C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XIV.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XIV.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877
LIBRO DECIMOTTAVO
CAPITOLO CLXXXIX. Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame.
Come sempre, i paesi in cui si ristabilì l’armonia fra l’autorità e gli obbedienti furono quelli ove non si lasciò corso alla riazione dopo le rivoluzioni del 1831. Tale fu la Toscana. Ferdinando III granduca dal trilustre esiglio (se esiglio poteva chiamarsi la dimora in paese di sua nazione) non riportava rancori e vendette; vedendo la memoria di suo padre, benedetta in Toscana, non aveva che a seguirne le orme, al che lo inclinava pure la mitissima sua indole. Ritrovava spento il debito antico, sistemata la magistratura, ricco il pubblico dominio; sicchè molti beni poteva effettuare chi avesse saputo innestare le utili novità col sistema leopoldino. Ma crogiolandosi in questo, si tirò via tolleranti e fiacchi, in una mansuetudine senza progresso; riponendo il liberalismo i ministri (di cui era principale il Fossombroni) nell’opporsi ai preti e a Roma, la gente colta nel far epigrammi contro i ministri. Ferdinando aprì nuove strade; fece compiere il catasto sopra la triangolazione eseguita dal professore Inghirami; istituì a Firenze un archivio centrale, l’uffizio dello stato civile, una casa di lavoro, l’istituto della Nunziata perla maternità e a Pistoja un altro, a Pisa un’accademia di belle arti; introdusse i pompieri; migliorò i palazzi e le ville reali. Passeggiava famigliarmente le vie, andava a visitare ne’ palchetti le signore, e poichè le persone che vi si trovavano levavansi e teneansi in piedi, egli diceva alla padrona: — E perchè non permettete a questi signori di sedersi?» Un abate scontratolo così, andava ripetendogli: — Oh altezza! che consolazione fu per me il vederla — Oh grazie! — Ah non le so esprimere quanto sempre lo desiderassi — Sta bene: le son obbligato — Davvero ho sempre sperato che dovesse venire questo giorno — Ed io non lo sperava più».
Vantandosi in sua presenza i molti miglioramenti introdotti dai Francesi durante il loro governo, proruppe: — Capisco saria stato bene che fossero rimasti dieci anni di più». Soldati non volea, perchè nè del popolo avea paura, nè contro l’Austria osava reluttare, benchè neppur volesse soffrirne la tutela; i Carbonari conobbe ma non volle punire, accogliendo anzi i profughi del resto d’Italia.
Non ci ricorda che per verun principe siansi scritte parole affettuose (e undici anni dopo il fatto) come queste d’un galantuomo qual fu Emanuele Repetti: «I cittadini, entrati in sollecitudine per l’imminente pericolo, taciturni erravano per le vie, ingombravano i sacri templi, sogguardavansi, interrogavansi, e penetravano negli atrj stessi e nelle sale del regio palazzo smarriti, sparuti, affannosi, desolati. Niun’altra premura, nessun affare domestico o civile, tutti i passi, tutte le lingue, tutte le orecchie a questo solo erano rivolte, di questo solo occupate! Il pallore di un volto nell’altro si diffondea: nè potrei agguagliar con parole quello ch’io stesso vidi, e nell’intimo petto sentii fra il gemito e il tumulto della reggia e del popolo. Suonò l’ultima ora, e il 18 giugno 1824 fu giorno di pianto per tutti; e dico per tutti perchè anche gli stranieri medesimi che si trovarono presenti a così trista ed inusitata scena, rimasero talmente commossi, che proruppero pure al pari di noi in tristi lamenti ed in sincere lagrime»[1].
Il figlio Leopoldo II succedutogli (1824 giugno) con pari bontà, favoriva quel vivere amichevole, quella cittadinanza riposata che della Toscana faceva un’Arcadia. Intanto le belle arti, la gentilezza, il clima, la favella continuavano ad attirarvi forestieri; studiosi l’Università di Pisa, cui s’invitavano professori d’ogni paese; e i collegi di Siena e di Prato; capitali il ferro dell’Elba, l’acido borico dei Lagoni, e la libertà di commercio; si estesero le scuole normali, di mutuo insegnamento, di sordimuti; presto s’introdussero asili infantili, casse di risparmio.
Il popolo v’è per indole calmo, devoto, operoso nella povertà; il clero allevato nelle opinioni pistojesi, tiensi ligio al Governo; i ladri grossi non v’erano gloriati, se anche non sempre puniti; i pensatori, sceveri dalla Corte che non gli ascoltava ma li rispettava, ambivano all’aureola popolare, idoleggiando il meglio ne’ tempi anteriori alla rivoluzione, zelando le istituzioni leopoldine, e nominatamente le leggi costituzionali, il diritto di neutralità, il libero traffico, l’opposizione a Roma; i più aspiravano ad uno statuto con leggi e finanze discusse, assennati però o coraggiosi abbastanza per non avvolgersi in congiure. Carlo Troya, Pasquale Borelli, Pietro Colletta, Anton Raineri, Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio da Napoli, Nicolò Tommaseo e Giuseppe Montani dalla Lombardia, Nobili e Antinori da Modena, Leopardi da Romagna, rifuggiti colà e uniti a giovani del paese, Giovanni Poggi, l’eloquente Salvagnoli, i giuristi Francesco Forti, Marzucchi, Capei, l’educatore Lambruschini, Ridolfi che nel podere di Meleto preparava un modello di dotta agricoltura, alimentavano la vita intellettuale, e col Capponi, col Niccolini, col Ciampolini, col Mayer, col Ricci, nella società de’ Georgofili esercitavano il discorso e l’attenzione sopra quistioni vitali[2], e collaboravano all’Antologia, giornale fondato da Pietro Vieusseux nizzardo, nel cui gabinetto letterario nessun giornale era proibito.
Agitando francamente i problemi civili, coll’autorità della dottrina consacravano le massime liberali, ma neppur essi possedeano quell’accordo che dà forza. Alcuni, come il Montani, v’aveano importato il romanticismo colle idee del Conciliatore; altri, come Mario Pieri, abbarrati nella venerazione de’ vecchi, repulsavano dottrine che giudicavano codarde perchè tedesche: chi idolatrava l’êra napoleonica come il Colletta; chi ambiva le istituzioni municipali della passata Italia; chi aspirava all’unità dell’Italia futura: quali col Niccolini professavansi ghibellini con Dante e Machiavelli; quali con Troya e Tommaseo inserivano l’innesto neoguelfo: tutti desideravano un Governo parlamentare, dove sfoggiar l’eloquenza, se non la sapienza civile: assideano la libertà all’ombra dei troni; pure non mancava chi la ponesse lontano da quelli; e nell’Antologia penetrarono scritture di Mazzini e corrispondenze radicali.
I ministri non ingelosivano di manifestazioni, inefficienti su popolo tanto quieto: e il Fossombroni, insigne matematico e filosofo scettico ed epicureo, che zelava l’indipendenza della Toscana, ma nell’interno credeva giovasse il governare il meno possibile, persuaso che il mondo va da sè, rispondendo vaghe parole, e colle arguzie sviando le serie domande, niuna cura davasi d’eserciti, niuna del morale rigore, niuna degl’interessi d’Italia; buon fattore in casa, e basta.
L’Austria potea pretendervi a un’ingerenza parentale, ma nel Governo non ne aveva alcuna; ed anzichè odiare questa dinastia come tedesca, gl’italiani le sapeano grado della tolleranza e dolcezza. Il principe, patriarcalmente buono, era assente quando avvennero le rivoluzioni del 31; e sul territorio suo si lasciarono liberamente passare i fuggenti da Romagna. Quando egli tornò da Dresda, gli fu preparata una colonna con iscrizione del Giordani, ove si rammentava come egli «in sei anni di regno accrebbe la pubblica prosperità, alleviò d’un quarto la gravezza de’ terreni;... liberò i macelli dal privilegio, e dall’importuno divieto il ferro lavorato dagli stranieri; finì l’opera lodata del padre in val di Chiana; cominciò gloriosamente opera di grande e di buon principe nella maremma grossetana; condusse in cenquaranta giorni per cinque miglia di canale nuovo l’Ombrone; ordinò ampia strada per congiungere la maremma di Pisa e di Grosseto; imprese di congiungere Toscana al mare Adriatico; alle gentili fanciulle con larghezza regia e paterno amore procurò educazione più degna del secolo; e nella scientifica spedizione d’Egitto, associò il nome italiano alla gloria di Francia».
Eppure il Comitato rivoluzionario di Parigi tentò sovvertire anche questo paese, per rinvigorire i movimenti delle limitrofe provincie. Alquanti giovani, gli avanzi dell’esercito napoleonico, Modenesi e Romagnuoli rifuggiti vi diedero ascolto. Si limitarono a combinare una clamorosa dimostrazione, in teatro chiedendo la costituzione: il principe avutone avviso, non mancò di recarvisi e passeggiare in platea come al solito; l’orditore non vi comparve, gli adepti si tacquero; ma sparsero che ogni angolo fosse irto di spie e di sgherri.
L’Antologia eccitava sospetti non tanto per gli articoli suoi proprj, quanto per la corrispondenza che teneva con Italiani d’ogni parte: non che fosse esclusa dai dominj austriaci, molti Lombardi vi contribuivano; ma la Voce della verità non cessava da Modena di rivelarne, infistolirne, ribatterne le asserzioni e le dottrine; poi un articolo sulla Russia provocò una rimostranza da parte di quell’ambasciadore, e bisognò soddisfarvi col sopprimere quel giornale, e mandar via Nicolò Tommaseo. La Toscana mosse rimostranze, tutta Italia lamenti, come si trattasse d’una pubblica istituzione; nobile sintomo, dove il torto fatto ad uno si considera come comune. Il Governo compensò il Vieusseux, e ne attestò dispiacere; ma da quel punto parve liberalità l’opposizione; due accreditati personaggi (Capponi e Ridolfi) rimandarono le loro chiavi di ciambellano: il granduca le tenne nel suo gabinetto finchè il tempo ebbe smorzate le ire; allora ebbe a sè i due marchesi, e gliele restituì. Sono tratti di bontà che resistono all’epigramma e alla diatriba.
E di epigrammi lo bersagliava il Giusti, chiamandolo «toscano Morfeo, che asciugava tasche e maremme»; e il granduca scontratolo per via — Ehi (gli disse), quanto alle tasche dite vero, ma le maremme non riuscii. Voi però per mio conto vivete sicuro; ma se gli altri principi che colpite domandassero di farvi tacere?»
A tal uomo poteasi voler male? Gian Domenico Guerrazzi, avvocato di Livorno, immaginazione bollente, venuto a Firenze per intendersi co’ cospiratori e, a dir suo, per chetarli, fu arrestato ma subito dimesso. Aveva egli allora pubblicato la Battaglia di Benevento (tom. XIII, p. 466) sbuffante contro ogni ordine, ogni autorità. Tutti sapevano di chi fosse, benchè stampata anonima; all’autore fu trovato il manoscritto; eppure si mostrò credergli l’avesse copiato e corretto per proprio esercizio, nè si procedette ad altra molestia. Ma il Guerrazzi passava per archimandrito della Giovane Italia, allora insinuatasi anche in Toscana, per cui Marmocchi ed altri furono messi in fortezza, e dopo quattro mesi rimandati senza processo. Colà Guerrazzi scrisse l’Assedio di Firenze; e quel furore lo fece guardare come un satana, bello e formidabile.
Altri lavoravano a sollecitazione del Walewski, figlio naturale di una Napoleonide, e la vigilia di San Giovanni sparsero un programma per chiedere un re costituzionale d’Italia; ma il Governo si accontentò di ammonire alcuni, alcuni mandar via. Fatto appena credibile fra la civiltà odierna, a Livorno si stabilì una banda della fusciacca rossa o dei bucatori, che si proponeva di non finir giorno senza sangue umano, e per le vie coglieva il primo che le desse in mano[3]. Neppure contro siffatti spiegossi tutto il rigore, e dovendosi mandarne a morte uno convinto d’assassinio, dal fanciullino di Leopoldo si fece sporgere la domanda di grazia al padre, che l’esaudì, e ne fu lodato; quasi sia bontà tollerare il delitto. Per secondare altre dimostrazioni chiassose, il principe congedò il Ciantelli, odiato ministro di Polizia, e n’ottenne una serata d’applausi. Così innestavasi la febbre politica al popolo colle piazzate, arma dei deboli, e delle quali non erasi ancora conosciuta la spaventevole portata. Leopoldo non mostrò mai paura de’ popoli; creò la guardia urbana, sebbene poi abbia dovuto abolirla; diminuì d’un quarto l’imposta prediale; mostrò cuor di padre sì nel cholera che infierì a Livorno, sì nella terribile inondazione dell’Arno nel 1844, sì nei tremuoti che il 46 imperversarono fra Orbitello e la montagna di Pistoja. Seppe schermirsi al pari dalle insinuazioni retrive e dall’onnipotenza dei ministri, istituendo delle soprantendenze, che a lui stesso recavano gli affari in privato consiglio, e affidandole a persone reputate. L’ordinamento municipale conservò, benchè inceppato coll’attribuire le nomine al principe od al ministro.
Nel 1838 si riformava la procedura, introducendo la pubblicità, la pena di morte infiggendo sol quando cadano conformi tutti i voti: valenti giureconsulti ebbero incarico di rivedere le leggi. Colla spesa di sette milioni si compì il catasto; si aperse l’Appennino colle strade di Lunigiana, d’Urbania, di val Montone; si cinse Livorno di più vasta circonvallazione; si mandò Ippolito Rosellini compagno alla spedizione di Champollion in Egitto (t. XIII, p. 485). Nelle maremme verso il mare Ligure impigrano i fiumi sovra paesi, fiorentissimi un tempo, ora così spopolati, che la maremma sanese sovra novecennovanta miglia quadrate conta appena ventisettemila abitanti all’inverno, quindicimila l’estate. Il principe pigliò passione ad asciugarle, e nel 1830, al 26 aprile con gran festa s’introdusse l’Ombrone nel gran canale; sicchè, diffondendosi le feconde torbide sui bassi piani, ricomparvero campi e biade e popolo; il limaccioso Prelio, l’isola di Pacuvio furono riabitati, e ripristinata la via Emilia tra Pisa e Grosseto; e sebbene non fosse ordita nel miglior modo e non riuscisse ai più sperabili intenti, e dopo consumati sette od otto milioni che Ferdinando aveva lasciati nel tesoro, se ne buttassero altri, e contro il costume de’ Lorenesi si incontrasse un debito di quaranta milioni, che non si volle pareggiare con rincarare le imposte; il fare di quelle opere accusa o beffa al principe è miserabile uffizio.
Ma se il liberalismo nel secolo passato predicava ai Governi Lasciate fare, lasciate passare, nel nostro vuol che essi facciano tutto, e al popolo pupillo somministrino gli alimenti, l’educazione, la direzione. Quando sentiamo tuttodì accusare il Governo toscano che mancasse d’iniziativa, apparisse negligente piuttosto che dolce, in paese assonnato piuttosto che tranquillo, ci torna a mente la favola delle rane chiedenti un re.
Lucca era stata attribuita all’infante di Parma, finchè Maria Luisa morendo non lasciasse il ducato de’ suoi avi. La Spagna repugnò lungamente a questo baratto; talchè Maria Luisa, ch’era stata regina d’Etruria, tardò un pezzo a giungere nel temporario suo dominio, lasciando intanto i Tedeschi fare e disfare. Venutavi, non sapea limitare la sua splendidezza alla povertà del paese ed al costituzionale assegno di lire quattrocentomila: e se colle largizioni si faceva amici, molti avversò col rintegrare la libertà religiosa, i possessi di manomorta, i frati; e i disavvezzi se ne adontarono in modo, che parve una fortuna il succederle del figlio Carlo Lodovico (1824). Anche qui rane chiedenti un re. In paese dato a temporario usufrutto, nè il principe poteva introdurre buone istituzioni, nè i popoli prendere affetto a questo signore temporaneo, nessuno avviare que’ miglioramenti, la cui più necessaria condizione è la stabilità. Il duca poi, singolare mescolanza di qualità, nè al bene nè al male perseverava; accolse i profughi del resto d’Italia; e più d’una volta pensò attuare la costituzione del 1805, ma i vicini non soffrivano in Italia questa disformità. Intanto egli davasi aria di gran principe, e in viaggi e dissipazioni logorava l’assegno non solo, ma i beni proprj, e riduceasi a contrarre debiti, e per pagarli rovistar antiche ragioni dello Stato, e mercatare la ricca pinacoteca. Favoriti forestieri il menavano, e principalmente l’inglese Ward, di bassa estrazione e non ordinaria capacità. Fu sin detto che il duca avesse a Trieste partecipato alla comunione protestante, e un prelato speditogli da Roma il richiamasse alla cattolica, senza grand’urto delle sue convinzioni o prima o dopo.
In Piemonte ai senati di Torino, Casale, Genova, Nizza, composti di membri eletti dal re ed amovibili, competevano i processi degli alti dignitarj, le contestazioni fra privati e comunità, ciò che concerne statuti, privilegi, usi; l’applicare le pene, dopo l’istruzione dei tribunali di provincia; l’appello delle sentenze e la cassazione: dovevano pure interinare gli editti e le patenti dell’autorità. Ma seguivano giurisprudenza differente, sicchè in uno condannavasi una causa che nell’altro avea trionfo. In ciascuna provincia era un tribunale: ai consolati spettavano gli affari di commercio. I governatori generali esercitavano l’autorità militare, e da essi dipendevano i comandanti di piazza. Dappertutto poi un’apparenza guerresca, soldati e divise, e continuo batter di tamburi, e riviste, esercizj, collegi militari. Arma odiata erano i carabinieri che esercitavano la Polizia.
Questo nome richiama uno de’ peggiori flagelli moderni, non ispeciale al Piemonte più che ad altri paesi. Fatta onnipotente, impieghi, onori, cattedre dipendeano dalle sue informazioni, secrete, irreparabili; essa stiticava i passaporti; essa le cittadine dolcezze attossicava col far credere l’uno dell’altro traditore, affinchè, temendoci a vicenda, non acquistassimo la potenza della concordia; essa indagare arcani per propalarli a vitupero o a strazio de’ suoi odiati, e non trovandone, inventarli; essa sorreggere gl’infimi perchè aduggiassero o perseguitassero il merito sodo e i caratteri intemerati[4]; essa violare impudentemente il segreto delle lettere; essa tenere in lunga prigionia per semplici sospetti, poi rilasciare senza tampoco addurre un titolo. Forse v’era chi, spinto dal bisogno o dal vizio, intercedea di vender l’anima; altri la vendeano per voluttà, per ambizione, per vendetta: ma la Polizia riuscì a persuadere che lo spionaggio fosse estesissimo, oculatissimo, e patrioti ingannatori ripeterono una calunnia, che in fatto dispensava la Polizia dalla costosa vigilanza; che contaminò il carattere morale de’ cittadini; e che mostrandosi tanto vili, sarebbe bastata a eternare le catene, se non fosse destino che costoro riescano a fare aborrire ma non a salvare i Governi.
Disformità di costituzione amministrativa portava alle provincie la diversa derivazione; in quali stabilito il censimento, in quali no; estesissime le une, anguste le altre; queste soggette all’imposizione prediale, non quelle; alcune conservarono privilegi antichissimi, e fino diritti regali, e massimamente la Savoja teneva degli ordini antichi, francese di lingua e d’origine, con poca simpatia per l’Italia. Della tenuità delle imposte non accorgevasi la popolazione, perchè non avea provato di peggio: ma sentivansi gravosi i dazj, sconvenienti e mal ripartite le gabelle, il commercio e l’industria angustiate nelle fasce tradizionali, ignorata la potenza del credito, indicate come utopie le grandi opere pubbliche. I maggiori depositarj del potere erano scarsi di lumi e repugnanti al movimento; lenti e materiali gl’intermedj.
A chi v’andasse dalla Lombardia, faceano urto la severità de’ doganieri, l’abbondanza di frati, scomparsi di qua dal Ticino, la sofisticheria della censura civile ed ecclesiastica; soprattutto quell’aristocrazia, non capace di contrapesare la Corona, eppure orgogliosa, esclusiva, collegata fra sè e col clero, ingerentesi in ogni affare, perchè aveva ricchezza, aderenze, impieghi civili e militari, cariche di Corte che portavano privilegio di fôro. Il medio stato che vuol chiamarsi popolo, la guardava in sinistro; ne ripeteva alcuni motti forse d’età più lontane; la bersagliava di epigrammi, raccolti poi dal migliore poeta vernacolo (Brofferio): ma non confessavasi che quei nobili erano finamente educati, e redimeano l’alterigia cogli studj e colla cura delle pubbliche cose; l’educazione militare salvava dalla sprezzante inettitudine de’ lombardi Sardanapali. Molti poi de’ signori rimaneano esuli, altri in broncio colla Corte perchè o negletti o perseguitati dopo il 1821, o parenti di perseguitati.
Tra gl’incensi e le denigrazioni, trapela che Carlalberto secondò il movimento, a cui universalmente portavano la lunga pace e le attive intelligenze. Giusto e rispettoso dell’avere altrui, forse unico de’ principi italiani leggeva, e potea così misurare la marea delle opinioni; conosceva gli scrittori paesani, e legavaseli con posti e decorazioni: ma non era popolare, nè mostrava famigliarità se non forse coi militari; alle sue udienze arrivavasi traverso un difficile cerimoniale; ai suoi circoli ammetteansi solo veri nobili, non gl’impiegati, fosse anche il segretario generale che ogni mattina gli presentava le carte da firmare. Sollazzevole e galante in gioventù, si raccolse poi alla devozione e a tale ascetismo, da non gustare più che uova, pesce, riso (Cibrario). Bisognoso d’appoggio come chi diffida di sè, rimettevasi ai ministri; e l’opinione, sempre matta ne’ suoi giudizj, presentava come progressisti il Villamarina ministro della guerra, il Barbaroux della giustizia, il Pralormo, poi il Gallina delle finanze; e retrogradi il Lascarena ministro della Polizia e dell’interno, il La Margherita succeduto al La Tour nel dirigere gli affari esterni, e che più tardi espose la propria politica nel Memorandum, singolare rivelazione dell’indole e degli intenti di Carlalberto. Del quale la persona altissima ma scarna e gracile parea ritrar l’anima, formata ad elevate cose, eppur sempre barcollante fra il bene e il male, la spinta e la resistenza. L’opposizione de’ ministri portavalo a continua peritanza di atti, a incompleti provvedimenti, fra il bisogno di riparare gli errori giovanili, e la paura che dalle sue concessioni liberali l’Austria non traesse pretesto a sminuirne l’indipendenza, o il soverchiasse la scossa popolare, quasi dai fatti del 21 presagisse quelli cui sarebbe trascinato di poi[5]. Introduceva istituzioni benefiche e provvide, case penitenziarie e d’istruzione, nuove strade, costosissime in paese di tanti torrenti; col codice civile abolì gli statuti locali, e ridusse ad unità la giurisdizione; nel criminale, ricalco del francese, spietato e d’intolleranza religiosa, conservava esorbitanti pene, prodigalità della capitale, gli asili e le immunità ecclesiastiche, gli arbitrj de’ giudici, obbligatoria la delazione fino contro i parenti ne’ reati politici; poi mancava il codice di procedura, senza cui è inutile la bontà degli altri. Vagheggiava le armi, sicchè de’ settantacinque milioni d’entrata, ventisette consumava nell’esercito: e credeva averlo poderoso perchè gli offriva parate e rassegne; eppure nel codice militare costituì la pena delle verghe sino a mille ottocento colpi. Profittò della stupenda postura di Genova, sebbene questa non affezionasse alla sua obbedienza: mandò la prima nave italica di guerra a fare il giro del globo. Migliorò l’Università, ma non vi tollerò una cattedra di storia moderna: istituì l’Ordine del Merito Civile, ma bisognava domandarlo e addurne titoli, e i decorati giuravano di non istampare fuori di Stato nè contro la religione, e poteano presentarsi ai circoli del re. Concedeva il ritorno a molti profughi, ma non diede mai l’amnistia. A Pellico permise di pubblicare le Mie prigioni, ma non gli concesse la cattedra d’eloquenza che pur desiderava, e dell’Ordine del Merito Civile gli assegnò la pensione, non le insegne. Abolì nel codice le sostituzioni fedecommissarie, e in un editto le permise. Pose un Consiglio di Stato, ove si discuteano le leggi, i bilanci, i contratti, tutte le operazioni di finanza, ma affatto dipendente da sè, e delle moltissime proposte poche furono adottate. Non esisteva una buona statistica, con un catasto su cui regolare l’equa distribuzione delle gravezze; e continuavasi l’imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Gian Carlo Brignole nel 1824 avea cominciato a introdurre ordine e chiarezza nella finanza, e negl’impiegati l’amore del proprio dovere, e diceva: — Non lo spendere mi rincresce, ma lo spender male». Dappoi l’avvocato Gallina in quel ministero fu odiato perchè destro negli artifizj di cavar denari. Però le finanze trovavansi in un assetto invidiabile[6]; poi il re custodiva nelle casse un ingente prestito fatto nel 1831 e nel 42, quando pareva imminente la guerra; modo or riprovato, ma che gli offrì il mezzo d’intraprendere le strade ferrate senza i giuochi dell’agiotaggio.
Nell’isola di Sardegna eransi conservati i giudizj come sotto la Spagna, cioè una regia udienza in Cagliari e il supremo consiglio a Torino, il quale avea voto consultivo nelle leggi concernenti l’isola, e suprema autorità sulle decisioni dell’udienza. Antiche istituzioni vi duravano, i Monti di soccorso, che in ogni città e capoluogo somministravano grani per riseminare i campi; e il bargellato, milizia urbana per assicurare le campagne, composta di possidenti sotto un capitano eletto dal vicerè. Già Carlo Felice v’aveva aperto fra i i due capi una strada di ducentrentacinque chilometri, colla spesa di quattro milioni, di suprema efficacia in paese bollente di gelosie: ma mentre i re precedenti aveano cercato il meglio dell’isola conservandone le forme datele dagli Spagnuoli e connaturate, Carlalberto la ridusse a nuovo assetto politico e sociale. Abolì la feudalità, togliendo ai baroni la giustizia e il diritto a servigi di corpo, e sciolse i feudi della Corona; ai numerosi cavalieri tolse il privilegio del fôro, e alle chiese gli asili; introdusse carceri, quartieri, sistema decimale di pesi e misure, attenzione alle foreste. Abolita la servitù del pabarile che impediva la piena proprietà, cresceano i fondi chiusi; e sebbene i proprietarj stessi vi siano negligenti, o i pastori, insofferenti di quell’inusato ritegno, distruggessero le chiusure, rimetteansi a coltura tre quarti del terreno ancora sodo, utilizzando quella incomparabile vegetazione e l’eccellente bestiame, e cresceva la popolazione da trecencinquantadue a cinquecentoventicinquemila teste. Quelli che scapitavano dal cessare degli antichi abusi, levarono lamenti; il popolo non credea che la perdita de’ privilegi fosse compensata dall’eguagliamento dei diritti; tanto più che non s’erano alle nuove forme acconciati gli ordini antichi, e il despotismo vicereale e la trapotenza degl’impiegati faceano sentire i pesi più de’ vantaggi; le carestie stesse sopravvenute parvero colpa del Governo.
L’ambizione antica nella Casa di Savoja di mettersi a capo della penisola tutta non mancava a Carlalberto, il quale perciò attirava l’attenzione e le speranze di molti. Fra gli sbigottimenti politici e religiosi, quando noi l’esortavamo a rendere il suo paese invidia esempio agli altri d’Italia col dargli una costituzione, esso ci rispondeva che missione della sua Casa era il cacciare lo straniero; ma a ciò richiedersi quell’estremo di sua possa che non può ottenersi se non col dominio assoluto; vinta la prova nazionale, si profonderebbero le libertà. Gli anni però passavano, e l’occasione non sorgeva; e i giovani imparavano a bestemmiarlo nelle canzoni de’ vecchi, tanto più dopo che al suo primogenito diede sposa una figlia del vicerè della Lombardia.
A Napoli la restaurazione del 1821 avea lasciato odio e contro il Borbone e contro chi l’avea ricondotto. Ma poichè ad una rivoluzione anche fallita è dovere o prudenza il dare qualche soddisfazione, si fecero ordinanze buone, s’introdussero consigli provinciali, e un largo sistema comunale, con conciliatori, inamovibili i giudici, consulta di Stato, ove i ministri erano risponsali, ma in faccia al re; si soddisfece alle nazionali repugnanze coll’ordinare che nessun Napoletano avrebbe impieghi in Sicilia. Ma, come dopo ogni rivoluzione fallita, l’onnipotenza restava alla Polizia; meticolosa e inintelligente la censura de’ libri, e alcuni bruciati, fino un catechismo stampato nel 1816, in cui puzzavano di libertine le massime de’ santi padri e di Bossuet; il divieto d’introdurre libri, se non pagando un carlino l’uno; rese impossibili i cambj, e l’arte tipografica dovette ridursi a contraffazioni, abbandonate alla brutale speculazione d’incolti libraj, che v’introducono non solo mutilazioni ma aggiunte, le quali alterano il senso, e mentiscono il sentimento degli autori[7]. Di tali asprezze imputavansi i Gesuiti; ma quando ad essi fu tolta la censura e concentrata nella Polizia, molto di peggio si provò.
Se ne esacerbavano gli animi; le sêtte interzavano le fila: ne seguivano processi da una parte, dall’altra quella depravazione del senso morale che nobilita l’assassinio col titolo di politico; e vuolsi che nel 22 ottocento persone perissero tra sul patibolo come liberali, e vittime di questi; nove teste di settarj rimasero molti anni esposte a San Giorgio di Palermo. S’aggiunsero tremuoti e scoscendimenti e sbocchi di torrenti[8]. Alla pubblica indignazione si diè soddisfacimento rinviando il Canosa e surrogandogli il cavaliere Luigi Medici, uomo di rara abilità e bersaglio di tutti i partiti; ma se minore la fierezza, non fu diverso il modo. Il codice abolì il marchio e le confische; alla pena di morte pose quattro gradazioni, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo; stabiliva l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, ma nel 26 s’introdusse una giurisdizione privilegiata pei delitti politici.
Ferdinando, vissuto tra due secoli, de’ quali non intese l’immensa distanza, morì d’apoplessia (1825 gennajo) dopo sessantacinque anni di un regno, perduto tre volte con vergogna, e altrettante ricuperato con sangue. Gli successe Francesco, che aveva favorito la costituzione come vicario del regno nel 1820, e protestato contro l’occupazione straniera, la quale diminuì al suo venire, e presto cessò, surrogandovi quattro reggimenti svizzeri, capitolati per trent’anni, e che costavano cinquecensessantamila ducati all’anno, oltre un milione e settecentonovantaduemila di primo stabilimento. Dal palazzo usciva un tristo fiatore; gravosa l’ingerenza de’ favoriti[9]; di sfacciatissima corruzione erano stromento un Viglia e una Desimoni camerieri, de’ cui baratti il re celiava, e — Fate buoni affari ma presto, chè io ho poco da campare».
E in fatto fra breve succedeva nel paterno seggio Ferdinando II (1830 9 9bre), fratello della duchessa di Berry e di Cristina di Spagna, rinomate per vigorìa di volontà e complicazione d’avventure pubbliche e personali. Non avendo colpe da mascherare nè vendette da esercitare, egli cominciò coll’amnistia, e mostrossi voglioso di dominare assoluto, ma di attuare il ben pubblico e di «rimediare le piaghe». Senza finezze diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria, fino a non volere con essa trattato di commercio nè di proprietà libraria. Scarso d’educazione, ma scevro delle trivialità avite, col pagare chi lodasse il Governo mostrava credere all’efficacia di quelli che pur derideva col titolo di pennajuoli. Conservò la Corte in una costumatezza esemplare, sbrattatala dagl’ingordi favoriti del padre; amò monsignor Oliveri suo maestro, Giuseppe Caprioli prete, il Cocle arcivescovo di Patrasso: fatti perciò capri emissarj quando venne di moda l’esecrare, com’era a principio il lodare. Oltre le pensioni improvvidamente o turpemente assegnate da’ suoi predecessori, gl’impieghi erano così esorbitatamente retribuiti, che i ministri toccavano dodicimila ducati, e quello degli affari esteri altrettanti di soprappiù per la rappresentanza. Il re li gravò di tasse progressive, che giungevano fino al cinquanta per cento; egli stesso rinunziò a trecensessantamila ducati che suo padre prevaleva per eventuali beneficenze; disserrò gran parte delle caccie regie e le costose uccelliere; condonò o alleggerì le pene per colpe di Stato; dava udienza a tutti; percorse il Regno modestamente, alloggiando ne’ conventi, sedendo a tavola coi magistrati paesani, ballando con popolane, e dicendo motti e lusinghe. Scoppiato il cholera, accorse da un viaggio, e si mescolò colla plebe, e ne mangiò il pane per assicurarla contro i pretesi avvelenatori. Altre sventure pubbliche diedero esercizio alla sua pietà: nel 30 i tremuoti disastrarono la Calabria Citeriore, facendovi ducensessantatre morti e centottantadue feriti: l’eruzione dell’Etna nel 43 è memorabile perchè la lava invase anche terreni coltivati, si buttò in un bacino d’acqua, che a quel tocco sciogliendosi in vapore, tempestò di lapilli l’intorno, uccidendo settantacinque persone, ferendone moltissime.
Ferdinando rinnovò l’esercito collocandovi molti uffiziali rimossi; e parlava coi soldati, esercitavali, partecipava alle fatiche; ma i due reggimenti di Siciliani trovò tanto indomabili che li dovette sciogliere. V’aggiunse la guardia urbana, corpo civico, allestito a servire di guarnigione qualora l’esercito si muovesse. Ebbe eccellenti fonderie di cannoni e un corpo topografico, che associava le sue operazioni con quelle del rinomato osservatorio.
L’amministrazione civile concentravasi nel ministero dell’interno, che abbracciava istruzione, agricoltura, commercio, beneficenza, lavori, e l’elezione agli uffizj municipali e ai consigli distrettuali e provinciali. Era affidato a Nicola Santangelo, astuto ingegno e degl’ingegni fautore, che faceva fare un dizionario della lingua, un giornale del Regno, ma che sapeva come al suo posto possa lucrarsi. Il Faldella ministro sulla guerra, D’Andrea sulle finanze[10], Intonti sulla Polizia erano persone valenti, come il presidente Pietracatella; in periodica adunanza discutevano gli affari più rilevanti, che poi ciascuno mandava a compimento; indi nel consiglio di Stato preseduto dal re, decidevansi quelli trattati da essi. Nel 42 furono aggiunti ministri senza portafoglio, fra cui Giustino Fortunato, già attizzatore politico e allora indocilito all’obbedire, e l’insigne giurista Nicola Niccolini: ma invece di nuovi lumi, ne derivarono sconcordie e diminuzione dell’autorità ministeriale.
La lista civile non era prefinita, ma vi colavano gli avanzi delle varie casse; talchè per gratificarsi il re si facevano anche sconvenevoli sparagni. L’istruzione era affidata ai Gesuiti, ma l’Università conservò il fiore e l’indipendenza, tanto più da che fu lasciata facoltà a chiunque d’aprire scuole, le quali davano campo agli studiosi di mostrarsi, o scuotevano l’inerzia dei vecchi professori col confronto di giovani, che il re e il pubblico conoscevano: e veramente, oltre gli antiquarj che ivi sono in casa loro, benemeriti cultori vi ebbero la filosofia e le scienze civili. La procedura pubblica produsse avvocati eloquenti, desiderosi di brillare in più nobile ringhiera. La giunta suprema pe’ reati di Stato era bestemmiata, eppure quando fu abolita nel 46, venne rimpianta ricordando quai valent’uomini la componevano, e come avesse saputo assolvere.
I titoli di nobiltà screditavansi ogni giorno, e sin dal 1821 fu permesso vendere i possessi feudali di Sicilia, gravati dalle soggiogazioni; il che suddivise le proprietà, agevolò i passaggi, immigliorì i fondi. Quelli di manomorta furono pareggiati; quelli di regio patronato, assegnati per benefizio ecclesiastico, fu imposto si dessero in enfiteusi, a quote non maggiori di quattro salme; provvedimento del medioevo, che rinnovavasi nell’intento di ristabilire la popolazione e la minuta possidenza. Toglievansi le servitù agrarie e la promiscuità dei possessi; provvedeasi all’immenso Tavoliere di Puglia, ai fondi comunitativi, ad estirpare i litigj feudali; e il Governo e le Commissioni provinciali studiavano a introdurre metodi e prodotti nuovi.
Gli Ordini religiosi, ripristinati da Ferdinando I appena tornò, e dotati con beni demaniali, erano un terzo di quei che prima della Rivoluzione; il clero, non isproporzionato ai bisogni, perdè lo spirito ostile a Roma, che nel secolo passato lo facea ligio al potere. I pescatori del corallo, tanto numerosi che fu per essi compilato il Codice Corallino[11], vanno diminuendo; ma crescono le navi mercantili e l’esercito. I solfi, oro della Sicilia, erano privativa regia fino al 1808, quando il re non riservossi che di permettere le nuove cave. D’allora ne crebbe la produzione, e insieme i prezzi, attesa la ricerca di Francia e Inghilterra per fabbricare la soda: nel 1832 se ne asportarono seicento quintali, nel 34 seicensettantasei, presto novecentomila: onde allettati i capitalisti, la produzione superò lo spaccio. Il Governo allora (1838) stipulò colla società francese Taix e Aycard, che questa ne comprasse seicentomila quintali a due ducati o due e mezzo; per gli altri trecentomila darebbe un tenue compenso ai produttori; essa potrebbe rivenderlo a quattro ducati o quattro e mezzo; e all’erario pagherebbe quattrocentomila ducati, che doveano andare in isconto del consumo rurale, dazio gravitante sull’agricoltura.
Da questa privativa sentiansi pregiudicati i proprietarj delle solfare; e l’Inghilterra, invocando l’accordo del 1816 che la eguagliava ai meglio privilegiati, chiese trecentomila sterline per danni derivatine a’ suoi negozianti. Due anni si disputò, e il re, sempre geloso dell’indipendenza, volle mostrarla anche in faccia a quella gran Potenza, e rispettare i contratti, anzichè avventurarsi a quella libertà di commercio, che avrebbe prevenuto le collisioni; al tono minaccioso rispose con dignità, sentire dalla parte sua la giustizia e Dio, e fidare più nella forza del diritto che nel diritto della forza. Ma ecco la flotta inglese chiudere i porti di Sicilia, affrontar Napoli, prendere varj legni sino nel porto: il conflitto pare inevitabile, quando la Francia interpostasi compone la differenza, abolendo il contratto col Taix, gravando l’uscita dei solfi di venti carlini al quintale, obbligando il Regno a dare compensi e ai negozianti francesi e agl’inglesi[12]. Viltà, colpe, mangerie della Corte e dei ministri, furono le grida di que’ che pretendono dai caffè governare il mondo: il re conobbe la necessità di accrescere la marina, e proteggere l’esposta capitale; e procacciossi la flotta più robusta che veleggiasse il Mediterraneo.
Il debito pubblico si alleggerì con annue estrazioni; si spensero anzi tempo due milioni e mezzo di sterline imprestati nel 1824 a Londra; la banca dello Stato prosperò, fino a salirne le azioni al centrenta. Nel 44 l’annua rendita dei dominj di qua del Faro ammontava a ventisette milioni e mezzo di ducati; e il debito pubblico eccedeva appena il capitale di ottantasei milioni, cioè poco più d’un triennio di rendita. Nel 31 si fondò la Banca fruttuaria, di seicentomila ducati in diecimila azioni; poi altre pel prosperamento dell’industria e del commercio, crebbero di numero e di valore; sebbene per mala amministrazione decadessero. Nel Regno si fece il primo saggio di battelli a vapore (1832); il primo ponte di ferro sul Garigliano, al costo di settantacinquemila ducati; la prima strada ferrata italiana (1839) da Napoli a Castellamare; la prima illuminazione pubblica a gas. Si migliorò il porto di Brindisi; si moltiplicarono trattati colle Potenze; si alleggerirono le dogane; si favorì la marina mercantile con privilegi, talchè, mentre nel 1825 non v’avea di qua dal Faro che 4800 legni, nel 39 se ne trovarono 6803, e 2371 siciliani, portanti 21,3198 tonnellate, con 52,514 marinaj. Sulle strade si fecero almeno decreti, e ben trentasette ne vennero ordinate nella sola Sicilia per lo sviluppo di novecentosedici miglia.
La beneficenza pubblica ha nella sola Napoli la rendita di tre milioni di ducati; l’Albergo dei Poveri basta a quattromila persone: ma istituzioni stupende, come questa, come l’Annunziata, deterioravano nello sperpero e nella malversazione; nè fu applicato il bell’ordine che, istituendo dappertutto depositi di mendicità, voleva vi fosse annesso un orto modello.
Incamminato il popolo al meglio, il pittoresco dei costumi irregolari dava luogo al civile, e appena il curioso vi trovava que’ lazzaroni, quelle nudità, quei briganti, di cui si farciscono ancora i viaggi romanzeschi e le descrizioni per udita. Il vulgo è tuttavia chiassoso ma non insubordinato, gajo ma non dissoluto: gli altri vizj era a sperare si correggerebbero mercè dell’istruzione e de’ pubblici lavori. Un paese di sei milioni d’abitanti, e capace di cento milioni di tasse, a che non poteva aspirare? Ma i Napoletani si ricordavano che Ferdinando I, ritornando nel 1815, aveva promesso una costituzione, l’avea giurata nel 20, poi mentita: i Siciliani non sapevano dimenticare la Carta del 1812 e i privilegi antichissimi; spiaceva quel corpo di Svizzeri, stipendiato contro i sudditi; la bassa e invereconda corruzione che dagli infimi impiegati giungeva ai sommi; l’esorbitante potere della Polizia, il cui ministro disponeva di diecimila gendarmi, fior dell’esercito, sicchè poteva fin meditare il cambiamento della monarchia. Così fece Intonti, che blandì i liberali, e tentò persuadere il re a dare la costituzione, esagerandogli la possa delle società segrete; ma un bel giorno eccolo destituito, surrogandogli Del Carretto, la cui robustezza ridusse il Governo a Polizia. I gendarmi potevano arrestare, perquisire, accusare, testimoniare, ottenendo intera fede: fin la pena delle verghe fu ristabilita, ed applicavasi immediatamente. Eppure le masnade non erano scomparse, e col Talarico, che per dodici anni padroneggiò la Sila, il Governo dovè calare a patti, e fattagli grazia, gli assegnò per ricovero l’isola di Lipari, e diciotto ducati il mese a lui, dodici a’ suoi compagni. Peggio estendevansi le società segrete, delle quali avrem molto a dire.
Nelle Prigioni di Silvio Pellico tutti i subalterni sono dipinti come benevoli, fino il carceriere, fin Bolza: le ineffabili severità vengono comandate dall’alto; il medico non può concedere gli occhiali, se non ne arrivi la licenza da Vienna; si toglie ai carcerati ogni libro per ordini di Vienna; per amputare la gamba a Maroncelli vuolsi che Vienna il consenta; l’imperatore tiensi sul tavolino la pianta dello Spielberg, e ordina quel che deve soffrire il numero quindici, il numero venti, unica designazione di quegli esseri umani. Alla fine Pellico con un compagno escono di carcere, e passando da Vienna, vengono condotti ad asolare nel parco del Belvedere: ma di botto son fatti ritirare perchè arriva l’imperatore, agli occhi del quale non deve mostrarsi la loro macilenza. Apparizione degna de’ maggiori tragici!
Il sentimento che spira di qui potea dirsi comune in Italia, ove d’ogni male imputavasi l’Austria. E chi non volesse i fischi del vulgo ricco e dotto, forza era ne dicesse ogni vitupero; chiamasse vile il suo esercito, i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il Governo non intento che a smungere il paese, e immolare gl’interessi ai transalpini. Chi chiama stolto e assurdo un Governo, mostra la propria inintelligenza, non lo spiega; e il generale che vuol espugnare una rôcca, non la deride come di facile attacco, bensì la studia a fondo. Noi non conosciamo Governi che di proposito vogliano il male; e non credemmo avere diritto di dire ai popoli Siate savj se non avessimo osato dire ai principi Siate giusti; nè ci ascriveremmo a coraggio il farne censure quando ci fosse mancato quello di confessarne i meriti, e fra gli altri questo, che, scrivendo in paese austriaco, potemmo dire il vero impunemente, mentre quel vero da altri tirannelli era condannato intollerantemente, e giudicato vigliaccheria o paura, fosse pur detto da chi lo osò in faccia al giudizio statario[13].
Tutt’altro che odiati erano nella Lombardia austriaca Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II, quando ai popoli non regalavasi la libertà politica, ma si lasciavano le libertà naturali; i migliori ingegni si offrivano sostegni lodatori, difensori del trono; e lo coadjuvavano a concentrare in sè le prerogative, dapprima sparpagliate fra autorità paesane o ministeriali. La rivoluzione ruppe quell’accordo, e lasciò da una parte l’assolutezza amministrativa, dall’altra repugnanza a leggi fatte per civiltà e per interessi che non sono i nostri, e appoggiate con mezzi diversi. Il disprezzo poi è così insoffribile, che per sottrarsene si cerca fin il terrore; e reciproco disprezzo nasce facilmente tra il forte che vede gl’impotenti conati, e il debole che le memorie antiche e nuove fan dispettoso del vedersi non sentito, non conosciuto, in balìa d’istituzioni e di persone estranee ai sentimenti, alle simpatie, alle sue compiacenze.
L’Austria, potenza conservatrice eminentemente, sin da quando resistette alla Riforma fu osteggiata dai pensatori, ch’essa del resto non accarezza. Ambiziosa senza rumore, progredisce colla forza del secolo, ma senza confessarlo; segue le abitudini; vuole il silenzio fin sulle cose lodevoli; e avea ridotto il Governo ad amministrare e constatar i fatti colle statistiche, mentre per iniziare al nuovo voglionsi genio, bontà, sapienza. Francesco I, tenacissimo all’idea del dovere, qual esso lo concepiva, secondo questa oppugnò le innovazioni; buono doveva essere ciò che buono era stato altre volte; i popoli doveano persuadersi che l’imperatore volesse il loro bene, e lasciarlo fare. In conseguenza ebbe riguardo alle costituzioni eterogenee de’ varj suoi popoli; e per quanto vagheggiasse l’accentramento amministrativo all’uso di Giuseppe II, non pretese una uniformità, che non cresce la forza bensì il disgusto.
Come l’Ungheria dunque e la Boemia, così v’ebbe un regno Lombardo-Veneto suddiviso in due Governi. Dell’imperatore obbligo unico il venire a farsi coronare; a lui il nominare a tutti gl’impieghi regj e confermare i comunali, l’imporre ed erogare il tributo senza sindacato, l’amministrare il Monte dello Stato; a lui la pubblica istruzione, la censura, la tutela delle istituzioni benefiche, l’approvare società, il concedere privilegi; e in conseguenza i decreti arrivavano o tardi per la lontananza e per le interminabili trafile, o improvvidi per imperfetta informazione. Quando la parola d’ordine dei re alleati era la franchigia de’ popoli, come rappresentante del paese fu costituita una Congregazione Centrale, eletta popolarmente, nominata e stipendiata dal sovrano, convocata a beneplacito del governatore per dare voto consultivo sopra le materie che a volontà esso proponeva al loro esame.
Restava in piedi il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi municipj e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente combinato col censimento, talchè bastò a mantenere la vita e favorire il prosperamento del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a mera burocrazia, camminava regolare e robusta, come in paese da gran tempo avvezzato: pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi si complicassero titoli di Stato, a norma d’un codice compilato colle intenzioni moderne, e in molte parti migliori del napoleonico, più mite nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità, metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in diritto di chiedere intorno ai membri che le sono strappati.
Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: che se il Governo nè li favoriva nè tampoco li conosceva, la stampa v’era meno inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni bisognasse spesso reclamare a Vienna, donde le decisioni venivano assai meno ignobili, ma così lente da equivalere a un divieto. Pure in questo regno si produceano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite; e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte: l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perchè servite di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano tutt’altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino, otteneva onori e decorazioni in Lombardia.
Esclusa quell’educazione de’ claustrali, che si diceva l’arsenico degli altri paesi, i Gesuiti, anche quando qui presero stanza, furono sottomessi alle autorità, nè esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fôri, non triche di sacristia: il partito religioso era rappresentato nell’idea da eminenti ingegni, nelle azioni da una società (Pia Unione) che, fra le beffe e la denigrazione, compiva una beneficenza stupendamente grandiosa. Le prime società per strade ferrate si formarono qua sin dal 1837, e non fu colpa del Governo se si svamparono in risse e municipali battibugli. Qua fiorentissima la cassa di risparmio; qua imprese sociali per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello Stelvio e dello Spulga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano una rete di comunicazioni: si profondea per regolare i laghi e i fiumi che l’improvvido diveltamento delle foreste rende più sempre gonfi e ruinosi[14].
A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio di sei milioni. Dopo lunghissimo discutere, e sentiti i primi ingegneri e il Fossombroni, nel 1845 fu approvata una sistemazione di tutti i fiumi che immettono nella laguna, e che singolarmente dopo il 1839 aveano recato indicibili guasti; e all’opera ben avanzata servirono di compimento la gran diga di Malamocco e l’ampliazione dei Murazzi, spendendovi oltre sei milioni. Vero è che Venezia soccombeva alla concorrenza di Trieste. Questa era vissuta di vita stentata sotto i patriarchi d’Aquileja o gl’imperatori di Germania, fin quando Carlo VI conobbe quanto essa potrebbe complire al commercio della Germania, ad eclissare Venezia. Pertanto vi fece edificare, chiamò coloni, istituì una compagnia che avrebbe dovuto emulare la inglese delle Indie Orientali: ma questa fallì, e le cure di lui e di Maria Teresa poco profittarono alla città. Nè vi giovò Napoleone, che, incapricciato di emulare l’Inghilterra sul mare, pensava renderla capitale d’un nuovo regno Illirico, nel quale sarebbero state comprese la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, il mar Nero. Dove essi fallirono riuscì la società del Lloyd, che fondata dapprima per le assicurazioni marittime, assunse poi alcun’impresa di battelli a vapore: ma stava per liquidare quando vi capitò un giovane, tutta attività e voglia di riuscire, e messosi in quegli uffizj arrivò alla direzione, e vi diede impulso efficacissimo[15]. Così Trieste crebbe da cinque a ottantamila abitanti; moltiplicano gli affari, gli edifizj; e compita che sia la strada ferrata verso Vienna, offrirà la linea più breve fra la Germania e le Indie. Le prosperità di Trieste non sono anch’esse italiane?
Lo straniero che fosse calato in Lombardia, credendo, sopra i giornali e le romanze, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello stranio sire, e sbandito il riso, e signor de’ cuori il sospetto, stupiva a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotare nella pinguedine e nel lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito i più ricchi; fra’ principali commerci figurarvi quello de’ teatranti, e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo elegantissimo, come ai suoi corsi uno sfarzo di carrozze, che sì elegante non hanno Vienna e Parigi.
Il Lombardo-Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi quell’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle province che dispensa l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure minute, e non sottrae nè ricchezza al fisco dei dominanti, nè ai dominanti la compiacenza di sentirsi cittadini.
Qui accentravasi ogni cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una conquista, ma con meditata lentezza. Il sistema di pesi, misure, monete alla francese, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco. L’unità dell’impero costringeva a regolar noi colle leggi stesse del Galliziano e del Croato, fin a mandare regolamenti sulle acque a un paese che inventò l’irrigazione artifiziale. V’avea supremi magistrati, ignari dell’indole e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nazionale sul viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo: silenzio su ogni atto. La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra cui viveano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale era impacciata dai commissarj: alla Congregazione Centrale mancava voce per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fin la Chiesa era tenuta servile, mediante il sistema giuseppino; sopra informazione della Polizia nominavansi i parroci e i vescovi, ai quali era impedito di comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto d’un impiegato provinciale.
Francesco I a Lubiana avea detto, — Voglio sudditi obbedienti, non cittadini illuminati», e su tale programma le scuole riduceansi a moltiplicare i mediocri e mortificare ogni superiorità; l’istruzione popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gl’istinti insubordinati in una rassegnata obbedienza; la classica non metteasi in armonia colla situazione di ciascuno; e coll’educazione dissipata eppur letteraria, moltiplicavansi giovani leggeri, eppure dogmatici, vanitosi delle piccole cose, puntigliosi della parola, smaniati del rumore; giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi libri di testo, qualche volta i professori, questi eleggeansi per concorso, dove, astenendosi i migliori, prevalevano novizj o ciarlatani, non mai superiori alle cattedre.
Le tante parti eccellenti poi restavano corrotte dalla Polizia, arbitra di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino per indeclinabile giustizia. Una Polizia aulica, una vicereale, una del Comune, una del Governo, una della presidenza del Governo, spiavansi a vicenda[16]. A chi dal lungo esiglio o dalle inquisitorie prigioni tornasse in società, esse dicevano — Avete sofferto abbastanza. Che vi cale delle cose pubbliche? divertitevi, chè il Governo nol vi contende: siete ricchi, siate allegri». E ne’ divertimenti si cerca tuffare le memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che avrebbe dovuto fortificare in muscoli; poi accennando al viver morbido, agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa: — Vedete come la Lombardia, nostra serva, è beata». Ma l’uomo non è destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quelli che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggiore ragionevolezza e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa di un codardo silenzio nella servitù o di collere maniache nella libertà. Dal non potersi conseguire onori e impieghi se non per consenso della Polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva, dall’altra ne rifuggissero i generosi: i migliori ingegni trovavansi perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di sprezzo per non dover temerli, repudiandosi così quel tesoro di potenza morale che viene dal concorso delle forze attive, istruite, morali.
Erasi avuto un elettissimo esercito italiano, ed ora i coscritti s’incorporavano ne’ reggimenti tedeschi, sotto uffiziali tedeschi; laonde se ne sottraeva chiunque sentisse la dignità nazionale e bastasse a comprare un supplente; e mentre con ciò assecondavasi l’infingardaggine indigena, le si dava la maschera di patriotismo, indicando come traditori que’ pochi civili che si volgessero all’armi o alla diplomazia. Con questo voler apposta adulterare la misura dei diritti e dei doveri, ed applicare nomi virtuosi ad atti meramente negativi, pervertivasi il senso morale; mentre il rimanere estranei alle sorti del paese deprimeva i caratteri, intorpidiva le abitudini, gettava nelle esagerazioni ed utopie proprie di chi non vede in pratica le cose, nè sa fin dove possa arrivare legalmente. Per conseguenza tutti cianciullavano di politica e governo, ma senza cognizione de’ fatti veri, nè discernimento per valutarli; sicchè qual conto poteva tenersi d’un’opposizione limitantesi a disapprovare tutto, tutto abbattere, nulla asserire o edificare?
Epperò questo Governo, che disponeva di terrori, lusinghe, impieghi, onorificenze, decorazioni, non trovò un lodatore, non dico di cuore, ma neppur d’ingegno, talchè dovette prezzolarne di tali, la cui ignoranza era sopportata solo per la viltà con cui la prostituivano. In tutta Italia poi restava il concetto che l’Austria sola avesse impedito o traviato le rivoluzioni, laonde era avuta come universale nemica della libertà da molti che questa identificano con quelle.
Morto Francesco I, suo figlio Ferdinando, il giorno stesso che montava al trono (1835 2 marzo), con un viglietto al vicerè ordinava si cessassero i processi politici, si rilasciassero tutti i condannati: amnistia la più ampia, la più incondizionata, che si legga nelle storie, se il vicerè e gli esecutori non l’avessero tergiversata e resa parziale ed illusoria[17]. Il buon imperatore non ne sapea nulla giacchè non comunicava coi sudditi; ma avutone sentore, disse: — Andrò io a Milano», e venne a farsi coronare. O fosse il lenocinio delle feste; o stanchezza del fremere, o naturale bontà, o riconoscenza di così insolito perdono, diè fuori dappertutto una prurigine di balli, di parate, di adulazioni in prosa e in versi, in musica e in quadri; gran liberali camuffaronsi da guardie nobili e da ciambellani; v’ebbe decorazioni e dignità auliche, e un ripullulamento d’aristocrazia. Per isgravare se stessi, costoro sparsero vilipendio e sospetti su quei che anche allora tennero la mano e la penna intemerata, e che, rinserratisi nella propria coscienza, da Dio invocarono e col proprio senno maturavano alla patria fortune migliori, pur deplorando che non le meritassimo.
Parliamo a disteso della Lombardia: agli altri paesi però conviene, e forse più, quel che della Lombardia dicemmo. Quei principi, persuasi dell’onnipotenza materiale dell’Austria, agli ordini e all’ispirazioni di questa si rassegnavano più o meno, e non che farsi iniziatori con esempj che mortificassero lo straniero, più di uno colla propria rendeva desiderabile l’amministrazione di questo.
Intanto che piagnucolavasi, nella lunga pace erasi moltiplicata la ricchezza nazionale, ed estesi que’ comodi e godimenti, la cui ricerca è carattere della nostra età: il commercio s’ampliò, agevolato da leghe e trattati; e visto che la libertà n’è il migliore sussidiario, il sistema protettore si modificò: guadagnaronsi immensi terreni alla coltura, e se ne trassero maggiori frutti dacchè alla trascuranza delle manimorte fu surrogata l’oculatezza di piccoli possidenti, e si svincolarono dai fedecommessi, dalle servitù, dai livelli. Ormai gli sbalzi nel valore dei commestibili scomparvero, e se prima fin a quindici e venti volte dell’ordinario crescea nelle carestie, parve sommo nel 1812 l’elevarsi al triplo, proporzione che dappoi fu sempre assai minore. Il credito si trovò protetto dalla pubblicità delle ipoteche, dalle banche, dalle semplificate procedure, ed esteso anche a vantaggio de’ poveri colle casse di risparmio. L’industria vantaggiò dello spirito d’associazione e delle scoperte della fisica e della chimica, per mettere a carico delle forze gratuite della natura molta parte della fatica umana, perfezionare metodi e macchine, far che il lavoro versasse e la concorrenza distribuisse una sempre maggior copia di utilità nel corpo sociale: e sebbene non eguagliasse i forestieri nè per tenuità di prezzi, nè per eleganza e finezza, cresceva il ragguaglio tra il lavoro e le soddisfazioni che con esso il povero può procacciarsi. S’introdussero battelli a vapore[18], strade ferrate, telegrafi, spirito d’associazione, studj concordi, unione di capitali introdussero vastissime imprese per le strade ferrate, pel gas, per le assicurazioni, per gli scavi.
Tale spirito si applicò pure alla beneficenza, istituendo scuole per intenti particolari, e asili d’infanzia, e mutuo insegnamento, e presepj pei lattanti, e società di vicendevole soccorso, e miglioramenti alle carceri, e ricoveri per gli scarcerati; ammirati da taluni con quell’entusiasmo che non soffre la critica nè la ricerca del meglio, da altri bersagliati con l’atrabile che tutto denigra, o coll’intolleranza che condanna il bene per vaghezza del meglio. Ripudiavano francamente, anzi deridevano i vantati progressi e una carità destituita dello spirito avvivatore del cattolicismo le Memorie religiose di Modena e il Diario di Roma seriamente, bizzarramente la Voce della verità, dove i nomi più simpatici erano malmenati dal Galvani, dallo Schedoni, dal Calvedoni; e più strepitose riuscirono le Illusioni della pubblica carità di Monaldo Leopardi, e l’Esperienza ai re della terra del principe di Canosa.
Altri pensarono giovare al prossimo pe’ soli meriti di Cristo e per diffondere la verità e la santificazione cristiana. Le istituzioni pie, ricchezza de’ secoli andati, ebbero molto a soffrire nella rivoluzione, nelle guerre, nella soppressione dei corpi religiosi; onde vi si riparò con lasciti, e ai bisogni nuovi andavasi incontro con nuove istituzioni. A Milano i fratelli Felice e Gaetano De Vecchi barnabiti fin dal 1802 raccoglievano una Pia Unione di nobili, che andavano all’ospedale confortando gl’infermi, e preparavano vitto, vestito, educazione, ricreamento ai poveri nelle case o in ricoveri: col nome di Società del biscottino fu derisa dal bel mondo e benedetta dai poveri, pei quali ha consolazioni d’ogni maniera, educazione conveniente all’indole e al bisogno di ciascuno; impedire lo svio delle pericolanti, richiamar le pericolate, assistere i vergognosi indigenti, tenere scuole festive e notturne a comodo di poveri, ricreazioni e oratorj pei tempi festivi.
La marchesa Maddalena Frescobaldi Capponi e il padre Idelfonso istituirono a Firenze un ricovero per le traviate: a Imola la Pia Unione di San Terenzio diffonde quotidiane elemosine, come a Bologna la Pia Opera de’ vergognosi: ad Ancona l’oratoriano Luigi Baroni esercitò nelle più variate guise l’eroismo della carità, come il Manini in Cremona. In Venezia e Verona Maria Maddalena di Canossa (1774-1835) fondava nel 1819 le Figlie di Carità, dirette a perfezionarsi nell’amor di Dio e del prossimo; i conti Cavanis le Scuole di Carità; Nicolò Mazza verso il 1830 ricoveri di fanciulle, educandole sino ai ventiquattro anni conforme al loro stato, ed altri pei garzoni, bene studiandone l’inclinazione, menandoli alle scuole, collocandoli in varj stabilimenti, e tutto per carità. Nicola Olivieri inanimato dalla Immacolata, nel 1838 comincia a raccogliere qualche moretta e la fa educare, poi va in Egitto e in Barbaria, e segue tuttora a riscattarne, d’accordo colle Suore della Carità, per poi collocarle in conventi. Brescia deve alla Rosa molte caritatevoli istituzioni: Modena la scuola dei sordi-muti di D. Severino Forchiani: a Bergamo i conti Passi introducono la Pia Opera e le Suore di santa Dorotea, per formar le fanciulle alla pietà e ai casalinghi disimpegni; mentre il prete Botta toglieva in cura i fanciulli sviati: un suo allievo, Marchiondi laico somasco, portò quell’istituzione a Milano, e grossolano ma di alto e retto cuore, ricusando sottoporsi alle burocratiche formalità, ve la fece fiorire.
A Torino Giulia Colbert di Barólo, la patrocinatrice di Pellico, istituì le Sorelle di sant’Anna per educare povere figlie, e ispirarvi modi civili e la contentezza del proprio stato. La Congregazione di san Paolo distribuiva centrentamila franchi l’anno in doti, pensioni, sussidj a poveri nascosti. Il canonico Cottolengo nella Piccola Casa della divina Provvidenza preparava soccorsi a tutte le miserie, e giganteschi benefizj effettuò con mezzi tenuissimi. Rosa Govona avea fondato le Rosine che devono «mangiar del lavoro di loro mani», e che si estesero ad Asti, Chieri, Mondovì, Fossano e altrove. La contessa Tornielli Bellini a Novara lasciava in testamento molte istituzioni caritatevoli, e scuole gratuite d’arti e mestieri. L’abate Febriani prese cura speciale dei sordimuti. La Misericordia di Casale dispensa quarantacinquemila franchi in pane, vesti, doti, baliatici, sussidj a domiciliati: quella di Savona, oltre il resto, dà ogni giorno il pranzo a quattrocencinquanta poveri.
Chi non conoscesse in qual modo si forma quell’assurdità, che intitolasi l’opinione pubblica, stupirebbe dell’avversione che professavasi contro questi benefici, e come fossero scherniti nei tempi quieti, percossi nei tempestosi.
Perocchè, a fianco alla potenza governativa era cresciuta quest’altra dell’opinione, surrogatasi alla fede assoluta in un pensiero, in un sentimento, e che avversava tutto ciò che mostrasse fermezza, fossero le credenze fosse l’autorità. Quella classe delle persone di cultura, indipendente, che in ciascun paese la imponeva nel secolo passato, sotto il regno d’Italia era stata diretta dagli impiegati, potenza nuova; dappoi se la sottoposero i liberali; sottentrarono quindi i giornalisti, finchè venne alla piazza.
E le rivoluzioni, state militari nel 1815 e 1821, divennero giornalistiche ed avvocatesche; e dove riuscirono, posero in dominio e ne’ ministeri gli scrittori; dove fallirono, li resero cospicui per le persecuzioni e gli esigli. Mentre era cresciuta la smania del leggere, in alcuni paesi non correva che la gazzetta uffiziale, cioè a dire applausi o silenzio; e questo ancor più che quello, giacchè molti Governi preferivano non si parlasse di loro, nè in bene nè in male, come l’Austria, mentre Napoli facea pomposamente enunciare i suoi atti negli Annali civili e in altri fogli governativi. Ma o per tolleranza o alla macchia trapelavano giornali forestieri, alle cui questioni si prendeva parte incompetente, come avviene degli affari altrui, e per lo più passiva, accettando l’opinione del giornale senza mezzo o volontà di discuterla, e nell’opposizione riponendo la luce dell’intelletto, la generosità del pensare. Anche il teatro, rimaneva o in balia de’ ballerini, ovvero tradotto o almeno foggiato sul francese. Esposte le moltitudini a questi mareggi dell’opinione, l’uomo abdicava alla padronanza degli atti, dei destini, de’ pensamenti proprj: la classe colta, divenuta moderata meno per buon senso od esperienza che per timidezza e amor di pace, dovea cedere il campo ai ciarlatani. Ora questi non potevano diffondere che un’opinione non solo versatile, ma sconnessa: fino chi pensa, pensava poco in una Babele, dove niuna associazione di forze intellettuali, ma solo antagonismo ed isolamento: invece di partiti v’erano gruppi, quasi equipollenti di numero e di valore, gli uni chiassosi, gli altri operativi, i più disputanti in panciolle.
Alcuni, credendo inutile parlare di libertà finchè manchino pane e educazione, appigliavansi di preferenza all’economia; mentre i più dalla politica aspettavano tutto, secondo l’andazzo francese. In ciò pure alcuni consideravano come una sciagura la rivoluzione di Francia e l’irrompere suo in Italia, perchè col balocco delle libertà politiche ci aveva defraudati delle libertà naturali; inoculato pensamenti, odj, amori esotici; compressi i semi indigeni e storici, per avventurare alle sovversioni d’un progresso sistematico e umanitario; doversi ripigliare l’opera del secolo precedente, pur applicandovi le conquiste del nostro, cercando la libertà non i nomi, progredendo a passi non a sbalzi, cumulando le forze invece di abbatterle, traendo i principi ad attuare il bene anzichè nimicarli, e nell’intento nazionale confederando i varj Stati per opporne la lega allo straniero, qualunque egli sia. Ve n’avea tra questi che aborrivano dalla Francia, come irreposata e infida sommovitrice; altri distinguevano questa nazione dalle vertigini della sua tribuna e de’ suoi giornali: altri analizzavano la prosperità inglese, i Parlamenti, la legale ampliazione della parola morta, il progresso ragionato e lento ma continuo ed indefettibile; pochi si lasciavano allettare allo smisurato incremento degli Stati Uniti e alla formola dell’avvenire. E poichè l’eccesso degli appetiti materiali porta a lusso e vanità irrefrenate, e queste alla bestemmia, ultimo strillo dell’intelligenza spirante del secolo, per amore dell’Italia insultavano all’Italia dichiarandola inetta al meglio: il Botta e l’Angeloni la infarinavano d’improperj, abburattati da frà Cavalca; Berchet pindareggiava contro Carlalberto e contro gl’italiani che dimenticavano la patria e lo Spielberg per istordirsi fra baci e bottiglie; Niccolini, gridando «Italia vile, non ha di suo neppure i vizj», imprecava che le nubi stendessero un velo densissimo su questa terra del vile dolore; Leopardi, dopo compianta l’Italia coll’amarezza di Dante, nei Paralipomeni beffava i desiderj e i tentativi di riscossa, con una ironia che il Gioberti diceva squarciare il cuore, eppur essere giustissima[19]: il qual Gioberti asseriva che la nazione italiana non potrà mai recuperare il suo antico primato morale e civile sul mondo «finchè l’uomo italiano dei nostri tempi non sarà divenuto pari a quello dell’antica Italia e dell’antica Roma... Certo noi, generazione matura e cadente, col piè sulla fossa, indarno ci penseremmo, perchè l’osso è duro, il callo è fatto, e ancorchè riuscissimo a rimpastarci, poco e corto saria il frutto». Solo allorchè qualche straniero ripeteva altrettanto, o lady Morgan coi colloquj sottratti a questo nostro circolo giudicava baldanzosamente gli uomini e le cose nostre, o Lamartine ci chiamava terra dei morti[20], o Stendhal ci sentenziava degni delle nostre sofferenze, il patriotismo si risentiva, numerava i nostri vanti, ci inebriava col «misero orgoglio d’un tempo che fu».
Gente più seria esploravano a fondo le piaghe mortali d’Italia; se diceasi ch’era corrotta da’ suoi signori, rispondea che non si corrompe chi corrompere non vuole lasciarsi; che del meglio non eramo degni perchè al giogo non sapevamo opporre quella fermezza che si frange ma non si piega; perchè sulle catene celiavamo, contentandoci di burlare quei ch’era necessario esaminare; perchè i beati d’ozj e vivande stordivansi nei godimenti, col pretesto de’ codardi, l’impossibilità del migliorare; e diguazzando nelle morbidezze, sviavansi da’ severi proponimenti di chi, perduta la patria, mantiene cuore per amarla, voce per ammonirla, senno per dirigerla; perchè secondavamo la Polizia col mettere e spine e coltelli fra seni che volevano ravvicinarsi; perchè coloro che all’emancipazione ci inuzzolivano, non sapeano pascerci che d’odio e denigrazioni, ed anzichè convergere la repulsione contro i veri nemici, sparpagliavanla su nostri fratelli; perchè abjette invidie, adipose gelosie, orgoglianti vendette ci faceano sprezzare e deprimere que’ migliori, i quali avrebbero potuto concentrare l’opposizione ed onorarla, farsi rappresentanti del paese; se non altro, circondare la nazionale decadenza di dignità; quella dignità ch’è necessaria in tutti, indispensabile in una gente che voglia rigenerarsi.
Ultima miseria d’un paese, quando, perduta la fiducia in sè e ne’ suoi, dalla sventura aizzato a discordie, mancante di amici organizzati e di nemici rispettosi, esercita il piccolo resto di libertà a scoraggiare: miseria più deplorabile quanto maggior bisogno di gloria letteraria e morale ha una nazione, a cui ogni altra via è chiusa d’attestare alle venture che la presente generazione non era vile. A chi svelasse tali piaghe non era perdonato dal bugiardo patriotismo, nè fu perdonato a noi; ma per acquistare diritto di dire il vero agli avversarj, bisogna non temiamo di dirlo a noi stessi.
E venendo ai particolari, additavano gl’impiegati corrotti e inabili negli Stati pontifizj e siciliani, duri e servili in Piemonte, sbadiglianti in Toscana, dappertutto irrazionalmente obbedienti; avvocati ciancieri, vagheggianti costituzione parlamentare per solo esercizio di eloquenza; nobili, in Lombardia ricchi, gaudenti, oppositori; in Piemonte ligj, influenti, studiosi; incolti e lascivi a Napoli; avversi ai preti nelle Romagne, quanto propensi a Roma; il clero alto lussureggiante a Roma, o persecutore in Sardegna, dappertutto ombroso delle libertà; il basso, scarso d’educazione e di virtù, o giansenista o papale per tradizione non per meditazione; i pochi studiosi, scissi tra Liguori e Perrone, tra Rosmini e Gioberti, tutti lagnantisi de’ superiori ecclesiastici e secolari; i frati scaduti di zelo e di scienza; i Gesuiti odiati perchè zelo e scienza ostentavano; i negozianti uggiati delle gravezze e degli impacci, ma aborrenti da sovversioni che ne crescerebbero all’industria loro materiale.
Il dover sottrarsi a una vessazione dava l’abitudine di sprezzare o eludere le leggi anche le più opportune, il che è uno degli abiti più funesti. Scarsi gli eserciti, e più lo spirito militare, non meno che quello delle grandi imprese; rare le idee pratiche, atteso che non s’agitassero nella pubblicità; nullo il sentimento della legalità, e di quella solidarietà per cui si considera come proprio il torto fatto a uno qualunque; non rispetto per l’operosità, nè tolleranza pe’ dissensi; non dignità per comporli e discuterli; non intelligenza fra gl’ingegni, e ciascuno disamato, se non anche calpesto, nel brano di terra che gli è patria, sconosciuto negli altri.
Il popolo non legge: il vulgo giudica dai giornali e sulle pancacce, rimpiange il Governo passato, querelasi degli aggravj, della coscrizione, dello scarso soldo, del tenue commercio, della molesta Polizia, ma composto e tranquillo in Piemonte; in Lombardia beffardo, odiante i Tedeschi e rifuggente dall’arme; più cheto nel Veneto, donde si cernivano eccellenti soldati della marina e granatieri; acqua cheta e bella creanza in Toscana; nelle Romagne manesco, brigante, cospiratore; in Roma ligio alla lautezza clericale, che gli alimenta l’infingardaggine e l’orgoglio del nome romano; in Napoli spavaldo, superstizioso, senza dignità nè costanza; nelle provincie sofferente, astuto, coraggioso, anneghittito; in Sicilia rozzo e fiero, potente agli odj come ai sacrifizj, irreconciliabile col dominio, e disposto a qualunque rischio per abbatterlo.
De’ letterati la più parte avversi al Governo, e da questo sospettati, perseguiti o, dove meglio, dimenticati; quella età che preferisce all’ordine la libertà, l’entusiasmo alla ragione, imbevevasi d’idee sovversive, e fremeva d’un giogo di cui invece però d’analizzarne la forza e la natura per romperlo, si piaceva aggravarselo colle intempestive reluttanze e cogli impotenti conati, testimonio d’estrema debolezza, che sfiancano chi li commette, e rendono gagliardo e sprezzante chi senza fatica li compresse. I giornalisti, genuflessi alla mediocrità, idolatri del negativo e della sovranità del nulla, chiunque si elevasse sorvegliavano coll’ansietà della diffidenza; petulanti perchè servili, faceano aborrire la franchezza col separarla dalla dignità, col deprimere ogni elevazione morale all’insolenza faccendiera e alla fatuità elegante davano baldanza d’oltraggiare gli alti pensatori e i caratteri intrepidi: e questi appunto erano più calunniati perchè sprezzatori della calunnia; non vedendoli tali quai si volevano, erano rappresentati quali non erano, o denunziati disertori, titolo che i partiti infliggono a chiunque non li serve a loro modo. Così di generosi ditirambi mantellavasi un abjetto egoismo, e col dispetto del gaudente contro il pensatore, di tutta la loro enfiata vanità aggravavano l’uomo che vale, impacciavano l’uomo che vuole; e fiacchi essi, tali dichiaravano gli altri: non ascoltati, faceano ogni opera perchè ascoltato non fosse nessuno; e a maggior baldanza calunniavano chi alla calunnia men bada perchè se ne sente superiore.
Tali dissensi nimicavano fra loro gli stessi liberali; e più dove poteano manifestarsi, cioè fra i migrati, che pretendeano dirigere da Parigi e da Londra le fortune della patria, e intanto non s’accordavano sui modi; troppo spesso simili a due corpi, che, egualmente elettrizzati, si respingono. Tutti convenivano nell’odiare l’Austria, sentendo sempre nell’aria l’occasione, e persuadendosi che non potesse venire se non di fuori. Intanto la declamazione era l’arma che più usavano, e il torsi fede od efficacia col mentire e coll’esagerare, coll’amplificare in verso o in prosa i patimenti degli Italiani, facendo supporre la disperazione in quelli che adagiavansi nell’incremento della prosperità materiale.
Molti migrati onore e compassione acquistarono a sè e alla causa loro coll’intelligenza, col carattere, coll’industria. Luigi Filippo, salito al trono per una rivoluzione, adoprò un ingegno raro e una ferrea volontà a frenare ogni nuovo prorompere; pure non la potea rinnegare, nè disdire coloro, la cui colpa consisteva nell’aver fallito in tentativi, in cui erano riusciti i suoi. Perciò quei profughi v’ebbero cortesie, onori, promesse da principio, poi freddezze, poi dimenticanza: alcuni non ottennero il pane se non arrolandosi nella legione straniera, altri lasciandosi relegare in qualche città; chi sentiva dignitosamente pensò a guadagnare colle proprie mani; chi potea, visse come si vive a Parigi, onorato a misura delle spese, e qualche volta anche dell’ingegno. Altri de’ migrati erano i patentati impresarj di rivoluzioni; o quei che, stando male in paese, amavano cambiare plaga; o che aspiravano alla gloriola d’essere del numero de’ perseguitati. Tra questi prevaleva l’opinione giacobina della potenza del numero, che è ancora la forza, ed esserne impulsi efficacissimi le società segrete; agli incorreggibili Governi doversi surrogare la sovranità popolare, non solo come fonte, ma anche nell’applicazione del potere, la democrazia riducendo a repubblica, e questa nemica ai nobili, ai preti, abbracciante tutta l’Italia in unità; qualunque mezzo esser buono a un elevato fine: e il fine era sbarbicare quanto esisteva, per costruire poi non si sapea che, ma quel che l’accidente porterebbe.
Il bisogno d’azione, d’essere qualcosa, di valere sui destini del paese, di aver amici qua e fuori, di rivolgere contro Governi esecrati alcun che di più reale che non le grida; la devozione a idee, la cui generosità parea giustificare gli spedienti anche iniqui; la spinta in alcuni irresistibile di protestare in nome d’un intero popolo contro un popolo intero, e alimentare fino col proprio sangue la speranza dissotto all’oppressura de’ forti e alla vigliaccheria de’ gaudenti, fomentavano le società secrete, dove l’immaginazione e l’attività compiacevansi di misteri, carteggi, processi, condanne, assassinj, e dell’arrabattarsi presso chi si credeva potente. I Francesi accettavano le costoro proposizioni come innocui balocchi e temi opportuni di retorica parlamentare e giornalistica; e i generali Foy, La Fayette, Lamarque, gli avvocati Mauguin, Perrier, fors’anche Luigi Filippo prima d’essere re, li alimentavano a buone parole, che gli esposero poi ad essere chiamati traditori quando venne di tradurle in fatti.
Il legare la propria libertà a un archimandrito che può imporre tutto, persino il delitto; l’obbligarsi con giuramento a fatti di cui si conoscono solo in parte i fini e nulla i mezzi, non è libertà: nè credo nelle cospirazioni s’invigorisca il carattere o si acquisti la pratica, come farebbesi con qualche atto di coraggio civile, coll’istruire il pubblico, educarsi negli impieghi, nella diplomazia, nella guerra. Nè tampoco s’imparava ad affrontare i pericoli, a nessuno esponendosi i capi che tramavano lontano, e che, col titolo d’alimentare la fiamma, esponeano de’ subalterni, dei quali soli è composto il lungo martirologio.
La società della Giovane Italia, obbligata ad abbandonare la Svizzera dopo la deploranda spedizione di Savoja, a Berna fece unione colla Giovane Germania e la Giovane Polonia, tre forze che doveano coadiuvarsi nel diffondere le dottrine repubblicane e attuarle; e al regolare istromento (1834 15 aprile) si firmarono gl’italiani Mazzini, Melgari, G. Ruffini, C. Bianco, Rosales. Giovani arditissimi, da loro aggregati, scorreano Italia, tenendo intelligenze, carteggi, conciliaboli, senza che se n’avvedessero le migliaja di spie che diceansi pagate dai Governi. Ma la smania d’essere capo portava moltissime suddivisioni e nomi fra i cospiratori stessi: la Riforma della Giovane Italia, i Federali, la Società di Louvel, gl’Imitatori di Sand (uccisori del duca di Berry e di Kotzebue), i seguaci di Alfieri, della Luce, del Silenzio... Però il concetto generale essendo l’insurrezione, sostenuta colla guerra delle squadriglie, non si potè stare contenti di scrittori e di guanti gialli, e bisognò associarsi braccia e cuori risoluti, facchini, macellaj, contrabbandieri, briganti, i quali a vicenda imparavano il cospirare e i segretumi, e pretendeano anch’essi aver ponderanza nella riforma dello Stato, perchè aveano membra torose e anima leonina. Perciò la società, ramificata per tutto, travagliò viepiù i paesi dove abbondano costoro, e principalmente le Romagne e le Calabrie. Che se per le prime s’avea una ragione nella debolezza e inettitudine del Governo, nella dissoluzione che vi è cagionata ad ogni vacanza, e nelle alte condizioni di un principato elettivo, mal si saprebbe trovarne il perchè nel Napoletano, con una Polizia vigorosa e un re bene armato, che conveniva non inimicare alla causa italica, della quale era a prevedere sino allora che potrebb’essere o robusto appoggio o decisivo avversario.
Eppure nel Regno può dirsi non passasse anno senza qualche nuova sommossa, e sempre per ordirle l’avventatezza, per mezzi la guerra di bande, per risultato incarcerazioni e condanne. Tre fratelli Cappozzoli, ricchi del Vallo, dopo la suddetta rivoluzione si ressero fra i monti di Calabria fino al 1828. Allora un canonico De Luca, persuaso che i re, i quali colla battaglia di Navarino aveano assicurato l’indipendenza della Grecia, non isfavorirebbero la redenzione d’Italia, cominciò in Bosco a predicare contro il dominio assoluto piantato colle bajonette straniere, e proclamò la costituzione francese, come áncora della salute. Il vulgo applaudisce, il grido si diffonde, i Cappozzoli fan gruppo di gente volonterosa; ma Del Carretto le sgomina, appicca il De Luca e un venti de’ principali, e diroccato Bosco, vi erige una colonna infame. I Cappozzoli ch’erano fuggiti in Corsica, tornarono più tardi, e côlti con altri invano difendentisi, vennero mandati al supplizio. Nel 1833 i fratelli Rossaroll, spinti da privati rancori, subornarono a Napoli molti militari, e scoperti ebbero grazia. Poco poi Peluso e Nerico tentavano sorprendere Del Carretto e indurre il re alla costituzione, ma n’ebbero ergastoli ed esiglio.
Un De Mattheis intendente di Cosenza, ottenuto ampj poteri, costrinse taluno a confessare il reato, tre mandò a morte, dieci ai ferri: ma le grida universali fecero rivedere il processo, e il De Mattheis, trovato bugiardo e calunniatore, fu condannato. Anche la Sicilia lasciossi solcare dalle società secrete che prima vi erano ignote: nel 1823 sollevossi un Abela, nel 25 altri a Palermo, sempre annunziando lo sterminio de’ forestieri, e per forestieri intendendo i Napoletani. Dicemmo i guaj cagionati dal cholera. Di nuovo nel 1840, allorchè Mazzini cominciò a stampare a Londra l’Apostolato popolare, insorsero bande nella Calabria e negli Abruzzi, dove si assassinò il colonnello Taufano.
La Romagna bollì sempre di sêtte; a Viterbo si formò una congiura, altre altrove. Nel 1840, pel centenario dell’attentato dell’Alberoni contro la repubblica di San Marino, molti v’accorsero da Pesaro, da Rimini, da Sant’Angelo, sfoggiando in piazzate e discorsi contro le monarchie e i papi. L’anno appresso si rannodarono le trame, false nuove tuttodì spargendo sul conto d’altri paesi, e che dalle Calabrie riferivano essere debole e ignaro il re, la milizia guadagnata, scontentissimo il popolo, sicchè tosto proromperebbe l’insurrezione, indomabile fra quei monti. Di fatto, in occasione che le truppe stavano occupate alla festa di Piè di Grotta, un Ciampella tentò di sollevare Aquila; alcuni soldati furono uccisi, ma gli altri rannodatisi rimisero l’ordine, poi fatti processi a cinquanta individui, tre passarono per le armi, altri ai ferri.
Nella Spagna, che mai non aveva trovato assetto, ferveva allora la guerra paesana, e alcuni capibanda di colà, i quali asserivano le maggiori loro imprese essersi cominciate con nulla meglio che sette uomini, furono assoldati per mettersi a capo delle nostre. Vennero in fatto a Livorno, ma trovando già finita la resistenza, ripartirono. Pure alcuni vollero far tentativi su Bologna, e subito repressi, buttaronsi fra gli Appennini, guidati da un medico Muratori; e considerati per contrabbandieri, disonoravano l’insurrezione e giustificavano i rigori della Polizia. Non mancò chi vi si aggregasse, massime dacchè Ribotti, venuto di Spagna, tentò sistemare le bande: ma gli Svizzeri le dissiparono, e militarmente furono mandati al patibolo sette popolani; altri alla galera; i capi ricoverarono a Malta, in Francia, in Toscana, fra cui alcuni di buon conto e il medico Farini, fattosi poi storico de’ fatti recenti.
Altre Commissioni severe sotto il generale Casella purgarono le Calabrie; ma le file si estendeano e quivi e nelle Romagne, rendendo a chi sacro, a chi infame il nome di brigante. Nel 1844 parve imminente uno scoppio generale; Ricciardi dovea dalla Corsica venire sopra Roma; i rifuggiti nel cantone Ticino invadere Piemonte e Lombardia; Fabrizj colla legione straniera d’Algeri assaltar la Sicilia; altri da Malta e Corfù sbarcare ai diversi porti. Un Partesotti, confidente d’ogni loro mistero e cooperatore, ne teneva informata l’Austria; e dopo che fu morto e onorato di patriotiche esequie e di echeggianti epicedj, gli si trovò l’infame carteggio. In altre parziali sollevazioni il figlio del filosofo Galuppi, capitano de’ gendarmi, restò vittima degli insorgenti, i quali poi, invidiando questo martire alla causa dell’ordine, lo dissero loro partigiano. Le procedure susseguite tennero alcun tempo in carcere Bozzelli filosofo ed estetico, Carlo Poerio, il marchese Dragonetti, Mariano d’Ayala, Matteo De Agustinis, già nominati allora, e più da poi. Maggior compianto eccitò il caso de’ fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, e di Domenico Moro uffiziali nella marina austriaca, che legatisi con Mazzini e disertati, a Corfù aspettavano le sollevazioni promesse per accorrervi; e vedendo tutto fallire, e trovandosi mancanti fino del vivere, persuasi che un sagrifizio fosse necessario per iscuotere l’addormentata Italia, con un pugno d’amici e sprovvisti di tutto sbarcarono in Calabria (1844 25 luglio): non entusiasmo, ma trovarono freddezza e peggio[21]; sicchè côlti furono passati per le armi: caso istantaneo, isolato, eppure d’efficacissima impressione.
Le commissioni raddoppiarono d’attività, e molti dovettero migrare. Nei rimasti incancreniva lo sdegno; che sfogavasi in assassinj, i quali davano ragione a nuove procedure, e queste attiravano fama di tiranni ai prelati o ai ministri che avevano dovuto procedere, o di eroi a quelli che s’erano opposti: riputazioni capricciose, perchè determinate dall’opinione personale di chi avesse l’impudenza di asserire.
Sparagni, brigadiere dei carabinieri pontifizj, è assassinato (1846) in Ravenna; e poco dopo Adolf, soldato svizzero, che solo avea visto l’assassino: subito si erge un processo che involge settanta individui, e la commissione riconosce che fin dal 1843 esiste una società, mescolata di liberali e di briganti, concordi all’intento di concutere lo Stato, adoprando intanto gli assassini; oltre le confessioni anche stragiudiziali, provarlo le numerose e armate bande di contrabbandieri, insultanti alla forza pubblica, il concorrersi alle esequie di liberali, l’applaudire agli assassinj politici, il denaro profuso ai bisognosi. Su questi indizj e su prove specifiche fondavasi la condanna di molti, e fino di trentasei nella sola Ravenna, de’ quali il papa mitigò le pene. Poi il Governo pontifizio fu fatto conscio come le diverse società stringeansi ad una centrale di Bologna, e colse l’avvocato Galletti e Mattioli loro cassieri e corrispondenti, e le carte a loro apprese diedero titolo a nuove condanne.
Bologna appunto formicolava di società segrete, le une rivolte a favorire il dominio tedesco, le altre a repubblica; alcuni moderati voleano solo dal Governo opportuni provvedimenti; e legame fra i popolani e i signori formavano antichi militari, come il conte Livio Zambeccari. V’era chi sognava che il re di Napoli aspirasse a tutt’Italia; v’era chi se la diceva coi Buonaparte, o tenea l’occhio al duca di Leuchtenberg, nipote del re di Baviera, genero dell’imperatore di Russia, figlio dell’antico vicerè d’Italia, e che come tale aveva immensi possessi nelle Marche, tolti da Napoleone ai conventi per farne appanaggio al suo figlio adottivo[22]. Questo partito avea denari e bei nomi, e non sperava l’appoggio del czar, tanto più che questo potente, avendo tolto a perseguitare i Cattolici del suo Regno, si trovò a fronte la maestà del papa, che fece sentire una voce dignitosamente severa, la quale trovò eco in tutto il mondo, e valse ben più che idrofobe declamazioni.
Chi non osava afferrar le armi e sparger sangue, spargeva odj, calunnie, rancori. A differenza dei vecchi Frammassoni e Carbonari, le società segrete odierne si valsero molto della stampa; e da Londra, da Parigi, da Lugano, da Losanna diffondevansi scritti, che, parlando della libertà colla stizza di carcerati, e predicando l’intervento diretto del senso comune nelle cause politiche, tenevansi per lo più nel vago, nell’utopia, nel sentimentale, quand’era mestieri di principj, di notizie, d’azione. Quel mistero e il solletico della proibizione faceanli ricercati quanto un romanzo satanico: eppure esercitarono efficienza scarsissima, nonchè sugli eventi, neppure sullo spirito pubblico, non arrivando al popolo, ma solo a quella classe per non avere la fatica del pensare, e fra cui interpolava un guizzo galvanico che mal simulava la vita[23]. Non avendo cognizione immediata degli avvenimenti italiani, stavano a detta di un corrispondente, che parlava intrepido perchè nascosto e fuori del pericolo d’essere contraddetto; e così esaltava sè ed i suoi, deprimeva i personali avversarj, scaraventava le più strane baje: e i lettori, invece di ripudiarlo come bugiardo, diceano, — È meglio informato che noi concittadini». V’avea degli zoili semplici, di cui i furbi si valeano per eludere l’influenza degli scrittori onesti: ve ne avea di malvagi, che per la stessa loro ribalderia imponevano al pubblico, il quale in segreto n’ha schifo, eppure in palese li loda ed approva. La sciagurata abitudine del censurare, del detrarre ad ogni atto dei proprj cittadini, oltre amareggiare le vite più benefiche, rapiva al popolo quella confidenza nei migliori, la quale li avrebbe trasformati in potenze tutelari se si fossero sentiti appoggiati dalla patria; mentre invece scassinati, derisi per la loro superiorità, costretti a guardarsi le spalle dagli amici, vedevano dai proprj concittadini tolta all’amico comune la verecondia del perseguitarli, tolta a se stessi, se non la costanza, l’efficacia del resistere.
Così, invece di studiare ed ammannire i rimedj possibili, e il più efficace di tutti, la concordia, sbuffavasi contro i nostri che per poco si elevassero dalla folla, o ambissero le simpatie nazionali, o sdegnassero per naturale orgoglio di giustificarsi in piazza, o, troppo sinceri per esser mobili, dissentissero da loro in qualche punto solo; o che, invece di precipitarsi a capofitto, preferissero giungere per anfratti legali là dov’essi volevano di sbalzo. Gelosie di paese, di condizione, d’ingegno, concittadini livori, adipose insofferenze appiattavansi dietro quella siepe onde avventare accuse reciproche, contraddittorie, irreparabili, e così abjette, che sariasi dovuto conchiuderne, essere cattivi i tiranni, ma pessimi noi, e perciò o immeritevoli di libertà, o incapaci d’acquistarla. Qual meraviglia se alcuni cadeano in quegli scoramenti che al genio detraggono l’autorità, se non lo splendore? se dalla calunnia o dalla paura dell’impopolarità erano spinti all’esagerazione quei buoni che non sanno rassegnarsi all’ingiustizia dei fratelli? E intanto formavasi un’opinione fittizia, da cui martiri ed apoteosi allorchè i pochi encomj e i prodigati vituperj si tradussero in urli di piazza e fino in coltelli.
Questa denigrazione sistematica è micidiale della libertà e delle buone istituzioni, perocchè non crea se non la lotta, logora le forze degli uni nell’abbattere gli altri cittadini, men cerca elevar sè che deprimere gli altri; riduce i buoni non a volere dignità, elevatezza, gloria, ma a farsi perdonare la scienza e la virtù e dimenticare; e così lasciare ai nemici il monopolio dell’amministrazione e delle reputazioni. Volesse anche scusarsi come arma da guerra, o come infamia de’ corrispondenti, quali ebbero il coraggio di discredersi quando i fatti le smentirono? e rettamente Mazzini pronunziava, che prima causa dei disastri del 1848 era «l’aver dimenticato che le nazioni non si rigenerano colla menzogna»[24].
Ai nemici dava eccellente salvaguardia la nostra discordia calunniatrice, e non poteano risparmiarsi di mantenere spie quando i nostri ci persuadevano che, ogni tre fratelli, spia era l’uno, vigliacco, traditore. Talmente delira l’opinione quando, dismesso l’uso di ragionare, i sentimenti si accettano dalla moda, dall’abitudine, dal caffè, dai giornali. Chiesti in che consistesse il liberalismo, i più avrebbero risposto «nell’odiare lo straniero». Ma oltrechè una negazione non basta a determinare l’attività, essa sviava dall’educarsi nella libertà vera, lasciando contenti della beffa, abituando a vilipendere ed illudere la legge, credendo generoso del pari chiunque facesse opposizione al Governo, fosse col subire venti anni di ferri o col fischiare ad una ballerina.
Tanto maggior lode meritano coloro che, in tempi così funesti alla virtù delle anime, alla forza de’ caratteri, all’elevazione degl’ingegni, e mentre un patriotismo cieco, addormentandosi nelle memorie e adulando se stesso, adontavasi della verità, ovvero l’impazienza del giogo oppressivo rendeva insofferenti anche dei poteri tutelari, lavoravano solinghi, sconosciuti, oltraggiati anche, ma perseveranti. Singolarmente negli ultimi anni, quando altrove maturavano i frutti della pace nelle grandi imprese di commercio, nelle leghe doganali, nelle esposizioni d’industria, qui l’attività si spiegò in ricerche storiche ed esercitazioni letterarie e statistiche, dove, sotto fatti antichi, adombravansi gli odierni; si chiamava l’attenzione sui problemi politici e sociali; ripeteansi in cento toni il nome d’Italia e le sue speranze; e la censura poteva bene cancellare parole e frasi, non lo spirito dei libri cautamente robusti. Persino dal rancidume delle accademie si trasse pretesto di ravvicinare gl’Italiani, dare le abitudini della parola, dell’ordine, della legalità. Tali furono i Congressi scientifici, cominciati a Pisa nel 1839, poi a Torino, Firenze, Padova, Napoli, Lucca, Milano, Genova, Venezia. Dapprima ristretti nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli studj economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova le traccie della grande strada ferrata[25], che implicava la quistione nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo di talento, già pareva assai il vedere Comizj italiani accumulare il frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirvisi ad altri che a mime e cantatrici.
Eppure fin quelli che la libertà esaminavano come cosa sacra e ne ponderavano gli elementi, dissentivano fra loro; e vulgarmente venivano classati sotto le antiche bandiere di Guelfi e Ghibellini. I Ghibellini, consoni nel bene a Dante, a Machiavelli, ai Giacobini, vedevano la necessità di Governi robusti, qualunque si fossero; e rammentando come Napoleone avesse colla spada troncato tanti modi italici, sicchè stette da lui il farci nazione, avrebbe voluto qualcuno de’ principi d’Italia metter capo di tutta, fosse Carlalberto di Savoja, o Francesco di Modena, o fino l’imperatore d’Austria: primo bisogno d’una nazione diceano l’unità; il resto terrà dietro. Gli altri zelavano la libertà innanzi tutto, e ne vedevano appoggio e fonte la religione.
La moda degli scherni volteriani avea ceduto a quella d’un cristianesimo vaporoso e sentimentale, figliazione di quello di Chateaubriand, che aveva non dischiuso il tempio, ma ornata di tappeti la via che vi conduce; e che vagheggiandolo come un’anticaglia scoperta, confessava in piedi un Ente supremo, ch’era poco più del dio de’ galantuomini di Voltaire, o del dio delle anime sensibili di Rousseau e Lamartine, anzichè inginocchiarsi al Dio vivente, personale, crocifisso; coltivava il sentimento negligendo il dogma; la fede limitando a una speculazione, che nè regolava le azioni, nè repudiava necessariamente qualunque altro culto o dogma morale. Che se taluno degenerò in ascetismo monacale o in gergo teosofistico, nè migliorò lo spirito religioso, molti altri spingeva ad opportunissime beneficenze, e negli scrittori aveva prodotto (a tacere altri) i due libri che quasi soli divennero popolari anche oltr’Alpe, e dove alle nequizie degli uomini e alle sofferenze della vita si opponevano quelle miti virtù che trionfano del mondo.
I migliorati studj e l’annobilito sentimento religioso cambiarono il modo vulgare di considerare la dominazione dei papi, e mostrarono come la libertà fosse tutelata da essi, i quali, coll’opporre la Chiesa universale all’universale impero, aveano creata, anche politicamente la vasta unità cattolica, e sottratta l’Italia dall’eccidio totale della civiltà; essi impedito che prevalesse nessun Barbaro; in loro nome eransi fatti i tentativi di indipendenza e di federazione italica, sia nella Lega Lombarda e nella Toscana, sia in quella contro Ezelino, poi da Giulio II, e fin da Pio VI. Pure, riversando sul pontefice l’odio che meritava la cattiva amministrazione, molti per politica aborrivano l’organizzazione cattolica, benchè fosse la sola che conservò all’Italia un primato nell’età moderna[26].
Altri invece propugnarono la primazia papale perchè la vedeano repulsata dai Governi e principalmente dall’austriaco, ossesso dalle gelosie giuseppine; e nel Lombardo-Veneto era quasi una moda, massime fra il giovane clero, il mostrarsi papale, autorizzandosi dei nomi patrj di Manzoni, di Cantù, Vitadini, e degli esotici di La Mennais finchè non precipitò, e de’ suoi collaboratori nell’Avenir, Ratisbonne, Lacordaire, Montalembert, i quali, saldi al cattolicismo, lo associarono colla libertà e colla scienza. E a noi pure sembrava che, ad elevare le plebi, il miglior modo fosse elevare i pastori; rinfiancavamo la primazia spirituale, come adatta a ristabilire il concetto dell’autorità, così necessario per reggimenti liberi, cioè frenati solo dalla morale. Temerne le esorbitanze come poteasi quando ai Governi stavano in mano la forza, e agli scrittori l’opinione? Ricorrendo alla storia, si divisava adunque una lega di popoli italiani, a cui capo il pontefice, che così facesse rivivere l’Italia, non nell’unità del principato, ma nell’unione di interessi, di sentimenti, di bandiera, di pesi, misure, dogane, di militari esercizj, di palestre dottrinali, di diplomazia[27].
Ma l’Austria vorrebb’ella entrarvi, isolando le sue provincie italiche dalle transalpine? o la sua potenza non ve la farebbe preponderare a scapito dell’indipendenza? Gravissima difficoltà! e, come troppi sogliono, credeasi eluderla col non tenerne conto.
Queste idee, volte in motteggio dai molti che, senza discernere gli accidenti dalla sostanza, l’abuso dalla regola, le persone dai principj, il papa dal papato, riguardano come unico impaccio alle fortune italiane i pontefici, erano con pazienza coltivate da buoni ingegni e retti cuori, l’esempio e la voce de’ quali professò seguire l’abate Gioberti. Esigliato dal Piemonte, senza relazioni nè libri viveva a Brusselle[28] la vita dell’infelice esule, di fare il maestro, e di una pensione conflatagli da quei che in esso ammiravano un sommo filosofo e un eloquentissimo letterato. Di là appunto inviò il Primato civile e morale degl’Italiani (1843 giugno), cui assunto politico è «l’Italia essere la sopra nazione, il capo-popolo, la sintesi e lo specchio dell’Europa, la creatrice e redentrice per eccellenza», e ciò perchè capitale religiosa dei popoli ortodossi. Ma poi, in contraddizione di questo asserto, cerca le guise di migliorarla e riordinarla, e lo crede impossibile senza il concorso delle idee religiose. La penisola non può essere una, libera, forte, se Roma, sua metropoli civile e morale, non risorge civilmente; finora i tentativi politici fallirono perchè non si tenne conto della classe clericale, delle comuni credenze, della religione ch’è la base del genio nazionale. Però ridurre l’Italia in unità è follia, bensì varrà una confederazione di cui il pontefice sia capo e presidente, monarchico e aristocratico il Governo. I principi prevengano le rivoluzioni col fare riforme animosamente: ma le ecclesiastiche non possono venire che dall’autorità legittima; altrimenti il bene che ne deriva non compensa il male cagionato dalla natura dei mezzi. Fortunati i principi d’Italia che possedono il gran bene d’essere assoluti, perchè ciò dà loro il privilegio veramente invidiabile di essere onnipossenti per salvare l’Italia (tom. I, p. 181).
Tutto ciò affogava in un mar di parole e fra un implacabile panegirico dell’Italia e di tutti, dei re e del popolo, dei nobili e del vulgo, dei dotti e degli ignoranti, di Pellico e d’Alfieri, de’ preti secolari e de’ Gesuiti, principalmente di Roma, «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza, e ricetto ospiziale aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengano»: del papa, gloria perpetua, antica tutela, nuova speranza della nazione; di Carlalberto, acciocchè si facesse centro al restauramento italiano, ma sconsigliavalo dal dare libera stampa[29] nè assemblee legislative, bastando un consiglio di Stato e la libertà di supplicare. Quanto all’Austria, non ne facea parola.
Sì poco erano coltivati tali concetti, che, quantunque tanto vi fosse di che eccitare la fantasia d’un popolo artista, e stuzzicare l’amor proprio d’un popolo umiliato, quei due grossi volumi furono conosciuti da ben pochi, fin quando non ne divulgò le dottrine Cesare Balbo (1789-1853), uomo che merita essere studiato come tipo di quelli che, o per lode o per biasimo, s’intitolarono moderati. Ogni suo scritto è pieno di lui, sicchè non riesce difficile il ritrarlo. Giovanissimo spinto negli affari dall’essere figlio del ministro Prospero Balbo, assistette ai consigli di Stato di Napoleone, fu aggiunto alla commissione francese nel Governo di Roma, dove apprese a stimare il debole che protesta, più del forte che sopraffà. Tornati i reali a Torino, egli non ne fu ben visto, pure tenuto negli affari o nella milizia. Nel 1821 dissentì dai cospiratori, pose anzi la sua spada a servigio del re; ma questo, non che gradirlo, il rimosse da sè e dagli affari. Bisognoso d’azione e d’influenza acquistata con onestà e decoro, si buttò allo scrivere come un’occupazione in mancanza d’altra; e moltissimi lavori intraprese, suggeriti dalla lettura e dalla critica, sbozzati con impeto, abbandonati a mezzo, od esposti con stile di brevità scabra ed oscura, misto di francese e d’arcaico. La storia divenne suo campo prediletto, ma gli mancava la pazienza di verificare fatti, e d’accertare se corrispondessero al suo preconcetto. Cominciò una storia d’Italia; ma la severa critica dell’Antologia, giornale allora il più accreditato, gliela fece interrompere, e soffrì della situazione dell’uomo che, non volendo chinarsi alle prepotenze giornalistiche e liberali, scostasi del pari dai due estremi. «Sovente (scriveva) gli uomini calunniati per invidia dai concittadini, sono per le prove fatte ammirati dai nemici. Qualunque volte soggiaccia la patria a qualche durevole calamità, è naturale a molti, o per forza o per dispetto, il ritirarsi nelle solitudini. Ma è bella solamente la solitudine austera, occupata, religiosa, come se la fecero i monaci antichi; non quella non curante, oziosa, viziosa, dispregiatrice e schernitrice di tanti uomini di secoli più colti... Una delle disgrazie più accoranti è l’essere rigettato dal proprio partito; ma è una di quelle a cui più frequentemente soggiacciono gli uomini virtuosi e forti, perchè non volendo adattarsi alle esagerazioni e stoltezze del partito, lo offendono, e se ne fanno prendere in sospetto finchè durano le difficoltà, e cacciare dopo la vittoria... Per dire un uomo civilmente coraggioso, non basta che egli abbia resistito una volta ad una parte, una volta all’altra: bisogna che egli abbia resistito alle due insieme, alle due ogni volta, in tutte le occasioni importanti... Nei paesi assoluti, ineducati alla politica, si vuol troppo riprovare ogni ambizione; non vedendosene altra che dei posti, dei titoli o del denaro, è antica e santa massima di non cercare, di aspettare i posti. A me parve sempre più santa la massima di prendere ed anche cercare legittimamente i posti per promovere la propria opinione; santa e buona l’ambizione dell’opera, che si dee dunque distinguere dall’ambizione dei posti, che li prende per mezzo non per fine».
Pertanto si duole d’essersi talvolta rattenuto dal domandare più alti posti per riguardo ai concittadini, «chè le invidiucce dei paesani non si vincono rispettandole ma opprimendole»; ripetutamente offerse i suoi servigi a Carlalberto, e del vedersi scelto solo a bassi incarichi prendea sdegno; lamentavasi de’ lunghi e amari disprezzi prodigatigli da chi governa il suo paese: «Fui e sono costantemente rigettato dal Governo,... sono o mi credo (chè monta al medesimo qui) offeso e disprezzato. Non sarei uomo se non cadessi talora per un istante involontariamente nel desiderio di vedere mutato un tal Governo, di vederne sorgere uno dove mi si aprisse campo, una volta almeno prima di morire, di sfogare, di mostrare la mia vecchia ma non spenta operosità per la patria. E tanto più che anche per la patria sento un desiderio di mutazione, diciam la parola, rivoluzione. Il pensiero delle sventure e dei delitti stessi che accompagnano tali eventi, non valgono a distrarre in me tal mio desiderio primo»[30].
Carlalberto l’invitò poi qualche volta a pranzo, del che scandolezzavansi i liberali; ma egli non opinava che la dignità restasse svilita da atti urbani. E la condizione degli scrittori moderati ben dipinse dicendo: «Nei paesi dove le parti latenti si esagerano in quel segretume che diventa loro necessità e natura, sorgono di qua di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive ed offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni, sempre stolte anche quando sono fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere che le sono vietate, sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole che non vi sono pubbliche mai; se scrive, ella ha contro sè non una ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservare tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciare gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi ex-lege, fuor delle Caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini»[31].
Ispirato dunque dal libro di Gioberti, ne compose uno più semplice e breve, col titolo di Speranze d’Italia (1845). Era il primo che di politica italiana ragionasse non fuoruscito, e sotto un principe che non l’avrebbe molestato, ma forse neppure difeso. E divenne il programma sopra il quale si esercitarono i ragionamenti de’ pochi che pensano, e i discorsi de’ molti che ripetono. Mentre Gioberti non erasi dato briga dello straniero, Balbo mette l’indipendenza innanzi tutto, Porro unum est necessarium, fin a sagrificarle le forme della libertà[32]; rifugge dalle sollevazioni e come ree e come pregiudicevoli; non crede possibile la formazione «d’un regno d’Italia in tante varietà d’opinioni, di disegni, di province», bensì una confederazione, ove il Piemonte sia spada e cuore Roma, e nella quale si concedano tanti beni ai popoli, che il dominatore straniero perda ogni nerbo, sinchè la Provvidenza non conduca il tempo di fargli abbandonare l’Italia, compensandolo con acquisti sulla Turchia. L’effettuazione di queste idee rimetteva di là dal 1860, dopo finite le strade ferrate e caduto l’impero Ottomano. Tutto ciò con una sincerità senza violenza, un’onestà senz’illusioni.
I gran savj da caffè lo definivano il libro contro le speranze d’Italia; ma intanto diffondeansi la discussione e l’idea del riconciliamento, e formavasi un’opinione nazionale, meglio che non si fosse ottenuto colle esorbitanze declamatorie. Questi svolgimenti indigeni erano, al solito, modificati dagli esterni, massime dalla Francia, paese che l’irremissibile bisogno di movimento sospinge continuamente a nuove esperienze, e a non accettare altro pilota che la tempesta. La carta costituzionale, ristampata sanguinosamente con correzioni nel 1830, avea assicurata la maggiore libertà possibile a quella nazione; la pace avea fatto prosperare gl’interessi: ma infuse un’improvvida sicurezza, ebrietà di lusso, di felicità, d’ingegno, di quei godimenti che favoriscono gl’istinti corrotti, sopreccitano le facoltà pericolose, e ogni limitazione rendono intollerabile a gente che, di tutto divertendosi, lascia addormentare le facoltà serie, che avvertono e moderano. Surrogato così al regno delle idee il regno degli appetiti, la libertà non volle riconoscersi che sotto forma d’opposizione, sempre ammirando chi contraffaceva o almeno contraddiceva al Governo; tema per verità più opportuno alla declamazione che non alla difesa dell’ordine e allo svolgimento della legge. Dai Parlamenti quell’abitudine passava nella letteratura, e gl’ingegni bellissimi, il limpido discorso, la colorita descrizione volsero Thiers, Luigi Blanc e Lamartine a divinizzare la forza, sia manigolda con Robespierre e Marat, sia radiante con Napoleone; Béranger colle canzoni, Vernet col pennello, ridestavano il culto di Napoleone, sol per fare onta alle dinastie; Lamennais, stizzito con Roma dacchè questa ripudiò le idee di lui, torse la logica potente e lo stile incomparabile a scassinare quell’autorità, sulla quale avea dianzi posato l’edifizio della società e della cognizione; Hugo professava che il «poeta può credere a Dio o agli Dei, a Plutone o a Satana o a nulla». I giornalisti, echeggiando tutti una stessa voce, la faceano somigliare ad opinione pubblica, e perciò acquisirono la presunzione di esserne non organi, ma dettatori, e in conseguenza poter imporre ai Governi. Molti speculanti sull’immaginazione, fomentavano alla rivolta del cuore, della fantasia, dei sensi, divinizzando i godimenti sensuali, togliendo ogni idea d’abnegazione, ogni riguardo di carità; dalle cattedre sbertavasi quanto v’ha di venerato; e resuscitavansi i rancori contro il papa e i preti, demonj della società e della morale. Romanzi, schifosi al buon senso come al buon gusto, per farsi leggere si sminuzzavano in appendice alle gazzette, portando ogni giorno un grano d’arsenico nelle famiglie, nelle botteghe, alla campagna; blandivano la doviziosa lascivia colle azzimate laidezze, la stizza de’ proletarj coll’esagerare la corruttela gaudente, gl’istinti col mostrare le donne inevitabilmente soccombenti alla tentazione, gli uomini operanti solo per interesse e passione; prendendo per ideale le eccezionali sconcezze della natura o della società, iniziavano i cuori vergini a turpitudini col rivelarle, e attizzavano il popolo contro i ricchi, come usurpatori del patrimonio comune.
Dove la stampa, il disegno, il teatro, la declamazione baldanzeggiavano senza rispetto e senza pudore contro al Governo, alla famiglia, all’ordine sociale, si concepì spettacolosa paura di alcuni preti che, all’ombra della libertà, aveano creduto poter riunirsi a pregare, a insegnare, ad apostolare. Libri, stampe, canzoni, romanzi aizzarono fin al parossismo contro i Gesuiti, sfogando su questo nome il bisogno di ire, che nei volghi è insito come il bisogno d’ammirazione[33]. E dico nome, perchè il buon senso non crederà mai il mondo così rimbambolito, da capovoltarsi per alcuni preti, i quali cacciò a budelli ogniqualvolta lo volle. Vero è che ogni volta tornarono.
Quei libri correano anche in Italia, ai Governi giovando che l’attenzione si storni sulle sacristie; e coll’impeto d’una moda e colla comodità di un nome, nel secolo della Polizia e della legge marziale, in un paese che avea reali nemici a combattere, fu sparso l’odio contro i Gesuiti, designando così non le reliquie degli antichi Lojolani, ma chiunque mettesse zelo nell’ecclesiastico ministero, poi chiunque asserisse la primizia papale, infine chiunque si volesse screditare con un titolo che non ammetteva discolpe, che nella sua vaghezza abbracciava qualsifosse gradazione di merito e d’infamia.
E perchè la peggiore infamia era il parteggiare collo straniero, si dissero i Gesuiti turcimanni di quell’Austria, che nel suo dominio gli ammise tardi e scarsi e ammusolati. Onnipotevano invece in Piemonte, se crediamo al Gioberti, il quale, sbigottito dal sentirsene affiggere il titolo per averli encomiati nel Primato, e indispettito della fredda accoglienza fatta a questo, «da acqua tepida si convertì in lava» nei Prolegomini, disdicendo la più parte del detto nel Primato, spiegando quell’odio contro i Gesuiti, che divenne d’allora il suo carattere, e professando che ogni bene consisterebbe nell’abolirli. Vi rispose poche pagine il gesuita Curci; e l’abate avventogli in cinque grossi volumi la requisitoria più estesa che mai se ne fosse formata. Stile manierato, qualche valore d’analisi e impotenza della sintesi, blandizie cortigiane, menzogna sistematica, spionaggio, odio contro chiunque ha valore, morale lassa, erano le colpe che ad essi apponeva il Gioberti: poi ragguagliavali ai Mazziniani per la cieca obbedienza a un capo, l’indifferenza nella scelta de’ mezzi, la giustificazione del regicidio: infine li gravava di quante nefandigie mai possono commettersi o escogitarsi. Che se Eugenio Sue avea finto avventure e nomi per divertire e ingannare, il Gioberti altrettanto assoluto e intrepido metteva alla gogna e senza discussione persone vive[34]; asseriva, sempre a detta altrui, che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda che non ha di cristiano che le sembianze, un costume di cui gli onesti gentili si vergognerebbero, una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche e non può avere altra sanzione che quella degli scherani». Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio?
Quella che il Brofferio qualifica «ignobile invettiva, rabbiosa rapsodia, prolissa declamazione, di tratto in tratto splendente d’impeti sublimi»[35]; e il Pellico «profluvio inesausto di bene e di male, di carità e di odio»[36], fu letta da pochi nei passi dottrinali, da tutti nei virulenti; chi dissentiva dal Primato, applaudiva al Gesuita moderno, che molte persone espose allo scherno concittadino, e presto alle violenze.
Ma perchè aveali tanto carezzati? Rispondea, per correggerli. N’avesse anche lasciato ad essi il tempo, però mostravasi incerto o sleale nei giudizj; chiamava gesuitico non tutto quello che nella Chiesa apparivagli guasto, ma quel che a lui non piaceva; e, pur volendo venerata la Chiesa, acquistava aria di sofista. I Gesuiti non conobbero nè la dignità del silenzio, nè quella della risposta; e sputacchievoli accapigliamenti sconnetteano in sè e disonoravano in faccia altrui la parte guelfa; mentre i non guelfi le movevano opposte battaglie, incolpando essa di repubblicana, e il papa d’aver rovinato l’Italia.
In tal senso Giacomo Durando (Della nazionalità italiana) impugnava i neoguelfi[37]; al papa volea si conservasse Roma e qualche isola, il resto d’Italia dividendo tra Casa di Savoja e i Borboni di Sicilia; non toccar l’Austria fin che essa non provocasse; aversi a sperar meglio nella Russia che nell’Inghilterra, questa amica, quella nemica naturale dell’Austria; del resto l’unità d’Italia non poter venire che dal principato, la sua reviviscenza dalla libertà.
Leopoldo Galeotti (Della sovranità temporale dei papi) era d’avviso che a riformare gli Stati Pontifizj bastasse il richiamar le antiche leggi, e principalmente i Capitoli di Eugenio IV. Gino Capponi (Attuali condizioni della Romagna) dicea che tutti consentono nella necessità del dominio temporale, sol doversi cambiare ministro, istituzioni, leggi, e consigliava i papi a farlo e rendere così venerabile la tiara prima che qualche evento europeo obbligasse a bruttarla di sangue per lasciarla cadere nel fango; un papa che regni senza governare è l’unica soluzione del nodo; Roma ha più bisogno del papa che il papa di Roma. Altre idee e partigioni diverse propugnava un Lombardo nei Pensieri sull’Italia, considerando come impedimento quel dominio papale, che pel Gioberti era la salute, per Durando la ruina d’Italia.
Della reviviscenza guelfa indispettì il poeta Giambattista Niccolini, e nell’Arnaldo da Brescia pose una bella poesia e un’imperfettissima erudizione a servigio delle passioni. Anche il Giusti berteggiava «quest’Apollo tonsurato che dall’Alpi a Palermo insegna il cantofermo», e il tuffare la penna nell’acqua benedetta.
In verità l’assunto dei neoguelfi pareva ognor meno accettabile in grazia della speciale condizione dello Stato Ponlifizio, portato da lunghi eventi allo sconcio eccezionale di concentrare nella stessa persona la sovranità temporale e l’impero sulle coscienze, come nella società pagana; talchè sul papa ricadeano anche le colpe o i difetti del principe. Gregorio XVI, ancora monaco, avea scritto il Trionfo della santa Sede, dove, zelando la primazia pontifizia, in nome del cristianesimo proclama il diritto delle nazionalità. Un ingiusto conquistatore, con tutta la sua potenza, non può mai spogliare dei suoi diritti la nazione, ingiustamente conquistata. Potrà con la forza ridurla schiava, rovesciare i suoi tribunali, uccidere i suoi rappresentanti; ma non potrà giammai indipendentemente dal suo consenso o tacito o espresso, privarla de’ suoi originali diritti relativamente a quei magistrati, a que’ tribunali, a quella forza cioè che la costituiva imperante (pag. 37).
Fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, secondò le reviviscenze gerarchiche, infervorò i parroci ne’ doveri religiosi, e cercò opporsi alle ripullulanti eresie; santificò Alfonso Liguori, Francesco di Geronimo gesuita, Giuseppe della Croce minorita, Pacifico da San Severino minor osservante, Veronica Giuliani cappuccina; altri italiani beatificò; accelerò la ricostruzione dell’incendiato San Paolo[38]; conchiuse concordati col re di Sardegna, per cui lasciavasi al fòro secolare la cognizione dei crimini di ecclesiastici, mentre i delitti, eccetto quei di finanza, restavano di competenza curiale, e nei casi capitali fosse comunicato il processo al vescovo che deve degradare il condannato. Anche al duca di Modena consentì che le cause meramente civili fra ecclesiastici e laici si portassero al fôro secolare, e così i delitti di lesa maestà, sedizioni o contrabbando, intervenendovi però un deputato del clero; e per le pene capitali deve il vescovo conoscere il processo originale: del resto integrava i pieni diritti pontifizj e vescovili, ed aboliva le restrizioni ai possessi di manomorta. Ebbe a lottare colla Spagna che tolse i beni al clero e la nunziatura, col Portogallo a proposito dell’istituzione canonica dei vescovi, colla Svizzera per la soppressione dei conventi d’Argovia, e così coll’America meridionale: e mentre da un secolo i papi non avean mostrato vigore che col soffrire, Gregorio uscì dalla posizione meramente passiva per mostrare la fronte ai persecutori subdoli o prepotenti. Animato dalla coscienza cosmopolitica del supremo sacerdozio, scomunicò i fautori della tratta dei Negri. A proposito de’ matrimonj misti parlò alto al re di Prussia; e avendo questo incarcerato l’arcivescovo di Colonia, esso il denunziò a tutta la cristianità per modo che il persecutore dovette chinarsi. Approvò la rivoluzione dei Belgi perchè eccitata da persecuzione religiosa; ma allorchè alla Polonia sollevata contro la Russia scismatica rammentò l’obbligo d’obbedire, parve insultare a un cadavere. Al tempo stesso egli ricorse al czar perchè trattasse meglio i Cattolici, e adempisse le promesse fatte loro: ma il czar non che badarvi, adoprò seduzione e persecuzioni per unificare l’impero anche nelle credenze. Corse anche voce, e un opuscolo pubblicato da persona a lui vicina parve confermarlo, che l’imperator Nicolò si credesse il vero rappresentante dell’impero romano, e in conseguenza il capo di tutta la cristianità nel religioso come nel politico. La sua forza già gli attribuiva predominio sui re; rimaneva di ridurre a una sola le due Chiese, latina e greca; ossia, considerando questa come l’unica vera, e la latina come scismatica, questa richiamare all’unità sotto di lui, unico papa. A tal fine erano dirette le persecuzioni ai Cattolici, mediante le quali molti preti e intere provincie fece apostatare, di orride persecuzioni punendo chi reluttasse. Il papa le espose in una relazione (1842), che fece inorridire il mondo. Essendo poi il czar passato per Roma nel visitare sua moglie che miglior salute cercava a Palermo, Gregorio, invece delle blandizie profusegli dai principi, gli fece severi raffacci delle sevizie usate ai Cattolici, intimandogli: — Fra breve noi compariremo al tribunale di Dio; e non oserei sostener la vista del mio giudice se non difendessi la religione, della quale io sono il tutore, voi l’oppressore». Quelle minaccie non uscirono vane, e provarono quanto un pontefice possa ancora sul mondo allorchè tuteli la verità e l’innocenza, scevro da interessi mondani e da grette paure.
Chi conobbe Gregorio nell’intima vita, lo trovò di consuetudini semplici, e gusti fin vulgari; facile alle udienze, studioso anche sui libri nuovi che gli si lasciassero arrivare; ai parenti non diede nè ricchezze nè cariche, mentre debolmente condiscendeva al cameriere Gaetano Moroni, che blandito con titoli e decorazioni dai re e fin con applausi letterarj, subì la responsalità di quanti errori allora si fecero. Piovvero epigrammi su quest’amicizia, e sull’ubriacarsi del papa e su altre baje, dove non era di vero se non la debolezza di un vecchio e frate.
Di costituzione, di bilancio, degli altri arzigogoli estranei alla teologia ed esotici nel regno di Dio, nulla intendeva, sicchè bisognava lasciasse fare ai ministri e alle circostanze, per cui colpa le riforme promesse nel 1831 riuscirono a nulla o a male. Quelle imperfette concessioni guardava il Governo come estorte, e voleva eliderle; impacciava le amministrazioni comunali coll’intervento governativo; gl’impieghi conferiti a laici nelle Legazioni furono ritolti; il regolamento del 1835 metteva norma ai giudizj il diritto comune, moderato dal canonico, e senz’abolire gli statuti locali. La giustizia era corruttibile non solo, ma esposta agli arbitrj de’ superiori, e alle interminabili restituzioni in intero. Commissioni militari erigevansi ad ogni attentato contro la sicurezza pubblica, sinchè non vi venne sostituita la Consulta, che, con norme eccezionali anch’essa, dava il difensore, ma scelto fra quattro proposti dal Governo, e vincolato al secreto; testimonj e giudici lasciava ignoti al reo.
Le riforme amministrative si riduceano a una maggior regolarità di protocolli, insegnata da un magistrato austriaco (Sebregondi), a tal uopo deputatovi; e al crescere gl’impiegati, parassita aggiunta alle altre: crebbero fuor modo le ruberie e le venalità, l’onnipotenza degl’intriganti, l’assolutezza moltiplicata quanti erano i potenti, quanti i domestici del papa. Il debito, lasciato o causato dalla rivoluzione del 31, era ben lungi dall’essere spento dalle tasse nuove e da altri compensi; tanto più che tutti dilapidavano, e il lusso governativo cresceva, e il cardinal Tosti tesoriere non sapeva asciugar pozza che col farne un’altra, tanto da non fallire[39]. Le opere pubbliche volgeansi al fasto, più che all’utile: e il viaggiatore, gemente su quelle incomparabili ruine, domandava perchè piantagioni e coltura non tornassero sane e ubertose le circostanze di Roma, perchè vaporiere non risalissero il Tevere, perchè strade ferrate non congiungessero coi due mari la metropoli della cristianità.
Peggio andava nel morale; ed oltre la Polizia, una ciurma ammantavasi di devozione al Governo per trasmodare contro le opinioni opposte. Il papa nol sapeva, chè de’ favoriti suoi era cura non gli si ragionasse di affari, talchè rimanea persuaso che ogni cosa andasse nel meglio possibile. Vollero ribadirgli questa persuasione col fargli intraprendere uno di que’ viaggi (1841), in cui il principe non riceve se non riverenze e trionfi, gli si lasciava solo il tempo di visitar chiese, monumenti, istituti pubblici parati ad inganno, e uomini disposti a staccare i cavalli e tirar la carrozza, e quella turba di cittadini che s’affollano sulle strade o nelle anticamere, applaudendo se vulgo, petizionando se civili. Ne riportò dunque l’idea della beatitudine universale; e intanto lo scontento delle Legazioni, già preveduto dai diplomatici nel 1831, fu portato al colmo dal non averle egli visitate; e massimamente a Bologna preferivasi palesemente la dominazione austriaca[40], perchè forte, di truppe disciplinate, d’incorrotta giustizia, di tutto quel bene che l’odio del proprio fa supporre ne’ Governi altrui. Al fine del 36 i Francesi si erano ritirati da Ancona, i Tedeschi dalle Legazioni, lasciando sentimenti opposti, ma accordantisi nell’avversione al dominio papale.
Anche ai miglioramenti non faceasi buon viso; e quando fu pubblicata la riforma giudiziaria, non solo avvocati e tribunali la combatterono così, che fu duopo sospenderla, ma una stampa clandestina diceva: «È dell’onor nostro il resistere. Niuna transazione con Roma». Anche voti ragionevoli si mormoravano, e tratto tratto si gridavano in tono di rivolta; ma le insurrezioni tentate ripetutamente diedero ragione a repressioni vigorose, tanto più che spesso la causa degli insorgenti confondeasi con quella de’ masnadieri, cronico morbo al paese.
Un Renzi riminese, reduce di Francia dove avea mestato nelle combriccole, mandato o fingendosi dai liberali di Romagna, e affiatatosi con altri ricoverati in Toscana, indusse a fare una protesta armata per sostenere un’altra scritta dal dottore Farini, intestata Libertà civile, Governo secolare, Ordine pubblico. Avuto compagni ed arme, il Renzi sbucò da San Marino, e occupò Rimini; ma poichè nessuna città rispose, i soldati svizzeri gliel’ebbero prontamente ritolta, ed egli con cencinquanta rifuggì in Francia traversando Toscana. Stolto tentativo; eppure se ne fece un gran parlare, e valse a fissare gli occhi d’Europa sopra le domande de’ Papalini, in gran parte sensate ed effettibili. Tolse a sostenerle il piemontese Massimo d’Azeglio, che, nei Casi di Romagna, riprovando risolutamente le congiure, le manifestazioni di piazza, le insurrezioni, insieme mostrava come unica via di evitarli il governar bene, svellere gli abusi, concedere le riforme necessarie.
La Polizia rabbrividì quando non si trovava più a fronte sediziosi da incarcerare, ma ragioni da ribattere; non minacciata la religione, non i possidenti, nè tampoco il Governo, ma gli abusi, le turpi passioni e l’inerzia negativa; non imposte nuove concessioni, ma rammentato voti già espressi nel 1832 dalle Potenze che si chiamano tutrici della servitù, poi dimentichi a segno, da parer adesso novità[41]. Il Governo rispose al manifesto, parte negando o attenuando que’ fatti, parte mostrando o ingiuste o improvvide le domande, parte denigrando i sovvertitori; e sebbene dicesse molte verità, ognun sa quanto poco vagliano le difese, tanto più quelle d’un Governo contro un nome divenuto popolare. Cresceano dunque i fremiti; e come in Lombardia formolavansi nella cacciata degli stranieri, così qui nella parola di secolarizzazione.
Un principe a tempo, scelto per lo più in vecchiaja, tra una classe aliena per istituto dagli affari temporali; scelto, aggiungiamo, a preferenza per le virtù che continuino la serie di tanti virtuosi, e rendano servigi alla Chiesa universale, deve riuscire men proprio a governare il paese quanto più l’istituzione ecclesiastica si rende piamente austera ed esemplare; insomma peggiora per quelle condizioni di moralità, per le quali gli altri Governi unicamente possono perpetuarsi. Di qui la necessità di stabili istituzioni, le quali possano in qualunque caso dirizzare i consigli sovrani. E tanto più che negli interregni l’anarchia diventa regola, sconnettendosi ogni autorità, e riagendosi contro chi era stato potente: sicchè il Governo che sottentra deve ripristinare l’obbedienza, effetto sempre scabrosissimo e viepiù con gente nuova com’è quella messa in posto dal nuovo pontefice, di cui è consuetudine, se non obbligo, il dare lo scambio ai ministri del predecessore.
Roma da un pezzo non ha municipalità, l’amministrazione della città confondendosi collo Stato, e rammentandosi con ribrezzo i tempi quando ancora il Comune di Roma osteggiava i papi, e li cacciava ad Avignone. L’avere il Consalvi concentrato moltissimi affari nella segreteria di Stato, e tutto il potere esecutivo, aveva sminuita la partecipazione dei cardinali alla sovranità.
Il concistoro di questi, eletto fra tutte le nazioni, e dagli uomini più eminenti per scienza ecclesiastica, ha tutt’altra destinazione che la accidentale di reggere lo Stato. Prima della rivoluzione, alla Corte di Roma si formavano buoni amministratori e destri politici, atteso le vive relazioni con tutt’Europa, e l’essere la prelatura riservata ai cadetti delle famiglie nobili, che vi portavano meno l’austerità ecclesiastica, che l’attitudine ereditaria agli affari, l’appoggio delle parentele, la ricchezza, le aderenze. Tutto cambiò nell’eguaglianza sopravvenuta; perì quella scuola di diplomatici; e poichè il riformare richiede genio ed esperienza, qui pure si preferì il non far nulla, o quell’acquistar tempo ch’è reputato guadagno dai poteri egoistici.