CAPITOLO CLIX. Scienze naturali e matematiche.
Meglio delle scienze morali furono coltivate le positive, il cui lustro redime dal decadimento delle lettere e del carattere nazionale.
L’intelletto umano non può raggiungere l’assoluto, le origini delle cose, eppure alla ricerca di quelle s’affatica l’attività sua, e, attesa la relativa sua impotenza, dà all’immaginazione grandissima efficacia nelle scienze che non si riducano a puro metodo come le matematiche. Nelle età precedenti aveano delirato le naturali; e invece di raffrontare i pronunziati de’ maestri col manoscritto originale di Dio, cioè il mondo e la natura; spingersi all’osservazione de’ fenomeni molecolari onde scoprire le cause immediate; coordinar le ricerche ad induzioni generali, e valutare l’azione de’ corpi nella loro massima divisione, soffogavano i fatti sotto le argomentazioni, fondavano l’autorità sopra analogie fantastiche: faceano sperienze, ma suggerite da opinioni derivate da un preordinamento di idee allora dominante. Leonardo Dandolo e Zaccaria Contarini, sulle traccie d’Averroe[281], numeravano quanti peli avesse il leone sul capo, quante penne l’avoltojo alla coda, e come sieno sorde le api e cieche le talpe. — A che serve ciò? è ciò vero?» Son domande che non si facevano, bastando si leggessero nelle compilazioni di Ateneo, Oppiano, Eliano, Plinio; dietro ai quali s’investigavano stranezze e mostruosità, anzichè le leggi comuni, quasi la natura fosse una successione di prodigi. I particolari non fanno scienza, diceano le scuole; e avrebbe creduto impicciolirsi il sapiente che studiasse la caduta d’un sasso, lo sbocciar d’un pisello, le metamorfosi d’una farfalla. Che de’ fenomeni straordinarj scopransi le cause dall’esame dei consueti; che leggi uniformi reggano il pianeta nostro e gli altri, la rotazione del sole e il pulsar dell’arteria, il saltellare d’un minuzzolo di carta incontro all’ambra e lo schianto del fulmine, chi l’avesse asserito sarebbe parso delirante.
In conseguenza prevaleano le scienze occulte, e le prime edizioni de’ libri di tal materia sono quasi introvabili, tanto si logoravano. Può essercene tipo la Magia naturale di Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615), che nel I libro discorre a priori delle cause; nel II, delle operazioni, cioè del fare singolarità e prodigi, come scoprire colla calamita se una donna è casta, far una candela che mostra gli uomini colla testa di cavallo; nel III, tratta dell’alchimia, non senza buone osservazioni, massime sul raffinare metalli; nel IV, dell’ottica, ove descrive la camera oscura. Oltre racimolare negli antichi quanto aveano di meraviglioso, sperimentò egli stesso; poi dopo nuove letture e sperienze e viaggi, rifuse l’opera sua in venti libri, con maggior cura del vero: pure molte cose è ben certo ch’e’ non le avea verificate; d’altre gli si dà merito d’inventore mentre soltanto le compilò od avventurò: nè qualche buona osservazione basta a collocarlo tra i rinnovatori, benchè allora fosse ammirato e tradotto.
Eppure la magìa e la medicina taumaturgica, cercando il più recondito e strano delle bestie e delle piante, dall’errore stesso trovavansi obbligate all’analisi e all’osservazione: i musei dove si ostentavano rarità, e pei quali i ciurmadori fabbricavano animali fantastici, giovavano col mettere sott’occhio gli esemplari: tanti viaggi poi in terre inesplorate persuadevano che non tutto era stato detto. Di tal modo alla scienza fatta a priori o sui libri succedeva quella costituita sopra l’esperienza e l’osservazione; raccoglievansi fatti, anzichè compaginare ragionamenti; cominciavasi a dubitare delle asserzioni, a confessar le ignoranze, a non credere che sappia tutto chi di tutto favella, a sostituire il fenomeno evidente alla congettura arrischiata.
Alcuni nostri concentrarono l’attenzione su qualche punto speciale, vero metodo di avanzare. Fabio Colonna, erudito eppur osservatore, trattò delle conchiglie e della porpora; Pietro Olina da Orta degli uccelli, con particolarità interessantissime[282]; de’ pesci il Salviani da Civita di Castello. Fabrizio d’Aquapendente, con metodo scolastico, ma con qualche buona osservazione discorse se le bestie abbiano un linguaggio e quale, quanto differente da quel dell’uomo e delle altre specie, a che adoperato, come possa comprendersi, qual n’è l’organo[283]: se possano comunicare fra sè dei fatti specifici, e fin a qual punto associno idee al linguaggio dell’uomo sono problemi ch’e’ non toccò, e che i nostri filosofi non sciolsero finora.
I cataloghi di vegetali faceansi per alfabeto, a servizio de’ farmacisti, finchè il Maranta nel 1559 pubblicava un metodo di studiar le piante medicinali. Si ammirano nella biblioteca Marciana alquanti codici botanici, fra’ quali il Liber de simplicibus di Benedetto Rinio veneziano del 1415, con quattrocentrentadue piante mirabilmente ritratte da Andrea Amadìo, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi, tedeschi; e una Storia generale delle piante di Pierantonio Michiel, in cinque volumi, con un migliajo di specie disegnate e colorite, i nomi in diverse lingue, e buone descrizioni, e una distribuzione sistematica in tre serie, dedotte dalla struttura delle radici, delle foglie, dei semi. Nel poema De viribus plantarum di Emilio Macro del 1480 furono inserite le prime tavole botaniche, poi nel 93 nell’opera di Pier Crescenzi.
Giorgio Valla, Marcello Virgilio, Ermolao Barbaro patrizio veneto, Fausto da Longiano, Nicolò Leoniceno, Giovanni Manardo si limitarono a tradurre o a commentare gli antichi botanici. Andrea Mattioli da Siena, che accarezzato e applaudito viaggiò assai come medico di principi, arricchì Dioscoride di moltissime osservazioni sue proprie, e notizie e disegni di nostrali e di Tedeschi; onde l’opera sua lodatissima fu cerca fin nei regni d’Oriente. Antonio Musa Brasavola (-1577), transizione fra i commentatori e gli osservatori, consigliò al duca di Ferrara un orto elegante, che fu detto il Belvedere, ma che a torto si reputa il primo, giacchè Venezia ne possedeva uno fin dal 1330, a Padova ne istituì un altro nel 1545[284], poi nel 1564 la prima cattedra pei semplici, anzi numerò nelle sue provincie tanti orti quanti in tutto il resto d’Italia. Luigi Anguillara, famoso per la composizione della triaca e direttore dell’orto di Padova, viaggiò e tenne relazioni coi dotti, ai quali dava risposte e descrizioni, che ne formarono la gloria per quanto male ne dicesse il Mattioli, indispettito di vedersi appuntato di qualche sbaglio. Un orto ebbe pure Firenze: quel di Pisa, donato da Luca Ghini bolognese, fu dal granduca Ferdinando arricchito con piante d’Asia e d’America, principalmente per opera di Michelangelo Tilli, buon osservatore e d’estesa corrispondenza, chiesto medico dal bey e dal granturco, e per sua cura vi fiorirono primamente l’aloe ed il caffè (pag. 303). Giambattista Trionfetti bolognese fondò l’orto di Roma, glorioso di possedere da seimila specie[285]. I botanici vi trovavano di belle rarità, massime ne’ giardini veneti; il Brasavola la malva arborea e la cassia in quello dei Cornaro a Murano; il pistacchio di Sorìa in quel del Morosini; il Bacchino nel suddetto dei Cornaro l’uva spina e l’iride fetida; il giacinto orientale, l’eritonio, il galanto in quel di Lorenzo Priuli, ove prima fiorì la scamonea d’Aleppo, ed ove s’aveano la carruba e il leucojo; in quel del Bembo il pisello americano, il cicorio spinoso, ecc.: l’Anguillara vedeva lo storace e l’amomo in quello de’ Michiel; la tuja, il pistacchio selvatico in quel dei Pasqualigo, e la lacrima di Giobbe; Prospero Alpino il laserpizio in quel dei Bembo; in quel de’ Contarini lo stramonio d’Egitto ch’egli denominò Contarenia; in quel del Rannusio il rabarbaro; in quel dei Moro la pianta del balsamo, ch’egli aveva recato dalla Mecca.
Que’ patrizj favorivano i cultori di questa scienza: i Calergi, signori del monte Ida a Creta, vi ospitavano gli studiosi di tali rarità; Marin Cavallo, nunzio a Costantinopoli, secondava i viaggi del Guilandino in Oriente; Girolamo Cappello, provveditore in Candia, mandava piante ed erbe ed ajutava le ricerche di Prospero Alpino e i viaggi di Giuseppe Benincasa; Giorgio Emo condusse al Cairo esso Alpino, la cui opera postuma delle piante esotiche fu fatta stampare da Nicolò Contarini; l’Alvise Corner e Giovanni Donà, consoli al Cairo, esploravano col Veslingio l’Egitto.
Ulisse Aldrovandi bolognese (1522-1605), di dodici anni fugge di casa per veder Roma, s’accompagna a un pellegrino per San Jacobo di Galizia; sospettato d’irreligione, torna a Roma per giustificarsi; e invaghito agli studj naturali dal Rondelezio e dal Ghini, divien professore in patria, e logora il ricco patrimonio in viaggi e nel mantenere per trent’anni con ducento ducati un pittore d’animali, e molti disegnatori ed incisori, nell’accattar rarità, libri, capi d’arte, e dotare d’un orto botanico la patria. Il senato bolognese non gli mancò d’ajuto; avutone in lascito il doviziosissimo museo e la biblioteca, spese lautamente in terminare la compilazione e la stampa in tredici volumi in-foglio della sua Storia naturale. Dove l’ornitologia e l’entomologia, compite dall’autore, sono a gran pezza migliori, con belle tavole in legno, e succinte ma esatte descrizioni; se non che egli, secondando l’andazzo, affoga in citazioni poetiche, mitologiche, araldiche; ad osservazioni proprie intarsia le reminiscenze, a verità naturali le invenzioni degli uomini, e tutte le specie mai che la fantasia chimerizzò; onde quell’opera parve a Buffon potrebbe ridursi a un decimo, ma questo non dispregevole.
Giovanni Ciassi da Treviso ben divisò i principali fenomeni della vegetazione; il modo del fecondamento Paolo Boccone messinese; Giacomo Zenoni insegnò a diseccare e conservar meglio i vegetali, e descrisse, quelli del Bolognese; quelli di Sicilia frà Francesco Cupan; i maltesi Filippo Cavallini; Antonio Donati quelli del litorale Veneto; e così d’ogni paese italico.
Dal descrivere, denominare, delineare altri avanzavansi all’anatomia botanica, presentendo l’uniforme struttura intima sotto alla differente apparenza degli esseri organizzati. Andrea Cesalpino d’Arezzo (1519-1603) classificò le piante giusta gli organi della fruttificazione, e massime i cotiledoni, primo abbozzo d’un sistema carpologico; i semi rassomiglia alle uova; avverte il sesso delle piante appellando maschi gl’individui provvisti di stami, e femmine quei che portano i frutti; il midollo delle piante considerava come il loro cuore, sede della forza vitale e sorgente del frutto, mentre le altre parti del fiore provenivano dal legno o dalla scorza; dimodochè, a sua detta, il fiore non era che un’espansione delle parti interne; concetto adottato poi da Linneo, e svolto nella Prolepsis plantarum.
Assodata nel primo libro De plantis la conformazione de’ vegetali, base dell’anatomia e della fisiologia, negli altri quindici li classifica come alberi o come erbe secondo la durata, secondo la postura della barbicella ne’ semi, secondo il numero di questi e le radici, o l’assenza de’ fiori e dei frutti; le classi suddivide in quarantasette sezioni, sovente dietro al carattere di gruppi importanti, riconosciuti oggi come famiglie naturali; ciascun capitolo intitola da una pianta in esso descritta, non però abbastanza vasti per costituir generi, quali sono ora stabiliti. Vero genio scopritore e ordinatore, tardissima fama ottenne, colpa dell’irto stile e dell’inviluppo scolastico; oltre che la venerazione per Aristotele lo arrestava nelle conseguenze, e traevalo a contraddirsi per conciliare le scoperte nuove colle asserzioni antiche[286].
Profittando delle non curate idee di Cesalpino, Fabio Colonna (Ecphrasis, 1606) distinse nella botanica i generi, e pel primo sostituì intagli in rame a quelli in legno. Del seme dei funghi, già accennato in Giambattista Della Porta[287], diè poi contezza il Micheli, che nel 1737 fondava un orto botanico a Firenze. Giuseppe Aromatari d’Assisi, in una lettera di quattro pagine (Venezia 1625) sopra la generazione delle piante, assodò l’analogia fra i semi e le uova, e la destinazione de’ cotiledoni: poi la dottrina dei sessi fu posata chiaramente da Grew e meglio dal Camerario.
Marcello Malpighi da Crevalcore (1628-94) elevò la botanica a scienza, applicata ai progressi dell’anatomia e della fisiologia animale; la struttura e l’incremento dei semi seguitò con miglior ordine e più concisione di Grew nella Anatomes plantarum idea, stampata il 1671 a spese dell’Accademia di Londra. L’esser nuovo lo costrinse ad analizzare ciascuna parte nelle classi e specie diverse, la corteccia, poi il tronco, i rami, la gemma e foglie, frutti, fiori, radici, il germogliare, le mostruosità, gli aborti.
Nardo Antonio Recchi da Montecorvo, archiatro di Napoli, avute da Filippo II le note manoscritte di Hernandes intorno alla botanica del Messico, ne fece un’opera che i Lincei tolsero ad illustrare, e fu stampata nel 1615 a Messico. Il punto culminante della botanica d’allora è segnato dalle Tavole fitosofiche del principe Federico Cesi, col sesso delle piante, il doppio sistema de’ loro vasi, i fenomeni delle meteoriche e delle eliotropie, e coi nomi tecnici che poi restarono; sicchè valsero di fondamento ai sistemi di Linneo, di Trembley e de’ seguaci.
Ottavio Brembati conte bergamasco, oltre studiar la struttura de’ fiori e quanto vi possa l’atmosfera, e nell’Anterologia e nell’Architettura de’ fiori insegnare bizzarri comparti pe’ giardini, pubblicò un Modo di cavar le miniere (1663): Camillo Leonardo pesarese (Speculum lapidum, 1502), e Vanuccio Biringuccio senese (Pirotecnia, 1546) sanno poco degli antichi, benchè quello secondi, questo combatta gli alchimisti: e se in Italia eransi fatte le prime indagini mineralogiche, presto la Germania ci tolse il passo, mercè le maggiori sue ricchezze.
Sisto V, volendo ogni maniera d’illustrazione al suo pontificato, decretò che in Vaticano, come una biblioteca e una stamperia, così si ponesse una metalloteca, e ne incaricò Michele Mercati da Samminiato (1541-93). Il quale la distinse in orycta e metalleuta, cioè metalli proprj e metalliferi. La prima comprendeva tredici divisioni; terre, sale e nitro, allumina, sughi acri, sughi grassi, sostanze marine, pietre somiglianti alla terra, pietre prodotte nell’interno degli animali, pietre idiomorfe, petrificazioni, marmi, silice e fluore, gemme. I sei armadj dell’altra comprendono, il 1º oro e argento, il 2º rame, il 3º piombo e stagno, il 4º ferro e acciajo, il 5º sostanze vicine a metalli, che nascono da sè, il 6º sostanze vicine a metalli, che si trovano nelle fornaci. Suntuosissima la sala disposta a ciò; e magnifica al pari e molto più utile sarebbe stata la descrizione dal papa ordinata, ove il Mercati seguì la partizione degli armadj esponendo le opinioni correnti e le virtù de’ singoli corpi, con tavole di squisita finezza. Morto Sisto, Clemente VIII, particolare amico del Mercati, fece proseguire l’opera, ma morto poco poi l’autore, questa andò in oblio. Nel 1710 nella biblioteca Dati a Firenze si trovò il manoscritto del Mercati; e Clemente XI compratolo, incaricò il medico Lancisi di compierlo e pubblicarlo. Il Lancisi durò fatica a trovare nell’immensità del Vaticano la metalloteca del Mercati, ma n’era stata dispersa la raccolta; e quando l’opera comparve nel 1717, riusciva inutile dopo tanti progressi.
Anche nell’osservare la mirabile struttura della scorza del globo terracqueo, furono primi gl’Italiani. I più, preoccupati delle cause finali, tenevano il mondo fosse stato creato tal qual è, perchè esso è il più adattato agli abitanti: ma agli osservatori non ne sfuggivano le irregolarità, testimonj di sovvertimenti. I fossili avanzi di animali marini deduceansi dal diluvio mosaico: alcuni li tenevano meri scherzi della natura, e perfino il Mercati gli aduna in un armadio distinto come «innocente trastullo della natura, la quale volle darci le prime lezioni di scultura e pittura»; e a chi li supponeva reliquie d’animali, domandava trionfalmente in che modo avrebbero potuto essere accumulati negli abissi e su altissime vette? Ma il Cesalpino confutò questo suo scolaro, e iniziò i sistemi fondati sovra la composizione; imperocchè distinse i fossili in terre, sali e sostanze solubili nell’acqua, suddividendo poi secondo caratteri meno importanti: per esempio, le terre in magre, grasse, colorite, mediche; le pietre in roccie, marmi, pietre preziose, e prodotte da corpi organizzati o da piante. Le conchiglie fossili suppone abbandonate dal mare, ritirandosi; le acque termali, dal calore che in sen della terra sviluppano le combinazioni chimiche e le combustioni; crede tutti i minerali suscettibili di cristallizzarsi in forme geometriche; l’ossido di piombo trae da una sostanza aerea, per la quale il metallo aumenta di peso, divinando le lontane scoperte di Haüy e Lavoisier, come antivenne Harvey nell’indicare la circolazione del sangue[288].
E già il veronese Girolamo Fracastoro (1553), ponendo mente alla giacitura delle conchiglie fossili e delle impronte organiche del monte Bolca, aveva indotto non potessero essere d’un’età medesima. Pensavano con lui Leonardo da Vinci e il Cardano, in opposizione al Mattioli ed al Falloppio: Majolo supponevale lanciate da vulcani, come poi sosteneva Lazzaro Moro: Fabio Colonna già distingueva le fluviatili dalle marine. Agostino Scilla messinese (1639-1700), pittore della scuola di Andrea Sacco e studioso delle medaglie, osservando nella Calabria que’ grandiosi letti di testacei in parte già pietrificati, trovolli identici colle conchiglie viventi ne’ mari vicini alla Sicilia. Le sue indagini espose nella Vana speculazione disingannata dal senso, con ventotto tavole che rappresentano i principali fossili della Sicilia e di Malta, coralli, madreperle, ostriche, serpule, vertebre, denti, ravvicinandoli alle specie vive. Non esperto naturalista, «So poco (dic’egli), conosco di valer poco, ma di non voler vivere a caso; mi son messo in capo che il dubitar delle cose è il miglior mezzo di conoscerle con più probabilità». Il Vallisnieri, lo Stelluto, il gesuita Cesi e molti si occuparono dei «corpi marini che sui monti si trovano»; non posando però teoriche soddisfacenti.
Qui venne a studiare geologia il tedesco Kircher, che si fece anche calare nel cratere del Vesuvio[289]; uno di quei talenti universali, che han bisogno di cogliere idee complesse, quali furono l’unità delle nazioni, la scrittura universale, la stenografia; ma i suoi libri sparse di ciancie e fantasie. Estesa largamente la sua fama, i principi anche protestanti gli mandavano denari per esperienze, e rarità pel museo del Collegio Romano. La svedese Stenon, fattosi cattolico, più scientifico spirito volse alla struttura de’ terreni toscani, e primo avvertendo la stratificazione[290], stabilì siano depositi orizzontali del fluido, che l’accensione di vapori sotterranei, o scoscendimento dei letti superiori, sollevò in montagne ed in variate inclinazioni: riscontra che il terreno toscano, due volte fu piano e secco, due aspro e montuoso, e due coperto dalle acque. Così fondava la geologia e la cristallografia.
Bernardino Ramazzini da Carpi (1633-1714) nelle Effemeridi barometriche sosteneva l’influsso de’ cambiamenti atmosferici sopra la sanità; parlando delle fontane modenesi, dà come antichissimi i pozzi artesiani, ove forando la terra con un’ingente trivella «ad un tratto l’acqua erompe con impeto portando sassi ed arena, e quasi in un istante si riempie di acqua il pozzo intero, e in siffatto modo si conserva costantemente»; avverte la temperatura elevata di queste scaturigini, e suppone derivino dal mare per istrati di terre, spiegandone il sollevamento colle leggi ordinarie dell’idraulica[291].
Filippo Bonanni fece una raccolta di testacei, scrisse sulle chiocciole e le loro uova, e sostiene la generazione equivoca, come faceasi generalmente dietro agli antichi. La confutò Francesco Redi aretino (1626-94), che applicò agl’insetti una savia incredulità; e così poi fecero e Swammerdam ed i più fino ai giorni nostri, quando la teoria impugnata tenta risorgere con corredo di scienza e di osservazioni, ristretta però agl’infusorj.
Esso Redi scoprì la sede del veleno della vipera: e più che le verità, è notevole il suo metodo d’indagarle, e il dimostrarle con accuratezza, buona fede e temperata polemica; negli sperimenti non traviato dai pregiudizj fra cui era cresciuto, eppur rispettando chi opinava diverso. Accerta che i vermi sviluppatisi nella carne esposta all’aria son deposti da insetti; ma s’accontenta di dire parergli verisimile che le carni putride non offrissero un luogo opportuno alla schiusa delle uova, e un pascolo ai nuovi esseri. Nè crede superfluo il confutare l’opinione che dalle viscere d’un toro nascano le api: non l’avevano asserito i Greci? non l’avea cantato mirabilmente Virgilio? era dunque una verità per quei molti, per cui la scienza riduceasi a una serie d’atti di fede. Alle sue induzioni ne opponevano altre i dotti, alcuni pretendendo anche appoggiarsi all’esperienza. Il Kircher asseriva d’aver fatto egli stesso questa sperienza: prendasi polvere di serpenti, si semini in terreno grasso e umido, si annaffii alquanto con acqua pluviale, si esponga al sole di primavera; e fra otto giorni si vedranno formicolarvi verminetti, che nudriti con acqua e latte diverranno serpentini perfetti, capaci di perpetuare la specie. Il Redi non mette in canzone l’avversario; solo asserisce che più volte ritentò l’esperienza, e non gli è mai riuscita.
Venuto in un tempo che ad ogni viscere s’attribuiva un rimedio proprio, ad ogni sintomo uno specifico, e la moltiplicità di questi portava complicatissime ricette, non assicurandosi quali rimedj fossero buoni, egli quasi non ne adoprò veruno, e — Godo (scriveva al Lenzoni) ch’ella sia nel numero de’ professori, che non inquietano i poveri malati con tanti e varj rimedj, sapendo che la natura gode del poco e buono, e si solleva coi semplici rimedj e con la dieta ben regolata; dove, per lo contrario, s’aggrava di molto con quei tanti sciroppi, pillole, elettuarj ed altri galenici composti, inventati, cred’io, non per altro che per ingrassare l’ingordigia degli speziali».
L’onorarono gli scolari suoi Bonomo, Castoni, Sangallo, Del Papa e Lorenzini, il quale diè la prima esatta descrizione della torpedine, notando l’organo eccitatore. Intanto col microscopio, consistente però solo in una lente, il Malpighi, Leuwenhoek ed altri avanzavano la conoscenza degli animali infusorj, che pareano sottrarre ai sensi il mistero del loro organismo.
Gianandrea Della Croce veneziano (-1575) nella Chirurgia universale espose le scoperte fatte sin allora nell’anatomia. Ad Alessandro Benedetti da Legnago, che come medico in capo degli eserciti veneti, descrisse le battaglie contro Carlo VIII, è dovuta la prima istituzione d’un teatro anatomico, e il primo cenno della notomia patologica e della litotripsia[292]. Benivieni da Firenze eseguì ben prima del Paré la legatura dei vasi, ed operazioni di gran difficoltà, prudenti e felici; notomizzò patologicamente uno scirro allo stomaco, l’ulcerazione dell’omento, i polipi sanguigni, i calcoli biliari[293]. Eppure l’anatomia era sì poco avanzata, che fin contusioni e lussazioni curavansi con droghe e sciloppi: il Guicciardini (lib. VII) narra sul serio che a Giulio d’Este «erano stati tratti gli occhi, ma riposti senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura dei medici». All’opera del Mondino bolognese, per tre secoli unico testo, aggiungeansi man mano le scoperte in forma di commento. Jacopo di Berengario da Carpi professore a Bologna, raccomanda agli scolari di non acchetarsi al detto altrui ma osservare da sè; egli stesso potè dissecare centinaja di cadaveri, audacia allora senz’esempio fuor d’Italia; e fece molte scoperte, e nominatamente della membrana anteposta alla retina[294].
Andrea Vesalio di Brusselle (1514-64), notomizzando qualunque animale gli capitasse, poi uomini nelle scuole e nei cimiteri, indicò gli sbagli degli antichi, e che le osservazioni di Galeno erano fatte sopra scimie; professò a Pavia, a Bologna, a Pisa; pubblicò tavole anatomiche a Venezia, che levarono rumore quasi d’un nuovo mondo: ma le sue operazioni parvero assassinj, e bandito di patria passò a Venezia, e come medico militare imbarcatosi con Giovanni Malatesta da Rimini per Cipro e Gerusalemme, nel ritorno naufragò sulle coste di Zante, e morì di fame.
Gabriele Falloppio modenese (1623-62), pur rispettandolo, il convinse di errori, massime intorno ai muscoli addominali; con sagacia delicatissima distinse lo squisito sistema acustico e la testura delle fosse nasali, della mascella, dello sterno, del sacro; e lasciò il suo nome alle trombe collaterali all’utero. Credette con Galeno che i nervi derivassero dal cuore, e le arterie conducessero gli spiriti vitali da questo a tutto il corpo; ma lo corresse in quanto al cieco ed alla fibra muscolare, da cui escluse i nervi, e mostrò che cessa d’operare se taglinsi le fibre per traverso, no se s’incidano per lungo. Esattamente descrisse l’epiploon ed il piloro, e fece conoscere il mediastino, la pleura e la glandula lacrimale. Di sei o sette cadaveri all’anno potea disporre, e il duca di Toscana tratto tratto gli offriva un condannato a morte, quem interficimus modo nostro et anatomizamus. Il medico ridotto a carnefice![295].
Della scoperta della staffa dell’orecchio, Falloppio cede il merito a Gianfilippo Ingrassia siciliano, che restaurò questa scienza nell’Università di Napoli, si segnalò nella peste del 1575, e primo stabilì Consigli di pubblica sanità. Asselio di Cremona indicò i vasi lattei. Bartolomeo Eustachio da Sanseverino (1510-74), professore nella Sapienza di Roma, studiò sui reni, la vena azygos e la struttura dell’orecchio e dei denti; seguì l’andamento d’alcuni nervi in prima arcano, e vide l’origine del gran simpatico. Quarantasei grandi tavole, per mancanza di mezzi, lasciò inedite: quando Clemente XI le fece pubblicare dal Lancisi nel 1714, si vide prevenuta la gloria di Bartolini, di Bellini, di Pequeto, di Lavater e d’altri.
Dallo studio anatomico delle parti si passò al fisiologico dell’uso e delle relazioni di esse, dove ottennero lode Redi, Liceti, Baglivi, Pacchioni, De Marchettis. Giambattista Carcano Leone, professore a Padova dal 1573 al 1600, meritò un elogio dallo Scarpa. Col microscopio e colle injezioni si conobbe l’anastomosi delle estremità vascolari, il passaggio del sangue dalle arterie nelle vene, l’azione dell’aria su di esso, l’assorbimento chilifero, la digestione, la generazione ed altri fenomeni, spiegati diversamente dagli jatrochimici e dagli jatromeccanici.
Giulio Cesare Aranzi bolognese sottilizzò sul feto e sugl’involucri suoi, avvisando a quell’organogenia, che nacque ai giorni nostri: e profittando delle scoperte di Realdo Colombo intorno alla circolazione, fece passare il sangue non più pei pori del setto, ma per la vena arteriosa ne’ polmoni: sebbene poi anch’esso, come Colombo, si arrestasse all’opinione generale che il fegato fosse organo della sanguificazione.
Girolamo Fabrizio d’Acquapendente (1537-1619) continuò Vesalio nel generalizzare le osservazioni anatomiche col paragonarle ad altri animali, e dalle somiglianze e diversità fra le specie derivare conseguenze. I suoi trattati, che sono frammenti d’un Totius animalis fabricæ theatrum, divide ciascuno in tre parti: descrizione dell’organo, sua azione, suo uso. Particolare cura pose alle vene, ed osservò le valvole essere dirette verso il cuore, sicchè a lui pare dovuta questa scoperta, piuttosto che al Sarpi, il quale dicono notasse la contrazione e dilatazione dell’uvea. Ricusando mercede dai grandi che assisteva ebbe ricchissimi regali, che dispose in un gabinetto col motto Lucri neglecti lucrum. Le ricchezze da lui guadagnate faceano gola ai parenti; e allorchè di ottantadue anni esso ammalò poi guarì, non dissimularono il dispiacere; onde il gran vecchio ne restò amareggiato, ricadde, e protestò essere stato avvelenato.
Sotto di lui studiò in Padova fino al 1602 l’inglese Harvey, al quale si dà merito d’avere scoperto la grande circolazione, benchè essa indubbiamente fosse già conosciuta in Italia, ed egli abbia imparato le vere funzioni del sistema vascolare da Eustachio e Rudio[296], cui senza citare copiò. Se non che, giovandosi dei progressi dell’anatomia sperimentale, rimosse le frasi viziose de’ predecessori, assegnò più chiaramente il meccanismo generale della circolazione, ed espose con quella precisione d’idee e di parole che era mancata ai nostri.
Il sistema d’Harvey fu favorito anche dalla trasfusione del sangue, già accennata da Marsilio Ficino e dal Cardano, e, prima che a Londra, praticata dal Fracassati, dal Montanari, dal Manfredi, e con più rumore da Francesco Poppi che riuscì a farsene credere inventore. Poi nel 1661 Malpighi accertò col microscopio la circolazione ne’ piccoli vasi e le anastomosi delle arterie e delle vene, meglio analizzò il sangue, scoprì la struttura del polmone e del fegato, vide la lingua e tutta la cute sparsa di papille, animate da fili nervei; rivelò la sostanza del cervello e le minute sue circonvoluzioni, la struttura glandulare dei visceri, e quella del nervo ottico in molti pesci, col che sovvertiva la teorica di Cartesio sopra il passare de’ raggi luminosi per esso nervo al cervello; svolse le spire del cuore, che il Borelli (sei anni prima dello Stenon) aveva dimostrato essere di struttura muscolare; e ben prima d’Albino indicò che il colore dei Negri non risiede nella epidermide, ma nella secrezione del tessuto mucoso fra essa e la pelle. Con mirabile longanimità seguitò l’incubazione dell’ovo, ma si tenne fermo sulle preesistenze e sullo sviluppo centrifugo, benchè cercasse un primitivo tessuto, di cui gli organismi non fossero che modificazioni; e tali giudicasse gli acini o follicoli glandulosi nella loro intima struttura. Gli avversarj, fra cui lo Sbaraglia, ribattè scrivendo la propria vita; le sue osservazioni possono dirsi scoperte; finchè da Innocenzo XII fu chiamato archiatro.
Il suo scolaro Antonmaria Valsalva da Imola (-1723) notomizzò il cervello, il cuore, l’apparecchio respiratorio, e meglio l’orecchio, già sessant’anni prima studiato dal piacentino Giulio Casserio; migliorò gli spedali e gli stromenti chirurgici, e meritò essere encomiato e difeso dal Morgagni.
S’incominciò pure ad ammirare le analogie fra la struttura del corpo e le funzioni della vita animale, facendo appoggio alla teoria delle cause finali. Il napoletano Marcaurelio Sanseverino diede in barbaro stile il primo trattato di anatomia comparata, stabilendo che gli organi de’ diversi corpi differiscono solo nelle proporzioni fra le specie. Di tutto ciò veniva migliorata la medicina: e poichè si richiedeva coraggio a combattere errori di secoli, non vogliamo essere troppo severi a chi teneva alcuna zavorra di metodi scolastici, di qualità elementari; se preferivansi i casi strani; se contro i sintomi dirigevasi la cura; se eccessiva importanza attribuivasi alle orine e ai casi critici, intorno ai quali il Fracastoro diede una teoria ingegnosissima ma tutta speculativa.
Gl’incrementi della matematica eccitarono la pretensione di spiegare i fenomeni della vita colle leggi della statica e dell’idraulica, donde la scuola degli jatromatematici. Santorio Santori di Capodistria durò trent’anni si può dire continuo sulla bilancia per valutare la traspirazione cutanea. Gian Alfonso Borelli messinese (1608-79) trattò dei moti animali, sieno gli esterni volontarj, sieno (studio più sottile e meno certo) gl’interni spontanei, creando la parte più bella e rigogliosa della fisica animale. A forme algebriche sottoponeva non solo la contrazione muscolare, ma tutti i fenomeni della vita, pretendendo assimilare l’equilibrio delle leve coi misteri della fisiologia. Giammaria Lancisi romano (-1720), archiatro e oracolo del suo tempo, trattò del moto del cuore, dell’aneurisma, delle morti improvvise, che al cominciare del Settecento parvero farsi più frequenti; ma meglio attese all’osservazione pratica, e pe’ suoi alunni nell’archiginnasio patrio stese un buon compendio d’anatomia. Lorenzo Bellini fiorentino (-1704), di non venti anni pubblicava l’esercitazione anatomica sulla struttura dei reni, poi della lingua; col non dissimulare l’alto concetto che nutriva di sè, amareggiossi la vita.
Che i morbi dipendano soltanto da solidi viziati negò Giorgio Baglivi raguseo (-1706), propagatore della medicina osservatrice, massime nelle costituzioni epidemiche: e col sospettare una forza vitale avviò a congiungere la fisica col vitalismo. Certo il sistema jatrofisico introdotto da lui e dal Pacchioni di Reggio, è quel che conteneva maggior numero di verità. Della febbre petecchiale, che desolò l’Italia nel 1505, priamente descritta con esattezza da Gerolamo Cardano, molti trattarono, e principalmente il Fracastoro e Massa e Andrea Trevisio. Altri esaminarono la tosse convulsiva, il catarro epidemico, e lo scorbuto propagatosi: la rafania fu distinta per morbo particolare. Troppe ricorsero occasioni di osservare la peste bubonica; e le cause assegnatene farebbero ridere, se l’età nostra risuscitandole non ci avesse insegnato a compatire. Giuseppe Daciano di Tolmezzo (-1576) buon osservatore, trattò della peste e delle petecchie, con molte savie osservazioni sue proprie, e fu de’ primi a distinguere la peste bubonica dalle febbri contagiose con cui veniva confusa. I migliori prendevano a considerare le malattie non come enti astratti, ma come modi dell’organismo, perciò studiando le relazioni fra la macchina umana e gli agenti esterni, la cui potenza si deduceva non da teoriche prestabilite, ma dagli effetti; e convinceansi che alle leggi della vita sono inapplicabili quelle della materia inerte, e che unico vero sistema è l’esperimento.
Giambattista Montano e Marsilio Cognati veronese (-1572) restaurarono cogli scritti e colla pratica la scuola d’Ippocrate. Giovanni Argentieri chierese contraddisse a Galeno e agli ammiratori degli antichi[297], sbandendo le ragioni sofistiche, e i tanti spiriti cui la scuola ricorreva per ispiegare le funzioni; sottrasse alla volontà dell’anima la forza medicatrice per attribuirla a leggi naturali; discorse ragionevolmente del sonno; negò che le vene nascano dal fegato, e contraddisse Corrado Ghirardelli[298] il quale aveva prevenuto Gall sostenendo la localizzazione delle facoltà intellettuali, e la corrispondenza degli organi loro colle protuberanze del cranio.
Anche Girolamo Capodivacca, professando a Padova, combattè Galeno, ma senza sapersene sempre strigare. Fortunato Fedele svertò molti errori correnti, stabilì canoni di filosofia medica, e raccomandò si pensasse a conservare o restituire la sanità, lasciando il resto alla filosofia astratta; parsimonia dei farmachi, non badare alle pretese facoltà naturali de’ rimedj, e tanto meno ai murmuri e agli amuleti. Perocchè i barbassori, disapprovando questi novatori irriverenti alla sapienza di Galeno e degli Arabi, negavano le verità nuove perchè repugnanti alle osservazioni vecchie[299], e perseveravano nelle prescrizioni antiche. A Gregorio XIV fu dato a bere per quindicimila scudi d’oro potabile. In una grotta vicin di Bracciano s’introduceva l’infermo di malattie cutanee dopo averlo purgato, e disteso e nudo sul terreno s’addormentava mediante soporiferi; le biscie tratte dall’alito del sudore, a centinaja attorcigliavansegli al corpo, leccandolo innocuamente; in capo di tre o quattro ore si traeva dalla caverna, e così seguitavasi sino alla tarda guarigione[300].
Più consueto era l’accoppiare alla medicina ricerche ed osservazioni astrologiche. Luca Guarico napoletano vescovo scrisse di questa scienza, e troppi altri rassodarono alla loro pratica; l’illustre Fracastoro assegna ad influssi di stelle le simpatie e antipatie; Lodovico Settala Milanese mette in relazione coi pianeti gli organi tutti, e fin le linee facciali e le rughe e i nêi, e vuol che il sole operi sulla forza vitale, la luna sulla vegetativa, mercurio sull’immaginativa, venere sull’appetitiva, marte sulla repulsiva, giove sulla naturale, saturno sulla retentiva[301]. Non ripeteremo la lunghissima serie dei secretisti ed alchimisti, fra cui Pietro De Platea di Trapani, cerco anche fuori d’Italia, dava i suoi secreti senza interesse. Girolamo Chiaramonti (-1640), autore della Fenice della medicina, inventò la polvere di Baida, specifico per cui guadagnò molto, dopochè il duca d’Ossuna la fece provare sopra dodici malati, scelti a caso nell’ospedale dell’Annunziata e che tutti guarirono. Principe de’ rimedj nuovi era la china-china, allora portata dal Perù, e qui diffusa dal cardinale di Lugo e da altri Gesuiti. La difesero i nostri pratici, più attenti a valersi dell’effetto che ad esplorarne la natura: e dopo Sebastiano Bado genovese, Francesco Torti di Modena adoperolla anche nelle febbri perniciose, poi fu estesa ad altre malattie, massime di languore.
Perchè i medici francesi repugnavano dal salasso, Leone Botalli d’Asti insegnò che, come in una sorgente più acqua cattiva s’estrae, più ne viene di buona, come nelle mammelle più latte si succhia, di migliore se ne separa, così avviene del sangue; onde i suoi salassavano per ogni male e per corruzioni d’umori. Altri aspettavano miracoli dalle acque minerali, di cui si migliorò l’uso, e da’ bagni, sui quali si stampò una famosa raccolta a Venezia il 1553. A Napoli, in Sicilia, a Malta vennero di moda le cure per mezzo dell’acqua diaccia[302].
D’inferior condizione tenevasi ancora il chirurgo, e faceva pratica sotto ai barbieri, scopando la bottega, pettinando, svellendo i calli. Fin dal 1400 in Sicilia conosceasi l’innesto di nasi e labbra, ridestato da Gaspare Tagliacozzi[303]. L’uso delle armi da fuoco portò a nuove indagini; e capitale è l’opera di Alfonso Ferri napoletano (De sclopetorum vulneribus. Lione 1554). Un segreto per guarirle Ambrogio Parè insigne pratico comprò da un medico torinese, facendone stima più in proporzione del prezzo che del valore effettivo. Cesare Magatti da Scandiano attese a semplificare la chirurgia. Girolamo Mercuri (-1615), autore della Comare e degli Errori popolari in Italia, uscì di domenicano perchè il vulgo ne rideva, e col nome di Scipione girò tutta Europa, finchè vecchio tornò al suo Ordine.
Orazio Monti (Del governare gli eserciti e i naviganti, 1627), e con maggiore pienezza Lucantonio Ponzio (De militum in castris sanitate tuenda, 1685), cercarono migliorare la sorte de’ soldati, che la società condanna a tanti patimenti incompassionati. Bernardino Ramazzini scrisse sulle malattie degli artefici, delle monache, dei principi.
Giambattista Selvatico lodigiano derise l’usare pietre fine per farmaco, e (Sullo scoprire coloro che fingono malattie, 1595) parla delle gravidanze simulate o nascoste, degli ossessi, della fascinazione, dell’impotenza, della finta verginità e d’altre finzioni, appoggiandole a storielle curiose. Il siciliano Fortunato Fedeli, profittando de’ lavori di esso e dell’Ingrassia, toccò tutti i punti della medicina legale[304], e alcuni speciali del tempo, come le malìe e la tortura. Con maggior dottrina e senso pratico ne ragionò il romano Paolo Zacchia (Quæstiones medico-legales, 1621).
Non si conosce forestiero illustre che non fosse allievo delle Università nostre. Paracelso studiò a Bologna, a Roma, a Padova; Solemandro a Roma, a Pisa, a Ferrara; Langio a Pisa prese la laurea, dopo seguìto le lezioni di Leoniceno e di Vigo; Eurnio studiò in Padova e in Pavia; Teodoro, Jacopo e Bonifazio Swinger all’Università di Padova e ad altre d’Italia; Linacro in Firenze e in Roma, come Bruceo; in Padova Struzio Dessinio, primo confutatore di Paracelso; come Erasto che fu poi in Bologna, dove Monavio, De Pratis, Serveto; Cornelio Agrippa qui militò per sette anni, e professò anche in Torino ed in Pavia; Volchero Coitee fu discepolo di Falloppio e di Eustachio; Joubert dell’Argentieri a Torino; Bahuin dell’Acquapendente; in Padova studiò anche suo fratello Giovanni; e Dodoneo che più volte tornò a visitare le scuole d’Italia; Amato Lusitano stette scolaro e professore in Bologna; Rodrigo de Fonzeca a Pisa ed a Padova; Guilandino, dal Falloppio salvato dalla schiavitù algerina, fu alunno e quindi maestro nell’Università di Padova, ove pure studiarono Giovanni Schenk, Spigel, Gaspare Hoffmann, Fyens discepolo di Mercuriale, d’Aranzi, d’Aldrovandi, di Tagliacozzi. Nè cessò col secolo l’affluenza degli stranieri; e la sola Università di Padova noverò fra’ suoi allievi Maurizio Hoffmann, Posthio Gaspare seniore, Tommaso e Gaspare giuniore, Bartolino, Meibomio, Rolfink, Sennert, Wepser, Giovan Giorgio Weslingio, altri ed altri.
La chimica, fantasticando a ricercare oro e longevità, era giunta a felici risultanze. I nostri preparavano molti farmachi, il sublimato corrosivo, i saponi medicinali: acque distillate e quintessenze erano prerogativa di Firenze, come di Venezia la teriaca. Alcuni si volsero alla chimica organica; il Servio di Spoleto sul latte, sul sangue il Barbato di Padova, il Baglivi, il Malpighi; e a tacer altri, fiorirono in Germania Angelo Sala (-1639) e in Inghilterra Giovan Francesco Vigani (-1683), vicentini. De’ quali il primo combattè le ciarlatanerie, i rimedj universali, la trasmutazione, e trattando dello zuccaro, del tartaro, della distillazione, dell’antimonio, mostrasi operatore diligente e osservatore arguto, confina colla scienza moderna quando definisce l’olio di vitriolo essere il «vapore solforoso che ha tolto qualche cosa all’aria, all’ambiente». Il Vigani comprese che un composto determinato (sale) risulta dalla combinazione di eguale quantità d’un medesimo acido con una calce metallica (ossido).
Quanto alle applicazioni, Antonio Neri, prete fiorentino, nell’Arte vitraria (1612) esibì eccellenti precetti sulla fabbrica degli smalti, de’ vetri colorati, delle pietre artifiziali e degli specchi metallici: Martino Poli di Lucca inventò un secreto per rendere mortalissime le battaglie, e Luigi XIV, cui lo presentò, il colmava d’elogi e di doni, ma gli faceva promettere di non mai propalarlo: Vincenzo Casciarolo di Bologna, studiando le pietre bianche che si trovano ne’ contorni della sua patria, e calcinandole col bianco di ovo e altre materie organiche, ottenne fin dal 1602 un prodotto nuovo che dava luce anche la notte, e ch’egli chiamò pietra solare, prevenendo di mezzo secolo la scoperta del fosforo di Brandt.
Nella matematica alcuni lavoravano alla sintesi antica, altri perfezionavano l’algebra. Federico Comandino urbinate (1509-75) col tradurre e commentare antichi fe’ progredire la scienza, e senza di lui le collezioni matematiche di Pappo forse sarebbonsi perdute, e con loro tante notizie della matematica antica: tradusse i Galleggianti di Archimede, le Sezioni coniche di Apollonio, gli Elementi d’Euclide, il Planisfero e l’Analemma di Tolomeo, ed altri, ristabilendo i testi. Vanno con lui Francesco Galigaj, che nella Somma d’aritmetica sciolse le equazioni di secondo grado indeterminate difficili; Giambattista Benedetti veneziano, che a ventitre anni pubblicò la Risoluzione di tutti i problemi d’Euclide con una sola apertura di compasso (1553), ardua condizione cui superò con grande sagacia. Il Patrizio voleva introdurre la metafisica nella geometria, e dimostrare gli assiomi. Francesco Maurolíco messinese (1494-1575) cominciò un’enciclopedia delle matematiche pure e applicate, e traducendo e commentando Archimede, Apollonio, Diofante, li trasse a nuove risultanze. Rifece il perduto quinto libro di Apollonio sulle sezioni coniche, intorno alle rette che finiscono alle circonferenze di quelle, e determinò il centro di gravità di molti solidi. Bella applicazione fu il riflettere che le curve tracciate dallo stilo del gnomone solare sono sempre sezioni coniche, variate secondo la natura del piano su cui si projettano; prima volta che la gnomonica si considerasse sotto aspetto geometrico. Attentissimo osservatore e arguto filologo, scrisse poesie italiane e sicule, e di filosofia, grammatica, teologia, e principalmente di ottica. La sua città, da lui protetta di fortificazioni, gli assegnò cento scudi d’oro perchè continuasse i suoi lavori e la storia patria; Carlo V e il suo bastardo don Giovanni lo onorarono pei calcoli astrologici, coi quali avea predetta la costui vittoria sui Turchi.
Bernardino Baldi, allievo del Comandino, tradusse gli Automi di Jerone, ben trattò della gnomonica, compose paradossi matematici, e preparava una biografia de’ matematici. Già l’indicammo fra’ poeti (Cap. CXLII); inoltre fece una raccolta d’iscrizioni, e tentò interpretare le eugubine; studiò l’ebraico e il caldaico per capir la Bibbia, e l’arabo e l’illirico sotto Raimondi che presedeva alla tipografia orientale de’ Medici; possedette sedici lingue, e lasciò novanta opere, notevoli per molti rispetti[305].
Ignazio Danti domenicano, vescovo d’Alatri, tradusse la prospettiva di Euclide e di Eliodoro e la sfera di Proclo, con annotazioni non ispregevoli, come quelle che fece sul Vignola e sul trattato del radio dell’Orsini; nelle Scienze matematiche ridotte a tavole diede una genealogia di esse; accennò la diminuzione dell’obliquità dell’eclittica, dedotta dal paragone delle antiche colle nuove misure. Cosmo granduca gli aveva affidato il progetto d’unire il Mediterraneo coll’Adriatico, e gli fece fare grandi carte geografiche, e tracciare la meridiana in Santa Maria Novella a Firenze.
Il linguaggio algebrico era al balbettare; sapeansi risolvere solo le equazioni determinate di primo e secondo grado e alcune derivatene, nè s’era volta la considerazione sulle radici negative o immaginarie. Ma Scipione Del Ferro bolognese, risolto un caso parziale d’equazione cubica (x3 + px = q), ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore (1535), il quale pubblicamente sfidò Nicola Tartaglia in Venezia. Questi, già vittorioso d’una disfida di Giovanni De Tonini, confuse il nuovo emulo con una soluzione più generale, e sotto giuramento l’insegnò a Girolamo Cardano milanese, il quale pubblicolla nella sua Ars magna (1545), applicandole il proprio nome che le è rimasto. Essendosene il Tartaglia querelato, venne a sfida di trentun problemi col Del Ferro, e ne propose di più ardui, dove appare algebrista superiore. Queste sfide e nove libri di risposte che il Tartaglia dava a quesiti speditigli dai principi, monaci, ambasciadori, architetti, attestano con quanto ardore si proseguissero tali studj.
Il Tartaglia (1550-57) nasceva da un cavallaro; nel sacco di Brescia ebbe tagliata la lingua, donde il suo soprannome; visse povero e tutto nelle matematiche; applicò la geometria a determinare il movimento curvilineo e la caduta de’ gravi, e tentò ricostruire la meccanica; molto attese alla balistica e a problemi d’artiglieria, e ne’ Quesiti e invenzioni diverse dà la dimensione dei pezzi da guerra, e il modo di servirsene e stabilirne la capacità. Ingegnosi suoi trovati sono il misurare l’area di un triangolo a lati conosciuti senza cercare la perpendicolare; e la travagliata invenzione per rimettere a galla qualunque nave affondata, per pesante che sia.
Il Cardano, che già conosciamo come singolare intreccio di sapere e di stravaganza, trattò di tutto con analisi inventrice: sulla meccanica spinse giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza dell’aria, cercò una misura del tempo nella pulsazione dell’arteria; insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto la parola serpens, invenzione che mal s’arrogano i Francesi[306]; riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica avere una o tre radici reali, e queste sapeva raggiungere per approssimazione, indicarne il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti; trasformare un’equazione cubica perfetta in un’altra mancante del secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto spediente all’analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le equazioni biquadrate, trovato da Lodovico Ferrari di Bologna; applicava l’algebra alla geometria dei problemi, prima di Vieta e Cartesio; prima di Harriot, cui Montucla ne dà il merito, fece l’equazione eguale a zero; in un tempo in cui al Tartaglia pareva un gran che l’avere scoperto il cubo di p + q e l’equazione tra il cubo e una linea, e tra due porzioni di questa, fu trovata la bella sua formola, fondamento ai lavori più insigni e perfino all’elegante generalizzazione di Harriot: anzi è notevole che da questo in poi non si è dato un passo nella soluzione completa delle equazioni letterali.
Rafaele Bombelli bolognese (Trattato d’aritmetica, 1572) fu il primo che desse regole onde calcolare le quantità radicali immaginarie, e un metodo uniforme per risolvere le equazioni di terzo e quarto grado. Pier Antonio Cataldi, professore a Bologna, lavorò l’analisi indeterminata e sui numeri perfetti; nel Metodo brevissimo di trovar la radice quadrata insegna ad accostarvisi colle serie infinite mediante un processo uniforme; e nell’uso delle frazioni continue, di cui si fa merito ad altri, indica il primo passaggio dal finito all’infinito. Francesco Barozzi veneziano s’occupò del tracciare gli assintoti: e fu processato nel 1587 dall’Inquisizione per libri proibiti ed arti magiche. Il piemontese Peverone calcolò le probabilità. Di Tommaso Guerrino, che per povertà servì d’alabardiere alla città di Milano, si hanno a stampa l’Euclide in campagna (1663), e trattati di gnomonica, stereometria, geodesia.
Profittare di tutte le scoperte, chiarire le vie, ridurre le ipotesi a scienza, fu il merito di Keplero che con ardite ipotesi raggiunse le vere leggi mondiali, e del nostro Galileo Galilei[307]. Questo, mentre nella patria Università studiava medicina e filosofia, s’appassionò delle matematiche, e a vent’anni già era uno de’ geometri più robusti. Vedendo in chiesa dondolare una lampada, riflette che le oscillazioni grandi o piccole ne succedono in tempi eguali; sicchè può prendersene una misura del tempo. All’uopo stesso di crescere forza e precisione ai sensi, inventa il compasso di proporzione, il microscopio[308], il termometro; e sebbene nol riducesse comparabile mediante un punto fisso di partenza, mai fin allora non erasi applicato un fenomeno fisico a misurare l’intensità d’una causa. Della meccanica, stazionaria da Archimede in poi, sodò i principj, trattando della statica e della dinamica; e mercè il suo teorema dell’equilibrio de’ pesi disuguali o delle velocità virtuali, provvide all’insufficienza e all’eccesso degli sforzi.
Da questi canoni del moto accelerato e ritardato dedusse corollarj importantissimi. Bamboleggiando con Aristotele, si stampava che la palla, uscendo dal cannone descrive due lati d’un parallelogrammo: — Non è vero (diceva Tartaglia), ma la retta descritta al primo uscire, e quella del cadere sono tangenti d’un arco di cerchio». Vedendo che la forza necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato diviene zero sopra uno orizzontale, ed eguale al peso in uno perpendicolare, il Cardano conchiudeva tale forza variare in ragione diretta dell’angolo che il piano fa coll’orizzonte. Alquanto meglio il Benedetti attribuiva la forza centrifuga dei corpi all’inclinazione loro a moversi in linea retta.
Il moto composto si trova indicato in Aristotele, e implicito nei ragionamenti d’altri autori, pure sembra che nessuno se ne valesse di proposito prima che Galileo dimostrasse parabolico il moto de’ projetti; donde venne pure a comprendere la deflessione curvilinea, cagionata da forze operanti in tempi infinitamente piccoli. Mentre con Aristotele diceasi che la caduta de’ gravi s’accelera in ragione diretta del peso e inversa della densità del mezzo, Galileo sperimentò che nel vuoto cadono con eguale velocità il cotone e il piombo, e diede la legge dell’acceleramento dei gravi e della discesa per piani inclinati; volersi una forza maggiore dell’ostacolo per movere un peso, o supplirvi colla maggiore velocità. Poi per ragionamenti chiarì che gli spazj percorsi nella caduta stanno come i quadrati de’ temi, e crescono giusta i numeri dispari; e che lo spazio intero è metà di quel che sarebbesi percorso uniformemente fin dal principio colla velocità finale. Sul resistere de’ solidi alla frattura delle loro parti, espose principj oggi assentiti, benchè da Cartesio derisi. Nel trattato Delle cose che stanno nell’acqua, stabilì quel che chiamasi paradosso idrostatico, conoscesse o no le opere di Stewin; e mostrò che la forma dei corpi non contribuisce a renderli più o meno galleggianti.
Il medico Fracastoro, uno de’ primi a surrogare alle cause occulte l’azione degli atomi, e che considerava i corpi come attraentisi un l’altro, ed assegnò un principio imponderabile ai fenomeni elettrici, magnetici e fisiologici, combattendo gli epicicli spianò la via al sistema copernicano, ed erasi pel primo valso di lenti astroscopiche[309]. L’invenzione rimase sterile, fin quando si udì che in Olanda erasi trovato un non sapeasi quale istrumento, che ingrossava alla vista gli oggetti lontani. Galileo studiò le leggi della refrazione, tanto che si chiarì potere ingrandirsi fin trenta volte il volume d’un objetto, e regalò uno strumento da ciò al senato veneto, che ricompensollo largamente. Quale smania prese allora tutti di mettere l’occhio a quello stromento, che poi da Denissiano fu detto telescopio! Il Sirtori, costruitone uno, andò sul campanile di San Marco per fare osservazioni, scevero dalla moltitudine: ma appena il riconobbero, ecco salir curiosi in folla, ed egli dovette per più ore lasciarli guardare; nè potè sottrarsi alle inchieste che fuggendo dalla città[310]. Subito Venezia si empì di fabbricanti di cannocchiali, cercatissimi dappertutto: ma Galileo gli applicava ad altro che a curiosità.
Il suo telescopio componeasi puramente d’un objettivo convesso e d’un oculare concavo, sicchè dava appena un’ampliazione lineare di trentadue volte, e angustissimo campo abbracciava, di che cresce la meraviglia come gli sia bastato a scoperte più magnifiche che mai non si facessero con raffinatissimi stromenti[311] e che pubblicò nel Nuntius sidereus (1610), appena dieci mesi dopo trovato quell’istromento. Della luna vide scabrosa la superficie e i contorni, e vi suppose montagne, anche più alte delle nostre, argomentandolo da’ varj tempi e gradi con cui riflettevano i raggi solari; e il color cenerognolo della sua parte oscura attribuì alla luce del sole ripercossa dalla terra. I pianeti gli parvero corpi rotondi come la luna, mentre le stelle fisse v’aveano solo sembianza di corpi scintillanti. Nelle plejadi conta non meno di quaranta stelle; e d’una infinità scorge composta la via lattea e la nebulosa di Orione. Notò le fasi di venere; avvertì che saturno pareva avesse ali, le quali poi si trovò essere l’anello. Il sole, che reputavasi fiamma purissima, e’ dichiarò corruttibile e roteante, inducendolo dalle sue macchie. Ravvisa attorno a giove quattro minori astri, che al domani han mutato posto, e gli accerta lune, scoprendo[312] così quel bel sistema, che offre il compendio del solare di cui fa parte, e in un sol tratto espone all’occhio parti che nel sistema planetario riuniamo soltanto col raziocinio.
Stupiva egli, stupiva il mondo di sì nuovi trovati, e indarno la grave invidia credeva screditarli dissimulandoli. Egli stesso non affrettavasi a pubblicarli, o gli annunziava mascherati; il che poi diede appiglio a dispute di priorità[313].
Ancor più delle invenzioni sono memorabili i raziocinj suoi, quel filo d’idee esposte con limpidezza, sebbene talvolta prolissa; e i metodi che insegnò, e gli errori di cui scaltrì. Non chetarsi all’autorità; negligere le ricerche intorno all’essenza delle cose, le dimostrazioni a priori, le astrazioni assunte come realità, le ipotesi adottate, come le teoriche; tenere il dubbio qual padre delle invenzioni e strada alla verità, e la verità sola volere, e riscontrarla coll’osservazione scrupolosa[314], col calcolo, collo scandaglio geometrico, anzichè affidarsi alla dialettica, la quale può bensì dimostrare il trovato, ma non trovare nulla; non opporre autorità ad autorità, bensì alle asserzioni de’ filosofi il gran libro della natura, la quale «opera molto con poco, e le sue operazioni sono tutte in pari grado meravigliose».
Tale è il metodo di Galileo, col quale già metteva in pratica ciò che Bacone ridusse poi a teoriche. Meglio di questo[315] merita dunque il titolo d’instauratore della filosofia e della scienza, e comprendiamo quel che significasse allorchè dicea d’aver consumato più anni nella filosofia che mesi nella matematica, oltre che Bacone, se dà il programma delle scoperte future, nessuna ne fa, sprovveduto di spirito inventivo; possiede un metodo mirabile che descrive con precisione, celebra con entusiasmo, predica con eloquente apostolato, ma non ne fa alcun uso insigne. Eppure minor efficacia di Cartesio e di Bacone ebbe il nostro, perchè a convincere gli altri o spingerli alle ricerche badò meno che chiarir se stesso e ad applicare. In fatto l’isocronismo del pendolo usò a misurare le pulsazioni dell’arteria e il tempo; stabiliva le leggi della consonanza e dissonanza, e dei colori nel trattato perduto De visu et coloribus; sulle fortificazioni scrisse un’opera rimasta inedita fino ai giorni nostri; dai satelliti di giove conosce potran determinarsi le longitudini, ed offre quest’applicazione alla Spagna, che non ne indovina l’interesse[316].
Per comprendere la grandezza di lui vuolsi paragonarlo a’ suoi contraddittori. I Platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra; i Peripatetici eransi fabbricata un’astronomia a priori; il dottissimo gesuita Clavio quando udì la scoperta dei satelliti di giove, dicea che per vederli occorrerebbe primo un istromento per fabbricarli; Sizzi, astronomo di Firenze, negava potersi dare più di sette pianeti, perchè sette sono i rami del candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto; rappresentavansi mascherate per celiare le lune di Giove; la Corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorch’egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d’erroneo il teorema d’Aristotele che proporzionava la celerità ai pesi, destò un tale vespajo, che dovette da quell’università passare a quella di Padova, sotto un Governo che nelle opinioni filosofiche consentiva la libertà negata nelle politiche[317].
Benché i più con Tolomeo tenessero l’immobilità della terra, e attorno ad essa roteare i pianeti, pure Nicolò da Cusa avea preconizzato il sistema pitagorico[318], che pone per centro immobile il sole, e fu fatto cardinale, e morto a Todi, venne sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. Nicolò Copernico polacco (1473-1545) da Thorn, allievo dell’Università bolognese e maestro della romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Prelati insigni lo eccitavano a far pubblico questo sistema; nel dedicare le sue Rivoluzioni degli orbi celesti a Paolo III, tratta d’assurda la immobilità della terra, e — Se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro mediante qualche passo della Scrittura, male stirato al loro proposito, ne sprezzerò i vani attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in soggetti matematici si scrive per matematici»; dai giudizj falsi e dalle calunnie chiede protezione al capo della Chiesa, tanto più che questa può trar vantaggio da tali ricerche sulla durata dell’anno e sui movimenti della luna. Appena usciva quell’opera, Copernico morì; ma l’anno stesso Celio Calcagnini aveva sostenuto quod cœlum stet, terra autem moveatur.
Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d’illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n’ebbe in dono dal papa un bel codice dell’opera greca Del senso e del sensibile di Alessandro Afrodiseo, sul quale, ora conservata in Monaco, egli medesimo fece annotazione di questo accidente. Il padre Antonio Foscarini carmelitano da Napoli, partendo per predicare a Roma, scrisse al generale del suo Ordine, cercando appaciare il sistema de’ Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi; lettera lunga, non inelegante, e sgombra dalle sofisterie solite in chi toglie a difendere o condannare di proposito[319]. Mentisce dunque chi imputa la Chiesa di nimicizia originale contro una dottrina che non l’offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata nel vulgo dal testimonio dei sensi, e dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l’imparato, e rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotile.
Il Chiaramonti di Cesena, in un’opera del 1632 ne argomentava in modi siffatti: — Gli animali che si movono, hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si move... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d’un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si movono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti così puri e divini la terra, ch’è una fogna di materie impurissime». Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell’istante? l’uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così ingegnoso e indipendente, faceva questa objezione, che ridicola oggi, pure molti allora cattivò: — Stiasi uno nel mezzo d’una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da’ colui occhi»[320]. Il Vieta, perfezionatore dell’algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell’Harmonicum cœleste che giace autografo alla Magliabechiana, sostiene che il sistema copernichiano deriva da una geometria fallace; Cartesio lo negò in alcun luogo; Gassendi non ardì proclamarlo; Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale; Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori e novatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra.
Non soli ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, annunziata imperfettamente, e non corredata di tante prove quante oggi. Gli è vero che le fasi di venere e di mercurio accertavano il girar di questi attorno al sole; la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l’assicurata rotazione di marte e giove traevano ad argomentare che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni stessi che a noi; ma troppi dubbj restavano quando non s’erano ancora poste in chiaro l’aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l’equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, incalcolabile, attesa la mancanza d’ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l’orbita degli astri, onde, se spiegava l’alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l’anno conserva l’asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.
Galileo stesso racconta press’a poco: — Avevo finita la filosofia quando qui venne da Rostok un tal Cristiano Wurstizio, discepolo di Copernico, che ne diede alquante lezioni in un’accademia a numeroso uditorio. Io pensai che i più cedessero al fascino della novità, e convinto che tal sistema fosse d’un pazzo avido di celebrità, non volli tampoco assistervi. Interrogai alcuni uditori, e tutti mi dissero v’andavano per pigliarsene gabbo. Un solo mi assicurò che la non era cosa ridicola; e poichè io il conosceva uom calmo e riservato, m’increbbe di avere negletto le lezioni di Cristiano; e qualvolta incontrassi un partitante di Copernico, io lo richiedeva se sempre fosse stato di tal opinione. Ognuno m’assicurava d’avere lungo tempo tenuto la contraria, e che soltanto la forza degli argomenti ne lo aveva smosso. Feci a ciascuno le objezioni della parte avversa, e alle loro risposte mi convinsi non aveano adottato quel sentimento per ignoranza nè leggerezza. D’altro lato, s’io chiedeva a Peripatetici e Tolomeisti se avessero letto Copernico, m’accorsi del no, o che non l’aveano compreso. Pertanto cominciai a credere che, se un uomo ripudia un’opinione succhiata col latte e comune colla pluralità, per accorne una di pochi proseliti, anatemizzata dalle scuole, avuta per paradosso, egli dovette esservi spinto e quasi violentato da argomenti irresistibili; e mi infervorai di conoscer il fondo della quistione»[321]. Anche dopo convinto del sistema vero, Galileo non osava professarlo alla scoperta, per tema delle beffe colle quali, allora come adesso, la vulgarità persegue chiunque ad essa sorvola.
Non si dissimuli che Galileo erasi fatto una folla di nemici, parte per la instintiva malevolenza del bel mondo contro gl’ingegni segnalati, parte perchè egli stesso, dimenticando che lo sbaglio è talvolta via alla verità, e che chi sostiene un errore antico non sempre è stupido e vile, atteso la forza d’inerzia insita agli spiriti come alla materia, flagellò gli Aristotelici inesorabilmente, gli attacchi ripulsò con sarcasmo spietato, assalì alcune volte senza rispetto all’ingegno e alle sventure. I rettili poi, che ormeggiano ogni uomo illustre, per ferirlo obliquamente, cominciarono a sbigottir la coscienza contro il sistema fin allora reputato innocuo; insulsi predicatori lo tacciarono d’ereticale[322]. Roma che, in tempi di contenziosa novità, non potea tenersi indecisa nella proclamazione del vero, dovea prender ombra d’un filosofo che alle operazioni dell’intelletto accettava per unica norma le leggi di natura; sovvertite le quali, restava a temere anche per le verità metafisiche e morali.
Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non vedea necessità di acconciarla ai passi scritturali, come quando la dimostrazione fosse data per certa. Galileo stesso pretese insegnare in qual senso fossero a intendere, e appoggiò a passi dei Padri teoremi che richiedevano dimostrazione dal calcolo e dall’esperienza. Egli diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso delle parole; che nelle dispute naturali essa dovrebb’essere riserbata nell’ultimo luogo; che per solo rispetto d’accomodarsi all’incapacità del popolo, non s’è astenuta la Scrittura di pervertire i principalissimi dogmi; che nelle cose naturali prevale l’argomento filosofico al sacro». Da qui nacque la persecuzione tanto ricantata dal secol nostro, quasi esso non abbia mai visto perseguitati gli alti ingegni.
Cotesto compromettere le sacre carte in quistioni scientifiche spiacque, e Galileo fu denunziato al Sant’Uffizio. Gl’Inquisitori soleano rimettere l’esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro note. Come gli astronomi spagnuoli aveano disdetto Colombo, come gli accademici di Napoleone vilipesero i battelli a vapore, così questi qualificatori dichiararono falsa e contraria alle divine scritture la mobilità della terra. La risposta che Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinale Bellarmino, attesta che con rispetto accettavano le nuove osservazioni: pure trovavasi arrogante il darla, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta; e gl’Inquisitori pretesero sopra informazioni altrui condannar opinioni, ch’eransi già proclamate all’ombra del papato.
A Galileo dunque, senza verun castigo o penitenza (1616), dalla Congregazione dell’Indice fu intimato non parlasse più del sistema copernicano[323]. Pure egli continua a discuterne, e mettere in ridicolo gli oppositori in Roma stessa. Paolo V l’assicurò che, vivo lui, mai non sarebbe molestato. I Lincei stampando il suo Saggiatore (1629), lo dedicarono ad Urbano VIII, che già da cardinale avea lodato in versi il Galilei, e che lo raccomandò caldamente al granduca, e assegnò una pensione a lui ed a suo figlio[324]. Nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con quegli artifizj che conosce chi ha a fare colla censura, Galileo pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, ove di quest’ultimo dà spiegazioni false o manche, attribuisce al moto della terra il flusso e riflusso[325], e non sa dissiparne le assurde conseguenze, talchè molti e valenti il confutarono.
Mentre però ed esso e i dotti ne faceano materia di utile discussione, gl’invidiosi insusurravano Urbano VIII, perchè Galileo, dopo sì ben trattato, non solo mancasse alla promessa, ma in quel dialogo lo avesse adombrato nel grossolano Simplicio. Urbano mandò da esaminar il fatto ad una congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all’Inquisizione. Galileo aveva avuto l’intimazione e la violò[326]; il tribunale procedette coi modi proprj del tempo.
Citato (1633), fu sostenuto «con insolita larghezza e comodità, assegnategli tre camere con libera ed ampia facoltà di passeggiare per spazj ampli, data facoltà di tener il servitore, e di godere dello squisito governo della cortesissima casa del signor ambasciadore e della signora ambasciadrice»[327] di Firenze Niccolini; poteva andar in ville lontane e far passeggiate a piedi; poi fu messo nella casa propria d’esso ambasciadore. Lasciamo ai sofisti il supporre fin la brutalità di sevizie personali[328]: abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a dimostrare le sue opinioni a gente incapace d’intenderlo. La persecuzione ebbe i soliti effetti immorali, que’ giudici disonorandosi colla presunzione, disonorandosi Galileo coll’abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione. E fu «condannato alla prigione per quanto tempo piacesse»; ma Urbano gliela commutò subito in relegazione nel giardino dei Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l’obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, piene d’affetto e di pietà, sono come un riposo soavissimo fra le tempeste di quel tempo e le sue. Roma sapeva dunque rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl’insegnamenti; mentre l’età nostra ha dato ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata dalla persuasione del pubblico vantaggio. Presto fu trasferito a Siena nel palazzo dell’arcivescovo suo amicissimo, e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d’Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista[329].
Il granduca, che non l’avea saputo schermire dalle vessazioni, prestava al Galileo la venerazione onde lo circondavano vicini e lontani. Frattanto se ne diffondevano le dottrine e, che più cale, il metodo; e Roma tra le prime chiamava a insegnarlo Benedetto Castelli suo scolaro. Questi col calcolo e coll’esperienza appoggiò alcune, altre chiarì od applicò delle verità scoperte dal maestro: notò l’irradiazione delle stelle e l’attrazione del magnete; prima d’Evelio mostrò l’opportunità dei diafragmi negli stromenti ottici; conobbe che i corpi al sole diversamente riscaldansi secondo il loro colore; e creò la scienza del movimento delle acque. Soprattutto animava i giovani alla geometria, e vi determinò il Cavalieri, Michele Ricci, il Nardi, il Maggiotti, il Torricelli, che a Roma spingeano innanzi la filosofia sperimentale. Di questi ultimi, che chiamava il mio triumvirato, e del Peri, dell’Aggiunti, del Soldani si compiaceva l’annoso Galileo, che spirando (1642) fra le braccia del Torricelli e del Viviani, li lasciò eredi della dottrina e della missione sua.
Intanto l’astronomia ampliavasi; e quasi per allettare a studiarla, natura sfoggiava insoliti spettacoli. Il gesuita Grossi (De tribus cometis, 1619) pel primo studiò le comete quali pianeti descriventi vastissima ellissi attorno al sole. Ignazio Danti già detto, uno de’ riformatori del calendario, scoprì (Trattato dell’astrolabio, 1568) il variare dell’inclinazione dell’eclittica, quattro anni prima che fosse pubblicato il De nova stella di Tycho Brahe, cui n’è dato il merito. Gian Alfonso Borelli messinese (1613-79), che incontrammo fra i medici, e che ridusse gli elementi dell’antica geometria a ducento proposizioni (Euclides restitutus), indicava già che i pianeti attorno al sole e i satelliti attorno ai pianeti si muovono con una legge generale[330], e che tal virtù, cui sorgente è il sole, li collega in modo, che non possono scostarsi dal loro centro di azione. Sottopose a calcolo l’apparenza e i movimenti delle comete, ritenuti come anomali; e al padre Stefano De Angeli, lettore di matematica a Padova, sopra quella del dicembre 1664 scriveva non potersene il movimento rappresentare nè col sistema di Tycho nè con quello di Tolomeo, ma soltanto col pitagorico; aver dal calcolo compreso che descrivono attorno al sole una parabola, e chi potesse a lungo osservarla, riconoscerebbe un’orbita ellittica[331].
Non abbiamo le dimostrazioni ch’egli promette, ma intanto è qui prevenuto Newton di tre lustri, e dato chiaro ciò che confuso appariva a Dörfel. Nella Teoria de’ pianeti medicei s’abbandonò alle ipotesi; ma paragonando i satelliti alla luna, pel primo usò il canone della reciproca attrazione, il più fecondo che potesse applicarsi all’astronomia. Peccato che la gloria sua offuscasse coll’invida malignità! Sbandito per la sollevazione di Messina del 1676, ricoverò a Roma, ove la protezione di Cristina di Svezia nol salvò di patir la fame, sinchè trovò ricovero nelle Scuole Pie.
L’idraulica, così importante nel paese nostro, era abbandonata a meri pratici; sicchè ne’ bisogni maggiori si ricorreva a matematici ed astronomi, i quali da principio fallavano per amor di teoria, ma presto acquistavano esperienza e divenivano valentissimi. Nicolò Cabei ferrarese (-1650) ne filosofò al modo antico, benchè enunciasse verità nuove: toglie a Galileo per dare al genovese Giambattista Bulliani la dimostrazione della crescente velocità dei gravi cadenti. Domenico Guglielmini (-1710) fu da’ suoi Bolognesi adoprato nella quistione con Ferrara pel corso del Reno; scrisse sulla natura dei fiumi, e su una nuova misura delle acque correnti. Ma creatori della scienza idraulica furono il Castelli e il Torricelli, scolari di Galileo. Il primo diede corso agli stagni dell’Arno; nella Misura delle acque correnti (1628) fa la velocità ne’ fluidi proporzionata all’altezza da cui discendono, mentre Torricelli provò essere come la radice d’essa altezza.
Ad Evangelista Torricelli di Faenza (1608-47), professore nello studio fiorentino, morto di soli trentanove anni, è dovuta la prima idea dell’ingegnoso e utilissimo canone, che due travi connessi, per modo che il centro di gravità non s’alzi nè abbassi per mutare di situazione, tengonsi sempre in equilibrio. Vide che l’acqua esce da un pertugio colla velocità che acquisterebbe un corpo cadendo dal livello della superficie a quel d’esso pertugio; teorema fondamentale al moto de’ fluidi: delle lenti da cannocchiale per lungo calcolo determinò la curva più opportuna: semplificò il microscopio di Galileo, e forse ajutò a perfezionare il termometro, di cui il granduca Ferdinando pel primo si valse a misurare la variazione della temperatura giornaliera. Perchè l’acqua, nel sifone e nella pompa aspirante, non s’eleva al di là dei trentadue piedi? I Peripatetici s’accontentavano d’una frase, l’orrore al vuoto. Galileo n’aveva cercata invano una ragione. Torricelli per forza d’induzione l’attribuì al premere della colonna atmosferica sopra il liquido, che nel vuoto alzasi proporzionatamente ad esso peso. Ne fece la riprova sostituendo all’acqua il mercurio, che pesando tredici volte più di essa, si fermò a un tredicesimo d’altezza. Varierà questa dunque a proporzione della gravità dell’aria; ond’ecco inventato il barometro. Esso Torricelli informandone il Ricci gli scriveva «di potere col suo istromento giunger a conoscere quando l’aria sia più leggera o più grave»; e che questa «gravissima alla superficie terrestre, si faccia sempre più lieve e pura secondo che c’innalziamo sulle più alte cime de’ monti»: divisamento che Claudio Beriguardi applicò a misurar la torre di Pisa, cinque anni prima che Perrier e Pascal misurassero l’altezza del Puy de Dôme[332]. — Ah perchè non è toccata al mio maestro la sorte di accorgersi degli effetti della pressione dell’atmosfera?» esclamava il buon Torricelli.
Ferdinando granduca e suo fratello Leopoldo erano assidui nel cercar nuovi stromenti, e migliorare od applicare gli antichi, onde giungere al vero dei fenomeni naturali: il primo inventò un igrometro e un idrostammo, combattè le influenze lunari, conobbe che il calorico tende all’equilibrio, e i corpi lo trasmettono qual più qual meno; trovò pure di condensar il vapore contenuto nell’aria ambiente, e quel di varj spiriti senza elevarne la temperatura, il che si disse distillare a ghiaccio: vide i vermi dell’aceto, e come l’argento cresca di peso dopo la coppellazione, mentre i sali disciolti nell’acqua non cangian natura coll’evaporarsi di essa: le lunghe sue osservazioni sui pendoli giovarono a determinar la propagazione della luce e del suono, e alle esperienze balistiche.
Leopoldo poi ogni parte dello scibile coltivava, in compagnia de’ migliori; e come a Roma il marchese Federico Cesi fin dal 1603 aveva istituito i Lincei per coltivare la filosofia naturale, così divisò l’Accademia del Cimento che proponevasi di provare e riprovare. Oltre il Borelli e il Redi già detti, un de’ membri principali ne fu Vincenzo Viviani (1622-1703), che non secondo a nessuno per ispirito geometrico e candida ricerca del vero, trattò della resistenza dei solidi, ampliò la dottrina dei galleggianti, e fin d’allora intravvide la teoria delle ondulazioni, che prima applicata all’acustica, poi generalizzata, ci addentrò in tanti arcani della natura. Supplì il quinto libro perduto di Apollonio da Perga sulle sezioni coniche; e quando l’antico fu rinvenuto, apparve che il moderno l’avea, non solamente indovinato, ma sorpassato. Egli propose a tutta Europa questo problema: «Tra gli antichi monumenti di Grecia è un tempio, sacro alla geometria; circolare il piano; coronato d’una volta emisferica, la quale è forata da quattro finestre eguali con tal arte, che il rimanente della volta può perfettamente quadrarsi. Come ciò fu fatto?» Subito i dotti furono attorno a questo problema, nè d’altro si parlò per un pezzo: ma Leibniz, L’Hôpital, Bernoulli, Wallis, Gregori lo sciolsero in differenti modi colla geometria nuova, a gran meraviglia di lui, che però vi dava una soluzione diversa[333].
Il comasco Michelangelo Ricci, che poi fu cardinale, dilatò oltr’Alpi le scoperte del Torricelli e i lavori dell’Accademia del Cimento di cui era corrispondente; ai Tedeschi diè miglior concetto degli algebristi italiani, ed era per tutto ricercato giudice della sapienza contemporanea.
I Saggi de’ principali sperimenti dell’Accademia furono da Lorenzo Magalotti segretario scritti con lingua e stile ben diversi dai correnti; onde restano anche monumento letterario, quando tutta Europa non gli avesse ricevuti pel primo modello di ricerche sperimentali[334], argutamente avendo indagato sulla pressione dell’aria, gli effetti del vuoto, le proprietà del caldo e del ghiaccio, la propagazione del suono, della luce, del calorico, i fenomeni magnetici, le attrazioni elettriche, la leggerezza positiva, i projettili, la digestione, la fosforescenza, non negligendo le osservazioni astronomiche. Dell’acqua tentarono la compressibilità chiudendola in una palla d’oro, e questa premendo, ma poichè la videro schizzar dai pori, la dichiararono incompressibile: nè in fatto potè dimostrarsi il contrario fino alle recenti sperienze di Canton, Perkins, Oersted.
Sciagurate emulazioni tra il Viviani e il Borelli scomposero l’accademia del Cimento; il principe Leopoldo passò cardinale a Roma: sicchè quella perì dopo solo dieci anni. Ma l’esempio fruttò; nel 1645 fu fondata la Società di Londra, nel 1666 l’Accademia di Parigi, la quale per mezzo di Thévenot, che qui aveva conosciuto i nostri, si pose in corrispondenza con quella del Cimento, a malgrado del Borelli, il quale temeva che «delle invenzioni e speculazioni dei nostri maestri e di quelle che abbiamo trovate noi, se ne abbiano, secondo l’usanza vecchia, a far autori e ritrovatori gli stranieri». Il Gabrielli avea fondato a Siena i Fisiocritici; e il padre Lana e Bernardino Boni i Filoesotici (Academia Philoexoticorum naturæ et artis) a Brescia nel 1686.
In quell’intermezzo il Vieta avea perfezionato la lingua algebrica; Napier trovato i logaritmi, Harriott compito la genesi delle equazioni. Alla teorica degl’infinitesimi si era avvicinato Galileo, trattando di un cilindro tagliato in un emisfero (Dialogo primo sulla meccanica): discorse anzi specialmente degl’indivisibili nei Dialoghi delle nuove scienze; ma la quantità divisibile suppose composta di indivisibili senza estensione; talchè, non osando affermare nè negare che gl’infiniti siano tra loro eguali, disse solo che i termini indicanti eguaglianza od eccesso non possono applicarsi che a quantità fisse, e tornò al metodo d’esaustione di Archimede.
Bonaventura Cavalieri milanese (1598-1647), frate gesuato, professore di matematica a Bologna, dopo avere sciolto il problema proposto da Fermat di assegnar la minor distanza da tre punti dati, applicandovi un teorema che dà la quadratura d’ogni triangolo sferico, aveva già nel 1626 compiuto la sua Geometria degli indivisibili, fondata sul considerare i solidi siccome composti d’un’infinità di superficie sovrapposte, e le superficie come un aggregato di linee, e queste un aggregato di punti. Sapevasi sommare una serie indefinita di termini in progressione aritmetica, com’è quella de’ diametri dei circoli decrescenti nel cono, i quali circoli stanno come i quadrati loro. Il Cavalieri trovò che, in termini infiniti, la somma dei quadrati descritti sopra linee crescenti in proporzione aritmetica risponde al terzo del quadrato maggiore, moltiplicato pel numero de’ termini; in altre parole, che il cono è il terzo d’un cilindro della medesima base e altezza; il che ad altri solidi può applicarsi. Fu il primo introdursi dell’infinito nella geometria in forma sistematica. Vide egli stesso che il suo era un corollario del metodo di esaustione, e confessava non saperne dare una dimostrazione rigorosa: pure nel considerare la linea, la superficie, il solido come generati dal punto, dalla linea, dalla superficie, prevenne Keplero e somministrò a Newton l’idea e il nome del calcolo delle flussioni.
Erano ardimenti nuovi nella geometria, che veniva applicata pure in maniera generalissima ad ardue ricerche. L’area della cicloide prendeasi per un segmento di circolo; Galileo nel 1639 diceva d’avervi pensato quarant’anni addietro, senza trovarne indirizzo; poi il Torricelli la eguagliò a tre volte l’area del circolo generatore, invenzione disputatagli invano da Roberval. Esso Roberval, Cartesio, Fermat, Wallis, Bernoulli fecero giganteggiare la geometria, finchè potè spingersi alla maggiore delle scoperte, quella del calcolo differenziale. Leibniz tedesco e Newton inglese se la disputarono, e nella contesa chiesero giudice l’abate Antonio Conti padovano. Questo gran dotto associò cognizioni diversissime, e cercò di conciliare spiriti opposti: molte opere commentò, fra cui la storia critica della filosofia dal secolo XV in poi; indi la estrinse alle opinioni sul principio del mondo e sull’immortalità dell’anima; infine a quelle sulle cose incorporee; ma nulla finì; e i frammenti che ne pubblicò il Toaldo fanno rincrescere ch’ei deve collocarsi fra quegli ingegni, che per troppo estendersi nulla conchiudono.
Amontons, Leibniz e Huygens riduceano scientifica la meccanica. In ottica il Maurolíco avea dato un’argutissima spiegazione del modo con cui si vedono gli oggetti (De lumine et umbra), e come l’umor cristallino concentri sopra la retina i raggi, spiegando la varia conformazione dell’organo ne’ presbiti e nei miopi. Era dunque a un punto di accorgersi delle immaginette che si dipingono in fondo all’occhio, tanto più che altrove spiega la formazione dell’immagine in uno specchio concavo; ma forse lo rattenne il non sapere spiegare come noi le vediamo dritte sebbene si dipingano capovolte. Giambattista Porta trattò di varj fenomeni della visione nella Magia naturalis: ma ritenendo che nell’occhio si effettuasse come nella camera oscura[335], non comprese in qual parte gli oggetti si dipingessero, e suppose organo principale della vista l’umor cristallino. Molto pure si occupò degli specchi piani, concavi, convessi, ustorj. Il gesuita Francesco Grimaldi nel 1665 pubblicò a Bologna varj casi ottici importantissimi, tra cui l’inflessione della luce e la diffrazione prodotta dal cadere del raggio solare sul prisma; problema ch’egli spiegava con un alternato condensarsi e spandersi, invece di dedurne la rifrangibilità della luce; e sebbene poco arrestasse i curiosi, Newton seppe cavarne profitto; sinchè Antonio Dedominis vescovo di Spalatro (De radiis lucis in vitreis perspectis et iride) i colori dell’arco baleno scoprì provenire dalla rifrazione, come mostrava coll’opporre una boccia d’acqua al sole, dove il raggio arrivava agli occhi dipinto di colori variati secondo l’angolo con cui v’entrava: sagacia meravigliosa in uomo che nessun’altra prova ne diede. Ben presto Huygens porgeva la teorica della luce per mezzo delle ondulazioni, e Newton per mezzo delle emanazioni: ma ventisei anni prima che si stampasse l’Ottica di questo, Giuseppe Antonio Barbari da Savignano, morto in odore di santità, ripudiando l’opinione di Aristotele, tolse ad esaminare i colori dell’iride prima e della seconda, nella quale si trovano in ordine inverso; la loro figura costantemente circolare, e la posizione loro rispetto al sole; per qual causa se ne renda visibile una sezione maggiore quanto più il sole è alto sull’orizzonte; esser necessario che la nube risoluta in minutissime goccie venga percossa dal sole di faccia, effetto che succede pure nelle pioggie artifiziali, nelle fontane, nelle boccie d’acqua rimpetto al sole, nelle quali, fin alla declinazione di 42 gradi del raggio visuale sulla linea che passa pel centro solare, vedonsi distintamente i colori dell’iride, mentre all’inclinazione di 52° appajono in senso inverso. Tutto ciò con grand’uso della geometria e trigonometria[336]: eppure rimase ignoto, nonchè agli stranieri, perfino ai nostri.
La prospettiva fu studiata in servizio dell’arti belle, e soli italiani ne scrissero, quali Piero della Francesca da Borgosansepolcro e Luca Paciólo; e compiutamente Daniele Barbaro veneziano (1568), poi il Barozzi ed altri. I principj geometrici ne furono generalizzati e bene esposti da Guidubaldo marchese del Monte; il quale, sempre intento ad applicare la geometria alla meccanica, in un trattato di questa pel primo indicò il principio delle celerità virtuali nella leva e nella taglia.
Alla meccanica pratica attesero molti. Il Ramelli non ha novità nelle sue macchine; di più Fausto Veranzio veneto di Sebenico (Machinæ novæ), tra le quali un ponte sospeso a catena e il paracadute, e tentò fare in Venezia fonti salienti. Fu vescovo in Ungheria, e gli dobbiamo una logica e un dizionario poliglotto. Il padre Lana Terzi (1687) esaminò la costituzione dei monti bresciani; procurò coi sali imitare le cristallizzazioni naturali, sebbene con teoriche dappoi ripudiate; inventò un seminatore prima dell’inglese Tull; nel Prodromo dell’arte maestra (1670) accenna come insegnare ai sordimuti a scrivere e anche parlare, a scrivere ai ciechi nati, e a nascondere i loro pensieri sotto cifre misteriose; come estrarre la radice quadrata colla somma e la sottrazione; tentò oriuoli perpetui a sabbia, ed altri a olio che s’abbassa all’arder d’una lampada; fare uccelli che volassero, e altri segreti più vaghi che fondati, ne’ quali piacevasi meglio che in sodare norme scientifiche. Non vi manca la pietra filosofale, ma il più ricantato è d’una barca portata in aria da quattro palloni metallici vuoti d’aria: i calcoli ne furono trovati giusti anche dal Leibniz, ma al Lana mancarono i mezzi di tentarne la prova.
Giovanni Torriano cremonese, meccanico di Carlo V, ricostruì a Toledo la macchina, fatta dagli Arabi, che l’acqua del Tago distribuiva per la città; pensava rendere navigabile quel fiume sino al mare; e sebbene Filippo II preferisse usare quella somma a fabbricar l’Escuriale, i Toletani l’onorarono d’un busto in marmo e d’una medaglia. La proposta fu rinnovata il 1641 da Giulio Martelli e Luigi Carduchi, e Filippo IV non comprese che questo sarebbe stato il vero modo di ricuperare il perduto Portogallo[337]. Nelle Macchine del signor Giovanni Branca (Roma 1629) stanno il disegno e la spiegazione di una, ove ad una caldaja bollente in figura di testa sfugge di bocca il vapore, che soffiando contro una ruota alata, move i congegni di due pile. È la prima applicazione del vapore a un’utilità, benchè operi direttamente sulla ruota, non per la tensione come nelle macchine odierne. Nel Novo teatro di macchine del Zonca padovano, un girarrosto è mosso dall’aria rarefatta dal fuoco.
Da tutte queste scienze ajutata, e da’ migliori stromenti[338], l’astronomia vedea trionfare il vero sistema mondiale. Ben alcuni tentavano acconciare l’opinione nuova con quella della Chiesa, sia piegando il fatto alla Bibbia, come aveva usato Tycho Brahe, sia la Bibbia al fatto, come Foscarini. Il gesuita ferrarese Giambattista Riccioli (1593-1671), che nell’Almagestum novum raccolse quanto aveano pensato gli astronomi fino al suo tempo, aggiungendovi osservazioni proprie, il sistema di Copernico trova ben ideato, ma falso; e non volendo accettare le grandi scoperte di Keplero perchè questi negava l’eclissi avvenuto alla morte di Cristo, nè chetandosi ai sistemi di Tycho e di Rheita, ne produsse un nuovo che non urtasse i pregiudizj, e dove luna, sole, saturno, giove girano attorno alla terra, ma mercurio, venere, marte sono satelliti del sole. Nella luna, con un cannocchiale di quindici piedi, noverò fin seicento macchie, cioè cinquanta più di Evelio, alla cui nomenclatura prevalse quella del nostro, come pure la sua teoria delle librazioni. Col Grimaldi crebbe a trecencinquanta stelle il catalogo di Keplero. Gli fu inflitta una penitenza per aver preferito il calcolo della versione dei LXX. Il gesuita francese Fabre, gran penitenziere a Roma, per avere pubblicato che, dimostrato una volta il moto della terra, la Chiesa avrebbe chiarito in che modo intendere figuratamente i passi della Scrittura, ebbe processo dal Sant’Uffizio, e arresto di cinquanta giorni.
Effemeridi, cronologie ed altre opere astronomiche stamparono il bolognese Cornelio Malvasia (-1664), e i modenesi Geminiano Montanari (-1687) e Gaetano Fontana (-1719). Il Montanari diede pure l’idrografia del mare Adriatico e sue correnti; pel primo dubitò del calor lunare, messo fuori di dubbio appena oggi dalle sperienze del Melloni. Il Bianchini portò buone osservazioni sopra venere, e tracciò il gnomone di Santa Maria degli Angeli. Antonio Magini padovano, professore a Bologna, scrisse molto di geografia e astronomia, non adottando il sistema copernicano, ma svolgendo teoremi che si credettero scoperti solo a’ dì nostri: era in corrispondenza con Tycho Brahe e con Keplero, che gran conto faceva del sapere di lui, e che dall’Università bolognese fu invitato a succedergli.
A sgombrare i vecchi errori operò grandemente un error nuovo, quali erano i vortici di Cartesio, venuti di moda anche nelle scuole italiane. Alfine prevalse Newton, posando la legge universale della gravitazione, e innovando meccanica, ottica, astronomia. Nessun nome noi abbiamo ad opporvi, ma vantiamo un’intera famiglia d’illustri. Gian Domenico Cassini (1625-1712) di ricca gente nizzarda, allevato dai Gesuiti, s’applicò segretamente all’astrologia, la quale lo invogliò dell’astronomia; a venticinque anni già la leggeva in Bologna, succeduto al Cavalieri, e gran lode ottenne, qualunque erroneo, il suo esame della cometa del 1652. Risolse il problema fallito a Keplero e Bouillaud, «dati due intervalli fra il luogo vero e il medio d’un pianeta, determinare geometricamente il suo apogeo e l’eccentricità»; determinò la rotazione di varj pianeti mediante le macchie, e nel 1668 diede effemeridi de’ satelliti di giove, mirabili pel tempo. Compivasi così la scoperta di Galileo; i naviganti aveano un modo di conoscere le longitudini; e lo spettacolo d’un altro sistema planetario che in piccolo rappresenta il nostro, confermava l’insegnamento di Pitagora e di Copernico, offrendo una riprova delle leggi che eransi assegnate ai movimenti della terra. Cassini migliorò le tavole di rifrazione; costruì la meridiana in San Petronio a Bologna, un de’ più grandi stromenti, mercè del quale precisare la legge degli spostamenti diurni del sole. Al quale problema applicossi il Cassini per verificare un punto fondamentale della teorica di Keplero, cioè che si rallenti la terra quand’è più discosta dal sole, e s’acceleri quando vicina; e vi riuscì. Accertò parimente la importantissima legge delle rifrazioni, indicata già da Tycho; ma mentre questi credeva cessasse dacchè l’astro saliva più di 45 gradi sopra l’orizzonte, Cassini mostrò che altezza nessuna rompeva quella legge. Così fu l’astronomia ridotta capace di misure delicatissime, e parvero un miracolo le sue tavole del sole, che alla secentista intitolò Oracolo d’Apollo: fece conoscere la librazione della luna: trovò o perfezionò il modo di calcolare per tutti i paesi gli eclissi solari mediante le projezioni dell’ombra della luna sul disco della terra, e di dedurne le longitudini terrestri.
Per determinare i confini tra la Toscana e lo Stato pontifizio, col Viviani studiò il corso del Po e della Chiana, le giaciture degli Appennini e le conchiglie fossili che vi si trovano. Il papa in benemerenza lo nominò ispettore delle acque; l’Accademia delle scienze francese l’ebbe corrispondente; poi chiamato da Luigi XIV, fu in Francia naturalizzato. Ivi con Picard promosse il viaggio a Cayenne per osservare la parallasse di marte e la solare, che si trovò appunto di dieci secondi, com’egli aveva congetturato.
Egli intanto meditava sulla luce zodiacale, indicata fuggevolmente da Keplero; e stabilì che il sole sia circondato d’una specie di nebulosa, prolungata nel senso del suo equatore fin di là da venere. Dacchè Huygens ebbe scoperto il primo satellite di saturno, quattro altri egli ne osservò, non accorgendosi dei due che poi ad Herschel si offersero nel 1789, e dell’ottavo scoperto nel 1848 da Lassen. E sebbene veruna capitale scoperta egli facesse, la natura delle sue ne popolarizzò il nome per modo, che molti lo tennero quasi creatore dell’astronomia in Francia, tutti per uno de’ migliori ornamenti del regno del gran Luigi.
Il genio per l’astronomia parve ereditario in sua casa; e Giacomo suo figlio (1677-1756), aggregato di diciassette anni all’Accademia delle scienze e di diciannove alla Reale di Londra, girò l’Europa, poi reduce coadjuvò il padre nel prolungare la famosa meridiana dell’Osservatorio di Parigi, cominciata da Picard nel 1669, ed ora spinta fino al Rossiglione e a Dunkerque. Più esatte misure de’ meridiani si ottennero dal viaggio ai poli; e allora Cesare Francesco Cassini corresse i lavori del padre, e recò il meridiano ad esattezza sufficiente per divenire base della grande operazione geometrica, alla quale tre generazioni di quella famiglia aveano faticato.
FINE DEL TOMO UNDECIMO
[ INDICE]
| LIBRO DECIMOQUARTO | ||
| Capitolo | ||
| CXLIX. | Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma | [Pag. 1] |
| CL. | Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del Vachero | [50] |
| CLI. | Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie | [77] |
| CLII. | Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello | [136] |
| CLIII. | Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino | [190] |
| CLIV. | Toscana | [229] |
| CLV. | Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti | [257] |
| CLVI. | Belle arti | [350] |
| CLVII. | Letteratura | [384] |
| CLVIII. | Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia | [455] |
| CLIX. | Scienze naturali e matematiche | [531] |