NOTE:
[1]. Nel carteggio del residente veneto a Roma, sotto il 18 dicembre 1569 leggesi che il papa disse al cardinal di Gàmbara che «sa che la repubblica di Venezia è principe libero, e che non ha superiori, e che è il sustentamento della libertà e della gloria d’Italia, la quale, se non fusse il petto di quella serenissima repubblica, sarìa già molto tempo in preda delli oltramontani: e che voleva farli sapere una cosa in gran secreto, che non aveva mai più detta a niuno; che tutti gli altri principi dal maggiore al minore hanno in odio la serenità vostra e ne dicono male, e che ognuno si risente che la serenità vostra non stima niuno, e che non cerca di gratificarsi niuno. Il cardinale ha detto che non è da meravigliarsi di questo, perchè li principi non amano l’un l’altro se non quanto importa il suo conto, e che li italiani non amano la serenità vostra per invidia, e li oltramontani perchè li impedisce li suoi disegni in Italia».
[2]. Secondo note del doge Matteo Senarega, esistenti nella biblioteca della Università ligure, Genova nel 1597 contava 61,131 abitanti, di cui 2319 poveri soccorsi dal pubblico, 589 preti o frati, 1278 monache, 28,740 soldati, non contando la milizia forestiera: la rendita era di lire 428,264; le spese di lire 383,172 del bilancio dello Stato; 32,000 del bilancio del Comune; 164,873 di quel delle galee; 198,595 di quel di Corsica. Negli stessi archivj è il catalogo delle sostanze delle famiglie genovesi nel 1636, in occasione che vi fu imposta la tassa dell’un per cento; ove se ne contano quattordici che aveano fra 1,012,777 lire e 3,928,333.
[3]. De principatibus Italiæ, 1628, nella raccolta elzeviriana delle Repubbliche.
Nell’archivio Mediceo, fra le Carte strozziane, filza 320, è un manoscritto anonimo col titolo Relazione delle entrate, spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italia, che sembra appartenere alla prima parte del secolo XVII. Secondo quello, lo Stato pontifizio in guerra traeva
| Dall’Umbria | fanti | 10,000 | cavalli | 3000 |
| dalla Romagna | » | 20,000 | » | 4000 |
| dalla Marca (bravi ed armigeri) | » | 15,000 | » | 2000 |
| da Bologna e Ferrara | » | 25,000 | » | 6000 |
| in tutto | fanti | 70,000 | cavalli | 15,000 |
e sul mare cinque galere, ma poteva armarne otto.
Nel 1675 Gregorio Leti (vol. II dell’Italia regnante) attribuivaallo Stato papale la rendita di tre milioni di scudi; e numerando le forze delle diverse provincie e le artiglierie delle fortezze, presentava queste cifre:
| Uomini atti alle armi | 400,000 | |||
| Presidj, tra fanti e cavalli | 4,000 | |||
| Esercitati alle armi e sempre in pronto per la guerra, ma a casa e non retribuiti che di alcuni privilegi | 80,000 | fanti, | 3500 | cavalli |
| De’ quali può armare senz’aggravio de’ sudditi e pagare in guerra, oltre i presidj | 30,000 | » | 3000 | » |
Oltre le armi di questi esercitati 83,500, n’erano nelle fortezze di Ferrara, Bologna, Castel Sant’Angelo, in Vaticano, Ancona e Ravenna per 60,000 uomini, e munizioni in gran copia. Le armi si fabbricavano nello Stato, e specialmente a Tivoli. Alessandro VII aveva messa e dotata una fabbrica. In Civitavecchia, oltre munizioni molte, stavano dodici galere ben armate. «Con tutto ciò (diceva il Leti) bisogna essere buon principe, e non semplice prete, perchè dalla qualità del petto e dal valore del papa dipende la prima forza dello Stato».
Raccogliendo quanto partitamente aveva scritto dei principi d’Italia, esso Leti dava alla penisola, assai meno popolosa d’oggidì,
In mare cento galere, e quattordici navi a vela ben armate.
[4]. Testamento politico.
[5]. Comuni a tutte le Corti erano i gran donativi, e ogni affare trattavasi col profonderne a tutti quelli che poteano ajutarlo. Voigt, nella Storia di Prussia, dice che questo paese nel XIV secolo regalava al papa quattromila ducati d’oro; al cardinale De Fargis nipote di esso, cento doppie (di 17 fr.); venti a quel d’Albano; quattrocentottantasette ducati d’oro e venticinque doppie tra varj altri famigliari; oltre quel che davasi ad avvocati, notaj, staffieri, ecc. Pertanto l’ambasciadore portava sempre gran provvigione di galanterie. Giovanni di Felde, andando a Roma nel 1391, avea seco venticinque tazze d’argento, quindici piatti simili, e moltissimi anelli. Lo stesso Voigt riferisce il dono di dodici apostoli d’oro, fatto dall’ordine Teutonico a Leone X, che poi li vendette; e dà la lista de’ regali fatti in non si sa qual anno del secolo XV per Natale. La riferiamo anche per la curiosità dei prezzi:
| 1. | Per un velluto turchino, al papa | ducati | 83 |
| 2. | Per un boccale dorato, al medesimo | » | 64 |
| 3. | Per la fodera d’un mantello d’ermellino, al medesimo | » | 14 |
| 4. | Per tredici chicchere d’argento, ai camerieri del papa | » | 117 |
| 5. | Al protettore dell’Ordine | » | 110 |
| 6. | Per confetti dispensati ai cardinali | » | 70 |
| 7. | Per confetti agli auditori | » | 31 |
| 8. | A due avvocati | » | 24 |
| 9. | A due procuratori | » | 20 |
| 10. | Al maestro di scuderia del papa | » | 3 |
| 11. | Ai guarda-portoni | » | 30 |
| 12. | Per un cavallo regalato | » | 30 |
| 13. | Una sella per il medesimo | » | 1 |
| 14. | Un cavallo ciascuno al protettore dell’Ordine, al cardinale di Novara, al protonotario Ermanno Dwerg; due al priore che suole introdurre le persone al papa. |
[6]. Universis et singulis mercatoribus, cujuscumque nationis et professionis vel sectæ, etiam Turcæ, Judæi, vel alii infideles essent, ad civitates, terras, castra et loca Marchiæ anconitana, cum familia ac mercibus ac bonis eorum quibuscumque vel sine illis, veniendi, aut in eis standi, manendi, et negotiandi, ac ab illis pro eorum libito voluntatis abeunii et recedendi etc. Bolla 21 febbrajo 1547. Vedi il Viaggio di Montaigne, e le Relazioni d’ambasciadori e del Botero.
[7]. Tonduzzi, Storia di Faenza, p. 605.
Baldassini, Memorie storiche dell’antichissima città di Jesi. Jesi 1774, p. 256.
Saracinelli, Notizie storiche della città d’Ancona. Roma 1675, II. p. 335.
Mariotti, Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città di Perugia e suo contado. Perugia 1806, p. 113.
Su tutto ciò vedi Ranke, Die Fürste und die Völker etc.
[8]. Secondo Gregorio Leti (Vita di Sisto V, part. II. 1. 4), al venire di papa Sisto quest’erano le entrate delle primarie case romane:
| Dei Colonna, don Marcantonio gran connestabile del regno di Napoli, duca di Pagliano, principe di Sonnino | scudi | 120,000 |
| Il duca di Zagarola, principe di Gallicano conte di Zarno | » | 30,000 |
| Il principe di Palestrina cavaliere del Tosone | » | 25,000 |
| Degli Orsini don Paolo Giordano, duca di Bracciano, grande di Spagna | » | 100,000 |
| Don Giovan Antonio, duca di San Gemini, cavaliere del Santo Spirito | » | 50,000 |
| Don Bertoldo, marchese del Monte San Sorino, conte di Pitigliano | » | 200,000 |
| Don Latino, principe di Matrice | » | 12,000 |
| Don Virginio, duca di Gravina, che poi sposò la pronipote di Sisto. | » | 18,000 |
| Dei Savelli don Federico, principe d’Albo e del sacro romano Impero | » | 50,000 |
| Il duca di Riccia | » | 20,000 |
| Il duca di Sermoneta | » | 20,000 |
| Il duca di Sermoneta della casa Gaetana di Spagna | » | 50,000 |
| Il duca di Carpineta della casa Conti | » | 18,000 |
| Don Lottarino Conti, principe di San Gregorio e duca di Palo | » | 12,000 |
| Don Giorgio Cesarini, duca di Civitanova | » | 30,000 |
| Il duca Sforza, duca di Segni, principe del sacro romano Impero | » | 40,000 |
| Don Gregorio Buoncompagni, duca di Sora, marchese di Vignola, conte d’Arpino, nipote di Gregorio XIII | » | 45,000 |
| Don Antonio Farnese, duca di Farnese | » | 12,000 |
| Don Angelo Altemps, duca di Gelasi, conte di Soriano | » | 24,000 |
| Don Federico Cesis, duca d’Acquasparta | » | 70,000 |
Inoltre furono trovate fin a cinquanta famiglie con una rendita ciascuna dai cinque sino ai diecimila scudi al più, e sino ai mille almeno. Trovò pure:
| monasteri di regolari viventi in povertà | 316 | ||
| monasteri di monache sotto alla povertà | 67 | ||
| monasteri di regolari con rendita | 128 | ||
| la quale per tutti insieme era di | scudi | 168,300 | |
| monasteri di monache con rendita | 54 | ||
| che era | » | 66,410 |
[9]. Amiani, Memorie di Fano, pag. 609.
[10]. Leti, Vita di Sisto V, part. II. lib. I. c. 3. Nel carteggio del residente veneto a Roma, oltre moltissimi aneddoti congeneri, si legge di un Diedi di Ravenna che, innamoratosi d’una fanciulla Rasponi, l’ebbe alle sue voglie, poi a sposa. Il fratello di questa, tenendosi ingiuriato, raccolse una sera da cento uomini, ed entrò in città scalando la mura e con fiaccole; ed assalita la casa de’ Diedi, vi trucidò gli sposi, un fratello canonico, sorella e padre del marito, e servi, e fin quello ch’eragli stato spia e guida; poi se n’andò dal regno pontifizio. Al 25 febbraio 1576.
Ivi si parla a dilungo del Piccolomini e de’ suoi: — Ultimamente si messero per forza ad abitare in un palazzo del signor Bonello per far scorta al mietere di alcune possessioni confiscate del Piccolomini; con il qual sono centottanta bravi, che si fanno strada ove lor piace. Et egli, avendosi lasciato crescere li capelli con una ciera horribile, mette gran spavento a tutti, e se ne va errando quando in una, quando in altra parte ecc.». Al 1581.
[11]. Carteggio 10 settembre 1585; 16 agosto 1586.
[12]. Le langage du papa est italien sentant son ramage boulognois qui est le pire idiome d’Italie, et puis de sa nature il a la parole mal aysée. C’est un beau vieillard... le plus sain et vigoureux qu’il est possible de désirer... d’une nature douce, peu se passionnant des affaires du monde, grand bâtisseur... Il n’est nulle fille à marier, à laquelle il n’aide pour la loger... Ses réponses sont courtes et résolues, et perd-on temps de combattre sa réponse par nouveaux arguments. En ce qu’il est juste, il se croit; et pour son fil mesure, qu’il aime furieusement; il ne s’ébranle pas contre cette sienne justice. Montaigne.
[13]. Vedansi gl’importantissimi dispacci veneti, pubblicati dal Mutinelli. La ciarlatanesca vita scrittane dal Leti è confutata ad ogni passo da quella seria dell’Hübner.
[14]. Dispacci veneti del 16 gennajo 1584.
[15]. Bullarium romanum, tom. II. Constit. Sisti V, 56.
[16]. Manoscritto Chigi, citato dal Ranke, lib. IV. 2.
[17]. Nei quali
| la dogana di Roma figura per | scudi | 182,450 |
| la dogana di Ancona | » | 15,500 |
| la dogana di Civitavecchia | » | 1,977 |
| le allumiere della Tolfa | » | 31,780 |
| i censi di Spagna, Urbino, Ferrara, Parma, e altri feudatarj nel giorno di S. Pietro | » | 35,500 |
Fra i titoli che vendevansi erano i cavalieri Piani, del Giglio, dei santi Pietro e Paolo, dello Speron d’oro, Laterani.
In un libro di conti cogl’introiti e spese dello Stato Pontifizio nel 1585, posseduto dal Coppi, le rendite ascendono a scudi 1,318,414; gl’interessi de’ luoghi di monte, cioè del debito importavano scudi 281,968: dedotti i pesi, alla tesoreria avanzavano scudi 449,756. Un altro conto del secondo anno di Sisto V segna le entrate dello Stato papale in scudi 1,599,303.
[18]. Leti, part. III. l. V, secondo il quale tali cariche, oltre l’onore, rendevano il sette, il dieci, fin il quattordici per cento. Lo stesso, part. III. l. III, dice: — Quando un papa vuole fa miracoli, e miracoli fece sempre Sisto perchè governò col capo e col petto; ond’è che di lui fu detto che aveva il capo di ferro, il cuore di Marte, il petto di bronzo, la mano d’acciajo, il piede di Mercurio. E benchè dall’Evangelio non ne tirò mai la semplicità della colomba, ne succhiò con tanto più ardore la prudenza del serpente e forse il naturale; poichè non schizzò mai veleno contro alcuno, che non fosse stato prima toccato. Non intraprese mai cosa senza prima maturare i mezzi come dovea fare per sostenerla; e da qui nasce che mai gli venne a vuoto impresa alcuna, che si può dire quasi un miracolo in lui, perchè non formava i disegni alla cieca, ma con cento occhi come Argo; e dopo formati adoprava cento braccia come Briareo per farli riuscire; di modo che con ragione dicevano gli ambasciatori: Sisto ci dà a tutti guanciate terribili ma con una così gran forza di spirito, che bisogna dire Amen senza lamenti».
[19]. I grossi debiti contratti da Urbano VIII e Innocenzo X fanno credere che quei milioni fossero consumati. Nel marzo 1793 Cacault scriveva alla Convenzione di Francia, che in Castel Sant’Angelo esisteva ancora un milione di scudi del tesoro di Sisto V.
[20]. Il Fontana stesso descrisse il Modo tenuto nel trasportare l’obelisco Vaticano. Su quell’operazione fu consultato anche Camillo Agrippa milanese, filosofo e matematico, che stampò Nuove invenzioni sovra il modo di navigare, ed altre opere; e condusse l’Acqua Vergine sul monte Pincio.
Adamini di Montagnola, compaesano del Fontana, e il francese Montferrand eressero, pochi anni fa, la colonna in onore di Alessandro I a Pietroburgo, che è il maggiore monolito del mondo.
| Il fusto solo di essa pesa | chilogrammi | 293,820 |
| cogli apparati | » | 423,500 |
| Mentre l’obelisco nudo pesava | » | 337,000 |
| cogli apparati | » | 375,922 |
* Il fatto del villano è messo in dubbio da taluni, ma il Cancellieri nella Descrizione delle funzioni della settimana santa, pag. 195, cita Angelo Rocca, de Bibl. Vat., 250, Taja, Descrizione del palazzo Vaticano, 440, e Chattard, Nuova descrizione del Vaticano, tom. III, p. 20, che dicono quel fatto effigiato sopra la finestra seconda della biblioteca vaticana. Colui fu un bravo marinajo di San Remo, e i Bresca di colà conservano il privilegio di somministrare le palme alla solennità di Roma. Il privilegio dice: Equidem nos minime latet te ex ea natum familia, ex qua vir extit, qui provido sane consilio, utilique monitu, in Vaticano obelisco efferendo multam diligentemque operam adhibuit, ac propterea a rec. mem. Xisto V prædecessore nostro præcipuum privilegium obtinuit, cujus vi ipse tantum, ejusque posteri, ceteris exclusis, perpetuum jus haberent ferendi Romam palmeos ramos pro pontificio sacello, aliisque urbis templis. Allorchè Pio VII stava prigioniero in Savona, il dottor Giacomo Bresca, allora investito del privilegio, gli spediva le palme: e quando esso papa ritornava a Roma, il Bresca gli mosse incontro con una schiera di fanciulli, portanti bellissime palme: e il pontefice in segno di gradimento fe collocare due di queste sulla sua carrozza.
[21]. Carteggio veneto al 24 novembre 1590.
[22]. De Maisse, ambasciadore a Venezia, scriveva al suo re il 4 ottobre 1592: Il ne se parle à Rome que des réformations. Le pape va en personne visiter les cellules des moines, et les va trouver jusque dans le lit. Il les veut faire comme frères égaux et en commun, et réduire trois monastères en un: chose qui leur sera difficile à supporter, étant accoutumés dans leur aises et commodités.
[23]. Nelle notizie del Nores leggesi invece che il birro fu assalito da un cane, e che Gabriele Foschetti, mastro di casa Farnese, fu preso e decapitato il mercoledì santo del 1592. Il Muratori pone il fatto al 1604.
[24]. Il Moro trasportato in Venezia, ovvero Racconti de’ costumi, riti e religione de’ popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa. Reggio 1672.
[25]. Conciliazione della Chiesa armena colla Chiesa romana sopra le autorità de’ padri e dottori armeni.
[26]. Secondo il cerimoniale allora prefisso, i baroni, i cavalieri e le damigelle doveano dirgli, Monsignore mio fratello, ed egli a loro Bel fratello, Bella sorella. Nelle funzioni procederebbe il fratello di mezzo passo, e se a cavallo, della lunghezza del collo del cavallo. I piatti doveano servirsegli coperti. Cavalieri e dame nel presentarsegli e nel partire doveano inclinare alquanto i ginocchi. Vedi Cibrario, Origini e progresso delle istituzioni della monarchia di Savoja. Torino 1854.
[27]. Carlo III rimostrava all’imperatore Carlo V che par trois fois que l’armée de l’empereur y a été, ce Piémont a été mangé, pillé, composé et rançonné en toute extrémité, et non point en un seul lieu, mais généralement par tout le pays.
[28]. Nel 29 maggio 1613, il cardinale Maurizio di Savoja scrive a suo padre Carlo Emanuele, che con grandissima difficoltà potè trovare cinquanta scudi; che il principe Tommaso di Carignano era senza vestiti nè altre cose più necessarie; e il 29 settembre 1614, che non si potè trovar oro per le catene da regalare agli ambasciadori svizzeri.
[29]. L’ambasciator veneto Gian Francesco Morosini, in una bellissima relazione del 1570, loda le galee di Emanuele Filiberto di Savoja come delle migliori di Ponente, e soggiunge:
— Tratta sua eccellenza le ciurme di queste sue galere, come quello che n’ha poche, eccellentemente; dando, oltre le minestre, nei giorni ordinarj trentasei oncie di pane per cadauno, dove il signor Giovanni Andrea Doria non ne dà più di trenta; per il che il galeotto, oltre il suo bisogno, ha pane che gli avanza, il quale può vendere a chi più gli piace, e delli denari comprarsi delle altre cose; e comprano per lo più il vino, il quale in quelle parti si ha per bonissimo mercato, tanto che rari sono quelli che bevano mai acqua. Oltre questi, hanno quasi tutti essi forzati anco delli altri denari; perchè, quando non sono impediti dal navigare, fanno quasi tutti qualche mestiero, e tra gli altri calzette di riguardo, delle quali cavano ogni anno molti denari: e nell’ultima andata a Nizza di sua eccellenza non fu alcuna di quelle sue galere che non vendesse calzette alli cortigiani per centoventi o centocinquanta scudi d’oro almeno per cadauno.
«Oltre ai sessanta marinari, suole mettervi sino a ottanta o cento combattenti; e a questi fa portare due archibugi per uno, con cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile, e ciò in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo, per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno l’archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di maniera che, senza alcuna intermissione di tempo, vengono a piovere l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo...
«Sempre negozia in piedi o camminando; sta pochissimo in letto; parla poche parole, ma piene di sugo. È tutto nervo con poca carne, ed ha negli occhi ed in tutti i movimenti del corpo una grazia, che quasi eccede l’umanità; in tutte le sue azioni ha una gravità meravigliosa e grandezza, e veramente par nato a signoreggiare; parla italiano, francese, spagnuolo, tedesco e fiammingo, sì che par nato in mezzo a loro. Accetta di sua mano tutte le suppliche, volendo che la giustizia si distribuisca sì al povero che al ricco; fa grandissima professione della sua parola; invece di gentiluomini di bocca e di camera non si serve che di cavalieri di san Maurizio, per indurre i nobili ad entrarvi. A tavola si fa leggere sommarj di storie, delle quali si diletta moltissimo; poi si ritira a lavorar d’artiglierie, di modelli di fortezze, di fuochi artificiali con bravi artefici che trattiene; ha gusto di conversare con uomini dotti in qualsivoglia professione, e ragiona sempre con loro. Nella Germania è stimato tedesco per essere della casa di Sassonia; da’ Portoghesi, portoghese per sua madre; tra’ Francesi, francese per i parentadi vecchi e nuovi; ma lui è italiano, e vuole essere tenuto per tale».
[30]. Il Boldù, ambasciatore veneto, scriveva il 1561: — Vi sono più cause di alterazioni e divisioni fra i sudditi di sua altezza, come l’antica causa guelfa e ghibellina che ancora in qualche parte regna; d’una delle quali è capo il signor di Racconigi, che è la guelfa; e della ghibellina il signor di Masino; dai quali due personaggi però si può dire che dipendano quasi tutti i gentiluomini di Piemonte. Nell’entrata che fece sua altezza a Mondovì furono per tagliarsi a pezzi duemila uomini delle ordinanze per questa causa».
E il Morosini: — I suoi popoli non sanno industriarsi ad altro servizio che di lavorar le terre, e lo dimostrano molto bene le case loro, nelle quali non si vede tanta roba che vaglia quattro denari: ma parlo degli uomini del contado e del popolo ancora, perciocchè neppure hanno letti sui quali dormire, ma in cambio di quelli usano certi sacconi pieni di foglie d’alberi, godendosi il mondo appunto in quel modo, nel quale lo trovarono quando ci vennero. I Piemontesi nascono buoni soldati, ma non si curano nè d’arti di commercio ad imitazione dei nobili, e lasciano che i forestieri s’arricchiscano; non hanno altro pensiero che di attendere a mangiare, a bere ed ai piaceri; e credami vostra sublimità, che non v’è artefice tanto basso che non vuol mangiare salvaticine e darsi piacere. Il duca impiega ogni opera per risvegliarli, ma con poco profitto. Li popoli che abitano la Savoja sono timidi e vili, non si danno ad alcuno esercizio, nè tampoco a quello delle armi; e fecero vedere questa poca inclinazione allorquando il signor duca ordinò una milizia per la quale avendo speso più di seimila scudi in armi, in poco tempo ritrovorno che de’ morioni e corsaletti se n’erano serviti in far delle pignatte e degli spiedi. Li nobili e feudatarj (della Savoja) sono superbi, altieri e poco migliori della plebe».
[31]. Nella abolizione degli stati Emanuele Tesauro riponeva la causa delle guerre civili di Piemonte nel seicento: — Nei tempi andati quando i Sovrani di Savoja erano meno potenti, ed i popoli erano più liberi, sentendo ancora qualche odor di repubblica, signoreggiava nella Savoja e nel Piemonte un potentissimo ed ai suoi monarchi formidabilissimo tribunale chiamato la unione delli tre stati, ecclesiastico, nobile e popolare, il quale usurpando una suprema ed illimitata autorità, chiamava se stesso padre e tutore del principe, anzi principe nato a distinzione del succeduto. Questi, allora che moriva il sovrano, traeva a se medesimo tutta la sovrana potestà, ordinava la repubblica, giudicava delle tutele e delle successioni contenziose tra dimestici o stranieri pretensori del principato e ducato. Anzi facendo il pedagogo sopra il principe adulto, censurava le sue azioni, esaminava le risoluzioni della guerra e della pace, rifiutava o limitava le dimande delle contribuzioni, opponeva ragioni alle ragioni, e talvolta forza alla forza, non avendo allora il principe altro erario che la libera volontà degli Stati, nè altre armi che le armi loro. Onde non è meraviglia se in alcuni regni la baldanza degli altri Stati sia giunta a segno di mettere le mani sopra il suo re. Ma questo tribunale, dopo che i principi di Savoja sono divenuti più forti e perciò più liberi, altrettanto ha perduto di forza e di libertà, ed a poco a poco abbassato, finalmente fu estinto. Chi volesse parlare oggidì di rinnovare il tribunale dei tre stati, sarebbe reputato reo di maestà. Parlo dei tre stati formati, e non materiali, uniti in un corpo con piena e libera autorità giudiciale, e non partitamente richiesti dei loro voti, che sogliono darsi a genio del più forte». Origine delle guerre civili del Piemonte in seguito dei campeggiamenti del principe Tommaso di Savoja, descritti dal conte e cavaliere gran croce don Emanuele Tesauro, che serve per apologia contro Henrico Spondano. In Colonia 1673, appresso Giacomo Pindo, pag. 12-13.
[32]. Il suo inviato alla credenza generale di Lanzo, nell’aumentare il prezzo del sale, ragionava: — Sua altezza non la ricerca per altro, salvo per poter rimediare alle fortificazioni, monizioni, artiglierie, ed altre cose in conservazione del Stato e suoi sudditi, e tanto più che per questa via resterà meno gravato il populo, poichè vi concorrono preti, frati, signori, monache ed altri privilegiati».
[33]. — Dovendosi partire sua eccellenza (Emanuele Filiberto) la mattina seguente per andare all’esercito (sotto Hesdin in Fiandra), fu veduto, nell’imbrunire della sera innanzi, uscir dal palazzo con un servitore solo, quanto incognito si poteva; onde ognuno che lo vide e intese ciò, giudicò, come giovane che egli era e a cui non spiacevano le donne, ch’egli andasse a pigliar licenza da qualche sua innamorata. Niente di manco si seppe di certo poi, che sua eccellenza andò al monastero di San Paolo, dove essendo stato tutta la notte, si confessò, e la mattina seguente, comunicato che si ebbe, e raccomandatosi a Dio, s’avviò di lungo al carico suo del generalato dell’esercito». Boldù.
* E l’ambasciatore veneto, al 21 gennajo 1599, scriveva alla sua repubblica: «Il signor duca è andato nove giorni continui alla Madonna di Mondovì, trattenendosi ivi dalla mattina assai per tempo fin quasi la sera, replicandovi, com’è costume, ogni dì nove volte l’orazione efficacissimamente. La quale non si discerne se sia o per dar grazia dell’essere uscito dai passati pericoli, o se per fine abbia pur solamente la dimanda di restar salvo da’ futuri».
[34]. Che nelle nozze si stipulasse che il primo figlio erediterebbe il Milanese col titolo di re di Lombardia, lo credo un sogno del Litta nelle Famiglie celebri. Nel capitolato per l’elezione di Leopoldo I, il duca di Savoja si fece confermare il titolo di vicario imperiale.
[35]. Secondo il divisato d’allora, per l’esercito comune contro i Turchi avrebbero dovuto dare:
| fanti | cavalli | cannoni | vascelli | |
| Il papa | 8000 | 1200 | 10 | 10 |
| Lombardia | 8000 | 1500 | 8 | 6 |
| Venezia | 10000 | 1200 | 10 | 25 |
| Repubblica italiana | 10000 | 1200 | 10 | 8 |
[36]. Nel 1607 il duca di Savoja sbrigò e ottenne dall’imperatore d’andar ambasciadore straordinario a Venezia per la pace che trattavasi con Paolo V. Tre ragioni adduceva di questo desiderio: 1º perchè, se la guerra divampasse, egli sarebbe il primo a sentirne i danni; 2º perchè voleva distruggere l’opinione che godeva d’irrequieto e smanioso della guerra; 3º perchè l’imperatore, il quale parlava di sposare la sua figlia, vedesse che l’ambizione non era il suo vizio. Il Senato avea stabilito che sessanta senatori col doge andrebbero incontrarlo all’isola di San Clemente, ma il doge non uscirebbe dal bucintoro; sessanta senatori lo condurrebbero all’udienza, ma il doge lo porrebbe alla sinistra, e gli darebbe solo il titolo d’eccellenza. Per manco di denaro o perchè non soddisfatto degli onori che la repubblica gli destinava, l’ambasciata non ebbe luogo. Suo figlio Tommaso fu pure incaricato di altre che guastò colle pretensioni. Vedi Vicquefort, L’ambassadeur et ses fonctions. Colonia 1690.
[37]. Vinciolo Vincioli aveva già preparato una canzone sull’impresa di Ginevra, e fu pubblicata benchè riuscisse a male.
Sola speme d’Italia e primo onore
D’Europa, alto stupor del secol nostro,
Saggio invitto guerrier, folgore e scoglio
Di Marte, che di senno e di valore
Sei dei principi altero e raro mostro,
Che in verde etade hai mostro
D’esser nato a domar l’antico orgoglio
Del barbaro vicino, e di quegli empj
Che, fuggendo il tuo scettro, ebber ardire
Fabbricar nuova fede e nuova legge...
Così dic’egli a Carlo Emanuele; lo felicita d’aver vinto l’empio Bretone, il Gallo audace, l’invido Germano; e che Dio avesse «percosso di sua mano l’alto tiranno che regnava tra l’Alpe e tra Pirene», cioè Enrico IV; e così via bestemmia tutti i popoli miscredenti.
Or chi fia più che guerreggiare ardisca
Teco, signor, se in tua difesa hai l’ira
Di Dio, che al fondo i tuoi nemici ha messo?
Credo che in ciel s’ordisca
Che debban l’arme tue con breve guerra
Vincer tutta la terra,
La qual vinta che sia, dall’Indo a Tile
Sarà solo un pastor, solo un ovile.
Intanto lo sollecita contro Ginevra:
Nè gioveralle il lago e la palude,
Nè i fiumi che difendon l’alte mura:
Già da lontan s’ascolta
Il pianto e ’l grido dell’afflitte genti
E lo strido e i lamenti,
E già veder il Rodano mi pare
Portar il sangue invece d’acque al mare...
Fa la pace fiorir di qua dall’Alpe,
Mentre di là fera discordia ogn’ora
Tiene in travaglio i popoli, che sono
Verso Dio divenuti aspidi e talpe.
Poi nel trattato di Bruzolo del 1610 il duca combinava una nuova lega con Enrico IV, stabilendo di ottenere il Milanese dopo conquistatolo, a patto di cedere a questo la Savoja, distruggere il forte di Monmeliano, e consegnargli due fortezze del Milanese. Protezione disinteressata!
[38]. Il maresciallo di Crequi scrive a Luigi XIII: Le duc de Savoie accuse monsieur le connétable de n’avoir pas voulu laisser prendre la ville de Gênes parce qu’il entretenait des intelligences secrètes avec les principaux magistrats. Je ne dissimulerai point à votre majesté que nous pouvions prendre Gênes, mais on n’a pas cru que le service de votre majesté le permit. Monsieur le duc de Savoie se serait mis en possession de la ville, et aurait voulu la garder pour lui. Si votre majesté veut entreprendre une guerre avantageuse en Italie, envoyez-y, sire, sous la conduite d’un de vos bons généraux, une armée nombreuse et supérieure à celle de Savoie, de manière que vous puissiez faire la loi à monsieur le duc, et qu’il ne prétende pas disposer de tout à sa fantaisie.
Su quest’età spargono moltissima luce le lettere del D’Ossat, oscuro francese, assunto alla porpora pei proprj meriti, massime per la ribenedizione d’Enrico IV. Era stato segretario del cardinale d’Este nel 1582, poi direttore dell’ambasciata francese, infine ambasciadore a Firenze, a Venezia, a Roma, Amelot de la Houssaie, noto pubblicista, corredò quelle lettere di note, che anch’esse illustrano la condizione del nostro paese e i personaggi che vi figurarono.
D’Ossat, nemicissimo al duca di Savoja, gli suppone i disegni più ribaldi. Nella lettera CCXXXII avvisa Enrico IV de’ disegni di esso contro di lui, e soggiunge: J’ai horreur de vous ajouter une autre chose, que gens de qualité m’ont dit qu’il attend avec plus de désir et d’espérance que tout cela; mais je ne dois et ne puis vous faire plus longuement. C’est le succès et événement des embuches et assassinats qu’il a dressés et apostés en diverses façons contre la vie de votre majesté, dont Dieu vous préservera, et le confondra lui, comme il mérite, moyennant la précaution, dont votre majesté et vos serviteurs useront. Ces choses ne se disent pas par tenans et aboutissans; mais le naturel et la façon de procéder de l’homme les rendent trop vraisemblables, et méritent que votre majesté et tous ses serviteurs y prennent garde. E nella seguente: Monsieur de Savoie vous a meshui fait assez connaître, qu’il n’a point de conscience, ni de crainte de Dieu, et moins soin de son honneur et réputatation, ni aucune vergogne des hommes.
Interrogato dal papa del suo parere sulla guerra tra Francia e Savoja nel 1600, insiste perchè il papa ne levi l’occasione col far che il duca restituisca Saluzzo, paese dovuto alla Francia, e necessario all’equilibrio d’Italia, dove altrimenti rimane despota la Spagna. Divisando i caratteri de’ combattenti dice: Monsieur de Savoie est de telle complexion qu’il veut prendre l’autrui et sur plus grands qu’il n’est, et ne veut point rendre; veut encore contracter et faire des accords, promettre, signer, confirmer et reconfirmer, et ne point tenir, ne rien exécuter, prenant pour galanterie de violer la foi... Avec tout cela il pense de se mantenir en cette façon de procéder par son bel esprit, fertil en toutes sortes d’inventions et de déguisements, et par les forces d’Espagne, et par l’autorité de votre sainteté, sachant le respect que le roi vous porte, et l’extrême désir que vous avez de conserver la paix.
All’acquisto di Saluzzo erano contrarj tutti i principi d’Italia, e offrivano denari perchè Enrico rompesse il patto; D’Ossat lo considera sempre come un’usurpazione, e non sa darsene pace; e rammenta al re come, lasciandolo al duca, perdrait beaucoup la réputation, qui est celle par laquelle les rois et princes se maintiennent bien plus souvent que par toutes leurs forces et moyens. Ben sel sapeva il duca, il quale diceva: la reputazione esser la pupilla del principato».
Amelot de la Houssaie, nelle note alla lettera LVII del D’Ossat, dice di Carlo Emanuele: Ce due était si ambitieux, si entreprenant et si déloyal, que l’on se défiait autant de lui quand il avait de bonnes intentions que lorsqu’il en avait de mauvaises. Tous les historiens de son temps ont loué hautement sa valeur militaire, son intrépidité, sa liberalité, sa pénétration, son expérience, mais ils l’ont tous accusé d’avoir été sans foi. — Siri, nelle Memorie secrete, VII: «Principe per vastità d’ingegno e per intrepidità di cuore incapace di sgomento; de’ maggiori che habbino regnato lungo tempo avanti di lui; fregiato d’eccelse virtù e imbrattato di molti vizj, che lo resero notato nel mondo per turbolento, ambiziosissimo, infido, ecc. — Il cardinale Bentivoglio nelle Memorie: «Queste sì rare virtù venivano sommamente oscurate dall’ambizione, la quale regnava in lui con tal eccesso, che portandolo continuamente a torbidi, vasti, e per lo più fallaci disegni, faceva ch’egli, invece di misurarsi con la misura sua propria, usasse molto più quella dei re, alle cui prerogative non potendo soffrir di cedere, come principe di tanta eminenza anch’egli, e d’una casa tutta mista di sangue regio ancor essa; perciò cercava sempre inquietamente con tutti i mezzi di rendere alle grandezze loro, quanto più poteva, uguali le sue». — E il procuratore Battista Nani dice che questo duca «al solo interesse immobilmente indirizzò le sue azioni».
[39]. Un fatto particolare mostri la natura delle relazioni internazionali. È noto che l’Inghilterra si era sottratta al papa e al cattolicismo. A Roberto Dudley, duca di Northumberland, erano stati dal re d’Inghilterra sequestrati i feudi; ed egli si volse all’imperatore, volendo ancora considerarlo come signor sovrano quale nel medioevo, e questo emanò una bolla, ove cassava la confisca. Tale bolla fu confermata dal papa, il quale al vicario generale dell’arcivescovo di Firenze commise di procedere e giudicare la causa fra il duca e il re. E il vicario sentenziò doversi il duca reintegrar nelle sue ragioni e risarcirlo con otto milioni ducentomila sterline; sentenza della quale poteasi eseguire la disposizione sopra qualunque Inglese non cattolico per via d’arresti, esecuzioni, sequestri (1626). Ma per eseguirla voleasi la forza; e Dudley non sentendosela, divisò di vendere quel titolo ad alcun potente, che se ne valesse in occasione di guerra. La offrì dunque al duca di Savoja, il quale peritossi alquanto, poi stimò più prudente informarne il re d’Inghilterra, avvertendolo tenersi in guardia, che non avvenisse come sotto Urbano VIII, quando ai sudditi inglesi fu nociuto assai con sequestri di gran valore. Sclopis, Relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico. 1853.
[40]. Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.
[41]. Pietro Gritti, Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia l’ottobre 1620.
[42]. Tassoni, nelle Filippiche.
[43]. Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova al principio del secolo XVI: speculazione privata, che andava a usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale; e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire settemila cinquecento.
[44]. Cavazio Della Somaglia, Alleggiamento dello Stato di Milano. 1653.
[45]. Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.
[46]. Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo, a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano; i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate, nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli, i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito, i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni, i Somaglia, i Masserati...
[47]. Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».
[48]. Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano: Sous cet Etat et celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit.
Della cittadella dice che c’est la plus accomplie que j’aie jamais vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française.
[49]. Varie gride. E vedi i nostri Ragionamenti sulla storia lombarda nel secolo XVII.
[50]. «Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida 4 marzo 1637.
[51]. Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nella Pietra del Paragone politico, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamati primogeniti delle lettere».
[52]. In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello. Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda, ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli. Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del Puciniello o Pulcinella.
[53]. Tesoro politico, tom. I. p. 317; Conti, Storia de’ suoi tempi, lib. II. 37.
[54]. Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio. Ecco i vicerè di Napoli.
| 1501 | Don Gonsalvo di Cordova. |
| 7 | Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa. |
| 9 | Don Ramon di Cardona. |
| 22 | Carlo di Lannoy. |
| 27 | Don Ugo di Moncada. |
| 28 | Filiberto di Châlons, principe d’Orange. |
| 29 | Cardinale Pompeo Colonna. |
| 32 | Don Pedro Alvarez di Toledo. |
| 53 | Cardinale Pacheco. |
| 55 | Ferdinando di Toledo, duca d’Alba. |
| 59 | Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala. |
| 71 | Cardinale Granuela. |
| 75 | Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar. |
| 79 | Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia. |
| 82 | Don Pedro Giron, duca d’Ossuna. |
| 86 | Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda. |
| 95 | Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez. |
| 99 | Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos. |
| 1603 | Don Giovanni Pimentel d’Herrera. |
| 10 | Don Pedro di Castro, conte di Lemos. |
| 18 | Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna. |
| 21 | Cardinale Borgia di Candia. |
| Cardinale Zapata. | |
| 22 | Don Antonio di Toledo, duca d’Alba. |
| 29 | Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala. |
| 31 | Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey. |
| 37 | Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres. |
| 44 | Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia. |
| 46 | Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos. |
| 48 | Don Inigo Velez, conte d’Ognate. |
| 53 | Don Garcia di Haro, conte di Castrillo. |
| 59 | Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda. |
| 64 | Don Pasquale cardinale d’Aragona. |
| 66 | Don Pedro Antonio d’Aragona. |
| 72 | Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga. |
| 75 | Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez. |
| 83 | Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio. |
| 87 | Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano. |
| 96 | Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli. |
[55]. È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il 28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum, ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori, baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie, feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri, habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma e maniera di sopra espressate. Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia Attuarius».
[56]. Opera capitale è Camillo Tutini, Dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli. 1644.
[57]. Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».
[58]. Zazzera, Governo del duca d’Ossuna. Perciò il Boccalini, nella Pietra del Paragone politico, dice che la Spagna «figurata da una potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».
[59]. Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».
5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per forestieri, che è piccolissimo».
23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si appesti, perchè le genti muoiono per le strade».
10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina novità, è stato per farne tumulto».
Francesco Palermo pubblicò nell’Archivio storico italiano una preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha altrettanto al mondo».
17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola, tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per cento».
4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può avere».
[60]. Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri del littorale:
| In Terra di Lavoro | 32 |
| Nel Principato citeriore | 69 |
| Nella Basilicata | 7 |
| Nella Calabria citeriore | 27 |
| Nella Calabria ulteriore | 50 |
| In Terra d’Otranto | 65 |
| In Terra di Bari | 16 |
| Nell’Abruzzo citeriore | 7 |
| Nell’Abruzzo ulteriore | 6 |
| Nella Capitanata | 22 |
Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.
[61]. Giulio Cesare Capaccio, Il forestiere. Napoli 1634.
[62]. Guerra e Bucca, Diurnali.
[63]. Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.
«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.
«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...
«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.
«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.
«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».
Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...
«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.
«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...
«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.
«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».
[64]. Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol. IV. p. 151, asserisce che il est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!
Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap. CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica». Della monarchia di Spagna, cap. XXI.
[65]. Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.
«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...
«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...
«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...
«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.
«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...
«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».
[66]. Gregorio, nella Bibliotheca aragonensis, riferisce una Descriptio feudorum sub rege Federico, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.
[67]. Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedere Villabianca, Sicilia nobile, part. II. t. I.
* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona, Archivio storico italiano, t. XVII. p. 25 e seg.
[68]. «Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi». Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente.
[69]. Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat, CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nella Storia della guerra di Fiandra, lib. VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (Pietra del paragone politico) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma colla ristrettiva di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».
— Sappiate (dice il Torre nel Ritratto di Milano) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».
[70]. Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.
[71]. Vedi tom. X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri. Wicquefort, L’ambassadeur, 416. Questo dice che la République de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes.
[72]. Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nel comunicato 26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.
Il ragguaglio uffiziale più esteso è il comunicato da detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nella Storia universale. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».
Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vedi Lince d’Italia. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelle Memorie recondite, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a un Sommario della famosa congiura, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglio Ranke, Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr 1618, Berlino 1832.
Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom. IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Veneziani averia messo il cervello a sesto.
D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».
* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»
[73]. Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.
Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.
[74]. I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (Storia Arcana, vol. III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».
[75]. Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».
Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.
[76]. Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:
— I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.
«II. Si pratica con parecchie case il crescite, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.
«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.
«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.
«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.
«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la roba impune.
«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.
«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.
«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.
«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.
«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.
«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.
«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.
«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?
«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.
«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levar impune la roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.
«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.
«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.
«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.
«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?
«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!
«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.
«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».
Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:
«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.
«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.
«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.
«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza processare, a modo di guerra...
«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.
«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.
«VIII-XI. Molte disonestà.
«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte persone onorate.
«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche, che tenevano molta comunicazione con lui.
«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di giustizia.
«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo ordine fece molte sedizioni e delitti.
«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo, andava dando denari.
«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di quelli.
«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.
«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...
«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.
«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».
L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».
[77]. Vedi Daru, Storia di Venezia, libro XXXI in fine.
[78]. Carteggio del residente d’Urbino, nell’Archivio storico.
[79]. Ivi, 28 gennajo 1623.
[80]. Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib. XXXV. 5, scrive: — La vil plebe che vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra, vedendosi mancar il pane, cominciò a tumultuare e a perder il rispetto ai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgo temerariamente gli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parole piene di contumelie.
Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.
[81]. Nativo di Napoli. Vedi Volpicella, Della patria e famiglia di Tommaso Aniello.
[82]. È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nel Lunig, tom. II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelle che non fossero state vendute. Ora tutte quante erano vendute.
[83]. Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e la Partenope liberata del dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui il Diario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni 1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua opera Die Carafa von Maddaloni, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremo Insurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.
[84]. Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.
[85]. Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».
[86]. Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».
[87]. Il Guisa nelle sue Memorie racconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...
«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (Gian Luigi del Ferro) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...
«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...
«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».
[88]. Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale, genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a violenza da gente popolare per farlo eletto, ipso renitente».
[89]. Vedansi le Memorie della Motteville, che fa tristissimo ritratto di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran principe di Condé: Il me faut travailler incessamment pour soutenir les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume.
[90]. «Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso, nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari; e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con le lacrime agli occhi gridavano: Viva Spagna che ci ha liberato dai lazzari e dai Francesi; e molti voleano baciare li piedi alli Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e disse: Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così barbaro ed incostante». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.
[91]. Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napoli l’affaire de la plus grande importance qui se puisse presque concevoir. E al 15 agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso: Jamais la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer, les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug bien plus dur. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere dell’egualissimo tenore.
Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva: Je regrette fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots, Votre très-humble servante, la république de Naples; ce qui les a rendu ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a commencée.
Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal Mazarino il 22.
[92]. Tutti costoro sono dipinti come eroi nella Vita di Salvator Rosa di lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor dell’Italia. Il Rosa, nella satira sulla guerra, cantava,
Senti come cangiato ha il mio Sebeto
In sistri bellicosi le zampogne,
Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...
Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;
Quante ingiustizie in un sol giorno opprime
Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme.
Mira in basso una tale alma sublime;
Che per serbar della sua patria i pregi,
Le più superbe teste adegua all’ime.
Ecco ripullular gli antichi fregi
De’ Codri, e degli Ancuri e de’ Trasiboli
S’oggi un vil pescator dà norma ai regi.
[93]. Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76 di nuovo; e così in appresso.
[94]. Pietra del paragone politico.
[95]. Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (Ward Stall), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski, de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti; e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate le Angeliche e le Signore della Guastalla a Milano, vi si ritirò a vita devota e morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577. Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta, colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.
[96]. Memorie recondite, III. p. 367.
[97].
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorni
In pace col vicin? Se del Sebeto
Stringe e le mani tue comune oliva?
Miserabile Italia! Allor ben pormi
Dell’Ossuna in un punto e del Toleto
Sento a laccio servil la man cattiva.
Di pace intempestiva
Deh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.
Sostieni e spera, e pria te stessa uccida
Che giammai ti divida
Dal duca alpin l’insidioso Ibero.
Marini.
Carlo, quel generoso invitto core
Da cui spera soccorso Italia oppressa,
A che bada, a che tarda, a che più cessa?
Nostra perdita son le tue dimore...
Gran cose ardisci, è ver; gran prove tenta
Tuo magnanimo cor, tua destra forte;
Ma non innalza i timidi la sorte,
E non trionfa mai uom che paventa...
Chi fia se tu non sei che rompa il laccio
Onde tant’anni avvinta Esperia giace?
Chiabrera.
Chi desia di sottrarti a grave pondo
Contro te non congiura; ardisci e spera.
Ma non vedran del ciel gli occhi giocondi
Ch’io giammai per timor la man disarmi,
O che deponga i soliti ardimenti.
Testi.
[98]. — E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...
«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...
«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.
«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».
Nel manifesto e nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.
[99]. La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.
Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.
Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi; infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo dei Gonzaga.
Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.
Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone (-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi; Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia (-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre il regno.
[100]. Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il ghetto, compito poi nel 1610.
[101]. Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.
[102]. Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632, nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia: il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di Modena, pubblicate nell’Archivio storico (Nuova serie, tom. III. p. 80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini, secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein, nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e sentenza formale in criminibus proditionis perduellionis vel lesæ majestatis notoriis, e che in tali casi executio instar sententiæ est.
[103]. Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.
La continuazione del Fioretto delle cronache di Mantova del Giunta al 1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi 150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.
[104]. Sed belli graviores causæ: risposta che lo storico Ripamonti mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente si ripete ogni tratto.
[105]. Tadini, Ragguaglio... della gran peste contagiosa. E su tutti questi fatti vedi la nostra Lombardia nel secolo XVII.
[106]. Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti, Viaggi, vol. IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.
«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».
Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap. Galliciolli.
* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevole Andrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente, ut cæteros omittam, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.
[107]. A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nella Storia di Venezia scrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nella Storia d’Italia in continuazione al Guicciardini, lib. XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia, voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero, certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».
[108]. Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. Vedi Negoziati di monsignor Giulio Mazarino in appendice alla Storia d’Italia del Brusoni; Elpidio Benedetti, Vita del Mazarino; Priorato, Istoria del ministero del cardinale Mazarino, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.
[109]. Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.
[110]. Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.
* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò un Applauso poetico al divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nel Zimbello o l’Italia schernita (1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.
[111]. Una nota contemporanea che trovasi nel Carteggio degli agenti toscani al 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi. Archivio storico, tom. IX. p. 318.
[112]. Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli, e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in penitenza di edificare la Madonna della Rosa.
[113]. Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650 sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas, ministro del primo re di Baviera.
[114]. Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io, leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib. XXII, che in queste materie di frati e di confessori è a pasto.
[115]. Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.
[116]. Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.
[117]. Esso la chiama sublime donna; ne canta la nobiltà ch’è del valor colonna; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe preferir Bianca, che ha vero candore, anzi splendor sereno e vero e casto amore; e non rifina sui vanti di questa.
Casta beltà ch’alto giudizio elesse,
Pudica moglie in lieta pace e santa,
Che di candore e d’onestà s’ammanta.
[118]. Molino, ap. Cicogna, Iscrizioni venete, tom. II.
[119]. Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».
[120]. Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.
[121]. «Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...
«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro che molto illustre nella soprascritta ed il vostra signoria nel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia diceva affezionatissimo servitore; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’illustre, e ricevuto come sopra del molto illustre; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’illustrissimo, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia di obbligatissimo, devotissimo, umilissimo servitore, servo e simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’illustrissimo anche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed il molto illustre è trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’eccellentissimo ed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari». Rinuccini, Ricordi storici.
[122]. Nell’Archivio delle riformagioni è questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».
[123]. Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’Arcano del mare, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.
[124]. Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo». Relazioni, II. 154.
[125]. Mémoires de Groulard, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.
[126]. Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato». Lettere diplomatiche.
[127]. Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»
Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»
Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»
Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».
[128]. Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.
[129]. Galluzzi, lib. VIII, c. 10.
[130]. Federico Schlegel nel Quadro della Storia moderna, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come il XVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole del Tiraboschi, Storia della letteratura italiana. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625». Denina, Rivoluzioni d’Italia, XXII. 4.
[131]. Al tempo di Mazarino cantavasi:
Si vous n’êtes italien,
Adieu l’espoir de la fortune;
Si vous n’êtes italien,
Vous n’attraperez jamais rien.
Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi: Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce (buona pezza); il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps de guerre. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè egli stesso ogni tratto mette: Le cardinal d’Ascoli me fit lire et expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit etc. E a Venezia: Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie que vous m’en aviez envoyée. Negli archivj veneti trovansi carteggi di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano: l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete, locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.
[132]. «Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo disegno che possa avere». D’Ossat, Lettre CCLVI.
[133]. L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafe La divozion forzata al Signor non è grata, è rarissima.
[134]. D’Ossat, Lettre CCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che, oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’ Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì il Rossetti, che dovette fuggire. Wicquefort, L’Ambassadeur.
[135]. D’Ossat, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte pretensioni.
[136]. Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore: Nam de ejusmodi nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam rem impenderit. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.
[137]. Wicquefort, L’Ambassadeur. Famose questioni in tal proposito ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva: — Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri, chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente». Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria; il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.
[138]. Capitula regni Siciliæ edita ab ill. Fr. Testa; tom. II. pag. 57.
[139]. D’Ossat, Lettre CXLVIII.
[140]. D’Ossat, Lettre CCCXIX.
[141]. In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».
E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:
Nè tante angustie a me recaron l’armi
Di mille squadre a mia ruina armate,
Quante vidi nell’ozio offese farmi
Da quelle turbe invidiose, ingrate;
E pacifica poscia odo chiamarmi
Che m’hanno i tempj e le città spogliate;
Ma se predar, se disertar le terre
Dimandan pace, e quai sarian le guerre?
È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli, Storia arcana, vol. I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nella Scorsa negli archivj veneti. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»
* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.
Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.
In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.
Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.
Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.
Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.
Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.
Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.
Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo Riviello
Item, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.
Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni Battista pitturata sopra la chiesa matre.
Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.
Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.
Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca a Rosato Focone.
Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata in faccia.
Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.
Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.
Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.
Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie venerdì et sabbato.
Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.
Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del detto Andrea, ferito nel collo.
Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra commisero li seguenti delitti:
A Carlo Fascone tagliarono due dita.
Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.
Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone, don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.
[142]. Di essi cataloghi io diedi notizia nel Milano e suo territorio, vol. II. p. 395; poi ne parlò l’Italia musicale, 1855, n. 31.
[143]. Cibrario, Istituzioni della monarchia di Savoja. p. 247.
Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,
Chaldæi volitantque domos atque atria circum:
Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,
Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...
Quidam animos etiam pariter cum corpore nostros
Interitum sentire volunt, unaque resolvi;
Et veteris promissa, novæque uberrima legis
Vana putant, ipsum patriis detrudere regnis,
Si possint, Dominum conantur more gigantum.
Hospitalii Epist., lib. III.
[145]. 2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap. CXLIV.
Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana era Antonio Rusca, che scrisse De inferno et statu dæmonum ante mundi exilium, libri V, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera, ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum judicii diem varia eruditione describuntur. Milano 1621.
* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie. Paoletti, Istituzioni criminali.
[146]. Donzelli, pag. 194.
[147]. La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad impadronirsi dei beni di lei per servir de partage à un du tas de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.
[148]. Nella Breve informatione del modo di trattare le cause del Sant’Offizio a Modena (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.
Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive; cioè: Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena, in ottava rima. — La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra ecc.». — Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista, in rima. — Oratione di santa Margarita, in ottava rima, per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — Historia o martirio de’ santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». — Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Cristo Vergine Maria, ecc.». — Historia di santa Chaterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de’ Pulcini. — Confitemini della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». — Opera nova delli dodici venerdì: «A laude dell’eterno Redentore». — Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». — Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme: «Madonna santa Maria, ecc.». — Christo santo glorioso, laude devotissima: «Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». — Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — Historia di san Giorgio, in ottava rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». — Oratione di San Giacomo Maggiore, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — Oratione di santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest’è una devotissima oratione, ecc.». Oratione della nostra Donna devotissima, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». — Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».
Un catalogo di operette et historiette prohibite più esteso e aggiunto al Sacro Arsenale della Santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi; vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelle Regole del Sant’Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.
[149]. In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito; Naudé, Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino. È bizzarro un Regolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso dei drappi di seta che rovinano lo Stato; lavoro di Laffemas, Parigi 1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.
[150]. Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire quaranta, prima della ruina dei vigneti.
[151]. Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree l’Italie. Parigi 1846, tom. I. 210. Tra le feste più pompose variate per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. Vedi Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare ecc.
[152]. Lettera del 1695 nella collezione Clarorum venetorum ad A. Magliabechium, tom. I.
[153]. Guerra e Bucca, Diurnali napoletani.
[154]. La Lombardia nel secolo XVII, dove si troveranno altre particolarità di costumi.
[155]. Vedi Arteaga. Chi voglia può leggere Teti e Flora, prologo della gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc., opere dell’Achillini.
[156]. Nella Relazione dell’ambasceria a Costantinopoli di Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585, si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi, e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri, alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».
Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè è De saluberrima potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii maronitæ, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è data da Prospero Alpino.
[157]. Castore Duranti cantava:
Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius esset
Sedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,
Huc adportavit, romana ad commoda gentis.
Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.
[158]. Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per aversi peleato (combattuto) otto ore... me ne rallegro con vostra eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (protezione). Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap. Capecelatro, Diarj.
[159]. Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che sta ne’ Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini, pubblicati a Firenze il 1840.
[160]. «La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla, che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine, che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».
[161]. Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una veste tutta scura.
[162]. Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua, massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più perfetto favellare della Toscana».
[163]. La ville et la république de Venise, Parigi 1680; opera anonima dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di Salisbury.
[164]. Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che fece un poema Torino in ogni parte ammirabile; Milano, Malatesta, 1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava rima, Mondana politica, con varietà di successi significata, diretto a Carlo Emanuele II.
[165]. Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81. Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio Fabrizio dirigeva questi consigli:
Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:
Sobria Aminæum temperet unda merum...
Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:
His si credideris, postea nullus eris.
Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,
Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.
Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;
Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.
Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:
Serpit enim ex illa latius urbe malum.
Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:
Nec cole multiplices cautus amicitias...
Non inimicitias cum quoquam suscipe; lauda
Quod potes, et tacita cetera mente preme.
Nec studia illorum studiis tua præfer: in illis
Non vult ingenio cedere nemo locis.
Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;
Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.
Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,
E dà il nero di fumo e la vernice
A chi in presenza diè pomata e biacca.
Viso di Fariseo spiritato
Perchè de’ libri il frontispizio ho letto,
Si crede esser fra’ dotti annoverato.
Menzini.
[167]. Amphiteatrum, pag. 118.
[168]. Prefazione al Principe ermafrodito.
[169]. Vita di Sisto V, lib. I.
[170]. — L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 della Vita dell’Aresi. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?» La Fama gelosa della Fortuna, 1680.
Nella prefazione alla Vita di Cromwell, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere il P...mo moderno, il Conclave delle P...., il P...mo di Roma, il Parlatorio delle monache, il Ruf... del gobbo di Rialto: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine... In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il Letto fiorito, il Trasporto d’amore, la Rôcca assediata, il Vicino avvicinato, l’Oriuolo sonoro, ed altri versi».
[171]. Historia d’Italia; Torino, Zappata, 1680.
[172]. La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. Vedi Gaye, Carteggio, III. 543.
[173]. A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!
[174]. Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:
Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,
Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.
[175]. Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.
[176]. Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».
John Evelyn, nelle Memorie e Diario del viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:
Ondosa mole ognor d’acqua feconda
A piè del Vaticano il capo estolle;
L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,
Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.
Quasi corona il marmo orna e circonda,
Misto a perle stillanti argento molle;
Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,
E par che procelloso ondeggi un colle.
Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,
Nuovo Encelado santo, innalza e move,
E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.
E mentre è il ciel sereno, il nostro Giove
Che i torrenti sotterra al cenno ha pronti,
Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.
È notevole l’opera: Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac multiplici eruditione explicata... a patre Philippo Bonanni Societatis Jesus. Roma 1696.
[177]. Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:
A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:
De Perrault dans le Louvre il admira la main;
— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son sein
De si rares talents, un si puissant génie,
Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?
Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault, svogliarono il re d’adoprare il Bernini.
[178]. Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo, Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.
[179]. Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:
Chi farsi un buon pittor brama e desia,
Il disegno di Roma abbia alla mano,
La mossa coll’ombrar venezïano,
E il degno colorir di Lombardia;
Di Michelangiol la terribil via,
Il vero natural di Tizïano,
Di Correggio lo stil puro e sovrano,
E di Raffael la vera simmetria;
Del Tibaldi il decoro e il fondamento,
Del dotto Primaticcio l’inventare,
E un po’ di grazia del Parmigianino:
Ma senza tanti studj e tanto stento
Si ponga solo l’opre ad imitare
Che qui lasciocci il nostro Nicolino.
[180]. Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano, morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi contemporanei.
[181]. Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi 295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini; poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero, e non si accettò.
Queste pitture ignude e senza spoglia
Son libri di lascivia. Hanno i pennelli
Semi, da cui disonestà germoglia...
Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,
Delle donne si fanno i ritrattini,
E la magion di Dio divien bottega...
E per farsi tener de’ più majuscoli
Spogliando i santi, vuol mostrar che intende
I proprj siti ed il rigor de’ muscoli.
Le attitudini sì che son tremende!
Qual fa corvette, qual galoppa o traina
Con cento smorfie e torciture orrende...
Chè d’un Angelo invece e di Maria
D’Ati il volto s’adora e di Medusa,
L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...
Rosa, Sulla Pittura.
[183]. Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti, viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:
Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?
— Gli è un amante fidel che cerca il passo...
— Chi è stato sto crudel, quest’omicida
Che talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!
— Non varco amanti; or cercati altra guida.
— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,
Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumi
Ch’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.
Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto discorsi di commento alla Vergine Bella del Petrarca. — 1629.
[184]. Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.
[185]. Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:
Tu natale solum protege, tu bonæ
Da pacis requiem Christiadum plagis,
Armorum strepitus et fera prœlia
In fines age thracios.
Et regum socians agmina sub crucis
Vexillo, Solymas nexibus exime,
Vindexque innocui sanguinis, hostium
Robur funditus erue.
Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese: Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et annotationibus adjunctis edidit Josephus Brow. Oxon. 1736.
[186]. Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.
[187]. Ancor più pedestre imitatore del Sogno di Scipione mostrasi nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:
Vedi come la terra in cinque cerchi
Distinta giace, e che ne son due sempre
Per algente pruina orridi e inculti;
Deserto è il terzo ancora, e che si stempri
Pare, e si sfaccia negli ardor soverchi;
Restan sol quelli frequentati e culti,
Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.
Quante interposte in loro e vaste e nude
Solitudini scorgi, e ’n ogni parte
Quasi macchie cosparte,
Lor come isole il mare intorno chiude;
E quel che ’n voce e ’n carte
È Ocean chiamato, ed ampio e magno,
Che ti sembra or, se non un piccol stagno?
Il concilio dei diavoli è tolto dalla Cristiade del Vida.
[188]. Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo, citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi che descrisse.
[189]. Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza dappertutto senza trovarla:
Ove fia ch’io la scerna?
Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oro
Opra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)
Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.
Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».
[190]. Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, posso cohibere assensum alcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.
[191]. — Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.
[192]. — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».
[193]. Lettera al Panigarola. E nel XXIII de’ sonetti eroici:
Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,
Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore
Che finga altrui di quel ch’egli è migliore,
Di più vaghi sembianti e di più alteri.
Poscia con occhi rimirai severi
L’opra; e la forma a me spiacque e ’l colore,
E l’altra ne formai, mastro migliore;
Nè so se colorirla in carte io speri.
Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.
La Gerusalemme conquistata fu proibita in Francia per decreto del Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza del papa sovra i re:
Ei solo il re può dare al regno
E ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,
E placargli del cielo il grave sdegno.
XX. 77.
[194]. Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto all’or de Virgile le clinquant du Tasse: ma già prima la frase era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati nell’Infarinato Secondo, lamentandosi di chi pretende «agguagliare all’Avarchide il poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro».
[195]. Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui Chaudebonne diceva a Voiture: Vous êtes un trop galant homme pour demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire.
[196]. Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol. V. pag. 97.
[197]. — Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari». Al Costantini, 12 settembre 1590.
[198]. — Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.
— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.
— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo 1570». Torquato Tasso.
È del poeta il fin la meraviglia:
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
[200]. In predica diceva che après leur mort les papes deviennent des papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets; e a proposito del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano lasciato ai vecchi l’illustrissimo e il reverendissimo, come ai loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece il Petit rasoir des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs, ecc. Altri titoli di prediche sono: Fusil de pénitence pour battre le caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques; la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent. Fra i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di Santa Chiara, morto il 1765.
* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suo Dessein d’un jardin royal, diceva: — Encore que le temple de votre vertu incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de votre humble créature etc.
[201]. Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcune Lettere, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:
— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.
«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.
«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.
«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.
«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.
«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomano coquettes, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.
«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.
«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.
«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.
«Andai dopo au Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.
«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.
«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».
Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».
[202]. Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nella Sferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità (Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».
[203]. Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:
Tentai farmi eminente,
E in altro monte ove di rado uom sale
E in altra pianta ove volai senz’ale
Restai, canuto il pel, cigno dolente
Spettacolo pendente.
Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:
Ed Omero Maron nella Scrittura
Imitai pria vivendo;
Ma Troja nell’incendio e nell’arsura
Imitai poi vivendo.
Ella preda del foco,
Io delle fiamme giogo:
Ma diversa cagion d’arder ne diede,
Elena all’una, all’altro Ganimede.
[204]. L’Aprosio nello Scudo di Rinaldo critica le mode d’all’ora, e nell’Atene Italica mette in vista i principali uomini d’Italia.
[205]. — Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»
[206]. È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.
[207]. Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e «pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi proprj accademici della Crusca». Lettere d’uomini illustri, Venezia 1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del Pignoria.
Egli era galantuomo e cortigiano
A un tempo stesso, ch’egli è come dire
Fare un tempo da basso e da soprano.
Fagiuoli.
[209]. L’Eneide travestita del Lalli è del 1633; è del 1648 Le Virgile travesti di Scarron, e il Virgilio deguisato en langue gasconne del signor Des Valles de Mountech.
Entremêler souvent un petit e così,
Et d’un son servitor contrefaire l’honnesté.
Enrico Stefano scrisse Dialoghi sul nuovo parlar francese italianizzato (1578), ove introduce un Filausonio che lo parla: Il n’y a pas longtemps qu’ayant quelque martel en teste et à cause de ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon langage, je me mis à ragioner avec luy, ecc. Alcuni degli italianismi da lui disapprovati rimasero nel francese, come accommoder, concert, caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir, ecc. Di quel del D’Ossat già parlammo.
[211]. Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sono artiglieria del cielo (canto II); l’ora matuttina, il ventaglio dell’Aurora (ivi); gli sporti degli alveari, i sobborghi della cittadella di paglia delle api (c. I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.
[212]. Nell’Istruzione a monsignor Pignatelli nunzio apostolico presso Leopoldo I, che forma parte dei Secreti di Stato dei principi d’Europa (Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso, ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’ più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare; ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».
[213]. Dialogo sulla bellezza.
[214]. La Ricreazione del savio; l’Uom di lettere; i Simboli trasportati al morale; la Povertà contenta; l’Eternità consigliera, ecc. Nella Coagulazione, VIII. 721, dice che questa «diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».
[215]. Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del cardinalato».
[216]. De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem Jesu. 1646.
[217]. Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si buttò insegnando a temere e sperare.
[218]. Il Boccalini morì a Venezia da dolori colici e da febbre, dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi. E il consiglio andò parte che fosse loro concessa facoltà di poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna, Iscrizioni venete in San Giorgio Maggiore, pag. 365.
[219]. Lettera a Camillo Baldi.
Non è figlia del Sol la musa mia,
Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;
È rozza villanella e si trastulla,
Cantando a aria conforme le frulla..,
Ma canta per cantare allegramente,
E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;
Nè sa, nè bada a regolar niente,
Sprezzatrice di biasimo e di lode.
[221]. Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchè
Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;
... Ma le castalie scuole
Da lui prendano esempio, e imparin come
Più bel s’eterni in carmi onesti un nome.
Non ha dunque Elicona
Per dilettar altro che amplessi e baci?
Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?
Bell’Italia, perdona
A’ detti miei se ti parran mordaci:
Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;
Già dilatato il tosco
Serpe per ogni penna; e mostrar nude
Prostitute le muse, oggi è virtude.
Sacco di Mantova, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II d’Este.
[222]. Gregorio, Memorie, vol. IX. ep. 50.
[223]. Baronio al 549; Cenni, Codex Carolinus, i. 148; Antiquitates italicæ medii ævi, III. 855.
[224]. I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.
[225]. Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.
[226]. In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto: Penes commune summa potestas esto.
[227]. All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare del Meo Patacca, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo, spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia; l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.
[228]. Ne’ Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidi incomincia: — Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi nel centro delle più eroiche attioni».
[229]. Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio in questo:
Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,
Extrema in tabula superis donare, Deusque
Esto hæres, dicas. Renuunt patrimonia Divi
Fœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus ille
Piscator cælo adscribat, geniisque beatis
Expiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæ
Crimine si partum moriens levaveris assem
Cœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!
Marmore quæ pario fabricatis templa, cruorem
Et lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,
Expressitque olim madido provincia vultu.
[230]. Belli anagrammi furono i nomi di Evangelista Torricellius convertito in En virescit Galileus alter; Antonius Magliabechius in Is unus bibliotheca magna; civitas Cremona in Ecce nos tui Maria; Isabella Andreini in Alia blanda Sirena.
[231]. De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos. Parma 1553.
[232]. Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori; vedasi la sua Oratio consolatoria, habita in illustri academia Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium, 1º julii 1589, Helmstadii. Di se stesso parlando dice: In mentem ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque justitia vivum. Scrive ad excellentissimum academiæ Oxononiensis procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros, Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor; purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor; præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum, cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt ingenia.
Heic ego te appello, veneranda prædite mente,
Ingenium cujus obscuri infamia sæcli
Non tetigit, et vox non est suppressa strepenti
Murmure stultorum, generose Copernice, cujus
Pulsarunt nostram teneros monumenta per annos
Mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,
Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,
Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgi
Lapsa est, et rigido reputata examine digna,
Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesque
Græcorum cohors, italumque, arambumque sophorum
Vincirent animum, concorsque familia tanta;
Inde ubi judicium, ingenio instigante, aperiri
Cœperunt veri fontes, pulcherrimaque illa
Emicuit rerum species (nam me Deus altus
Vertentis sæcli melioris non mediocrem
Destinat, haud veluti media de plebe ministrum),
Atque ubi sanxerunt rationum capere veri
Conceptam speciem, facilis natura reperta;
Tum demum licuit quoque posse favore Mathesis
Ingenio partisque tuo rationibus uti,
Ut tibi Timei sensum placuisse libenter
Accepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.
[234]. Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che accorciamo.
Teofilo. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta, perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi che anche tutte le parti del mondo sono animate?
Diosono. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.
Teofilo. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente parte del mondo?
Diosono. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi, costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi: oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.
Teofilo. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti delle parti?
Diosono. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.
Teofilo. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose animate?
Diosono. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che non hanno vita.
Teofilo. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un principio vitale?
Diosono. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un principio vitale?
Teofilo. Ciò appunto pretendo.
Polinio. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche, le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?
Teofilo. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere; ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto, si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.
Polinio. Ergo quiquid est, animal est.
Teofilo. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.
Diosono. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?
Teofilo. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa, perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo qualunque d’animalità e di vita.
[235]. Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus. De immenso, lib. V.
[236]. Il famoso Scioppio il supplizio del Bruno raccontò in lettere ad un altro Luterano. Comincia: — Ti do la mia parola che niun Luterano o Calvinista è qui punito di morte, nè tampoco sta in pericolo, seppur non sia recidivo o scandaloso. È mente di sua santità, che ogni Luterano viaggi liberamente, e vi ottenga benevolenza e cortesia. Nel mese passato fu qui un Sassone, ch’era vissuto un anno con Beza, e fu umanissimamente accolto dal cardinale Baronio confessore del papa, e assicurato, purchè non desse scandalo». Segue narrando il processo e la condanna del Bruno, credendolo meritevole come ateo, e apostolo di dottrine assurde. Eppure si dubita se veramente sia stato arso. Vedasi Domenico Berti.
Il Botta si sbriga di quest’insigne Italiano colla frase seguente: — Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè avendo insegnato che i soli Ebrei erano i discendenti di Adamo (?), che Mosè era un impostore ed un mago, che le sacre Scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma nel 1600: rimedio abominevole contro opinioni pazze». Lib. XV.
Queste parole egli copia letteralmente dal Giannone, l. XXXIV. c. 8, che copia il Capasso e il Parrino, e dice: «Discreditarono l’onorata impresa (di innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali non tenendo nè legge nè misura, e oltrepassando le giuste mete, siccome maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in discredito coloro che volevano allontanarsene ecc.».
[237]. De libris propriis.
[238]. «Esser noi e poter sapere e volere è il certissimo principio primo». Universalis philosophia, I. l. 4. Secondo lui, l’intelletto consiste nel sentire, cioè accorgersi delle modificazioni del nostro essere; e memoria, riflessione, immaginativa sono varie determinazioni della sensività; il pensiero è il complesso delle cognizioni poste nella sensazione, la quale dà a conoscere soltanto gli oggetti individui, non la loro realtà nè le generali relazioni. Tutto il creato, a dir suo, consta di essere e non essere; il primo è costituito da potenza, sapienza e amore, che hanno per iscopo l’essenza, la verità, il bene: mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. Nell’Ente supremo le tre qualità primordiali stanno unite in incomprensibile semplicità, senza mistura del nulla; une, benchè distinte. L’Ente supremo, nel trar le cose dal nulla, trasporta le inesaurabili sue idee nella materia sotto la condizione del tempo e sulla base dello spazio, e agli enti finiti comunica le tre qualità, che divengono principj dell’universo, sotto la triplice legge della necessità, della provvidenza, dell’armonia.
Sopra siffatta metafisica impianta una filosofia fisica, una psicologica, una sociale. Nella filosofia fisica considera l’universo come un complesso di fenomeni materiali, svolgentisi nel tempo e nello spazio. La materia posta in questi è un corpo, non costruito ma proprio alla costruzione; e opera per via di due agenti, calore e freddo. Quello formò il cielo dilatando, questo la terra condensando la materia; e dalla loro combinazione nascono tutti i fenomeni. La luce è tutt’uno col calore, solo denominati altrimenti secondo operano sul tatto o sulla vista.
Nella fisiologia considerando gli enti come vivi e sensibili, distingue nell’uomo una triplice vita, corrispondente a triplice sostanza: l’intelligenza; lo spirito, suo veicolo; il corpo, veicolo ed organo dello spirito e dell’intelletto. Gli esseri tendendo a conservarsi, sono provveduti d’istinti e della facoltà di sentire in differente grado. Che se l’uomo possiede un’intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Mani sue sono le forze espansive; occhi le stelle; linguaggio, i raggi di queste; col cui ricambio forse comunicano esse tra sè, dotate come sono di vita sensibilissima. Gli spiriti beati che le abitano, vedono quant’è nella natura e nelle idee divine.
Il mondo è libro dove il senno eterno
Scrisse i proprj concetti...
Ma noi strette alme ai libri e tempi morti
Copïati dal vivo con più errori,
Li anteponghiamo a magistero tale.
O pene, del fallir fatene accorti,
Liti, ignoranze, fatiche e dolori:
Deh torniamo, perdio, all’originale.
Poesie filosofiche, pag. 11.
[240]. Inveniemus in plantis sexus masculinum et fœmineum, ut in animalibus, et fœminam non fructificari sine masculi congressu. Hoc patet in siliquis et in palmis, quarum mas fœminaque inclinantur mutuo alter in alterum, et se se osculantur, et fœmina non impregnatur nec fructificat sine mare, immo conspicitur dolens, squalida mortuaque, et pulvere illius et odore reviviscit.
[241]. E neppure il concetto delle epoche organiche e critiche; poichè, ribattendo le obiezioni, dice che la Città del sole «durerà fino ad uno dei periodi generali delle cose umane che danno origine ad un nuovo secolo». Questioni sull’ottima repubblica. In lui sono pure quelle teorie sulla natura de’ popoli settentrionali e meridionali e sulla loro missione, che credonsi trovati moderni. «Dio, per fecondare li meridionali di gente e d’armi, e li settentrionali di scienza e religione, usa di mandar quelli a questi, insertandoli come arbori per farli più generosi». Aforismo 72. D’altra parte potrebbe dirsi che egli adombra i circoli di Vico entro cui l’umanità si rigira, e la provvidenza di Bossuet che anche gli errori trae a vantaggio: Religiones cunctæ atque sectæ habent proprium circulum, veluti et respublicæ... Illi cupiditate auri et divitiarum novas quiritant regiones; Deus autem altiorem finem intendit.
[242]. Sulla monarchia spagnuola. Fu ristampata a Berlino il 1840.
[243]. Discorsi politici, passim. Faciat (Hispania) ut dominia et prædia nobilis regni Neapolitani, Mediolani... ab exteris emantur... quo fiat ut barones indigenæ humilientur.. Cavendum est ut loca munita unquam baronibus concedantur (De monarchia hispanica, c. XIV). Elaborandum est regi ut principum italicorum dissidia alat (c. XXI). Curandum præterea ut omnes baronum filii magistros hispanos habeant, qui hispanizare illos doceant in habitu, moribus et modis hispanicis (c. XIV).
[244]. Discorso II del papato.
[245]. Città del sole. Nel Discorso sopra l’aumento delle entrate confessa che «il più gran male di questo regno è la carestia», cap. 3.
[246]. Vectigal exigatur pro necessariis rebus parvum, pro superfluis largius... non alia bona quam certa et stabilia graventur.
[247]. Vedansi esposte da un suo ammiratore nella prefazione alle opere del Campanella. Torino, Pomba, 1854.
[248]. «È pericoloso in ogni verso il negozio dei grani in nome d’altri che del re, che è padre e pastore della repubblica, e a lui tocca pascere i figli e distribuir il pane». Sopra l’aumento delle entrate. «Se il re in Calabria pigliasse tutta la seta come la si vende a venti carlini la libbra, trasportandola a Napoli dove si vende trenta o più, raddoppia il tributo. Ed in tutte cose si può far questo, e non lasciare li mercanti facciano quel guadagno con danno dei popoli e del re... Il re sarìa tiranno manifesta se lasciasse senza necessità urgentissima al cristianesimo trasportar li grani di questo regno in altro regno».
[249]. I Solari son molto sani, e Campanella indica i rimedj con cui s’ajutano. «Sanano le quartane incutendo improvvise paure, o trattandole con erbe d’indole opposta alla quartana, o con altre simili cose. Uno studio maggiore pongono a guarire le febbri continue e sforzansi d’arrestarle studiando le stelle e le erbe, e levando preghiere al cielo. Il morbo sacro combattono con preghiere, indi rinvigorendo il sistema nervoso del capo mediante sostanze acide od eccitanti».
[250]. «Fu ad istanza del Sancez fiscale (che andò a Roma personaliter per tal licenza) tormentato quarant’ore di funicelli usque ad ossa, legato nella corda colle braccia torte, pendendo sopra un legno tagliente e acuto, che si dice la viglia; li tagliò di sotto una libbra di carne, e molta poi n’uscio pesta e infracidata; e fu curato per sei mesi con tagliarli tanta carne, e n’uscir più di quindici libbre di sangue delle vene e arterie rotte... nè confessò eresia nè ribellione, e restò per pazzo, non finto, come dicono». Narrazione attribuita al Campanella.
Nei Secreti del senato veneziano è notato come nel 1593 frà Giordano Bruno sia stato rimesso da Venezia al Sant’Uffizio di Roma, e nel 1594 frà Tommaso Campanella, Giambattista Clario da Udine e Ottavio Longo da Barletta, carcerati in Padova.
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
Tirannide, sofismi, ipocrisia;
Eletto sasso
A franger l’ignoranza e la malizia;
Stavano tutti al bujo, io accesi un lume.
Poesie filosofiche, pag. 26, 141, 116. Tra le sue lettere vi sono confessioni esplicite d’ortodossia, e dice che il dogma della predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi e li teologi traditori».
[252]. Discorsi della libertà e della felice soggezione allo Stato ecclesiastico. Sempre nella signoria papale vedeva la libertà; e nella XXXII delle poesie canta:
Vedi i tiranni e le leggi perire
E Pietro e Paolo in Roma comandare.
[253]. Secondo il Patrizj, dalle prime monadi nascono le altre, dalle monadi le essenze, da queste le vite, dalle vite gl’intelletti, dagl’intelletti gli spiriti, da questi la natura, da cui le proprietà, dalle proprietà le specie, dalle specie i corpi, i principj delle cognizioni vengono da’ sensi, ma prima dalla luce; dalla luce celeste, immagine di Dio, noi saliamo alla luce primogenia che è Dio stesso: la luce tutto fa, tutto vivifica e forma. Le quattro parti di sua filosofia intitolò Panarchie, Pancosmie, Panaugie, Panpsichie. Studiò la teoria della luce, nel senso materiale e nel figurato, e sopra quella fondò la sua filosofia: come per la materiale vedono gli occhi del corpo, così per l’intelligibile sono illuminati quelli dell’anima: questo mezzo universale del conoscere viene da Dio, sorgente d’ogni luce.
Francesco Giorgio minorita veneziano, dedito alla Cabala mescolata ai libri sacri e ai peripatetici ragionamenti, compose l’Armonia del mondo e i tremila problemi. Da Dio trino, che è ternario semplicissimo, derivano con ternario quadrato tre novenarj, onde nove sono i cori delle intelligenze, nove i cicli, nove i generi delle cose generabili e corruttibili; e nel ternario cubo si compiono tutti i novenaij. Gli angeli sono distribuiti secondo il novenario semplice, corrispondente al ternario, onde i più vicini a Dio somigliano al ternario semplicissimo; gli altri si racchiudono nel duplo, poi nel triplo: e per quest’ordine tripartito noi possiamo ascendere a Dio, e Dio discende a noi.
Brucker, De restauratione philosophiæ pythagoricæ, platon. cabbal. § V.
[254]. L’argomentazione cartesiana dell’io penso, dunque esisto trovasi in Bernardino Ochino, Catechismo; Basilea 1561: Ministro. Ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s’egli ti par essere o no.
Illuminato. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia; imperocchè in parermi essere, forse m’inganno.
Min. È impossibile che, a chi non è, gli paja d’essere; però, poi ch’ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.
Illum. Così è vero.
La soggettività della sensazione era stata predicata da Galileo nel Saggiatore, dicendo: — Che ne’ corpi esterni, per eccitare in noi i sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi e veloci, io non lo credo; e stimo che, tolti via gli orecchi, le lingue e i nasi, restino bene le figure, i numeri e i moti, ma non già gli odori nè i sapori nè i suoni, li quali fuor dell’animale vivente, non credo che sien altro che nomi, come appunto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse le ascelle e la pelle intorno al naso».
[255]. Vedi la Scrittura di Marco Foscarini circa le franchigie concesse agli ambasciadori esterni residenti presso la repubblica di Venezia, 1725.
[256]. Della perfezione della vita civile, lib. III. p. 134.
[257]. Non lo nomina; ma ciò professa negli Uffizj del Cardinale, lib. I, p. 64.
[258]. «Ricercandosi due cose per la propagazione dei popoli, la generazione e l’educazione, sebbene la moltitudine de’ matrimonj ajuta forte l’una, impedisce però pel sicuro l’altra».
[259]. La sua Ragion di Stato fu tradotta in tutte le lingue. L’opera sulla Grandezza della città fu volta in inglese il 1635. Delle sue Relazioni universali è un estratto la Politia regia di Reifenberg: e la Politica tratta dalla sacra Scrittura di Bossuet fu forse ispirata dalla sua Regia sapientia.
[260]. Relazione della repubblica veneziana, 1605.
[261]. Soltanto pel Milanese citiamo le voluminose opere del Somaglia, dell’Opizzoni, del Piazzoli, del Tridi.
[262]. Zecca in consulta di Stato; Trattato mercantile della moneta.
[263]. Pubblicati al fine del vol. I della Storia dei municipj italiani del Giudici.
[264]. De re militari et bello tractatus, divisus in partes II, in quo, præter ea quæ de re militari tractantur, obiter multa quæ ad civilem administrationem pertinent attinguntur, omnibus judicibus apprime necessarius. Fu ristampato nel tom. XVI della gran collezione dei Tractatus juris universi.
[265]. Maffei, Verona illustrata, part. II. 312.
[266]. Vedi Lanza, Considerazioni sulla storia di Sicilia, p. 142.
[267]. Memorie della Sicilia; Historiæ Saracenosiculæ varia monumenta; Bibliotheca historiæ Siciliæ.
[268]. Il Pignoria, 18 luglio 1614, dice: — A scrivere istoria ci vuol altro che vivacità di cervello; e il padre Bzovio averà ben che che fare a continuare Baronio, nel quale longe erit a primo quisque secundus erit».
[269]. Abbiamo pure Guerra della Germania inferiore di Geronimo Conestaggio genovese, 1634; Impresa di Fiandra di Alessandro Farnese di Cesare Campana, 1595; ecc.
[270]. La reputazione del Gemelli Carreri fu rivendicata in un’appendice al tom. XIII della traduzione dei Viaggi intorno al mondo del Berenger, Venezia 1795; poi più estesamente da Ignazio Ciampi nel Filodrammatico, giornale di Roma del 1858.
[271]. Quest’asserzione proviene dall’elogio di Fontenelle, ed è ripetuta generalmente, pure fin la Biographie universelle conviene dei meriti anteriori del Riccioli. Le carte di Delisle comparvero nel 1699: nel 1661 l’opera del Riccioli. Questo pone tra Gibilterra e Gerusalemme la differenza di 47° 37′, che sotto quel parallelo valgono 714 leghe marine, ossiano 983 leghe da 20 al grado. Invece non è che di 40° 25′ 40″, equivalenti a 606 leghe marine, o 848 comuni. Si levino 11 leghe che sono da Gerusalemme a Giaffa, presa per l’estremità orientale del Mediterraneo, e si avranno 882 leghe secondo il Riccioli, e 837 al vero.
[272]. In una del 1580 da Lisbona loda infinitamente le qualità della pietra bazar, cioè del belzoar, che si sa essere una concrezione intestinale; e come operi prodigi per far uscire le petecchie, provocando sudore e secrezioni, e guarisca della peste per testimonianza di Galeno, degli Arabi e di Alberto, sebbene egli non possa capacitarsi come ciò avvenga, atteso che la peste è corruzione, e la corruzione è mancamento del calore innato nell’umidità; mentre quelle pietre sono fredde e secche di complessione, sicchè non possono ristaurar il calore. D’esso bazar usano in polvere pigliandone tre o quattro grani, con acqua di rose, o la mettono nelle posteme velenose; legate in oro le portano al collo come virtuose più della brettonica per cacciar la melanconia, guardar da veleni, ecc. E dall’India e dal Portogallo spedisce ogni tratto pietre e legni di specifica meraviglia, per tornar il latte alle donne, per chetare l’epilessia, ecc.
[273]. «La lingua in sè è dilettevole e di bel suono, per i molti elementi ch’egli hanno fino a cinquantatre, dei quali tutti rendon ragione, facendoli nascere tutti dai diversi movimenti della bocca e della lingua... In quella sono molti de’ nostri nomi, e particolarmente de’ numeri il 6, 7, 8 e 9, Dio, serpe, et altri assai...».
[274]. Memorie del padre Basilio da Glemona dell’abate Pietro della Stua. Udine 1775.
[275]. Ecco però una prova del quanto fosse bambina la filologia. Sulla chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano stava un’iscrizione, e non sapendosi leggere dai nostri, fu da Gianpietro Puricelli mandata a Luca Olstenio a Roma per mezzo di Leone Allacci, dubitando fosse armena o russa o schiavona o gotica, «lingue che han caratteri simili al greco». Egli s’accorse ch’era latina con lettere greche affatto rozze (Lettera 2 agosto 1647, nel Catalogo del Crevenna). Un altro dotto milanese, il Castiglioni, asseriva che a San Vincenzo in Prato v’era stato un tempio di Giove, perchè vi fu trovata una lapide che diceva DIO VI ET PROBO V. L’Olstenio senza più asserì che doveva essere un frammento, da compirsi così: arcaDIO . VI . ET . PROBO . V... coss. cioè essendo consoli Arcadio per la sesta volta, Probo per la quinta.
[276]. Characteres ægyptii. Venezia 1605; Mensa isiaca, 1669. Il più insigne documento egiziano che si avesse prima delle recenti scoperte era la Tavola isiaca di bronzo, lunga cinque, larga tre piedi, coperta di smalto nero, su cui sono disegnate figure a contorni d’argento. Dopo il sacco di Roma un fabbro la vendè al cardinale Bembo, dal cui museo passò a quel di Mantova. Nel sacco del 1630 fu rubata, nè più se ne seppe, finchè più d’un secolo dopo fu trovata nel museo di Torino; ove (dopo essere stata nel museo Napoleone a Parigi) ancor si conserva, e fu studio dei principali antiquarj, sebbene ora si giudichi non lavoro originale, ma dei tempi d’Adriano imperatore. Vedi pag. 210.
[277]. De nostri temporis studiorum ratione, 1708.
[278]. De antiquissima Italorum sapientia, ex originibus linguæ latinæ eruenda, 1710.
[279]. De universi juris principio et fine uno, 1714; De constantia philologiæ, 1721.
[280]. Perchè dei moderni editori nessuno pensò a dargli punteggiatura e divisione alla moderna? Facendo quel che si praticò col Guicciardini, ne sarebbe grandemente agevolata l’intelligenza. Si dovrebbe anche far sparire la nojosa e inutile vicenda di carattere tondo e corsivo, che corre da capo a fondo dell’opera.
[281]. Anche il De Rossi, nel Dizionario storico degli autori arabi, fa di Averroe il primo traduttore d’Aristotele: ma ora è certo che, tre secoli innanzi, era stato vôlto in arabo, non dal greco ma dal siriaco; e che Averroe nè altro arabo di Spagna conosceva il greco. In quella vece s’aveva una traduzione in latino; e l’averroismo, tanto coltivato nella scuola di Padova e anche dal Pomponazzi che pur mostra continuamente confutarlo, non deriva che obliquamente da Aristotele, mescolandovi le dottrine neoplatoniche e le interpretazioni de’ Nestoriani.
[282]. L’uccelleria, ovvero discorso della natura e proprietà de’ diversi uccelli, e in particolare di quelli che cantano. Roma 1622, con figure del Tempesta e del Villamene.
[283]. Da scrittori e dall’esperienza, massime di cacciatori e pastori, induce che le bestie, variando l’emissione de’ suoni, fanno quel che facciamo noi co’ suoni letterali, e ne formano di elementari di tempo determinato. A manifestare certe emozioni valgonsi del gesto, dello sguardo, del suono, del grido, della favella. Così un cane volendo scacciarne un altro da un posto ove egli vuol collocarsi, comincia a guardarlo iroso, poi fare movimenti significativi, poi ringhiare, finalmente abbajare. I vermi e simili animali inferiori possedono solo i due primi modi: alcuni pesci mandano un suono per le natatoje o per le branchie. Agl’insetti Fabrizio nega la voce, benchè esprimano i sentimenti per via di suoni; bovi, cervi ed altri quadrupedi hanno piuttosto una voce che un linguaggio; ma linguaggio vero han gatti, cani, uccelli, inferiori però all’uomo che articola più chiaro e distinto. Le bestie capiscono quel che loro diciamo: onde a ragion più forte noi dobbiamo capir loro. Delle quattro passioni di gioja, desiderio, dolore, paura, esamina Fabrizio l’espressione sopra il cane e la gallina, confessando non avere imparato gran che: ma la parola nostra è più complessa, perchè di più rapidi e numerosi elementi; oltre che avendo noi labbra e lingua più flessibili, ne nascono la varietà e complicazione che costituiscono la favella. Nessun animale potrà gareggiare coll’uomo, atteso che il principale loro strumento è la gola, che a noi serve soltanto per le vocali.
[284]. È il primo destinato agli studenti di medicina. La repubblica lo fondò con decreto 31 luglio 1545, ad istanza di Francesco Buonafede padovano, e sopra disegno di Andrea Moroni da Bergamo; n’ebbe la direzione Luigi Anguillara, cui succedette Melchior Guilandino di Königsberg, pel quale nel 1564 istituì la cattedra di botanica.
[285]. Anche privati ne formarono, quali il Priuli, il Molin, il Michel, Gianfrancesco Morosini lodato da Linneo, ed altri a Venezia, Giulio Moderato a Rimini, Vincenzo Montecatino a Lucca, Sinibaldo Fieschi a Genova, Vincenzo Pinelli a Napoli, Gaspare Gabrielli a Padova, Scipione Simonetta a Milano. Vedi a pag. 304, e Viviani, Delle benemerenze de’ Veneti nella botanica. Il Pignoria a’ 26 dicembre 1614 da Padova scriveva a Paolo Gualdo in Roma: — Non occorre che mi faccia gola dei fiori che si vedono costì, perchè jer sera alla cena lucullea del signor Sandelli «io mangiai degli sparagi belli, verdi e freschi; s’immagini mo il resto». Al quale Gualdo il Welser da Augusta avea scritto, a’ 10 gennajo 1610: — Se Padova e Vicenza si voltano a domandar semi e piante da queste parti, si può dire che ipsi fontes sitiunt. Le fritillarie di qua sono poche, e tutte venute o d’Italia o di Fiandra: vero è che quelle di Fiandra pare facciano miglior riuscita».
[286]. «Tale opera dovea condurre ad una felice rivoluzione nella botanica: ma niuno allora volle seguirlo nel cammino segnato, perchè si era di troppo lasciati addietro i contemporanei. Gaspare Bauhin afferma d’aver pensato distribuire il suo Pinax secondo il metodo di Cesalpino, ma confessa che non lo comprendeva abbastanza. Inoltre era costume vedere le opere di botanica adorne di figure, e Cesalpino le avea sbandite dalla sua. Torto suo più reale fu il non esporvi la concordanza della nomenclatura degli autori che l’avevano preceduto e dei suoi contemporanei; indica le piante con nomi suoi particolari, o nomi vulgari in alcuni paesi d’Italia; principalmente nella Toscana, onde fu malagevole determinare di quali parlasse, e Bauhin sovente vi s’ingannò. Per la stessa ragione non si può determinare il giusto numero delle specie, di cui fa menzione: quei che lo portano ad ottocento, non hanno contato che le principali, e ammontano a mille cinquecentoventi secondo Haller...
«Nella prefazione, piena d’osservazioni nuove e filosofiche che annunziano un ingegno superiore al secolo, in una pagina concentra i principj e pone le basi su cui stabilire i metodi ed i sistemi di botanica; tutti i vantaggi che se ne possono trarre, nel cui numero mette la conoscenza della proprietà delle piante, che si può dedurre conformemente alle loro affinità o alla somiglianza delle loro forme esterne. Malgrado i lavori posteriori su tale argomento, non si è potuto aggiunger nulla d’essenziale a tale schizzo; dimodochè se di tutte le sue opere ci fosse rimasta questa pagina sola, basterebbe ad assicurarne per sempre la gloria». Du Petit Thouars.
[287]. Nel capitolo II del libro V della Phyllognomica, il Porta scrive, contra antiquorum opinionem, plantas omnes semine donatas esse, e vi dice: E fungis semen perbelle collegimus exiguum et nigrum, in oblongis præsepiolis vel liris latens e pediculo ad pili circumferentiam protensis, et præcipue ex illis qui in soxis proveniunt (intenderebbe i licheni?), ubi decidente semine, feracitate seritur et pullulat etc. Pag. 367 dell’edizione di Francoforte 1591.
Il Porta prevenne Lavater e Gall insegnando che il corpo s’impronti dei moti dell’animo, e dagli umori e temperamenti derivino i costumi: persino le disposizioni possono modificarsi correggendo le conformazioni esterne; De humana physionomia. Eppure ancora insegna che varii sunt plantarum bulbi qui animalium testes mentiuntur, præsertim luxuriosorum... Natura, hominum generationi satagens, hac testiculorum imagine ad vires venereas, ad conceptum, ad prolem eas valere significavit. Lib. IV. c. 18. E cap. I. Plantarum partes scorpionem integrum præsentantes, ad ejus morsus valere. E lib. III. c. 51: Fructus uterum referentes et fructuum involucra, ad secundinas valere. E così ogni tratto.
[288]. Nel febbrajo 1856 l’ingegnere Quintino Sella all’accademia delle scienze di Torino produceva un passo d’un discorso, dal dottore Domenico Guglielmini di Padova recitato nel 1688, dove riconosceva i cristalli non come giuochi della natura, ma effetto di forze molecolari, rette da leggi costanti ed invariabili; che i cristalli della medesima sostanza sono poliedri, i cui angoli diedri rimangono sempre i medesimi, sicchè non vi manca che la proporzionalità dei lati per essere poliedri simili; che ogni cristallo è un aggregato di molecole aventi la forma stessa del cristallo; che dalla forma unica prima delle molecole derivano quelle che una sostanza può rivestire, e che perciò sono definite. Se avesse pensato applicare il calcolo allo studio de’ cristalli, preveniva la gloria di Romé de l’Isle e di Haüy.
Anche Giovanni Pona fece una descrizione delle rarità di Montebaldo. L’Imperato (Historia naturale, 1599) sostiene che i polipi calcari non erano pietre vegetanti come teneansi generalmente.
[289]. Mundus subterraneus; 1662.
[290]. De solido intra solidum naturaliter contento. È anteriore di un anno all’opera dello Schiller: la Protogea di Leibniz è del 1683.
[291]. De fontium mutinensium admiranda scaturigine. Secondo Gianfrancesco Rambelli (Lettere intorno le invenzioni e scoperte italiane Modena 1844), la prima memoria de’ pozzi forati in Modena sale al 1479, poichè ne’ Ricordi di Gaspare Nardi si legge che Giovanni Bentivoglio cominciò a far fare una fontana in Bologna, e che andò colà «uno maestro de Regio, che forava con un trivello de capo de uno abedo, e insediva l’uno abedo de co’ de l’altro, e per questo modo andava giuso quanto voleva, in modo che andò sotto piedi centosessantadue se rompè dentro quello con che forava». Giovanni Agazzari nella cronaca inedita di Piacenza, al 1478 scrive: Nota quod hoc anno repertus est quidam novus modus fodendi et eaciendi fontes vivos et salientes super terram per quosdam parmenses, et res mira et grandis valde, argumento cujusdam physici regini. Ap. Pezzana, Storia di Parma, IV. 23.
[292]. Aliquis intus in vescica sine plaga lapidem conterunt ferreis instrumentis. Il Benivieni racconta che, non trovando modo d’estrarre a una donna un calcolo voluminoso, insolitum sed tamen opportunum consilium capiens... ferramento priori parte retuso calculum ipsum percutio, donec sæpius ictus, in frusta comminuitur. Il primo moderno che scrivesse sopra l’estrazione della pietra fu Mariano Scotto, ma tutto gonfiezze e astrologia; e per operare attende le stagioni e i congiungimenti di stelle.
[293]. De abditis nonnullis ac mirandis morborum et sanationum etc.
[294]. Ch’egli primo adoperasse il mercurio contro la sifilide non può più credersi dacchè nella Cronaca perugina del Matarazzo si legge: «E perchè li Franciosi erano venuti novamente in Italia, se credevano li Italiani che fosse venuta tale malattia da Francia; e li Franciosi se credevano che fusse una malattia consueta in Italia, perchè ancora loro ne acquistaro la parte loro; e li italiani ne chiamavano lo mal francioso, e li Franciosi ne dicevano lo male italiano, del quale portaro el seme in Francia». Data la più estesa descrizione di questo morbo, indica la ricetta trovata più efficace, la cui base è già l’ariento vivo oncie due. Benvenuto Cellini insulta il Berengario d’avere «con una sua unzione fatto molte migliaja di ducati da signori, che ha stroppiati e mal condotti».
[295]. Ma si vuole che questo passo siasi interpolato quarant’anni dopo la sua morte. Vedemmo molte istanze della facoltà di Pavia per ottenere i cadaveri de’ giustiziati nel Milanese.
[296]. Sprengel vorrebbe che Berengario negasse il trasudamento del sangue attraverso al setto; ma sebbene egli lo dica satis notabilis substantiæ, quæ est etiam satis densa, pure ammette i forellini di Galeno. Esso Sprengel invece vuole che Colombo supponesse tal passaggio, mentre dice evidentemente che chi ciò asserisce erra, longa errant via. Vedi De Renzi, Storia della medicina, vol. III. p. 307.
[297]. De erroribus veterum medicorum, 1653; In artem medicinalem Galeni, 1566: — Oportet (scrive egli) de scriptoribus ita sentire ut eos homines agnoscamus et non tanquam deos veneremur; nobiscum antiquam libertatem relinquamus... probationes ex nostris sensibus nostroque ingenio ducamus. Nemini credamus, sed liberi contra omnes quod putemus verum proferamus. Eorum opiniones refellamus qui in magno sunt precio, quorum auctoritas infirmis ingeniis obesse potest.
[298]. Cefalogia fisionomica, 1673.
[299]. Nella biblioteca di Parma è un esemplare della Zelotypia veritatis in veterum fallacias, opera di Gianpaolo Ferrari del 1690. A quelle parole di pag. 26, quod evenit etiam in quibusdam antiquioribus, cædentibus colaphis alumnos qui veritatem neotericam convincere videbantur, è manoscritta questa nota: — Il signor dottore Antonio Zanella, lettore pubblico in Parma, percosse con uno schiaffo il signor Giambattista Pedana parmigiano studente nel pubblico studio, perchè con la forza degli argomenti lo costrinse a confessare la circolatione del sangue, che da esso lettore veniva acremente negata: e dopo andò a chiedergli perdono a casa ecc. l’anno scorso 1690».
[300]. Kircher, Da arte magnetica, lib. III. part. 7. Basti il titolo d’un opera di Marcantonio Zamara di Galatina in terra d’Otranto, professore a Padova: — Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signatarum et imaginum magicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus reconditus; cui medicamenta etiam varia chimica ex mineralibus et vegetabilibus conficiendi modus, tractatus item de rebus quæ humano corpori eximiam et venustam formam inducunt, de variis etiam metallorum et mineralium præparationibus et experimentis plurimis tractatio subjungitur: accessit motus perpetui mechanici, absque ullo quæ vel ponderis adminiculo conficiendi documentum. Francfort 1625. Antri magico-medici pars secunda, in qua arcana naturæ, sympathiæ et antipathiæ rerum in plantis..... omniumque corporis humani morborum, imprimis podagre, hydropis, pestis, epidemiæ et cancri exulcerati cura hermetica, specifica, characteristica et magnetica continentur: accesserunt portæ intelligentiarum... et canones hermetici de spiritu, anima et corpore majoris et minoris mundi. Ivi 1626.
[301]. Di lui è rarissima l’opera De ratione instituendæ et gubernandæ familiæ. Suo figlio Manfredo seppe le matematiche e molte lingue, viaggiò lontano, s’industriò a costruir macchine, principalmente microscopj e specchi ustorj, e un museo d’ogni sorta rarità naturali e d’arte, porzione del quale fu posto nella biblioteca Ambrosiana.
[302]. Vedi Renzi, Storia della medicina, vol. III, pag. 68. Turre di Padova, col titolo Junonis et Nerei vires in humanæ salutis obsequium traductæ (Padova 1668) tratta delle acque minerali.
[303]. Vedi la Vita di Camillo Porzio, scritta da Agostino Gervasio, 1832.
[304]. De relationibus medicorum libri IV, in quibus ea omnia quæ in forensibus ac publicis causis medici referre solent, plenissime traduntur. Palermo 1602.
[305]. Affò, Vita di B. Baldi. Nell’opera Delle macchine semoventi, pag. 8, parla d’un Bartolomeo Campi da Pesaro, «che ardì di porsi a levare dal fondo del mare la smisurata mole del galeone di Venezia; il che sebbene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore della macchina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore». È dunque italiana l’invenzione, di cui oggi menano tanto vanto gl’Inglesi.
[306]. De subtilitate, Basilea 1607, lib. XVIII. pag. 1074: Serra, quæ sub quocumque nomine claudi potest. — Cossali (Storia critica dell’Algebra, 1797) occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che Montucla attribuiva ad altri, e massime a Vieta.
* Vedasi anche Di alcuni materiali per la storia della facoltà matematica nell’antica Università di Bologna del dottor Silvestro Gherardi, 1846.
[307]. Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.
[308]. Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».
[309]. Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez. I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez. II. c. 8).
[310]. Del telescopio, pag. 486.
[311]. Nel Collegio Romano esistono manoscritte (Codice B, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:
«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,
«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».
[312]. Nescio quo fato ductus, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.
[313]. Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma: Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y. L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse: Cinthyæ figuras emulatur mater amorum.
Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.
[314]. I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».
[315]. Bacone conobbe le opere di Galileo. Vedi Organon, lib. II. afor. 39; Sylva sylvarum, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’Introduction of the literature of Europe etc. di Hallam, nel Preliminary dissertation to Encyclop. britan. di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».
[316]. Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole. Nelli, Vita di Galileo.
[317]. Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero, egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono assegnati mille fiorini.
[318]. Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo del mondo, che è incessantemente variabile. Vedi Clemens, Giordano Bruno et Nicol von Cusa; 1847, pag. 97.
[319]. È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V. 1854: — Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».
[320]. Pensieri diversi.
[321]. Systema cosmicum, dial. II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel 1597: Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit. Kepleri Opera, tom. II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di Galileo ignoravano.
[322]. Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum? fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, Galilee, vicisti».
Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio «pernicioso per lo spirito e per la fede». Savérien, Dictionnaire des mathématiques, tom. I.
La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.
[323]. — Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».
Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’opera De romano pontifice fu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.
[324]. Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.
Di questi fatti si vedano le prove in Giambattista Venturi, Memorie e lettere inedite e disperse di Galileo Galilei, Modena 1818.
[325]. Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»
[326]. L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche. L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia, e lagnavasi che inter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est durius, tacendum; 23 luglio 1633; nelle Opere di Galileo Galilei, tom. IV. Firenze 1854.
[327]. Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile 1633.
[328]. Il Bernini, nella Storia delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste accuse, che le Memorie e lettere pubblicate dal Venturi aveano sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza apporgliene di falsi.
Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscolo Galileo e l’Inquisizione. Comprende anche il processo del 1615, ma per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il vero contro i volgari declamatori.
Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la verità, se egli negò, segue questa formola: Tunc DD. sedentes etc., visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc.
Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge: Et cum nihil aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.
Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel processo, ove diceasi: Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione etc.
[329]. Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 il Dialogo intorno al sistema copernicano, che manoscritto esisteva presso quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore, e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi; corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti Copernico e Astunica donec corrigantur; Foscarini, Keplero Epitome astronomiæ copernicanæ; Galileo, Dialogo, et omnes alios libros pariter idem docentes; ma nel 1820 era stato permesso di trattare della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.
Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli rispose le precise parole seguenti: Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto». Le opere di Galileo Galilei, tom. IX. p. 196.
Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio 1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli; e che a questa mia discolpa rispose, Lo crediamo, lo crediamo, soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima».
Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna, alter Archimedes, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta della sua servitù».
E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna, egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V. R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».
Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre matematico di Bologna».
Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette gesuita, mentre era gesuato.
[330]. Sui satelliti di Giove, 1666.
[331]. In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile alla parabola. Zach, Zeitschrift für Astronomie, vol. VIII. p. 379. an. 1827.
[332]. In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un secolo dopo istituì le feste Secularia Torricelliana.
[333]. Ænigma geometricum a D. Pio Lisci pusillo geometra, che è anagramma di A postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo, che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto, volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello, ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito; il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col pirone susseguente il detto pendolo».
Vedi Giornale dell’Istituto lombardo, 1854, novembre. Galileo, il novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misura non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti ancora; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore, minuti primi, secondi e terzi, e più se più piace; mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».
Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna precisione.
[334]. Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del 1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio, nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’ primi lumi della verità».
[335]. La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti; ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo da Vinci e dal Cardano (Vedi Libri, Histoire des mathématiques en Italie, nº 2 del vol. IV), e massime dal Cesariano (Commenti a Vitruvio), nel quale (allo stesso foglio XXIII) è descritta la macchina a vapore eolipila.
[336]. L’Iride, opera fisica matematica; Bologna 1678. Alle pagine 28 e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.
[337]. Vedi Ford’s Handbook.
[338]. Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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