CAPITOLO CXXXVIII. Doria e Fieschi. I Farnesi. Gli Strozzi. Guerra di Siena. Cosmo granduca.

Erasi ricantato che la debolezza d’Italia veniva dall’impedire i signorotti ogni potenza più vigorosa; che le sue turbolenze derivavano dalle repubblichette e dalla mancanza di regolari successioni: ora i signorotti erano repressi, le repubblichette soffogate, stabilite le dinastie; bella felicità che ne seguì! Fu anzi chiaro che la moralità di un popolo, ben più che dalle guerre civili ove in battaglia aperta cade chi colpito dal giudizio di Dio, è peggiorata dai repressi rancori, dalle impotenti trame, dal cupo terrore; dagli assassinj, siano quelli che i potenti mascherano col velo della giustizia e il pretesto dell’ordine, siano quelli in cui si sfogano le passioni, invelenite dalla compressione e ammantate di politica. Siffatti delitti esprimevano gli spasmodici guizzi dell’agonia dell’indipendenza italiana.

Genova, accomodata da Andrea Doria di nuova costituzione, oltre esser divisa in parte guelfa e ghibellina «come generalmente tutte le terre d’Italia» (Varchi), era ancora in nobili e popolani, questi ultimi in cittadini e plebei, e i cittadini di nuovo in mercanti ed artefici. Le famiglie, nobili o no, che avevano primeggiato negli affari politici, soleano crescersi potenza coll’aggregarsene altre meno illustri ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza d’interessi o di fazione, si erano formati degli alberghi, portanti il medesimo cognome e stemma, associati nei litigi, negl’impegni, nelle votazioni. Del popolo parte si schierava cogli Adorni guelfi, parte coi Fregosi ghibellini: prevalsi questi, a nessuna persona nobile o di parte guelfa erano accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo fu sempre il doge fin dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie partorirono la servitù; e la servitù comune ritemprò la fratellanza degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.

Allora dunque che fu assicurata l’indipendenza dal disinteresse di Andrea Doria, dodici riformatori istituiti per istabilire un governo tolsero ai Ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche, accomunandole a tutte le antiche case possidenti e contribuenti, che vennero a costituire i gentiluomini; ciascuna famiglia avente in Genova sei case aperte, formasse un albergo, al quale come a nocciolo si aggregassero le stirpi meno facoltose, mescolando guelfi e ghibellini, nobili e popolani, di modo che le stirpi cessassero di rappresentare i partiti, e si scomponessero i casati degli Adorni e Fregosi, che perpetuavano la memoria de’ rancori. Questi ventotto alberghi uscirono così: Calvi, Cattani, Centurioni, Cicala, Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grillo, Grimaldi, Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro, Negroni, Pallavicini, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola, Usodimare, Vivaldi; dai quali si scelsero quattrocento senatori annui a sorte, e cento a palle, che nominavano alle altre cariche. Di tali alberghi doveva essere il doge; e il primo fu Oberto di Lazzaro Cattaneo.

Al Doria, sebbene avesse ricusato d’esser principe, una specie di dominio assicuravano i benefizj e la virtù; teneva in porto navi proprie, e proprj soldati su quelle e a custodia del suo palazzo. Egli non trascese le condizioni di cittadino, ma quelli stessi che ne rispettavano la benemerenza, temevano volesse trasmettere l’autorità al nipote Giannettino, al quale invecchiando avea ceduto il comando delle galee; valente uomo di mare, ma superbo e dissoluto, e che della potenza dello zio e della grazia dell’imperatore abusava a soddisfacimento di sue passioni. Particolare dispetto ne concepiva Gianluigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, disordinato, ambizioso, cupido non di liberare la patria, ma di dominarla, e che nel mentre piaggiava il Doria, s’intese con Francia, col papa, col duca di Parma per disfare ciò che l’imperatore avea ricomposto, e scassinare in Italia la potenza imperiale, ch’era minaccia di tutti. Dentro poi carezzava artigiani e marinaj largheggiando; col pretesto di allestir navi contro i Barbareschi, chiamò da’ suoi feudi molti fidati, e trasse a sè l’antica parzialità dei Fregosi. Tutto preparato, i congiurati levano rumore, uccidono Giannettino (1547 2 genn.), han in mano la flotta di Andrea Doria, al quale riuscì di fuggire; gridano libertà, ma fra il trambusto Gianluigi s’annega casualmente, i suoi perdono la testa e vanno dispersi, e il Doria tornato, sanguinosamente racconcia il freno alla patria.

Tre anni dopo, Giulio Cybo cognato del Fiesco ritessè la congiura, e fu decapitato. La Corte spagnuola, pentita della generosità dopochè fu signora del Milanese a cui per Genova avrebbe avuto libero accesso, tentò alcuna volta occuparla, ma Andrea la schermì; acquistò alla repubblica il marchesato del Finale; mosse pure contro la Corsica, ammutinata dai Francesi finchè la rinunziarono nella pace di Cateau-Cambrésis (1560); e sino ai novantaquattro anni egli continuò a proteggere la patria, mentre Dio proteggeva lui dai coltelli, cui ricorrevano allora i regnanti non meno che i cittadini.

Però le gelosie interne ribollivano; e alle antiche distinzioni tolte dalla legge del Garibetto, pubblicata dopo la congiura di Fiesco, ne sottentrarono altre fra l’antica nobiltà e la nuova, e fra esse due classi e il popolo escluso: quelle fuggivano ogni contatto con questo, tenendo e banchi e divertimenti e fôro separati[318]. Prorompeva dunque la discordia civile, finchè il papa, il re di Spagna e l’imperatore chiamati arbitri (1576), stabilirono fossero scomposti gli alberghi, ripigliando ciascuna famiglia i prischi nomi, senza divario da vecchi a nuovi, da popolani ad aggregati; il doge fosse biennale, come continuò fino al 1797; il maggior consiglio constasse di quattrocento, dei quali, cento formassero il minore; e trenta scelti da questo nominassero i membri de’ due consigli. Il potere esecutivo apparteneva al doge coi due collegi del senato e di otto procuratori del comune, specialmente attesi alle finanze, estendendosi fino al far grazia, derogar testamenti, avocare cause da qualsifosse magistrato, accordare o negare l’esecuzione de’ brevi pontifizj, vigilare sulla religione. Al potere legislativo partecipavano i due collegi coi due consigli annuali. Li coadjuvavano molti magistrati, la più parte collegiali, e tutti con qualche brano anche di giurisdizione: l’ordinaria spettava a una rota civile e ad una criminale, composte ciascuna di tre giurisperiti stranieri, eletti dai consigli sovra proposizioni de’ collegi; al qual modo era pure eletto il procuratore fiscale. La repubblica allora contava da trentacinquemila abitanti[319].

Tolta ogni differenza di setta e d’origine, i cittadini attivi e in pieno possesso de’ diritti politici, erano iscritti nel Liber civitatis, che poi si tramutò in libro d’oro, dove si registravano tutti i nati legittimi, i quali a ventun anno partecipavano al governo. Poteano esserne depennati, per esempio, se esercitassero arte meccanica; e ogni anno s’apriva il libro a dieci popolani: ma poichè si richiedeva grossa spesa e i nobili stessi doveano trovarli meritevoli, tale aggregazione s’avverava rarissimo. Quest’eguaglianza fra i nobili saldò l’aristocrazia. Veruna parte restava al popolo minuto, nè a quel della campagna: pure non ne rimase mai tolta l’energia, come a Venezia; e sì poco invecchiò, che ducent’anni più tardi seppe mostrare l’aborrimento a quella servitù, cui l’Italia avea fatto il callo.

Lucca[320] tentava grandemente l’avidità di Cosmo de’ Medici; ma essa se ne schermì tollerando le provocazioni di lui, e tenendosi raccomandata all’imperatore, i cui consiglieri guadagnava a gran prezzo. Però Francesco Burlamacchi, scaldato dalle storie antiche di Plutarco, e massime dalle glorie tirannicide di Timoleone, Pelopida, Arato, Dione, e propenso alle dottrine protestanti, divisò di resuscitare a libertà l’Italia (1546), e delle poche truppe che per l’uffizio suo di gonfaloniere potea radunare, fare il nocciolo attorno a cui si unissero Pisa sempre sospirante l’antica indipendenza, Pescia, Pistoja, Siena, Perugia, Bologna; presa Firenze, si sbratterebbero degli stranieri, tedeschi fossero o francesi, e insieme terrebbero i dominj temporali al papa, ricorrendo per ciò anche all’imperatore, il quale n’avrebbe un mezzo di contentare i suoi Tedeschi, e ricomporre le scissure della Chiesa. I profughi Strozzi, disposti sempre agli scompigli di Toscana, lo sovvenivano di denaro e di promesse: ai liberi pensatori, che non erano pochi in Lucca, prometteva colla libertà cittadina l’indipendenza religiosa. Il colpo era già sullo scocco, quando un traditore lo rapportò a Cosmo, e Cosmo a Carlo V, che obbligò la repubblica a processarlo nelle orribili guise d’allora, indi consegnarglielo, e a Milano (1556) il mandò a morte[321].

Ogni colpo fallito diviene pretesto e opportunità a serrare i freni, laonde Martino Bernardini fece ai Lucchesi accettare che si ammettessero alle cariche del governo le sole famiglie che in tale istante godevano di quell’onore, col diritto di trasferirlo alla loro discendenza, «esclusone però chiunque fosse nato in Lucca da padre forestiero o da persone di contado». Così la repubblica venne a stretta aristocrazia, che qualificavasi scherzevolmente intitolandoli i Signori del cerchiolino. E chi si elevasse per meriti di qualsia genere, veniva mandato via per la legge del discolato: legge odiosa, come quella che non puniva il delitto, ma la possibilità del delitto.

Alessandro Farnese, creato cardinale da Alessandro VI pei meriti della sorella Giulia, possedea buone lettere, molta perizia d’affari, mansuetudine ed affabilità; amoroso di belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo, e tenne villa splendidissima presso Bolsena; amatissimo, garbato, magnifico, non voleva usar parola che classica; credeva all’influsso degli astri; dalle fragilità umane non si tenne guardato, e frutto ne fu un figlio, diffamato poi col nome di Pierluigi. Dopo essere intervenuto a cinque conclavi, Alessandro fu eletto successore a Clemente VII col nome di Paolo III, e non volle in magnificenza parer da meno dei Medici. Ordinò a Michelangelo continuasse il cartone del Giudizio universale, fece gli orti Farnesiani sul Palatino, la Sala Regia e la cappella Paolina nel palazzo Vaticano, e animò a fabbricar quello dei conservatori sul Campidoglio, la scala doppia del senatorio e l’altro palazzo presso Araceli. Introdusse di dare udienza una volta al mese a chiunque si presentasse: tolse ai Colonna i dominj, da cui infestavano il patrimonio di San Pietro: volle gravare ai Perugini la gabella del sale, ed essi resisterono colle armi, ajutati dai vicini e condotti da Rodolfo Baglione; ma costui se l’intendeva coi papalini, che sperperarono il paese, e senza venir a battaglia (1540) rimisero al giogo i sollevati; molti furono sbanditi, di molti diroccate le case, e colle imposizioni e coi servigi obbligati a fabbricare la fortezza Paolina. Quanto alla politica esterna, Paolo III vedeva Carlo ispirare alla supremazia universale, blandire i Protestanti di Germania, e mostrare maggior cura della propria autorità che non dell’integrità della fede cattolica; ma d’altra parte non osava scoprirsi per la Francia, mobile troppo, sempre di precaria dominazione in Italia, e che non esitava collegarsi colla Turchia; laonde vacillava nelle risoluzioni.

Delle quali la più decisa era quella di fornire lautamente il suo Pierluigi. Ad Alessandro, figlio di questo, conferì la porpora a soli quattordici anni, e gli attribuì la collazione di quasi tutti i benefizi della diocesi di Novara. Pretendendo vacante e ricaduto il feudo di Camerino, il papa mosse guerra a Guidubaldo d’Urbino che lo tenea come dote dell’unica erede dei Varani; guerra grossa e lunga, finchè Guidubaldo si rassegnò a vedere il ducato conferito a Ottavio, altro figlio di Pierluigi, a quindici anni già governatore di Roma. Margherita, la bastarda di Carlo V e vedova di Alessandro duca di Firenze, avea bottinato le gioje e il denaro dell’ucciso marito; e sebbene pel sangue e per le ricchezze ne ambisse le nozze Cosmo de’ Medici, il pontefice la ottenne al suo Ottavio, confidando per mezzo di essa ottenere grande stato a’ suoi. Di fatto Margherita, troppo lontana dal contentarsi del piccolo Camerino, e così istrutta dai Farnesi, si gittò ai piedi del padre supplicandolo desse a suo marito il Milanese, giacchè il tenerlo per sè metteva tanto mal umore nei potenti. Carlo non era uomo da cedere a moine donnesche, sicchè il papa disgustato ripeteva: — Ho bell’e veduto dalla storia e dall’esperienza mia ed altrui, che mai la santa Sede non fu potente o prospera se non quando alleata coi Francesi». Messosi allora a diservire Carlo, avea favorito la congiura del Fiesco contro i Doria, e quando la udì fallita, esclamò: — Vedo chiaro che Dio ha designato che questo imperatore prevalga per rovinar la Chiesa e tutta la cristianità» (Segni). Tali propositi già indisponeano Carlo V, e viepiù il prodigare che Paolo III faceva dei beni della Chiesa a Pierluigi.

Costui, più che a governo o a guerra, valeva a sporcizie e ladrerie, sicchè serravansi le robe e le donne dovunque egli passasse; Paolo gli compativa come leggerezze giovanili colpe che faceano fremere il mondo; e per alimentarne il lusso e le ambizioni disanguava lo Stato. Procuratogli dai Veneziani il titolo di gentiluomo, benchè le loro consuetudini il ricusassero a’ bastardi, dall’imperatore la nobiltà e il marchesato di Novara e lauto assegnamento sui dazj del Milanese, lo costituì gonfaloniere e capitano generale di santa Chiesa; e poichè non potette ottenergli il Milanese o Siena, l’investì dei ducati di Nepi e Castro di Maremma; poi al sacro concistoro dimostrando che queste città erano troppo utili allo Stato della Chiesa, propose (1545 agosto) di surrogarvi Parma e Piacenza, lontane e in procinto d’essere assorbite dal potente vicino; e il concistoro disse di sì. Di tal guisa Pierluigi ebbe quel nobilissimo ducato, e il tenne come Dio vel dica. Intento ad abbassare i nobili, tanto più che nel servire a Francia s’erano addestrati alle armi, esigette che tutti i feudatari dimorassero in città, vi menassero le loro mogli al carnevale, e così tenendoseli sotto mano, li disabituava dal comandare, e ne toglieva i privilegi quando non potesse torne i possessi con fiscali sottigliezze. E in fatto privò de’ feudi i Rossi, i Pallavicini, i Sanvitali, gli Scotti, ed anche alcuni forestieri, come i Borromei, i Fieschi, i Dal Verme: dagli altri smungeva denaro, e valeasene per fabbricare fortezze con cui tenerli in soggezione; e proponeasi a modello Cesare Borgia.

Parma[322] e Piacenza aveano formato parte del ducato di Milano, fin quando Leone X se l’era fatte cedere; onde Carlo V mal soffriva di vederle in mano altrui, massime Piacenza, chiave del Po. Lo subillava don Ferrante Gonzaga governatore del Milanese, che particolarmente astiato contro del papa, sollecitavalo a permettergli «di far rubare alcuna delle terre del Farnese, con dar nome di poi d’averlo fatto di mia testa, senz’ordine e saputa di sua maestà, acciocchè con questo venisse disgravata dal carico che di ciò potesse esserle dato d’esser fatto per ordine suo»[323]. Non disdetto dal padrone, divisò un sucidissimo intrigo, e se non palese eccitamento, diè conforto a una congiura, ordita da gentiluomini delle case Anguissola, Landi, Confalonieri, Pallavicini. Costoro offrivano Piacenza a Carlo V[324], il quale a vicenda prometteva lasciar impune il sangue o i furti che si facessero quel giorno, e ricevere a omaggio tutti i feudatarj piacentini[325]. Questi dunque, assalito nel suo palazzo Pierluigi (1547 10 7bre), liberarono la terra da un mostro[326]; Piacenza gridava libertà; e quel giorno stesso don Ferrante la occupava a nome dell’imperatore, secondo il prestabilito, e sotto certe condizioni, osservate al solito modo[327]. Ottavio Farnese, genero di Carlo V, accorse per occupare Parma di nascosto del papa, minacciandolo a tal fine di collegarsi fin cogli uccisori di suo padre: del che Paolo III provò tanto dolore che ne morì (1549 9bre), e il successore Giulio III fece rilasciare quella città a Ottavio. Ma quel piccolo paese fu (come in tempi più vicini) per mettere in fuoco l’Europa, non soffrendo Carlo che potessero da quello i Francesi minacciare il Milanese, o piuttosto volendo egli da quello minacciare Modena e Bologna.

Perocchè la morte di Francesco I non aveva tronche le rivalità fra gli Austro-Spagnuoli ed i Francesi; e il suo figlio Enrico II, per far dispetto a Carlo V, tolse in protezione il Farnese, e mandò il maresciallo Cossé-Brissac nel Piemonte. Ferrante Gonzaga, i cui superbi e subdoli portamenti erano stati fomite a quella guerra, inveleniva i Tedeschi contro gl’Italiani, asserendo che costoro, «spenti che avranno gli Spagnuoli, spegneranno anche voi»; a Carlo V raccomandava di non fidarsi delle soldatesche italiane, «gente inquieta, disobbediente, infedele»; e per assicurare la Lombardia suggeriva di ridurre a un deserto il Piemonte[328]. E in fatti, costretto allargare Parma, dove assediava il Farnese e lo Strozzi, venne a desolare il Piemonte (1551), ove i soldati di Francia parevano coppe d’oro a fronte degli sregolatissimi Spagnuoli e’ Tedeschi. Intanto i Luterani davano duro intoppo a Carlo V, che, sorpreso da loro a Innspruck, fu ad un punto di restarne prigioniero; i Francesi, che avevano incitato quel partito, sollecitavano Roberto Sanseverino a ribellar Napoli; dappertutto rinverdiva la parte francese; e i malcontenti di tutti i paesi, e massime napolitani, congregati a Chioggia, pensavano ogni via di nuocere agl’Imperiali, neppur esitando a chiamare in Italia i Turchi, da cui furono abbruciate Reggio, Nola, Procida.

Tradimenti, coltelli, veleni, corruzioni che allora più che mai frequentavano, io li tacerò volentieri; solo dicendo come Carlo mandò il duca d’Alba con grosse armi, il Doria genovese portò quelle e il denaro americano a’ danni nostri, il Medeghino milanese vi unì le proprie bande. Carlo V, tenendo alle due estremità il Milanese e il Napoletano, legandosi il papa col timore de’ Protestanti, Cosmo colla necessità de’ benefizj, poteva disporre a suo senno delle forze e della politica italiana, sicchè il consolidarsi di lui guardavasi come servaggio comune; badavano dunque i nemici a suscitargli qualche avversario, e sperarono nuocergli almeno in Toscana col rivoltargli Siena.

Questa piccola repubblica meriterebbe storia ben più che alcuni grandi imperj; tanto fu piena d’attività, di senso estetico, di fede in quel medioevo, la cui virile operosità vorrebbero i liberalastri eclissar nella luce che concentrano sopra la beatitudine odierna. Le arti belle forse colà resuscitarono, certo vi fecero delle prime e più felici prove, e vi conservarono le tradizioni cristiane anche dopo che Firenze e Roma le aveano cambiate collo stile classico e coi concetti pagani. La rendeano venerabile tante memorie di santi colà fioriti, massime dacchè vi nacque l’ordine de’ Serviti, che sul cadere del XIII secolo fu un focolajo di vita spirituale. In quella era arso di zelo per Maria e pei poveri Gioachino de’ Pelacani; il bealo Giovanni Colombini, da gonfaloniere della città ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti aveva fondato un nuovo ordine; a quel di Santa Maria di Montoliveto aveva dato origine Bernardo Tolomei, dottore in ambi i diritti e in filosofia, armato cavaliere da Rodolfo d’Habsburg, e che con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizi erasi ritirato al deserto. Vivaci erano la memoria e il culto di Bernardino da Siena, di Ambrogio Sansedoni e di Antonio Patrizi; di quel Pietro Petroni certosino, che morendo mandava a dire al Boccaccio riparasse gli scandali del suo scrivere; e viepiù di quella Caterina, che colla semplicità onde assisteva gl’infermi e ne succhiava fin le ulceri, andava a rappacificare gl’infelloniti Ghibellini, mitigare i capitani di ventura, e dar consigli ai papi (tom. VIII, pag. 149).

Siena, anche in mezzo a incessanti dissensioni, dava prova di quella floridezza, per cui un tempo aveva emulato Firenze. Arrestò il fiume per formare un lago che fornisse di pesce la città, mediante una diga di seimila canne, sulla larghezza di quattordici passi, e doveano trasportarvisi ventimila libbre di pesce dal lago di Perugia: essendo però l’opera acciabattata per guadagnare molto più del dovere, nella fine del 1492 rovinò da un lato, allagando il paese circonvicino, con morte d’uomini e di bestiame (Allegretti). Fin negli ultimi suoi tempi fece terminare l’interno del duomo di Grosseto.

Caduti i Petrucci per opera di Leone X poi di Clemente VII, Siena ricevette un governo popolare (1523): ma parendole troppo stretto, si giovò delle traversie di esso Clemente per trucidare Alessandro Bichi capo del magistrato dei Nove; e a Carlo V, partecipe o connivente a questi fatti, raccomandò la propria libertà. Egli, visitatala nel 1536, lasciò a governarla il senese Piccolomini duca d’Amalfi, e poichè le turbolenze vi continuavano, cambiollo con Francesco Sfondrato, ma sempre era sommossa dai Francesi e dai malcontenti. I Fiorentini la voleano tener dipendente, e d’accordo con papa Clemente vi mandarono un grosso esercito; ma si trovò respinto dal caldissimo valore de’ Senesi. E fu ben deplorabile che le due principali città di Toscana si danneggiassero, a mero vantaggio della casa che entrambe dovea schiacciare. Siena, non che collegarsi a Firenze per respingere i Medici e gl’imperiali, questi provvide d’artiglieria; ma subito caduta quella città, si conobbe esposta agli arbitrj de’ Cesarei, che vi ristabilirono i fuorusciti, i quali pensarono a punire gli avversi e assodare la tirannia. Alfonso Piccolomini duca d’Amalfi, generale di Carlo V, era realmente il padrone di cotesti ringhiosi, che si cacciavano a vicenda e si uccidevano.

Da ciò prendendo titolo, e dalle mene che incessantemente vi facea la Francia, desiderosa d’inquietare lo spagnoleggiante Cosmo, e istigato dagli Strozzi e loro parteggianti, Carlo mandò il ministro Antonio Granuela (1541) colla guardia tedesca di Cosmo, acciocchè riformasse quello Stato, surrogando una stretta oligarchia da sè dipendente, e con tribunale a cui presedesse un cesareo; vi stanziò anche guarnigione propria, che, al solito, non pagata, dovendo vivere a discrezione come in terra nemica, diede motivo a più d’una sollevazione. Pertanto Carlo V la crebbe, e l’affidò a don Diego Hurtado de Mendoza. Grand’amatore delle lettere era costui, ed uno dei primi scrittori spagnuoli: ambasciadore a Venezia, poi al concilio di Trento e a Roma, valutava al vero quella posizione fra d’ingannatore e d’ingannato, e fu volta che esclamò, — Qual miserabile genìa è mai un ambasciadore!» A Siena si comportò con superbia e spavalderia, esigliava i giovani d’ingegno e valore, disarmava gli altri, mentre conniveva agli abusi de’ soldati ladri e non pagati; fece morire un Politi che consigliava a non festeggiarlo di troppo; consigliava a Carlo di darla a suo figlio Filippo, acciocchè di là tenesse in freno e il papa e la Toscana e il popolo riottoso; e per quanto i Senesi si opponessero e reclamassero all’imperatore, vi cominciò una fortezza; inevitabili spedienti d’un governo oppressore. Il romito Brandano, detto il pazzo di Cristo, andava gridando per le vie, In vanum laborant qui ædificant eam; i Senesi menarono devote processioni e offrirono alla Madonna chiavi finte della città; al che il Mendoza esclamava: — Gliele presentino, purchè le chiavi vere stiano in mia mano». Con questi trattamenti la città più ghibellina, fu ridotta avversissima agli Imperiali.

Cosmo, che pur era il più necessario alleato di Carlo, oltre vedere di mal occhio così vicini gl’Imperiali, desiderava per sè quella città, come parte del proprio paese: la desiderava Paolo III per suo nipote Enea Piccolomini, e per mortificare Cosmo. Fra gli amici di Francia adunati a Chioggia discuteasi del come soccorrerla; proponeasi che i Francesi assalissero Orbitello, e quando gli Spagnuoli uscivano a difenderlo, i sollevati ucciderebbero il Mendoza: intanto i Senesi, che indarno aveano tentato ripristinare la democrazia, e che nelle elezioni annuali erano sempre straziati dai parteggiamenti de’ popolani e del monte dei Nove, congiurarono, capo Cesare Vajari, insorsero (1532), e colle barricate e col fuoco costrinsero gli Spagnuoli a ritirarsi: fecero quelle gazzarre, troppo solite in cotesti trionfi popolari; ma uno spagnuolo uscendo diceva: — Senesi valorosi, bellissimo colpo voi faceste, ma badate bene all’avvenire, che avete offeso troppo grand’uomo». I sollevati tenevansi sicuri sui Francesi, allora tornati in guerra cogli Austriaci, e che mandarono navi di conserva colle turche per devastare quella marina e le isole, rimedio peggiore del male; poi entrarono in Siena, promettendo libertà. I cittadini si smaniarono a distrugger la fortezza, colle lagrime agli occhi gridando Vittoria, Libertà, Francia; fecero dipingere dal Sodoma sulle pareti i santi loro cittadini Ausano, Caterina, Bernardino, e su porta Pispini una vergine in gloria colle parole Vittoria e Libertà; trassero fuori lo stendardo di san Sebastiano, che moveasi solo per le grandi occasioni,e «passarono due mesi allegramente, senza più ragionare di guerra, ma solo si attendeva a banchetti, caccie e piaceri»[329]. Tanto i vulghi s’assomigliano sempre e dappertutto!

Montalcino, la terra più salda di quello Stato, fu difesa da Giordano Orsini, finchè gli Spagnuoli se ne staccarono per proteggere le coste dai Turchi, i quali devastavano la Sicilia, spogliavano la Pianosa e l’Elba, prendeano quasi tutta la Corsica, sterminando i Genovesi. Carlo V, non lasciandosi abbattere dai rinascenti guaj, drizzò verso Italia molta gente tedesca; molta spagnuola fece portare sulle galee del Doria, con l’oro americano; e a don Pier di Toledo, vicerè di Napoli e suocero del duca Cosmo, diede incarico di ridurre Siena all’obbedienza. La costui morte ritardò l’impresa; però fu lasciato arbitrio a chiunque di correre sopra Siena, talchè ne venne guerra di stupri e assassinj contro paesani e imbelli. Poi mentre i Francesi munivano i castelli del Grossetano, e il governo senese metteva in assetto diecimila fanti e cinquecento cavalli, l’imperatore affidava l’esercito ad Alessandro Vitelli.

Il duca Cosmo, se odiava i Francesi, temeva gli Spagnuoli, e prevedendo si troverebbe in balìa di qual dei due vincesse, reggevasi su due piè; mostrando non darsi per inteso dei moti di Siena, adocchiava al proprio profitto; lasciava che truppe ed eserciti francesi attraversassero la Toscana, ma intanto allestitosi d’armi, assalse i castelli che circondano Siena. I Senesi, che mai non aveano temuto da Cosmo un attacco risoluto, si accinsero a respingerlo con quell’eroismo, che i popoli spiegano negli estremi loro momenti. L’annunzio d’una guerra suona speranza ai popoli oppressi, che non s’accorgono com’essa non faccia che aggiungere un nuovo male ai precedenti: e subito vennero a farvi prove molti gentiluomini d’Italia, Aurelio Fregoso, Cornelio Bentivoglio, Flaminio d’Astabbia, Mario Sforza di Santafiora, Paolo e Giordano Orsini, Bonifazio Gaetani, Gerolamo della Corbara; altri furono soldati dai Francesi come condottieri, Lodovico Carissimi, Camillo Martinengo, Ottavio Thiene, Fulvio Rangoni, Adriano Baglione, il conte della Mirandola.

Pietro Strozzi, figlio della Clarice Medici e di quel Filippo che finì in carcere, partecipò alcun tempo ai vizj del duca Alessandro, poi stomacatosene fuggì in Francia, e sostenuto da Caterina de’ Medici regina e dal proprio valore, divenne gentiluomo del re, e fin maresciallo. Avea menato seco «la più bella compagnia che mai si fosse veduta di duecento archibugieri a cavallo, i meglio in punto che si potessero, ciascuno con due buoni cavalli, con eccellenti armi dorate, e avvezzi i più alla disciplina di Giovanni dalle Bande nere»[330]. Questi veterani, più non potendo spiegarlo per la patria, usarono il valore per Francia nella guerra di Borgogna e di Piemonte, poi in quella contro gl’Inglesi.

Lo Strozzi intanto mestava senza riposo nelle cose d’Italia; la girò più volte travestito per togliere or la Corsica a Genova, or Genova al Doria, or Piacenza ai Cesarei, soprattutto Toscana ai Medici, e in generale l’Italia agli Imperiali, proposito ch’egli diceva impressogli dal cielo. Parve venirgliene il destro quando il re di Francia lo destinò suo generale a difendere Siena da Cosmo e da Carlo V; e drappellava una bandiera verde col dantesco Libertà vo cercando ch’è sì cara. Appoggiavalo la flotta comandata da suo fratello Leone, priore dell’ordine di Malta, uno de’ più arditi uomini di mare, che a servizio di Francia avea menato l’armata navale a difendere Maria Stuarda contro la regina Elisabetta d’Inghilterra; erasi costituito emulo del Doria; una volta, fingendosi imperiale, con ventidue galee francesi cercò sorprendere Barcellona, e vi sparse un terror panico, che sarebbe stato funesto se Emanuele Filiberto di Savoja non avesse improvvisato una difesa. Guastatosi con Francia, Leone era ito a combattere i Turchi: ora riconciliatosi con quella, portava il suo valore in Toscana, e osò perfino assalire Firenze, gareggiando in crudeltà coi nemici. Perocchè tutti professavano che il fine giustifica i mezzi.

Da prima la guerra si esercitò a nome di Cesare, poi Cosmo propose toglierla sopra di sè, purchè l’imperatore gli desse truppe e compenso delle spese che anticiperebbe. Così convenuto, egli prese al soldo ventiquattromila fra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, scrisse di proprio pugno le disposizioni guerresche, affidò la capitananza a quel Gian Giacomo Medeghino (1554), che tanti mali aveva recato nelle guerre di Lombardia, e che fatto da Carlo V marchese di Marignano, con questo titolo avea prestato grand’appoggio agl’Imperiali nell’ultima guerra in Germania, massime per la sua abilità nell’artiglieria. Presa Ajuola, costui ne impiccò quasi tutti gli abitanti, bandendo tratterebbe così chiunque in una rôcca aspettasse una cannonata, e l’attenne: col che portava il patriotismo alla disperazione; ogni bicocca gli costò gran sangue, e col sangue egli puniva della lealtà e del valore. Lo Strozzi gli propose più volte di rispettare reciprocamente le donne e i fanciulli, come esso ne dava l’esempio; ma il Medeghino prometteva e falliva, forse perchè de’ riscatti la maggior parte entrava nella sua borsa[331].

Dovendo lo Strozzi tener la campagna, chiese al re di Francia un luogotenente, e fu Biagio di Monluc guascone, il quale ci lasciò ricordi curiosissimi. Messosi di buon’ora alla milizia, a diciassett’anni venne in Italia, tratto «dal racconto de’ bei fatti d’arme, che vi si compivano ordinariamente», e sopra un cavallino di Spagna regalatogli da suo padre, guadagna il grado di capitano a vent’anni, e toglie per divisa, Deo duce, ferro comite. Combatte alla Bicocca: resta prigioniero a Pavia, ma è rilasciato «perchè vedeano bene che non v’era da cavarne gran denaro»: in patria assolda una compagnia a piedi, e viene col Lautrec a Napoli; all’assalto di Capistrano presso Ascoli è ferito a morte: pure quando il castello fu preso, si fe cedere un numero di donne, le quali avea fatto voto alla Madonna di Loreto di salvare da oltraggi. Stentò per anni a guarire: poi rimessosi all’armi, giacchè «nulla odiava tanto quanto casa sua», gettasi una volta in Casale, città quasi smurata; v’improvvisa una fortificazione, obbligando tutti dal capitano allo zappatore a lavorarvi dalla punta del giorno, e fa alzar forche per chi ricusa, ed è obbedito «perchè avea voce di far giocare molto la corda».

A Napoli ebbe in dono Torre della Nunziata, e benchè ancora col braccio al collo, facea prodezze stupende, ch’e’ narra colla vanità d’un guascone. Precipitate le fortune francesi, torna addietro desiderando mille volte la morte «perchè avea perduto tutti i suoi signori ed amici». Appena si ripigliano le armi, con Francesco I combatte in Provenza, sempre smaniato di quel ch’è l’idolo de’ Francesi, la gloria. «Mi parea, quando mi facevo a leggere Tito Livio, che vedessi in vita quei bravi Scipioni, Catoni, Cesari; e quand’ero a Roma, guardando il Campidoglio, ricordandomi di quel ch’avevo udito dire (giacchè del leggere poco sapevo), pareami dovessi trovar là quegli antichi Romani». Nei consigli fa prevalere sempre il partito più risoluto, persuaso che «soldati francesi non si vincono, quand’anche avessero un braccio legato; pensate poi avendoli tutt’e due liberi»; non sa darsi pace di quei che riflettono se perdiamo, se perdiamo; e «Non c’è principe al mondo che abbia nobiltà più volenterosa della nostra; un piccol sorriso del padrone riscalda i più ghiacciati; e volentieri cangiando prati, vigne, mulini in cavalli ed armi, vanno a morire su quello che noi chiamiamo letto dell’onore».

A Ceresole guidava gli archibugieri, giacchè egli sapeva profittare dell’armi da fuoco, quantunque spesso le esecri; e vi fu armato cavaliere dal duca d’Enghien. Mal tollerava le distinzioni fra i soldati e i puntigli di preminenza: se alcuni ne vedeva ricusare i lavori di pala e scure, s’inviperiva, parendogli che qualunque cosa giovi alla guerra non possa sconvenire a capitano nè a soldato. Di denaro e di bottino facea prodigiosa liberalità; sì poco gli costavano! «Quante volte, vedendo i soldati stanchi, scavalcai per camminare con essi e fare qualche lungo tratto! quante volte bevei dell’acqua con essi, per mostrare l’esempio del soffrire!» Vero è che confessa, la sua colpa essere stata di metter mano troppo spesso alla spada negli impeti di collera.

Noi c’indugiamo intorno a lui, perchè quelle sue memorie con frequentissime digressioni sull’arte militare, da Enrico IV erano chiamate il manuale del buon capitano, e perchè egli fu lodatissimo da coloro che vantano il valore sotto qualsiasi forma, non da coloro che vi vogliono accoppiate moderazione, giustizia, umanità. Già di settantacinque anni scrivendo l’odissea delle sue imprese, diceva: — Nel nostro mestiere bisogna essere spietati, e Dio deve usarci misericordia pel male che abbiamo fatto»[332].

Costui fu dunque destinato luogotenente regio (1554) a Siena, per quanto un tal posto paresse richiedere ben altra prudenza in una repubblica, in guerra di partiti. Finchè lo Strozzi rimase a capo del piccolo esercito, Monluc comparve in secondo piano; ma ben presto Leone Strozzi restò ucciso, e Pietro, tepidamente secondato da Francia, mal nudrito in paese sperperato, fu sconfitto a Lucignano (2 luglio) e ferito. «Fatta rassegna, mancorno al campo franzese, fra morti e prigioni, circa dodicimila uomini. Ora, chi avesse visto tornare in Siena la sera tanti soldati di tante nazioni svaligiati, feriti e tanto malconci, piangendo buttarsi per le strade a giacere per le banche e murelli (dopo pieno lo spedale a quattro per letto, e di più piene le banche e le tavole e la chiesa), non saria stato possibile aver possuto tenere le lacrime, sebbene avesse avuto il cuore di durissima pietra, vedendo e considerando una strage siffatta. Moveva tal caso orrendo a compassione chi vedeva le strade piene di feriti, e sentiva i pietosi lamenti, e massime dei Tedeschi e Franzesi, che si raccomandavano chiedendo un poco da bere e un poco di sale, pane e vino, e gli ajutavano meglio che possevano; ed io fo fede, che vidi più di cent’uomini appoggiarsi a un muro, e lacrimare per pietà de’ poveri soldati a tale esterminio condotti» (Sozzini). Lo Strozzi non potè più tener la campagna, e tornato in Francia (1555), vi fu malvisto come chi è vinto, e accusato d’ambe le parti, finchè col valore e colla perseveranza ricuperò nome e gloria.

Monluc allora divenne il personaggio principale di Siena, e sebbene, all’uso de’ suoi, egli attribuisca tutto a sè il merito della perseveranza e del valore de’ Senesi, non può non ammirarne la virtù. Rinascevano discordie e sospetti? egli facea far processioni, «giacchè digiuni ne facevamo già abbastanza, nè dal febbrajo uscente sino ai ventidue aprile mangiammo mai più d’una volta; e questo mangiare consisteva in un piccolo pane, alquanti piselli con lardo e cattivo brodo. La voglia d’acquistare onori, e di far all’imperatore questa vergogna d’avere sì a lungo arrestato il suo esercito, mi toglieva il rincrescimento del digiunare: quella meschina refezione mi equivaleva ad un banchetto quando tornavo da qualche abbaruffata, dove ai nemici si fosse bene scossa la polvere».

E di fatto non trattavasi che di puntiglio, giacchè del vincere non rimanea speranza; soccorsi di Francia sapeva non arriverebbero, per quanto e’ ne lusingasse i Senesi; voleva soltanto illustrarsi con una bella difesa, il che dalla sua nazione chiamasi gloria. Al Medeghino e’ non vuol male; «serve al suo padrone come io al mio; egli attaccava me pel suo onore, io lo respingeva pel mio; egli voleva acquistar reputazione, io pure». Anzi esso Medeghino la vigilia di Natale gli mandò mezzo cervo, sei capponi, sei pernici, sei pani bianchi, sei fiaschi di vino: vero è che la notte stessa, sperando che i Senesi fossero distratti nel celebrarla, tentò sorprendere la città, ma se ne trovò respinto.

Quella che tra i soldati sembrava una partita d’esercizio, pei Senesi era decisione capitale, andandovi della libertà e della vita; e serrato l’assedio, da mezzo ottobre sino al 21 aprile passarono per tutti i gradi della fame, delle ansietà, delle malattie. Cosmo e il Marignano seguitavano le immanità, respingendo le bocche inutili che fossero mandate fuori, impiccando chiunque tentasse introdur viveri. Eppure i contadini bazzicavano di continuo i quartieri nemici, e difendevano bravamente ciascuno la propria masseria. Siena vide scemare da trenta a diecimila i suoi cittadini; eppure si resse, e le donne medesime adoperavansi a faticosi servigi in pro della libertà; e — Voi (esclama il Monluc) siete degno d’immortal lode, se mai donna il fu. Presa la bellissima risoluzione di difendere la libertà, si divisero in tre bande di tremila ciascuna, condotte da una Forteguerra, una Fausta, una Piccolomini, con vestire e divise proprie, e lavoravano alle fortificazioni»[333].

Alla fine, stremi dalle malattie, nè roba più nè cavalli o gatti o sorci rimanendo da mangiare, i Senesi chiesero patti. Il Marignano voleali a discrezione: ma poichè essi mostravansi disposti piuttosto a sepellirsi sotto le ruine della patria, e un esercito francese si avanzava dal Piemonte, e Firenze fremea di dover sostenere tanti sacrifizj per fare altri servi com’essa, alfine vennero accordate (21 aprile) condizioni simili a quelle che venticinque anni innanzi avea ottenute Firenze stessa, e violate al par di quelle. Monluc, che, come Massena ai nostri giorni, aveva giurato che «capitolazione non farebbe mai», uscì senza patti, e il Marignano ricevette lui e i suoi non come vinti, ma come eroi e camerata. Egli menò seco i più compromessi, e al vedere i congedi di quel popolo «sì devoto alla libertà, non seppe frenarsi dal pianto».

Contano che cinquantamila uomini perissero d’armi, di fame o di supplizio: e il viandante, che sospirando attraversa la desolata maremma, florida un giorno di coltura e di casali, maledice ancora le snaturate guerre del Cinquecento, e la memoria del Marignano e de’ suoi padroni. Alla guarnigione francese sottentrò in Siena la spagnuola; molti preferirono l’esiglio alla vista dei vincitori, delle armi tolte, della fortezza rifabbricata (1556); altri ricoverati a Montalcino, ostinandosi ad intitolarsi Repubblica senese, sostennero quegli ultimi aneliti d’indipendenza, finchè la pace di Cateau-Cambrésis non assodò i ceppi della Toscana. Allora se n’andarono anche i Francesi (1559), che fin là aveano tenuta Grosseto.

Lungamente la Francia alimentò i profughi nostri, e ancora nel 1585 quel re ne manteneva ventuno della propria cassetta, fra cui un Caracciolo, un Ubaldini, un Alamanni, tre Giustiniani, un Fiesco, un Marcello[334]. Chi crede alle esagerazioni de’ profughi, troverà asserito che Cosmo pensò disfare questo nido de’ suoi nemici, e al Pichena, segretario suo d’ambasceria a Parigi, spedì sottilissimi veleni e i più abili assassini, promettendo quarantamila ducati per ogni morte, oltre rimborsar le spese. La prima vittima fu Bernardo Girolami; e talmente ne rimasero sgomenti gli altri, che si sparpagliarono per le provincie e in Inghilterra, ormati incessantemente da’ sicarj de’ Medici.

Non tanto i generali colle armi, quanto Cosmo coi denari, colle forze, col vitupero proprio aveva conquistato Siena: ma Carlo V ne investì Filippo II, il quale a Cosmo non la cedette (1557 19 luglio) se non quando ebbe bisogno di lui nella guerra terminata colla pace di Cateau-Cambrésis, e a patti che posero la Toscana in qualche dipendenza dalla Spagna, essendosi questa riservato i porti di Orbetello, Telamone, Portercole, Montargentaro e Santo Stefano, che furono detti i Presidj, e che preclusero a Siena il commercio e il mare, così perpetuandone la desolazione. Dell’isola d’Elba porzione fu restituita all’Appiano signor di Piombino; al duca restò Porto Ferrajo, con due miglia di contorno.

Lucca non si salvava da lui che col farsi dimenticare[335]. Soltanto Soana tardò a venire a Cosmo. Nicolò Orsini, nel 1547, incarcerato il proprio padre Giovan Francesco conte di Pitigliano, ne tenne lo Stato, e per non esserne punito dall’imperatore, secondò i Francesi nella guerra di Siena, i quali gli diedero Soana. Per la pace di Cateau-Cambrésis avrebbe dovuto restituirla; ma egli allegando che fosse antico feudo di sua casa, la tenne violentemente; si circondò di concubine ebree, non risparmiava la roba d’alcun uomo, l’onestà d’alcuna donna, neppur della moglie di suo figlio Alessandro. Questo propose a Cosmo d’ammazzarlo: ma Nicolò, scoperta la trama, arrestò il figliuolo. Allora Cosmo dovè mover coll’armi, e l’Orsini cedette.

Cosmo chetò a denari il presidio spagnuolo che usciva di Siena, e ricomprò da esso fin le artiglierie e le munizioni, che pure appartenevano al comune senese; vi pose guarnigione tedesca, che finì di guastare se alcun che vi si era salvato; e pubblicò — In evidentissima dimostrazione del buon animo nostro e del paterno affetto inverso di questa nostra dilettissima città, per pace e quiete universale e per ogni ragionevole considerazione, per nostro proprio movimento e per certa scienza, perdoniamo pienamente e scancelliamo in tutto e per tutto ogni eccesso e delitto commesso da qualsiasi persona, avanti al giorno nel quale a nome nostro si prese il possesso della città, assolvendo e liberando pienamente ciascuno da qualsivoglia pena incorsa per delitti ed eccessi, ancorchè enormissimi». Frasi stereotipe, siccome quelle altre che, nel desiderio di riparar i mali e restituire l’antica felicità e splendore a Siena, introduceva la forma di governo che credeva di maggior soddisfazione universale per distribuire le dignità, utili e onori della città ai più meritevoli, ed a ciascuno buona ed eguale giustizia. Pertanto terrebbe in Siena un luogotenente per vigilare all’osservanza delle leggi, e intervenire al consiglio generale, creato dal duca, da cui erano eletti pure il capitano del popolo, i confalonieri, il capitano di giustizia, i conservatori dello Stato, gli uffiziali della mercanzia, il giudice ordinario, gli auditori di rota, gli otto capitani dello Stato; agli antichi uffizj del popolo erano conservati i diritti e privilegi.

Tante morti, tante migrazioni, tanto devastamento di ubertosissimi paesi segnarono il decadimento della Toscana. Un secolo i Medici aveano faticato a corromperne la libertà, ed ecco finalmente se l’erano soggiogata, e col levare le forme democratiche di cui era fin allora vissuta, se la resero serva senza temperamento. Alle città sottoposte Cosmo lasciò da principio le forme municipali e risparmiò le gravezze[336]: e per vero quelle che già erano suddite di Firenze ebbero piuttosto a lodarsi d’aver mutato la tirannia di molti in quella d’un solo. Per tener in freno un paese di tante rimembranze, dove i fuorusciti predicavano ogni mezzo essere onesto a ripristinare la libertà, dove i Piagnoni non aveano perduto la potente flebilità, Cosmo adoprò e forza ed arte.

Contro i ribelli (come chiamava i fedeli a quella repubblica, cui egli si era ribellato) pubblicò quarantatre editti dal 1537 al 74, di fierezza draconiana, colpendo di confisca non solo l’eredità de’ figliuoli, ma le enfiteusi e i fedecommessi, senza riguardo a diritti di terzi, e perfino i beni che gli ascondenti di rei avessero acquistati dopo il delitto, e a perpetuo esiglio la loro figliolanza[337]; moltiplicò bargelli, carceri, relegazioni, vigilanze; chi uscisse di casa in tempo di tumulto poteva esser morto impunemente; insomma quelle fierezze di dominio, di cui poteasi fremere e persin dubitare nel benigno secolo passato, ma che il nostro rivide con più sapiente ferocia. Nel suo principato si decapitarono cenquarantasei persone, fra cui venticinque di famiglie illustri e sei donne; nel 1540, quattrocentrenta furono condannati in contumacia; oltre quelli che lontano cadeano colpiti di veleno o di pugnale. Filippo II era l’ammirazione di Cosmo; e suoi oracoli Pier di Toledo e il duca d’Alba, sanguinarj conculcatori dell’umanità; ma prima di loro il Machiavelli aveagli insegnato «nemico temuto doversi spegnere». Fu lui che introdusse quel sistema di spionaggio, insolito anzi impossibile ne’ governi precedenti, per cui furono seminati il sospetto ne’ principi, la diffidenza ne’ popoli: peste moderna, alla quale non ebbe la equivalente il medioevo. Perchè la libertà del pensare religioso non avviasse alla libertà del politico, vigilava i progressi dell’eresia, faceva numerare le particole, contare le persone in chiesa: pure non lasciava che gl’inquisitori procedessero se non assistiti da deputati laici.

Pretendendo che i Domenicani, non dimentichi dell’alito popolesco di frà Savonarola, s’intendessero coi fuorusciti, subillassero il popolo contro il principe, e secondassero le animosità di Paolo III, li cacciò e fece processare, non badando a reclami di Roma e de’ timorati, che consideravano i Domenicani come zelantissimi dell’ortodossia, mentre gli Agostiniani a loro sostituiti non andavano senza sospetto di parteggiare per l’agostiniano Lutero. Cosmo, costretto richiamarli, colle spie e le accuse li molestò: poi per imbrigliare anche la curia romana creò il «dipartimento della giurisdizione», assistito da Lelio Torelli di Fano, valente giureconsulto, per impedire che alcuna autorità esterna turbasse il governo; il qual magistrato poi si arrogò la cognizione de’ fatti ecclesiastici che portassero pene temporali, e di concedere l’exequatur ai decreti della podestà clericale. Questa magistratura fu temperata coll’introdurre un nunzio, il quale aveva tribunale per le cause ecclesiastiche, ma divenne occasione di frequenti conflitti tra le due potestà.

Cosmo ridusse in sè solo l’arbitrio de’ consigli, dei giudizj, del tesoro. Dappoichè Carlo ebbe levata la guarnigione spagnuola dai forti, fu il primo principe italiano che tenesse milizia regolare, ideata sopra l’antica ordinanza fiorentina; fortificò le città[338], provvigionò le rôcche, istituì compagnie d’archibugieri a cavallo per guardare le coste, e dodici galee: per tal modo ottenne quiete dentro, e rispetto dai Turchi, che per far piacere a Francia e dispetto all’imperatore, tornavano a devastare l’Italia; e giovò non poco agli Imperiali, sia col tenere in fede il ducato di Milano, sia coll’assisterli nella guerra di Piemonte.

La guerra di Siena l’avea logoro al punto, che dovette sospendere le paghe agl’impiegati; ma presto restaurò le finanze. Il Fiorentino contava allora settecentomila abitanti, e centomila il Senese, ed egli con esenzioni e regali e sovvenzioni vi chiamava agricoli ferraresi, mantovani, parmigiani, piacentini, veneti, e maestranze e marinaj dalle coste. L’unione del Senese crebbe le comodità de’ popoli, per le ricche raccolte di quello rendendosi inutile il tirar grano forestiero, anzi avendone da mandar fuori. Cosmo aveva pensato ad un canale, che varcando l’Appennino alla montagna della Consuma, congiungesse i due mari, talchè Firenze divenisse un emporio de’ più operosi; ne fece anche elaborare il progetto dal celebre matematico Ignazio Danti, poi l’abbandonò.

Il commercio era decaduto, e molte famiglie trasportarono i banchi o le braccia loro in Francia, in Inghilterra, altrove. L’istituzione dell’ordine di Santo Stefano, mediante il quale volle alloppiare con decorazioni chi gli chiedeva libertà, trasse molti ad aspirare a quella nobiltà, abbandonando il commercio, e parte salire sulle galee dell’ordine, parte brigare nelle anticamere del padrone. Cosmo faceva egli stesso monopolio di alcune merci, e s’interessava con ricchi negozianti sulle banche di Anversa, Bruges, Londra, Lisbona, Barcellona, Marsiglia, Lione, oltre le italiane; impiegava due galeoni per trasportar merci d’Italia e del Levante ai porti dell’Oceano; dai Fugger d’Augusta traeva il rame d’Ungheria; da Levante grano, olio, vino; schiuse il porto di Livorno; cavava metalli, e da operaj di Germania fece tentare a Pietrasanta le miniere dell’argento.

A tale concorrenza soccombeano i minori negozianti; ed egli, malgrado tante spese, divenne il più ricco principe d’Italia, e lasciò sei milioni e mezzo di ducati in cassa; comprò il palazzo Pitti perchè i suoi successori avessero la residenza più bella che in Europa sia; edificò quel degli Uffizj, il loggiato del Mercato vecchio e il più grandioso del nuovo, la biblioteca Laurenziana, l’archivio d’Or San Michele; quadruplicò le entrate del paese portandole a un milione centomila ducati; spense i debiti pubblici. Le Università di Firenze e di Pisa rassettò; alla Platonica, istituita da Cosmo il Vecchio, sostituì l’accademia Fiorentina, in cui entrarono il Carnesecchi, il Domenichi, il Giambullari, il Segni, Benedetto Varchi richiamato di bando. Coglieva ogni occasione di allettare il popolo, ed occupare artisti e operaj con feste, or per qualche galea tolta ai Barbareschi, or per le nozze di suo figlio con Giovanna d’Austria, or pel battesimo d’un bambino natone[339]: mettessero pure i Fiorentini tra i ritratti che allora esponevano, non solo Farinata e il Capponi, ma anche il Carducci e il Ferruccio, e’ non era sì codardo da temere gli eroi di cartone. Fece involar da Roma il corpo di Michelangelo per sepellirlo in patria; diede commissioni al Pontormo, al Bandinelli, al Bronzini, al Cellini, a frà Giovanni; dal Vasari fece dipingere tutto il palazzo ducale; e volendo questo ritrarlo in mezzo a’ suoi ministri in atto di discutere della guerra di Siena, il duca gli disse: — Che ci hanno a fare i ministri? mettici il silenzio e altrettali virtù, che tengono luogo di consiglio». Chiamò da Sicilia a Pisa lavoratori di coralli e specchi, arti perfezionatesi sotto il suo figlio; il quale introdusse la fabbrica della porcellana, fin allora ignota, e il meraviglioso magistero de’ commessi di pietra dure. «Soprattutto (scriveva Andrea Gussoni ambasciatore veneto nel 1576) ha diletto di lavorare di lambicchi, formando molte acque e dei sublimati atti a medicare molte infermità, e ne ha quasi per ognuna; e fra le altre fa un olio di sì eccellente virtù, che ungendo di fuori dei polsi, il cuore, lo stomaco, la gola, guarisce e difende da ogni sorta di veleno, sana gl’impestati, preserva i sani, ed è attivissimo rimedio alle petecchie e ad ogni sorta di febbre maligna; e mi ha detto aver voluto fare esperienza del veleno in persone che aveva a far morire per giustizia, facendo loro bere del veleno, e con questo suo olio li ha del tutto guariti»[340].

Ma anche il bene è disgradito quando obbliga a sagrificar l’onore: la vita artifiziale che le arti traevano dalla protezione, non toglieva che deperissero; e Cosmo dovette far lavorare fuori gli argenti per le nozze con Eleonora di Toledo. Il traffico restò impacciato, la giustizia passionata; la popolazione si sottigliò; i cittadini ambiziosi di titoli sottraevano i capitali dal commercio per investirli in terreni; i migliori velavano l’umor repubblicano con inezie letterarie, e istituirono l’accademia del Piano, e per Piano intendeano la repubblica, e vi recitavano dicerie allegoriche.

Non è dunque meraviglia se fu vituperato da’ suoi, malgrado le eccellenti qualità. Pio IV, che l’amava perchè n’aveva favorito l’esaltazione ed accettato nella sua pienezza il concilio di Trento, gli offerse il titolo di re, ed egli nol volle; ma quando si trattò di dare una figlia all’imperatore Ferdinando, Pio V gli esibì di nominarlo arciduca; e poichè Casa d’Austria non voleva accomunato ad altri questo titolo, s’inventò (1569) quello di granduca e di altezza serenissima; e recatosi a Roma con un fasto che mai il maggiore, ricevuto da cardinali e da tutta la nazione fiorentina, alloggiato nel palazzo pontifizio, fu coronato sedendo alla dritta del papa, e d’allora s’intitolò per grazia di Dio. Non sono a dire le proteste degli Austriaci; dell’imperatore, che pretendeva fosse vassallo suo per la Toscana, e della Spagna per Siena; del duca di Ferrara, che fin là aveagli disputato la preminenza; e per anni durarono le collere e i litigi sotto apparenza di cerimoniale, ma in fatto perchè trapelava anche in lui quell’ambizione che ogni principe ingrandito concepì, di dominare tutt’Italia, o almeno di snidarne gli stranieri. In ciò lo secondava il papa; ma poichè il disegno non gli successe, colmò di nuovi favori il granduca, gli regalò tante anticaglie da empire quattro vascelli, e beni alla moglie, e il proprio palazzo e giardino a un figlio, all’altro il comando delle galere dello Stato.

Chi pensa come le città, eccetto Firenze e Siena, già stessero sotto una servitù che egli cercò mitigare; che senza lui la Toscana sarebbe divenuta provincia della Spagna o della Francia; che gravi e secolari agitazioni non possono calmarsi senza violenza; che tanti proscritti e fuorusciti artifiziavano instancabilmente congiure e turbamenti, ed esagerarono le colpe e i difetti di esso, vorrà riconoscerlo del male che non fece o che palliò. E molti de’ contemporanei lo lodarono sinceramente; così è facile passare dall’orrore dell’anarchia all’avversione della libertà politica. Egli stesso cercò illudere la posterità col comprare storici, e il non esservi riuscito fa lode a questi. Pure l’Ammirato più volte encomia i Medici della libertà che lasciavano di dire il vero; e il Pitti, nell’Apologia de’ Cappucci, liberale confutazione del Guicciardini, dice che «il granduca Cosmo e il principe Francesco reggente hanno caro che si sappia il vero delle cose, largheggiano non pur delle scritture pubbliche a chiunque le desidera vedere, ma delle lettere segrete loro, ancora de’ casi più ascosi dello Stato, premiando chi s’affatica a descrivere le pubbliche azioni». Chè i tiranni brutali strozzano il pensiero e incarcerano gli scrittori; i tiranni scaltriti se li guadagnano quando possono, o almeno gli abbagliano.