CAPITOLO CXC. Pio IX. Le Riforme. Le Costituzioni.

Morto Gregorio XVI (1846 1 giugno), si antivedeva un conclave tumultuoso, e intanto le Romagne e le Marche bollivano; ad Ancona fu assassinato il colonnello Allegrini; dappertutto adunanze, e petizioni; ma prima che s’iniziassero le brighe diplomatiche, il sacro Collegio nominò (16 giugno) Giovanni Mastai Ferretti, nobile di Sinigaglia e vescovo d’Imola. Preso il nome di Pio IX, nell’enciclica ripetè i lamenti del predecessore contro l’indifferenza, il razionalismo, le società bibliche, la stampa sfrenata; poi colse ogni occasione per ripetere che egli era papa cattolico innanzi tutto, padre di tutti i fedeli e non dei soli Italiani, geloso di non menomare gli affidatigli diritti della santa Sede.

Poco dopo (6 luglio) concesse amnistia a chi avea «meritato castigo offendendo l’ordine della società e i sacri diritti del legittimo sovrano»; per ottenerla bisognava riconoscersi in colpa e promettere lealtà di suddito. I menapopolo stettero un istante in bilico; ma poichè, dopo tanto odiare e bestemmiare, se non altro per varietà voleasi assentire ed encomiare, diedero il segno degli applausi: nella limitata amnistia vollero vedere un avviamento a concessioni maggiori; cominciarono a parlarne col miele sulle labbra, indi con ammirazione, infine con adorazione; si ripeteano i detti del papa, se ne inventavano; su ogni atto di lui, presente o passato si diffondevano aneddoti benevoli, arguti, generosi; se ne ammanierò un idolo a capriccio, attribuendogli concetti, atti, parole, divisamenti, alieni dal suo vedere e dal suo volere; e «Viva Pio IX» fu la parola di moda, surrogata a tutti gli applausi, a tutte le speranze.

In realtà, egli era un pio sacerdote, che d’ogni giorno molte ore riservava alla preghiera; che nei dubbj del pensiero gettavasi a’ piè della Madonna; che il bene volea lealmente, ma, se non ampliare, neppure sminuire la podestà trasmessagli. Preso però dalla più cara delle seduzioni, quella del favor popolare, credette farsene appoggio alle rette intenzioni, e sorrise a quella pioggia di fiori da cui resterebbe soffogato. Roma cominciò un non più interrotto carnevale; ogni giorno corso, inni, serenate, battimani; tripudio quando il papa usciva, quando villeggiava, quando tornava, applausi altrettanti a chiunque diceasi suo amico, suo servo, suo ammiratore. Di tali entusiasmi, come sempre, era difficile assegnare le cause; nei più era un seguir l’andazzo; in molti una sincerità irriflessiva; quei che s’accorgeano dell’allucinamento, compiacevansi che tale cospirazione d’assensi iniziasse un moto, il quale, moderato dal nome augusto, rimarrebbe sacro al popolo, rispettato ai re. Noi Italiani soprattutto vi vedemmo un lampo di care speranze: quei che «aspettavano il rigeneramento dalla santa libertà e dalla robusta moderazione, anzichè dall’ira declamatrice, dalla denigrazione folliculare, dal despotismo rivoluzionario»[42], credeano mostrerebbe quanto vaglia un principe che, risoluto al bene, s’affidi al suo popolo, ed osi resistere a’ suoi proprj amici; laonde inneggiammo Pio IX quasi a lezione degli altri regnanti.

Le Romagne ferveano, non più di rivolta, ma di riforma, chiedendo il memorandum del 1831; iteravano petizioni, dimostrazioni, indirizzi coperti da migliaja di firme, partecipazione al vanto quando più non recava pericolo: e Pio IX pareva inanimarli coll’accoglierli (1847 12 marzo); furono scelte commissioni per maturar riforme; invitati i municipj e le persone meglio credute a proporne; e concessa libertà di trattare dell’amministrazione e di cose politiche sui giornali. Se ne esaltò il sentimento individuale, e mentre questo vagellava nelle proposte più dissenzienti, le speranze sconobbero ogni limite di opportunità, di tempo, di luogo: un papa di ferrea volontà bastava volesse il bene, foss’anche contro la natura del principato ecclesiastico; Pio IX nol facea, dunque la colpa era di cardinali e Gesuiti.

Aspettate un pezzo, apparvero le riforme (14 aprile), cioè una consulta di Stato, formata da un cittadino per provincia, scelto dal sovrano sopra triplice proposta dei legati e preseduta da un cardinale. Più tardi si decretò un consiglio municipale di cento, dai quali il papa scerrebbe un senato di nove; restituendo così alla città di Roma la rappresentanza civica.

Erasi ripetuto a sazietà che il papato era avverso per essenza ad ogni innovamento e alle istituzioni liberali, e necessario alleato dell’Austria e dell’assolutismo. Or ecco Pio IX secondare i voti dei buoni, i quali si presumeva non potessero volere se non l’indipendenza italiana. Spiritavasi dunque d’applausi, che si propagarono dalle Romagne al resto d’Italia, e di là al mondo; Europei come Americani, Protestanti come Cattolici ripeteano «Viva Pio IX»; in ogni casa il suo busto; sue medaglie, battute a migliaja di migliaja in ogni metallo, fregiavano ogni petto; sui fazzoletti, sui mobili, sui giocattoli il ritratto e i colori suoi; il nome su tutte le pareti, in tutte le bocche, in tutte le favelle; tutti voleano aver veduto l’uomo del secolo; tutti almeno parlarne, lodarlo; il Turco stesso mandò offrendogli omaggi, amicizia, promessa di ben trattare i Cristiani; i figli di Voltaire riconciliavansi a un papa che sarebbe piaciuto al loro patriarca; i liberali incarnavano in esso quanto di meglio potessero chiedere i popoli o fare i principi; Mazzini stesso gli dirigeva mistiche esortazioni a farsi capo della grande impresa: oh, la generazione che la vide, non potrà più dimenticare quelle dimostrazioni.

Un Angelo Brunetti, per soprannome Ciciruacchio, bello, robusto, di facile loquela, d’esultanti canzoni, ardito e generoso come que’ popolani, tutta cosa di bettolieri, mercatini, vetturali, vinaj, a’ quali mediava contratti, prestava servigi e, occorrendo denari e braccio, si fece il rappresentante della plebe presso Pio IX; egli sistemare le feste, egli disporre i baccani o i silenzj, egli buttar nelle piazze la parola imboccatagli d’encomio o disapprovazione, che ripetuta da ventimila lingue, sembrava parola di popolo. E Ciciruacchio da quell’ora divise i trionfi e la celebrità con Pio IX, e col principe di Canino l’appalto delle dimostrazioni.

Chi si ricordava d’aver visto anni fa la serva di Royer-Collard portata in trionfo dalle ortolane di Parigi, sorrideva e compassionava. Chi conosce che la popolarità vuole schiavi coloro che sceglie per idoli, si sgomentava d’incensi sotto cui fiutava il sito rivoluzionario; e non potendo parlare in quei momenti in cui non è consentita che l’ammirazione, diede indietro, lasciando soletto il papa, e compiangendolo d’aver preso le vertigini. Adunque egli si trovò solo (1847), e obbligato a valersi degli esuli richiamati o di inesperti, contro cui strepitavano coloro i quali non osavano adoprarsi, e pur si dolevano di non vedersi adoprati. Il siciliano padre Ventura, buon filosofo, e che dagli Scolastici avea dedotto il concetto della riverenza all’autorità e dei diritti del popolo, lo incoraggiava a procedimenti, da cui credea dipendere il bene della religione; ma mancava d’esperienza. Agli infervorati parea che il papa avanzasse più lento dei desiderj; sicchè per rinfocolarlo buccinarono d’una gran congiura (16 luglio), dove al popolo radunato a festa correrebbesi addosso, indistintamente trucidandolo con pugnali impressi del Viva Pio IX, si troncherebbero le redini de’ cavalli, si getterebbe fuoco nei fenili, i soldati uscirebbero fingendo di calmare la sedizione e invece aizzandola, e fra le stragi e le fiamme si costringerebbe Pio a fuggire e abdicare, mentre gli Austriaci sopraggiunti col pretesto di mettere ordine ripristinerebbero la tirannide. Indicavansi i luoghi, le persone, i mezzi; e in tutto ciò non eravi di vero se non che voleasi farlo credere, e valersene per domandare l’armamento di tutto il popolo a difesa del suo Pio, quasi questo avesse nemici. Era riproduzione d’un noto incidente della rivoluzione di Francia, e il buon papa mise fuori un ordine per dissipare quegli artefatti terrori: ma dopo l’emozione de’ tripudj voleasi l’emozione della paura; e Italia ed Europa credettero alla gran congiura, all’orribile attentato della lega austro-gesuitica.

Tutti i paesi d’Italia scotevansi alle scosse di Roma, neppure s’accorgendo che cominciasse qualcosa più che una festa; da tutto prendeasi occasione di dimostrazioni: l’anniversario dell’uccisione dei Bandiera, della cacciata dei Tedeschi da Genova, della battaglia di Gavinana, dell’assunzione del papa, la morte di O’ Connel a Genova, quella di Federico Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sunderbund a Lucerna, offrivano titolo a parate, a canti, soprattutto a pranzi, la esternazione allora più usitata del giubilo. Ricardo Cobden, industriale di Manchester, aveva proposto il libero commercio dei grani in Inghilterra, e sostenutolo con tutti gli artifizj legali che offre il suo paese, tanto che lo vide trionfare, a dispetto de’ possidenti, i quali per prosperare le proprie terre, aveano durato enormi spese nella fiducia di rifarsene coll’alto prezzo delle derrate. La quistione era affatto estrania all’Italia, ma il qui comparire di lui fu un trionfo; a Torino, a Genova, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano, ebbe festeggiamenti nelle accademie, a cui davano aria di adunanze parlamentari i calorosi discorsi che la stampa divulgava; e celebravasi la libertà universale di commercio come necessario fondamento della scienza economica, come santa alleanza de’ popoli.

L’importanza stava non in quel che si diceva, bensì nel potere e nel voler dirlo; giacchè da una parte si imparava che noi pure abbiamo il dono della favella, dall’altra cominciava ad atteggiarsi qualche dicitore, qualche capobanchetto. Al vulgo de’ caffè intanto davasi a credere che Cobden fosse inviato dall’Inghilterra a tastar il polso del nostro paese e riferirne: altrettanto si disse di Cormenin, capitato pure di Francia in quei giorni, e che poi pubblicò un libretto ove mostravasi ignaro non solo di quel che si pensava, ma fin di quello che si diceva. Non imputiamolo troppo, giacchè nella scialacquata eloquenza di quei giorni noi pure mostravamo una deplorabile ignoranza di principj e legali e politici; la colposa trascuranza de’ fatti positivi e dei mali veri suggeriva rimedj o folli o insulsi, e rivelava esorbitanti dissensi fra quelli che sin allora eransi creduti in perfetto accordo perchè d’accordo nel fremere o piangere; che eransi creduti amatori della libertà perchè unanimi in un odio.

Nella placida Toscana, il vecchio Fossombroni continuò a dar la parola al sostituitogli don Neri Corsini: morto questo, fu messo a capo del ministero Francesco Cempini, e consigliere intimo il Baldasseroni, sgradito al popolo siccome sogliono essere i finanzieri. Il primo dissenso tra il popolo e il principe si manifestò quando il Renzi, ribelle papale (pag. 77), fuggendo da Rimini, fu lasciato passare per la Toscana, con promessa che non più vi tornerebbe. Ma egli di Francia vi ricomparve, e arrestato (1846 gennajo) come violatore della parola, fu consegnato al suo principe. Sembrò un rinunziare alla propria indipendenza; si sublimò come un eroe il Renzi, il quale poi nelle carceri romane mostrossi ben altro.

Nuova debolezza parve il mandar via Massimo d’Azeglio, a cui tale persecuzione, accompagnata da ovazioni, attribuì inaspettata importanza politica. La opposizione allora s’ingagliardì; e poichè il Gioberti avea messo di moda l’odio de’ Gesuiti, essendosi voluto porre a Pisa una casa di Suore del Sacro Cuore, si fece una dimostrazione chiassosa (febbrajo), e una supplica firmata dai professori e da quei tanti che non vogliono mancar di figurare in una lista.

L’elezione di Pio IX e le sue riforme aggiunsero stimoli e coraggio. Bettino Ricasoli in una petizione esponeva lo scontento del paese, accagionandone l’immoralità del clero, l’istruzione non incoraggita, l’inettitudine degl’impiegati, la mancanza di buoni ordini nel comunitativo e nell’economico, la censura che confondeva il parere dell’uom savio colla suggestione del turbolento; e chiedeasi una buona costituzione. Servì di rincalzo un discorso del Salvagnoli, poi altri ed altri come quando entra la moda: gli stessi capi liberali non cadevano però d’accordo; il che è ovvio quando molteplici oggetti vengono abbracciati; ma i remoranti ne traevano una potente objezione.

Su que’ primordj s’andava poco più innanzi che nel secolo passato, insistendo perchè si ridonasse lena alle istituzioni municipali: ma i buoni vollero applicare un motore, presto abbrancato dai diversi, la stampa clandestina[43]. Giravano alla macchia informazioni, conforti, ed una petizione di radicali trascendenze, che rifiuta le migliorie parziali per chiedere il bene di tutta Italia, e che sia unita in nazione. Cominciarono di qui le consuete satire e declamazioni, che toglieano credito ai buoni pensamenti, e ne elidevano l’efficacia; gli uni esclamavano contro i settarj, gli altri contro gli stipendiati dall’Austria; parole di partito su cui fabbricano i loro libri gli scrittori che li compongono come i giornali.

Anche l’arcadica Toscana covava dunque i suoi vulcani. Leoli e Bici nel 1846 aveano fondata a Livorno la società segreta de’ Progressisti italiani, coll’aspetto di migliorare l’educazione, ma coll’intento di cacciare gli Austriaci e unire Italia sotto Carlalberto; e fecero proseliti nelle infime classi. Scoperti, processati, il granduca li compatì come traviati di buona intenzione. A Modigliana pure si tumultuò contro la forza, e il granduca perdonò ai cinquanta imputati: si tumultuò a Pescia, a Pistoja, con danno d’oneste persone, e con rapine a titolo di carestia, e il duca perdonava. Più che altre riottava la plebe livornese, mista d’ogni nazione; animosi giovani la istigavano, e il Guerrazzi, che ripetendo sempre concordia e fraternità, causava l’opposto.

Udite le riforme di Pio IX, Leopoldo (1847 maggio) le concede anch’esso, e una Consulta di Stato, e gran larghezza di stampa, dove è notabile che n’erano eccettuate le pastorali dei vescovi. Gli studenti di Pisa le solennizzarono processionalmente, gridando «Viva Leopoldo e la stampa»; ma dalla folla usci un «Viva la grascia, viva il pane a buon mercato»; e il grido popolare fu secondato, e ne derivò rissa e capiglia. Anche a Siena i carabinieri urtansi coi giovani, e ne uccidono uno; il popolo pretende siano chiusi in quartiere i soldati, e il Governo consente.

Nell’Università di Pisa insinuavasi quell’indisciplina che non tollera superiori, impedivasi di castigare i cattivi, i professori austeri venivano presi a fischi: uno tra le baruffe restò ferito, uno scolaro ucciso, e, fosse Rinaldo o Martano, ebbe esequie spettacolose ripetute in ogni parte, fra imprecazioni ai carabinieri, dianzi portati a cielo perchè sottentrati alla sbirraglia, ora accusati d’aver fatto affilare le sciabole per dare addosso agli studenti.

Comandava le poche forze toscane il Laugier, militare napoleonico, fin allora vantato per la sua Storia militare degli Italiani, e proponeva di reprimere quei tumulti colla forza; ma negatogli dal Governo, dovette scendere a parlamentare col Lilla, ch’era il Ciciruacchio di Livorno; e da quel punto restò bersaglio all’odio e alle imprecazioni de’ liberali, mentre gli smodati sentironsi sicuri dell’impunità. Anzi alcuni Fiorentini mandarono una spada di fino magistero a Giuseppe Garibaldi nizzardo, che profugo nel 1834, condottosi in America, invece di struggere la vita a ribramare la patria, si era messo soldato di ventura; a capo d’una banda d’Italiani servì ai cittadini di Montevideo contro Oribe; scarso d’intelligenza, semplice anzi rozzo di modi, disinteressato, assoluto, abbondante del valore di cui era tanta scarsezza; onde i Mazziniani lo inneggiarono, come possibile spada dell’insurrezione italica.

E già il fremito di questa era espresso ne’ giornali, che, appena trovata qualche larghezza, trascesero di numero e di modi: la Patria proclamava l’accordo dei principi colla libertà; l’Italia sperava il risorgimento dal papa, al quale avversava l’Alba, missionando l’unità nazionale e repubblicana. Mentre l’alzarsi della marea mette a galla le persone abili e credute dal popolo, gli inetti smaniosi sentono di non poterlo se non cambiandola in burrasca, dando sul capo di chi si eleva, guastando le previdenze, corrompendo i consigli, proponendo cose che farebbero se fossero in potere; e inefficaci di operare nello Stato e nelle città, s’arrabattano nei caffè e sui giornali, i due perni di questa rivoluzione; e sorretti dalla turba che ascolta sempre a chi più grida e in frasi più rimbombanti, acquistano apparenza di partito, mentre erano pochi egoisti immolanti la causa pubblica all’ambizione personale. Le concessioni del granduca pareano o tarde o inevitabili, onde, invece di riconoscenza, gli si sporgeano domande sempre nuove; flagellavasi l’autorità quando più pareva disposta ad emendarsi; diffondeansi insinuazioni maligne, crudi sospetti, coll’arte di Giuda stillando il biasimo nella lode, e ciò mentre non si parlava che di fratellanza. Altri invece ostentavano liberalità col proporre collette onde erigere monumenti a Pio IX e Leopoldo, al Ferruccio e al Savonarola, e convegni, gite, mascherate, conviti solennizzavano gli eventi giornalieri o le ricorrenze.

E memorabile fu l’anniversario (10 8bre) della morte del Ferruccio, quando innumera gente raccolta a Gavinana, udì un discorso del Guerrazzi, ritraente a colori biblici la possa d’un popoletto che potè resistere a Carlo V padrone di due mondi; e mostrando come le discordie fraterne avessero tutto mandato a ruina, invitava a giurare eterna concordia. E concordia, risorgimento, Italia, èra nuova, ripeteansi dappertutto; quasi le stesse persone dappertutto ricomparivano; abbondando e declamazioni e tutto ciò che in politica è inutile, nulla di ciò ch’è necessario ad una ricostruzione.

Appena a Roma fu concessa la guardia civica, i Toscani la domandarono anch’essi, parendo, in quella tal fratellanza, male assicurata la quiete e la proprietà da poche truppe e frolle. Il granduca asserì non la darebbe mai, e presto dovette darla: nell’editto rammemorava che «tutti gl’interessi sono impegnati nell’ordine e nell’osservanza delle leggi; che le agitazioni anzichè portare al progresso civile, cagionano discordie, ristagno dell’industria e del commercio, perturbazione degl’interessi particolari e generali, inducendo diffidenza e timore». Parole al vento: più di ventimila persone andarono a ringraziare il principe fra canti e viva chiassosissimi; dappertutto processioni, Tedeum, allocuzioni, bandiere biancherosse, corone ai simulacri d’illustri antichi, ovazioni al Niccolini pel suo Arnaldo da Brescia; i pezzi della catena rapita a Porto Pisano e sospesa in trionfo a Firenze, sono staccati e rimessi a Pisa.

In questa città si rinnova e maggiore il frastuono: Mayer economista, Montanelli poeta, Centofanti filosofo fanno iscrizioni, arringhe, canti; tra gli accorsi della provincia si ricambiano le bandiere, e preti e frati a benedirle. A Livorno molto di più; donne vestite d’amazzoni palleggiano le spade, vecchi gravi discorrono da collegiali, e fra i mille cinquecento vessilli che quel giorno (8 7bre) sventolarono sopra cinquantamila accorsi, grandeggiò il tricolore.

Ed ecco (giacchè ogni frivolezza era appiccagnolo) al domani comparire due dei più vivi nelle dimostrazioni romane, il principe di Canino e il suo segretario Masi improvvisatore, vestiti da guardia nazionale romana; accolti spettacolosamente e tra infiammati applausi del Guerrazzi al nipote di Napoleone, essi snudano e incrociano le spade, invitando tutti a giurare la santa causa italiana. Voleasi costringervi a fischi anche il Laugier, che sovrappose in fatti la sua spada gridando «Viva Leopoldo II».

A Pisa ebbero nuovi trionfi, e la loro carrozza fu tirata da una schiera di preti (12 7bre). Più misurati a Firenze: ma quivi si rinnovò la festa, venendovi deputati da tutti i Comuni, e ventiquattromila guardie civiche, e cinquanta bande musicali, e senza numero bandiere, sciorinanti i Viva di moda. Sei milioni costò allo Stato il montare la guardia civica, oltre lo speso dai particolari, che si pavoneggiavano in quella, ed esercitavansi a cantar gl’inni, imparare la marcia e la carica in dodici tempi; mentre nessuno arrolavasi alla milizia, per quanto il Ministero vi esortasse; non che mantenere quiete, in ogni villaggio istituivansi botteghe ove leggere giornali e spoliticare; i tumulti cresceano, gli sgomenti ingrandivano, i capitali si ritiravano dalla cassa di risparmio, ch’ebbe bisogno di sussidj del granduca; la feccia montava su; la proprietà non era rispettata, nè la sicurezza delle persone; «dall’umile castello di Castagneto nella maremma pisana ascendendo a gradi fin alla capitale, non scorreva quasi giornata senza nuovi tumulti» (Zobi); il commercio livornese deperiva, perchè quella agitazione toglieva ai forestieri la sicurezza; del che lamentandosi, i negozianti chiesero una commissione di Polizia; e questa fu riguardata come vessatoria. La plebe cittadina, erettasi sovrana, arrestava e insultava col titolo di traditore e di spia; l’autorità violentata ne’ suoi strumenti, alternava parole amorevolissime con provvedimenti rigorosi che lasciava senza effetto; ogni concessione si considerava puro dovere, ogni freno una tirannia, ogni indugio tradimento o vigliaccheria.

Il granduca nominò una consulta, e spiacque perchè tutta di persone già in alti uffizj, e non rappresentava nè le ricchezze nè gl’ingegni delle provincie. Si riforma la legislazione municipale, si nominano commissarj per compilare il Codice civile e criminale: ma dacchè il duca riconobbe che le leggi e gli ordinamenti sono viziosi, nessuno più vuole osservarli; qualunque legge venga fuori è denigrata da quelli che non furono convocati a discuterla; gl’impiegati dal far poco mettonsi al far nulla, in attesa delle riforme. Del resto che forza poteano questi avere quando tutto era sul mutarsi? e la circolare ministeriale del 30 novembre 1847 poneva «i buoni impiegati e la libertà nell’esercizio di loro attribuzioni sotto la salvaguardia dell’onore e della forza de’ magistrati municipali, della guardia civica e de’ buoni e savj cittadini che la componevano». Dolorosa confessione d’impotenza!

Sentendo il disordine rigonfiare sotto la congiura degli applausi, chi ne imputava i Mazziniani, chi i Buonaparte, chi la lega austro-gesuitica, e nessuno le basse passioni e i codardi interessi. E noi, testimonj e parte di que’ fatti, or che li ricorriamo, a fatica sappiamo persuaderci come allora non si avvertissero o si scagionassero, volendo soltanto scorgere gioja, fratellanza, tripudj, fiducia d’italica rigenerazione, e guaj a chi credesse altrimenti.

Le maggiori speranze fabbricavansi su Carlalberto. Cominciò egli a guastarsi coll’Austria quand’essa sui vini, ricchezza del Piemonte, pose un dazio così gravoso, che equivaleva ad escluderli. Egli a vicenda concesse alla Svizzera di trarre da Genova il sale che l’Austria aveva il privilegio di somministrarle. Ne cominciarono dissensi diplomatici; e poichè la patria, come la religione, non conosce colpe inespiabili, bastò che Carlalberto mostrasse all’Austria non il pugno ma il broncio, perchè venisse anch’egli idealizzato come spada d’Italia, di cui Pio era la testa. I Piemontesi se ne esaltano, con tono insolito si discute di dogane, si propone una società per lo spaccio dei vini, si brinda ai conviti, si dilata la smania di far qualche cosa, d’esser qualche cosa, di mostrarsi capaci per quando i tempi verrebbero. A tale intento un’Associazione agraria ne’ suoi comizj riproduceva in piccolo i congressi scientifici; le elezioni e la presidenza davano origine a partiti, già caratterizzandosi gli eccedenti e i moderati, i repubblicanti e i costituzionali: ma il re troncò le quistioni col rendere carica di Stato la presidenza, e affidarla al conte di Collobiano. Carlalberto, col solito intradue, lasciava scrivere ma non favoriva gli scriventi; fa coniare una bellissima medaglia, ove tra le effigie di grandi Italiani compare il leone di Savoja straziante l’aquila, col motto J’attends mon astre, ma la regala quasi di nascosto; lascia festeggiare Cobden, ma non istampare i recitati discorsi; nè vuole si stampino quelli de’ comizj agrarj a Casale; eppur colà manda al Castagneto una lettera ove dice: — Che bel giorno quello in cui si griderà guerra per l’indipendenza d’Italia! Io monterò a cavallo co’ miei figliuoli, e mi porrò alla testa del mio esercito».

Fu la favilla in un pagliajo; gli s’inviò un indirizzo, e — Comandate, o sire; non vi rattenga alcun riguardo pe’ vostri popoli: vita, averi daremo per voi». Il bollore rigonfia, eppure Carlalberto nulla risolve; ed egli comincia a temere che anche il suo popolo s’invogli dei tumulti, il popolo a sospettare che il suo re lo meni per le buone parole: raddoppia dunque gl’inni a Pio IX, ma mentre li canta a piena gola sul passeggio degli spaldi, ecco a un tratto «da opposte parti sboccare soldati, gendarmi, agenti di Polizia, con nude sciabole e pistole inarcate, maltrattando, percotendo, insultando senza riguardo uomini, donne, vecchi, fanciulli»[44] (30 8bre). Ultima velleità di resistenza; poichè Carlalberto si trovò subito condotto a concedere riforme amministrative; un tribunale di cassazione; pubblici dibattimenti nelle cause criminali; allargata la stampa; la Polizia passata dai governatori militari agl’intendenti; garantita la sicurezza individuale; i municipj eletti a tempo non in vita; ripristinato il ministero dell’interno; sostituito il merito all’anzianità e alla nobiltà nelle promozioni militari.

Quasi avesse commesso un delitto, Carlalberto rinnova il decreto contro gli assembramenti, e da Torino corre a Genova: ma vi è ricevuto con un’esultanza chiassosissima; sventolava innanzi al popolo la bandiera tolta il 1746 agli Austriaci, innanzi ai preti la bandiera di Gioberti, e «Viva Gioberti» ripeteasi violentemente presso al collegio de’ Gesuiti; e fu chi gridò amnistia, e tutti l’echeggiarono; e fu chi gridò al re — Passa il Ticino e tutti ti seguiremo»; e Carlalberto ai minacciosi omaggi impallidiva e taceva.

Ma più che a svolgere le riforme si pensava a incorniciarle d’applausi: i giornali della media Italia intonavano ch’essi valevano quanto un intero esercito; negli inesauribili pranzi faceano tirocinio d’eloquenza i futuri oratori[45]; per le strade al pari che ne’ gabinetti cantavasi che l’aquila d’Austria avea perduto le penne, che l’Italia s’è desta, che ogni squilla sonò i vespri; a Genova nella festività de’ bicchieri mescolavansi patrizj e popolani per cantare inni; per un pranzo esibito ai Torinesi, per una visita a Origina, smetteansi negozj e affari; tutti voleano ragionacchiare di politica, tale credendo soltanto quella del giorno e la energumena[46], tutti sbattere acqua e sapone per farne bolle, tutti satollarsi d’applausi col secondare le vulgarità, e discorrere e cantare della battaglia di Legnano, dell’assedio di Parma, dell’insurrezione di Genova, del Procida, del Balilla, d’Alessandro III; e vantare la potenza d’Italia, lo sfasciamento de’ nemici, l’entusiasmo che la causa nostra ispirava a lutti i popoli; e gonfiar panegirici, a cui capo metteasi sempre una calunnia; e con errori calcolati e reticenze, dondolare ogni nome tra le ovazioni e le sassate.

Le quistioni vitali offuscavansi in una quantità di giornali, fra cui primeggiavano la Concordia di Valerio, il Risorgimento di Cavour e Balbo, il Messaggiere di Brofferio, il Corriere mercantile del Papi. Una commissione di censura pareva garantire e dalle trascendenze e dagli arbitrj d’un giudice solo, ma a qual censore sarebbe bastato il coraggio di levare una sillaba, quando sapeva che al domani sarebbe messo alla gogna da tutti i giornali, forse fischiato per la via? Prendeasi dunque spirito ad ogni eccesso: folliculari, nodriti di rancori, servili e fatti audaci dalla paura, intimidivano i savj: di patriotismo mascheravansi lo spionaggio e la manìa del far ridere prima, poi far tremare: facile tema a tutti restava poi il bestemmiare l’Austria, quasi non sia leggerezza insultare un nemico prima di vincerlo, come ingenerosità il dileggiarlo vinto; tutto ciò senza mettere la mano sui nemici e sui mali sentiti.

E poichè ciascuno volea rumoreggiare più dell’altro, avventandosi a quel declamare tribunizio che più scalda quanto meno ha modestia e riserbo, dalle riforme politiche si passava alle sociali, proclamavansi dottrine comuniste, spiegavasi l’infelice coraggio della provocazione. Oh Foscolo che, trent’anni prima, deploravi che i letterati fossero ruina d’Italia! possano gl’Italiani aver imparato a sì caro prezzo se con schiamazzi e giornali si rigenera una nazione.

Di quei che pensavano o se ne davano l’aria, alcuni metteano importanza nell’ottenere qualcosa: ragionevole o no, buona o meno, sarebbe scala ad altro, per via via elevarsi a quell’altezza che non si osava confessare. Machiavellica, nella quale impigliaronsi presto anche i principi, concedendo qualcosa colla fiducia di fermarsi a quel poco, e disposti ad eluderlo. Altri però, meditando il passato, cercavano trovarsi disposti alle grandi eventualità; e vedeano che, in forme liberissime si può essere schiavo; che libertà non regge se non con ragione, libero essendo l’uomo di cui si prevede quel che opererà domani, non quello che bizzarramente cangia pensieri ed atti; che il divario delle costituzioni consiste nell’essenza non nel loro esterno; nè una sola può attagliarsi a tutti, dovendo elle dedursi da ciò che un popolo è e fu, e da ciò che sono quelli che lo circondano; trarsi insomma dalla natura, non dalla fantasia. Quei che a costoro non poteano negare forza di ragione, li tacciavano di timidità di cuore, perchè, vedendo il bene, asserivano che bisognasse aspettarlo.

E d’aspettarlo aveasi grand’argomento quando tutti i principi italiani si mostravano convinti dell’obbligo di migliorare la condizione de’ sudditi, se non col farli partecipi al potere, almeno nobilitandone l’obbedienza; e consolidando il principato col fare da esso emanare i miglioramenti, prima che il popolo li strappasse a forza. Ma mentre moltiplicavansi apoteosi a Cobden, si applicava la dottrina opposta di List, il quale aveva indotto gli Stati germanici a una lega doganale, per natura sua esclusiva de’ popoli non consociati. Si parlò di una lega italiana per togliere le infinite barriere doganali: era un atto rilevantissimo, sì pel vantaggio economico della penisola sminuzzata, sì per divergere l’attenzione sovra altro che mera politica, e convincere i popoli che si pensava al loro meglio positivo.

«Persuasi che la vera e sostanziale base di un’unione italiana sia la fusione degl’interessi materiali delle popolazioni che formano i loro Stati», il papa, il re di Sardegna e il duca di Toscana fecero una specie di preliminare: il duca di Modena non v’aderì, pure prometteva libero passo pe’ suoi Stati interposti: il re di Napoli amò sempre far casa da sè. Anche quest’opera potendo effettuarsi soltanto dai principi, agli schiamazzanti non restava che arzigogolare articoli e brindisi, e diceano: — L’Austria o non v’assente, ed eccola riconoscersi straniera all’Italia; o vi annette l’unico suo Stato italiano, ed ecco questo separato dagli altri dominj ereditarj».

Le nazioni, quanto più sono civili, maggior varietà di principj contengono, la cui lotta costituisce la storia. Ma l’utopista o il passionato suppongono un principio solo, quel che è conforme alle inclinazioni proprie, gli altri dimentica, e vorrebbe dimenticati da tutti; il vulgare non vede che un uomo, che un libro, che un giornale; a quello sacrifica le proprie convinzioni, e spingesi agli estremi, mentre i contrapposti domandano continue limitazioni per arrivare ad accordi.

Pure bello e degno di studio fu quel momento. Neppure gli avventati pensavano a impeto di atti, quando anche fossero impetuosissimi di parole; violenza non era usata da nessuno, neppure dall’Austria, per quanto accusatane e provocata; anzi neppur dalla piazza; e pareva l’Italia venir incamminata al bene da’ principi in armonia co’ popoli, dalle audacie giovanili accordate col senno de’ vecchi. In sì cara illusione trasaliva essa di tripudj e banchetti; dimostrazioni e trionfi a chiunque volesse buscarseli coi paroloni simpatici; le difficoltà o non si vedeano, o pigliavansi a gabbo. Ma gl’inni di fratellanza, pregni di collera e d’orgoglio, abbagliavano le menti, quando saria stato bisogno e dovere di rischiararle: a Parma, nel festeggiare l’anniversario dell’elevazione di Pio IX nacquero conflitti con percosse e ferite di cittadini, sin d’una fanciulla di dieci anni, donde una fiera indignazione: così a Piacenza, così a Modena, così a Milano, così a Ferrara, dove fu trucidato il barone Barattelli; sicchè i giorni di prestabilito applauso soleano riuscire a inaspettato compianto. Tutto ciò mettea sull’avviso l’Austria, l’odio contro la quale era per avventura l’unico sentimento comune della lirica italianità.

A gloria de’ principi italiani ricadevano anche le nuove sventure dell’Austria; chè noi deploreremo sempre come sventuratissimo un Governo costretto a ristabilire l’ordine colla fierezza. Da qualche tempo le teoriche liberali erano trascese in socialismo. Mentre i Liberali dicevano, — L’uomo è buono, cattivo è il Governo, bisogna riformarlo»; i Socialisti dicevano, — Cattiva è la società, bisogna rifonderla; quanto finora si tenne per bene fu male, e il male bene; le passioni sono naturali e perciò buone, onde il reprimerle non è virtù; dunque ogni Governo è tirannia, ogni soggezione è schiavitù, paradiso unico è la terra; libertà, eguaglianza, fraternità non possono combinarsi colla superstizione cristiana; onde bisogna rimuoverla, e ripudiare l’esperienza di tanti secoli per improvvisare qualcosa di meglio».

Gli elementi della società si tengono talmente connessi, che non si può eliminarne uno senza scomporre tutto; negata l’antitesi del bene e del male, vien dietro l’unità, vale a dire il panteismo nella fede, il despotismo ne’ Governi; posta l’eguaglianza di tutti gli uomini sia nel comandare sia nell’obbedire, più non rimangono nè nazionalità nè monarchia, niun limite deve porsi alle passioni, niuno all’esercizio dell’attività, niuna distinzione di tuo e di mio, e la proprietà sarà furto. Da qui la forma sua più popolare, il comunismo, il quale rinnega e la famiglia e i possessi, volendo che tutti abbiano diritto a tutto, chi non lavora possa partecipare ai guadagni di chi lavora.

L’inestinguibile ira del povero contro il ricco s’incalorì di queste teoriche, predicate colla storditaggine giornalistica; e mentre in Francia scavavano ridendo un gorgo dove ben tosto s’inabisserebbe l’ordine sociale, ne’ paesi slavi incitò le popolazioni servili contro i signori. La Gallizia nell’iniquo sbrano della Polonia era toccata all’Austria, la quale cercò emanciparvi i possessi, abolire il servaggio, eguagliare ogn’uomo in faccia alla legge: di ciò l’odiavano i signori, quasi ella attentasse ai privilegi loro; mentre il vulgo la considerava tutrice delle sue giustizie. Quando ogni assurdo credeasi, si credette che il Governo austriaco, per umiliare i ricchi, aizzasse i poveri.

Il fatto è che i villani sollevatisi saccheggiarono, scannarono, vituperarono i ricchi. La forza armata, corti marziali, esecuzioni feroci repressero una feroce insurrezione; gli orrori di cui erasi contaminato il manto matronale di Maria Teresa, offuscarono il titolo di buono che Ferdinando aveva meritato. In Gallizia governò Massimiliano d’Este arciduca, buon soldato e intollerante, che si fece detestare più per despotismo che per animo ribaldo; tutta Europa ne fremette contro quegli strazj, che parvero mettere l’Austria al bando delle nazioni civili.

Ne trasse profitto la Russia, da un pezzo affaccendata a propagare il panslavismo, cioè la nazionalità di tutti gli Slavi, proponendo di toglierli alla Prussia, all’Austria, alla Turchia, per farne sotto il suo scettro un popolo di ottanta milioni, che avrebbe signoreggiata tutta Europa. E fu dalla Russia appunto che venne lanciata primamente questa parola di nazionalità, che accettata per imitazione, doveva essere favilla di tanti incendj[47].

Risonò essa anche in Germania. Un aggregato di genti diversissime d’origine e di civiltà non potea che essere spinto all’abisso dalla proclamazione della nazionalità; e il ministro Metternich, il quale erasi ostinato a non toccar nessuna pietra per tema di sconnettere l’intero edifizio, e fin allora le difficoltà avea superate all’esterno colla prevalenza dell’esercito e dentro coi sopratieni, sentivasi impotente ai nuovi urti, e vacillava ne’ proprj consigli. «Abbiamo attraversati (scriveva a Radetzky) giorni difficili, richiesero grandi sforzi, eppure non furono tristi quanto gli odierni. Lottare contro i corpi sappiamo noi, ma contro larve che vale? e larve appunto abbiamo di fronte: era nei fati che al mondo comparisse perfin un papa liberaleggiante»[48].

L’umiliazione della gran nemica rimoveva dai principi italiani la paura di esser impediti nelle riforme, ma vedeano la necessità di non porgerle pretesti a prender l’offensiva[49]; cingerla bensì di paesi ben organati, dopo una regolare trasformazione del diritto interno, che speravasi condotta per la via della conciliazione.

L’applauso ai principi riformatori s’ingrossava delle imprecazioni lanciate allo straniero, che ben avea ragione di sgomentarsi: e pertanto la posizione dell’Italia diventava soggetto anche di trattati e dispute fra gli stranieri. Francia limitavasi a dar coraggio ai principi, fiducia ai popoli; ma a questi e a quelli facea dire non uscissero dalle vie pacifiche, non isperassero rimpasto territoriale[50]. In Inghilterra il ministro Palmerston sorrideva al risorgimento italiano, lanciando frasi a guisa di cavaliero che dà di sprone al cavallo, ma intanto ne serra il freno. Ma Metternich vi ravvisava la radicale sovversione della società, una frenesia rivoluzionaria, un passo alla repubblica federativa. E alle Corti amiche trasmise (agosto) un memorandum, ove esprimeva «l’Italia essere un nome geografico; de’ suoi Stati sovrani e indipendenti, l’esistenza e la circoscrizione fondasi su principj di diritto pubblico generale, corroborati da accordi politici incontestabili; l’imperatore è deciso a rispettarli, nè cerca di là di quanto possiede, e lo saprà difendere»: chiedea che le Potenze glielo garantissero di nuovo, e dessero mano a soffogare un incendio, che presto diverrebbe irrefrenabile. I Gabinetti, consentendo nel primo punto, voleano però che ogni Stato potesse riformarsi nell’interno, senza che altri se ne brigasse[51].

E cercò trar la quistione sul campo dov’era certamente superiore, la forza, ed occupò Ferrara come necessaria alla sua sicurezza: ma la dignitosa protesta del papa, efficace come ogni parola ferma appoggiata sul diritto, lo costrinse a ritirarsi, e comprendere che non era tempo di violenze.

Ma se non aveasi a temere la forza armata del nemico, ve n’ha un’altra del pari tirannesca, quella dei vulghi dotti e ignoranti; e già la si sentiva pigliare il sopravvento in iscritti violenti d’ira o nauseabondi di lodi, ove gente avvezza sin allora a giudicar di ballerine e di cantanti, sentenziava di politica e moveva le chiassate di piccola turba cittadina, usurpante il sacro nome di popolo. E poichè i siffatti han bisogno d’attaccarsi a grandi reputazioni per roderle o per carezzarle, agli applausi di moda innestarono la moda di esecrazioni, e non più contro il comune nemico, ma contro nostri; non si esaltavano Pio IX, Carlalberto, Leopoldo riformatori, e Gioberti ed altri italianissimi, che non s’imprecasse al re di Napoli sanguinario e ai Gesuiti; e gesuita era l’emulo, l’avversario, il rivale, l’invidiato, il benefattore; e Metternich guatava e diceva: — Gli Italiani fortunati s’invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre o vincitori o vinti».

Il riformare è una delle opere più difficili ad uomo di Stato, quanto pare leggiero ad uomo di partito, il quale movendo da un’idea assoluta, arriva necessariamente a cambiamento radicale. Se v’è paese dove questo passaggio sia inevitabile, vuol dire che inevitabile v’era la rivoluzione: e tale appariva in Italia. Pio IX, quantunque gioisse di quella popolarità senza pari, si impauriva dell’accelerantesi movimento, che mal dissimulava di separare il gran sacerdote dal principe riformatore[52]. Già nell’istituire un patriarca a Gerusalemme, egli protestò contro l’abusarsi del nome suo come opposizione alle autorità; encomiava la Compagnia di Gesù come sopra tutt’altre benemerita della religione; aprendo poi la consulta di Stato (4 8bre), dichiarò avere fatto e voler fare quel che credea vero bene, ma non mettere a repentaglio la sovranità della santa Sede con istituzioni incompatibili con questa.

Coloro che delle benedizioni di Pio IX voleano fare carica da cannoni, non si smarrivano a tali dichiarazioni, e le diceano tributi alle esigenze straniere. Sopraggiungevano poi casi che complicavano sempre più la situazione. Francesco IV di Modena era morto (1846 1 genn.), e suo figlio avea secondato l’opinione nel liberare i detenuti politici; limitò a venti giorni al più le pene correzionali, congedò il Riccini odiato ministro di Polizia, e moderò le esorbitanze.

A Lucca l’infante continuava a gravarsi di debiti, sicchè il granduca, destinato a succedergli, dichiarò non li riconoscerebbe più, e volle come sicurtà la rendita delle dogane e delle regalie. Anche in quella città erano avvenute le scene stesse che in Toscana; tra le canzoni si assalirono i carabinieri, e perchè si difesero, furono imputati di assassini (1847 luglio). Il duca alzò la voce contro, queste «frasi di letterati ed esaltamenti di scolari», e assicurava voler mantenere la sua monarchia quale l’avea ricevuta, piccola sì ma assoluta.

A dire propriamente, egli l’avea ricevuta costituzionale dagli spartipopoli del congresso di Vienna; e Luigi Fornaciari, tutto dedito a studj di filologia e di beneficenza, gli scrisse per rammentarglielo, e per mostrare quanto complirebbe al popolo e al principe l’avere uno statuto. In risposta fu destituito da consigliere di Stato e preside della rota criminale, e se n’andò in trionfale esiglio. I rumori crescono, e quei plausi che sgomentavano i principi come poco poi le campane a martello; si arrestano alquanti giovani, ma bisogna rilasciarli; finchè il duca, tediato de’ complicantisi casi, abdica (8bre), anticipando così l’accessione di quel ducato alla Toscana.

Lucca diventava città secondaria in quella Toscana, di cui ai tempi Longobardi era stata capo: atteso però gli applausi allora di moda verso il granduca, il sagrifizio fu accettato con ilarità. Ma secondo le stipulazioni viennesi, il Pontremoli dovea unirsi al Parmigiano; mentre i distretti lunesi di Fivizzano, Pietrasanta e Barga erano destinati al duca di Modena. Adunque nella strepitosissima festa allora combinata, ecco apparire lo stendardo bruno dei Lunigiani che ricusano cadere sotto al duca di Modena. I calorosi di Firenze e di Lucca gridano di non volere staccarsi da que’ loro fratelli, non foss’altro per far onta all’Austria; ma il duca di Modena manda soldati ad occuparli.

I Lunesi si difendono, e nella collisione (4 9bre) perdesi qualche vita; si protesta, s’invoca la mediazione del papa e di Carlalberto; pure il duca di Modena conserva il suo possesso, sol per accordo amichevole (17 xbre) lasciando al granduca il Pontremoli finchè non muoja Maria Luigia. Ed ecco appunto Maria Luigia muore; Carlo Lodovico di Borbone diviene duca di Parma e di Piacenza; ed anche Pontremoli cessa d’appartenere alla famiglia toscana, mentre questa aggiungeva allora cendiciotto miglia di terreno alle sue ottomila e ventiquattro. A Lucca, tolta l’autonomia, fu conceduta una corte d’appello: ma Pisa pretende sia messa sotto la sua giurisdizione, onde zizzanie, proteste, tumulti; perchè in que’ giorni ogni incidente prendeva l’importanza d’un gran fatto, e diveniva occasione d’affratellamenti o accozzaglie, ire od applausi; arti colle quali si credea conquistare la libertà e l’indipendenza, e intanto il vero vinto era l’autorità pubblica e la pubblica quiete; e gli amici sodi d’Italia sentivano un cupo rombo ruggire sotto agli applausi[53].

In fatti al cominciare del 1848 Livorno era in effervescenza, perchè tardasse a giungere il decreto per la guardia civica, come necessaria a difendersi dai Tedeschi; l’autorità è costretta ogni tratto a parlamentare colla turba, e non avendo soldati a reprimerla, dee scendere a patti coi tumultuanti, e così perde ogni valor morale. Un proclama diceva: — Toscani! Davanti alla vostra coscienza, alla faccia del mondo, alla storia, voi spontanei offriste vite e sostanze per sostenere i fratelli vostri di Fivizzano e di Pontremoli: eppure Fivizzano fu abbandonato, Pontremoli s’abbandona. Spergiuri, perchè avete giurato? millantatori, perchè vi siete vantati? codardi, perchè vi mostraste generosi? Eh via queruli schiavi, imparate a dormire tranquilli nel letto della vostra viltà... O ministri, voi siete traditori: lo siate per perversità o per inettezza, la conseguenza torna sempre la stessa. Sgombrate, traditori e codardi; sgombrate arcadi, sofisti, dottrinarj! I destini d’un popolo sono troppo peso per le vostre mani da eunuchi e da omicciattoli. La patria è in pericolo! Ora sapete come si fa a salvarla, o Toscani? si chiamano uomini che non temano morire, e si pongono volenti o repugnanti al timone dello Stato d’accordo col principe; si dichiara la patria in pericolo. Così si salva la patria, e se non si vince, si muore onorati e si lascia celebrità di nome, legato di vendetta ai figliuoli, esempio di gloria ad imitare ai popoli! Toscani, la patria è in pericolo! Questo grido, se sarà soffocato dai traditori, serva almeno per far conoscere che non tutti fra i Toscani furono vili, ignoranti ed inetti, e la infamia ricada a cui tocca».

Questo cartello incendiario buttato fra popolo sì mite, quest’inoculazione di rabbie civili fatta per retorica amplificazione, furono il trabocchetto delle nostre sorti. Si credette vedere in fiamme il paese, e l’autorità e la gente d’ordine presero sbigottimento: le comunità spedirono indirizzi al principe offrendo denaro e sangue contro la ruggente ribellione, ed esacerbando il male coll’imputare i Livornesi e singole persone. I giornalisti al solito incancrenivano la ferita. E il popolo prorompe (6 genn.), nè v’ha modo a calmarlo, per quanto Leopoldo assicuri non esservi pericoli; vi fossero, e’ gli affronterebbe e vincerebbe, risoluto com’era a compire le riforme, le quali però non si poteano senza la pace: e raccomandava la tranquillità di Firenze, di Lucca, di Pisa alla guardia civica. Ma una deputazione Livornese che chiedeva armi, armi, si fa deliberante e accusa il Governo; fin gli apostoli della Giovane Italia, i quali assicuravano che «il sangue de’ martiri di questa era stato non meno prezioso de’ nostri inchiostri»[54], si affrettavano a disapprovare que’ moti e separare la causa loro dalla setta livornese. Ripreso il sopravvento, Guerrazzi e alcuni altri son condotti a Portoferraio tra i fischi della plebe, che jeri ne facea l’apoteosi.

Qui nuovi accidenti mutano carattere al movimento italiano. Sponemmo già le condizioni del Napoletano, paese di così splendido avvenire e di presente così tenebroso. L’aspirazione nazionale per cui febbricitava la restante Italia, non erasi comunicata ai Siciliani, ricordevoli dei Normanni, degli Svevi, dell’antico loro Parlamento e della prosperità che alcun tempo vi produsse la ingerenza inglese; prosperità derivata da condizioni eccezionali, com’era il trovarsi ivi solo pace fra le guerre napoleoniche, ivi fra il blocco continentale uno scalo al contrabbando britannico, che vi mandava per cencinquanta milioni annui. La costituzione del 1812, data sotto gli auspizj inglesi, lasciò intatte la feudalità, le moltissime manimorte, le primogeniture, gli altri mali su cui una rivoluzione può passare la spugna inzuppata di sangue, mentre un Governo regolare, comechè ben ispirato, non le abolisce che passo passo.

L’Inghilterra si era fatta garante di quella costituzione; ma Ferdinando I non vi badò; crebbe l’imposta, che prima era fissata in annue onze 1,287,687, nè più convocò il Parlamento. Di qui odio mortale contro la Casa regnante; e guardare i Napoletani come stranieri e oppressori; e non badare all’Italia, bensì a recuperare la costituzione del 1812. Il principe di Castelnuovo legò ventimila onze all’uomo di Stato che indurrebbe il re a riconoscerla; il principe di Villafranca vecchione non cessava di protestare in questo senso; in questo andavano molti libri. Il Lanza, nelle Considerazioni sulla storia del Botta, repugna deciso all’unione col Napoletano, preferisce al regno di Carlo III quel di Vittorio Amedeo perchè lontano, e lascia «ad altri la perniciosa chimera dell’italica unione, nella quale, per maggiore danno dell’Italia medesima, sono caduti gl’inesperti e i mal accorti, presi dalle grida di novatori» (pag. 421). Michele Amari, descrivendo la guerra del Vespro Siciliano, sentenzia di stranieri Giovanni da Procida e Ruggero di Loría, spogliandoli dell’aureola tradizionale per cingerla al popolo siciliano[55]. Palmieri storiò la costituzione siciliana in senso dell’aristocrazia e con allusioni mordenti.

L’isola realmente non avea più Corte nè ministeri come all’età normanna, pure era trattata con favori eccezionali; non bollo di carta, non privativa di tabacchi, non coscrizione; ma anche pochissime istituzioni, cattive strade e gli sconcj d’un Governo lontano. Chi vedesse quell’isola, già granajo d’Italia, ora stremata di popolazione, sparsa di ruine, con immense campagne incolte e impaludite, ed altre non pascolate che da meschini branchi di pecore; chi vi paragoni la spigliatezza degli ingegni, il loro amor di patria, la risoluta volontà del meglio augurava il momento ch’ella tornasse centro al commercio del Mediterraneo, e provveditrice alle navi dirette all’estremo Oriente. Ma l’imputare tutti i mali al Governo era giusto?

Vedemmo i Siciliani non essersi voluti affratellare alla rivoluzione napoletana del 1821, così accelerandone il crollo. Le riazioni seguite ne infistolivano le piaghe; e sebbene Ferdinando II, ch’era nato in Sicilia, professasse volerle medicare, troppo erano inveterate perchè il buon volere bastasse. Egli vi destinò vicerè il conte di Siracusa suo fratello, dal che nacquero speranze volesse farlo re indipendente: ma poi Ferdinando vi surrogò lo svizzero Tschudi (1835). Se ne invelenirono gli odj, e di tutto si facea dimostrazione, dell’arrivo d’un magistrato, di una festa messinese, della morte di Bellini; lo scontento, fomentato dai nobili, dal clero, dai Gesuiti, talora prorompeva, specialmente nel 37 in occasione del cholera (t. XIII, p. 415). Compressa fieramente la sollevazione, si cassarono il ministero distinto, che erasi istituito nel 33, l’amministrazione speciale, le giurisdizioni patrimoniali, la feudalità; insieme si decretarono trentaquattro strade, nuovo catasto, lo spartimento delle terre demaniali fra i poveri: ma i decreti erano mal eseguiti; poi qualunque provvedimento venisse da Napoli era sgradito; il re, andatovi in persona nel 42, vi fu accolto mutamente; ogni umiliazione di lui tenevasi come vanto patrio[56]; gl’intacchi fatti alla fedualità nel 43 spiacquero ai baroni; al popolo le tasse. Le società segrete di colà non camminavano del passo di quelle del continente, perchè diverse d’intento, attesochè i Siciliani volgeansi al loro passato, non al comune avvenire, alla costituzione patria e storica carpita, anzichè all’idealità italiana; municipali più che nazionali, popolo e aristocrazia consideravano forestieri i Napoletani. Pure quelle società al fine aveano preso accordo colle napoletane d’avvicendare la domanda di qualche franchigia, e d’una in altra procedere fino ad ottenere per entrambe la costituzione. Ma quando i rancori fermentano, ogni favilla mette fuoco, per modo che, qualunque sieno le particolarità, la ragione va sempre divisa tra l’offensore e l’offeso.

Una di queste faville mise fuoco a Messina (1847 2 7bre), e fu repressa colle armi, ma si raccolse memoria di ciascun martire, singolarmente valutando il silenzio con cui furono celati i complici, malgrado le minaccie e le grosse taglie del Governo. Contemporaneamente sollevavansi Geraci e Reggio sotto Gian Domenico Romeo: represse, la testa del Romeo fu obbligato un suo nipote a portarla attorno; molti ebbero pene minori. Ma l’eco ripeteva di là dal Faro gli applausi a Pio IX e all’Italia; e ad imitazione di Napoli, le passeggiate alla villa Giulia e il teatro risonavano d’inni; e vi figuravano i colori italiani. La stampa clandestina ripeteva i diritti antichi, e finalmente eccitò a sollevarsi. Al 12 gennajo 1848, festivo pel re, Palermo insorge; Trapani, Messina, Catania, Girgenti v’acconsentono; vincitori alle barricate, istituiscono un Governo provvisorio preseduto da Ruggero Settimo, che era stato luogotenente generale nella rivoluzione del 20: accorre gente dalla campagna, si disarmano i pochi soldati, i briganti Scordato e Miceti mutansi in eroi; si allestiscono le compagnie d’armi, antica istituzione, che fa garante ciascun distretto dei furti commessi in campagna; e chiedesi governo separato per la Sicilia.

Il re acconsente che la giustizia sia amministrata in tutti i gradi nell’isola, e impieghi civili e dignità ecclesiastiche non sieno date che a Siciliani: non per questo gli acqueta; onde fa domandare che cosa vogliano, ed ha per risposta: — Non si poseranno le armi, se non quando la Sicilia unita in generale parlamento, acconcerà ai tempi la sua costituzione del 1812». A un Governo in tali frangenti che resta? se manchi d’armi come la Toscana o il papa, abbandonerà il paese alla anarchia: se ne abbia, sentirà ch’è primo diritto d’un ente qualunque il conservarsi, e userà la forza, almeno per chiarirsi se quella sia volontà nazionale o sommossa di pochi. Il re di Napoli mandò il conte d’Aquila suo fratello con nove battelli a vapore, che, non valendo le buone, cominciarono a bombardare Palermo (15 genn.): ma ecco i consoli stranieri interporsi, e far sospendere le ostilità, l’andazzo d’allora essendo sul dar ragione ai popoli[57].

L’Italia ruggì allora contro il re bombardatore: Napoli, infervorata dalla resistenza de’ Siciliani, domandava con applausi e con fischi quelle riforme, per le quali già tripudiava l’Italia: il re cominciò a dar soddisfazione congedando i due capri emissarj, il suo confessore Cocle e Del Carretto ministro della Polizia. Costui, che da diciassette anni lo serviva con quello zelo che affronta la pubblica esecrazione, trovossi improvvisamente gettato in una nave, senza tampoco l’addio domestico. Il battello che lo portava toccò a Livorno chiedendo carbone e acqua; ma la plebe a tumulto il negò, e per quanto il capitano facesse protesta contro un atto inumano che metteva a repentaglio il suo legno, e per quanto il ministro Ridolfi avesse pubblicato che «il Governo non transigerebbe mai col tumulto», fu duopo rassegnarsi, e rimettere alla vela. A Genova nuovo furore, e gran fatica si durò perchè i fischi non si risolvessero in peggio: alfine potè approdare in terra francese.

A Napoli le concessioni amministrative degli altri paesi non occorreano; già vi era la consulta di Stato, già i consigli provinciali, già la guardia civica; laonde il re non ebbe a crearli, ma solo ad estenderli. Quanto però veniva da lui doveasi prendere in sinistro; si dichiararono scarse quelle concessioni; la libertà della stampa fu giudicata un lacciuolo, l’ampia amnistia pei rei di Stato fu disgradita; chiamasi un ministero (27 genn.) di liberali, e sin di fuorusciti, ma non basta; già si grida «Viva la costituzione»; ma il popolo risponde «Viva il re»; ne nasce un’avvisaglia, ove s’impegnano le guardie civiche contro le truppe: e il re, vedendo non potrebbe reprimersi quel moto senza sangue, benchè padrone dei forti che possono distruggere Napoli, benchè le potenze nordiche il dissuadessero[58], non si limita più a riforme e allargamenti come gli altri principi, ma «avendo inteso che gli amati suoi sudditi desiderano garanzie ed istituzioni conformi all’attuale incivilimento», di propria volontà concede una costituzione, «nel nome temuto dell’onnipotente santissimo Dio uno e trino, a cui solo è dato leggere nel profondo de’ cuori, e che egli altamente invoca a giudice della purezza di sue intenzioni e della franca lealtà onde è deliberato di entrare in queste novelle vie d’ordine politico».

Subito s’istituisce un nuovo ministero (28 genn.), preseduto da Serra-Capriola, e composto di Dentice, Torrella, Garzía, Bonanni, Bozzelli e del siciliano Scovazzo, sovrapponendo alla Polizia Carlo Poerio, figlio, nipote, fratello, cugino di esuli, tre volte carcerato egli stesso. Al Bozzelli, scrittore di materie letterarie e rifuggito in Francia per diciott’anni dopo il 1821, fu dato incarico di stendere la costituzione, ch’egli modellò sulla francese, su quella cioè che in trent’anni non avea ridotto a quiete la Francia, e che anzi stava per andare sobbissata[59]. Essa (10 febb.) portava monarchia costituzionale, religione cattolica; il potere legislativo diviso fra il re e il Parlamento composto di due Camere, una di pari, eletti a vita dal re fra’ possessori di almen tremila ducati di rendita tassabile, l’altra quinquenne, d’un deputato ogni quarantamila abitanti, possessore, non impiegato amovibile, nè ecclesiastico; indipendente il poter giudiziale; l’esecutivo sta nel re e ne’ ministri responsali, che han la parola ma non voto in Parlamento; non più milizie forestiere; guardia nazionale, con uffiziali elettivi sin al capitano, e da quello in su eletti dal re; diritto di petizione; eguali i cittadini in faccia alla legge; libera la stampa, eccetto che in materie religiose; abolita ogni condanna per reati politici. Dappoi il re stesso decretava (23 febb.) che alla bandiera borbonica si annestassero i tre colori italiani.

Date le riforme a Roma, dovettero darsi pertutto; data la costituzione a Napoli, fu inevitabile anche altrove, per quella solidarietà d’interessi che alcuno s’accontenterà di qualificare per moda. Che se ne pigliarono sgomento coloro che credeano doversi il popolo educare poco a poco alla vita politica, e misurargli a miccino le libertà, gl’infervorati ne tripudiarono; nella voltabile ammirazione de’ giornalisti il nome del re bombardatore fu sublimato di sopra dei tre riformatori, sebben insieme colla italica Palermo, con quella Palermo che gli opponeva rifiuto e bestemmia. Gli applausi al nuovo feticcio divengono pretesto a grida violente in Livorno; si domanda la liberazione di Guerrazzi, che subito diviene capo d’un comitato; Montanelli, Ricci, Fabrizi predicano ne’ circoli; altri ubriacano nelle gazzette: il simile succede altrove, e se il «Viva Pio IX» avea sgomentato gli assolutisti, il «Viva Ferdinando» fece comprendere ai principi ch’era inevitabile l’imitarlo.

Già la pietosa maestà di Pio IX era soccombuta alla piazza, e la congiura delle ovazioni eragli riuscita più micidiale che non a’ suoi predecessori quella dei coltelli. Non per mezzo della consulta, ma di Ciciruacchio (1847 27 8bre), gli si erano fatte pervenire «domande del popolo romano», le quali esigevano libertà di stampa, remozione de’ Gesuiti, lega italiana, emancipazione degli Israeliti, scuole di economia pubblica, colonizzare l’agro romano, abolire il lotto, far pubblici gli atti della consulta, scarcerare ventiquattro detenuti politici, armarsi, frenare gli arbitrj, abolire gli appalti camerali e i fedecommessi, riformare le manimorte. Gli arruffapopolo già poteano minacciare, già impiantare il despotismo. I giornali, fra cui gittava solfanelli Pietro Sterbini, diroccavano una dopo l’altra le reputazioni delle persone che il papa metteasi attorno; vollero l’armamento, e perchè i ministri disapprovavano, fu proposto di cacciar a furia essi, i Gesuiti e gli austriacanti; il senatore dovè prometterlo, e Ciciruacchio disse: — Mi fo garante io che si daranno ministri secolari». Fra costoro rimane appena luogo a Pio IX di dire: — Non badate a questo grido ch’esce da ignote bocche a spaventar i popoli col titolo d’una guerra straniera. È inganno di chi vuole spingere col terrore a cercare la salvezza pubblica nel disordine, confondere col tumulto i consigli di chi governa, e colla confusione apparecchiar pretesti a una guerra che altrimenti non ci si potrebbe rompere. E chi l’oserebbe finchè gratitudine e fiducia congiunga le forze dei popoli colla sapienza de’ principi? Gran dono del Cielo che tre milioni di sudditi nostri abbiano ducento milioni di fratelli di ogni lingua! Questo fu sempre la salute di Roma; questo fece che non mai intera fosse la ruina di Roma; questa sarà la sua tutela finchè vi sia quest’apostolica Sede. Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele il preziosissimo dono della fede».

Parlava il pontefice, e volea sentirsi il principe, anzi il tribuno; e mutilando il concetto, quel suo Benedite l’Italia fu ripetuto come un invito alla rigenerazione nazionale; gli fu chiesto «venisse a benedire, non più circondato da preti, ma da uffiziali della guardia civica»; ed egli rispose: — Siate concordi, non levate certe grida che sono di pochi non del popolo; non fate domande contrarie alla santità della Chiesa, che non posso, non devo, non voglio ammettere. A questo patto vi benedico».

Mentre Romagna e Toscana barcollavano ad ogni vento per mancanza di pubblica forza, il Piemonte ben in armi pareva sicuro dall’imperio della ciurma. Girava però tale influsso, che la forza bisognava chinasse all’opinione. I libri del Gioberti aveano popolarizzato l’odio ai Gesuiti, e l’insultarli pareva eroismo: la città di Fano cacciolli a furore: Ancona e Sinigaglia fecero altrettanto cogl’Ignorantelli che diceansi loro rampollo: le imitarono Faenza, Camerino, Ferrara: a sassi e razzi vennero presi in Sardegna, talchè dovettero imbarcarsi per Genova; ma quivi trovansi assaliti nel loro convento, e mandati a preda. Nella patria poi del Gioberti tenevansi insulti alle case loro e delle Suore del Sacro Cuore: Carlalberto assicurò nol comporterebbe mai; eppure la sera cominciò la chiassata, nè più cessò finchè esse suore e le allieve non furono disperse. Al domani avviene altrettanto de’ Gesuiti, nelle cui case esultò la tregenda, menata poi or sotto la finestra del governatore, or dell’arcivescovo, ora dei Saluzzo, or della beneficentissima matrona che dignitosamente ricoverava Silvio Pellico, il quale scotendo il capo ci diceva: — Le grandi imprese mal s’inaugurano con atti di debolezza e d’ingiustizia».

Ed ecco ventimila firme giungere da Genova per domandare la guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti: la deputazione non fu voluta ricevere dal re, ma i sommovitori la sorressero, a segno che il re dovette sciogliere la Compagnia di Gesù. Si gridò che bisognava ovviare a queste incondite manifestazioni coll’armare la guardia civica: il re si pose al niego, trovandola superflua in paese di tanti armati; eppur dovette consentirla, e n’ottenne applausi, dai quali però egli ancora tenevasi quasi rimpiattato, seco stesso librando le paure.

La Tour, governatore di Torino, maledetto come riazionario, cantò a Carlalberto ch’era impossibile dondolarsi fra il despotismo e il Governo costituzionale. In fatto il re non era protetto dallo schermo de’ ministri; la stampa mettevalo in compromesso coi vicini perchè sorvegliata, mentre la sorveglianza non ne impediva le trascendenze; le domande cresceano, l’opinione si infervorava, iteravansi le dimostrazioni. Alfine Pietro figlio di Santorre Santarosa persuase al municipio di domandare al re la costituzione: e Carlalberto, esitato lungamente contro gli scrupoli della propria coscienza e le promesse forse date al letto di morte del suo predecessore, in fine, sentito molti consiglieri e preti, confessatosi e comunicato, promette la costituzione (8 febb.), palliandola col nome di statuto, e professando darla di regia autorità, onde non teneasi obbligato a giurarla.

Non mi chiedete i tripudj: ma perchè qualche coccarda tricolore compariva, il re dichiarò non ne soffrirebbe altra che la intemerata e vincitrice di Savoja. Pochi giorni, e tutti i suoi soldati stessi porteranno la tricolore.

Pietro Leopoldo già avea pensato dar una costituzione alla Toscana; Ferdinando III, quando i membri del consiglio generale di Firenze se gli congratulavano del ritorno al 7 gennajo 1815, promise «andrebbe poco tempo senza che il suo popolo possedesse costituzione e rappresentanza nazionale»; quando nel 1820 udì la sommossa di Napoli, disse ai ministri: — Ehi signori, se s’avrà a dar costituzione, si ricordino non voglio essere degli ultimi». Leopoldo II seguiva dunque gli esempj domestici nel concedere la costituzione al suo popolo. Insistevasi di foggiarla sopra la consultiva di Pietro Leopoldo, modificata in modo da attribuirle pure l’iniziativa: ma i giornali e la piazza non lasciano tempo a discutere, onde s’adotta qui pure la francese, col solo divario che ogni elettore sarebbe eleggibile, ed elettori sarebbero non solo i possidenti, ma negozianti, industriali, dotti; i deputati durerebbero tre anni; e fu proclamata (17 febb.), essendo ministri Ridolfi sugli affari interni, Bartolini sugli esterni, Serristori sulla guerra, Baldasseroni sull’erario, Cempini presidente.

Fin il principe di Monaco diede la costituzione. Pio IX per la prima volta non era iniziatore de’ movimenti, aveva professato non isminuirebbe mai la ricevuta potestà, e tutti diceano la dominazione pontifizia non comportare restrizioni rappresentative. Ma il municipio, spinto dai carnevaleschi schiamazzi, gli mostrò la necessità di fare quel che gli altri; ond’egli combinò un nuovo ministero, con Recchi sugli affari interni, Sturbinetti sulla giustizia, Minghetti sui lavori pubblici, Aldobrandini sulla guerra, Pasolini sul commercio, Galletti sulla sicurezza interna, tutti secolari, e preti il Morichini sull’erario, il Mezzofanti sugli studj, l’Antonelli sulla diplomazia; consultò il concistoro principalmente sul come conciliare la libera stampa colla censura ecclesiastica, salvare le giurisdizioni del sacro Collegio, lasciar libero il principe nel seguire la politica che più complisse al bene della santa Sede, infine rattenere le assemblee legislative dai punti che si riferissero a canoni e statuti apostolici. Ma poichè i cardinali furono unanimi nella possibilità d’uno statuto (14 febb.), Pio IX professò: — Purchè salva la religione, non ci rifiuteremo a veruna innovazione necessaria».

All’intento dell’unità italica sarebbe stato a desiderare uniformi le costituzioni; ma poco differivano l’una dall’altra, ricalco della francese: due Camere; ministri responsali; d’elezione regia i senatori; elettori de’ deputati i censiti; libertà di stampa e di petizione; inamovibilità de’ giudici: solo Roma, per suggerimento del padre Ventura che pur volea qualche resto delle forme teocratiche, conservava come terza Camera il concistoro de’ cardinali, elettori del sovrano e da questo eletti a vita, che in secreto decidevano sulle risoluzioni del Parlamento; oltre che riservava a sè gli affari misti, o concernenti i canoni e la ecclesiastica disciplina. Mantenevasi la censura ecclesiastica, nè i consigli poteano proporre legge che concernesse canoni e discipline.

Lo statuto dato da Roma parea mettere la religiosa sanzione a quello degli altri paesi: onde fu un’ebrezza tra la folla; mentre quei che folla non vogliono essere discutevano di libertà, e dei fondamenti e delle forme di essa; analizzavano e paragonavano le costituzioni; esprimeano pubblicamente i desiderj fin allora repressi; chiedevano ed ottenevano ministri nuovi, non più a talento del principe, ma a fiducia de’ cittadini, e noti all’Italia per antica venerazione, ed altri pur allora richiamati da diuturni esigli; lodavansi i principi dei freni che poneano a se stessi, volendo che la legge non fosse atto di potenza ma di ragione; e quasi possa alle cancrene rimediarsi coll’acqua di rose, pindarizzavasi un beato accordo di popoli e principi, della forza e del pensiero, nell’acquisto della libertà e dell’indipendenza.