; in Italia, al contrario, l'investitura si dava dopo consacrazione; nè si conservò ai capitoli il diritto di eleggere il proprio pastore.

Qui si chiude il primo atto della guerra delle Investiture, agitata quarantott'anni fra sangue e intrighi. A Calisto II rimase la gloria di quell'accordo, per l'amor della pace che costantemente dimostrò; ma il vantaggio fu tutto del poter secolare, attesochè l'imperatore non recedeva pur da una delle sue pretensioni, e colla presenza veniva a dirigere la scelta, oltre tenersi confermato l'alto dominio. La Chiesa però non aspirava ad acquisti, bensì a restare indipendente nelle cose spirituali, e in ciò trovavasi soddisfatta. Poco poi Lotario II imperatore di Germania lasciossi indurre a rinunziare al diritto di assistere alle elezioni, e fu mutato nel papa quello di decidere le differenze che ne nascessero. Ai principi serbavansi i frutti delle badie e de' vescovadi vacanti, e così lo spoglio de' vescovi e degli abati; ma di queste pure vennero privati poc'a poco.