CAPITOLO CLVIII. Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia.
Della vacuità letteraria non ultima causa fu la mancanza di movimento filosofico. Alla scolastica, che sotto l’apparato dell’argomentazione copriva spesso la nullità, e rigirava sempre entro il proprio circolo, aveano recato multiforme assalto gli Umanisti, i Platonici, i nuovi Peripatetici, i nuovi Pitagorici, i Mistici, gli Stoici, gli Scettici (t. IX, p. 310). Il modenese Mario Nizzoli[231] (-1556) combattè la logica e la metafisica dello Stagirita, non meno che le idee platoniche discordi dall’esperienza, e al barbaro delle scuole cercava sostituire il linguaggio comune e chiare etimologie; onde il Leibniz l’offrì come exemplum dictionis philosophiæ reformatæ. Sebastiano Erizzo veneto (-1585) sostenne il metodo analitico (divisivo), qualificato da Platone un dono e insegnamento degli Dei. Ma più che dai parziali assalti fu scassinata la Scolastica dalla Riforma, colla quale entrato il dubbio e l’esame, all’ipse dixit si sostituiva la discussione contraddittoria de’ fatti. Non paghi del distruggere, alcuni vollero surrogare artifiziali combinazioni di sistemi antichi e d’immaginazione propria. Principalmente il regno di Napoli diede pensatori originali: ma appena spastojati dalla Scolastica, buttavansi all’entusiasmo, al gusto dello straordinario nell’ordine delle idee e dei fatti, alle aberrazioni ontologiche; mescolando jattanza critica a superstizione e incredulità, con una turbolenza indisciplinata, che manifestavasi anche nella vita loro.
Bernardino Telesio da Cosenza (1509-88), studiato nel silenzio fino ai sessant’anni, pubblicò una filosofia naturale (De rerum natura juxta propria principia), dove, sbrattando dai commenti la fisica d’Aristotele, riduce i principj ad uno corporeo ch’è la materia, e due incorporei, calore e freddo: non solo attivi, ma intelligenti dei proprj atti e delle mutue impressioni. Il calore risiede nei cieli, unito alla materia più sottile; il freddo nel centro della terra, ove più densa è la materia; lo spazio intermedio è campo alle loro battaglie. Sul moto dei corpi celesti, sui gravi cadenti, sull’angolo d’incidenza e riflessione della luce, sulla direzione dei raggi negli specchi concavi o sferici, reca vedute nuove. Avanti Cartesio e Bacone, ai quali è attribuita la lode d’aver ricondotto gl’intelletti all’esperienza e all’induzione, il Telesio alla moderna indicava tutte le scienze naturali da studiare secondo i principj lor proprj, emancipandosi dai pregiudizj fondati sopra l’autorità e sopra massime a priori, e interrogando la natura: sicchè Bacone lo chiama il primo de’ novatori.
A tali meriti partecipa Giordano Bruno da Nola (1550-1600). Stanco di viver domenicano e delle tirannidi nostrali, va a Ginevra, e s’accapiglia co’ seguaci di Calvino e Beza, de’ quali abbracciando le dottrine, non tollerava i limiti; considerato scettico, è perseguitato; passa a combatter dalla cattedra gli Aristotelici in Francia, in Inghilterra e in varie Università di Germania, in nessun luogo godendo tranquillità, colpa forse la smisurata sua superbia[232]. Acutissimo ingegno, istrutto nel greco e nella filosofia antica, robusto ma sfrenato d’immaginazione, sostiene l’originale libertà del filosofare, ma non sa padroneggiare il soggetto e fermarsi a tempo. Strani titoli appone alle sue opere, come la Cabala del cavallo pegaseo, la Cena delle ceneri, che è un dialogo sulla teoria fisica del mondo, ove sostiene Copernico, cui dà lode non meno d’erudizione che di coraggio[233]; ma l’ipotesi della gravitazione gli sa d’assurdo, attesochè ogni movimento sia per natura circolare. Lo spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal Consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano, fu creduto qualcosa di tremendo contro Roma, e non è nulla più che un’allegoria per introduzione alla morale. Il mondo, adir suo, è animato da un’intelligenza onnipresente, causa prima non della materia, ma di tutte le forme che la materia può assumere, viventi in tutte le cose quand’anche vivere non sembrino[234]. L’unità è l’essere; ciò che è multiplo è composto; dunque non esiste che l’uno, e in questo vanno confusi finito e infinito, spirito e materia. Presa in sè, l’unità è Dio; in quanto manifestasi nel numero, è il mondo; e ancora il mondo è Dio[235]. Un’unità primitiva sta in fondo all’apparente varietà degli oggetti, che a petto ad essa tutti sono eguali: e nell’osservarli non si vedono sostanze particolari, bensì la sostanza in particolare. Avvi dunque un principio supremo dell’esistenza, cioè Dio, che può esser tutto, ed è tutto; in lui la potenza e l’attività, il reale e il possibile costituiscono un’unità inseparabile; esso è non solo causa esterna, ma fondamento interno della creazione. Idee vere non si danno se non nell’essere divino, del quale l’universo è effetto ed espressione imperfetta; e da questo universo noi deduciamo le cognizioni, che non sono idee ma ombre d’idee.
Stabilita la relazione dell’intelletto divino coll’universale e cogl’intelletti particolari, e scoperto il nesso fra la verità divina, la verità delle cose e la verità propria de’ nostri intelletti, ne deduce l’armonia di tutte le cose fra loro. Dalla stretta connessione fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le intelligenze particolari, avendo creduto dedurre l’assoluta unità, aspirò a ridurre l’ideale e il reale, l’ente di ragione e il sussistente in un’unica categoria, la quale abbracciasse l’essere nell’universalità sua, ricondotto alla semplicissima unità. Al qual uopo intensamente s’applicò a perfezionare l’Ars magna di Raimondo Lullo: cattivo modello.
Pertanto egli primo nel suo secolo contempla il mondo da puro metafisico; o, come si direbbe oggi, si pone alla ricerca dell’assoluto; e sviando dall’esperienza, le cause de’ fenomeni non indaga nella materia stessa, ma accenna uno spazio infinito, pieno di mondi che splendono di luce propria, d’anime del mondo, di relazioni dell’intelligenza suprema coll’universo; confida nel lume interno, nella ragion naturale, nell’altezza dell’intelletto, e così s’avventura a divinazioni, talora anche fortunate, sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l’imperfetta sfericità della terra.
Risoluto di rivedere la patria, giunge a Venezia, sta due anni a Padova; ma preso, è consegnato all’Inquisizione romana, la quale non potendo indurlo a ritrattarsi, lo dà al braccio secolare, ut quam clementissime, et citra sanguinis effusionem puniretur. Condannato ad esser arso in Campo di Fiore, disse ai giudici: — Avete maggior paura voi nel proferir la sentenza, ch’io nel riceverla»[236].
Testè i Tedeschi riconfortarono la memoria del Bruno, indicandovi dottrine affini alle loro e principalmente al panteismo di Schelling, al par del quale il nostro coll’astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili dove si confondono il creato e l’increato. Ma le inestricabili divagazioni e la mancanza di linguaggio e di concatenamento scientifico nelle variatissime forme della sua ispirazione resero poco accessibile, e quindi infruttuoso il nostro filosofo.
A Stilo, nell’estrema Calabria, nacque Tommaso Campanella (1568-1639), anch’esso domenicano e non meno ardito pensatore, capace di riuscir sommo se non si fosse sparpagliato su tante scienze col proposito di riformarle. Invaghito di Telesio «tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè pendeva dalla natura delle cose, non dai detti degli uomini»[237], tentò sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica e fondare una filosofia della natura sopra l’esperienza, combinata però col soprannaturale, cioè colla rivelazione, la quale è fondamento della teologia. Nè in teologia può esser falso quel che sia vero in filosofia, giacchè quella è scienza degli attributi di Dio, questa è scienza della scienza con cui Dio governa il mondo. Vero è che egli come teologo non affronta con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, mentre poi troppo ragiona per teologo, nell’intento di raffigurar la rinnovazione dell’uomo mediante la scienza.
Prima di Cartesio trasse la prova dell’esistenza dall’attività interna[238]: conobbe ed espresse il bisogno della cognizione razionale e teologica, quantunque lontano dal soddisfarvi: ammirò Galileo, pur dissentendone in alcuni punti, e l’esortava a compiere un corso di filosofia razionale. Suo tipo è il mondo[239], e riprova coloro che all’esperienza antepongono l’autorità e le argomentazioni. Ma vedendo i fenomeni della calamita e il sesso delle piante, credesi appoggiato dall’esperienza nell’asserire che tutto è animato[240]; con eloquenza descrive le simpatie della natura, e lo spandersi della luce sulla terra, penetrandone tutte le parti con un’infinità d’operazioni, le quali è impossibile si compiano senza immensa voluttà. E talmente i corpi godono del mutuo contatto, che non può formarsi il vuoto se non per mezzi violenti. Oltre la metafisica, la fisica, la fisiologia, la filosofia sociale, offre un albero delle scienze, ponendo come capitale e universalissima la metafisica, e sotto di essa dividendo le altre in razionali e reali, cui corrispondono le scienze operative, le pratiche, le discipline e le arti.
Troppo più cose asserisce che non ne provi; e lenta le redini all’immaginazione, concitata dalla solitudine e dai patimenti. Sovrattutto s’industria ad opporre un dogmatismo filosofico allo scetticismo, fondandosi sul bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità; sicchè per impugnarla lo scettico medesimo ha mestieri di certi postulati. Contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; ma poi si palesa machiavellico più che il suo secolo, e vorrebbe far dipendere la grandezza d’Italia da quella di Spagna, e questa procacciare con arti tiranniche e corruttrici: perisca la patria, purchè trionfi l’idea.
Iddio parlò agli uomini dalla più grande antichità, mediante tutte le religioni; rivelossi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei coi profeti, ai Cristiani coi concilj, ai cattolici coi papi, ampliando la cerchia delle sue rivelazioni ogni volta che lo scetticismo e l’incredulità attaccavano i popoli corrotti; le scoperte moderne son l’ultimo termine di questa tradizione divina, che, sempre superiore alle miserabili operazioni e alla gretta politica degli uomini, congiungerà finalmente tutti in una sola credenza, in quell’unità del genere umano che Augusto intravvide, e che la ragione esige perchè cessino i flagelli naturali e perchè le regioni più diverse permutino fra loro tutti i beni.
La filosofia reale divide egli in fisiologia, etica, politica, economica e città del sole; nella qual ultima principalmente spiegò i suoi concetti sociali, e quasi la mancanza d’una patria lo spingesse ad errar nelle utopie, si propose di riformare il genere umano, ripristinando l’integrità e l’armonia della potenza, della sapienza e dell’amore. Delinea dunque una società sul tipo della sua metafisica: e come l’intelletto prevale alle altre facoltà, così il capo della repubblica a tutto l’ordine politico e civile; come l’intelletto è raggio divino, così questo capo è quasi un’incarnazione di Dio; come l’intelletto è per essenza buono, sapiente, potente, così esso capo deve aver tre ministri che rappresentino l’amore, la sapienza, la potenza; e il primo vigili alla generazione e all’educazione, il secondo a propagare la scienza, il terzo al consorzio civile e al mantenimento della vita.
Non sarebbe questa la monarchia universale esercitata nel medio evo dalla santa Sede? Frate com’era, prende a tipo il monastero e la gerarchia clericale; tutti i Solari fan voto di frugalità e povertà; quattro ore di lavoro quotidiano basteranno ai parchi bisogni; il resto applicheranno all’universalità delle umane cognizioni. Comunanza dei beni e delle donne; abolizione della famiglia e della servitù; il servizio domestico si trasformi in funzioni pubbliche; e il potere, o, a dir più giusto, la direzione de’ lavoranti sia, ad ogni grado della gerarchia, esercitata da un uomo o da una donna.
Chi primeggia in qualsiasi scienza od arte meccanica, è fatto magistrato, e ciascuno li ha in conto di maestri e giudici; essi sopravvegliano i campi e i pascoli; quel che maggiori mestieri conosce e meglio esercita, ottiene maggior considerazione. Ecco la gerarchia della capacità predicata dai Sansimoniani ai dì nostri, non mancandovi tampoco il padre supremo, il papa industriale[241]. Tali magistrati hanno autorità di giudicare e punire fin di morte e sommariamente; al potere esecutivo e giudiziario uniscono il religioso; ricevono da ciascun subordinato la confessione auricolare, e la trasmettono ai superiori colla propria. Il male della società deriva dall’amor proprio; vuolsi dunque affogarlo nell’interesse generale. A tal uopo sopprimasi la proprietà. Nè egli rifugge da veruna conseguenza del comunismo; fino il generare dev’essere sottoposto a norme, onde ottenere il progressivo miglioramento della specie; le donne esporranno i loro vezzi, magistrati apposta sortiranno le coppie, secondo norme che egli divisa cinicamente e secondo le combinazioni planetarie, sulle quali esso si diffonde con una compassionevole sapienza. Così è tolta fin la libertà dell’amore per ottenere quell’educazione onnipotente, che, cominciata prima del concepimento, deve accompagnare il nuovo cittadino sino alla virilità.
Mediante questa, i Solari porteranno a perfezione il sapere e la società, faranno aratri che si muovano a vela, bastimenti che navighino senz’antenne o remi; voleranno, discerneranno negli abissi del cielo le stelle più remote, udranno l’armonia delle sfere celesti, arriveranno ad una longevità, ora inattingibile, anzi sapranno ringiovanire ogni settant’anni; tutta la terra sarà coltivata secondo un divisamento unico, come fosse un solo possesso; un nuovo culto senza misteri raccorrà nel tempio stesso le immagini di Pitagora e di Cristo, di Zamolxi e dei dodici apostoli; una lingua universale torrà gli ostacoli alla comunicazione delle idee. Così (oltre far continua astrazione dalle condizioni, dallo spirito, dai costumi d’Italia) colla natura morale il Campanella alterava anche la natura fisica; volea vincere le fatalità della natura, l’imprevidenza dell’uomo, l’antagonismo degli Stati; e mancando d’ogni senso della realità, raggiunge a fatica quel che i mistici comunisti del medioevo già avevano effettuato.
Eppure, fra tanti delirj, conditi d’astrologia e d’astrusa scolastica, profonde e nuove osservazioni reca egli sopra la storia e l’alta politica della Corte romana; dalla prigione scriveva a Filippo II, implorando d’andargli a parlare di cose rilevantissime alla Spagna. Nella quale ravvisa il marchio della predilezione divina, come la più cattolica, e che ottenne dal Cielo il nuovo mondo; sicchè tutti devono adoperarsi affinchè consegna l’impero dell’universo, abbatta l’islam e l’eresia, compiendo la sua missione d’assicurare il trionfo della Chiesa. Ciò conseguìto, ristaurata l’unità del mondo, dovrà rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Senza libri, e da dieci anni in tuguriolo angusto, indovinò il declinare di quella potenza, che allora stava all’apogeo. E per prima causa vi assegna l’isolamento orgoglioso degli Spagnuoli, onde consiglia di favorirne i matrimonj con Fiamminghi, Tedeschi e Napoletani, i quali deporranno le ripugnanze e s’acconceranno ai costumi degli Spagnuoli, giacchè è impossibile piegar questi orgogliosi verso costumi stranieri. — I vostri baroni e conti, spoverendo i sudditi, spoverendo voi stesso (dice al re), vanno vicerè o governatori soltanto per ispendere pazzamente il denaro, farsi de’ creati, e rovinarsi in piaceri; poi dall’ostentazione e dal lusso ridotti in secco, tornano a rifarsene in Ispagna, e rubano a dritta, a sinistra, e arricchiti di nuovo, ricominciano quella vicenda, e mille arti sanno di smungere i poveri sudditi»[242]. E segue suggerendogli le prudenze occorrenti per ingrandire: tengasi amici gli ecclesiastici; mandi cardinali e vescovi a governar l’America, le Fiandre e i luoghi sospetti; remuneri i più sapienti in divinità; ne’ consigli supremi metta Gesuiti, Domenicani, Francescani; nelle guerre ogni capitano abbia un consigliere religioso, massime per sovrantendere alle paghe de’ soldati, giacchè «la rovina di Spagna è che paga e non sa a chi»; tutte le sue imprese faccia dichiarar giuste dal papa.
Nei consigli vuole che gl’Italiani siano adoperati principalmente per cose di guerre; ma non trascende i suoi contemporanei, i quali tutti ammettevano il sommo ed assoluto imperio del principe, nè provvedeano a mettere il men possibile d’impacci alla libertà individuale.
Coloro che fra le vittime dell’intolleranza ecclesiastica decantano il Campanella, piacciansi osservare quanta egli ne eserciti. Coi novatori insegna di «non disputar le minutezze delle parole sacre, ma solo, Chi vi ha mandati a predicare? o il diavolo o Dio? Se Dio, ciò devano mostrare con miracoli: se no, bruciali se puoi, e infamali; ma mai si devono far dispute grammaticali, nè con logica umana discorrere, ma con la divina, senza moltiplicar parole ed allungare la lite, il che è una specie di vittoria a chi sostiene il torto. Di più condannarli al fuoco per le leggi imperiali, poichè tolgono la fama e la roba ad uomini autorizzati da Dio con lunga successione, come è il papa e’ religiosi, e coll testimonianze e sangue sparso... Il primo errore che s’è fatto, fu di lasciar vivo Lutero nella dieta di Vormazia ed Augusta: la qual cosa, sebbene alcuni dicano averla fatta Carlo per ragione di Stato, acciò che il papa sempre restasse timoroso di Lutero, onde fosse astretto sempre seguire le parti di Carlo, ajutandolo con denari ed indulgenze nelle imprese che faceva per arrivare alla monarchia, temendo non si piegasse ad innalzare Lutero suo emulo; nondimeno si vede essere stato contro ogni ragion di Stato, poichè, snervato il papato, tutto il cristianesimo s’indebolisce, tutti i popoli si ribellano sotto specie di vivere in libertà di coscienza» (cap. XXVII).
E più volte ricombatte Lutero e Calvino. «La religione che contraddice alla politica naturale, non si deve tenere. La luterana e calviniana che nega il libero arbitrio, non si deve mantenere, perchè i popoli possono rispondere che essi peccano per destino» (Aforismo 84). E quanto all’attuazione esterna della Chiesa, egli professa che «s’inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito, cosa imprudente ed eretica da affermarsi. Quella medesima costellazione che trasse fetidi eflluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de’ Gesuiti, de’ Minimi, de’ Cappuccini» (Afor. 70).
Questi concetti riusciranno bene inaspettati a chi lo giudicò fin ora a detta altrui. Una volta ogni rivoltoso dovea figurarsi come eretico: oggi come italianissimo, e qui pure il Campanella ci raffinisce tra le mani. Perocchè professava che Italia «già mostrò i suoi frutti, e nessuna nazione dopo perduto l’impero potè recuperarlo mai, e tanto meno l’Italia, chè le stelle pur contraddicono, e dove non è che paura tra tutti e poca risoluzione per la salute comune, e nulla per ricuperarle l’impero, aspirando i principi soltanto a conservarsi[243]. Giacchè deve star soggetta, il minor male è che sottostia agli Spagnuoli, e sperare che crescano, anzichè ricever altri forestieri con rovina nuova. Massime che questi, essendo eretici, torrebbero a Italia l’unica gloria rimastale, il papato, donde un infiacchimento che la esporrebbe al Turco».
Neppur s’ha a toccare il papa, perchè «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi che gli altri principi con l’armi; e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per la religione, altri per ragion di Stato[244]. E questo è dominio veramente italiano, e perciò chiunque non lascia eredi dovrebbe legare i proprj Stati al papa, e le repubbliche stabilire che a questo siano devolute se mai un tiranno le invada; e così si costituirebbe a breve andare una monarchia italiana. Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti; il papa vi presedesse per mezzo d’un collaterale; vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agli infedeli ed eretici, sulle differenze tra’ principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse.
Del suo paese dice: «Napoli è popolata di settantamila abitanti, e solo dieci o quindicimila lavorando, vengono prestamente consunti dalla soverchia fatica; mentre il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall’usura; e per maggior disgrazia, contamina e corrompe infinito numero d’uomini assoggettandoli a servire, ad adulare, a partecipare de’ proprj vizj, con grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia, le arti sono negletti o pessimamente coltivati con penosi sagrifizj d’alcuni»[245].
Il tanto oro affluito dall’America abbagliò a segno, da far credere che in questo consistesse la ricchezza d’uno Stato; e ogni cura fu dritta ad acquistarlo e conservarlo, non a quelle che ne son fonti, l’agricoltura, l’industria, il commercio: la scienza amministrativa riducevasi a trovare nuove imposte e fiscalità. I nostri le vituperano come esorbitanti, ma non suggeriscono compensi diversi; e il Campanella mostrava quanto male fossero ripartite, come i nobili le riversassero sui cittadini, questi sugli artigiani e sui villani; suggeriva un sistema consono alle nostre imposizioni dirette e indirette, leggiere sugli oggetti di necessità, gravi su quelli di lusso e spasso[246], ed escludendo la capitazione. Indicava pure un ricovero per gl’invalidi, scuola speciale pei giovani marinaj, asilo e doti per le figliuole de’ soldati, monti di pietà gratuiti, banche ove i sudditi deponessero capitali, ricevendo conto dell’impiego e degl’interessi; tengasi buona flotta, perchè la chiave del mare è chiave del mondo; non s’imitino nelle colonie e conquiste i Francesi, qui, quum multa acquisiverint, nihil servaverunt, perchè non sanno moderarsi, e da un lato s’arrogano troppo, dall’altro lasciano troppa libertà, oggi trattano i sudditi con molliccia bontà, domani con rigori violenti. Raccomanda pure di svoltare gl’intelletti dalle teologiche sottigliezze verso la storia, la geografia, il mondo reale; un codice uniforme; gl’impieghi aperti a chiunque è capace; poco favore alla nobiltà nata o alla ricchezza; stimolare la gloria e l’onore, proporre elevato scopo alle ambizioni, ridurre uniformi le monete, incoraggiar le manifatture, ben più fruttifere delle miniere. Eccovi concetti nobili al certo, ma non coerenti; sulla libertà professa dottrine false o triviali[247]; vagella nell’economia al punto, che, per impedir le fami, propone il re faccia monopolio del grano, ne vieti l’asportazione, ne assegni il prezzo[248]; cadeva nell’astrologia, nelle scienze occulte, nel misticismo[249]; pretendeva dall’esteriorità del corpo indovinare le inclinazioni dello spirito non solo, ma riprodurle; insomma, al pari del Bruno, molte verità presentì, miste a troppo di falso, e senza quell’unità ragionata che le rende efficaci.
Compreso dalle grandi scoperte del suo tempo, ove in cent’anni si era progredito più che ne’ tre secoli precedenti, vagheggiò gl’indefettibili progressi dell’umanità; e nel secolo venturo prevedeva «compiuta la riforma della società; distruzione in prima, poi riedificamento; una monarchia nuova e mutamento totale delle leggi». A tale confidenza il recava, ancor più che la crescente intelligenza, la forza di carattere dell’uomo; e «come s’arresterebbe il libero procedere dell’uman genere, quando quarantott’ore di tortura non poterono piegare la volontà d’un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?» Accennammo (pag. 126) come, involto nella congiura di Stilo, fosse torturato[250], poi tenuto ventisette anni prigione. È sempre difficile determinare quanto v’abbia di vero nelle processure segrete; ma mentre i declamatori biografi del Campanella tacciano i frati d’averlo perseguitato per eretico, la Spagna lo incarcerava perchè cospirasse coi frati. E d’eresia e d’ateismo è in fatti appuntato da molti contemporanei: certo il suo Ateismo trionfato va così debole, da poter essere intitolato Ateismo trionfante: d’altra parte egli credevasi un riformatore della scienza, inviato dal Cielo ad abbattere i sofismi, tirannide, ipocrisia[251].
Intanto egli studiava politica e filosofia, e mentre prima in favore della Spagna, allora si drizzò tutto a sostener Roma[252]; e se fosse scarcerato, prometteva in libri dimostrare vicina la fine del mondo; palesare una gran congiura di principi, teologi, filosofi e astronomi contro il vangelo; combattere invincibilmente i machiavellisti; dare un rimedio sicuro, senza del quale la cristianità sarà divorata dagl’infedeli; dimostrare venuto il tempo che il mondo riposi sotto una felicissima monarchia; insegnare ad aumentar di centomila ducati le rendite del regno di Napoli con benefizio dei sudditi, e così per gli altri Stati; comporrà un libro per convertire i Gentili delle Indie e convincere i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani; andrà egli stesso ad apostolati, con cinquanta discepoli formati a tal uopo; riformerà le scienze naturali e morali secondo la Bibbia e i santi Padri, e le insegnerà tutte in un anno; farà un’astronomia nuova, e mostrerà i sintomi della morte del mondo; di più fabbricherà una città salubre e inespugnabile, e tale che al sol mirarla s’imparino tutte le scienze storicamente; scoprirà il moto perpetuo; farà vascelli che navighino senza remi, e carri che vadano col vento. Insomma anche qui mistura di elevato e di puerile.
E dotti e principi presero interesse pel Campanella: Paolo V spedì apposta il tedesco filologo Scioppio a Napoli per trattare di sua scarcerazione, e se non altro gli ottenne di poter leggere e scrivere e mandar lettere. Alfine Urbano VIII, trattolo a Roma col pretesto che competesse al Sant’Uffizio per avere professato profezia, lo restituì in libertà. Passato allora in Francia, trovò amici gli eruditissimi Claudio Peiresc e Gabriele Naudé, Richelieu protettore, applaudenti i Francesi, non tanto come a filosofo, che come a perseguitato della Spagna; pensionato di cencinquanta lire al mese, assisteva alla Sorbona, all’Accademia allora nascente, fin al consiglio di Stato; vi fece molte profezie, riportate dai contemporanei, e compiva le sue opere, dirigendo le quali al granduca, dicevagli averlo Iddio mandato in quel paese certamente per ricostruire le scienze.
Avea predetto gli sarebbe funesto l’eclissi del giugno 1639, e tentava sviarlo con ripari astrologici: ma al 21 maggio morì settagenario.
Uomini nuovi sono chiamati costoro da Bacone, perchè alla scolastica abitudinaria surrogavano la ragione: e di fatto il Patrizj[253] già asseriva «i particolari sensibili fare strada alla più alta filosofia», e il Campanella che «prima opera del filosofo è comporre l’istoria dei fatti». Ma non si sceverano dalle inveterate prevenzioni; uscendo dal buon senso smucciano nel paradosso, nè alcuno piantò un sistema che comprendesse bastanti verità da signoreggiare l’intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell’ordine.
Bensì il francese Renato Cartesio (1596-1650), vedendo qual cumulo d’errori si adottasse sull’autorità de’ precedenti, propose di disimparare tutto e far tavola rasa, affermando soltanto ciò ch’è evidente; pose insomma il dubbio come portinajo della scienza, e nelle cento pagine austeramente semplici del suo Metodo innovò le scuole. La dimostrazione dell’esistenza dedusse da un fatto della coscienza dicendo: — Io penso, dunque esisto»[254]. Vero è soltanto ciò che ha evidenza interna nella coscienza, o di cui la mente acquista precisa e indubitabile certezza. Dal semplice, che immediatamente si capisce, salgasi al composto, all’oscuro, al difficile, raccolgansi e si discernano i mezzi che conducono al vero, librandoli cogli ostacoli frapposti; non si ammetta un concetto senza ragion sufficiente, nè una cosa si reputi vera perchè altri la crede tale.
Rifiutando ciò che non sia evidenza o coscienza, ragione individuale o infallibilità geometrica, concentra dunque le scienze nello studio delle intellettuali facoltà; nulla volendo imparare da altri, si obbliga a rifar tutta la via del pensiero, e ogni scienza trarre dal proprio ingegno: e per quanto sia portentoso che un uomo tante cose compisse, da peggiori falli non campò se non per merito di quegli stessi che rinnegava.
Intanto restava eliminata dalla società ogni causa metafisica, facendola prodotta e architettata da una potenza unica, la libertà, il diritto dell’uomo: escluso ogni principio superiore che spieghi ciò che la ragione non può spiegare, la filosofia cartesiana, fin all’ultima sua manifestazione con Hegel, proclamava l’onnipotenza della ragione: ma il razionalismo non può fare che conquiste precarie, continuamente edificando e abbattendo, e vivendo d’incessante variazione. E già i primi suoi seguaci trascesero, e Malebranche introdusse le cause occasionali, e non accettò l’esistenza dei corpi, ma sol quella degli spiriti; l’ebreo Spinosa ridusse a scienza il panteismo, ammettendo un ente unico, un’unica intelligenza; Locke popolarizzò la metafisica con semplificazioni che eliminano le quistioni invece di scioglierle; Leibniz combattè il sensismo sostenendo che solo la fede può conciliare i due termini della conoscenza, il me e il non me.
I nostri ammiravano, e imitavano chi l’uno chi l’altro. Giambattista Vico, che prese le mosse dal criticare Cartesio pur ammirandolo, riflette sagacemente che l’assioma io penso, dunque sono prova soltanto il fenomeno; e il fenomeno non è già negato dagli scettici, bensì la realtà di esso; nè questi dubitano della coscienza, bensì della sua validità (De nostri temporis studiorum ratione, 1708). Conchiude che non il metodo ma il genio elevò Cartesio a tant’altezza: l’erudizione vi trapela di mezzo all’affettata aridità della sua ragione, come, nel mentre abolisce il passato, lascia scorgere quanto meditasse su questo.
Michelangelo Fardella siciliano (1650-1718), dall’analisi divina di Cartesio in molti punti si scostava, e nominatamente sulla certezza, credendo tutt’altro che dimostrata l’esistenza del mondo esteriore: ma all’idealismo di Malebranche opponeva il suo stesso argomento; l’esistenza del mondo esteriore non potersi dimostrare altrimenti che per la rivelazione. Credeva le idee fossero la percezion delle cose, ma ne ammetteva alcune innate, che però non erano immagini della mente, bensì una disposizione di questa ad eccitarle senza impulso esterno. Ma poichè prendeva come unica sostanza l’ente infinito, del quale gli altri non erano che manifestazioni, come sottrarsi al panteismo? Se non che di Cartesio e di Malebranche adottava i sistemi solo in quanto convenissero colla dottrina di sant’Agostino, cui mostravasi devotissimo.
Più francamente predicò il cartesianismo Tommaso Campailla di Modìca (1668-1740) nel suo poema filosofico l’Adamo, onde fu detto il Lucrezio cristiano.
A Napoli l’Accademia degli Investiganti, protetta dal marchese d’Aversa, scosse il giogo d’Aristotele, s’innamorò di Gassendi, della filosofia atomistica d’Epicuro e di Lucrezio Caro, benchè facesse riserve per le credenze cattoliche. Dappoi il famoso medico Tommaso Cornelio vi fece conoscere Cartesio, e questo divenne moda; applicandosi piuttosto alle cose naturali, pigliando per solo criterio l’esperienza del senso esterno ed interno. L’idealità soccombeva dunque al sensismo, del che sbigottiti i monaci, li denunziarono come pericolosi all’Inquisizione di Roma, la quale avviò alcuni processi; ma l’autorità non solo si oppose, ma tolse a quella la facoltà di processare nel regno (1692). Giambattista De Benedictis, gesuita di Lecce, nelle Lettere apologetiche in difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica, flagellò i filosofi nuovi, e principalmente i napoletani Tommaso Cornelio, Leonardo da Capua, Francesco d’Andrea, Aurelio di Gennaro, Nicolò Cirillo, i quali gli risposero. Elia Astorini da Cosenza carmelitano, che dal peripato passò alla filosofia nuova, fu inquisito per mago od eretico; onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea, e in varie scuole della Germania cerco e onorato: ma visto que’ professori di teologia combattersi e scomunicarsi un l’altro, si persuase non darsi riposo che nell’unità cattolica, onde contro Luterani e Calvinisti scrisse con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto fu mandato a predicare a Firenze e a Pisa, dove lesse matematica; poi a Roma; infine stracco da nuove persecuzioni, si concentrò nella vita studiosa. Paolo Mattia Doria, ne’ discorsi filosofico-critici, additò per quali ragioni fosse dalla cartesiana tornato alla dottrina platonica, e contro Francesco Maria Spinelli difese l’ideale metafisica antica. Tommaso Rossi ricondusse la fede ad accordarsi colla scienza.
Anche nelle scienze più favorite come le teologiche, lo stesso indulgente Tiraboschi confessa non avervi un moralista di polso, non uno che degnamente combattesse nella quistione della Grazia, che empiè di garriti la Francia. Ippolito Maracci (-1765) dedicò tutte le sue fatiche alla beata Vergine; nella Biblioteca Mariana informò di più di tremila scrittori sopra gli attributi di Maria. Luigi suo fratello tradusse il Corano con ampj commenti e con esili confutazioni. Stefano Menochio pavese gesuita fece un buon Commento di tutta la sacra Scrittura, più volte ristampato, e Trattenimenti eruditi su molti punti di storia sacra. Vincenzo Gotti bolognese (-1655), domenicano e cardinale, in dieci volumi dimostrò la verità del cristianesimo contro Atei, Pagani, Ebrei, Maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli, oltre difendere la Chiesa contro Marcantonio de Dominis, fece le Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos (1619). Il padre Francesco Brancati napoletano (-1693) dettò molte opere teologiche, e sull’uso della cioccolata, sulla giurisdizione del Sant’Uffizio, e massime sulla predestinazione, professandosi fedele a sant’Agostino.
La morale fu applicata anche all’intera società, nella scienza civile cercando le norme, le cause, la legalità de’ mutamenti che si vedevano.
Il diritto pubblico non si considerò più come semplice custode del diritto privato, e l’elemento morale se ne elaborava con maggior cura che il materiale e meccanico, pur volendo sottrarlo ai concetti metafisici. Il diritto internazionale, dapprima ragionato su casi teologici, sulle analogie del diritto positivo e locale, sulle consuetudini, gli esempj e qualche reminiscenza antica, come il gius feciale, allora si costituì sopra un’equità più larga, si riconobbero diritti al nemico e una ragione legittima, anzi che il fatto d’una conquista anticristiana.
L’uso di tener ambasciadori fissi nelle Corti straniere fu ignoto al medioevo, quando politica internazionale non può dirsi esistesse, mancando fin l’idea di nazione. Occorrendo, spedivansi oratori o nunzj, ai quali soleano darsi le spese e regali e privilegi. Venezia, a cui metteva capo tutta la politica d’Italia, e in parte anche quella de’ forestieri, teneva e mandava sempre gran numero di ambasciadori: ma quando la politica s’avviluppò, e quelli crebbero a dismisura e si resero stabili, al 5 gennajo 1529 nel maggior Consiglio si prese parte, che, dovendo provvedersi a riparare con risparmj alle tante spese, si cesserebbe dal dare cosa alcuna nè in dono nè in uso ad ambasciadori, non l’affitto e le masserizie delle case, non addobbi, nè barca, nè esenzione di dazj, nè denaro sotto qual fosse titolo: al loro arrivo si potrebbe spendere da cinquanta ducati in una cena e in un presente di confezioni, e alla partenza un dono non maggiore di cinquecento ducati per ambasciadori di teste coronate, e ducento per gli altri. L’appaltatore del vino, che era dapprima obbligato a somministrarne al pubblico ducento anfore per uso d’essi ambasciadori, d’or innanzi pagherebbe in quella vece cinquecento ducati all’uffizio delle Ragion vecchie. Però in quel secolo si trascorse di molto quel segno, ricevendo pomposissimamente gli ambasciadori e donandoli riccamente; si permise loro d’introdur da Fusina certa quantità di pane senza dazio, poi altre licenze, che divennero coperta del contrabbando, sinchè non furono abolite: pure il pretenderle recò gravissimi disturbi alla Signoria[255]. Dilatatosi l’uso degli ambasciadori, l’arte ne fu ridotta a teorie; e Carlo Pasquali da Cuneo, che servì utilmente la Francia col nome di Pascal, stampò il Legatus, primo libro ove si trattassero i doveri e le attribuzioni degli ambasciadori.
Alberico Gentile, della marca d’Ancona (1551-1611), protestante (tom. X, pag. 407), professando a Oxford preferisce i legisti antichi, disapprovando l’Alciato d’aver tratto partito dalla cognizione dell’antichità, della storia, delle lingue; ma se si guardi all’eleganza, all’erudizione, agli altri meriti di lui, congeneri a quelli del criticato, può supporsi che satiricamente avesse voluto fingere un elogio all’ignoranza dei giurisperiti; non si limitò al diritto romano, ma indagava la giurisdizione naturale; mostrava l’importanza e santità delle ambascerie (De legationibus), che non devono essere impedite da differenza di religione, che le azioni civili contro i ministri pubblici possono essere deferite ai tribunali ordinarj. Con questo ed altri libri (De potestate regis absoluta, De vi civium in regem semper injusta) fondò la scuola del diritto pubblico; fu il primo a librare sistematicamente il diritto delle genti in guerra (De jure belli). Vuole si osservi la parola, disapprovando e Carlo V e Luigi XII; i patti d’alleanza giudica non stricti juris, ma bonæ fidei.
Il suo libro suggerì forse il concetto, certo l’ordine a Ugo Grozio (-1646), il quale restaurò il diritto naturale, ben distinto dalla morale e dalla politica, deducendolo dall’istinto sociale, e fondandolo, non più su cause mistiche, sul gius feudale, sulle costumanze della cavalleria, sui temperamenti ecclesiastici, ma sull’autorità mediante una dottrina etica universale, dove però si confondeano elementi che poi furono distinti. Hobbes e Spinosa invece ridussero egoistica la morale privata e la pubblica. Il mediocre Puffendorf (-1694) cercò discernere la ragione dalla rivelazione, e dedurre il governo civile dalle famiglie primitive. Ma la riscossa cattolica si sentì pure nelle teorie sociali, e qualunque fossero i fatti, non si ostentava più nelle dottrine la colpevole indifferenza tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù, in cui s’erano avvolti storici e politici del secolo passato, come Guicciardini e Machiavelli.
Donato Giannotti, succeduto a quest’ultimo per secretario della Repubblica fiorentina, ne analizzò il governo, e la incalorì contro i Medici; con senno e con dignità posata e colta esaminò la repubblica di Venezia meglio che non avesse fatto Marcantonio Sabellico, e la paragonava a una piramide, di cui erano base il granconsiglio, mezzo i pregadi e il collegio, vertice il principe, e sperava vivrebbe «qualche secolo, se non per altro, per insegnare alle città d’Italia come elle si hanno a governare se da tiranni non vogliono essere oppresse». Il cardinale Gaspare Contarini ammirò pure Venezia ma da un altro aspetto, applicandole i canoni degli antichi, proclamando la legge come la cosa più vicina alla divinità, e lodando le costituzioni miste.
Paolo Paruta veneto (1540-98) vagheggiava soprattutto la libertà, tolta la quale, «ogni altro bene è pur nulla; anzi la stessa virtù si rimane oziosa e di poco pregio... principale condizione nell’uomo che abbia a divenir felice, parmi il nascere e vivere in città libera»[256]; sgomentava dal fidarsi a tiranni, e «chi commette il governo della città alla legge, lo raccomanda quasi ad un Dio...; chi lo dà in mano all’uomo lo lascia in potere d’una fiera bestia». Nei Discorsi politici, se non arguto e vigoroso, si mostrò abbastanza franco nel giudicare de’ Romani e de’ contemporanei; sotto quella rusticità si riscontrano idee, delle quali è dato merito a Montesquieu. Più che i fatti di Roma lodando la prudenza di Venezia, non che volere l’ampliamento degli Stati mediante la conquista, come il Machiavelli, cerca la conservazione e la difesa; anzichè, come lui, disperare de’ popoli moderni, li crede capaci di gran fatti, quali ne compirono Carlo V e Solimano. Di politici avvenimenti sparse anche la sua Storia veneta, scritta bensì al soldo della Repubblica, ma da uom pratico, e colle particolarità e le applicazioni di cui è digiuno il Bembo, e sottoponendo i fatti parziali a idee generali. Più francamente descrisse la guerra coi Turchi, ch’è veramente l’epopea di quella riazione cattolica, della quale il Paruta stesso risentì, come appare da un Soliloquio sopra la propria vita, confessione delle interne tempeste.
La repubblica di Genova fu analizzata da Uberto Foglietta, cui non pareva libertà quella donatale dal Doria, ma voleva che nobili e cittadini fossero eguali in faccia alla legge, senz’altra distinzione che del merito, della virtù e de’ servigi prestati. Cosimo Bartoli ne’ Discorsi istorici universali pende ai Medici, i quali fecero ogni opera per cattivarselo; e ancor più apertamente Giambattista Guarini sostiene l’autorità principesca. Nel Discorso de’ governi civili Sebastiano Erizzo palesa miglior conoscenza dei libri che degli uomini; nè gravità istruttiva mostrano Bartolomeo Cavalcanti Delle repubbliche e delle spezie di esse, e Francesco Sansovino Del governo de’ regni e delle repubbliche.
E a centinaja sono a numerare gli scrittori di politica e di ragion di Stato in quell’età, sotto i nomi di Tesoro politico, di Principe regnante, di Segretario, di Chiave del gabinetto, di Ambasciadore. Si fan maestri al principe regnante, al principe deliberante, al principe ecclesiastico; al ministro, al segretario, raccogliendo una folla di precetti ed esempj dagli antichi e alcuni dalla propria esperienza, vulgari nel fondo, e rivolti all’intrigo, al riuscire, all’assonnare la coscienza sui mezzi mediante la bontà del fine: spesso volgonsi a privati, insegnando l’arte di adular con accortezza, di dire servilità con apparenza di rustica franchezza e sin di censura; di dar pareri convenienti al tempo e alle persone; di sollecitar favori al momento e all’umore opportuno; di scegliersi amici e confidenti utili o di divenirlo a chi è utile; di corteggiar il potente, sia esso un principe o un arruffapopolo, chè l’uno e gli altri han del pari piacentieri e turcimanni. Tutti pieni di prevenzioni, tutti raccomandano come arte suprema la secretezza, non ostentano più l’immoralità come Machiavelli, anzi la confutazione di questo è luogo comune a tutti: vero è che non rifiutano l’intrigo, il tradimento e la perfidia quando si tratti di miscredenti, di traditori, di ribelli; nella confusione del passato non vedono alcun filo, ma vi trovano esempj per sostenere le più opposte teoriche; insegnano a adulare senza parerlo, a disobbedire pur protestandosi sommessi; librano i diritti e i doveri secondo la media proporzionale d’Aristotele; e sempre parlano a principi e a ministri, i quali non li leggevano, professando di non iscrivere pel popolo; e danno litanie di precetti, tutti metallo sonante e come il suono inutili, o li rinfiancano con autorità classiche o ecclesiastiche, e li dispongono in categorie irreprovevoli, o cercano esempj in Tiberio, in Pilato, in Bruto, per giustificare, o almeno spiegare la notte di San Bartolomeo, il duca d’Alba, Maria la Sanguinaria, e fondando la potenza degl’imperi e la felicità de’ popoli su tesi e antitesi di miope dottrina, e di mediocri combinazioni.
Scipione Ammirato da Lecce (1531-1601), prudente più che arguto, ribatte il Machiavelli, massime difendendo la Corte di Roma; colla storia alla mano nega che da questa venisse lo sbranamento d’Italia; esser prosperati alcuni popoli senza quest’unità, la quale poi difficilmente s’accorderebbe colle abitudini e col valore e l’accorgimento italiano; «e se Dio non facesse un miracolo, questa unione d’Italia non potrebbe succedere senza la ruina d’Italia... Desiderano dunque di vedere ogni cosa piena di sangue e di confusione, perchè abbiano a godere i nostri nipoti sotto un principe, Dio sa quale, la mal costante e peggio impiastrata unione d’Italia?» (Discorso V).
Una teorica compiuta e ragionata di quanto concerne uno Stato in fatto di legislazione economica, stabilita non su Livio o Tacito ma sul vangelo, cioè sulla giustizia e l’umanità, oppose a quella del Machiavelli[257] Giovanni Botero piemontese (1540-1617), segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, poi educatore de’ figli di Carlo Emanuele. Nella Ragion di Stato, con fino ragionamento, osservazioni molte dedotte dalla lettura e dai viaggi, e opportune applicazioni, sostiene che l’onesto non va disgiunto dal vero utile, nè l’ingiusto può mai dirsi vantaggioso. «Stato (dic’egli) è un dominio fermo sopra i popoli; e ragion di Stato è notizia de’ mezzi atti a fondare, conservare, ampliare questo dominio. Debbono i governi conservarsi a ogni costo». In conseguenza approva la strage del San Bartolomeo, imputa al duca d’Alba l’avere clamorosamente ucciso Egmont e Horn, anzichè «liberarsene quanto più poteva segretamente»; insieme loda la Francia d’aver concesso libertà di culto ai Protestanti; disapprova la crociata dei Mori di Spagna; contro l’errore crede siano più efficaci i mezzi pacifici.
La guerra, quando non sia necessaria difesa, è un latrocinio: i grandi eserciti mostrano la barbarie, anzichè il talento di chi gli adopera: raccomanda la fanteria più della cavalleria, e la milizia nazionale. Non crede utili le dogane, e l’economia nelle spese pubbliche giovar meglio che il cumular tesori: s’incoraggino l’agricoltura e le arti, ma non i matrimonj, nè si tema che parziali celibati scemino la popolazione, la quale s’equilibra coi mezzi di sostentamento[258]. Teoriche di buon senso, che la scienza di poi rabbujò e imbastardì.
Nelle colonie degli Spagnuoli e Portoghesi non ravvisa che romanzesche speranze e reali guasti, onde, invece di nuovi mondi, si avranno nuovi deserti. L’ozio è la cancrena d’uno Stato, e perciò vorrebbe obbligati i padri a istruir i figliuoli in qualche arte. Il commercio è il migliore spediente a utilizzar i prodotti superflui: pure crede dannoso l’asportar le materie prime. Ragionò meglio d’ogni altro delle imposte, disapprovando le tasse personali e mobiliari, e tanto più quelle in natura. Non crede che i principi vantaggino dallo scarnare i popoli; bensì dall’averli ricchi in modo, da poter all’occorrenza trarre imposte straordinarie. Si aboliscano le lunghe procedure costose e la folla de’ legulej. Non osteggia la feudalità, ma vorrebbe limiti sull’eccessivo arricchire e alla superbia de’ nobili; amerebbe si distribuissero terre a tutti i cittadini, e segni onorifici a chi ben meritò, per quanto d’umile estrazione; sicchè impediti i vecchi nobili di nuocere, spinti i nuovi a giovare, tutti sarebbero meglio impegnati alla difesa della patria. I vizj del clero derivano da orgoglio e da potenza; mentre ogni sua autorità dovrebbe consistere nella moderazione e nel disinteresse. Del resto egli suppone l’uomo qual dovrebbe essere, non qual è; onde i belli suoi suggerimenti mancano spesso d’opportunità[259].
Nello scompiglio politico dell’Europa d’allora, ribramava l’equilibrio che un tempo erasi stabilito fra i varj Stati d’Italia; e incoraggiando i timidi a valersi dei proprj mezzi, prevedeva il decadimento vicino della Turchia e della Spagna. Per dimostrare la necessità dell’equilibrio politico, dice che natura non lasciò nulla senza contrappeso: «Che cosa più generosa del leone? ha con tutto ciò paura della cresta e del canto del gallo; più forte che l’elefante? e trema tutto alla vista d’un topo; più vasta della balena? ed ha bisogno della scorta del murcolo, pesce piccolissimo; più veloce del delfino? ha la bocca tanto ritirata che, sebbene aggiunga in poco spazio, non può facilmente, per il sito troppo ritirato della bocca, afferrar la preda; il cocodrillo ha il tergo guernito d’una scaglia impenetrabile, ma il ventre delicato e molle, e perciò esposto agli urti del delfino, che cacciandosegli sotto, lo sventra». E per l’equilibrio, più d’una grande monarchia, ama i piccoli Stati che si contrappesino.
Come i migliori, si procaccia cognizione esatta e ordinata delle cose reali e sussistenti e della varietà delle attuali contingenze. Anch’egli ammira Venezia, ricca pel commercio, per la zecca, per la dovizia de’ particolari; e quel che altrove si butta in mantenere il re e la sua famiglia, ivi accresce la flotta e le fortezze. Nel 1590 orribil fame guastò tutta Italia, fin le pingui Parma e Piacenza; sola Venezia provvide in modo che nessuno soffrì, e v’ebbe concorso di forestieri; i ricchi adunarono somme pei poveri, e furono imitati nelle altre città. Al qual proposito di Venezia avvertendo che vi si uccide men gente che altrove, disapprova i supplizj atroci, allora usitati: «A che proposito caricar le forche d’appiccati e far beccheria d’uomini senza fine? L’assiduità della forca, perchè le cose alle quali gli occhi sono avvezzi hanno poca forza a far movimenti negli animi, rende così fatta morte meno vituperosa e men aborrevole». Riflessi oggi comuni, allora nuovi. Non crede a Venezia nocesse l’essersi impacciata della terraferma; e ben avvisa come due distinti governi avesse la repubblica, quel di se stessa e quel dei sudditi; e che in lei, siccome in tutte le aristocratiche, non predomina l’impulso guerresco quanto nelle democratiche, perchè colà bisogna che i governanti apprestino i mezzi ed espongano le persone, mentre dove si obbedisce agli schiamazzi, «La sciocca turba grida Dàlli, dàlli, E sta lontana e le novelle aspetta»[260].
V’accorgete come la scienza degli Stati, ancor novizia nell’elaborar l’idea della suprema tutela de’ governi sui popoli, toccava tutte le materie, mal distinguendo le regole governative dai fenomeni puramente economici. Il Sismondi, nel tanto combattuto capo CXXVI della sua Storia delle Repubbliche italiane, asserisce che «appena si trovano due o tre esempj di scritture pubbliche intorno a cose di governo, e i loro autori aveano sempre la precauzione di farle stampare in estero Stato». Oltre un ribocco che ne chiudono gli archivj, se n’ha molte a stampa, dove si esaminava lo stato de’ singoli paesi[261]; domandando, è vero, soltanto miglioramenti parziali, spesso inefficaci, talvolta disopportuni, e scaduti d’ogni interesse dopo passata l’occasione, giacchè nessun grande scrittore prestò la sua voce al popolo, abbandonato ai tumulti e all’arme corte, spediente dei deboli.
Gli antichi amministratori delle repubbliche italiane, cresciuti nella vita privata, conoscendo quanto importino il lavorare e il risparmiare, applicarono i canoni della famiglia allo Stato; ben lungi dal riporre soltanto nella guerra la forza degli Stati. Decisa poi la quistione politica inappellabilmente, gl’ingegni si volsero di preferenza sull’economia, tanto più che la mutata via del traffico, e quindi la mutata sede delle ricchezze invitavano a meditar sulle cagioni che mantengono esse ricchezze e la prosperità degli Stati. Praticamente predominante se non unico sistema era il mercantile, designato col nome di Colbert, che facea considerare i metalli come sole ricchezze vere, e le produzioni naturali come mezzi di conseguirle; pertanto restare fissa invariabilmente la somma delle ricchezze, nè una nazione potersele accrescere se non a scapito dell’altra. Di qui la nimicizia reciproca de’ gabinetti di quel tempo; di qui un’ideale bilancia di commercio, per cui importasse aumentar il denaro proprio smungendo l’altrui, escludere le produzioni degli esteri, e obbligar questi a ricevere le nostre; e a tal uopo fiancheggiarsi di privilegi, ordinanze protettrici e azione incessante governativa.
Niuna miglior vista aveano i nostri, sebbene siano stati primi a discorrere scientificamente sull’economia pubblica. La modificazione portata dall’oro americano, e la profusione delle monete scadenti concentrarono l’attenzione sul denaro, e il conte Gaspare Scaruffi (1579), direttore della zecca di Reggio, nel Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l’oro e l’argento, propose una riforma generale per ridurle uniformi di tipo e di valore; pensiero che finora rimane un desiderio. Bernardo Davanzati parlò delle monete e dei cambj, senza profondità. Gian Donato Turbolo dissertò sui particolari disordini della moneta nel Napoletano, ove era peggiore che altrove. Trattò delle monete Geminiano Montanari modenese (-1687), valente astronomo e fisico, meglio de’ precedenti con chiari principj, sobria erudizione, e prima dell’opera di Locke: raccomandava di serbar le proporzioni comuni nella valutazione dell’oro e dell’argento per non lasciar campo alle speculazioni de’ mercanti; le forestiere non computare al dissopra del valore intrinseco; della bassa lega non valersi che per la sola quantità occorrente al traffico spicciolo. Disapprova l’uso di Bologna di non detrarne neppure il rimedio[262].
Antonio Serra di Cosenza (-1599), stando nelle prigioni della Vicaria come complice del Campanella, diresse al vicerè Lemos un trattato sulle Cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento, vedendo il nesso fra gl’istituti civili e la produzione. Da Napoli si asporta ogni anno per sei milioni di produzioni indigene, non è permesso portar fuori denaro, eppure quello è tanto scarso che bisogna vender le derrate a bassissimo costo, e altissimi sono i cambj con altre piazze, cioè fin il cinque per cento più che a Venezia; la qual Venezia abbonda di denaro, e le derrate vi han prezzo sostenuto, sebbene non ne produca, anzi deva importarne per otto milioni, e il portar fuori denaro non è impedito. Il cambio colle altre piazze è basso e talvolta senza aggio alcuno, e questa appunto è la cagione dell’abbondanza di numerario; sicchè il Governo di Napoli dovrebbe con severe leggi qui pure abbassar il cambio.
Così argomentava un Desantis: e il Serra, a questa che allora parea sapienza, rispondeva ragioni patenti; cioè che il denaro è merce come le altre, e come queste si acquista coll’industria; le quali nell’uomo sono fatica e intelligenza; ne’ governi traffico e provvedimenti. Le fonti delle ricchezze fa o naturali, come le miniere; o accidentali comuni che possono trovarsi in ogni paese, come le manifatture, il carattere degli abitanti, l’esteso commercio, il savio governo; o accidentali particolari come la fertilità del suolo e l’opportuna postura. È de’ pochissimi che preferissero l’industria all’agricoltura, perchè un terreno che porta cento moggia di grano non frutterà di più seminandolo per cencinquanta; mentre le manifatture possono anche centuplicare il prodotto senza proporzionato aumento delle spese. Venezia, sprovvista di tutto, supera in ricchezza Napoli, mercè il commercio e la saviezza d’un governo costante, mentre nel Regno cambiasi ad ogni vicerè, nello Stato pontifizio ad ogni papa.
Eppure l’alterazione delle monete restava uno de’ più soliti ripieghi finanziarj; e i banchi e i monti, creazione italiana, non estendeano le operazioni in modo da generalizzare il vantaggio.
In economia sociale ogni conclusione dovrebbe esser rigorosamente subordinata all’osservazione precedente dei fatti: pure nella statistica, o aritmetica politica, fondata dai nostri nel secolo precedente, ci lasciammo tor la mano dagl’Inglesi, che v’introdussero spirito filosofico. Pietro Rossini, antenato del gran musicante, nel 1700 stampò una statistica col titolo Il Mercurio errante della grandezza di Roma.
La giustizia a principio aveva aspetto di guerra, quasi gli uomini si trovassero in quella condizione antisociale, in cui fin oggi si riguardano permanere gli Stati. Gli ordinamenti di giustizia (a volerne un esempio), emanati dal popolo e Comune di Firenze dal 1292 al 1324, dispongono poco altrimenti che se si trattasse d’una guerra fra due popoli distinti, il Comune e i nobili. Il gonfaloniere deve esser sussidiato da mille pedoni «buoni e valenti», cresciuti poi a molti più; «e cencinquanta maestri di pietra e di legname e cinquanta picconari forti e gagliardi con buoni picconi», i quali, allorchè esso li chiamasse, doveano seguirlo per disertare il fondo o per abbatter la casa del nobile che avesse offeso il plebeo. In quel tempo nessun popolano dovea rimanere nella casa dei grandi; le botteghe stessero serrate; nessun grande si trovasse dov’era esso gonfaloniere. Si provvede pure alle tregue fra popolani e grandi; gli sbanditi possano esser offesi e morti impunemente[263].
Qualcosa di più civile apparve là dove si costituirono governi robusti, come a Venezia. Venne poi a conoscersi il diritto romano; ma questo era meno acconcio ai bisogni ed alla civiltà nuova, sicchè molti faticarono a tirarlo a questa, non deponendo però la ferocia delle pene, nè introducendo garanzie per l’imputato e umanità, sebbene massime buone si trovino diffuse qua e là. Alcuni giureconsulti filologi applicarono l’erudizione ad emendare i testi del diritto romano e chiarirne la storia, siccome Emilio Ferretti di Ravenna e l’Alciato; non raggiunsero però il Goveano, Antonio Agostino, Cujaccio: bensì l’Averani è un interprete che non la cede ai Belgi e Tedeschi. La storia del diritto fu fondata da Carlo Sigonio e Guido Panciroli da Reggio (-1599), il quale scorse tutte le università italiane per educarsi, fu professore a Padova, a Torino, ebbe scolari Torquato Tasso, Francesco di Sales, Clemente VII, e lasciò la Storia degli interpreti delle leggi, ricca di recondite notizie, quantunque non sempre certe nè vagliate. Silvestro Aldobrandini fiorentino, esulante per avversione ai Medici, fu reputato il miglior interprete del suo tempo.
Dell’aver abolito la legge d’agnazione e favoreggiato i diritti delle donne, Gaudenzio Paganini (-1638) facea gran colpa a Giustiniano, per ligezza all’antichità invocando la scritta contro la legge naturale; secondato in ciò da tutta quella scuola classica, che credeva un imperatore del Basso Impero fosse necessariamente inferiore ai giureconsulti del secolo d’Augusto, senza ricordare che quello era cristiano. Antonio Fabro, professore a Torino, unico piemontese di genio originale, si mostrò ardito e acuto interprete.
Gli storici della scienza dimenticarono a torto Alessandro Turamini di Siena (-1558). Professore a Roma, poi in patria e a Napoli e a Ferrara, e uditore della Rota fiorentina, scrisse sopra il titolo De legibus delle Pandette; come gli altri del suo tempo, avea creduto che maggior merito avesse chi maggiori autorità allegava sopra un caso particolare; ma si convinse non meritar nome di giureconsulto se non chi sappia da molte leggi particolari dedurre una massima generale. Scostandosi da Ulpiano, con san Tommaso intitola la legge di natura «partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole», dandole così per fondamento la volontà del Creatore, manifestata per via della sana ragione; eguale dunque fra tutti i popoli, immutabile ne’ suoi canoni, quanto varia nelle deduzioni. Ma perchè essa, munita della sola sanzione interna, non basta contro le passioni, nè stabilisce la misura e le modificazioni dei diritti, fu duopo d’una legge civile che la supplisca, acconciata ai tempi, ai climi, ai costumi: onde le leggi, anche concernenti oggetti particolari, stanno in armonia col sistema politico della nazione. Le leggi sieno semplici, poche, brevi, effettibili; e nelle pene non compaja la crudeltà dell’uomo, ma la bilancia della legge. L’equità civile emenda la legge quando o troppo generale abbraccia un caso che non dovrebbe, o troppo particolare non lo contempla; e da quella son dettate la più parte delle romane, che il Turamini loda col mostrarle derivate dalla legge naturale. Con Alberico Gentile va posto fra’ primi investigatori del diritto filosofico, e vi si trovano germi dell’opera di Grozio sul diritto della guerra.
La seconda metà del secolo XVI fu detta l’età dell’oro della giurisprudenza, e molti nostri la professarono in Francia, in Germania, in Inghilterra. Giulio Claro alessandrino (1525), adoprato in rilevantissimi uffizj, diede Sententiarum receptarum opus e la Pratica civile e criminale. Giacomo Menochio (1607), professore a Pavia, alla nuova Università di Mondovì e ad altre, e presidente al senato Milanese, lasciò opere sui possessi, sulle presunzioni, sui giudizj arbitrali, che fin ad oggi non perdettero autorità ne’ tanti casi che il legislatore non può prevedere, o deve abbandonare alle induzioni de’ giudici. Prospero Farinaccio romano (1613), severissimo indagator di reati, de’ quali poi s’insudiciava egli stesso, tanto tenevasi sicuro nella sua pratica, che accettava le cause e buone e cattive, onde acquistò molto denaro, e di questo abusò per abbandonarsi a’ vizj, pe’ quali avrebbe anche dovuto subir gravi pene se papa Clemente VIII non l’avesse graziato. Col riformarsi della giurisprudenza apparve scarso d’erudizione, ignaro delle fonti.
Pietro Belli d’Alba (1573), nel trattato De re militari et bello comprende anche molte cose spettanti alla civile amministrazione[264]: e lode ottennero anche gli scritti giuridici di Gianpietro Surdo di Casal Monferrato. Alla crescente folla de’ trattatisti soccorse l’Indice di tutti i libri di diritto pontifizio e cesareo (Venezia 1555) di Giambattista Zilioli, imperfetto, sebbene aumentato sempre in sei successive edizioni; poi Francesco Ziletti stampò in ventotto volumi la maggior raccolta di giurisprudenza col titolo di Tractatus juris universi (Venezia 1584).
La scuola Cujacciana segregava la teoria dalla pratica; le consuetudini seguìte nel fôro affatto dissonavano dal diritto romano; i teorici indagavano il senso genuino delle leggi, negligendo le pratiche; le quistioni scioglievansi meno per ragioni che per autorità, al che pensarono rimediare alcuni Stati, proibendo nelle dispute forensi le citazioni d’autori. Non aveansi leggi generali, emananti da un sol potere, nè codici sistematici: in ciascun paese vi erano ordinanze municipali, gride dei duchi, dei vicerè o de’ governatori, le quali duravano sol quanto questi, talchè il successore per primo atto dovea confermarle, con quelle modificazioni o aggiunte che credesse del caso. In quel torno vennero stampati o ristampati gli Statuti e le consuetudini, che aveano mero vigor locale, e talvolta soltanto quando non fossero in contraddizione con quelli della città predominante; senz’essere migliorati nè sottoposti a veruna idea scientifica o revisione sistematica, benchè ogni nuova edizione portasse qualche varietà.
Il bisogno che ha l’uomo di attenersi a regole fisse, facea dunque attribuire autorità legislativa ai giureconsulti. Non erano più semplici commentatori del diritto romano, ma stendevano opere indipendenti o sovra l’intera pratica criminale, o sovra alcun punto speciale; e dove mancassero leggi espresse, altre ne stiracchiavano per somiglianza, o supplivano con regole fondate sull’equità o sul diritto naturale. E poichè gli uni conchiudevano in un senso, gli altri nell’altro, non mancavano autorità per nessun assunto; ed i giureconsulti pratici s’affaticavano a trovare ed accumulare testi, riducendosi alla casuistica e al probabilismo, non altrimenti che nella teologia. Da tale spirito derivarono molte Cautele, cioè artifizj legali, per cui mezzo illudere o violare la legge; come sarebbe, perchè uno non paghi interamente il suo creditore, o non si perda il benefizio per commesso omicidio, o possano dirsi ingiurie impunemente. Ne vennero famosi il Cipolla, il Ferrario ed altri.
Di indigesta erudizione e di scolastiche sottigliezze infarcivansi le allegazioni particolari, non meno che le discussioni generali; e ben poco ne profittò la scienza delle leggi. Pure nella pratica, se non si osò innovare, si dovette però ingegnarsi di rendere più equa la civile, men feroce la giustizia criminale; e sarebbe errore l’attribuire ai giuristi le atrocità di questa, mentre seguivano le traccie antiche, tanto più che le prime erano state impresse da que’ Romani, la cui sapienza non dovea revocarsi in dubbio: rimasero infamati perchè a lungo si occuparono di giudizj assurdi, di procedure inumane, eppure è fatto che cercavano rendere più umana la pratica precedente.
I Veneziani, tranne lo Ziletti, poco applicarono al diritto universale, dovendo impratichirsi nel loro particolare. Enrico VIII avrebbe dato monti d’oro e la sua benevolenza se i giureconsulti di Verona avessero tolto a difendere il suo divorzio[265]. Nel regno di Napoli prevaleva la giurisprudenza pratica e consultiva; onde voluminose raccolte si pubblicavano, fondate sui casi parziali; avvocati e giudici si puntellavano di molteplici autorità, anzichè di ragioni, dalla pratica istruiti piuttosto che dalla scuola. Vantate erano le decisioni della corte di Santa Chiara a Napoli, e più quelle della Sacra Rota romana, composta di dodici auditori, de’ quali uno francese, uno tedesco, uno aragonese, uno castigliano, proposti dalla propria nazione, uno toscano o perugino, uno milanese, uno bolognese, uno ferrarese, uno veneziano e tre romani.
De Luca, fatto cardinale nel 1685, scrisse il Dottor vulgare in italiano, acciocchè la giurisprudenza venisse conosciuta anche ai non professori; e dai cavilli formali e forensi ritraeva alla ragione e al buon senso. Questi però non bastavano nelle quistioni di gius feudale e canonico contro pratiche positive, onde era forza ricorrere alla storia. Così cominciava la giurisprudenza storica, della quale può dirsi innovatore il napoletano Francesco d’Andrea, men tosto colle opere che coll’esempio e le lezioni. Egli informa largamente sui giureconsulti napoletani; ed oltre la perizia delle leggi, introdusse l’erudizione e giusto modo di discutere i punti legali, scrivere pulito, e diffuse migliori insegnamenti; e le scritture sue contro le pretensioni di Luigi XIV sul Brabante e sulla successione di Spagna servirono di modello agli altri che dibatterono quella quistione.
Le varie parti del diritto, illustrate, discusse, elaborate distintamente, pensò riassumere e adoperare come materiali ad edifizio grandioso Gian Vincenzo Gravina (1664-1718), che già incontrammo (pag. 451). Dissertando sull’impero romano volle mostrare che fu giusto nell’origine, regolato colle migliori leggi in un’evoluzione regolare, per cui la podestà passò dal re al popolo, da questo al senato, indi a un principe del senato, che equivaleva ad un re. Nella storia romana vede non coll’acume de’ moderni, ma meglio che i suoi maestri: e gli elogi che prodiga all’impero derivano dal concetto ch’egli erasi formato d’un dominio universale che tutti i popoli d’Europa riunisse sotto alle leggi e alla potenza medesima, e del quale non trovava esempj che dopo Augusto. Nelle Istituzioni del diritto civile seguitò l’ordine delle giustinianee; in quelle del diritto canonico mostrò erudizione e criterio, ma viepiù nell’Origine e progresso del diritto civile (1701-13), ove tentò rialzare la giurisprudenza dallo svilimento cui la riduceva la cura quasi esclusiva data alle scienze positive, in grazia del cartesianismo; e dalle circonvoluzioni di parole ricondurla alla filosofia e alle prische fonti.
Nel primo libro traccia la storia del diritto romano, nel quale vede un dramma della vita di tutte le nazioni, e non dei soli Romani; uno spontaneo sviluppo dell’essenza intima sua propria, essendo la ragion naturale applicata alle circostanze esterne. Età antica chiama quella che s’appoggia alle XII Tavole e alla superstizione delle formole: segue la media, degl’interpreti e magistrati, ove l’equità naturale tempera la rigidezza delle parole: varia e incerta è la nuova dei tempi d’Augusto: nella novissima, posteriore a Giustiniano, il diritto fu formato a scienza: decaduto, risorge nelle quattro scuole d’Irnerio, Accursio, Bartolo, Cujaccio, interpreti e chiosatori. Informato della condizione del popolo romano e delle circostanze tra cui crebbe a tanta grandezza, viene ai particolari oggetti in cui progredì la legislazione, tracciando, secondo il desiderio di Leibniz, la storia interna e la esterna. Nel libro secondo ragiona dell’origine del diritto naturale e delle genti, riferendolo alle XII Tavole e alle leggi Attiche. Nel terzo espone quella parte, principalmente di leggi private, che anche nelle XII Tavole pativa difetto, e per oscurità o perplessità bisognava dell’autorità del popolo, come quelle sulla manumissione, sulle tutele, sul matrimonio, sui testamenti, sulla dote, sui fedecommessi. E conchiude che le leggi romane contengono tanta rettitudine, che è impossibile periscano, e non vengano riprodotte dovunque è gente civile.
Quell’unità geometrica, per cui dalle cause esterne e interne si vede preparato e svolto il diritto romano come legge, poi come scienza, gli manca: ma l’animosa novità fa perdonargli qualche pedanteria di principj; e veramente la sua fu la prima storia sistematica del diritto esterno romano, ove si distinguessero i tempi e le successive evoluzioni, mediante le quali i giureconsulti meglio si rivelano secondo l’intenzione della loro dottrina. Ma egli ripone il diritto nella storia, sebbene non consideri attentato alla libertà il formare un codice, come l’odierna scuola storica. Nel giurisprudente il Gravina esige perizia di latino, buon raziocinio, giusta storia. E tutto ciò egli ha, e l’arte di copiar bene; riconduce la giurisprudenza alle fonti, anzichè divagare in parole: ma più storico che filosofo, ogniqualvolta dai fatti vuol salire all’ideologia e alla metafisica del diritto, riesce incompiuto e vacillante, e pende alle inumanità di Hobbes, ammettendo il diritto del più sapiente, che, chi ben guardi, si risolve in quello del più forte. Non mostrò accorgersi quanto la giurisprudenza romana fosse giovata dall’avvicinarsele il cristianesimo; nè della giurisprudenza canonica e della feudale ebbe altrettanta cognizione. Bartolo e Gotofredo sbeffeggia, ma dopo essersene ampiamente giovato; come di Manuzio, Cujaccio, Hoffmann. Altrettanto di lui si valsero Terrasson e Hugo; fors’anche se n’ispirò il Vico, intento egli pure ad introdurre la filosofia nel diritto, discernendo la giurisprudenza pratica, la storica e la filosofica, e subordinando i fatti a larghissime astrazioni. Così associavasi la giurisprudenza alla storia.
Pari ai grandi dell’età precedente nessuno storico avemmo. Le cronache scomparvero dacchè la vita individuale andò smarrita nei dolori comuni, tacitamente oppressivi a guisa della mal’aria. De’ fatti contemporanei parlarono Galeazzo Gualdo incoltamente; Pier Giovanni Capriata abbastanza imparziale; Natale Conti in buon latino; il Casoni, buono pel secolo xvi, ma del XVII resta solo un’accozzaglia di note, mal riunite dall’editore Benedetto Gritta. Da Girolamo Brusoni di Legnago, senz’arte d’aggruppare e con stile e passaggi vulgari, pagine intere copiò Carlo Botta[266]. Alessandro Zilioli veneziano, erudito e giureconsulto, continuò fino al 1636 le Storie più memorabili del mondo di Bartolomeo da Fano, che aveva continuato quelle del Tarcagnota da Gaeta, e fu continuato egli stesso fino al 1650 dal conte Majolino Bisaccioni ferrarese e dal Birago genovese. Certe Vite de’ poeti italiani d’esso Zilioli, tessute d’aneddoti poco onorevoli, non furono stampate. Pietro Nores narrò la guerra degli Spagnuoli contro Paolo IV.
Molti scrissero storie municipali, come la torinese e savojarda Emanuele Pingone; l’inquisitore Cimarelli quella d’Urbino, estendendosi a tutta l’Umbria senese; Pier Gioffredo la nizzarda, innestandovi documenti; il canonico Ripamonti la milanese, con verbosa fluidità latina; Ballarini e Tatti grossolanamente la comasca; Lavizzari quella della Valtellina. La storia di Ravenna di Girolamo Rossi fu pubblicata a spese della città, ed egli fatto dei senatori e medico della città, e col padre e i figli maschi esentato da ogni imposta. Delle napoletane si occuparono moltissimi, tra cui Francesco Capecelatro, imparziale e diligente; il padre Giannetasio in latino; Giannantonio Sumonte, il cui primo tomo, appena pubblicato nel 1602. Anche Camillo Tutini il suo Discorso sulle leggi e sui sette grandi uffizj non potè pubblicare senza molestie. Inveges Agostino di Sciacca in Sicilia diede gli Annali di Palermo antico sacro; la Cartagine siciliana, storia della città di Carcamo; e una del Paradiso terrestre. Le storie pisane di Rafaele Roncioni procedono ingenue se non meditate e fine.
Come storiografo di Venezia il Parata era seguitato in latino da Andrea Morosini, erudito e sperto del governo; poi da Michele Foscarini. Giambattista Nani (-1678) «tra le fatiche e i sudori di molti impieghi, e in più legazioni pellegrino per corti e paesi stranieri» espose i fatti dal 1613 al 71; e il secondo volume riempie colla guerra coi Turchi. Si gloria di voler dire la verità, e di «poterlo, atteso il suo accesso a principi, il negozio coi ministri, il discorrere con gli esecutori delle cose più insigni, il veder i siti,... l’ingresso nei pubblici archivj e ne’ più segreti consigli», e l’essere le imprese state maneggiate in buona parte da’ suoi maggiori e da lui. Chiaro spositore e non inelegante, abbastanza netto da antitesi e metafore, di rado però s’incalora, e nei riflessi va generico e comune. Mentre questi eransi stampati sol dopo morte, a Pietro Garzoni (-1719) impose la Signoria di consegnare, ogni due anni, quanto avesse terminato. Uomo d’affari e testimonio oculare, ebbe a narrare fatti gloriosi, quelli contro Maometto IV e successori suoi; e l’opera fu accolta con gran favore: ma dei sacrifizj a cui lo costringeva la protezione, diede novella prova l’ordine trovato non è guari di sopprimere passi concernenti l’acquisto e la perdita dell’isola di Scio, in cui egli «con pericolosa esattezza avea svelato materie arcane e gelose».
Strana è la facilità degli storici d’allora a registrare baje, e scarseggiando d’erudizione, alterare sino o fingere documenti per condiscendenza e adulazione a famiglie. Alfonso Ciccarelli, per avere nella storia della casa Monaldesca (1580) inventato carte false, venne condannato a morte; ma de’ suoi inganni o di simili si valsero altri, come il Sansovino nella Casa Orsini e nelle Famiglie celebri d’Italia; Pietro Ricordati nella Storia monastica; Ferrante della Marra ne’ Discorsi delle famiglie estinte e forestiere e non comprese nei seggi di Napoli; Eugenio Gamuni nelle Famiglie nobili toscane e umbre; il Morigia nelle Famiglie milanesi; Pier Crescenzi nella Nobiltà d’Italia; il Vedriani ne’ Cardinali modenesi; ed altri, che provano quanto scarsa fosse l’arte critica. All’opera di Lodovico Della Chiesa sui Marchesi di Saluzzo (Torino 1598) vengono in appendice elogi d’illustri famiglie di colà, Arbazzia, Barbetti, Biandrata, Caroli, Castiglioni, Chiesa, Della Torre, Gambandi, Leoni, Pevere, Romani, Saluzzo, Tiberga, Vacea, probabilmente lavoro del Chiesa stesso, benchè attribuito a un Carlo Ravano cremonese. Antonio Filippini di Vescovato in Corsica, perseguitato dalle alterne fazioni, volle trasmettere ai posteri il racconto delle guerre del 1555 e 64 di cui era stato testimonio, e vi unì tre antiche cronache di Giovanni della Grossa, Pietro Monteggiani e Marcantonio Ciaccaldi, e così formando una storia della Corsica: questi bevono grosso; egli è abbastanza imparziale, ma monotono. Pozzo di Borgo, quand’era ambasciadore di Russia nel 1832, ne procurò una nuova edizione a Pisa, da distribuire gratis a tutte le comunità e famiglie ragguardevoli di Corsica.
Esce dalla comune Vittorio Siri (-1685), parmigiano benedettino, che giovane cominciò un ragguaglio delle vicende giornaliere; e levò grido, massime che l’italiano correva allora quanto oggi il francese. Le quistioni per Mantova e il Monferrato ben discute pendendo ai Nevers e alla Francia, onde Richelieu lo favorì, e gli schiuse gli archivj; Luigi XIV il nominò limosiniere e storiografo; le Corti di Firenze e di Modena il regalavano; ministri e ambasciadori il visitavano e porgevangli informazioni a loro modo, affine d’illudere la posterità. Oltre i quindici grossi volumi del Mercurio politico (1635-55), gli otto di Memorie recondite (1601-40) sono ricchi di documenti autentici, benchè raccolti senza fior di criterio; narra prolisso, avviluppa gli avvenimenti, e uccellando a pensioni, collane, impieghi, sagrifica il vero, e secondo il vento sparla di quei che prima aveva incensati. Così l’Assarini, il Brusoni, il Priorato, il Pastori sono novellisti sfacciati e venderecci, dicendo e disdicendo secondo sono pagati: così i tanti storici dei duchi di Savoja, e Giambattista Birago Avogadro genovese, autore del Mercurio veridico, che più volte s’abbaruffò col Siri. Del Pallavicino e del Leti parlammo già (pag. 339).
Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio, era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse i giornali politici, che dalla moneta che costavano si dissero gazzette. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel 1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi lo Spione turco, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le quistioni teologiche e metafisiche d’allora.
Nel 1665 era comparso a Parigi il Journal des savants, cui tennero dietro il Mercure galant, poi i giornali di Trévoux e Verdun, che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro imitazione Francesco Nazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma il Giornale dei letterati, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da sè, quantunque di materie variatissime.
Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustra Ambrosianæ basilicæ monumenta; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli; Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].
Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica, e principalmente dal Baronio (tom. X, pag. 550). Gli Annali di esso furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora non usasse. Anche le Vite dei papi e cardinali del Ciacconio furono proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gli Annali del Vecchio Testamento del novarese Agostino Tornielli. La Storia generale de’ Concilj di monsignor Marco Battaglini è prolissa di stile e inesatta di critica; come quella delle Eresie del Bernini, figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie, accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo, ed eccitò i Francesi ad imitarlo nella Gallia Christiana, di cui il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse la Sicilia sacra; Cesare Caraccolo la Napoli sacra. Appena merita essere nominato il Mare oceano di tutte le religioni del mondo di Silvestro Maurolico (Messina 1613).
Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per la Storia del Pelagianismo, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa, ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia; Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture. Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’Imperium orientale, i Numismata imperatorum romanorum.
Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (Sacrorum oleochrismatum myrothecium sacroprofanum, 1625); alle epistole ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari; ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli bassanese. Gian Macario fece una Hagioglypta sulle pitture e sculture cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese (-1674), priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne opera Rerum liturgicarum, la Divina psalmodia, spiegazione dell’uffizio con curiose ricerche sul significato, e i Principi della vita cristiana, libro paragonato all’Imitazione di Cristo. Giuseppe Maria Tommasi, figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità liturgiche (Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores, 1680), responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò la Conciliazione di quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno. Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran merito; fra cui primeggiano quella dei Sacri edifizj di Costantino, e i Vetera monumenta, dando l’origine delle prime chiese, il modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti il Bona e il Mabillon; esaminò pure il Libro pontificale e le Vite dei papi d’Anastasio Bibliotecario.
Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin dal 1569 stampato De scribenda historia con buoni precetti; poi il ferrarese Ducci nel 1604 un’Ars historica, di cui è poco meno che traduzione l’Arte storica di Agostino Mascardi da Sarzana (1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale ingrediente, non s’impicciolisca la tragedia con minuzie di racconti nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. La dicitura istoriale vorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni, l’armonia non la misura della poesia.
Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nella Congiura di Fiesco, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli storici stessi, e più agli uomini.
Antodio Possevino (1534-1611) nella Bibliotheca selecta esibisce una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza, e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori di esse. La compie l’Apparatus sacer, catalogo ragionato di ben seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor segregata nazione (tom. X, pag. 471).
Il Mappamondo istorico del gesuita Antonio Foresti (Parma 1690) vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria; nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo, Silvio Grandi della Cina.
Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani da Borgo San Sepolcro col cardinale Commendone per venticinque anni girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose (De scriptis invita Minerva) i viaggi di Luigi suo fratello per tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi ottenne l’indigenato; e scrisse Rerum Polonicarum libri tres, opera capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo, ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino, esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia, titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (De bello sicambrico) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega Smalcaldica.
Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite, andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno, cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose, e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella parte più vana della storia, la descrizione dei fatti d’armi. E solo per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615), che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid, ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità, digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609 lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].
Gaspare Scioppio, autore di una Grammatica philosophica, in rotta coi Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’ letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’Infamia Famiani, notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del latino diè prove esso Strada nelle Prolusiones, precetti ed esempj di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei maggiori poeti latini; e da Giano Parrasi è rifatto Lucano, dal Bembo Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare ciascuno.
Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte; esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere, non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma, lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è per istrada assassinato.
Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori, di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze; semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.
Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti fiorentino e Giambattista e Girolamo Vecchietti da Cosenza viaggiarono e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore. Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani, principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri napoletano compì per terra il giro del mondo nel 1698, e la sua relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’ non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e massime le Filippine e il Messico.
Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età, «inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò la Geografia in dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera. Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora inutile allungarsi nel provare che il Messico non è il Catajo. Il padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.
Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nella Geographa et hydrographa reformata propostosi, di far meglio de’ vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni, nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia che Delisle[271] abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue, cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il 5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il Vecchietti De anno primitivo, nè Leone Allacci De mensura temporum raggiunsero il merito cronologico di Petau o di Scaligero.
La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica e il dizionario ebraici, fece le Concordanze bibliche, stampate postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524, correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci ebraiche e d’altre lingue orientali.
Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 la Geografia d’Edrisi, nel 93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.
Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte discorre dell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba, erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la via allo studio scientifico del cinese.
Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Maria in Cœlo eo, dove al Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare quaranta persone.
Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie, pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gli Etruscarum antiquitatum fragmenta, pubblicati il 1632 da Curzio Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca Ambrosiana.
La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nella Sicilia descritta con medaglie (1612), opera da altri accresciuta, e più dal Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.
Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese, quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino (1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj classici; conobbe i dotti del tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin, Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori, piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare la Tavola iliaca del Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.
Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda, e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.
Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri compilò le Inscriptiones athleticæ; Padova fu illustrata da Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il velo de’ geroglifici egizj e spiegare la Tavola isiaca[276]. Degli illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo le recenti scoperte.
Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e, tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso, che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.
Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le vedute della storia, il mondo conosceva meglio se stesso, e diveniva sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia, da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.
In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744), autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero, ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui faceva versi per occasioni, panegirici ai suoi vicerè, diatribe contro gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni, non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.
S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodoto un passo d’oro, che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira Dante, Leibniz, Newton e il tre volte massimo Bacone: ma le idee loro non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso a congiungere il certo della filologia col vero della filosofia. Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma nissuna grande scoperta[277].
L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale, eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture, induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata percezione non basta a provar l’esistenza, e il penso dunque esisto riducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione; e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini; e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge a ricomporre, supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare. Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.
Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nel Giornale de’ letterati, che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’ politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.
Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce ad attuare il tipo eterno della giustizia.
Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità, egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli investigare come dallo stato ex lege nascessero le aristocrazie feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi, e l’agricoltura, e il pudore del cielo, dei vivi, dei defunti; i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili a render legali gli atti. Intanto si ha la città eroica, composta di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio del privilegio e della forza. Così gli interessi dominanti nel Machiavelli e la ragione esaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.
Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche, filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo, imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di tali degnità viene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi, come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone, Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la personificazione collettiva delle persone eminenti, giacchè il senso comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni successive lo strascinarono, lo violentarono a crederlo un mito; non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della democrazia.
Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri, senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.
Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica; repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.
Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia, anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni, le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggi immortali di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza, cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni, ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo, sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità, delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante, l’imperatore che livella il diritto.
Questa è dunque una scienza nuova dell’intera umanità. La Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al mondo delle nazioni.
Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale, cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità. Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella eroica, e colle frasi espresse per via di fatti, rilesse in tutti i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi; delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di ricondurre alla sua preordinata storia romana.
A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione, s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla, la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti, lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj, supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.
Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi, violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente, che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri, di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.
Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini; tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma pei mondi infiniti possibili. Glien’è riprova la barbarie rinnovata del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia nella barbarie.
Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i classici e lo stile storico mezzo fra prosa e verso, e fosse dai contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio, nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e più innanzi.
Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia; forse il Nuovo Organo di Bacone gli suggerì l’idea d’una scienza nuova; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di que’ pochi ch’egli intitola passi d’oro, cioè verità quasi sfuggite agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli, pensatore sì robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale; Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.
Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della ragione.
L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo, e la non più disputabile emancipazione dello schiavo: l’ammirazione delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase che il ferreo mondo fosse in pieno decadimento: osservando declinare l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità, credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità, e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.
Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quella melanconìa che dà grandezza, fattosi interamente antico, ficcò la filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò. Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nel Discorso sulla storia universale avea dato una filosofia della storia, ponendole per centro il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi della vita, sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero; alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei; sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità, dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario dell’inevitabile decadenza.
Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione».