CAPITOLO CXXXVI. Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea.
Nella pace non era stata compresa Firenze, vittima predestinata. Della prosperità di essa e d’una civiltà, gran tratto superiore alle altre nazioni, dove altro ne mancasse, dan cenno le feste con cui celebrò l’assunzione di Leon X al pontificato. Appena avutone l’annunzio, «si cominciò a sonare in palazzo, e di poi tutte le chiese; e il popolo corse in piazza e a casa i Medici, benchè non vi lasciavano entrare se non cittadini amici loro, per paura di non andare a sacco, come si costuma a Roma; e per non essere a quell’ora aperte le botteghe (ch’era di quaresima), cominciarono a ardere gli assiti, che non rimase nessuno in Firenze. Di poi la mattina le botteghe arsono scope, corbelli, botti e ciò che veniva loro alle mani; e per la città fastella di scope a ogni casa, e lumiere per tutti i campanili e in sulla cupola; e a casa del papa e di Giuliano de’ Medici gittarono dalle finestre mantelli, cappucci, berretti per magnificenza. Di poi il sabato gittarono fiorini d’oro e battesimi e grossoni e crazie[261] per parecchie centinaja di fiorini; e alla chiesa di San Lorenzo pane e vino a ogn’uomo; il simile la casa di Giovanni Tornabuoni e Jacopo Salvioli; e molte altre case di cittadini parenti e amici in buon numero davano pane e vino a ogni uomo. E in un tratto ognuno faceva fare l’arma del papa; tutti i magistrati fecer fare tondi di tela, dipintavi quell’arme; di modo che di arme del Comune non si faceva più conto alcuno. Di poi si mise in palazzo e nell’udienza e su tutte le porte di chiese, e nemmen si faceva festa di santi che non fosse sopra a crocifissi l’arme; di modo che pareva una mezza idolatria, più esaltandosi quella che la croce di Dio» (Cambi).
D’entusiasmi, cambiati poco appresso in esecrazioni, non ci occorre andar fin là per cercare esempj: quel che c’importa è che in esse feste gareggiarono i primarj artisti; eretti archi dal Granacci e dal Rosso, finte facciate e prospettive da Antonio di Sangallo, e da Jacopo Sansovino una a Santa Maria in Fiore; chiaroscuri da Andrea del Sarto, grottesche dal Feltrino, statue dal Rustici, dal Bandinelli, dal Sansovino stesso; poi il Ghirlandajo, il Pontormo, il Franciabigio, l’Ubertini ornarono a chi meglio l’appartamento del pontefice; mentre Michelangelo e Rafaello con altri maestri deliberavano della facciata di San Lorenzo e d’altre opere da Leone meditate[262].
Quel lusso intelligente sfoggiavasi anche in men solenni occasioni, nelle molte brigate sollazzevoli, e nelle sagre delle confraternite. Di queste ben settantacinque noverava il Varchi, e vogliono special ricordo i Laudesi, consorzj secolari, istituiti già nel XIII secolo, e ordinati con certe leggi e colla consuetudine di alternare, nelle chiese e davanti a tabernacoli, l’innodia latina ecclesiastica con canzoni melodiose nella lingua del popolo. «Si adunavano ogni sabbato dopo nona in una chiesa, e quivi a più voci cantavano cinque o sei laudi o ballate composte dal Giambullari, dal Pulci, da Lorenzo de’ Medici, dalla madre di lui Lucrezia Tornabuoni, da ser Francesco d’Albizzo, da Feo Belcari, da Castellano Castellani e da altri» (Sansovino). In occasione d’interdetto della città, supplivano al silenzio de’ riti sacerdotali; crebbero al tempo di Savonarola; talora musica ed arti congiungevano in devote rappresentazioni.
Delle compagnie godereccie menzioneremo due di signori e gentiluomini, denominate del Diamante e del Broncone dall’insegna che aveano assunto, preseduta quella da Giuliano e questa da Lorenzo Medici. La prima preparò un trionfo alla romana, con tre carri, rappresentanti la puerizia, la virilità, la vecchiaja, disegno di Rafaello delle Viole, del Carota intagliatore, di Andrea di Cosmo, Andrea del Sarto, Pietro da Vinci, Bernardino di Giordano, Jacopo da Pontormo, e con iscrizioni e canti analoghi. Di rimpatto lo storico Nardi dispose gli apparati della compagnia del Broncone, in sei trionfi: il primo rappresentava la saturnia età dell’oro con simboli di pastorali felicità e cavalli coperti di pelli di lioni e di tigri coll’unghie d’oro, e d’oro le corde, e per staffe teste di montoni, e freni di verzure; seguiva Numa Pompilio con insegne religiose, e sacerdoti con turiboli e altri arredi da sacrifizj; il terzo trionfo figurava il consolato di Manlio Torquato, con senatori togati e fasci e scuri; veniva poi Giulio Cesare trionfante di Cleopatra, con pitture di quei fatti, e armi e torce; il quinto era di Augusto, circondato dai poeti che abbellirono la sua corte; sopra il sesto carro seguiva Trajano coi giureconsulti in toghe dottorali e scrivani e notaj; poi il trionfo dell’Età, con figure di Baccio Bandinelli e pitture del Pontormo; il tutto accompagnato da allusioni, ricche sempre, talvolta anche ingegnose, fra cui un uomo corcato sopra un globo e tutto armato fuorchè alla schiena, donde gli usciva un fanciullo dorato per esprimere che un secol d’oro veniva dopo quello di ferro.
Il carnevale uscivano «ventiquattro o trenta pariglie di cavalli ricchissimamente abbigliati co’ loro signori travestiti secondo il soggetto dell’invenzione, sei o otto staffieri per uno, vestiti d’una livrea medesima, con le torce in mano, che talvolta passavano il numero di quattrocento; e il carro poi o trionfo pieno d’ornamenti e di spoglie e bizzarrissime fantasie»[263]. Le varie scuole d’artisti solevano dare spettacoli pubblici, mandando attorno carri di trionfo in gara di nuove invenzioni e di splendidi decoramenti, sopra soggetti or della storia or allegorici: una volta erano i trionfi di Paolo Emilio, un’altra quelli di Camillo, diretti da Francesco Granacci; Baccio Baldini ci descrive la genealogia degli Dei, atteggiata in ventun carri; il Vasari ci mostra occupati i pittori in siffatte invenzioni.
In casa di Gianfrancesco Rustici convenivano Andrea del Sarto, Aristotele da San Gallo, Roberto Lippi e altri nove, formando una compagnia detta del Pajuolo, ove ciascuno dovea portare qualche vivanda artifiziosa, e potean menare quattro amici. Una sera, per allusione al nome loro, si allestì la tavola entro un immenso pajuolo, il cui manico serviva da lumiera. Postisi a sedere, ecco sorgere di mezzo un albero, i cui molti rami portavano il servito, poi discendeva per risalire con altri, e tutto ciò fra suoni e vini. Il Rustici offrì un pasticcio in forma di pajuolo, entro cui Ulisse tuffava il padre per ringiovanirlo, e padre e figlio eran due capponi. Andrea del Sarto un tempio, fondato sopra gelatina a varj colori, salsicciotti per colonne, capitelli di cacio parmigiano, cornicioni di paste dolci; nel coro era il leggìo con un libro di lasagne, avente le note e le lettere di grani di pepe, e in giro tordi in atto di salmodiare. Così gli altri sbizzarrirono in invenzioni.
La compagnia della Cazzuola, di ventiquattro, fece le più strane capresterie, massime una volta che fu proposto di vestirsi ognuno al modo che gli piacesse, e quel che si scontrasse nella foggia d’un altro pagasse una penitenza. Una volta comparvero tutti da muratori e manovali, colla cazzuola e il martello; e cominciarono un edifizio portando vassoj pieni di lasagne e ricotte, per rena cacio e spezie, per ghiaja confetti, per quadrucci e pianelle pani e stiacciate. Spezzato un imbasamento, si trovò composto di torte, fegatelli e altre leccornìe; poi una colonna di lesso, fasciata di trippe e col capitello di capponi arrosto e cimase di lingua; indi un architrave con fregio e cornicione di manicaretti. E così godeansi finchè venne una finta pioggia con tuoni che li fece abbandonar l’edifizio.
Un’altra volta era Cerere, che in traccia della rapita Proserpina, pregava i compagnoni della Cazzuola d’accompagnarla all’inferno. Moveano dunque, e per una bocca di serpente che chiudevasi sopra ogni coppia che entrasse, si condussero in una camera buja, ove la mensa era apparecchiata di nero, finchè Pluto, che gl’invitò alle nozze, ordinò cessassero le pene, e subito si videro illuminati i quadri figuranti le varie bolge; e tutte le vivande pareano animali sozzi e schifezze, ossa di morti, corna, serviti da diavoli con pale; finchè sparve quello squallore, e venne un ricchissimo apparato per recitare una commedia.
Altri finsero uno spedale, dove ricoveravano coloro che si erano rovinati in feste e cene, vestendo da paltonieri; e dicean le cose più ladre del terzo e del quarto, finchè compariva sant’Andrea, loro patrono, che cavandoli dallo spedale, li menava in una stanza magnificamente arredata, e comandava che d’allora innanzi non facessero che una festa l’anno. E così osservarono, in quell’occasione disponendo una cena e una rappresentazione; ora Tantalo dava mangiare a tutti; ora sant’Andrea mostrava le glorie de’ cieli; ora Marte sanguinante di stragi o preso alla rete.
Con divisamento strano Cosimo Ridotti figurò il carro della morte, tirato da bovi neri, dipinto a teschi e ossa e croci bianche, e sovr’esso lo scheletro colla falce e il polverino, e attorno sepolcri spalancati, donde al fermarsi della processione sbucavano scheletri spolpati che cantavano: — Fummo già come voi siete; Voi sarete come noi. Morti siam, come vedete; Così morti vedrem voi». La quale moralità messa in burletta e cerca a divertimento, non mi fa meraviglia minore che le oscenità ostentate spesso negli atti, sempre nelle canzonacce onde si accompagnavano que’ simulacri degli antichi baccanali.
Questi gaudj esprimevano una prosperità, che stava per finire. I primi Medici, saputa l’arte di elevarsi per mezzo della borghesia, aveano governato cittadinescamente; ma quando, dopo diciotto anni di libertà, vennero rimessi in dominio, Lorenzo II, benchè non valesse che per l’appoggio del papa, si comportò da signorotto borioso e soverchiatore, opprimeva o corrompeva sfacciatamente, e col trascurare fin quelle forme che illudono sopra le perdute libertà, mostravasi cupido d’usurpare l’autorità suprema. Non fu dunque compianto allorchè morì (1519 28 aprile), ed essendo ultimo discendente da Cosmo il Vecchio, nè rimanendo alcuno della famiglia abile al governo[264], molti esortavano il papa a far opera pia e gloriosa col restituire alla patria una libertà che i suoi più non potevano usufruttare. Di questa generosità non si sentì capace Leone, e appoggiatosi a casa d’Austria, pose un governo di suoi fazionieri, preseduti da Giulio, figlio naturale e postumo dell’ucciso Giuliano, e ch’egli avea fatto cardinale e arcivescovo di Firenze. Neppur quelli che bramavano franca la patria non voleano male a costui, che dimorava quasi continuo a Roma, essendo anima de’ consigli del papa; e che resse con prudenza e modestia, pazientissimo nelle udienze, conciliatore delle discordie, avverso ai delatori; non arrogavasi le nomine agl’impieghi nè altra principesca prerogativa, e buttava polvere negli occhi de’ liberali col farsi da questo e da quello presentare consulti sul riordinare lo Stato. Non manca mai chi le passioni dei governanti aizzi a sfogo delle sue proprie: e gli ottimati[265] metteangli timore de’ popolani e de’ devoti; e con questi sospetti, e col ripetergli che bene non potevasi aspettare se non da lui e sua casa, traevano a sè ogni potere, nè lasciavano salire alle cariche altrimenti che per loro procaccio.
Dopo il Savonarola, l’amore della libertà erasi innestato colla devozione; e gli austeri e temperanti favorivano il buono stato, mentre pei Medici parteggiavano gli scapestrati e gli ambiziosi. Ai primi giorni del pontificato di Leon X, «dodici frati, ristretti in poverissima vita, andavano per Italia predicando e prenunziando cose avvenire. Di questi, comparse in Santa Croce di Firenze frate Francesco di Montepulciano, riprendendo severamente i vizj, ed affermando che Dio voleva flagellare Italia e particolarmente Firenze e Roma, con tanto spaventevoli prediche, che si gridava dagli uditorj con dirottissimi pianti, Misericordia. Era il popolo sbigottito tutto quanto, perchè chi non lo poteva per la gran moltitudine udire, lo sentiva dagli altri con non minore spavento raccontare. Sollevarono queste così fatte predicazioni non solamente alcuni frati a predicare e prenunziare rinnovazioni e flagelli sopra la Chiesa, ma ogni dì sorgevano monache, pinzocchere, fanciulli, contadini a far lo somigliante... Le quali cose confusero tanto, tanto insospettirono l’universale, che per rallegrarlo in parte, furono fatte da Giuliano e da Lorenzo de’ Medici grandissime feste, caccie, trionfi e giostre, presenti sei cardinali, venutivi travestiti da Roma»[266].
Di rimpatto, sparlare del clero, dar ragione ai Luterani, motteggiare le immunità ecclesiastiche, sfrenarsi a dissolutezze pareano segni di spirito forte, e fin le superstizioni, perchè repugnanti alla Chiesa. Nominandosi capitan generale Paolo Castelli, per dargli il bastone si attese che gli astrologi indicassero il felice punto delle stelle, aspettandolo essi nella corte del palagio co’ loro stromenti in mano[267]. Il Cambi si lagna «che pareva il ben vivere fosse dispregio, in modo che ognuno ch’era amico del frate stava cheto, sperando nella giustizia di Dio e nella sua misericordia. La notte di pasqua di natale, i giovani fiorentini scorretti condussero un cavallo in Santa Maria al mattutino, e fecionlo correre per la chiesa, e di poi l’ammazzarono a piè delle scalee; poi andarono nei Servi, e gittarono dell’assafetida in sul fuoco, e questo fu l’incenso che dettono alla nostra Donna; e a Santa Maria Novella andarono a dileggiare i frati coll’arme, e uno mescolò carte in sur una predella d’altare; a Santo Spirito ruppero la pila dell’acqua benedetta...» E segue narrando come tutto fosse pieno di sodomiti e meretrici, le quali più non voleano tenersi ne’ luoghi appartati, e poteano tanto, che, chi volesse nulla dagli Otto di balìa, raccomandavasi ad esse: i giovani andavano in volta con armi a far burbanze, e se alcuno se ne richiamasse alla balìa, la notte era ferito; sicchè i delitti non erano nè puniti, nè denunziati. «E però (conchiude) è da credere che il Signore manderà la spada e gastigheracci giustamente; e non volendo noi la sua misericordia, ci darà la giustizia a nostra dannazione».
Fra molti misfatti che dai cronisti potremmo racimolare, ne addurremo uno di quella famiglia Buondelmonti, che trovammo spesso pietra di scandalo nelle cittadine resie, e nel cui seno mai non erano mancati litigi e micidj atroci. Di cinque fratelli che restavano, due ammazzarono un altro per conto d’un cavallo, poi rifuggiti a Pergolata sulle loro possessioni, si gittarono al rubare con altri sbanditi. La Signoria ne colse uno e gli mozzò il capo; il secondo andò da un altro fratello prete, stranandolo perchè gli desse denaro; e il prete fattoselo coricare a lato, l’uccise nella camera stessa ove era stato assassinato quel primo. Citato dal vescovo, il prete si scagionò colla ragione del bando ch’era sopra la testa dell’ucciso; ma imputato d’altre colpe di carne, con un fiasco si tagliò la gola, «e coll’ajuto del diavolo quel nuovo Caino spirò di questa vita»[268].
Ubertino Risaliti, di famiglia che avea dato gonfalonieri sin dal 1326, ragguardevole egli stesso per lettere, costumi, parentele, stando provveditore dell’arte della lana, ne abusò involando molte centinaja di fiorini e falsando i conti; del che scoperto, ebbe mozza una mano, e fu confinato alle Stinche fin all’intera restituzione[269]. Un giovane de’ Corsini chiese dal papa di potere, contro il divieto, portare in Egitto acciaj ed armadure, onde col guadagno riscattar suo fratello caduto schiavo de’ Turchi: andò, e accontatosi con un Pisano, finse aver ricavato centododicimila scudi, ma il fratello esser fuggito di schiavitù, talchè quel denaro in altre mercanzie investì, facendole assicurare: passato un mese, scrisse essere il legno andato a traverso, e il Pisano venne per riscuotere la sicurtà a Firenze; ma si scoprì che mai non aveano nulla caricato, ond’egli fu preso, mozzatagli la mano, e chiuso nelle Stinche: bandito il Corsino contumace. Un artefice abusò del proprio figliuolo, onde fu tanagliato per tutti i luoghi pubblici della città. Un capitano di Mortara, arrivato con un condottier genovese a servizio del papa, la notte quando i giovani tornavano d’aver preso il fresco sulle scalee di Santa Reparata, ne rapiva qualcuno, a sfogo di libidine: scoperto, per quanto il condottiero reclamasse, fu impiccato alle finestre del bargello[270].
Insomma il popolo fiorentino appariva diviso in due sêtte opposte: gli uni, tutta moralità e austero liberalismo, a guisa de’ moderni Puritani, attendeano a litanie, e far missioni, stabilire conventi nuovi e l’ospedale degl’incurabili in via San Gallo, e nelle pesti buttaronsi a cura degl’infermi; gli altri scorretti e licenziosi, avidi di godimenti, beffardi e calunniosi alla pietà. Alcuni di costoro, alla tavola del cardinale de’ Medici, presero a cuculiare il frate Savonarola, le sue profezie, e chi vi credeva: e Girolamo Benivieni, voltosi animosamente al cardinale, — Io sono de’ seguaci del frate, e insieme con tutti gli uomini dabbene desidero la libertà comune; ma nè io nè coloro faranno per tal conto fellonìa, nè verranno colle armi contro allo Stato giammai: ben pregheremo Dio e voi che ne la conceda, per mantenerla in pubblico giustamente e con fede, e in privato con industria e parsimonia. Ma questi vostri affezionati in vista, aborriscono la libertà e le leggi per tiranneggiare crudelmente; e tanto vi si mostreranno ossequiosi, quanto permetterete loro la violenza e le rapine: nè anco per questo empirete mai le loro voglie insaziabili; onde un dì vi si volteranno contro. Però, lasciate da parte uomini sì malvagi, e compiacete delle cose oneste questo popolo, che sempre esalterà il nome e la gloria vostra»[271].
Giulio, divenuto Clemente VII, da principio mostrò clemenza e liberalità, anche per tema di Giovanni dalle Bande nere, e finchè non ottenne che Ippolito, figlio di Giuliano terzogenito del Magnifico, d’appena quindici anni e già cardinale, fosse dichiarato abile (1525) a tutti gl’impieghi della repubblica: allora il pose governatore di Firenze, nè la Signoria poteva risolvere alcuna cosa senza consultare questo fanciullo.
Clemente intanto nelle sue velleità politiche ravviluppò Firenze, la quale, perduta ogni importanza di Stato, e costretta a dar uomini o denaro per gli intenti altrui, fino a tassare i beni ecclesiastici e vender quelli delle corporazioni di arti, rimpiangeva il Savonarola, il Soderini, l’antico buono stato, e come avviene dei malcontenti, facea suo gaudio d’ogni traversìa del papa. Quando il Borbone minacciava la patria loro co’ suoi ladroni, che già depredavano la val di Chiana e il Casentino, i giovani chiesero armi secondo l’usanza per respingere quell’esterminio; e vedendosele negate, le tolsero per forza, e munirono la mura, mentre domandavano d’assicurare l’interno contro la guarnigione forestiera; alzarono l’antico grido di Popolo e libertà, e proponeano si facessero banditi i Medici. Capitanava e aizzava gl’insorgenti Clarice figlia di Pietro II Medici, la quale alla morte di Lorenzo d’Urbino suo fratello avea preteso sottentrargli ne’ diritti, e invece vedeasi preferiti due bastardi, e nè tampoco ornato cardinale il figlio ch’essa aveva da Filippo Strozzi.
Questo ricchissimo cittadino, figlio dell’altro Filippo che fabbricò il grandioso palazzo, l’avea sposata benchè la legge vietasse le parentele co’ ribelli, e pagò la multa, forse sperando che l’altalena della fortuna rialzerebbe casa Medici, e con questa la sua, la quale avea dato sedici gonfalonieri, novantatre priori, e nel 1520 contava ottanta capifamiglia, cenventi persone abili agli uffizj. Filippo era stato uno degli ostaggi dati ai Tedeschi da papa Clemente per liberarsi dalla cattività: e poichè questo ricusò pagare il riscatto, Filippo, dal Moncada sciolto spontaneamente, ne volle sempre malissimo al pontefice, e adesso procurò rivoltargli la città. Ma Luigi Guicciardini gonfaloniere di giustizia, «stato sempre ossequioso e beneficato dai Medici, ingegnandosi di trovarsi da chi vince, mostrava in un medesimo tempo un viso fedele allo Stato e un altro disposto a compiacere ai desiderj della gioventù»[272]; a questa ripeteva — Io sono dei vostri», mentre dava mano alle forze della Lega, le quali, giovandosi degl’imbarazzi d’un governo nuovo, vennero in città a colpi di moschetto, e il moto fu represso e perdonato. Ma ripigliato animo col crescere delle calamità di papa Clemente, si congedarono i Medici (1527 17 maggio), esuli per la terza ed ultima volta, e si costituì un governo libero e il gran consiglio del popolo.
La peste, come nel resto d’Italia, così a Firenze infierì per tre mesi, consumando da cinquecento vite il giorno, e ducencinquantamila in tutto lo Stato; e fu seguìta dalla peggior fame che uom ricordasse. Frà Bartolomeo da Ficaja corse predicando penitenza, sul tenore del Savonarola; la Signoria in pubbliche processioni e con tutti i magnati scalzi andò incontro alla miracolosa Madonna dell’Impruneta, che soleasi trasportare a Firenze nelle maggiori calamità, e «in cui non avea mai la repubblica sperato senza frutto» (Ammirato). Nicolò Capponi, succeduto gonfaloniere e discepolo del frate, nel gran consiglio, troppo diradato dall’infezione, usò il linguaggio di quel maestro suo, «dai fatti della repubblica e dalle presenti tribolazioni rivolgendo l’animo e le parole alla contemplazione della maestà di Dio» (Nardi), e «nell’ultimo si gettò ginocchioni in terra, e gridando ad alta voce Misericordia, fece sì che tutto il consiglio Misericordia gridò» (Varchi): indusse ad eleggere Cristo per re perpetuo, e che solo a lui e alla sua legge volevasi obbedire; e il decreto scolpito in marmo fu posto sul palazzo della Signoria, dove ancora si vede. Fra la devozione provvedeva come meglio al governo, alle finanze, alla giustizia; e ordinò una milizia urbana di quattromila cittadini di famiglie statuali, e di fasciare con buone fortificazioni la città. L’amministrazione precedente e le ultime disgrazie aveano carico estremamente di debiti lo Stato, e ottantamila ducati l’anno assorbiva il Monte, dei ducentosettantamila d’entrata centomila spendeansi in impiegati, guardie, fortificazioni; sicchè alle altre spese bisognava supplire con nuovi balzelli o accatti, e fin con imposizioni sopra i più facoltosi[273].
Il Capponi, anima retta ma di quell’esitanza che sembra carattere de’ moderati, sentendosi soverchiare dagli Arrabbiati, sperò infrenarli mettendosi alla testa de’ magnati, e sempre lusingavasi di buoni accordi coi Medici, coi quali teneva arcana corrispondenza. In effetto i Palleschi s’erano ristretti a lui, non meno che gli antichi Piagnoni; ma Baldassarre Carducci, cognominato messer Scimitarra, e Dante da Castiglione, capi de’ popolani o de’ Libertini, schiamazzando recidevano ogni via di conciliazione[274].
Eppure la prudenza avrebbe suggerito ai Fiorentini d’aderirsi a Carlo V, il quale teneva prigione il peggior nemico della lor libertà, il papa; ma il popolo, esecrando l’insolenza spagnuola e quasi istintivamente presentendo che dagli Imperiali verrebbe la servitù d’Italia, e ricordandosi che frà Savonarola avea detto, gigli con gigli dover fiorire, prediligeva i Francesi, meno atroci nelle recenti guerre, e con un re cavalleresco. Machiavelli, Guicciardini, Capponi, Vettori scaltrivano a non confondere le luccicanti qualità del re colla politica d’un governo che sempre gli avea tirati nelle male peste onde salvar se medesimo; nè dalla gratitudine per tanti sacrifizj fattigli sarebbe rattenuto dall’abbandonarli: ma, come avviene quando la ragione parla contro l’immaginazione, non erano ascoltati, anzi ne venivano in pessima voce.
Luigi Alamanni poeta, appartenente col Martelli, col Vettori, col Brucioli, col Machiavelli a una società che adunavasi negli orti Rucellaj per ragionare di studj e di politica, côlto di notte con armi proibite, era stato multato, ond’egli per dispetto entrò in una congiura coi Buondelmonti contro la vita di Giulio allora cardinale; e scoperti e condannati gli altri, egli provvide alla propria salute col ricoverare in Francia, che trovò più cortese che la patria[275]. Tornato alla cacciata de’ Medici, sebbene avverso a questi, non cessava di ripetere a’ Fiorentini: — Andrea Doria, che brama altre repubbliche vicine a quella che a lui deve l’esistenza, vi raccomanda di imitare gli esempj di Genova e d’appoggiarvi all’imperatore; io stesso, se volete, andrò mediatore presso di questo, nelle cui mani stanno omai le sorti italiche»: ma l’antipatia nazionale e l’abbajare de’ piazzeggianti prevalsero, tanto che l’Alamanni dovette sottrarsi all’indignazione popolare. Passato col Doria in Ispagna, di là avvisò che si tramava contro Firenze, ma non riscosse che sgradimento, come chi disnuda il vero alle fazioni, che vogliono essere ingannate.
Al contrario, Baldassarre Carducci, che, per allontanarlo, era stato spedito ambasciatore alla corte di Francia, prometteva mari e monti; e il 1529, mentre si praticava la pace, scriveva di là: — Stringendo io molte volte questa maestà a ricordarsi della divozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l’obbligo sommo che gli pare avere con quelle, affermandomi non esser mai per fare alcuna composizione senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua. Ed ultimamente m’ha ripetuto queste medesime ragioni ed assicurazioni il granmaestro (Montmorency), dicendomi: Ambasciadore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi ch’io sia un traditore. Ed a Bartolomeo Cavalcanti il re disse espressamente con giuramento, non esser mai per comporre con Cesare altrimenti; e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare a voi confederati»[276].
Più sincera la regina erasi lasciato sfuggire che darebbe mille Firenze per riaver uno de’ suoi figliuoli. E in fatto si concordò la pace senza la minima riserva a favor di Firenze, e il deluso Carducci scriveva: — L’empia ed inumana determinazione di questa maestà e de’ suoi agenti aveano dato mille promessioni e giuramenti di non concludere cosa alcuna senza partecipazione degli oratori, degli aderenti e dei collegati; e nondimanco, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grande solennità, senza includerci altrimenti; di modo che non s’è alcuno di noi potuto contenere (gli ambasciatori veneti trovansi nello stesso caso) di non mostrare a questi signori la loro ingiustizia ed irrazionabile rimunerazione di tanta osservanza e spese ed incomodi, patiti per questa corona di Francia. Sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia, quanto sia da prestar fede alle leghe, promissioni e giuramenti francesi». Alle stesse lagnanze rispose il granmaestro: — Adunque voi volete impedire la ricuperazione dei nostri figliuoli? Guardate che, avendo voi un nemico, non ne abbiate due». In questi accordi dunque poneasi che i Medici, spossessati illegittimamente nel 27, doveansi rimettere; e poichè Ippolito era cardinale, restava come principe Alessandro, generato in una schiava mora da Lorenzo d’Urbino, o, come diceasi, da Clemente VII, e fidanzato colla Margherita bastarda di Carlo V.
Vilmente tradita dal re di Francia (1529), la città mandò all’imperatore, rimostrandogli che, se era entrata nella lega contro di lui, l’avea fatto quando obbediva ai Medici e al papa, e chiedeagliene perdonanza, esibendosi pronta ad ogni accordo purchè le conservasse la libertà: «ma i messi, piuttosto uccellati che uditi» (Varchi), furono rimessi a Clemente VII; ottenessero il perdono di lui e bastava. Clemente, offeso anche come papa e ne’ prelati più eminenti dagli Imperiali, avea perdonato a questi per forza; ma secondo lo stile de’ fiacchi che si rivendicano sui deboli, metteva l’onor suo nel castigare i Fiorentini del rispetto mancatogli come principe.
Acciò dunque che sola non galleggiasse fra l’universale diluvio, l’imperatore, mentre se n’andava dalla pacificata Italia per non udirne i nuovi ejulati, spediva le sue torme, lorde del sangue e delle rapine di dieci anni, a spegnere quest’ultimo anelito della fazione guelfa.
I Fiorentini, più non potendo confidare che in se stessi, benchè da tanti anni avessero dismesso le armi pei traffici e le arti, non mancarono all’estremo momento: respinti i patti della servitù, voltano il viso alla fortuna, e attirano l’attenzione del mondo con fatti che rimangono fra’ più eroici della storia. Nicolò Capponi, che un’onorevole conciliazione preferiva all’inutile resistenza[277], non solo ebbe rimproveri pubblicamente, ma processo di secrete pratiche col papa; e sebbene provasse l’intemerata sua intenzione, ed anche la posterità non gli trovi altra colpa che d’essersi lasciato illudere da Clemente, il quale colle trattative voleva addormentar la città e remorarne gli armamenti, quelli che non sanno urlare se non traditore e morte lo voleano al patibolo; salvato dai moderati, fu deposto dal ben tenuto uffizio; perchè nelle febbri popolari non vuolsi la prudenza che modera, ma la violenza che spinge.
Il surrogatogli gonfaloniere Francesco Carducci, uom nuovo negli affari, ma sviscerato della repubblica, addomestica Piagnoni e Arrabbiati, e fa i preparativi più risoluti. Solennemente si pronunziano decaduti i Medici: e poichè i popoli sogliono di Dio ricordarsi nelle gravi urgenze e nelle inaspettate fortune, si fecero processioni, si tornò a pietà come al tempo del Frate, proibiti i giuochi di zara, corretto il lusso, puniti la bestemmia e il mal costume; una quarentìa renderà la giustizia pronta e severa con appello al consiglio generale; e Jacopo Alamanni, giovane nobilissimo, condannato da quella, nel montare al patibolo congratulavasi co’ cittadini che il suo supplizio servirebbe a saldare le recenti ordinanze.
A soccorso di Firenze trassero i residui delle Bande nere, con diciotto capitani reputati; si fece una «descrizione generale per tutta la città di una milizia civile»[278], giurata di non adoprar le armi se non per onore di Dio, per lo ben comune e per difesa della libertà; le rinnovate bande dell’ordinanza si trovarono salire a diecimila uomini, fior del contado, armati e disciplinati meglio che non s’aspettasse da gente divezza; in piazza San Giovanni, cantata messa, giurano che nessuno abbandonerà mai l’altro, ma ad ogni estremo la libertà difenderanno. In fatto, «sebbene erano fra di loro di molte gozzaje e di cattivissimi umori, essendo di tanti pareri e in tante parti divisi, nondimeno si astenevano, non che di manomettersi l’un l’altro coi fatti, d’ingiuriarsi colle parole, dicendo, — Questo non è tempo di far pazzie; leviamoci costoro d’addosso, e poi chiariremo le partite» (Varchi).
Michelangelo Buonarroti, come già Archimede, dirigeva le fortificazioni, e bastionava la città col Sangallo, col Peruzzi, col Serlio, col d’Alberti; Donato Giannotti serviva da segretario di Stato; da cancelliere Francesco Aldobrandino, padre di Clemente VIII, che ora stendeva sapientissimi consulti, ora argute satire; Bartolomeo Cavalcanti, Luigi Alamanni, Pier Vettori combatteano a vicenda ed arringavano (1529); Andrea del Sarto dipingeva ad infamia i traditori; il Nardi, il Segni, il Busini, l’Adriani, il Nerli cooperavano ad imprese che poi doveano tramandare alla posterità; prestiti forzosi, gli argenti delle chiese e de’ privati, le gemme de’ reliquarj, le facoltà dei corpi religiosi e d’arte, vendute o poste a pegno, procurarono il denaro, con cui si presero al soldo Malatesta Baglione, Stefano Colonna, Napoleone Orsini ed altri venturieri; nove commissarj con amplissimo potere aveano il maneggio della guerra.
Egregi provvedimenti, ma tardi, quando era spalancato il varco, che sarebbesi potuto ben chiudere ai giorni di Carlo VIII colle campane minacciate da Pier Capponi, e colla ispirazione del Savonarola. Ora contro alla libertà stavano i Medici, fatti onnipotenti da che univano oro, spada, croce; stavano i principi tutti, risoluti a spegnere le antiche libertà; stavano l’odio delle provincie mal governate, il dispetto dei grandi conculcati dal popolo, immensa turba di servili comprati dai Medici, i quali con arte secolare aveano guasto anche le forme buone, e col voto de’ loro creati portavano agl’impieghi le persone meno meritevoli, affinchè screditassero quel modo di governo.
Il duca di Ferrara, non che mandasse, come avea stipulato, a capitanarli il giovinetto suo figlio[279], si rappattumò col papa, e lo fornì d’artiglierie. All’abate di Farfa spedirono tremila zecchini perchè facesse mille fanti, ma il portatore fu côlto presso Bracciano per ordine di Clemente VII, e spogliato. Che fa l’abate? apposta il cardinale Santacroce, che dal papa era mandato a Genova incontro all’imperatore, e menatolo prigioniero, nol rilasciò finchè il papa non gli ebbe restituiti i tremila zecchini. Allora egli tenne alcun tempo la campagna pei Fiorentini, ma poi compro o sgomentato dalle prime disgrazie, tornò al suo Bracciano e a riconciliarsi col papa. Malatesta Baglione, preso a capitano generale per compiacere al re di Francia (1529), staccasi da Cortona ed Arezzo che aveva assunte a difendere, e mena i suoi a Firenze traverso il Valdarno, non provveduto di vittovaglie, perciò violentandolo alla peggio; le truppe mercenarie, di scarsa fede, pareano più timorose del vincere che della sconfitta; nessun ajuto dall’Italia, spossata dai conflitti, o sbalordita dalla vittoria. Clemente VII, oltre le proprie truppe comandate da Baccio Valori, dirizzava sopra la sua patria quegli stessi imperiali e luterani della cui ferità avea fatto così deplorabile sperimento, e ai quali or dava autorità di esiger dai Romani le somme che per terrore avessero promesse durante il sacco: e quegl’ingordi, affacciatisi (24 8bre) dal colle dell’Apparita al ridentissimo prospetto che presentano la città e i colli popolati di vigneti e di ottocento palazzine[280], urlarono con selvaggia bramosia: — Prepara, o Firenze, i tuoi broccati d’oro, che noi veniamo a misurarli colle picche». Erano guidati da Filiberto principe d’Orange, che partecipe delle cospirazioni del Borbone, con esso era disertato dalla Francia a Carlo V, e a quello succeduto nel comando degl’Imperiali e nel guasto d’Italia: e benchè detestasse senza rispetto la cupidità del papa e l’ingiustizia di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non poter mancare di continuarla senza la restituzione dei Medici» (Guicciardini). Sua madre gli scriveva dissuadendolo da quella come ingiusta, o gliene arriverebbe male: e indovinò.
Una città dopo l’altra cede a costoro; molti Palleschi disertano dalla patria, tra’ quali Francesco Guicciardini, che forse increscevasi di non ottenere bastante considerazione in governo popolare, come altri di gran famiglia, e sperava di assodare un’aristocrazia coi Medici, mal prevedendo che questi si eleverebbero deprimendo i nobili; e recò ai nemici il soccorso del proprio ingegno politico, più utile dacchè fu morto Girolamo Morone (15 xbre), il quale prestava ai nemici d’Italia quell’accorgimento che contro di loro aveva aguzzato.
— Il papa non s’ostinerà a’ nostri danni, o l’Europa non rimarrà indifferente a vederci perire», dicevano i Fiorentini; e Clemente: — Non reggeranno a vedersi guastare i loro orticini». D’altra parte, che valor ripromettersi, che costanza da mercanti, esercitati solo in arti sordide, non in quella nobilissima dell’ammazzare?[281] Ma il patriotismo gl’infervora di modo che giurano uccider mogli e figli, metter fuoco alla città anzichè cedere. Demolite chiese e conventi colle loro bellissime pitture, distrutte le ville, deliziosa ghirlanda di Firenze, vedeansi recar di là fasci d’aranci, di rosaj, d’ulivi recisi, per crescere le fortificazioni della patria. — Perchè esporre cotesto innocente?» fu chiesto ad un vecchio che trascinava un fanciullo a combatter sulla mura; — Perchè scampi o muoja con me a salvezza della patria»[282].
Pareva il Savonarola rivivesse in frà Benedetto da Fojano, frà Zaccaria da Fivizzano, frà Bartolomeo da Faenza, che promettevano vittoria e schiere d’angeli a protezione. La balìa scriveva a Baldassarre Carducci: — Noi qui stiamo di bonissima voglia, confidando, oltre all’ajuto di Dio, nelle buone provvisioni che abbiamo fatte sì di ripari e di gente, come d’ogni altra cosa; nè pare altro ci possa far male, salvo che la lunghezza del tempo, la quale ancora tollereremo mentre che avremo vita; poichè siamo disposti a mettervi tutte le nostre facoltà prima che venire sotto il giogo della tirannide. Ai nostri cittadini, ancorchè fossimo consumati per tante altre incomodità, non è grave alcun peso per mantenere questa libertà, la dolcezza della quale tanto più si gusta, quanto maggiore è la guerra che le è fatta. E nonchè altro, niuno è che spontaneamente non concorra a fare i ripari della città con le proprie mani... Trovandosi oggi la terra ottimamente fortificata, non temono forza alcuna; ed essendo disposti a non perdonare al resto delle nostre facoltà, dureremo insin tanto che si apra qualche spiracolo alla nostra liberazione. Abbiamo assai da ringraziare Iddio che, avendo dentro tanta gente forestiera, non è mai seguita cosa alcuna di quelle che hanno sopportato le altre città che sono state assediate: anzi si è generato tanto amore e benevolenza tra’ soldati e li nostri giovani, che pajono tutti fratelli; e si vede nei forestieri tanta prontezza alla nostra difensione, che pare che non meno combattino per li proprj loro interessi che per li nostri: il che nasce perchè sono benissimo pagati, ed amorevolmente da ciascuno intrattenuti; onde seguita, aggiunto i mali pagamenti de’ nemici, che moltissimi tutto giorno si partono da loro, e vengono agli stipendj nostri. Talchè tutta questa nostra fanteria è ridotta a tanta perfezione sì di numero come di bontà, che se uscisse in campagna farebbe tremare tutta quanta Italia»[283].
Nelle prime avvisaglie col principe d’Orange si segnalò Francesco di Nicolò Ferruccio, uomo austero che sarebbe vissuto alla campagna o al fondaco oscuramente per sottrarsi alla dipendenza, se l’occasione non l’avesse fatto patrioto fervoroso e tipo dell’eroe popolano. Messosi capo di bande, seppe mantenere l’abbondanza e, che più era difficile, la disciplina; e credendo che i partiti medj guastino e non salvino, neppur si ratteneva dalle crudeltà. A Pisa adoprò tutta la severità d’un conquistatore; se non gli dessero armi e vittovaglie minacciava impiccare i facoltosi, e infliggere a tutti la morte del conte Ugolino; e per prevenire qualche sollevazione mandò via tutti i cittadini capaci delle armi. A Volterra «dopo la vittoria fece impiccare quattordici Spagnuoli che avea presi prigioni;... messe di poi le mani in sulle robe dei cittadini e sull’argenteria sacra, e comandato pena la vita che nessun cittadino uscisse dalla città, alloggiò i soldati nelle case loro con modi aspri e insolenti;... usò molto rigore nel trovar denari, facendo impiccare per tal conto due cittadini alla finestra del palazzo dov’egli abitava» (Segni); un trombetto speditogli dal capitano Fabrizio Maramaldo calabrese, fece appiccare alla mura, dalla quale intanto i soldati sbeffeggiavano con un miagolare che somigliava al nome di quel capitano; e difese quella città contro diecimila assalitori.
— L’ardimento è necessario ne’ casi estremi (diceva egli); al modo che già tenne il Borbone, assaliamo Roma; strasciniamovi gente colla speranza del saccheggio; corrompiamo i Tedeschi e pigliamoci prigioniero il papa»: altri parlavano di ricorrere ai Turchi, o almen faceano sperare ne’ loro ajuti[284]. E certo se Firenze commetteva la dittatura al Ferruccio o al Carducci o ad altro nazionale, avrebbe guidate le cose meglio che non esponendosi alle pretensioni de’ condottieri, sdegnosi di obbedire ad altri che a principi: ma, ahimè! il patriotismo agguagliato alla religione, le nobili virtù guelfe rideste nella gioventù, il valore inaspettatissimo in gente mercadante, non doveano riuscire che a rendere decorosa la caduta sotto la cospirazione delle armi, dei tradimenti, della fortuna.
I Fiorentini non aveano cessato ancora di sperare dai Francesi, nè questi d’illuderli. Francesco I assicuravali non esser la pace che uno stratagemma per recuperare i suoi figliuoli; eppure ai Fiorentini mercadanti in Francia proibì di spedir denari alla patria pericolante: ordinò a Malatesta Baglione e a Stefano Colonna si togliessero dal servire que’ ribelli, eppure secretamente gli avvisava non obbedissero: richiamò da Firenze il suo inviato pubblico, eppure ve ne conservò uno secreto, che tenesse ben edificati i cittadini, e promettesse che, appena pagato il riscatto, li soccorrerebbe a viso aperto. Così maneggiava la politica il cavalleresco.
Anche Venezia (1530), in cui avevano sperato come repubblica e come ombrosa di Cesare, erasi accordata con questo. Ma i Fiorentini si confortavano all’udire ora che papa Clemente stava in fin di morte, ora che il Turco minacciava di prender Vienna, ora che tutto il contado sorgeva in armi, ora che i nemici pensavano levarsi in fuga: le baje dileguavansi, rimaneva la realtà. L’imperatore, sciolto dalla paura de’ Veneti, mandava nuove truppe col Lodrone, col Belgiojoso, col Leyva; gli Spagnuoli, trattando i Fiorentini da bottegaj, non ne accettavano le sfide, nè il riscatto quando prigionieri: bande di Romagnuoli scorrazzavano le strade impedendo le vittovaglie, che ogni giorno più si stringevano; «le gatte erano venute in gran prezzo, e i topi erano cibo, e gli asini si mangiavano ne’ conviti, senza gustarsi vino; e i cittadini erano ridotti a tale disposizione d’animo, che ragionando famigliarmente cogli amici, quasi si vergognavano di mostrare di aver mangiato qualche vivanda delicata, come troppo molli ed effeminati»[285].
Onde rinfrescare le provvigioni, occorreva di aprire la strada per Prato e Pistoja, sicchè fu mandato al Ferruccio che piombasse sopra gli assediatori, mentre gli assediati farebbero una sortita con tutta la gente di guerra e la milizia cittadina; avendo determinato che quei che restavano a custodia, se vedesser rotti i combattenti, uccidessero le donne e i figliuoli, mettessero fuoco alle case, poi uscissero alla stessa fortuna degli altri. L’Orange, avuto spia di quell’ardito movimento, dovette abbandonare il campo per farsi incontro al Ferruccio nella montagna di Pistoja, e scontrollo a Gavinana (2 agosto). I Fiorentini, benchè i Cancellieri di Pistoja gli avessero traviati per farli cadere sopra San Marcello, rôcca de’ Panciatichi loro nemici e palleschi[286], combatterono eroicamente e uccisero l’Orange stesso: ma Alessandro Vitelli sopraggiunto, rifece testa, sicchè i repubblicani rimasero sconfitti, e preso il Ferruccio, il quale così inerme fu agramente insultato e trafitto dal Maramaldo. — Tu ammazzi un uomo già morto», gli disse l’eroe; e fu da cento colpi finito.
Gravissimo sconforto a Firenze, che sentivasi agli estremi. Vi erano periti ottomila cittadini e dodicimila soldati forestieri; colla fame si faceano le prove estreme, e le teneva allato la peste; i fautori de’ Medici macchinavano entro la città, e al solito i chiassoni, che non sanno far altro, andavano denunziando traditori, e domandando supplizj contro uno che trattò di vender Pisa, contro un frate che voleva inchiodare le artiglierie, contro un Soderini che teneva informato il nemico: erano sospetti, ma vi rispondeva la forca; che più? la forca a chi nominasse favorevolmente i Medici, o il Magnifico, o il Padre della patria.
Mentre si delirava nelle imputazioni fraterne, non si teneva occhio al Baglione capitano generale, abilissimo guerriero, ma già altra volta traditor di Firenze; e forse bastò la tristizia del capitano a sperdere il buon volere di tutti. Ricusò assalire il campo mentre l’esercito s’era vôlto contro il Ferruccio, anzi in petto all’ucciso Orange furono trovate lettere che il rivelavano traditore: ma quando i Fiorentini lo licenziarono dal comando (8 agosto), assalì a pugnalate chi glielo intimò, e puntò le artiglierie contro le porte di Firenze. Se questa l’avesse trattato come Venezia il Carmagnola, sarebbesi avuto un altro tema contro l’ingratitudine delle repubbliche. Non l’osarono, ed egli procedette e accettò dal pontefice patti, leggendo i quali il doge di Venezia disse: — Ha venduto il sangue di quei poveri cittadini a oncia a oncia, e s’è messo un cappello del maggior traditore del mondo».
La città, che in tre anni di libertà avea speso un milione e mezzo di fiorini d’oro, e in undici mesi d’assedio sofferto fame, peste, privazioni, stenti d’ogni guisa, fu costretta a capitolare (1530 12 agosto) con Ferrante Gonzaga sottentrato all’Orange; stipulando salve e libere le persone, dimentiche le offese, restituito il territorio; pagherebbe ottantamila ducati all’esercito imperiale; rimetterebbe all’imperatore il regolar la forma del suo governo, «inteso però sempre che sia conservata la libertà». Tosto è eletta una balìa di dodici Palleschi, fra’ quali Pier Vettori, Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Roberto Acciaioli; e spezzata la campana che per l’ultima volta avea convocato il popolo ad approvare col voto universale ciò che i suoi vincitori avevano ordinato, si cominciò con processi e torture ad abusar della vittoria. A Francesco Carducci già gonfaloniere, a Bernardo da Castiglione e ad altri quattro fervorosi patrioti è mozza la testa nel cortile del bargello, molti relegati, ad altri confiscati i beni; frà Benedetto da Fojano è mandato a Roma a morire non meno di sporcizia e di disagio, che di fame e sete. «Nè gli giovò ch’egli aveva umilmente fatto sentire al papa lui esser uomo per dovere (quando a sua santità fosse piaciuto tenerlo in vita) comporre un’opera, nella quale, mediante i luoghi della Scrittura divina, confuterebbe manifestamente tutte le eresie luterane» (Varchi).
Tedeschi, Spagnuoli, Italiani dell’esercito nemico vennero spesso alle mani tra loro (1531), finchè col pagarne i soldi si ottenne partissero, a riserva di piccolo presidio in Firenze: poi Carlo V notificò che a questa restituiva gli antichi privilegi, ma vi poneva duca Alessandro Medici (5 luglio); e la balìa proclamò questo e i suoi discendenti «fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferirono il cuore di chiunque deplorava la perdita dell’antica libertà», dice il Muratori, con una semplicità ben più espressiva che non le declamazioni, affocatesi testè attorno a quel fatto, dove il romanzo rimarrà sempre inferiore di lunga mano alla storia.
Così dalla codarda vendetta di Clemente VII restava ribadita la supremazia imperiale sopra la città più guelfa d’Italia. Il vulgo superstizioso, cioè coloro che credono che Dio manifesti la sua collera anche in terra, vide la mano di lui nell’inondazione del Tevere (2 aprile), la più fiera che Roma ricordasse, con rovina di molti edifizj e di molte vite, e un conseguente lezzo che fomentò micidiale epidemia. Clemente patì sin di fame, e pericolò della vita in quella calamità, nè per questo si emendò della sordida politica. Per la quale, non potendo perdonare a Carlo il lodo proferito in favore d’Alfonso di Ferrara, ritorceva verso Francia, e spiava occasione di vendicarsi.
I Medici trovavansi piantati in Firenze dall’armi forestiere, quando non rimaneva di lor famiglia alcun degno rampollo, ma un cumulo d’odj pei mali causati. A vero dire, Carlo V non v’avea spento il governo repubblicano; a quella famiglia restituiva i diritti che avanti il 1527; ad Alessandro competerebbero ventimila fiorini, non le totali entrate. Ma ai Palleschi non garbava un governo a tempo, sicchè bastò che i Medici li lasciassero fare, perchè si togliesse ogni rimasuglio di libertà. Girolamo Benivieni, l’antico discepolo del Savonarola, scrisse a Clemente VII con quella franchezza che tante volte si concilia colla devozione, «esortandolo a dare una forma di governo lodevole, come a cittadino conviene; insieme difendeva la memoria di frà Girolamo, e come le profezie di esso fossersi in parte avverate, le altre si avvererebbero» (Varchi). Ma Filippo Strozzi, che tutto ambizione non badava per quali vie la soddisfacesse, divenuto pallesco malgrado della moglie, sollecitava Clemente a estirpar le reliquie del governo popolare; l’Acciajuoli consigliava a spoverire i nemici e la città, e fingere congiure che irritassero l’imperatore; il Vettori gli suggeriva: — Non ponete fiducia che nei soldati mercenarj, ma più ancor di questi vale il bargello»; il Guicciardini: — Invano cerchereste con qualsifosse maniera di dolcezza o benefizj rendere popolare questo governo; nè utile è, nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che, potendo, farebbono peggio che mai; meglio tornerà il compromettere col popolo i ricchi e destri, affinchè riconoscano non aver salute che nell’appoggiarsi ai Medici. Non bisogna esaurire le entrate della città, anzi mantenerla viva per poterne cavar pro; non obliando ma dilazionando di giungere al fine proposto; agli amici prodigare oneri ed utili di modo che, chi ne partecipi, diventi odioso all’universale; non concentrar tutto nel principe, ma spargere dei feudatarj pel dominio; togliere i consigli e l’altre chiacchiere vecchie, facendo una taglia di ducento, tutti confidenti. Insomma vorrei procedesser tutte le cose con questa massima, che, a chi non è dei nostri, non fosse fatto beneficio alcuno, eccetto quelli che sono necessarj per trarre da loro più utile si potesse: gli altri non solo son gettati via, ma son nocivi»[287].
Conforme a tali suggerimenti, Clemente così s’esprimeva col Nerli in Roma: — Dirai a quei cittadini che più giudicherai a proposito, che noi siamo ormai alle ventitre ore, e che intendiamo e abbiamo deliberata di lasciare dopo di noi la casa nostra in Firenze sicura. Però pensino a un tal modo di governo, ch’eglino vi corrano i medesimi pericoli che la casa nostra, e lo disegnino di tal maniera, che alla casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati, e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in case loro. Dell’altre cose ci contenteremo ch’elle s’acconcino in modo, che gli amici, disposti a correre la fortuna di casa nostra, tirino dei comodi dello Stato quella ragionevol parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga».
Il papa non ebbe che a commettere a questi vili la riforma del governo (1532 5 aprile). L’antica costituzione non abbracciava nell’eguaglianza nobili e plebei, città e campagna; ma distinguevansi i Sopportanti, cittadini che pagavano le decime de’ loro beni, e i Non-sopportanti, che viveano delle braccia. De’ sopportanti, godeano la piena cittadinanza e gli uffizj que’ soli, i cui antenati avessero partecipato ai tre uffizj maggiori della signoria, del collegio e dei buoni uomini. Di questi ammessi o statuali, dicevansi andar per la maggiore quegli iscritti nelle arti maggiori, e per la minore quei delle quattordici arti inferiori. Alcuni pagavano le gravezze di Firenze, ma abitavano pel contado, e chiamavansi cittadini selvatici[288]. Nel nuovo statuto fu abolita la distinzione delle arti maggiori e minori, proclamando eguali in diritto i cittadini, nè più distribuiti gl’impieghi per quartieri; cassati i privilegi, che sono l’ultimo rifugio d’un popolo oppresso; tutti siano abili del pari a tutti gli uffizj, e formino un medesimo corpo e un medesimo membro; il principe è capo della repubblica, in luogo del gonfaloniere di giustizia; e Alessandro in futuro si abbia a chiamare il duca della Repubblica fiorentina, come si chiama il doge di Venezia[289].
Michelangelo Buonarroti era stato più giorni ascoso in un campanile per sottrarsi alla prima furia, e i Medici lo salvarono perchè contribuisse ad immortalarli. Luigi Alamanni, relegato in Provenza, avendo rotto il bando, fu processato come ribelle; poi piantatosi in Francia, da re Francesco ebbe stimoli e comodò a poetici lavori. Fu anche destinato ambasciadore a Carlo V, che l’accolse bene, il felicitò d’un tal protettore, e deplorò il duca di Firenze che lo avea perduto. Ma le sue opere toscane furono pubblicamente bruciate a Roma, d’ordine di Clemente VII, e un librajo, che le vendeva a Firenze, multato e bandito dal duca; di che sempre più lo favorì Caterina, delfina di Francia, la quale lo prese maestro di casa.
Fuoruscirono pure Donato Gianotti, il vecchio Jacopo Nardi, il giovane Bartolomeo Cavalcanti, il dottore Silvestro Aldobrandino, Anton Francesco degli Albizzi, Lorenzo Carnesecchi, e a tacer altri, fin quel Baccio Valori, che avea servito da commissario papale al campo liberticida. Ridottisi a Pesaro, ad Urbino, in Venezia, alcuni esercitavano nobilmente l’ingegno o nel fare scuola o nell’avvocatura, massime a Venezia, dove, secondo la consuetudine della repubblica romana (Nardi), si agitavano pubblicamente le cause; carezzati, ben voluti, sino a permettere che portassero armi in quella città dove nessun altro. Aveano essi creato sei procuratori della libertà fiorentina, che promovessero la causa di questa; intanto ai molti bisogni sovvenivano con denaro offerto da case stabilite in Roma ed altrove, e da frati che n’andavano raccogliendo[290]. Ma non vi mancava pure la feccia solita che s’arrabatta nel calunniare a vicenda, nello sfidarsi, nel denigrare, nell’esagerare i torti e le speranze.
I rimasti, giacchè della libertà più non era quistione, carezzavano l’idolo dell’indipendenza; e come salvaguardia dalla servitù straniera, Alessandro de’ Medici in sulle prime fu sofferto in pace. Ma trovandosi in mano un potere illimitato, e attorno tanti adulatori, costui non tardò a riuscire quel ribaldo che la sviata sua gioventù già lasciava temere. Portato alla signoria da armi straniere, guardando i sudditi come nemici, come vili quei che a suo pro abbattevano le barriere costituzionali, cinto da satelliti che aspettavano ogni suo cenno, fabbricata una cittadella[291], minacciando di morte chiunque tenesse armi, collo spionaggio, colle segrete, col mandare a male oggi uno doman l’altro, soffogava il repetìo della perduta libertà, mentre con frequenti feste, or per la venuta di Carlo V (1533), or pel matrimonio colla costui figlia, spiegava pompe solennissime e sovrattutto allettevoli al vulgo, che correva a mangiare e bevere ed applaudire[292]. Dilettavasi a scorbacchiare persone gravi e onorate. Le arti belle e le lettere, seconda vita di Firenze, recavasi a vile, benchè desse commissioni al Vasari, e per lui mandasse saluti e doni all’infame Aretino. Nelle caldezze dei ventidue anni, non rispetto di famiglie, non santità di talami o di chiostri frenava il brutale, prorompente alle libidini senza distinzione di sesso e d’età, di condizione, di santimonia; e piacentesi d’umiliare più spiegatamente quelli che più apparivano amici della libertà e riveriti dal popolo. I delitti che palesassero vigoroso animo, puniva severo; a quelli di sensualità conniveva: ma non ponea divario tra le persone: e nato un giorno romore nell’affollarsi a uno spettacolo, egli mandò i servitori a bastonare i romoreggianti; e dettogli che v’avea giovani nobili e persone di qualità, — Non importa (rispose), tutti son del pari miei nemici». Il cardinale Ippolito suo cugino gl’invidiava onori che a sè credea dovuti, e propenso alle lettere e all’armi, carezzava i fuorusciti che confidavano nell’ambizione e ne’ denari di lui, e che come rappresentanti della patria lo elessero «padre e protettore, e principale autore della recuperazione della libertà»; ma fra breve Alessandro se ne sbrigò col veleno (1535 10 agosto), dicendo: — Si veda che ci sappiam levare le mosche d’attorno».
«Era in tutto l’universale una tacita mestizia e scontentezza. La plebe e la maggior parte del popolo minuto e degli artigiani, i quali vivono delle braccia, perchè non si lavorando non si guadagnava, ed erano tutte le grascie carissime, stavano incredibilmente tristi e dolenti. I cittadini popolani veggendosi sbattuti, e avendo chi il padre, chi il figliuolo e chi il fratello o confinati o sbanditi, e dubitando ognora di nuovi accatti e balzelli, non ardivano scoprirsi, e non che far faccende e aprire traffichi nuovi, serravano gli aperti e si ritiravano per le chiese e nelle ville, parte essendo e parte infingendo d’essere non che poveri, meschini. I Palleschi, conosciuto quanto si fossero ingannati, si guardavano in viso l’un l’altro senza far motto; perciocchè s’erano persuasi di dover essere piuttosto compagni che servi, e che Alessandro, bastandogli il titolo di duca, dovesse, riconoscendo così fatta superiorità da loro, lasciarli trescare a lor modo, e non ricercare, come si dice nel proverbio, cinque pie’ al montone. Ma egli, con tuttochè non passasse i ventidue anni, essendo desto e perspicace di sua natura, instrutto da papa Clemente e consigliato dall’arcivescovo di Capua, uomo sagacissimo, aveva l’occhio e poneva mente a ogni cosa, e voleva che tutte si riferissono a lui solo. Dispiaceva ancora universalmente il vedere che non il palazzo pubblico dei signori, ma la casa de’ Medici sola si frequentasse, e fosse tutte l’ore piena di cittadini; dava terrore a tutto il popolo la guardia (cosa non usitata di vedersi a Firenze) che menava seco continuamente il duca con una maniera nuova d’arme in aste, le quali avevano in cima due braccia di largo e taglientissimo ferro» (Varchi).
Sull’esempio di lui, ministri e soldati faceano a chi peggio, la giustizia si mercatava, vendeansi grazie ed impieghi; oggi diceasi che un suo satellite avesse saccheggiato un nobile fiorentino; domani che un altro avesse ucciso a bastonate un ragazzo; e chi rapito, chi stuprato; e si era a quel fondo di miseria ove non rimane più nemmeno l’ardire di lamentarsi. Come è stile dei tiranni, voleva la gente allegra, divertentesi; onde i suoi fautori insultavano alle miserie con «sontuosissime cene, dove convitando le più belle e più nobili giovani di quella città, consumavano tutta la notte in far feste, intervenendo sempre il duca immascherato a intrattenerle, di tal maniera niente di manco, che era da ognuno conosciuto... Furono le spese di que’ pasti sì smisurate, che non mai da que’ tempi indietro erano state vedute nella nostra città; perchè non ve ne fu nessuna che non arrivasse alla somma di quattro e di seicento scudi;... e tre arrivarono ala somma di mille»[293].
Non son questi i modi da far rassegnati ad una signoria nuova; e i fuorusciti erano tanti e così irrequieti, da impedire che essa durasse con pace. Più volte ricordammo Filippo Strozzi, marito della Clarice Medici, «nella ricchezza senza comparazione di qualsivoglia uomo d’Italia: perchè alla morte sua si trovò che aveva scudi trecentomila di denari contanti, e ducentomila di beni, di gioje e d’entrate d’uffizj; onde appariva fortunatissimo, avendo aggiunto una prole di figliuoli maschi e femmine senza alcun paragone di bellezza e di destrezza d’ingegno e di accortezza di giudizio»[294]. Passava anche per valente in maneggi di Stato e in guerra; ma quanto alla mercatura e agli studj, tanto si dava ai piaceri; donde gli venne quello svigorimento d’animo, che rende incapaci a compiere i generosi concetti. Del resto pien di dottrina come di cortesia, di eccellente gusto, di gran generosità coi letterati, fu ripagato a lodi, le quali non tolgono di vedere come fosse sprezzatore delle cose sacre, e trascinato da un’ambizione senza intenti elevati. Stimolato dalla moglie contro i Medici nella prima cacciata, destò sospetto di favorirli segretamente, sicchè alla malevolenza popolare si sottrasse ricoverando a Lione: poi quando i Medici rivalsero, ne sposò gl’interessi.
Abbiamo la vita di lui scritta da suo fratello Lorenzo, tutta scuse e lodi; ove, da quei piccoli ambiziosi che transigono colla propria coscienza meritano esser notate le progressive condiscendenze di Filippo a una causa che disamava, e come egli o il biografo ne versino la colpa sovra la necessità, scusa dei fiacchi. Clemente desidera svellere le apparenze di libertà, ma che l’opera paja condotta da Fiorentini; onde chiama a Roma Filippo, e gliene affida l’incarico: «parve a Filippo duro; nondimeno, temendo più i propinqui pericoli che i lontani, offerse largamente l’opera sua in tutto quello che a sua beatitudine fosse grato». Adunque in un congresso si tratta di concentrare tutta l’autorità in Alessandro; e Filippo, conoscendo che il domandar di ciò consiglio era fatto solo per cerimonia e per far partecipi altri di sì fatto carico, per non nuocere a se stesso senza giovare alla patria, aderì». Allora Clemente a molti cittadini chiede pareri di riforme, e man mano che arrivano li mostra a Filippo, coll’approvare e col disapprovare chiarendo quai fossero i suoi desiderj; e «come gli parve che Filippo possedesse la mente sua appieno», gl’impose andasse a Firenze e mettesse d’accordo que’ consiglianti nello stabilire un governo a suo beneplacito. «Sebbene Filippo aveva aderito alla sua opinione, gli parve strano d’averne ad essere palesemente ministro; nondimeno non potè fare di non obbedire». E così va e inganna i cittadini, consolida il duca, «e per questa e per altre dimostrazioni egli si persuadeva aver riguadagnato appresso al duca tanta fede che lo rendesse sicuro». Eppure subisce l’ingratitudine de’ Medici: ma quando Clemente lo prega di condurre in Francia Caterina, sposata al Delfino, e di farsi garante della dote, Filippo, «sebbene conoscesse l’astuzia di sua santità, pure, pensando che la servitù e le buone sue opere potrebbono vincere l’ingrata natura sua, si offerse paratissimo a tutti i desiderj di quella». E via di questo passo, col quale si spiace ai liberi non meno che ai servili.
Di fatto Alessandro, dopo averne avuto consigli e denari per fabbricare la fortezza di Basso, guardava Filippo d’occhio sospettoso, l’imputò d’aver tentato avvelenarlo in una pozione amatoria, cercò anche disonorarlo in Luisa sua figlia, e non la potendo avere alle sue voglie, la avvelenò. Filippo allora colla restante famiglia fugge in Francia, poi cambiato il pontefice, e avendo la Corte francese incarcerato i suoi agenti affinchè pagasse la dote di Caterina di cui stava responsale, torna a Roma, si fa centro de’ fuorusciti; e con essi porta i lamenti loro e della patria a papa Paolo III, avverso ai loro nemici, e manda esporre a Carlo V (1535) le miserie di Firenze e l’infamia del duca, spendendo e spandendo per indursene favorevoli i cortigiani. Carlo diede ascolto e buona intenzione a costoro, come chi disapprova l’inutile provocare; ma troppo alieno dal voler restaurare una repubblica guelfa, accettò le discolpe del tiranno, sostenute dalla prostituita eloquenza del Guicciardini, e da quattrocentomila fiorini. E importandogli di correre ad assicurarsi il vacante ducato di Milano, propose un’amnistia di cui nessuno si fidava, e riforme di poco rilievo e di niuna sicurezza; talchè i fuorusciti risposero: — Non venimmo per dimandare a vostra maestà con che condizioni dovessimo servire, nè per chiedere perdono di quel che liberamente abbiamo fatto per la libertà della patria nostra, nè per potere colla restituzione dei nostri beni tornare servi in quella città, dalla quale siamo usciti liberi, ma per pregarla a restituirci intera la libertà, promessaci nel 1530 dagli agenti e ministri suoi in suo nome. Se le pare obbligo di giustizia torla da sì aspra servitù, si degni provvedervi conforme alla sincerità della fede sua: quando altrimenti sia la sua volontà, noi aspetteremo che Iddio e la vostra maestà meglio informata provveda ai desiderj nostri; risolutissimi a non macchiare per privati comodi il candore degli animi nostri col mancare a quella carità che tutti devono alla patria»[295].
Confermato Alessandro, i fuorusciti, perduto ogni ripiego legale, non poterono che ritorcersi in quelle trame, le quali fan rampollare mille speranze, non ne maturano alcuna. Lo Strozzi diceva: — Chiedo la libertà della mia patria a Dio, al mondo, al diavolo; e a qualunque di questi me la dia, sarò egualmente tenuto»; e confiscatigli i beni, ricoverava a Venezia, riverito da’ profughi come capo e speranza. I cittadini che delle trame aveano sentore, guardavano verso questi liberatori; quei che non ne sapevano, desolavansi senza conforti, quando la vendetta venne donde niuno aspettava.
Dei Medici popolani sopravvivevano due rami, all’un de’ quali apparteneva Cosmo, all’altro Lorenzino di Pierfrancesco, garzone sui ventun anno, colto ma sviato, procace a cavarsi tutte le voglie, e detestato universalmente come spia, compagno, ministro e stromento alle dissolutezze del duca. V’intervenisse rivalità d’amore, o il toccasse virile vergogna o libidine di rinomanza, costui pensò rintegrarsi nella stima de’ suoi con un’azione, ch’egli misurava secondo le idee de’ classici, dei quali era studioso. Già a Roma aveva abbattuto statue d’antichi tiranni; di che papa Clemente, che viziosamente l’amava, fu per mandarlo alle forche. Ebbe un tratto l’ispirazione di uccidere esso papa, e non l’osò o non gli venne fatto. Parvegli poi bello sbrattare la terra da un mostro qual era Alessandro, tanto più facile che spesso erano insieme a ribalde avventure. Una volta gli capitò il destro di trabalzarlo da un muro di monastero, che scalavano insieme, ma s’astenne perchè potea credersi caso, non deliberato proposito. E questo covò, sinchè un giorno trasse il duca nella propria camera, col pretesto di condurgli la bella Caterina Soderini, zia di esso Lorenzo, da Alessandro lungamente desiderata (1537 6 genn.); e qui assalitolo con un tal Michele del Tavolaccino, soprannomato Scoronconcolo, che da lui sottratto alla forca, se gli era profferto ad ogni servigio, invano resistente lo passò fuor fuori.
Ad ammazzare basta il coraggio d’un ribaldo; e il far un colpo senza pensare al dopo è eroismo da piazza, che troverà sempre seguaci perchè insano, lodatori perchè vulgare. Tal fu Lorenzino, il quale del suo proposito non avea fatto motto a persona; non concertato coi fuorusciti; scannato il duca, chiude a chiave la camera ove lo lascia cadavere, e senza manco far prova di sollevare il popolo, fugge, non so se più inetto o più tocco da rimorso. Per ricoprire il quale ai proprj occhi, da Venezia manda fuori una retorica diceria a dimostrare che operò da eroe; ma se qualche letterato applause al nuovo Armodio, se i fuorusciti «lo portavano con sommissime lodi di là dal cielo, non solo agguagliandolo, ma preponendolo a Bruto» (Varchi), il mondo non gli fece onore d’un atto compito per immensa cupidigia di lode; ond’egli andò fuggiasco in Francia, in Turchia, finchè alcuni sicarj in Venezia guadagnarono la taglia bandita sul capo di lui[296].
Firenze sentì il fatto (1537) come avviene d’accidente imprevisto, lieta di trovarsi tolto dal collo costui, ma incerta sul da fare. Palla Rucellaj co’ repubblicanti esortava, giacchè era caduto impensatamente il tiranno, a coglier l’occasione di rassettare il buono stato antico; i Piagnoni trassero la testa fuor de’ cappucci dicendo: — È il dito di Dio»; gli artigiani, quando vedeano cotesti nobili affrettarsi a cogliere i frutti d’un colpo, a cui non aveano nè merito nè peccato, esclamavano: — Se non sapete o potete far voi, chiamate noi che faremo»; ma nessuno sorse capace di ghermire una vittoria, ch’era sicura a chi più pronto. I fuorusciti, dopo tanto chiacchierare e promettersi pronti ed aizzare gli altri, si trovarono côlti alla sprovveduta, e si diedero fretta di raccor gente, e ajutarsi anche con soccorsi del papa. Ma il cardinale Cybo, principal ministro del duca, potè conservare l’ordine in Firenze e impedire che mutamento di stato seguisse. S’aduna l’assemblea, ed il Guicciardini adopra il suo ingegno a mostrare quanto gli oligarchi avrebbero avuto a soffrire dalla reazione popolare. Maggior effetto faceano le guardie d’Alessandro Vitelli, disposte a saccheggiare o a gridare viva: sicchè i prudenti determinarono evitare i rischi d’una rivoluzione, le vendette degli oppressi, l’ingordigia della plebe, dando un successore ad Alessandro.
Lasciava egli Giulio, figliuolo d’amore, ma troppo fanciullo, sicchè prevalsero quei che portavano Cosmo, de’ Medici popolani, figlio di Giovanni dalle Bande nere. A soli diciassett’anni, «colla tenue facoltà di sette in ottocento scudi d’entrata tutti in litigi e garbugli, essendo in poca grazia del duca Alessandro, al quale non parea giovane di riuscita, non frequentando la corte ma stando sempre in villa e dilettandosi di uccellare e pescare sotto la tutela della madre, povera e sconsolala vedova»[297], era mondo delle malvagità de’ Medici, erede d’un nome tradizionalmente caro ai Fiorentini e più agli antichi commilitoni di suo padre. In cosiffatte urgenze prevale chi fa più presto; onde i suoi amici, vistolo venir dalla villa per sapere le novità, lo acclamarono capo della repubblica fiorentina (1537 9 genn.), col grado stesso di Alessandro.
I tre cardinali Salviati, Ridolfi, Gaddi, accorsi alla patria per procacciarne la libertà, conobbero tarda l’opera, o più utile la connivenza; onde ai fuorusciti che s’erano mossi da Roma, mandarono dire che voltassero indietro, vinta anche questa volta l’inconsideratezza di quei di fuori dalla pronta sagacia de’ governanti. Il Vettori aveva già scritto allo Strozzi: — Non stiamo in su’ Bruti e Cassj, nè in sul voler ridurre la città a repubblica, perche è impossibile. Fate che questo infermo viva; vedete non li siano date medicine forti che l’ammazzeranno; e nel farlo vivere si potrebbe un dì ridurre a miglior abitudine, da poterne sperare qualche bene». Da poi a chi gli rinfacciava quest’opera scellerata di avere costituito un tiranno, scusavasi dicendo: — In questi tempi non si può trovare strada che sia men rea». Il Guicciardini, sempre intento a fabbricarsi il nido fra le ruine, parteggiava per Cosmo, che s’era impromesso ad una figlia di lui, ma insieme volendo cattivarsi i grossi cittadini, proponeva che al nuovo signore si mettesse una costituzione, stretta quanto a un doge di Venezia; però il Vettori, da soldato, derideva siffatte restrizioni; e, — Se gli date la guardia, l’arme e la fortezza in mano, a che fine metter poi ch’ei non possa trapassare un determinato segno?»
In fatti tra un mese Cosmo ebbe dimenticati gli accordi e gli amici[298]; la parentela stipulata col Guicciardini da privato rinnegò da principe, sicchè quello, riscosso dal suo tristo sogno, prorompeva: — Ammazzate pure de’ principi, che subito se ne susciteranno degli altri», e si ritirò ad Arcetri, dove il rancore dell’ambizione delusa e dell’orgoglio umiliato amareggiò gli ultimi suoi anni. Matteo Strozzi, Roberto Acciajuoli, altri che aveano intrigato per Cosmo, tardi gemeano fra la costui ingratitudine e la popolare esecrazione. Palla Rucellaj, che unico si era opposto al ragionamento del Guicciardini, ricoverò in Francia, e tenne mano a una congiura; e Cosmo credette ingannare la posterità col farlo dipingere dal Vasari in atto di prestargli omaggio.
Rimanevano dunque molte gozzaje; e quelli che aveano difeso la libertà, e quelli che si doleano di non avere una parte nella tirannia accomunavansi nell’odiar Cosmo. I fuorusciti numerosissimi, venuti al pasto dopo lo sparecchio, s’erano ristretti attorno a Filippo Strozzi, il quale aveva accolto a Venezia il fuggiasco Lorenzino, e maritate le costui due sorelle a’ suoi figli, bastando per dote la parentela del Bruto fiorentino; ma sotto manto di libertà aspirava a sottentrare al dominio[299]. Pensarono dunque assalire lo Stato, fidando nelle intelligenze interne, e, come sempre si suole, ne’ Francesi, larghi di promesse agli esuli; i cui fautori, attestatisi alla Mirandola, di là ajuterebbero certo lo Strozzi; che, soldato un grosso di mercenarj, e rinforzato dai sussidiarj più chiassosi e più inutili, gli studenti dell’Università, assalse Pistoja.
Questa città non avea mai dismesso le fiere accozzaglie tra Cancellieri ghibellini e Panciatichi guelfi, il contado vi prendea parte, e il ricco paese n’era rifinito. Neppur cessarono dopo assoggettati a Firenze, che avea tolto tutte le armi, messi bandi rigorosissimi; e destinativi tredici commissarj apposta. Questi inflissero pene gravissime, e stimarono che negli ultimi tre anni vi fossero bruciate quattrocento case in Pistoja (1537), mille seicento nel territorio, danneggiata la sola città in ventiduemila ducati d’oro. I Panciatichi, i Cancellieri, i Ricciardi, i Gualfreducci, i Vergiolesi e loro consorti furono sbanditi, poi richiamati, e le discordie rivalsero[300]: e coll’appoggio de’ Gabellieri, i fuorusciti vi si stabilirono. Ma mentre lo Strozzi, esitando fra un componimento coi Medici e l’aperta ostilità, guastava le cose, le guastava col precipizio Baccio Valori, un tempo capitano di Clemente VII contro Firenze, ora de’ fuorusciti contro i Medici, e che tutto facendo agevole, li spinse avanti in posizioni nè previste nè esplorate.
Alessandro Vitelli, che, per tenere Cosmo a devozione dell’Impero, aveva occupato la fortezza di Firenze rubando i tesori d’Alessandro ivi deposti, sorprende i fuorusciti a Montemurlo (2 agosto), si disse al solito per tradimento d’un Bracciolini, li manda in piena rotta, e piglia lo Strozzi, Baccio Valori, suo figlio, Alessandro Rondinelli, Antonfrancesco degli Albizzi ed altri repubblicanti di primarie famiglie. Giusta gli usi della guerra, costoro spettavano ai capitani stessi cui si erano resi, ma Cosmo ne mercatò con questi il riscatto, rincarendo sull’offerta dei loro parenti: volle vederli nella propria casa inginocchiarsegli davanti a chieder mercè, poi li mandò al bargello, e man mano li faceva torturare, indi mozzarne il capo a quattro ogni mattina. Un principe giovane, vincitore e che non sa perdonare, è spettacolo stomachevole ancor più che orrendo: e al quarto giorno il popolo mostrò la propria indignazione in modo, che i restanti furono confinati in fortezze, dove non tardarono a perire; tra essi il figlio di Nicolò Machiavelli.
Filippo Strozzi erasi reso al Vitelli, già suo particolare amico, il quale lo tenne in fortezza per ismungere denaro e regali da’ suoi figliuoli coll’usargli qualche cortesia. Era caldamente raccomandato da generali, da donne, dal Doria, da Bernardo Tasso, da Vittoria Colonna, da Caterina di Francia; nel colloquio di Nizza l’imperatore diede parola al papa di campargli la vita; pure alle incessanti istanze di Cosmo che già n’avea pagato la taglia al Vitelli[301], assenti fosse messo alla corda, per chiarire se avesse avuto intendimento dell’uccisione del duca Alessandro. Mentre Cosmo divulgava i processi, che rivelavano basse ambizioni mascherate di patriotismo, i profughi vollero di Filippo fare il Catone della loro causa, e sparsero voce che, stanco di due anni e mezzo di carcere, nè assicurandosi di resistere alla tortura, si segasse la gola e col sangue scrivesse: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor. Forse l’aveano ucciso gli agenti dell’imperatore per risparmiare a questo l’obbrobrio del consegnarlo[302]: ma la fama del suicidio prevalse appresso dei più, come meglio confacente ad uomo che «nel tenore della vita e delle opinioni rappresentò gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi corrotti della romana repubblica»[303].
Pietro Strozzi suo figlio salvossi in Francia presso la delfina Caterina, che come ultimo rampollo di Lorenzo il magnifico, considerava Cosmo quale usurpatore del suo patrimonio. Seco esularono molti nostri valorosi[304], che empivano il mondo di querimonie, obbrobriavano il lor vincitore, e cercavano alle speranze un appiglio qualunque, siccome chi non ne ha alcuno di fermo. Cosmo sempre si resse a beneplacito dell’imperatore, il quale, come vide che sapea da sè vincere e infierire, prese a stimarlo; e in onta delle costituzioni e de’ proprj fatti, dichiarò dovere il principato trasmettersi nella linea di esso, per sempre escludendone quella del traditore.
Sciolto da’ nemici, Cosmo seppe sbrigarsi anche degli amici. Francesco Vettori, perito lo Strozzi, cui era strettissimo, più non uscì di casa: il Vitelli, che avea fatto denaro col saccheggiare anche a danno di Cosmo, fu da questo congedato, ma l’imperatore lo compensò con un feudo nel Napoletano: il cardinale Cybo, che era stato principale autore del succedere di Cosmo, poi l’aveva sorretto di opportuni consigli, ebbe accusa d’averlo calunniato a Carlo V, sicchè si ritirò a Massa. Una magistratura militare domò le ostinate parzialità de’ Pistojesi. Arezzo, che si era messa in repubblica durante l’assedio di Firenze, dai vincitori ch’essa avea dispendiosamente favoriti, fu presto ritornata a obbedienza de’ Medici, che vi posero fortezze: ai renitenti il bando e il supplizio.