CAPITOLO CXXXVII. Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in Africa.
Anche sull’antica e gloriosa repubblica di Firenze è dunque suggellata la lapide principesca. I Liberali, che fremettero contro il papato del medioevo perchè scomunicava gl’imperatori liberticidi, applaudiscanlo ora che, azzoppato, s’appoggia da una parte sul re di Francia, dall’altra sugli Austriaci.
Clemente VII, il pontefice più funesto all’Italia, in ogni parte di questa perseguitò i Fiorentini fuorusciti, sollecitò una fortezza a Firenze, e introdusse a Siena un governo favorevole a’ suoi divisamenti. Ancona era vissuta sotto i papi con forme repubblicane, e con patti che in fondo si riduceano a non mostrarsi loro nemica; e a Clemente negò il denaro ch’e’ domandava. Egli dunque struggeasi di sottometterla; ma non osando tentarlo colla forza aperta nel timore ch’essa chiamasse i nemici, col pretesto d’un imminente sbarco dei Turchi (1532) ottenne di alzarvi fortificazioni, dalle quali calando sulla città, le tolse l’indipendenza. Il tesoriere aveva in quel frangente nascosto il denaro pubblico; e il cardinale Accolti, che avea suggerito quell’inganno e pattuito per la sua famiglia il perpetuo governo della città, lo fece decollare, e i tesori portò in casa propria: indi forche e torture ed esigli domarono gli Anconitani, e negli impieghi furono surrogati da Fiorentini. Di ciò passarono impuniti gli Accolti fin che visse Clemente; ma Paolo III fece carcerare Benedetto; e nol rilasciò che per lo sborso di cinquantamila scudi d’oro.
Gli altri paesi della Chiesa non rimanevano quieti. Napoleone Orsini, col nome d’abate di Farfa infamato di mille delitti, a capo di masnade assalì i toltigli castelli, e corse il paese come nemico, facendo prigioni, ponendo taglie, esigendo riscatti. Girolamo e Francesco suoi fratelli a fatica camparono lasciandogli il ricco arredo. Sua matrigna Felicia, figlia di Giulio II, impetrò che il papa spedisse armati contro di lui, che vinto si ritirò a Farfa, poi in Francia, sinchè il re gli ottenne perdono e di tornare in Roma. Quivi saputo che sua sorella andava sposa a un principe napoletano, egli appostò il corteo per rapirla; ma Girolamo fratello la convogliò con trenta uomini, e scontrato l’abate, lo uccise.
Gian Francesco Pico era tornato signore della Mirandola; ma Galeotto suo nipote, signore di Concordia, assalse la città, penetrò nella camera di Gian Francesco, davanti a un crocifisso lo trucidò col figlio Alberto e cogli altri della casa, e unì il paese alla sua signoria. A Malatesta Baglione non era stata mantenuta veruna delle promesse fattegli perchè tradisse; onde coi denari e coll’infamia si ritirò nella sua Perugia, ove morì trentanovenne. Rodolfo suo figlio che n’era sbandito, s’impossessa della città a viva forza, brucia il palazzo del prolegato, e lui con due auditori mette alla tortura perchè rivelino i denari, poi nudi li fa decapitare, e si costituisce signore. — La bella pace portata all’Italia dai forestieri!
Nè riposava il Milanese, stremo da tanti guasti, e in pendente per la preveduta vicina morte del duca. Le prepotenze del Medeghino (pag. 350), che minacciava gran parte dello Stato, obbligarono il duca a una guerra di dieci mesi che costò tesori, e ad impor gravezze che esacerbarono lo scontento. Cremona, che aveva sofferto orribili guasti dall’esercito della Lega, si sollevò contro le tasse ducali, e chiedendo pane, sotto un tale Luchetto saccheggiò, uccise alcuni signori; il castellano uscì colle armi, e Luchetto si ricoverò nel Torrazzo; donde cavato a larghe promesse e assicurazioni, fu ucciso. Truppe accorse da Milano moltissimi imprigionarono; «non furono però condannati a morte se non uomini e una donna; e molti furono banditi» (Campi).
Re Francesco I, che al proprio vantaggio avea indegnamente sagrificato l’Italia, uscito del pelago non seppe rassegnarsi all’averla perduta; e per contrariare Carlo V, dava mano ad Enrico VIII d’Inghilterra e ai Protestanti tedeschi, i quali traducendo la religiosa in libertà politica, eransi levati in armi (1533) formando la lega Smalcaldica; e per distaccare Clemente VII dall’imperatore, chiese sposa al suo secondogenito Enrico Caterina figlia di Lorenzo II Medici. Tali regie nozze versavano tanto lustro sulla sua famiglia, che il papa venne a trattarne in persona a Marsiglia (8bre), mutandosi in paraninfo, per quanto ne scapitasse la pontifizia dignità; le assegnò in dote centomila scudi d’oro, e quanti beni possedeva in Francia la madre della sposa, fruttanti diecimila zecchini l’anno.
Il re, sapendo che Francesco Sforza duca di Milano tante ragioni aveva di chiamarsi scontento dell’imperatore e del Leyva, gli spedì Alberto Meraviglia come ambasciatore, ma segreto, e coll’incarico di sollecitarlo a una lega. Il duca gli diede orecchio; ma sempre tremebondo de’ suoi padroni, appena si temè scoperto, col pretesto di un omicidio lo fece arrestare e decapitare. Il re a strepitare del violato diritto delle genti; e Carlo V, soddisfatto di tale dimostrazione, diè sposa allo Sforza sua nipote Cristierna di Danimarca. Ma poco appresso il timido duca e crudele moriva incompianto (1535 1 9bre) di quarantacinque anni, e con lui s’estingueva la famiglia Sforza, che in ottantasette anni avea dato sei duchi a Milano, un’imperatrice alla Germania (Bianca Maria), una regina a Napoli (Ippolita), una alla Polonia (Bona)[305].
Il ducato conserverà l’indipendenza, o cadrà servo? e di chi? Per risolverne si raddoppia l’affaccendamento de’ gabinetti: l’imperatore l’occupa come feudo ricaduto all’impero e come lasciatogli in testamento dal defunto, riceve il giuramento, e conferma tutti ne’ prischi impieghi. Ma il Cristianissimo si fa innanzi asserendo nel trattato di Cambrai avervi rinunziato soltanto a pro dello Sforza.
Carlo V, per non dover mantenere grosso esercito di qua dall’Alpi, aveva tessuto una lega fra tutti gli Stati d’Italia, eccetto Venezia, che contribuissero un contingente, al quale comanderebbe il Leyva, mentre le ladre e micidiali bande dei Bisogni erano mandate in Morea e in Sicilia. Ma poichè quella fina politica dell’equilibrio mal comportava che si unissero s’un capo solo la corona imperiale e quella della Spagna, che allora comprendeva mezzo mondo, Carlo rinunziò la prima al fratello Ferdinando, massime che la Germania era volta sossopra dalle conseguenze della Riforma, e minacciata gagliardamente dai Turchi. Perocchè Solimano non avea voluto comprendere Carlo V nella pace, col pretesto ch’egli s’intitolava imperatore; mentre Francesco I, al titolo di Cristianissimo anteponendo la politica nuova che non guardava a religione, col granturco non solo fece trattato di commercio (1536), ma propose collegarsegli ai danni di Carlo per invadere Napoli; e lo facea se Venezia non avesse negato aderirvi.
I fratelli Arugi e Kaireddin Barbarossa, formidabili pirati di Lesbo, segnalatisi giovanetti col prendere due galee del papa, s’erano allogati a servizio del sultano afside di Tunisi. Il primo perì dopo essere stato terrore de’ littorali europeo ed africano: l’altro, ucciso il dey d’Algeri, prese il dominio di questa e di Tlemecen, come vassallo dell’impero ottomano; si diede in corso più largamente, e tutte le coste desolò, salvo le francesi garantite da Solimano; il quale, credendolo unico capace di tener testa al grande ammiraglio Doria, gli affidò sessantasei vascelli. Aggiungendone diciotto suoi proprj, Kaireddin traversò lo stretto di Messina, sorprese Capri, saccheggiò Procida e Terracina, menando schiavi quantità di Cristiani. Saputo che in Fondi dimorava Giulia Gonzaga moglie di Vespasiano Colonna, vantata fra le belle, pensò sorprenderla e farne dono al harem di Solimano: assalì in fatto la città, ma la duchessa ebbe tempo a fuggire.
Kaireddin, sbarcato a Tunisi con ottantamila gianizzeri datigli dal sultano, detronizzò Muley-Hassan (1533), ventesimosecondo sultano afside, e sottopose quel paese all’alto dominio della Porta. Lo spossessato rifuggì a Carlo V, il quale dalle costui sollecitazioni e da quelle de’ cavalieri di Malta si lasciò persuadere che alla grandezza non solo ma alla sicurezza della Spagna importava ristabilire la propria autorità sulle coste d’Africa, e distruggere la pirateria. Pertanto a Cagliari raccolse cinquecento navigli, guidati da Andrea Doria, con più di trentamila uomini delle antiche bande spagnuole sotto Alfonso d’Avalos marchese del Vasto; il pontefice v’aggiunse dieci galee, capitanate da Virginio Orsini; altre i Genovesi; Ferrante Gonzaga venne di Sicilia; e l’imperatore medesimo vi salì col principe di Salerno ed altri signori italiani. Prosatori e poeti celebravano l’Ercole che andava a soffocare Anteo, ma i maligni vollero dire che Carlo avesse assunta la spedizione contro il Barbarossa per isfuggire d’affrontare Solimano in Ungheria; onde si dicea che mai principe non s’era veduto fuggir dal nemico con tanto apparato[306].
Il Barbarossa avea sapientemente fortificato Tunisi e il porto della Goletta, cui proteggeano diciotto galee con cento bocche di fuoco, ventimila cavalieri mori e innumera fanteria: pure gl’Imperiali espugnarono quel porto (1535), prendendo l’arsenale e le navi. Il Barbarossa, costretto uscirne con cinquantamila uomini, prima di andarsene volea trucidare diecimila Cristiani ivi dimoranti, ed ebbe a pentirsi d’essere una volta stato pietoso; giacchè insorti voltarono contro di lui i cannoni della cittadella, onde preso tra due fuochi, fuggì in rotta a Bona, mentre gl’Imperiali entravano in Tunisi, uccidendo trentamila persone, e diecimila facendo schiavi.
Tornava Carlo carico di gloria e di debiti dalla spedizione di Tunisi, quando udì che i Francesi avevano invaso Savoja e Piemonte. In tante vicende appena ci accadde far menzione di questo paese, del quale gli storici nostri pochissime particolarità ci tramandarono, non considerandolo per italiano.
La signoria di Savoja sedeva sui due pendìi delle Alpi dalla Saona alla Sesia, e dal Mediterraneo al lago di Neuchâtel. Vedemmo (tom. VII, pag. 431 e seg.) i conti di Moriana ottenere per matrimonio il marchesato di Susa e la contea di Torino, e per conquista la Tarantasia; da Enrico VII il titolo di principi dell’impero e il feudo d’Aosta: v’aggiunsero poi la Bressa, le baronie di Faucigny e Gex e di Vaud, il Bugey, il Valromey, gli antichi comuni liberi di Chieri, Savigliano, Fossano, San Germano, Biella, Cuneo, le contee di Nizza, Ventimiglia, Tenda, Beuil con Villafranca e la valle di Barcellonetta, smembrate dalla Provenza; il Genevese, che toglieva la continuità fra gli Stati d’oltremonte; Briga e Limone, che agevolarono il passo del Col di Tenda. Il Piemonte, esteso dalla Dora Riparia alla Vauda di San Maurizio, da Gassino a Savigliano, Fossano e Mondovì, restò quasi appannaggio della linea cadetta di Acaja, fin quando nel 1418 l’imperatore Sigismondo lo investì col titolo ducale ad Amedeo VIII, il quale dal conte d’Angiò si fece confermare le terre staccate dalla Provenza, e dal duca di Milano cedere Vercelli, sicchè avesse per confine la Sesia.
Di quel tempo furono unite al ducato molte terre del paese di Vaud, sette altre ne’ contorni di Mondovì, tolte al marchese di Monferrato, come Chivasso e altri castelli del Canavese, oltre l’omaggio di molti signori e Avogadri del Vercellese, dei Fieschi di Masserano e Crevacuore, del Tizzone di Crescentino, e dei popoli della val d’Ossola. Ne restavano ancora disgiunti la contea di Tenda e il Monferrato, che, spenta l’antica famiglia d’Aleramo nel 1305, era passato in un ramo de’ Paleologhi di Costantinopoli, e si divideva nelle case di Monferrato e di Saluzzo (tom. VII, pag. 434). Inoltre grosse porzioni erano assegnate in appannaggio a principi della casa; poi la Francia teneva sempre alcuni passaggi; e nel 1375, col pretesto dell’omaggio resole dal marchese di Saluzzo, piantò sua bandiera in questo piccolo Stato, incentivo a mestare nelle vicende italiche, e contrasto perpetuo agl’incrementi della casa di Savoja, ne’ cui interessi, mediante le donne maritate in quella, troppo intrigarono e poterono i re francesi[307].
I quali, tolto di mezzo quello Stato dacchè possedettero Genova e il Milanese, vi operavano ad arbitrio, e vi passavano continuo cogli eserciti, senza tampoco chiederne licenza; tanto più ch’era dominato da principi deboli. Nel Monferrato Guglielmo IX, succeduto il 1493 a Bonifazio V di sette anni, variò sistema secondo i tutori, nè mai figurò. Alla morte di Bonifazio figlio di lui non restavano della casa Paleologa che Gian Giorgio suo zio, abate di Lucedio, e Margherita sposata a Federico Gonzaga di Mantova. Gian Giorgio, schiericato, gli succedette nel 1533, sposando Giulia d’Angiò figlia d’Isabella ch’era stata regina di Napoli; ma ben presto morì anch’egli, si disse avvelenato dal duca di Mantova, che anticipatamente avea compra da Carlo V l’investitura di quello Stato. Ma ecco disputarglielo Carlo III duca di Savoja, Francesco marchese di Saluzzo, oltre molti che allegavano ragioni su paesi particolari; cominciando di quelle gare, ove i popoli a guisa d’un patrimonio sono barattati per nozze o per stipulazioni di principi.
Carlo III il Buono (1504), di diciott’anni succedeva nella signoria di Savoja, che comprendeva tutta la riva destra del lago di Ginevra, e nel principato del Piemonte, che trovava in gran parte impegnato per appannaggio a tre vedove duchesse e ad altri principi; oltre il marchesato di Saluzzo, ancora distinto, e ligio a Francia. Carlo, debole di carattere, s’avvolse d’oscurità; lasciò che gli Svizzeri gli occupassero molte fortezze, che il Piemonte fosse corso e taglieggiato da quelli che si disputavano la Lombardia, che Ginevra si togliesse alla sua obbedienza per accomunarsi con Friburgo, poi abbracciando la Riforma, gli si sottraesse per sempre; infine si trovò infelicemente trascinato nelle guerre dei vicini.
Per acquistare il Monferrato, Carlo dovea blandire i due arbitri d’Europa: ma sebbene zio di Francesco I, il temeva come vicino; onde preferì Carlo V (1521-31), sposò Beatrice di Portogallo, prediletta cognata di questo, e ne ricevette in regalo la contea d’Asti e il marchesato di Ceva. Con queste guise egli divenne causa primaria del sormontare di Carlo V in Italia. Nè però questi gliene seppe grado; e dopo ch’ebbe tenuti lungamente in susta i varj pretendenti al Monferrato, l’occupò come feudo vacante, infine aggiudicollo al marchese di Mantova (1536), che con trentamila ducati erasi guadagnato uno de’ suoi consiglieri. Il duca di Savoja si gridò ingannato, ma quando Carla V già erasi invigorito in modo da non temere più le sue inimicizie.
Il Cristianissimo, vistolo parziale ai Cesarei, ne occupò gli Stati, e si fortificò a Torino e in altri luoghi, saccheggiando Rivoli[308], Grugliasco, Carignano, Chieri e Savigliano. L’imperatore, allorchè, reduce dalla spedizione contro Tunisi, udì avere i Francesi invaso il Piemonte, proruppe in invettive, rinnovò la sfida contro Francesco, e giurava ridurlo il più pitocco gentiluomo del suo paese. Ma cauto anche nell’ira, lo addormenta con trattati, mentre in Lombardia fa massa di Tedeschi, Spagnuoli, Italiani, coi quali ricupera gran parte delle terre piemontesi, e si propone d’invadere la Francia, e già ne scomparte fra’ i suoi le grandi signorie, e dice a Paolo Giovio: — Tempera la penna d’oro, che vo a darti gran materia di scrivere». Gli astrologi predicevano che il Leyva era fatato a conquistare la Francia, onde, contro al parere de’ migliori, fu a lui confidato l’esercito; ma avendo ad un prigioniero francese domandato quante giornate vi voleano dai confini a Parigi, — Dodici (gli fu risposto), ma giornate campali».
In fatti la spedizione trovava in Provenza le campagne deserte, la guerra di bande implacabile, alfine anche la peste, tanto che l’imperatore vergognosamente dovette ritirarsi, tra ferocissime vendette dei paesani; e il Leyva tal dolore ne concepì che gli consunse la vita.
Il conte Guido Rangone modenese, che s’era posto a capo di quanti favorivano ai Francesi in Italia, e che s’erano attestati alla Mirandola, con buon numero di questi tentò Genova (1537), ma essa non rispose; ond’egli, dato volta, prese Chieri, Carmagnola, Bricherasio, Cherasco, altre città, e sciolse l’assedio che a Torino avea posto Gian Giacomo Medici. E fra un re zio e un imperatore alleato, Carlo III restava spoglio de’ dominj, giacchè Francia teneva da Moncalieri all’Alpi; l’imperatore, col pretesto di sicurezza, metteva presidio in Asti, Fossano, Vercelli[309].
Ma improspere succedevano all’imperatore le fazioni ne’ Paesi Bassi, sollevatisi contro la tirannia di lui, che colla libertà religiosa volea strapparne anche le franchigie comunali; Solimano granturco, sollecitato da re Francesco, invadeva l’Ungheria, bersagliava il Napoletano, minacciava la Toscana; per sobillamento de’ Francesi moveasi a sollevazione Siena. Il nuovo pontefice Paolo III insinuò una tregua (1538), fissando all’uopo un congresso a Nizza di Provenza; e colà indirizzossi con gran solennità. Ma passando da Parma si litiga a chi deva toccare la mula di lui; nella baruffa il maestro di stalla resta morto, il papa e i suoi rifuggono in duomo. A Nizza poi esso papa voleva avere in mano il castello; il pretendeano Francesco I e Carlo V; il duca di Savoja ricusava di cederlo a chicchefosse, nè tampoco accolse entro la città il pontefice: i due re poi, l’uno volendo come preliminare il possesso del Milanese, l’altro negandolo, nè tampoco acconsentirono di abboccarsi; il papa, che si vantava abilissimo negoziatore, propose le condizioni separatamente (18 giugno), ma non potè ottenere che una tregua per dieci anni, serbando ciascuno quel che possedeva, cioè Piemonte e Savoja restando a tutt’altri che a’ suoi principi.
Carlo III rimostrava a suo cognato Carlo V come gli eserciti imperiali avessero malmenato il Piemonte, ad onta del denaro da lui profuso onde impedirlo; Fossano spese fin trentamila scudi; altre città andarono a sacco o dovettero riscattarsene; in sei mesi il danno non fu minore di tre in quattromila scudi il giorno, senza contare le case bruciate, le robe disperse. L’imperatore mandava un gentiluomo ad assumere informazioni, e protestare che i sudditi del cognato teneva a cuore quanto i proprj; ma il marchese di Pescara scriveva contemporaneamente che le truppe bisognava mantenerle, e accampatosi nel Piemonte, ve le lasciò vivere a discrezione; Torino e Chieri se ne difesero a viva forza; le paghe imperiali non venendo mai, bisognava supplirvi per paura di peggio; quando poi se ne andarono, trassero seco una quantità di fanciulle[310].
Agli avidi Tedeschi sottentrarono i generosi Francesi; il cavalleresco De Foix, presa Susa, la guarnigione rimandò in camicia a Torino, benchè fosse novembre; il connestabile Montmorency, avuto in dedizione il castello d’Avigliana, fece impiccare il capitano Orzo siciliano che l’avea difeso valorosamente. Così soffrivano i popoli, mentre litigavano i re.
Carlo V, accorrendo a domare i Fiamminghi ribellati, attraversò la Francia, e stretto dal pericolo più che vinto dalle cortesie, promise a re Francesco d’investire il Milanese a un figlio di lui; ma dopochè ebbe infrenato gl’insorgenti col braccio del terribile Medeghino, pose in non cale la promessa, ed assegnò il Milanese al proprio figlio Filippo. Sentivasi dunque in aria una nuova guerra; e re Francesco, ingelosito dei vanti che Carlo davasi come vincitore dei Turchi, stimolava Solimano contro l’Austria. Di questi maneggi del Cristianissimo più non v’è dubbio[311]; e l’alleanza, dissimulata in sulle prime, manifestò dacchè gli Austriaci assalirono Marsiglia, e il Mediterraneo portò sul suo dorso le galee del Barbarossa palvesate con que’ gigli d’oro che san Luigi avea sventolati contro i Musulmani. E quali fossero questi Barbari che Francesco traeva nel cuor dell’Europa, lo dica il sapere che, dovendo egli ricoverarli nel porto di Tolone, fece sloggiare dalla città tutti i suoi sudditi e devastare i contorni, affinchè la bellezza della Provenza non li tentasse.
Ministro di Solimano era Ibraim da Parga, nato suddito di Venezia e a questa propenso, sicchè indusse il suo padrone a rinnovare con essa trattati di libertà e sicurezza di commercio. Ma essendosi scontrate (1537) navi venete con turche, nacquero dissidj pel saluto e pei segnali, e dietro a ciò qualche avvisaglia; e per quanto Venezia mandasse scuse, e punisse, e scendesse alle umiliazioni che incoraggiano l’oltraggio, Solimano volse sopra Corfù le truppe che aveva allestite contro Napoli: ma non riescirono che a togliere molte minori isole della repubblica o di Veneziani.
Carlo V profittò per combinare una lega fra Venezia, l’imperatore di Germania e Paolo III, onde non cessare più la guerra finchè non fosse smorbata l’Europa dai Turchi. Già se ne spartivano l’impero; a Cesare Costantinopoli e il titolo imperiale; a Venezia gli antichi possessi e la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia; Rodi ai cavalieri[312]. Venezia, fatto denari in ogni modo, allestì un grosso navile; ma il papa non volle concederle d’impor le decime sui beni del clero fino alla somma di un milione di zecchini[313]: Spagna stitica sugli approvvigionamenti in Puglia, e tardò mandare le navi capitanate dal Doria.
Questo ammiraglio, cui spettava la capitananza dell’impresa, poco benevolo a Venezia come genovese, e stando alto di pretensioni a petto di Vincenzo Capello generale dei Veneti, e del patriarca Marco Grimani generale delle galere pontifizie, lasciò sfuggirsi le occasioni di distruggere il Barbarossa, già a Lépanto battuto dal Capello; anzi ritirandosi, abbandonò soli i Veneziani a difendere la principale isola del Jonio, e sostenere una guerra suscitatale dal vanitoso schiamazzo della lega. Conoscendosi traditi, fosse dal Doria o dal suo padrone, e vedendo Solimano e Barbarossa fare nuova massa per assalirli a Candia e nel Friuli, rannodarono trattative colla Porta. Antonio Rincone, fuoruscito spagnuolo, ambasciadore di Francia, onde secondare la benevolenza di Francesco I per Solimano, tradiva la repubblica, e vuolsi che, oltre aizzarle il granturco, lo informasse che le istruzioni segretissimamente date dai Dieci ad Alvise Badoero estendevansi fino a poter cedere Malvasia e Napoli di Morea. Pertanto il granturco si ostinò a volerle, e trattò di bugiardo l’ambasciatore che negava a tanto arrivassero i suoi poteri. Fu dunque forza condiscendere, e si stipulò la pace (1540) pagando trecentomila ducati, cedendo tutta la Morea, Nadinao e Laurona sulle coste di Dalmazia, Sciro, Patmo, Egina, Nea, Stampalia, Paros e Antiparos: donde, disperati del vedersi consegnati ai Turchi, i Cristiani migravano in folla.
Di sì rovinoso accordo non sapeva darsi pace il popolo di Venezia; gridava traditori il Badoero e il Rincone, che ebbe lo scambio; i suoi complici furono mandati al supplizio. Forse non erano che i soliti sfoghi della plebe, la quale in ogni disgrazia domanda una vittima.
Poco poi Francesco mandava per assodare l’alleanza colla Turchia (1541), e concertare nuovi assalti contro l’imperatore; e con ricchissimi doni tornavano i messi, che erano il predetto Rincone e Cesare Fregoso fuoruscito genovese[314], quando gl’Imperiali li colsero al Po, e, si disse, dopo lungamente tormentatili nel castello di Milano, gli uccisero. Dalle loro carte poterono argomentarsi i disegni del Turco; laonde Carlo V s’accese viepiù all’impresa che già meditava sopra Algeri.
In questa città della costa di Barberia aveano posto nido i pirati musulmani, nè sicurezza restava più nel Mediterraneo se non ne fossero snidati. Ardua però era l’impresa, e Carlo V conoscendone le difficoltà, con gran cura vi s’allestì; chiamò marinaj d’Italia e Spagna, galee da Genova, Napoli, Venezia; raccolse in Sardegna ventimila fanti e duemila cavalli spagnuoli, tedeschi, italiani, la più parte veterani, e fra essi Fernando Cortes conquistatore del Messico e della California, Pier da Toledo, Ferrante Gonzaga, Stefano Colonna, il marchese Spinola, il duca d’Alba, cento cavalieri di Malta con mille soldati, assai dame spagnuole, ducento vascelli di guerra, trecento di carico, settanta galee.
Essendo già innanzi l’ottobre, Andrea Doria ripeteva all’impresa disopportuna la stagione; ma non fu ascoltato: ed ecco sinistrare il tempo; poi la burrasca più sformata che il Doria avesse in cinquant’anni veduta, manda a picco porzione della flotta, il resto sdrucisce; pioggie stemperate riducono il campo in un pantano; l’imperatore, costretto alla ritirata sotto gli occhi del nemico, per raggiungere un imbarco dovette coll’esercito traversare mille pericoli, facendo tre leghe in tre giorni senza viveri, e bersagliato incessantemente. Una nuova tempesta nel ritorno fa perdere la conserva alle navi, che stentatamente approdarono quali in Ispagna, quali in Italia: e Carlo a fatica sopra un cattivo legno tornò sul continente.
Intanto Francesco I strepitava per l’uccisione de’ suoi legati e per la mentitagli promessa del ducato milanese; agli assassinj dell’Austriaco opponeva la subornazione, con cui erasi guadagnato i castellani di Pizzighettone, Cremona, Soncino, Trezzo, Lecco, e alcuni Sanesi e molti Piemontesi. Allora repentino con tre eserciti (1544 14 aprile) assalta i Cesarei a Perpignano, nell’Artois, nel Luxemburg, mentre la flotta turca condotta dal Barbarossa e montata dall’ambasciatore del Cristianissimo devasta le coste italiane, brucia Reggio, si affaccia all’imboccatura del Tevere; e a fatica le buone provvigioni di Cosmo de’ Medici camparono la Maremma.
Infieriva in questo mezzo la guerra in Ungheria, in Francia e nella sommità occidentale d’Italia; poichè re Francesco, infellonito contro Carlo di Savoja perchè dall’imperatore avesse accettata in dono la città d’Asti, allegò pretesti onde chiedere la restituzione di Nizza; e perchè il duca la negò, questa fu assediata dai gigli d’oro, uniti alla mezzaluna[315]. La città dovette cedere (1543 maggio), ma il castello tenne saldo, sicchè il Barbarossa se n’andò menando seco molti Nizzardi pel remo o per gli harem, gran numero di Mori regalatigli dal re di Francia, e quanti Turchi prigionieri trovò sulle navi francesi, le quali depredò non meno delle nemiche. Ma la flotta siciliana colse quattro navi che portavano ai bagni ed ai serragli turchi cinquemila cristiani e ducento vergini sacre, e li condusse a Messina. Anche l’anno dopo il Barbarossa devastò l’Elba, arse Piombino, prese Telamone, Portercole, il Giglio; ad Ischia, Procida, Lipari predò ricchezze e persone; e col turco fece maledire il nome francese. Stimaronsi a dodicimila i rapiti; gran parte de’ quali, stivati nelle carene, perirono di puzzo, e furono gettati al mare. Nè quanto visse, il Barbarossa lasciò mai riposo al littorale d’Italia: lui morto (1546), Dragut sangiaco di Mantesce, or da solo, ora col granvisir corseggiando, occupò Bastia, ritolse Tripoli ai Cristiani, e ne fu fatto governatore; e contro lui fu duopo fortificare Ancona, Civitavecchia, Roma stessa.
I Cristiani lo lasciavano fare per uccidersi tra loro nella guerra del Piemonte; della quale sorpasseremo i particolari per dire come a Ceresole presso Carmagnola duca d’Enghien diede la prima battaglia (1544 14 aprile) dopo otto anni di guerra; ove gl’imperiali, condotti dal marchese del Vasto, andarono a pezzi, lasciando ottomila morti, tremila prigionieri; Saluzzo, Carignano, Alba, Mondovì, Casale e tutto il Monferrato furono presi, e poteva esser anche il Milanese, contro di cui movea Pietro Strozzi.
A dispetto del padre, questo era entrato a servigio di Francia (18 7bre), conoscendo quanto importasse d’imparare le armi per usarne a liberare la patria; dal re aveva avuto in dono la borgata di Marano nel Friuli, ed esso la vendette ai Veneziani per trentacinquemila ducati[316], coi quali armò diecimila uomini, la più parte migrati italiani, e con questi tentò un’arditissima punta sopra Milano; e la prendeva se le promesse sollevazioni del popolo non fossero fallite, e se Francesco non avesse temuto pel proprio regno, minacciato da Carlo V e da Enrico VIII, che dalla Picardia s’avvicinavano a Parigi. Pietro, sconfitto presso Tortona, attraversò paesi nemici con variati travestimenti, sinchè raggomitolò quattromila fanti de’ migliori d’Italia, e giunto in Francia, volò a combattere gl’imperiali verso le Fiandre.
Ai furori pose termine la pace di Crêpy, per la quale Francesco I rinunziava al diretto dominio sopra la Fiandra e l’Artois e alle pretensioni su Napoli; restituiva a Savoja quanto le avea sottratto dopo la tregua di Nizza; Carlo III a vicenda rinunziava alla Borgogna, disputata eredità di Carlo il Temerario, e che d’allora restò francese.
Tale risoluzione aveva la diuturna lotta fra Carlo V e Francesco I, nulla vantaggiando nè l’uno nè l’altro da tanti disastri de’ popoli, e dell’aver aperto l’Occidente agli Ottomani. Poco mancò che le pretensioni sull’Italia cagionassero lo smembramento della Francia. Carlo ebbe la soddisfazione di vedere il suo nemico prigioniero e supplicante; eppure non conseguì un sol brano della Francia; e l’opposizione di questa, che non esitò d’appoggiarsi al Turco e ai Protestanti, ruppe i suoi sterminati divisamenti.
Italia giaceva sfinita da quattro guerre. La prima di Carlo VIII non fa che avviluppare gl’intrighi, acuire gli appetiti stranieri, rivelare la forza dell’unione e l’impossibilità di mantenerla: la seconda tra Carlo V e Luigi XII, quando già il sistema militare erasi trasformato a segno che non si poteva più correre da un capo all’altro della penisola, ma bisognava combattere eserciti e fortezze, sconnette l’equilibrio della politica artifiziale, e ribadisce le più belle contrade alla dominazione forestiera: quella tra Francesco I e Carlo V dilata su tutta la penisola l’ingerenza austriaca, e più non lascia se non che i vincitori si straziino per disputarsene i brani: nell’ultima il solo Piemonte è corso da Imperiali e Francesi, pessimamente ridotto per l’ambizione di codesti estrani, gareggianti di valore e di ferocia. Italiani trucidavano Italiani, perchè gli uni portavano le insegne imperiali, gli altri le francesi; ogni città e terra veniva presa e ripresa, e trattata da ribelle dagli uni e dagli altri, e le forche finivano chi era campato dalle spade. Pure la rivalità delle due potenze impedì che il Piemonte o divenisse provincia di Francia, o fosse aggregato al Milanese. La più parte ne restò in mano de’ Francesi; e Asti, Lanzo, Vercelli e qualche altro cantone, salvato al duca, erano occupati da guarnigione imperiale. Il re di Francia pareggiava i Piemontesi ai proprj sudditi, e istituì a Torino un parlamento, destinandovi presidente il milanese Renato Birago d’Ottobiano[317]; ma i popoli non sapeano indocilirsi al giogo straniero, studenti e maestri sparvero dall’Università torinese, e i contadini lasciavano il grano non raccolto alla campagna.
Il duca d’Orléans, cui era destinato il Milanese, morì poco poi, e si volle dire per veleno propinatogli da Carlo V; sicchè la sorte del Milanese tornava in discussione, e con essa la pace: tanto più che Carlo querelava Francesco di non isgombrare il Piemonte. Francesco poco tardò a morire (1547 31 marzo), lasciando il trono ad Enrico II: ma l’odio nazionale sopravviveva, e presto proruppe con nuove jatture della povera Italia.