CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi.

La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente; e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco; lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta, e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio, e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori uffiziali allestire la difesa e la riscossa.

Nè alla Potenza austriaca restava allora altro appoggio che quell’esercito e quel capitano, il quale non lasciò di tenersi per guardie i granatieri italiani; mancante del denaro fin per vivere due giorni, pure affacciavasi al balcone a ricevere anch’egli applausi dal vulgo, cui buttava il poco resto de’ suoi quattrini.

L’esercito piemontese si trovò scarso oltre ogni aspettazione e impreparato: i generali confessavano la propria inettitudine, e consigliavano a cercare un maresciallo ai Francesi[67]; ma questi erano sospetti a Carlalberto. Cuore intrepido con incerto consiglio, mancante di quell’attitudine impassibile del comando, che impone alle fantasie popolari e affascina le volontà col supporre nel comandante una profonda persuasione; perchè era spada d’Italia egli credette essere la mano che bastasse a maneggiarla, e ripetè l’ambiziosa parola Italia farà da sè, la quale[68], d’effetto drammatico in bocca di letterati e di preti, acquistava tremenda importanza ripetuta da un re che montava a cavallo per darvi realtà.

L’esercito arrivò tardi (29 marzo), ed anzichè precipitarsi su Mantova, mal presidiata, e con cittadini disposti alla rivolta, entrò per Milano e Pavia, e a marcie regolari spintosi al Mincio, valore mostrò (8 e 9 aprile) ai ponti di Goito, Valleggio, Monzambano. Passato il fiume, coll’inutile assedio di Peschiera s’intepidì l’entusiasmo, aspettando il parco che arrivò solo il 15 maggio: e lungo l’Adige distesa una linea di trentasei miglia, cominciossi una guerra di posizioni. Ben presto sessantamila uomini si trovò Carlalberto. Vi si aggiunsero cinquemila Toscani fra volontarj e di ordinanza; diciassettemila Romani avvicinavansi al Po; e quattordicimila Napoletani, oltre innumerevoli volontarj; tremila Parmigiani e Modenesi stavano sul Mincio; cinquemila Lombardi verso il Tirolo; bande di Veneti alle alpi Carniche.

Anfossi, Longhena, Griffini, Manara, Arcioni, Simonetta, Sorresi, Bonfanti, Tololti, Sedabondi, Torres.... capitanavano bande; bande di volontarj polacchi ci erano menate dal gran poeta e mistico Mickiewitz; napoletani dalla principessa Belgiojoso, siciliani da La Masa, altri dal belgio Thamberg, altri ancora dall’attore Modena, la cui moglie ne portava la bandiera, e di più serj dal famoso Garibaldi; nè mancavano preti, e l’eloquente Bassi barnabita, che nel 1836 avea tanto giovato a Palermo durante il cholera, e il padre Gavazzi parevano santificare la causa e meritarle il nome di crociata; i seminaristi medesimi si organizzarono per le armi: nobili impeti, a cui mancavano la disciplina e l’unione, che sole possono dare la vittoria.

Ma improvvida fiducia in noi e improvvido disprezzo pel nemico fecero che, quando ognuno avrebbe dovuto offrire sin l’ultimo soldo e l’ultima stilla di sangue pel riscatto nazionale, si stiticasse sui sacrifizj, e si dissentisse sui mezzi. Come i Lombardi eransi lusingati di vincere democraticamente in tempo che ogni forza sta concentrata ne’ Governi, così i Piemontesi opponevano battaglia di fronte a un esercito di mirabile disciplina ed esperienza; mentre alla vittoria, unico scopo, sarebbe dovuto dirigersi l’impeto nazionale, non si seppe o non si volle effettuare la leva a stormo; si tennero in lieve conto i volontarj che, con ottima sentita, si portarono a difesa dei varchi alpini, benchè si vedesse il nemico avvantaggiarsi dei subitarj, corsi ad ajutarlo dalle scuole austriache o dalle fucine stiriane. Da cinquantamila uomini che si trovavano in Lombardia fra i ventotto e i trentott’anni, che aveano militato; e non furono richiamati istantanemente sotto le armi: seimila trecento ch’erano disertati dagli Austriaci, furono rejetti dall’onor militare, e coperti di quel sospetto che invita a tradire: invece di innestare subito i coscritti nell’esercito piemontese, con camerati esperti, sotto vecchi uffiziali, si volle formare un esercito lombardo, sciupando denaro e tempo, crescendo gli scioperi e quindi gl’intriganti, e non recando ajuto alla gran causa. Giovani baliosi non aveano vergogna di rimanersi a casa a pompeggiare nella guardia nazionale e nelle parate, e poeteggiare sui giornali e nelle canzoni quel coraggio che è si facile allorchè l’occasione è lontana.

In quelle ore procellose dove sono gli avvenimenti che impongono i dittatori, d’ogni città presero il governo le persone che si trovarono o che vollero mettersi in una posizione di molti pericoli e di nessun vantaggio, e ripagata coll’impopolarità. Per accentrare la resistenza e i comandi, il Governo provvisorio di Milano faticò a vincere le gelosie, che sono brina ad ogni fiorire di speranze italiche, e fare che ciascuna provincia gli mandasse un deputato. Vennero scelti non coloro che aveano tramato o intrigato, forse neppure sperato; alcuni anzi già bersaglio della stampa demagogica[69]: sì poco era figlia di congiure quella sollevazione, che traeva nobiltà e forza dall’intento comune e semplice di rivendicare la nazionalità.

Ogni Governo rivoluzionario si trova debole a fronte dei compagni di rivolta, ed esposto ai mille rischi della inesperienza, della precipitazione, del disordine. Il nostro poi, vacillante per inesperienza e incoerente per gli antecedenti, neppure cercossi la sanzione popolare, tanto facile in paese sistemato a municipj. Nei momenti sublimi in cui l’ispirazione viene dalle moltitudini, essa irradia taluni che, cessato quel lampo, devono ricadere nelle tenebre: e caratteri medj, i quali usano riguardo a tutti, carezzano il bene come il male politico, potrebbero mai condurre una rivoluzione, che vive di moto, d’azione, d’audacia? Alla nostra, mentre era nel primo lancio, imposero la formola delle società in riposo, conservare l’ordine; nè tampoco si seppe governare una gente, così facile a governare perchè così facile a illudere; quando tutto era straordinario, operavasi come in occorrenze consuete.

I prestiti volontarj sono uno spediente che piace a leggersi ne’ vecchi repubblicani; si piange d’una fanciulla che offre l’anello di fidanzata, d’una vecchia che dona la tabacchiera d’argento, d’un prete che levasi le fibbie; ma che profittano ora che le forze e il denaro sono concentrati nei Governi. Si abolivano la gabella del sale e il testatico, mentre col sospendere i pagamenti del Monte sconcertavansi tante famiglie; si chiedeano le argenterie domestiche e gli spogli delle chiese, mentre tesori poteano cavarsi annunziando la suprema necessità del vincere.

Pronte nubi offuscarono quel rosato, di cui si colora l’alba d’ogni rivoluzione. I sistemi corruttori pregiudicano l’avvenire col far che, al punto di cambiarli, non si trovino persone capaci a rappresentare la nuova età; e che i vulghi, lusingati di alleviamenti e beatitudini, ricusino gli stenti con cui bisogna conquistarli, e lo spostamento degl’interessi e delle abitudini. In società educate così, le qualità negative prevalgono, e guaj a chi trascende una mediocrità, palliata col nome d’eguaglianza! nome illustre, operosità, esaltazione di nobili sentimenti, influenza riconosciuta divengono pericolosi e denigrati. Se non bastava dunque il trovarci inesperti degli affari, delle armi, della vita politica; se non bastava che Tommaseo e Cattaneo, Gioberti e Rosmini, Cibrario e Brofferio, Carlalberto e Berchet si fossero palleggiati insulti, che poteano mettere in disparte ma non disfare, i generosi restavano elisi dal dispetto proprio o dal sospetto altrui, all’istante che più n’era bisogno.

Gente irritabilissima gli scrittori! E alcuni di essi, che sulle prime esageravano l’eroismo per incitarlo, ripigliarono presto il riso sardonico; altri, che avevano aspirato ad essere primi, non soffersero di rimanere secondi, e sbracciavansi a rivelare gli errori di chi non faceva come loro, e autorizzavano le ire delle fazioni, che sempre gridansi tradite da chi non le serve come esse vogliono. Mentre il riuscire a cose straordinarie allucina in modo da far credere tutto possibile, i tentativi arrischiati cacciano indietro molti spiriti sbigottiti, compromettono ciò che esagerano, ruinando ciò che trascendono. Fra coloro dunque che, per moda o per primeggiare, aveano invocato la tempesta, molti sgomentaronsi al vederla scatenata; e dagli inconditi sussulti di Francia presagendo qui pure la ghigliottina o il comunismo, corazzavansi contro coloro che pur seguitavano a chiamare fratelli.

Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti, dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’ Tedeschi.

Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’ tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano impotenti.

Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.

Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione, prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità. I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte, gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].

Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni, a contrapporvi il grido di repubblica.

Allora il paese restò scisso, e il dissenso offrì pretesti alle debolezze, alle avarizie, ai calcoli personali. I disordini della Francia svogliavano già molti dalla repubblica, perchè considerata come fine, mentre non è che mezzo alla libertà. Di coloro stessi che la vagheggiano come la pacificazione dell’avvenire, alcuni trovavano che il paese nostro non fosse abituato alla legale subordinazione, ch’è la prima virtù repubblicana, e bisognasse arrivarvi traverso alle alchimie costituzionali. D’altra parte, un sovrano, irradiato dall’aureola della libertà, e campeggiante per la causa comune, un Governo già stabilito il quale non avrebbe che ad estendersi, l’eroismo dei Piemontesi pugnanti pel nostro riscatto, la potenza che alla guerra verrebbe dall’unità del comando, inducevano a sovrapporre una corona al simbolo nazionale. Per queste ragioni, da non confondere colle servilità dei fiacchi che s’allietano qualora il caso loro manda un padrone, e degl’intriganti che, avendo l’accorgimento di voltarsi un quarto d’ora prima della fortuna, s’erano già ingrazianiti i cortigiani di Carlalberto, anche persone lealissime, anche tali che aveano imprecato al disertore del 1821, come Berchet, immolarono i rancori alla speranza ch’egli compirebbe la redenzione, e avvierebbe l’unità del paese.

Gli adulatori, che furono i peggiori nemici suoi, svilivano il re magnanimo fino a supporre che subordinasse la nazionale alla quistione dinastica, e trovasse convenevole ad una gran nazione il disporre di se stessa in modo intempestivo e tumultuario; i dissolventi tacciavansi di venduti all’Austria, fossero pure di quelli che più aveano contribuito a cacciarla; e posta come alternativa «Carlalberto o l’Austria», proruppero le stomachevoli prepotenze dei deboli.

Chè l’impulso venne dal basso. Il popolo di Modena, ripudiando la reggenza lasciata dal duca, avea creato un Governo provvisorio, preseduto da Malmusi: ma Reggio protestando ne formò uno a parte, e più d’un mese ebbe a contendersi prima d’unirli. Invece Parma stette contenta ai conti Luigi Sanvitale, Ferdinando Castagnoli, Girolamo Cantelli, e all’avvocato Ferdinando Maestri, designati dal duca stesso, e che formaronsi in Governo provvisorio, aggiunti il professore Pellegrini, Giuseppe Bandini e monsignor Carletti: ma i Piacentini esclamando contro il principe spergiuro, costituirono (1848 8 maggio) una reggenza separata, alla quale veniva l’avvocato Gioja; poi ben presto aperti registri, la fusione del ducato col Piemonte fu voluta senza restrizioni, com’era ad aspettarsi in paese piccolo e sconnesso. Brescia, col dichiarare proprietà della nazione bresciana i beni de’ Gesuiti, costrinse il Governo provvisorio a quelle persecuzioni di frati, da cui aborriva per indole, per politica, per rispetto a sè e alla libertà: dappoi la classe bassa e fiera cominciò a gridarvi la fusione col Piemonte. Bergamo assecondava; altre città minacciavano se indugiasse l’unione, la farebbero da sè; fin l’esercito divenne deliberante, e la legione Griffini mandò la sua adesione. Balbo, da che scese di carrozza a Milano fin quando vi rimontò, non sapea ripetere se non «Fondersi, e subito, subito»: Gioberti, ricevendovi le solite ovazioni, cercò far gridare a voce di popolo la fusione, promettendo Milano capitale dell’alta Italia[72].

Il Governo provvisorio chiamò dunque alla votazione, confessando che, «mentre avea proclamata la neutralità per poter essere un Governo unicamente guerriero ed amministratore, si trovava trascinato in mezzo alle distrazioni d’incessanti dispute politiche, e costretto a difendersi ogni giorno dall’insistenza delle più divergenti opinioni».

Chi non può sottrarsi da condizioni repugnanti alla coscienza, abdica il potere. Essi invece aprirono registri in tutte le parrocchie, chiamando il popolo a votare su punti dove non era competente; e come avviene immancabilmente, a grande maggiorità fu chiesta l’immediata fusione della Lombardia col Piemonte.

Il Piemonte nella dinastia di Savoja vede da un pezzo la gloria e la potenza, come l’interesse proprio; pure anche colà si cozzavano fazioni. La Savoja avea respinto una banda d’operaj, venuti di Francia proclamando la repubblica; ma dall’italianità non era infervorata agli aggravj impostile dalla guerra, sebbene li portasse con serena intrepidezza. Genova mirava altrove che il Ministero, e a surrogare il berretto alla corona, appena questa non paresse più necessaria alla causa nazionale. La coccarda tricolore, come fregiava il patrioto, così mascherava il brigante, che gettava nel fango il potere onde raccorne qualche brano; il sofisto, che preponeva la forma al fondo, l’espressione alla dottrina; l’intollerante, che la libera discussione strozzava cogl’insulti; il declamatore, amico e nemico prestabilito di qualunque siasi risoluzione; il pauroso che, portando al bottone Pio IX e tamburando Italia, non mirava che a sguizzare dal pericolo coll’adulare coloro che lo aveano cagionato. Ma da una parte quei che sempre eransi lamentati del troppo spendio nell’esercito, ora lamentavansi perchè a soldati e uffiziali nuovi mancassero le virtù di veterani; da un’altra si disapprovava come lusso di sacrifizj il mandarne altri nella vincitrice Lombardia: un prestito di dieci milioni restringevasi a sei; interpellavasi il Ministero sulle provvigioni di guerra, sull’esito di alcune battaglie, su quel che intendeasi fare, quasi premesse d’informarne il nemico; tutti quelli che sentivano vergogna di non combattere in campo, la mascheravano col combattere nella Camera, aperta l’8 maggio, o nei caffè con motteggi, con articoli, con frivole mozioni, ora di sottoporre i chierici alla coscrizione, ora di espellere i Gesuiti e le dame del Sacro Cuore; onde vi ebbe chi esclamò: — Se perdiamo tempo a cacciare i frati, non cacceremo mai i Tedeschi». Le affollate tribune applaudendo, fischiando, urlando, vilipendevano la maestà della rappresentanza nazionale, e violentavano la coscienza de’ legislatori.

A questi trambusti si gittò in mezzo la fusione colla Lombardia. A molti gradiva l’avere i Lombardi messa per patto un’assemblea costituente, colla quale speravasi introdurre nello statuto un più largo equilibrio fra il potere legislativo e l’esecutivo; ma un geloso antagonismo facea paurosi che Torino dovesse cedere il grado di metropoli a Milano, secondo l’avrebbero desiderato Genova, Novara e i ducati, e che i Piemontesi restassero in minorità nell’assemblea costituente[73]. In fine, si votò (13 giugno) che «la Lombardia cogli Stati sardi e coi ducati formerebbe un sol regno; e in assemblea generale si stabilirebbero le norme d’una nuova monarchia costituzionale, sotto la Casa di Savoja, coll’ordine di successione secondo la legge salica». Vale a dire che un Parlamento legislativo parziale imponeva limiti a un Parlamento costitutivo da eleggersi dalla intera nazione; e ch’è peggio, decretavasi la fusione di paesi già rioccupati.

Perocchè fra questi maneggi le condizioni italiane erano ite alla peggio. Alla vittoria de’ Milanesi tutta la penisola era trasalita di libertà e di speranze, e il movimento già trasceso, non che lasciarsi regolare dai principi, torcevasi contro di loro: da Modena e da Parma sommosse i duchi partirono: il granduca dovette deporre i titoli austriaci, e scegliere ministri di minor suo gradimento. Il papa, che colla cara ed autorevole voce avea benedetto alle speranze italiche, deputò un prelato suo dilettissimo (monsignor Corboli Bussi) al campo italiano; alle sue truppe diede generale Giovanni Durando piemontese e l’ordine d’accordarsi con Carlalberto; sollecitò i principi a mandar deputati a Roma per conchiudere una lega (29 marzo): ora però dolevasi si tiranneggiasse la sua coscienza: eppure fu costretto estrudere i Gesuiti, mentre dichiaravali «instancabili collaboratori nella vigna del Signore»; ai consiglieri di sua confidenza surrogarne altri, che gl’imponevano e parole e generali e guerra. I suoi intimi gli mostravano come pericolasse non solo lo Stato ma la nave di Pietro: i nunzj da Vienna e da Monaco gli faceano temere che la Germania non si separasse da un papa, il quale mettevasi ostile ai cattolici tedeschi: poi vedendo che Carlalberto domandava un’alleanza guerresca, e che fervea la briga di riunire l’Italia ma sotto altri auspizj, Pio IX pronunziò non favorirebbe un principe a scapito degli altri: — Il nome nostro (rispondea all’indirizzo de’ deputati) fu benedetto in tutta la terra per le prime parole di pace che uscirono dal nostro labbro: non potrebbe esserlo sicuramente se quelle n’uscissero della guerra... L’unione fra i principi, la buona armonia fra i popoli della penisola, possono solo conseguire la felicità sospirata. Questa concordia fa sì che tutti noi dobbiamo abbracciare egualmente i principi d’Italia, perchè da quest’abbraccio paterno può nascere quell’armonia che conduca al compimento de’ pubblici voti».

Inerme sacerdote, circondato da un concistoro cosmopolitico, sentendo tardi che la popolarità vuole schiavi i proprj feticci, lamentò che dalla diffusa voce della gran congiura si togliesse pretesto a perseguitare persone onorande e religiose[74]: poi come parvegli pericolare la nave che Dio gli affidò (29 aprile), disdisse ogni partecipamento colle rivoluzioni; non aver egli se non attuato quel che le Potenze già aveano suggerito a Pio VII e a Gregorio XVI, e ch’egli credea vantaggioso a’ suoi popoli; dolergli che questi non avessero saputo contenersi in fedeltà, obbedienza, concordia; non a lui doversi imputare le convulsioni italiche, a lui che aborriva la guerra, e repudiava coloro che parlavano d’una repubblica italiana, preseduta dal papa.

Roma, che obbediva al papa a condizione che il papa obbedisse a lei, sobbolle a questi voci (1 maggio), e bestemmiando come si bestemmia colà, minaccia sommergere nel sangue il pretesco dominio; si levano dalla posta le lettere dirette a cardinali e prelati, esponendole pubblicamente colle più strane interpretazioni; la guardia civica occupa le porte e Castel Sant’Angelo; grida di morte si diffondono. Pio IX procura calmare con un proclama mansueto: ma ogni parola n’è presa a onta, come un tempo prendeasi a lode; i circoli fremono. Il filosofo Terenzio Mamiani, profugo sin dal 31, e che coll’ingegno, l’onestà, la cortesia erasi acquistato venerazione in Francia, era stato ricevuto benchè negasse sottoporsi alle condizioni e promesse che l’amnistia esigeva, e da cui la coscienza sua repugnava; e favorito dalle classi colte, ne profittava per insinuare miti consigli; sicchè rimaneva indicato a capo d’un nuovo Ministero, nel quale entrarono il cardinale Ciacchi, Massimo, Galletti, Marchetti, Lunati, Doria Pamfili, Pasquale Rossi.

La onesta vacuità del Parlamento, dominata dalla melliflua parola di Orioli, dalla fulminante di Sterbini, dalla incessante del principe di Canino, rendea sempre più vacillante l’azione governativa, e cresceva lena alla sovversione ne’ circoli, ne’ giornali, sulle piazze. I liberali stessi scindeansi in centralisti e federalisti; quelli volendo metropoli di tutt’Italia Roma, questi conservando le prische capitali: ma ecco aspirar a questo onore anche Genova e Palermo: tutti poi nel concetto italico dimenticavano che un popolo non si amalgama come i diversi metalli per far una statua, e che l’unità nazionale è tutt’altro da quell’unità amministrativa e despotica, sciaguratamente trasmessaci dalla Rivoluzione francese.

Il nuovo Ministero, debole come i buoni, non volea l’unità italiana, non la rivoluzione, bensì l’indipendenza italiana e la separazione dei due poteri; il Mamiani dichiarava che «dimorando nella serena pace dei dogmi, Pio IX prega, benedice, perdona, ma lascia gli affari all’assemblea»; col che elevandolo in cielo, lo svestiva d’ogni autorità terrena. Il papa protestò, come protestò contro gli Austriaci allorchè un loro corpo invase Ferrara per dissipare un branco di truppe pontifizie: ma l’efficacia di lui era passata, come altre mode; e la forza popolare abbandonò il papato, allora appunto che più importava sorreggerlo e spingerlo.

Nè Pio aveva rinnegato la causa italiana; e quando il presidente della repubblica veneta gli raccomandava la sua città e «questa Italia, tempio magnifico del Dio vivente, nel quale la dimora dello straniero insultatore è una quotidiana bestemmia», esso, il 27 giugno, di proprio pugno rescriveva: — Iddio benedica Venezia, liberandola dai mali che teme»; al La Farina deputato siciliano, che gli faceva rimostranze, disse risentito: — Io sono più italiano di lei, ma lei non vuol distinguere in me l’italiano dal pontefice»; dal cardinale Antonelli fece scrivere al Farini, inviato suo a Torino, essere «volenterosissimo d’interporre la propria mediazione come principe di pace, sempre nel senso di stabilire la nazionalità italiana»; e il 3 maggio scriveva all’imperator d’Austria: — È stile che da questa santa Sede si pronunzii una parola di pace in mezzo alle guerre. Non sia dunque discaro alla maestà vostra che ci rivolgiamo alla sua pietà e religione, esortandola a far cessare le sue armi da una guerra, che, senza poter riconquistare all’Impero gli animi dei Lombardi e dei Veneti, trae funesta serie di calamità, certamente da lei aborrite. Non sia discaro alla generosa nazione tedesca, che noi la invitiamo a deporre gli odj, ed a convertire in utili relazioni d’amichevole vicinato una dominazione, che non sarebbe nobile nè felice quando sul ferro unicamente posasse. Quella nazione, onestamente altera della nazionalità propria, metterà l’onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione italiana? o non piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, come entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi ad abitare ciascuno i naturali confini con onorevoli patti e con la benedizione del Signore?» Anzi, per mediar la pace non meno col nemico che fra i parteggianti, pensò trasferirsi a Milano; e quanto la sua presenza avrebbe rincorato i nostri!

Ma già la diffidenza aveva ossesso gli spiriti; si sospettò che il Piemonte intisichisse in una mena dinastica la gran causa italiana; si sospettò che il Governo romano recuperasse il Polesine e le antiche ragioni sul Parmigiano e il Modenese; si sospettò del prelato che il papa deputava all’imperatore[75]; si sospettò del Ministero romano quando affidava a Carlalberto tutte le forze pontifizie; si sospettò della flotta che re Ferdinando spediva nell’Adriatico a rinforzare la sarda, i Siciliani al passaggio la cannoneggiarono, e nei proclami la insultavano ogni giorno; i capitani sospettavano dell’esercito napoletano, che ostinavasi a gridare «Viva il re»; l’esercito sospettava delle bande siciliane, contro cui avea combattuto nell’isola; Romagnuoli e Marchigiani sospettavano che i Napoletani volessero occupare Ancona, e prendere i loro paesi.

E il sospetto mandava a precipizio le cose del Regno meridionale. Vedemmo come la Sicilia rompesse il concetto dell’unione italica col dichiararsi indipendente sotto la presidenza di Ruggero Settimo. Il re, che i tempi rendevano impotente a resistere, consentì (18 genn.) ogni loro domanda; ma i Siciliani non aggradirono come dono quel che già teneano conquistato; data a Napoli la costituzione, essi la ricusarono perchè importava «unico regno la Sicilia e il reame di Napoli, e unica la rappresentanza nazionale»[76]; solo aggiungendo «bramar di unirsi al regno con legami speciali, e formare insieme due anelli della bella federazione italiana».

Il re, che i trattati impediscono dal separare i due regni, accorda alla Sicilia Parlamento distinto (10 febbr.), e un luogotenente generale con ministri, oltrechè terrà un ministro siciliano presso di sè: ma i Siciliani vogliono non s’intitoli più re del regno delle Due Sicilie, ma solo delle Due Sicilie; sia bandiera la tricolore, nè truppe napoletane nell’isola: il Comitato generale più domanda quanto più il re concede e via via infervorandosi, rifiuta i servigi de’ migliori perchè ne aveano prestato ai Borboni, e così obbliga a valersi dei ribaldi; in odio della centralità amministrativa scioglie i legami che congiungeano i Comuni collo Stato, onde non resta nè forza nè obbedienza. I trasmodati inviperivano contro i Napoletani, proclamando, — Che hai tu fatto, regno d’infingardi e di perfidi? «Fu la Sicilia che ti spinse; volesti che il nostro brando ti spezzasse le catene che amendue ci serrava, per divenire libero e offenderci. Mentre poltristi nella viltà, osi chiamar sorella la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero mentre tu nel meglio ti ritratti, quasi sacrilegio avessi commesso. Il cuore ti trema, nè oseresti tentare ciò che con minori genti abbiam noi in un giorno compito. Non appellarci dunque fratelli, che mai fra noi non è stato nè sarà nulla di comune». Anche il padre Ventura, avvoltolatosi nella politica, commemorava gli storici patimenti della Sicilia, e quanto fosse giusta nelle sue domande, ingiusti i Napoletani nel negarle, e nel volerla unita con loro nei mali della guerra che intraprendevano e nei pericoli d’una libertà che non conserverebbero.

Lord Minto, che avea girato l’Italia in condizione anfibia, supposto inviato dall’Inghilterra, e sparpagliatore di consigli di cui restava irresponsale, si offre mediatore; e tanto basta perchè l’isola credasi appoggiata dagl’Inglesi. Il re consente a tutto, fin a nominare suo luogotenente il Settimo; ma la Sicilia esige che il re risieda nell’isola, e le ceda metà dell’esercito e della flotta, protestando non farebbe «niuna essenziale modificazione a tali proposte, ed essere inutile qualunque forma di negoziazione». Il Ministero napoletano pubblica una protesta (22 marzo) contro pretensioni, «che turbano positivamente il risorgimento d’Italia, e compromettono l’indipendenza e il glorioso avvenire della patria comune, specialmente in questo momento supremo, in cui tutti gl’Italiani sentono potentemente il bisogno d’affratellarsi in un solo volere»; e i Siciliani per risposta convocano il Parlamento; aprendo il quale (25 marzo) Settimo dichiara che il Comitato generale operò sempre nella convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da verun altro Stato.

Era allora sul crescere la marea de’ popoli; talchè Palmerston, il quale avea sconsigliato il re dal prender parte alla guerra d’Italia come repugnante ai trattati, allora lo esortava a rassegnarsi a qualsifosse condizione, giacchè nè Inghilterra vorrebbe, nè Prussia potrebbe ajutarlo a sottomettere l’isola[77]. E il re esibì perfino di trasmettere la corona di Sicilia a suo figlio minore, coll’unico patto che fosse ricevuto: e la risposta fu dichiarare scaduti i Borboni (13 aprile).

Nel tempo che dappertutto parlavasi d’unità italiana, inestimabile danno recò questa scissura, che costrinse il re di Napoli a volgere contro Italiani una parte di sue forze. Le restanti furono avviate alla Lombardia sotto Guglielmo Pepe, caporione in tutte le sommosse dal 1796 in poi. La flotta erasi già spinta ad Ancona sotto l’ammiraglio De Cosa: ma neppure questo potentissimo ajuto doveva arrivare. Il nuovo Ministero, dov’erano entrati i liberali Poerio, Savarese, Carlo Troya, e come presidente il principe di Cariati, diplomatico esercitatissimo, nel suo programma professava che «le due Camere, d’accordo col re, avriano facoltà di sviluppare lo statuto, massimamente in ciò che riguarda la Camera de’ pari». Per attuarlo convocavasi a Napoli il Parlamento, proponendo ai deputati giurassero di «professare e far professare la religione cattolica; fedeltà al re del regno delle Due Sicilie; osservare la costituzione del 10 febbrajo». Nell’adunanza preliminare questa formola incontra gravi contraddizioni; «è da Sant’Uffizio cotesto inceppare le credenze: se riconosciamo il re, veniamo a giustificare la guerra fratricida di Sicilia: la fedeltà alla costituzione data sminuirebbe il diritto promesso alle Camere di modificarla»; si parlotta, si declama, più a baldanza si grida perchè si sa come il Governo è disposto a cedere. In fatto quella formola si tempera, riservando le modificazioni che allo statuto farebbero il re o il Parlamento: ma la concessione pare machiavellica sopraffina, tanto o le menti erano stemperate, o rese diffidenti da storiche perfidie: si ripete dover il Parlamento essere costituente, non costituito; il re esser uno, essi cento; il diverbio dal palazzo civico di Montoliveto echeggia di fuori, e ne nasce tumulto, che gli uni dissero eccitato dai repubblicani per trascendere, gli altri dai reazionarj per toglierne titolo a comprimere, e chi dai Piemontesi per trarre anche questo paese alla loro fusione; ciascuno solendo imputare agli avversarj o le imprudenze o i misfatti di cui soffre le conseguenze. E il re assentì altre domande (11 maggio) e un nuovo Ministero; onde alcuni deputati si diffusero fra la turba raccomandando di disfar le barricate dacchè l’oggetto della dimostrazione era conseguito: ma il movimento è facile ad imprimersi, non a regolarsi.

Coloro che altrove si adulano col nome di popolo e quivi si vilipendono col nome di lazzaroni, presero parte pel re contro cotesti disputatori; gittatisi alle furie, incendiarono, uccisero; gli orrori che di quella giornata raccontano i liberali, si direbbero inventati per iscagionare i Croati. I deputati rimaneano raccolti senza prendere alcun partito, finchè da un uffiziale ebbero l’intimazione di ritirarsi; e fatta protesta, se n’andarono tra i fischi della popolaglia. La necessità del reprimere la rivolta restituì al potere gli arbitrj strappatigli dalla ragione; e il re, stretto fra la ribellione della Sicilia e la sommossa della capitale, richiamò l’esercito suo dal Po.

Pepe, generale sfortunato della sommossa del 1821, esule d’allora in poi, era conosciuto nelle società segrete ma non da quei soldati, docili piuttosto ai particolari capitani, e devoti al re; sicchè egli rassegnò il comando al generale Statella: ma ecco i volontarj tumultuano contro l’ordine del re traditore; Statella, costretto a ritirarsi, in Toscana è insultato, mentre s’applaude a Pepe, che disobbedendo mena di là dal Po un battaglione di cacciatori e due di volontarj napoletani, uno di lombardi, uno di bolognesi, una batteria di campagna, e va a Venezia dov’è creato comandante supremo delle forze. Il resto dell’esercito diè volta; e quest’altro potentissimo e ben ordinato soccorso rimase sottratto alla causa nazionale, dolendosi il re di «non poter partecipare a sì nobile impresa, e dover soltanto ammirare le gloriose geste dell’esercito sardo, cui augura sollecita e lieta vittoria».

Troya rinunzia al Ministero, che è ricomposto con Bozzelli, coi principi di Cariati, d’Ischitella, di Torella, col generale Carascosa e l’avvocato Ruggeri, in voce di liberali. Al 15 giugno si tolse lo stato d’assedio, e si rintegrò la libera stampa, che trascorse subito in eccessi, corretti solo dalla plebaglia o da’ militari, che istigati od offesi andavano a rompere i torchj. Rinnovate le elezioni, ricaddero quasi sulle persone stesse: ma alcune erano profughe, sgomentate altre; e quei che accettarono, davano indietro dalle dottrine testè proclamate, come la cittadinanza rimanea muta avanti al vessillo tricolore, che tornò a sventolare da Sant’Elmo. Il re, aprendo il Parlamento (11 luglio), ripeteva «l’inflessibile risoluzione di assicurare a’ suoi popoli il godimento d’una libertà saggiamente limitata; fidassero nella sua lealtà, nella sua religione, nel suo sacro e spontaneo giuramento». Ma i deputati diffidavano dei ministri e del re, il popolo diffidava dei deputati: e ciancie e reciproche recriminazioni furono l’unico frutto del senno ivi congregato. Si richiese di mandar ancora un esercito alla guerra santa; ma come farlo se nelle provincie ripullulavano sommosse e guerra civile, odj reciproci, reciproche paure di tradimenti?

In Calabria Ricciardi, Mileti ed altri vollero considerarsi come una continuazione del Parlamento, sebbene gran parte dei deputati della nazione avesse accettato di sedere nel nuovo. Le truppe, reduci dalla guerra santa, repressero gl’insorti, invano sorretti da Sicilia: i costoro capi poco mancò non dessero lo spettacolo di accapigliarsi fra loro; perchè non riuscirono, ebbero taccia di traditori, e fin Ribotti non potè purgare il proprio nome, benchè sempre fosse comparso alla prima fila, e côlto dai Napoletani fosse sepolto nelle carceri. Francia repubblicana, Inghilterra istigatrice, il papa cattolico (diceasi) protesteranno contro gli abusi della vittoria regia, e vendicheranno i popoli. Ahimè! il papa era avviluppato in domestiche sciagure: Francia, svogliata della libertà, si contentò di domandare compensi pei danni patiti da Francesi in Napoli: Inghilterra e altre Potenze non credettero che Ferdinando avesse torto di usare d’una vittoria datagli da’ suoi avversarj.

Perduto coi fatti, resta lo sfogo delle parole: e poichè in quei tempi nè l’odio nè l’ammirazione conoscevano misura, le imprecazioni contro Pio IX traditore, contro il Borbone assassino erano tante, quanti gli applausi a Carlalberto, dappertutto salutandolo re d’Italia; in tal senso faceansi prediche, intrighi, tumulti qua e colà; il principato di Monaco pronunziavasi per lui; il Parlamento siciliano, dopo una tumultuosa discussione, chiedeva re un figlio di esso (10 luglio). Era naturale che Roma, Toscana, Napoli ingelosissero di vedersi condotte a combattere, non più per la causa nazionale, ma per indossare ad un solo i proprj manti, e rinascesse l’inveterato capriccio del volere servire tutti, piuttosto che veder sovrastare uno de’ nostri. Cessato il buon accordo, il nicchiare de’ principi accanniva i popoli; e lo stesso Carlalberto, re che guidava una guerra d’insurrezione, soccombeva alle sconsigliate ammirazioni, e sentiva tentennarsi in mano la spada, che avea promessa redentrice d’Italia.

I Tedeschi, a principio diffusi per tutto il regno, dovettero rimaner inferiori, sinchè non si concentrarono nelle loro fortificazioni. Carlalberto non si credette sicuro qualora non possedesse come base d’operazioni il Mincio e l’Adige; e mentre avrebbe dovuto confidare in Venezia, si ostinò davanti a fortezze, inespugnabili da soldati inavvezzi alle stragi del cannone. La cui prodezza non potea contro i terribili munimenti della natura e dell’arte? Nulla scoraggia quanto l’inutilità degli sforzi. I viveri erano mal distribuiti, e lasciavano affamare nel paese dell’abbondanza. Le bande de’ Crociati, inesperti, smaniosi di titoli e di comandare tutti, mostrarono eroismo allo Stelvio, al Tonale, a Curtatone, ma non l’accordo, l’obbedienza, la perseveranza che richiedonsi per vincere; vi si mescolava feccia di viziosi che disonoravano anche i buoni; e colle improvvide correrie nel Tirolo e a Castelfranco cagionarono ruine di paesi e infruttuosi supplizj.

Una volta il Governo provvisorio mandò al colonnello Alemandi perchè sistemasse quelle squadriglie, ma ciò le scompose. Rimossi dalle battaglie, traviavano in giuochi e bagordi entro le case testè bombardate dai Tedeschi e testimonj di gloriosissime difese, o intrigavano di politica. Come avviene fra gente inusata alle imprese, prodigavansi lodi a costoro, o se le prodigavano da sè nei giornali; qualunque gran coraggio, qualunque lunga pazienza trovavansi qualità affatto ovvie nei soldati; trovavasi miracolo ogni minimo sforzo in questi subitarj, d’altra parte avuti in sospetto come democratici; laonde i tattici ripeteano: — A chi le fatiche, i patimenti, le morti? A noi; mentre quei che stanno a casa a far feste e banchetti ci lanciano vituperj, ci chiamano vili; ringrandiscono le geste de’ nemici, le nostre deprimono; noi più che gli Austriaci odiano; la nostra disfatta desiderano affinchè la repubblica trionfi. Oh, i nostri nemici non sono a Verona, ma a Milano, a Genova, a Torino; non sui campi e dietro le trincee, ma ne’ giornali e ne’ circoli, ove imbelli parlatori eccitano malevolenze nelle città, sedizioni nel campo, e credono mostrare libertà col disapprovare tutto, col gridare ai tradimenti perchè non vinciamo, non moriamo».

Ciò svogliava il re dal valersi delle bande: eppure fu vero torto l’arrestarsi nella strategia precettiva, e repudiare la potente alleanza dell’insurrezione popolare; e per la sublime ambizione d’esser l’eroe dell’italico riscatto, non avere sofferto altre spade, meglio acconce ad una guerra che non era da re. Francia, briaca dei trionfi suoi e intormentita dalle proprie convulsioni, prendeva alla causa italica soltanto un interesse di ciarle; oltrechè se ne elidevano le simpatie col gridare Italia farà da sè. Gioberti avea detto di temere meno il dominio austriaco che l’ajuto francese. Mamiani ministro a Roma, proferiva: — Massima sventura della nostra nazione sarebbe la troppo fervorosa e attiva amicizia di alcun grande potentato» (giugno). Quando l’Austria, quasi non cercasse che la decenza dell’abbandono, mediante l’Inghilterra offrì di comporre Modena, Parma e la Lombardia fin all’Adige in un regno indipendente sotto un arciduca, poi persino di cedere questi paesi, non fu tampoco permesso di darvi ascolto; e il re medesimo, almeno in pubblico[78], trovava che alla guerra assunta per l’italianità non poteva convenirsi altro termine che l’intera emancipazione.

È sempre degno del più forte il propor la pace; ma i linguacciuti non vi vedeano che un sintomo dello sfasciamento dell’Austria. E per verità le proposizioni erano state dirette dal ministro imperiale Fiquelmont nel momento che l’Austria, arietata dalle rivoluzioni rinascenti dappertutto e nella stessa sua metropoli, pareva sobbissare: ma ben tosto ella potè ripigliare il vantaggio; e dacchè l’impero non fu più che nel campo di Radetzky, l’onor nazionale si trovò impegnato a sostenerlo a ogni costo. Quelle Alpi, che sgomentano l’immaginazione e fanno bel giuoco alla poesia, non furono mai insuperabili ad eserciti forestieri da Ercole fin adesso, quando Nugent menò per le Carniche ventimila uomini a rinforzo di Radetzky. Invece di perder tempo intorno a Palmanova ed Osopo, come faceano i nostri a Peschiera, dissipando qualche resistenza delle città munitesi subitariamente e delle bande, egli passò il Tagliamento e la Livenza, e presa Udine (23 aprile) un mese appena dopo insorta, accampò a Conegliano presso la Piave. Giovanni Durando, generale de’ Pontifizj, dopo molto esitare fra gl’impulsi popolari e le renuenze del pontefice, era comparso; e il dover suo sarebbe stato d’accorrere nella Venezia, e impedire questa calata di rinforzi: e ve lo sollecitavano i Veneziani[79], ma così non la sentivano nè il Ministero romano nè Carlalberto; sol tardi giunse, e non impedì che fossero prese (5 maggio) Feltre, Belluno, Bassano. Oltre la non dissimulata avversione del papa a questa guerra, intrecciavansi i comandi suoi con quelli del generale Ferrari capo di volontari romagnuoli, e del generale Antonini capo di raccogliticci in Francia: gente mal disciplinata, e capitani gelosi perchè pari, gli uni credonsi traditi dagli altri perchè non si sussidiano a vicenda, e tutti pajono intenti più ch’altro a non pericolare i loro seguaci. Ferrari, non soccorso nel fatto di Cornuda da Durando ch’erasi ritirato alla Brenta, recede a Treviso: quivi accorre pure Durando, e il nemico ne profitta per assalire Vicenza: se non che la gagliarda resistenza dei cittadini basta a respingerlo.

Nuovi rinforzi al nemico conducea Welden pel Tirolo; e Radetzky con un colpo arrischiato tentò girare alle spalle de’ Piemontesi, i quali senz’averne avviso trovaronsi assaliti a Goito (29 e 30 maggio): i soldati e i volontarj toscani a Curtatone e Montanara aveano sostenuto coraggiosi l’assalto di triplo numero di nemici, comandandoli Laugier; e dopo sei ore dovettero ritirarsi in rotta quei che non rimasero morti come il professore Pilla, o prigionieri come il Montanelli. Quanto fu il lutto della mal agitata Toscana, e quanto lamentarsi di madri e di fratelli, impreparati a tante perdite! Tardi giunse a soccorso Bava coi Piemontesi, o non informati della mossa, o lenti a ripararla: intanto però Carlalberto avrebbe potuto vantaggiare di quel soprattieni, e colla sua copiosa riserva involgere il corpo di Radetzky, e tagliarlo fuori delle sue fortificazioni: ma mentre tutta Italia solennizzava la resa di Peschiera, lasciò che il nemico, rifattosi e fidando nell’inesperienza di lui, abbandonasse le proprie posizioni per correre ad incalzare Vicenza, che difesa dai cittadini, dagli Svizzeri, dai Pontifizj sopraggiunti, pure dovette capitolare (11 giugno). Durando patteggiò di ricondurre di là dal Po i Romagnuoli, nè più combattere nella guerra santa; alquanti ricoverarono a Venezia con Ferrari e Antonini; Treviso, Palmanova, Osopo non tardarono ad essere occupate (13 giugno) dagli Austriaci, ai quali restò aperto il varco verso la Germania per la Ponteba e pel Tirolo, mentre Radetzky, compite le decisive operazioni, rientrava nelle inespugnabili bastite.

Cessava la speranza del vincere, eppure le illusioni cresceano, e mostrando i disastri ripeteasi: — Nessun’altra salvezza che nel re e nel suo esercito». Ciò fece sollecitare la fusione della Lombardia: ma qual capitano avrebbe potuto condursi fra le ciarle di quattro Parlamenti, di centinaja di circoli, di migliaja di giornali? e Carlalberto che «era entrato in campo più per cancellare colpe vecchie che per acquistare glorie nuove» (Ranalli), era costretto rispettare quell’inesauribile retorica. Rinforzarsi sull’alture di Sommacampagna, che sono il baluardo della Lombardia, era il partito che unico gli restava, e lo prese: ma stanco dell’inazione, e spronato dalle lodi e dalle accuse, volle prendere l’offensiva col bloccare Mantova, e spinse quarantamila uomini sull’ala destra; col che assottigliò la linea, scoprì la sinistra, e aperse il varco di Rivoli, ch’egli erasi acquistato con tanto vanto. Allora Radetzky, sbucato da Verona, e con ardita mossa sfondando il sottile nemico, si spinse contro il centro (23 aprile), e prese Sommacampagna senza aver vinto una battaglia. Dov’io, sebbene schivi le particolarità de’ combatimenti, avvertirò come il nemico non esitasse ad abbandonare sguarnita persino Verona, tanto sentiva l’importanza di farsi grosso sopra un punto solo; e come la posizione decisiva di quella giornata fosse presa da ottocento volontarj viennesi, giovani nuovi alle armi, di cui soli cencinquanta uscirono illesi. Sono atti proprj della guerra insurrezionale, e li faceva il domatore.

Tardi accortosi del fallo, il re diresse tutta la gagliardia a ricuperare la posizione, ma non potè celeremente concentrare truppe così disgiunte, e dalla inattesa celerità del nemico si trovò circuito; e il nome di Custoza (25 luglio), come altri, ricorda valori e sventure. Allora cominciano i disastri. I grossissimi magazzini cadono preda degli Austriaci; gl’invii di nuove provvigioni restano tagliati fuori, e l’esercito per due giorni difetta di cibo e di vino, mentre lo sferza un sole cocentissimo, e lo incalzano senza resta i nemici, ben pasciuti e incorati dalla vittoria. Il re, sconfitto prima d’essersi accorto dell’attacco[80], da Goito manda a cercare un armistizio; e Radetzky lo consente; purchè abbandoni tutte le fortezze, e si ritiri dietro l’Adda. A questi patti esorbitanti il re preferì piegare sopra Cremona per coprire questa città, dove giaceano i feriti. Giuntovi, e accortosi di non vi si poter reggere, ogni buona legge di guerra gli suggeriva di ricoverare per Piacenza ad Alessandria, sua base d’operazione: ma non l’avrebbero tacciato di combattere per sè, anzichè per l’Italia? Difilasi dunque sopra Milano (3 agosto), professandosi risoluto a difenderla, quasi sia possibile per una città sì estesa e sguarnita, e dopo che avea mandato di là dal Po il gran parco d’artiglieria.

A Milano il Governo provvisorio, dopo la fusione, avea ceduto il potere ai commissarj regj generale Olivieri, Montezemolo, Strigelli. Giunsero allo stringere del pericolo; onde si pensò invigorire la resistenza mediante un Comitato di pubblica difesa[81], che pubblicò prestito, armamento, silenzio de’ giornali, inquisizione contro gli abbondanzieri, quella sfuriata d’editti che si fanno quando non si può far altro. Realmente nella città aveasi sufficienza di viveri, di polvere, di cartuccie, recente memoria d’eroismo, afflusso di profughi dalle città rioccupate; la guardia nazionale, messa al comando del generale Zucchi, potea valere a difesa, appoggiata dall’esercito che battesse di fianco il nemico: inoltre tutto l’alto paese era libero; le creste dell’alpi Retiche munite di cinquemila volontarj; Griffini con cinquemila altri presidiava Brescia; il temuto Garibaldi accorreva dal Bergamasco nella Brianza, sicchè poteasi minacciar le spalle del nemico con dodicimila volontarj, a dirigere i quali il re avea spedito Giacomo Durando, generale piemontese impratichito in Ispagna alla guerra di squadriglie.

Se di ciò incoravansi gli animosi, i più disperavano, e torme lamentevoli e costernate fuggivano dalla città. Noi difendevamo l’Adda da Cassano in su, e i Tedeschi già la passavano (1 agosto) verso le foci sul ponte di Grotta d’Adda, lasciato sprovvisto; a gran pena evitasi nell’esercito il pieno scompiglio; le strade ingombre di carriaggi fanno penosissima la marcia, desolata anche da rovesci di pioggia; e di cinquantamila uomini, che eransi mossi in ritirata da Goito, venticinquemila appena avvicinavansi a Milano. Radetzky, lasciati tremila uomini a Cremona, diecimila avviatine verso Pavia, con trentacinquemila accampò nei prati di San Donato presso Milano, e battendo rincalzava i nostri verso la città. Molti cittadini sortirono a combattere, e il re vedemmo in mezzo a noi aspettare le palle nemiche, siccome chi più non ha nulla a perdere nè a sperare. Conosciuta irreparabile la rotta, ci diemmo di tutta forza a far risorgere le barricate: ahimè! l’entusiasmo era sbollito; e quei che bastarono a cacciare il Tedesco quando concordi, or non valeano a tenerlo fuori perchè disuniti: gli uffiziali ripetevano essere inutili quelle difese popolari quando cannoni s’aveano da spazzar le vie: il popolo supponea volessero difendere una città, sulla quale aveano attirato il nemico, e invece li vide sfilare verso la patria.

La disgrazia rende ingiusti, e cessata la speranza della vittoria, parvero cessare le scuse della sconfitta. Si pretese che Carlalberto, vistosi incapace di restaurare la fortuna, patteggiasse con Radetzky d’aver libero il ritorno, consegnandogli una ad una le città cui passerebbe. Sempre il tradimento! ragione infingarda che dispensa dal cercare le vere. Unico suo torto fu l’essersi creduto buono a condurre una guerra, sol perchè la desiderava, e l’aver sino a quell’estremo dissimulata la miserabile condizione del proprio esercito, e con ciò dato lusinga d’una difesa, anche dopo aver capitolato. Avesse scoperto il vero, si fosse immediatamente ricoverato sotto Alessandria, risparmiava tanti patimenti al suo esercito e gli estremi sforzi ai Milanesi, che, delusi nell’aspettazione e non ancora ridotti alla rassegnazione di chi si trova sconfitto, proruppero in improperj; il grido di traditore fu lanciato di nuovo in volto al misero re, che aveva esposto la vita propria e de’ figli; e coloro che l’incensavano inorpellato di diademi, non seppero rispettarlo coronato dell’avversità, nè ricordare che ciò ch’è coraggio davanti alla tirannia, diviene viltà dinanzi alla sventura. La notte (6 agosto) egli usciva celatamente da Milano: il domani rientravano i Tedeschi in una città muta e vuota d’abitanti, che a migliaja rifuggivano in Piemonte o in Isvizzera[82].

L’armistizio (9 agosto) portava, che l’esercito vuoterebbe la Lombardia e le piazze forti di Peschiera, Osopo, Rôcca d’Anfo, gli Stati di Modena, Parma, Piacenza, e inoltre Venezia e la sua terraferma: nessuna parola dei popoli, e neppur delle bande volontarie. Non era firmato dal Ministero, bensì dal generale Salasco, al quale allora i ministri stranieri presero a rinfacciare d’aver con ciò rovinato i buoni accordi ch’essi erano in via d’ottenere, cioè che i due eserciti restassero nella relativa posizione, finchè si negoziasse una pace, fondata sull’indipendenza della Lombardia[83]; allora il Parlamento a imputarlo d’aver trasceso i poteri con un atto che teneva alla politica; allora il vulgo a insultarlo, poichè in ogni disgrazia vuolsi una vittima che cangi in ira la vergogna, e incolpasi chi fece quel che non potea tralasciare. Ma Salasco rispondeva: — Le insurrezioni si fanno dai popoli, le guerre si combattono dai soldati; e questa era guerra: e poichè i primi nè s’erano mossi nè accennavano di muoversi, e gli altri mostravansi e disordinati e ritrosi, unica salute rimaneva una sospensione d’armi».

In fatto per allora i Tedeschi fermaronsi al Ticino, lasciando inviolato il Piemonte: i volontarj di Lombardia vi furono dal bravo Giacomo Durando ricondotti traverso a territorio occupato dai nemici, benchè di loro non parlasse la capitolazione, e dai repubblicanti fossero esortati a buttarsi ne’ monti e cominciare la guerra del popolo, il quale non si scosse: le milizie toscane lasciarono Piacenza, macchiandosi coll’assassinare il proprio colonnello Giovanetti. Ma i Tedeschi si stesero nei ducati, pretestando gli accordi, la parentela e le aspettative, e istituendovi Governi militari; passarono anche in Romagna, proclamando recar guerra non a Pio IX, ma ai fazionieri che, malgrado suo, gli avevano osteggiati. Pio protesta contro quel proclama, e non voler separare la sua dalla causa de’ popoli, e intima a Welden che sgombri: ma il sant’uomo avea perduto ogni efficacia, e i suoi ministri barcollavano, discordi e da lui e dalla nazione. Bologna con ammirato coraggio respinse gli aggressori (8 agosto), facendo tra il suono dei cannoni e delle campane a stormo echeggiare per l’ultima volta congiunti i nomi d’Italia e Pio IX: l’eroismo soccombette, e se ne prevalsero i ribaldi, che abbrancate le armi, le disonorarono con ferocia di saccheggi e assassinj, continuati più giorni contro chicchefosse, col titolo di spia o di aver servito al Governo papale, o più veramente perchè aveano denari o un nemico; talchè la forza nazionale dovette ritorcersi contro costoro, i quali non tolsero che Bologna fosse ingloriata d’eroismo al par di Milano e Palermo.

E un’altra volta l’alta Italia restava a discrezione degli Austriaci, eccetto Venezia. Vedemmo come questa legalmente acquistasse la propria libertà, ma parve dimenticare la necessità di difenderla; ed oltre l’errore che la privò della flotta, rimandò a casa i tremila capitolati italiani, e lasciò prendere a chi volle le munizioni dell’arsenale. Secondo le sue tradizioni, proclamossi repubblica, ottenne l’adesione delle città della terraferma, e fu riconosciuta dal Ministero del Piemonte, che vi mandò il generale Lamarmora affinchè sopravvedesse agli armamenti. Stavano a capo delle cose l’avvocato Manin e il dalmata Tommaseo, elevati perchè vittime, ma nuovi agli affari, e che ben presto discordarono fra sè. Apponeasi a Manin che restringesse le sue idee alle lagune, alle Potenze straniere parlasse di Venezia, non dell’Italia, non della liberazione della terraferma, le cui città presto dimenticarono l’adesione per torcersi a Carlalberto, il quale potea salvarle se avesse diretto parte di sue truppe alle alpi Carniche, o spintovi gli alleati di Romagna[84]. Se nol facea, davasene per ragione l’aver preferito la bandiera repubblicana alla regia; e il Comitato di Padova, ergendosi interprete anche delle altre città, intimò al Governo di Venezia di fondersi col Piemonte, o esse se ne staccherebbero. Decidere della patria per ischiamazzi di plebe o di giornalisti pareva indegno; onde si assegnò un’assemblea di deputati che risolvesse: ma le città neppure questo attesero, e sull’esempio della Lombardia si diedero al re, ne’ giorni appunto che i Tedeschi le rioccupavano.

Venezia però era ancor salva, e per la sua posizione poteva difendersi. Sprecata l’occasione d’aver tutta la flotta, teneva due corvette e due brigantini sotto Brua, cui si unirono due fregate a vela e altrettante a vapore napoletane e tre brigantini a vapore, comandati da De Cosa, e quando gli uffiziali di essa vennero a visitare Venezia (22 maggio), fu la festa più splendida che da cinquant’anni si vedesse: il Piemonte avea spedito la sua flottiglia sotto l’ammiraglio Albini che comandava in capo; e così formavano il doppio dell’austriaca. Questa rincacciarono nella rada di Trieste, dove facilmente avrebbero potuto distruggerla, e sollevare quella città e l’Istria; ma per riverenza alle proteste germaniche non osarono; poi ben presto i Napoletani se ne staccarono, come dicemmo, per combattere non Tedeschi ma Italiani. Pepe, ridottosi a Venezia, fu eletto comandante supremo dell’esercito, che consisteva in diciottomila uomini, mal in monture, bene in armi e munizioni, privi d’esercizio, con un’infinità di uffiziali che il grado eransi dato da sè, o s’erano fatto dare dai soldati o dallo schiamazzo. Vero è che poco aveano a fare, poichè, sebbene Welden avesse occupato tutto il littorale, stendeva appena diecimila uomini su lunghissima linea; in fazioni parziali, massime alla Cavanella e a Malghera, esercitarono il valore, nulla decisero.

Cessato di sperare da Napoli, non restava che Carlalberto, e a lui gridavansi i Viva, i Mora a Manin e Tommaseo, da quei moltissimi che dal continente correano a cercarvi ricovero dalla paura, libertà di piazzate, apparenza d’eroismo. Raccolta l’assemblea (4 luglio), esposero i ministri la condizione delle cose; abbondarvi l’armi, bastevole la marina, ma occorrere due milioni e mezzo di lire al mese, mentre n’entravano appena ducentomila. Messasi allora in dibattimento la fusione, non mancò chi s’opponeva. Venezia, diceano, proclamando la repubblica, non avea che seguìto la sua storia; del resto capì la necessità di non disgiungersi dalla sorella

Lombardia, e la imitò, asserendo si terrebbe neutra sulla forma politica fin a guerra finita. Tale neutralità erasi violata da coloro che primi l’aveano annunziata; ed avviatasi la fusione della Lombardia, le città venete blandite dai cortigiani, che usavano arti semiliberali, semipopolari, semimagnanime per farsi esibire il carciofo invece di ciuffarlo risolutamente, aveano rivolto indirizzi, poi deputazioni al re. Ripetono che il paese non è maturo a repubblica, e intanto lo fanno decidere da sè le proprie sorti colla più avanzata forma repubblicana, qual è il voto diretto universale, e senza previa discussione, e sopra gli affari in cui è meno competente, i politici. Che se il pericolo è urgente, forse si svia colla fusione? Se vi erano dissensi, non invelenirono con queste brighe? Perchè supporre al re la grettezza di rovinare la causa nazionale per aspirazioni dinastiche? Se bisognano soccorsi stranieri, ciò renderà men facile l’ottenerli.

Discussioni superflue quando l’esito era prestabilito, e l’immediata fusione col Piemonte restò vinta a gran maggiorità. Manin, professando di pensare repubblicano ma di non ostare a quel che la necessità impone, non volle parte nel nuovo Governo, ed ebbe lodi e vituperj. Accettata dal Parlamento piemontese la fusione (7 agosto), vengono commissarj regj il generale Colli e lo storico Cibrario, proclamando che «chiamato dal loro libero voto, il re Carlalberto gli accoglie e li proclama eletta parte della sua grande rigenerata famiglia». Era il domani appunto della resa di Milano; e all’11 giunge l’avviso che Carlalberto nell’armistizio cede anche Venezia. Più non si rattiene la folla dei tanti colà ricoveratisi; e concitati dal lombardo Sirtori e dal toscano Mordini, costringono i commissarj a congedarsi; Manin, rialzato sull’aura popolare, quieta la sommossa, e dice: — Per quarantott’ore governo io: ora sgombrate la piazza, chè bisogna silenzio e calma per provvedere alle necessità della patria»; e il popolo si ritira (13 agosto), ed egli salva gli Albertisti dal furor demagogico: poi radunata l’assemblea, è gridato dittatore, mentre, per togliergli un emulo e un ostacolo, Tommaseo viene spedito a invocare gli ajuti di Francia; si decreta di resistere fin all’estremo; ed esulta la speranza che Venezia basti ancora una volta a ricovrare le reliquie della perduta Italia.

Quel diroccamento delle fortune italiche, oltre eccitar dappertutto la riazione contro la violenta unità predicata dagli Albertisti, esacerba gli animi anche in Piemonte, e precipita i consigli. Il re, con un proclama mestamente dignitoso annunzia i disastri dell’esercito in cui stavano tutte le patrie speranze; «torna esso con onore di forte e bellicoso; vogliate accoglierlo con fraterno saluto che ne allevii il dolore: io co’ miei figli sto in mezzo a voi, pronti a nuovi patimenti per la patria». Ma che in quattro mesi l’esercito sì agguerrito non riportasse una vittoria, mentre tante n’avea avute il popolo inesperto a Milano, a Bologna, nel Cadore, dove sin le donne mostraronsi eroine, nel Vicentino; che centomila uomini, senza campale sconfitta nè gravi perdite, in pochi giorni cedessero un vastissimo territorio e tante città, le quali dianzi da se medesime aveano saputo liberarsi, pareva strano fin a quelli che la guerra aveano sempre sconsigliato: or pensate ai diversi! Da Torino vengono deputati a chiedere de’ misteriosi rovesci spiegazione al re, il quale in Alessandria celava quasi obbrobrio quella ch’era sventura; i Lombardi ivi rifuggenti sono accolti con aspreggio, dai retrogradi come incitatori d’una guerra che rovinò il paese, dai caldi come troppo pigri ai soccorsi, dai municipali come avversi al Piemonte; l’ingiuria baldanzeggia, quanto un giorno la fratellanza.

Cesare Balbo che, dopo ventisette anni d’aspirazione, erasi trovato ministro, e avea potuto dichiarare guerra all’Austria e far decretare la fusione della Lombardia, ne esultava fin all’ebbrezza; un tratto volle esser anche ministro della guerra, pregò il re di chiamarlo quando s’avesse a combattere una battaglia, e assistette a quella di Pastrengo con cinque figli tutti militari. Ma i vortici della rivoluzione inghiottono le reputazioni più sode; e se il Ministero era parso facile tra gli applausi e i primitivi prosperamenti, divenne scabroso nelle traversie e in faccia alle Camere. Avea dunque dovuto scomporsi per formarne un nuovo con persone de’ varj paesi uniti, Casati e Durini milanesi, il piacentino Gioja, il veneto Paleocapa; oltre Rattazzi, Plezza, Lisio, Collegno, antichi perseguitati. Ma le stizze municipali inviperirono contro di essi, e il gridío non frenavasi se non all’autorevole voce di Gioberti.

All’annunzio poi degli inaspettati disastri, il Parlamento decretò la dittatura a Carlalberto, ma non sapea che far declamazioni; e il Ministero si sciolse, protestando contro l’armistizio Salasco come conchiuso da autorità non competente: nell’intervallo restarono l’arbitrio e l’illegalità, finchè si rassegnarono ad assumere il portafoglio Alfieri, Pinelli, Revel, Merlo, Dabormida, Roncompagni, Perrone, Santarosa, sentendone il carico e le difficoltà. Qui una furia d’interpellanze sulle presenti, di recriminazioni sulle passate cose, e un sistematico avversare le proposte del Ministero, o snaturarle con emende; l’improperio peggiore era l’essere detto moderato, e dimostrazioni e minaccie e lettere anonime e fischi e insulti sui giornali e coi fatti lanciava ad essi quella turba di rifuggiti d’ogni paese, che si denotava col nome di Lombardi: al Balbo, costante nei consigli temperati, fu più volte minacciata la vita se tornasse alle Camere, e v’andava col pugnale; e quei che non voleano ingiuriarlo, il compativano come imbecillito dall’età. Fu duopo soddisfare agli schiamazzanti col punire Salasco autore dell’armistizio, Federici e Bricherasio che cedettero Peschiera e Piacenza: a Genova si assalì il generale Trotti, benchè sciorinasse la bandiera crivellata da palle nemiche: giunti poi in quella città il padre Gavazzi e De Boni, cinti da quei che cercavano ventura col predicare libertà sconfinata, procurano far proclamare la repubblica. Insomma il nemico comune, la plebe, dopo invasa la stampa, invadeva anche il Governo; e i guasti ne furono peggiori che quelli dell’Austriaco.

Allora tornasi agli esercizj di chi non n’ha di migliori; e a Torino radunasi un Congresso Federativo italiano (10 8bre), preseduto da Gioberti piemontese, Mamiani romagnuolo, Romeo calabrese, cui si aggiungono presidenti di sezione, vicepresidenti, segretarj[85]; assistito dai più fervidi declamatori, e dall’irremissibile Canino, che voleano pensare qualche assetto alle cose italiane con vacuità di retorica e di applausi, come si soleva prima della rivoluzione, e col solito rito di credere e far credere ciò che non è. Ben presto si sfasciò.

Il malcontento e il furore si erano sparsi principalmente nello Stato pontifizio e a Roma, che di tutta quella rivoluzione fu il centro vero. Dopo il 30 aprile la turba si separò dal papa, e viepiù da che tornarono i capitolati di Vicenza, i quali, col nome di Reduci, divennero istromenti alle turbolenze, e braccio dove non vi era nessun nemico e moltissimi declamatori. La rotta di Carlalberto riuscì tanto più dolorosa, quanto ch’erasi divulgata una portentosa vittoria: al dissiparsi della qual voce, il vulgo prorompe furioso; una gran dimostrazione notturna a fiaccole (30 luglio) minaccia l’autorità; il Parlamento decreta milioni, e di muovere la guardia nazionale, una legione straniera, un generale italiano, e sottomette al papa un indirizzo tanto più infervorato, quanto che tardo e inutile. Il papa vi risponde vagamente; onde il Ministero Mamiani si dimette, sottraendosi alle difficoltà per rovesciarle sul papa, il quale, abbandonato sopra un pendìo dove l’aveano issato a forza, fu costretto firmare tutti quei decreti, e ricostruire un Ministero sotto la presidenza del conte Fabbri. Le società di sollazzo e di ciancia erano divenute di intrigo e di cospirazione (1847): Ciciruacchio, Faccioti, Grandoni si posero capi di tre conventicole, che discordavano tra loro, e ciascuno spingeva agli eccessi con proposizioni distinte, tanto più violente perchè non toccava agli sbraitanti il metterle ad effetto, concordi solo nel domandare il secolarizzamento. Tra i sommovitori primeggiava Pietro Sterbini, capo del circolo popolare; fuori romoreggiavano giornalisti e piazzajuoli; chi cercasse reprimerli non poteva che essere esecrato, e principalmente Pellegrino Rossi.

Questo carrarese (n. 1785), di buon’ora illustratosi a Bologna come avvocato e professore, nel 1815 avea caldeggiato la spedizione di Murat, sperando inoculare idee italiche alla forza materiale: in conseguenza costretto a migrare, non credette che l’esiglio l’obbligasse alle accidiose melanconie e ad aspettare dagli altri l’imbeccata; e postosi a Ginevra, allora ritrovo d’insigni persone, quali la famiglia di Staël, il duca di Broglie, Sismondi, Bonstetten, Bellot, Dumont, Pictet, De Candolle, De la Rive, italianizzò alcune poesie di Byron, mentre s’esercitava nelle scienze positive e nel francese, che adottò pei futuri suoi scritti. Presto ad una cattedra libera di giurisprudenza attirò e studiosi e curiosi in folla, col che si fece via ad un posto nell’Università, benchè cattolico, e dirugginò l’insegnamento della giurisprudenza e della storia romana. Fatto cittadino, intraprese con Sismondi, Bellot, Dumont, Meynier gli Annali di legislazione e giurisprudenza. Quando il paese ribollì per la rivoluzione del 1830, fu scelto a compilare una costituzione, conosciuta col nome di patto Rossi, che allora rifiutata, rivisse poi nello statuto unitario del 1848: ma egli ripudiava la radicale fusione, conoscendo quanti vantaggi porterebbe l’unione, quante violenze l’unità. Perduta con ciò la mutabile aura popolare, passò in Francia, e vi fu eletto professore di diritto costituzionale, malgrado i fischi scolareschi, e membro dell’Istituto, e cittadino, e presto pari e conte, molto ascoltato dal re, e bersagliato dall’opposizione come straniero e come nella pratica applicazione modificasse o, voleano dire, tradisse le sue dottrine economiche. Di rimpatto i dispensieri della fama lo eressero fra i primi pubblicisti con soverchia condiscendenza; giacchè di facoltà inventiva egli era scarso, quanto abile a giovarsi degli altrui trovati ed abbellirli, e nulla aggiunse alle dottrine, vuoi nella teoria del diritto penale, ove, disertando da Bentham col quale militava da principio, conobbe fondamento delle leggi e della penalità la giustizia assoluta; vuoi nelle economiche, dove ammette verità speculative, che poi la pratica può contraddire; dimostri principj, dei quali insegna diffidare. Erano difetti della scuola eclettica, alla quale s’era aggregato, e che in politica dicevasi dei Dottrinarj, coi quali opinando nella Camera dei pari, sosteneva spesso applicazioni che pareano repugnanti co’ suoi principj, mentre erano questi che lo rendeano capace di servire a qualsifosse partito.

Tale esitanza di atti, e il fare burbanzoso e riservato che spesso acquista chi vagheggiò la popolarità e subì invece oltraggi, e che fa dispettare le arti colle quali essa vuol essere comprata, alienavano da lui e gli scolari e i fuorusciti italiani, accusanti questo rivoluzionario divenuto sostegno dei Governi, questo cittadino svizzero convertitosi in campione dei re. Luigi Filippo assai valevasi di esso, e quando la Francia trambustava contro i Gesuiti, lo deputò a Roma per indurre il papa a qualche provvedimento contro di essi. L’invio di un carbonaro, d’un semielvetico, d’uno che avversava la santa Sede come filosofista e come profugo, d’uno che alla vulgare paura de’ Gesuiti sagrificava la libertà dell’insegnamento, somigliò ad un insulto; pure egli seppe cattivarsi anche il ritroso Gregorio XVI, e non isgomentandosi a minaccie e ripulse, menava a fine i suoi intenti. Studiava intanto la situazione del paese e il valore degli uomini; e dopo incoronato Pio IX, procurò che il Ministero francese ne sorreggesse il coraggio, francamente cooperando coll’Inghilterra a rigenerare l’Italia; al che, sebbene vecchio, e persuaso non si potesse condurvisi che passo a passo, sperò che l’entusiasmo de’ popoli arriverebbe. Intanto i giornali lo insultavano come cosmopolito senza color nazionale, discepolo del Guizot che allora cadeva di moda, manutengolo di Luigi Filippo e di Metternich.

Al ruinare di questi, il Rossi perdette gli onori e gli impieghi: ma rimase da privato in Roma[86], ove Pio IX ne apprezzò la pratica e le cognizioni amministrative e politiche, quanto più la marea montava, e un dopo l’altro assorbiva gli uomini su cui egli faceva conto; in questi ultimi frangenti poi, vedendosi imposte persone sgradite, chiamò il Rossi nel Ministero (1846 16 9bre), di cui lasciava capo nominale il cardinale Soglia. Accettò il Rossi quel grave incarico, non come un balocco o una onorificenza, ma come un grave dovere; si applicò a restaurare l’erario con imposte effettive, promuovere i lavori pubblici e le strade ferrate e i telegrafi, porre scuole d’economia pubblica e diritto commerciale, avviare una statistica: promesse solite d’ogni nuovo reggitore, ma fatte con più serio aspetto, in quanto egli subito diede sussidj ai volontarj reduci e alle vedove degli uccisi, e riordinò la milizia volendo compagno nel Ministero il modenese Zucchi (t. XIII, p. 396) che dal 1831 sepolto in una fortezza austriaca, n’era stato tolto dalla presente rivoluzione, e che allora fu spedito a quietare Bologna, sovvolta ancora da quei ribaldi e dal padre Gavazzi. Aborrente da un’unità che poteva solo attuarsi colla violenza, il Rossi desiderava un’unione sincera e reale de’ varj Stati, e perciò combinare la lega italiana, «della quale Pio IX era stato spontaneo iniziatore ed era assiduo promotore»; e — Noi abbiamo speranza di vederla fra breve posta ad effetto per l’onore d’Italia, per la tutela de’ suoi diritti e delle sue libertà, per la salvezza delle monarchie rappresentative testè ordinate, e che un sì splendido avvenire promettono agl’Italiani di vita civile e politica»[87].

Per trattare di questa lega, il Gioberti, allora anima del Ministero torinese, aveva spedito il filosofo Antonio Rosmini; opportunissima scelta d’uomo devoto alla santa Sede, venerato dall’Italia, e insieme perseguitato dai Gesuiti e sospetto all’alto clero, nel quale però possedeva ammiratori ed amici. I suoi avversarj già avevano promosso un’indagine intorno alle dottrine filosofiche e teologiche di lui: ora s’inacerbirono per un suo scritto sopra le Cinque piaghe della Chiesa, le quali erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, specialmente in grazia della liturgia in latino; la insufficiente istruzione del clero; la disunione dei vescovi; l’essere la nomina di questi abbandonata al potere laicale; la servitù dei beni ecclesiastici, dove, propugnando le ragioni della Chiesa a fronte della podestà laicale, non dissimulava i disordini di quella, e confidava nel riparo «ora che il capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di san Pietro un pontefice, che pare destinato a rinnovare l’età nostra, e dare alla Chiesa quel novello impulso che spinge per nuove vie ad un corso quanto impreveduto, altrettanto stupendo e glorioso». Il papa, non che condannare il Rosmini, appena ne conobbe quella sapiente dolcezza lo volle consultore alla Sacra Congregazione dell’Indice, e lo preconizzò futuro cardinale: intanto ch’esso filosofo spingeva alla lega che, «per dare unità di forza e di opera all’Italia, doveva essere una confederazione di Stati, con un potere centrale, cui primo officio fosse il denunciare la guerra e la pace, e prescrivere i contingenti de’ singoli Stati, necessarj, siccome all’esterna indipendenza, così alla tranquillità interna»[88]; regolare il sistema doganale e i trattati di commercio; a vicenda si garantirebbero gli Stati. Ma il turbine che allora imperversava, travolse ben presto il Gioberti; e il Ministero succeduto, avverso a tutto ciò che sapesse di piviale, disdisse quelle convenzioni già combinate fra Pareto e monsignor Corboli Bussi. E al punto ove stavano gli eventi, forse è vero che lo scopo reale della divisata lega si era nei principi l’impedire che troppa Italia si unisse sotto Casa di Savoja; mentre il Ministero piemontese, mirando al sommo ampliamento di questa, chiedeva prima di tutto gli si mandassero truppe onde rinnovare la lotta dell’indipendenza.

Che tutt’Italia dovesse armarsi per estendere il regno sardo da Chambéry al Panaro, sembrava stravagante al Rossi: conveniva egli pregiudicare così la quistione nazionale? poteasi dimenticare a tal punto il regno di Napoli? il Piemonte stesso, coll’accettare la mediazione delle alte Potenze, non si mostrava propenso alla pace? nol mostrava coll’abbandonare indifesa Venezia? prima di domandare contingente ai collegati, canti chiaro a che cosa aspira, a quali limiti s’arresterà; «ogni Stato spedisca ambasciadori a Roma, e si delibererà de’ comuni interessi, sotto l’ala del pontificato, sola viva grandezza che resti all’Italia, e che le fa riverente ed ossequioso tutto l’orbe cattolico». E nel suo concetto stava che le varie Corti s’accordassero fra loro e con Napoli e coll’Austria per assicurare la libertà interna di ciascuno Stato; insomma impedire i mali irruenti, più che vagheggiare beni irraggiungibili.

Fu nei destini di quegli anni che i trionfi e la ragione si attribuissero sempre al caduto: e la sventura aveva ora cresciuto le propensioni pel Piemonte e le smanie degli Albertisti. I quali allora colle mille voci de’ giornali denunziarono il Rossi per ostile all’unità italiana, sprezzante del valore piemontese, insultatore alle disgrazie nazionali, avverso all’ingrandimento della Casa di Savoja, il che allora e poi equivaleva a satellite dell’Austria. Il Rossi udiva, soffriva come avvezzo, e intanto navigando contr’acqua, imbrigliava gli stemperati de’ circoli e di piazza, non meno che la subdola riazione ne’ palazzi; e perchè avea spia di tutto, e nel reprimere parziali sommosse e nel cacciare perturbatori forestieri e le bande del Garibaldi avea spiegato forza, era esecrato dagli esuberanti: i preti, da lui colpiti di tasse al pari degli altri cittadini, lo denunziavano sacrilego; austriacante, quei che subodoravano ch’egli patteggerebbe anche coll’Austria vincitrice, dacchè non erasi saputo vincerla: il Congresso Federativo di Torino dichiarava la caduta di lui essere necessaria nell’attuamento delle speranze italiche: i declamatori, che in tutte quelle faccende ebbero un’importanza, di cui l’Italia dovrebbe eternamente ricordarsi per sua lezione, lo designavano al furore del vulgo, bisognoso d’esecrare spettacolosamente dopochè avea cessato di spettacolosamente amare Pio IX: Ciciruacchio sbraitava, — Per c..., lasciate fare a noi altri, e domani sarà finito tutto, e comanderemo noi»: sulle piazze e sui caffè gridavasi che non si rifà il mondo colle dimostrazioni e con applausi al papa; croci e incensieri valere al più in chiesa; una rivoluzione volersi, cioè riscattarsi dalla turpe servitù de’ preti e dell’aristocrazia, ricuperare i pieni diritti dell’uomo, nè ciò potersi che con colpi e sangue; volgansi pugnali e archibugi contro preti e frati, e se vengano col crocifisso o coll’ostensorio, il primo colpo a questo, il secondo a chi lo porta.

Quando si trovano a fronte due partiti, entrambi scompaginatori, chi attiensi al mezzo legale è trascinato da due lati a rovina. Venne il tempo di aprire il Parlamento; e il Rossi, benchè avvertito che attentavasi ai suoi giorni, non vi badò, per quell’orgoglio con cui era avvezzo a sbraveggiare l’opinione, e perchè d’altra parte il suo dovere gl’imponeva d’andare all’adunanza, raccolta colta nel palazzo bramantesco della Cancelleria (16 9bre). Tutta la strada è accompagnato da’ fischi della plebe e della guardia nazionale; fiele mesciutogli prima della croce: come arriva, prorompono urli, ringhi, grida d’ammazza, fra cui alcuno s’accosta e lo trafigge. Un silenzio universale succede; la guardia nazionale assiste inerte al fatto; nessuno lo compassiona o soccorre, e un suo staffiere a fatica lo trascina in una camera ove spira. In quei tempi furono uccisi in simil modo a Vienna il ministro Latour, in Ungheria il Lamberg, a Francoforte il Lichnowsky: eppure quest’assassinio parve destare più orrore pel modo. Quando nel Parlamento fu annunziato l’occorso, la voce che incessantemente vi prevaleva, grida: — Cheti là, cosa c’importa. Forse è morto il re di Roma?» e non un atto di protesta nè di compassione si ardisce, soffogata l’indignazione dalla paura della plebaglia. Alla sera Ciciruacchio combina un’ovazione, urlando abominio quegli stessi che da due anni urlavano osanna; e cantano al Bruto terzo, e fino sotto le finestre della vedova benedicono quella mano che il trafisse, e col «Morte ai preti» alternasi «Viva la Costituente». Altra ciurma, la giornalistica, parte affettò silenzio o semplice enunciazione del fatto, parte applause all’assassinio «dell’aborrito avventuriero, causa di tanti mali ed anelante a spargere il sangue de’ cittadini dopo averne spenta la libertà: egli trovò la morte fra i primi cittadini che incontrò salendo la scala dei deputati e cadde spettacolo di sangue ai Governi d’Italia... Ci fa ribrezzo la necessità nel sangue; ma voi, uomini del potere, specchiatevi nella morte del ministro Rossi»[89].

Così i trionfi del mite pontefice rigeneratore finivano col trionfo per un assassinio, del quale si accettava la correità col festeggiarlo anche in altre parti d’Italia; a Livorno occasionò un’orgia, presente il governatore; altrove si pubblicarono pasquinate e canzoni, e da quel sangue riprometteasi politica nuova e il termine della servitù. Al domani il popolo si dirige al Quirinale chiedendo un ministero democratico: e il papa, non senza aver protestato, lo consente, preponendovi monsignor Muzzarelli con Sterbini, Campello, Mamiani, Lunati, Sereni, Galletti. Deplorabile spediente, ove conservavasi il principe, eppure si obbligava ad atti da cui aborriva; faceasi richiamo alla costituzione mentre la si violava coll’imporre al principe ministri ch’e’ non gradiva. Comandatogli d’intimare la guerra nazionale e l’assemblea costituente, il papa protesta non poter risolvere sotto la violenza: ma la folla abbranca le armi; gli Svizzeri non osano far fuoco, eppure si divulga che versano torrenti di sangue; si spara contro il palazzo del papa, il cui segretario rimane ucciso; tutte le vie verso Monte Cavallo sono serragliate; si prepara ogni occorrente per un assalto. Il mite papa, che s’era di cuore abbandonato alle manifestazioni plaudenti, dovette allora subire fino l’attacco personale dell’armi e delle bestemmie; e dall’ebrezza de’ battimani riscosso al tuono delle fucilate, trovandosi deserto dal vulgo ch’egli avea creduto popolo, si getta in braccio ai principi; e favorito da tutti gli ambasciatori forestieri e dalla figlia del comico Giraud, vedova di Dodwell e moglie di Spaur ministro di Baviera, fugge nel Napoletano (21 9bre), lasciando una lettera ove attestava che nessuno era complice della sua fuga; ai ministri raccomandava l’ordine, e di rispettare le persone e le robe. Da Gaeta poi, ove il re di Napoli lo ospitò coi sommi onori, destinò una commissione che reggesse in suo nome: ma il Parlamento, concitato principalmente dal Canino che senza posa ripetea la costituente italiana, dichiarò (11 xbre) o falso o surrettizio quel breve, e nominò un triumvirato col potere esecutivo, composto del principe Corsini senatore di Roma, Camerata gonfaloniere d’Ancona, e Galletti.

Il rifuso Ministero dava buoni ordini, ne dava di cattivi; ma in ogni parte i magistrati laici o ecclesiastici abbandonavano il posto, lasciandovi lo scompiglio e lo smarrimento; i costituzionali cercavano che la Corte li sorreggesse, e restaurerebbero il principato, purchè garantisse le date franchigie; i diplomatici seguirono il papa a Gaeta; il popolo chiarivasi a favore di esso, e bisognava sottometterlo o punire, mentre vedeansi miracoli di crocifissi che grondavano sangue, di madonne piangenti. Bologna, dove Zucchi colla forza dava sopravvento ai costituzionali, volea staccarsi dalla tempestosa Roma che scarcerava i galeotti: i violenti speravano giunto il regno del saccheggio e del sangue: universale era lo scombussolamento, e i governanti doveano adulare la plebe colle condiscendenze che avevano disonorato la repubblica di Francia, e sollecitare qualche riordinamento contro la feccia che saliva a galla. A Roma affluiva quanto di più fermentoso v’avea nello Stato e per l’Italia, e mal poteanli frenare le parole di Mamiani e la guardia nazionale; i ricchi e i quieti fuggivano, e per giustificarsi esageravano le scapestratezze del popolo, che per verità su quelle prime fu a lodare per quello che non commise, anzichè a vituperare di quello che commise dopo rotto ogni freno; ma i pericoli prendeano gravezza e corpo dalle concitate fantasie. Nulla badando a proteste del papa, si convoca una Costituente per lo Stato romano (20 xbre), ma la legge elettorale «non che venisse dai Consigli accolta e decretata, non si potè pur discuterla per mancanza di numero legale»[90]. Anatemizzata dal papa, non poteanvi prender parte quelli che ancora serbavangli fede, e che sarebbero valsi a moderarla; mentre i circoli, governati dai veneti De Boni e Dall’Ongaro, faceanvi destinare i più impetuosi e intriganti, minacciando del coltello chi esitasse.

La Costituente, adunatasi (1849 5 febb.) «per purificare la patria dall’antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzionali», apre i suoi lavori sul Campidoglio «sotto gli auspicj di queste due santissime parole Italia e Popolo»[91]; Armellini informa di quanto operò la commissione provvisoria, e come, dopo che era passata ai Cesari, poi ai papi, fosse tempo di ricostruire la Roma del popolo. Ben Mamiani avvertiva questo vizio d’Italia, di mettersi indosso gli abiti che altrove sono stati dismessi, e rialzare le insegne altrove cadute, invece di cogliere il tempo e l’occasione; che cosa sperare adesso che mancavano eserciti e ardore di plebi a sostenere la repubblica? Piemonte, Toscana, Napoli non le darebbero ajuto nè imitazione; Francia le si pronunzierebbe avversa, e prevalendo già dappertutto un genio di conservazione e di rassettamento, non sarebbe tampoco favorita dall’aura democratica; si rimettesse dunque la decisione alla Costituente italiana.

Ma più sfringuellavano quelli destinati a tutto impacciare, e — Che importa l’appoggio altrui? faremo da noi. Francia repubblica sosterrà certo una repubblica; Napoli è troppo occupata in Sicilia; se Torino ricusa, ben si moverà Genova; è assurdo l’attendere dalla Costituente quello che possiamo darci da noi». Ed erano que’ dessi che predicavano l’unione italiana; che della Costituente faceano la panacea d’ogni piaga, il cardine della liberazione universale.

Garibaldi propone di immediatamente proclamare la repubblica, senza pur la formalità di verificare i deputati; Canino esclama: — Sento fremere la terra sotto a’ miei piedi; sono l’ombre de’ grandi trapassati che gridano Viva la repubblica romana». In fatto si pronunzia scaduto il pontefice (10 febb.), nazionali i beni ecclesiastici, governo la democrazia pura col titolo di Repubblica romana; badando all’intrinseca eccellenza della cosa, più che all’opportunità. Mamiani che, partito il pontefice, avea consentito di ripigliar parte nel Ministero[92], vi rinunzia dacchè vede impossibile la riconciliazione: e fu giudicata debolezza d’uomo, che spinge fino agli estremi, poi si ritira; onde lo gridarono liberale rinnegato, speculativo ambizioso e infetto d’aristocrazia. Nel Ministero romano furono posti il vecchio Armellini, il sapiente Saliceti, il dovizioso Guíccioli, persone rispettate in generale, e lo Sterbini, ambizioso faccendiero che invidiava tutti, e tutti contrariava senza discernere mezzi e vie. Si levarono campane che il popolo avea in devozione; si molestava chi comparisse vestito da prete o frate; sciolto il Sant’Uffizio, de’ misteri di quello si fecero scene e spettacoli, e si fu ad un punto di mettere fuoco alla chiesa e al convento della Minerva. Smaniavasi di leggi contro i migrati, di confische, di penali feroci; provvedeasi al denaro coi decreti, alla politica colle millanterie rivoluzionarie, e beato chi di più severe ne portasse; chi vi contrariasse sottoponendo alle giunte arbitrarie ed eccezionali, di cui faceasi tanta colpa a Gregorio XVI, come concedeansi più grazie che mai non avessero fatto i preti: e intanto dappertutto gli assassinj politici «turbavano quel maraviglioso concorso d’un intero popolo nell’opera della sua redenzione, gittavano nel fango l’idea vergine e maestosa che si eleva sul Campidoglio, profanavano il nuovo patto d’amore e di perdono, giurato in Roma dai veri credenti nell’avvenire dell’umanità»[93].

Ma appena messo in istallo il Ministero, Haynau varcava il Po (2 febb.), occupava Ferrara e per punirla d’insulti recati, la tassava di dugentomila scudi, a favore però del papa. Il triumvirato, fatto inutile appello «a tutti i popoli della penisola» che non poteano badarvi, «a tutto il corpo diplomatico» da cui la repubblica non era riconosciuta, si avaccia a formar legioni: ma gli Svizzeri chiesero congedo; pochi e disvolenti erano gli altri soldati, numerosissimi e inesperti gli uffiziali, salvo nella legione che diceasi di Garibaldi, mescolanza d’ogni gente, risoluta a ogni estremo, sotto di un capo inesorabile e arrischiatissimo. Intanto il debito esorbitava; i tre milioni che giravano in carta moneta, bisognò accrescere di molto; faceasi ressa di adunare la Costituente italiana a commissione illimitata; ma nè Lombardia nè Napoli poteano concorrervi; Sicilia, gelosa dell’autonomia, non assentiva che ad una federazione; Venezia assediata disapprovava quel concetto; Toscana aborriva dalla fusione.

Quando poi vi giunse Mazzini ad opera compita, esaltò con la colorata parola la Roma del popolo; e proclamato cittadino, poi triumviro, diceva: — Forse avremo a combattere una santa battaglia contro l’unico nemico che ci minacci, l’Austria; e la vinceremo. Gli stranieri non potranno più dire come oggi, che questa Roma è un fuoco fatuo fra i cimiteri: il mondo vedrà ch’è luce di stella eterna e pura». Ancora metafore e memorie e scene, sostituite alle metafore, alle memorie, alle scene che si erano abbattute; com’era eguale la servilità ai governanti, il petizionare, il trarre a privata fruizione la pubblica fortuna; anzi si vollero baccanali santi; e per la settimana santa e per pasqua si raddoppiarono le solennità, condite dalla prurigine della scomunica; e sulla loggia da cui il papa benediceva alla città e al mondo, Mazzini circondato da degni accoliti, fa benedire alla repubblica, e «se mancava il vicario di Cristo, rimanevano il popolo e Dio[94].

Il granduca, appena si sovvolsero gli Stati modenesi (1848), avea occupato quelli che confinano col Lucchese e il Pontremoli; accettò la chiesta unione della Lunigiana e Garfagnana, e di Massa e Carrara; mandò truppe alla guerra santa, ma non volea ricorrere ai robusti spedienti di fare denaro e soldati; il qual riguardo alle fortune e al sangue allora parea crimine di lesa nazione. I Toscani, che avrebbero voluta la libertà ma senza disagi, sfogavansi più volentieri in feste, in benedizioni di bandiere, in conviti ai crociati che passavano in Tedeum a vittorie supposte; dichiaravano cittadini Gioberti e i membri del Governo provvisorio di Milano, e lo stemma di questa città si collocasse sotto la loggia dell’Orgagna: il principe trottolava (26 giugno) a queste benedizioni di bandiere, e a gridare viva all’Italia indipendente e confederata; ma raccoltosi anche qui il Parlamento, quasi tali passatempi fossero opportuni nelle gravi urgenze d’allora, cominciossi a trovare che il Ridolfi e gli altri ministri non rispondevano all’aspettazione concepita da quelli che gli aveano giudicati dai discorsi alle accademie o in piazza. Gravossi d’un terzo la tassa prediale, s’impose una straordinaria alla mercatura, si aperse un prestito di quattro milioni ducentomila lire, si tassarono le pensioni di tutti gli uffiziali civili, si ordinò l’affrancamento dei livelli dello Stato: ma di sei milioni presupposti, neppure si raccolse la metà.

I deputati, lieti d’averne finalmente l’occasione, sfoggiavano quella dicacità ch’è sì comune e sì cara in bocca toscana. 1 borghesi sfoggiavano d’un’altra loro abilità, le arguzie e i motti, che risolveano in riso i provvedimenti e le controversie. Voleasi guerra; ma appena costasse sangue e denaro, prorompevano lamenti, richiami, piagnistei, e più veneravasi Carlalberto perchè combattendo dispensava essi dal combattere: i giornali[95] coll’esorbitante lodarlo metteano ombra al Governo, inasprivano i dissenzienti, producano subbugli e cozzi. Alcuni Fiorentini, massime il Salvagnoli, vennero predicatori d’albertismo a Milano, andò colà a predicarlo Gioberti, intanto che in senso diverso lo spettacoloso padre Gavazzi, dopo aver sovvertite le città romane e le lombarde, passeggiava il giorno fastosamente in cocchio, poi sulla bruna davanti a un popolo immenso, che piacevasi a quella voce tonante e a quei sensi energumeni, inveiva contro dei ricchi che non davano i loro cocchi per tirare i cannoni, de’ sacerdoti che non isventolavano la bandiera tricolore, di chiunque avea denaro perchè nol portasse nella cassa di guerra: così invelenendo gl’istinti dei poveri, avrebbeli spinti al saccheggio se il popolo non avesse inteso le cose differentemente dai cittadini, e sfogato con fischi o con arguzie una scontentezza, che qualificavasi di briga pretina e gesuitica.

All’annunzio dei disastri del campo (30 luglio), gli strilloni levano rumore contro l’inerzia del Governo, sciorinano bandierone iscritte Giù il Ministero; fin si tenta in piazza far decretare esautorato il granduca, essendo capo del movimento il piemontese Trucchi. Nel dissenso dei moderati essendo cresciuti i demagoghi, e Guerrazzi rinfacciando le sconfitte di Custoza al Ministero, quasi a bell’arte fosse lento ai soccorsi, Ridolfi si dimise, dolendosi che, dopo essersi sempre mostrato italiano, dovesse ritirarsi fra’ sibili della disapprovazione; che la stampa, alla cui libertà tanto avea contribuito, non fosse mai venuta a sussidiarne il Governo, anzi il contrario.

Scomposto il Ministero, crebbe il disordine interno; e intanto vedendo l’Italia invasa dagli Austriaci sin al confine, si dovè patteggiare con Welden che stava nel Bolognese, con Lichtenstein che stava nel Modenese, affinchè non invadessero la Toscana. Dopo molta fatica e il ricusare anche di persone null’altro che ambiziose, fu ricomposto un Ministero di Giorgini, Samminiatelli, Mazzei, Landucci, Marzucchi, Belluomini, preseduto da Gino Capponi (1848 16 agosto), che venerato dai temperanti non meno che dai democratici, affidò gli animi promettendo l’unione federale e nuova guerra, se buona pace non si potesse. Ma il tempo dei moderati era tramontato; la demagogia cresceva; i giornali disimparavano l’urbanità toscana; affluivano i profughi lombardi; Livorno addoppiava tumulti. Il padre Gavazzi, ch’era stato espulso, tornava di que’ giorni nella rada di Livorno; e sebbene fosse ordine di non lasciarlo sbarcare, una deputazione va a prenderlo, e fa accogliere ad applausi i discorsi suoi, dove accusa di traditori i principi, i ministri, i generali, e grida la guerra del popolo; e poichè il seppero messo ai confini, si prorompe a sollevazione. S’avea bel gridare che l’avversario comune era il Tedesco, e questo era a domare; non già i deboli soldati del granduca, e che tutti gl’Italiani sono fratelli: si prende la cittadella, s’imprigiona il governatore, si moltiplicano insulti e sangue, e s’istituisce un Comitato di salute pubblica.

Guerrazzi aveva affascinato con que’ romanzi ebri di libertà e d’ira; e Livorno, che, tutta ai commerci e poco agli studj, s’inorgogliva di questo nome italiano, lo riguardò come si suole i grandi, con amore ed odio al paro stemperati; non vi fu calunnia di cui non si bruttasse il suo nome, nè speranza che in quello non si ponesse. Qual meraviglia s’egli ne contrasse ambizione? e cercò tutte le occasioni di mettersi oppositore al Governo, non foss’altro nelle cause che patrocinava. Uomo passionato ancor più contro o in pro delle cose che degli uomini, dispettoso di vedersi non adoperato, eppure affettando di non chiedere anzi di rifiutare; ingrandito dalla persecuzione di un Governo sì poco persecutore, poi via via erettosi col galleggiare sopra marosi che avea sollevati egli stesso, e che doveano poi rotolarsegli sul capo, privo di fede in qualsiasi cosa, professava «odio alle vecchie istituzioni, onta e martirio della specie umana», sicchè volgeva alle riforme radicali e alla repubblica; e con La Cecilia di Napoli, antesignano di tutti gli agitamenti, e con un Petracchi robusto braccio, e con altri ingloriati dall’avere combattuto in Lombardia, incitava a chiedere operosità nella guerra, armamento marittimo, sale a buon mercato. Tutto invelenivano i giornali, i circoli, l’abjetta condiscendenza al vulgo, che fu il peggiore nemico di quell’anno. Raccheti un tratto, i Livornesi si risollevano gridando al tradimento e a meditati macelli: le bajonette e le artiglierie non bastano contro il popolo, che costringe la fortezza a capitolare. Il granduca repugnava dalla guerra civile, eppure doveva allestirla: ma se disponesse le guardie nazionali, dicevasi che armava fratelli contro fratelli, e si scioglieano, come volonterose di pompeggiare non di fare davvero; i soldati non sapevano combattere; il Ministero, ingelosito del Piemonte, ricusò i soccorsi che questo offeriva.

Giuseppe Montanelli, poeta elegiaco, era uno de’ molti che dalla religione aveano dedotto sensi e speranze repubblicane, ma colla placidezza toscana e sua propria; moderatore più che eccitatore, facendosi amare colle melate parole e coll’indistinta condiscendenza; venuta l’ora del fare, non istette a dire; combattè a Curtatone e fu pianto per morto, finchè si seppe prigioniero; e rilasciato dagli Austriaci, tornava circondato dall’aureola del coraggio e della sventura, pallido e con fasciate le ferite, accolto con applauso dappertutto, preteso da ciascun partito come gloria propria; sicchè il Ministero credette provvedere alla quiete mandandolo governatore a Livorno. Ivi trova la stampa scapestrata, la demagogia baccante; e quel desso che non avea temuto le palle austriache, allibì davanti alla paura di perdere la popolarità col lasciarsi sorpassare; e nella sua professione di fede democratica, nazionale, cristiana, dichiara (12 8bre) che non s’ha a proclamare la repubblica immediatamente, però non basta la federazione, proposta dal Ministero d’accordo con quelli d’altri paesi, ma doversi recidere ogni trattativa, e divenire esempio agli altri col proclamare una Costituente di rappresentanti di tutta Italia, da convocarsi in Toscana. Da questa nuova parola resta eliso il Congresso di Torino; e in Toscana si eleva un’altra opinione a fronte al Ministero, il quale sotto le grida e i cartelli è forza che rovesci. A tanto riusciva in cinque soli giorni di governo il Montanelli, che sottentra ministro con Guerrazzi, col napoletano Ayala, e con Mazzoni, Adami, Franchini, gente che poneva da banda le antiche nimicizie; e senza slealtà proponeasi di frenare i trascendenti, i quali, avendoli elevati, erano altrettanto risoluti a dominare soli, e non correggere ma sovvertire. Avrebbero essi coraggio d’affrontare l’impopolarità, e fra gli scogli d’un Governo rivoluzionario, senza la fiducia del principe nè l’appoggio della nazione, salvare almeno l’onore della democrazia?

Prima soddisfazione ai loro creatori fu l’amnistia ai Livornesi, e il mandare a governare l’aretino Pigli, persona estrema e balzana, inesauribile parlatore nei circoli o nella Camera: altri demagoghi furono posti in impieghi, e sciolte le Camere, benchè si prevedessero in egual senso le nuove elezioni. A chi portasse querela o domanda, diceasi o faceasi capire che «fin quando Leopoldo non se n’andasse, le cose non procederebbero in bene».

Ma gli ambasciadori si volgeano alla Corte, non ad essi, de’ quali non capivano il fraseggiare nubiloso: denaro non s’avea; le perturbazioni cresceano, i ministri stessi, dopo sommosso il popolo per salire, ora lo sommoveano per conservarsi; ne’ circoli ogni partito si disonorava con laidi diverbj e impertinenti recriminazioni; quando s’accolgono i comizj per le nuove elezioni, le urne sono rovesciate, imposto il voto ai suffraganti, assalite le case di chi era infamato col titolo di moderato. Montanelli, desideroso di ordini larghissimi, pure la causa sua amava onestamente; sebbene fosse accontato col Canino nel predicare la Costituente, avea scritto al La Cecilia, «Da una repubblica romana Iddio ci guardi»[96]; e mal accordavasi col violento Guerrazzi, che odiando gli oppressori, disprezzava gli oppressi, e vissuto fin allora sol di rivolta, ora sapeva anche resistere, e a fini profondamente dissimulati voleva pervenire con qualunque fosse modo, anche colla forza. «Le cose del mondo (diceva in quel suo fare ghiribizzoso e pittoresco) quando non si possono fare come si vorrebbe, hanno a farsi come le si possono. Uniamoci tutti per creare un Governo, un qualcosa che difenda e assicuri; ottenuto questo, ci mandino al diavolo. Io, se non crepo, reggerò ogni cosa. Retrogradi e rossi subbugliano il paese; bisogna dare una zampata ad ambidue. Non più condiscendenze: chi rompe paghi. Che serve cotesto andare e venire de’ volontarj alla frontiera senza volere arrolarsi? Non è il moto della spola del tessitore che ogni volta aggiunge un filo; qui invece non si fa che logorare la trama dello Stato. Male il gridare vitupero ai nemici ne’ circoli; vincere si vogliono, non oltraggiare; chè l’insulto prima della vittoria è jattanza, dopo è codardia».

Così fatto, egli non ispirava affezione ma paura: eppure più tardi confessò che tremava davanti ai tirannelli dell’opinione, a un Montazio, a un Niccolini, a simil pulla, portata dal vento negli occhi. Un circolo, formato principalmente di Lombardi (tal nome dinotava i vinti della guerra, di qualunque paese fossero) guidava sino ventimila cittadini a gridare la Costituente (1849). Guerrazzi non potea rassegnarsi a questo scolo d’Italia, e voleali sistemati in legione per combattere. E perchè il Ministero piemontese molestava il toscano per volere Livenza e altri cantoni, Guerrazzi facea temere che, quello Stato cresciuto, terrebbe vassalla la Toscana. Modificando il concetto di Montanelli, proclamava la Costituente italiana.

Appoggiato all’esempio del re di Sardegna, il Ministero toscano propose che il voto universale valesse per la Costituente. Consentì il granduca si trattasse dell’eleggere rappresentanti toscani per quella: ma udendo il papa colpire di scomunica chi vi prendesse parte, ritira l’assenso, e non avendo forze da resistere, nè volendo offrire motivo a riazioni, ricovera a Siena (6 febb.), ricevuto fra le grida di «Viva il duca, morte alla Costituente». Era popolo anche questo? Ma vedendo crescere il bollimento, e che un corpo movea da Firenze per prenderlo, Leopoldo fugge a Gaeta.

Il baccano di piazza decreta scaduto il granduca (20 febb.), e si demandano pieni poteri a Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni, che svincolano dal giuramento, e lanciano violento proclama contro la menzogna e le scelleraggini di Leopoldo austriaco, dolendosi di avere creduto che principe e libertà di popolo potessero stare insieme; esecrano con formole poetiche il Laugier, che l’esercito conservava fedele al granduca; smentiscono che il Piemonte volesse «con fiumi di sangue italiano ristorare il trono di Leopoldo austriaco»; e annunziano che «la repubblica, dopo trecendiciott’anni, ritornerà a casa sua».

Acclamato il Governo provvisorio a Firenze, tutti i rappresentanti stranieri dichiarano cessate le loro missioni, che concernevano solo il granduca. Quel giorno stesso, contadini corsero addosso a Firenze; dappoi a Empoli e altrove si tumultuava: i soldati del dato giuramento faceansi pretesto per lasciare le bandiere; rinascenti tentativi di controrivoluzione faceano empire le carceri, e istituire un tribunal militare. Da che parte stava il popolo? Non certo in que’ giornalisti e declamatori, che ingordi di posti e di missioni, insultavano ai più onorati cittadini perchè moderati, che toglievano di cattedra il Giorgini, mandavano via l’Azeglio ferito, celiavano sulla cecità del Capponi, calunniavano a tutti, e bruciavano le effigie e le scritture de’ dissenzienti; la Toscana sbigottivasi all’udir ragionare della necessità del sangue e di puntare i cannoni: il governatore Pigli a Livorno proclamava la repubblica, e — Popolo, compi i gloriosi tuoi destini; pensa che tua capitale è Roma, tua patria Italia; chi ti conferisce l’imperio è il tuo diritto, chi ti consacra è Dio»; e il grido di Viva la repubblica fu ripetuto in molte città. Ma Guerrazzi diceva: — Da che volete repubblica, repubblica sia; patto che domani mi conduciate duemila giovani, disposti a combattere per quella. — Trentamila», risposero: ma neppure i duemila apparvero. Egli resisteva imperterrito a quella marea crescente, rinfrancato dagli ambasciadori di Francia e d’Inghilterra; imponeva silenzio agli strepitanti delle tribune, fin a chiamarli «scellerati e iniqui perturbatori»; non annuì al Mazzini, il quale, nel recarsi a trionfare in Campidoglio, donde diceva non essere uscite fin allora che «melensaggini arcadiche e suoni d’agonia di monarchie costituzionali», incaloriva a gridare la repubblica e unirsi alla romana.

Giuseppe Giusti che con un riso adiraticcio aveva scassinato il vecchio Governo, visto il movimento del 1847, applause al duca che dava le riforme, e tanto bastò perchè fosse detto rinnegato: poi trovatosi sotto ai piedi, volse la stizza contro Guerrazzi; e quando poi vide i rivoluzionarj di tutt’Italia rifluire sopra la patria sua, diceva: «Le figure che passeggiano queste lastre, mettono ribrezzo e terrore. Figúrati ragazzi con pistole e stiletti alla cintola, vestiti a mille colori, parlanti un linguaggio turpe, provocante, rifiutandosi di pagare osti e vetturini, violando il domicilio del popolo minuto per commettere stupri e rapine; in somma un principio di casa del diavolo... Mentre i campi lombardi sono insanguinati, con che cuore si può vedere qui una gioventù numerosa di quel paese a vagabondare?... Son qua da cinque mesi a gridar guerra, e imperversare, e volgere il paese sottosopra; viene la guerra, e non si movono come se non toccasse a loro...». Il cadere del pontefice non può essere un fatto isolato nella cristianità; ed oltre la riverenza dei fedeli e le simpatie del mondo intero per Pio IX, nella rivoluzione romana, inaugurata da un assassinio e poi affidata all’incorreggibile cospiratore, vedeasi un atto della gran congiura europea contro ogni ordine, ogni subordinazione[97]. Già all’udire in pericolo il papa, il generale Cavaignac, il quale, represse le terribili sollevazioni della popolaglia ladra e assassina, che in una giornata erano costate la vita di quattordicimila persone e nove generali, era stato messo a capo della repubblica francese, ma ora sentiva la sua popolarità soccombere alla nuova di Luigi Buonaparte, cercò rincalorirla col favorir le idee d’ordine e di cattolicismo, rinascenti per ricolpo contro la sfrenatezza, e così inaspettatamente trionfanti per mezzo del voto universale; e decretò che tremila cinquecento uomini sbarcassero a Civitavecchia per proteggere il santo padre. Il Piemonte manda offrirgli tutte le sue forze, «fermamente risoluto a mantenere e difendere con ogni sforzo la causa dell’ordine e della monarchia costituzionale». Lord Palmerston, ministro inglese sopra gli affari esterni, dichiara[98], quantunque la Gran Bretagna sia antipapale, aver tanti milioni di sudditi cattolici, che pel proprio interesse deve desiderare il pontefice sia posto in situazione temporale da poter con intera indipendenza esercitare le spirituali sue funzioni; l’intervenzione di forze straniere doversi serbare per l’estremo; in tal caso gioverebbe affidarlo al Piemonte, per togliervi l’odioso carattere di straniero.

Le novità romane dunque pericolavano. La Costituente ivi proclamata spiaceva al Piemonte non men che a Napoli, come quella che rimetteva in problema l’esistenza di tutti i Governi: spiaceva ai dittatori toscani, vogliosi di dominar soli, anzichè mettersi in coda ai romani; talchè fu indarno il comparire a Firenze dei più avventati Romani e dello stesso Ciciruacchio: spiaceva in Roma ai chiericanti non meno che ai costituzionali, i quali ultimi sudavano perchè il popolo ripristinasse Pio IX, però colla costituzione; spiaceva all’eretica Inghilterra non meno che alla cristianissima Francia; sicchè ai caporioni non rimaneva che di trescare coi democratici, allora vinti dappertutto, e così porgere nuovi titoli ai Governi regolari. In fatti l’Assemblea costituente di Francia (20 aprile) dichiarava voler rintegrare il papa nel dominio; Spagna, avida di ripigliar azione nella diplomazia europea, invita i potentati a un congresso per tale scolpo: il papa invoca l’Austria, Francia, Spagna e Napoli ad abbattere un’orda settaria che teneva tiranneggiata la maggioranza de’ suoi sudditi.

Lord Palmerston (1848), costante nell’uffizio di alternare al cavallo una fitta di sprone e una stretta di morso, avea sempre tergiversato la politica della Francia; quando questa inviò Bignon perchè temperasse i primi movimenti liberali, esso spedì lord Minto ad aizzarli; quando gl’italiani s’inebriavano al programma pindarico di Lamartine, egli gittò acqua sul fuoco; quando dappertutto fremeasi d’indipendenza, egli propose di formare del Lombardo-Veneto e dei ducati un regno sotto un arciduca autonomo. Ricusato perchè Carlalberto in quel momento vagheggiava il regno dell’Alta Italia, esso gli carezzò quest’idea, escludendo però dalle trattative la Francia, e imponendo per confine l’Adige. Entro questi limiti non l’avrebbe disapprovato neppur la Germania, che la linea di quel fiume pretendea necessaria alla propria integrità e strategicamente e politicamente. La spada di Radetzky troncò le discussioni; e Palmerston accettò l’uffizio di mediatore, e volle si adunasse a Brusselle un congresso per dar sesto alle cose d’Italia. Ma l’Austria non trovava più ragione di cedere nemmanco una lista del paese che avea rioccupato, ed asseriva che l’armistizio conceduto il 5 agosto sottintendesse l’interezza de’ prischi possessi.

Ma queste conferenze divennero il tema d’infinite parole, in un anno di parole tante. Quei che aveano schiamazzato mentre gli altri combattevano, più schiamazzavano adesso che nessuno poteva interrogarli perchè non combattessero. Migliaja di rifuggiti in Piemonte dal paese vinto, s’agitavano nel desiderio della patria; s’agitavano i coraggiosi, cupidi di cimenti riparatori; s’agitavano i timidi per mascherare la paura col far paura; s’agitavano i repubblicanti, che attribuivano il disastro all’essersi fidati d’un re; s’agitavano i calunniatori, infamando i ministri, i generali, gli abbondanzieri, chiunque dubitasse del tradimento, o avesse esercitato qualche bricciolo di potere, per quante prove date avesse di patriotismo; ed erano creduti, come sempre si crede ciò che faccia torto ai nostri.

Da un altro canto coll’affisso di democratici voleansi riprovare quei che gridavano il nome d’Italia: eppure la guerra del Piemonte all’Austria non era giustificata che dall’indipendenza italiana, e questa voleano i democratici; democraticamente erasi fatta decidere la fusione dal voto universale, e poichè questo avea proferito, chiedeano fosse mantenuta. Vero è che tal sillogismo era stato scomposto da un avvenimento, una guerra perduta; ma questa turbava il fatto non il diritto. — La patria non è stata vinta; solo il tradimento ha potuto ricondurre i Tedeschi in Lombardia», gridavano gl’Italianissimi. I Piemontesi, non potendo negare la sconfitta, ne imputavano l’inettitudine dei generali, lo scarso cooperare de’ Lombardi, la moderazione dei ministri, cento altre cause fuorchè le vere; ad ogni modo credevano potersene trarre esperienza per riparare colla vittoria il primo smacco. Ed è singolare che il paese ove la democrazia meno debaccò, fu quello ove portò maggior disastro, perchè si mescè agli atti guerreschi.

Carlalberto credeasi in dovere di mantenere ai popoli la fusione; aveva udito rinfacciarsi d’aver rinnovato nel 48 i tradimenti del 21; la libertà della stampa e dei dibattimenti lasciava giungere fino a lui le accuse, delle quali più si struggeva di purgarsi quanto meno meritarle conosceva, e quanto più avea sorbito le lodi prodigategli come spada d’Italia; e invisibile nella reggia, masticava l’onta nuova che gravava l’antica, e risolvea gittarsi a capofitto in un nuovo tentativo.

Ma un esercito sfasciato poteva assaltar vincitrice e munita quell’Austria, contro cui non era bastato quando scomposta, atterrita, sprovvista? Le grida dunque dei giornalisti e degli avvocati non avrebbero dovuto smoverlo; ma il fragor di essi lo stordiva, quasi in essi parlasse la nazione, nè vedea come far argine alla demagogia di cui giungevagli il ruggito. L’eterogeneo Ministero Casati si dimetteva (18 agosto), esponendo quanto avea fatto per riparare i disastri, e rendere capaci a ripigliar l’offensiva appena spirassero le sei settimane dell’armistizio, avendo anche chiesto i sussidj di quella Francia, che dianzi erasi repulsa. «Codardia (diceano), per dieci giorni di fortuiti disastri, deporre una fiducia ispirata da quattro mesi di prosperi ed eroici successi! qual impudenza il credere che una pace vergognosa assicuri più di una guerra onorevole gl’interessi e l’onore del Piemonte!»

Tono indecente a chi lasciava altri nell’imbarazzo di mantenerlo: ma un più temperato non era possibile quando fomentava guerra la Consulta lombarda, formata dell’antico Governo provvisorio di Milano, Polonia e Ungheria, ribollenti contro i loro dominatori tenevano emissarj a Torino che prometteano ajuti e diversioni vigorose, bilione solito de’ rifuggiti, ma scontato come moneta fina dai giornali; nuova esca aggiungeano i movimenti di Sicilia, di Napoli, di Livorno, di Roma. In quest’uragano dovea navigare il nuovo Ministero, preseduto dal marchese Alfieri, coi generali Perrone e Dabormida, Revel, Boncompagni, Pinelli, allora autorato dall’amicizia di Gioberti.

Questo filosofo nel suo studioso ritiro a Brusselle, quanto più gli era negata, più acquistò la passione della popolarità; la prese ispiratrice quando mestò politica; ma conoscendola mutabile, resistette un pezzo alla voglia di venir qui a godersi i grossolani applausi, che nel 1847 la folla profondea; e più venerato di lontano, dirigeva l’opinione ma col secondarla. Chiaritasi la rivoluzione, venne e s’inebriò dei trionfi, che ambiva più che il potere; girò Italia apostolo della fusione, ma formando piuttosto entusiasti che un partito; a Milano, dove avea detto non entrerebbe che a ginocchi, sperava far acclamare di primo achitto la fusione, e toccò fischi; a Roma credeva indurre Pio IX a’ suoi voleri, ed ebbe soltanto grida plateali, e il suo nome alle vie dove abitava, al caffè dove asciolveva; sparnazzava Carlalberto, eppure a Genova correva a venerare la madre di Mazzini, a Milano mutò alloggio per annidarsi nell’istesso albergo di Mazzini. Non compreso nel nuovo Ministero, accostossi ai democratici per sventarlo, e vi oppose quel fantasma suo del Congresso; nei circoli denunziava i ministri, che, mentre predicavano riscossa, indipendenza nazionale, in privato a lui diceano non essere possibile rinnovare l’esercito, e volersi cercare accomodamenti vantaggiosi al Piemonte; sicchè gl’improntò le stigmate di ministero di due programmi: e i più avanzati gridavano la subita ripresa delle ostilità.

Dopo ciò oseremmo accusare quel Ministero di non avere saputo essere modesto, nè osato essere risoluto? In realtà il Ministero, non meno che gli oppositori, voleva la riscossa: ma quello, preparata convenientemente per vincere; questi, subitanea, ispirata, condotta, come dicea Brofferio, da ardimento, ardimento, ardimento. Saria stato imprudenza rivelare al mondo i reconditi preparativi: onde il Ministero chiese un consiglio secreto, avanti a cui scagionarsi: e quello proferì che non poteasi nè procurare una pace onorevole, nè amministrare una guerra felice.

Intanto dalla Lombardia e dai ducati giungeano gli strilli degli aggravati sotto la dittatura militare, frementi tra il terror manifesto e la rabbia repressa; da Genova gli urli de’ raccogliticci, che tentavano fin subornare l’esercito, e qualificavano tirannia ogni provvedimento preso a reprimerli; soscrizioni, messaggi, chiassate sosteneano la minoranza oppositrice. Bisognava dunque rassegnarsi: e il baron Perrone ministro della guerra, che pure avea fatto avvertire «lo spirito guasto de’ soldati, i quali partono pel campo italiani, e ne ritornano tedeschi»[99], diceva essere impossibile a un Ministero resistere alla pubblica opinione e non ripigliar le ostilità «con tutto il furore d’una guerra nazionale, preferendo essere inghiottito nella catastrofe italiana, anzichè lasciar più a lungo torturare dal vandalismo austriaco la parte d’Italia ch’esso calpesta», assicurava essersi rinnovati l’esercito e la disciplina; ottantamila uomini pronti a entrar in campo, trentamila a mantenere la tranquillità nell’interno, oltre la guardia nazionale, e un parco d’assedio più numeroso che nella guerra precedente; trenta in cinquantamila uomini che la Francia prestasse, la bandiera tricolore sventolerebbe di campanile in campanile fin all’Isonzo: nè farebbero la guerra soli; avranno in ajuto l’insurrezione, i contingenti toscani e romani, e i diciottomila uomini chiusi in Venezia e la flotta; esser dunque risoluti a guerra, se non possono ottenere una pace onorevole, che assicuri l’indipendenza d’Italia[100].

Palmerston disapprovò questo dispaccio. Bastide, ministro della repubblica francese, annunziò non impedirebbe neppur l’invasione del Piemonte, se questo rompesse guerra all’Austria.

Degli errori, delle esitanze, della disperazione altrui s’ingrandiva Gioberti, che divenuto nimicissimo al suo amicissimo Pinelli, riuscì alfine a sbalzarlo; e dopo essersi sempre professato nemico della democrazia, diveniva capo d’un Gabinetto (16 xbre) denominato democratico, con colleghi destinatigli dalle piazze, Rattazzi, Ricci, Sineo, Buffa, Cadorna, Tecchio, tutti tolti dal Circolo nazionale, aggiungendovi Sonnaz per le necessità della guerra. Il loro programma, quello di tutti i precedenti, allargare le libertà interne, procurare che tutt’Italia si costituisse a nazione: se non che Gioberti avea l’arte di tessellare le teorie più diverse, il che dicevasi conciliare. E subito le declamazioni e le mostre si diressero contro il Ministero democratico, che si trovava esso pure nell’impotenza di far quello che si desiderava.

Realmente l’Italia sentiva integre le sue forze; da quella posizione, che per tutti era precaria, bramavano tutti uscire, quand’anche non si sapesse che i popoli sovente per bizzarria, per superbia agognano i tentativi più disperati. Il Congresso a Brusselle non dava un passo verso il riordinamento. L’Austria sperava assonnare l’Italia settentrionale col prometterle istituzioni liberali; e dopo ch’ebbe doma un’altra volta l’insorta Vienna, convocò una Dieta costituente a Kremsier, dove il ministro Schwarzenberg professava «accettare sinceramente la monarchia costituzionale; tenerne ferme le basi col separare rigorosamente il potere esecutivo riservato alla Corona, e il legislativo esercitato in comune dal principe e dai corpi rappresentativi; assicurare l’eguaglianza dei diritti, garantire il libero sviluppo di tutte le nazionalità, introdurre la pubblicità in tutte le parti della pubblica amministrazione, consolidare le libertà comunali, estendere nelle provincie l’indipendente gestione di tutti gli affari interni, e unificarle mediante un robusto poter centrale. Il regno Lombardo-veneto, conchiusa la pace, troverà nella sua unione organica coll’Austria costituzionale la miglior garanzia della sua nazionalità. I consiglieri responsali della Corona si terranno fermi sul terreno de’ trattati: essi nutrono speranza che un avvenire non lontano porterà il popolo italiano a fruire i benefizj d’una costituzione, la quale deve tener unite le differenti stirpi con parificazione assoluta di diritti».

Era dunque risoluta a non cedere un palmo di terreno; l’Inghilterra aveva accettato qual base del Congresso, che nessun brano si staccherebbe dall’impero austriaco, neppur Venezia. Ma chi allora credeva alla verità? Intanto non poteano nè l’Austria prendere una risoluzione per rassettare la Lombardia e finirla con Venezia, nè il Piemonte disarmare e togliersi alla disastrosa incertezza. Adunque strepitavasi d’ogni parte; i giornali perseveravano nel tristo uffizio di denunziare ed inasprire quei che la sventura avrebbe dovuti conciliare e congiungere[101]; acclamavasi la rinnovazione delle ostilità, volerlo Dio, volerlo il popolo. Singolarmente il Circolo italiano di Genova, trascendendo i limiti costituzionali, vilipendeva il re: anzi Genova (18 xbre) sorse a tumulto; e il ministro Buffa speditovi con pien potere, invece di dar torto ai mestatori, proclamava saperne causa unica l’essersi voluto «seguitare una politica contraria alla dignità, agli interessi, all’indipendenza della nazione»; il presente Ministero volere «l’assoluta indipendenza d’Italia a costo di qualunque sacrifizio, volere la Costituente italiana e la monarchia democratica»; aggiungeva d’aver ordinato che le truppe partissero dalla città (1849), perchè «la forza vale cogli imbelli non coi Genovesi; i forti saranno presidiati dalla guardia nazionale, tutti o parte a sua scelta; tolta ogni apparenza di forza, farem vedere che in una città veramente libera basta la guardia nazionale; che quando il Governo batte la via della libertà e della nazionalità, Genova è tranquilla». Così i cittadini atteggiavansi come avversarj ai soldati, nell’atto che da questi bisognava tutto aspettare: i soldati protestano; la Camera disapprova; il Ministero è obbligato a un’altra scusa memorabile; cioè che «non bisogna misurare i proclami col regolo ordinario, contenendo per natura frasi che ai lontani pajono eccessive, mentre sono inevitabili ai vicini».

Sciolta la Camera, la nuova, eletta sotto quelle esacerbazioni, abbandonò i moderati per gl’impazienti. Il ministero Gioberti dichiarava: «L’indipendenza italiana non può compiersi senza le armi; laonde a questo rivolgeremo ogni nostra cura, convinti che la sola monarchia costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza, potenza contro i disordini interni e gli assalti stranieri». Dichiarava pure non potersi persistere in uno stato che era peggiore della guerra, poichè ne aveva tutti gli sconci e nessuna favorevole eventualità; voleva considerare ancora come effettiva la fusione, e lagnavasi che atrocemente fossero trattate dagli Austriaci provincie datesi al Piemonte. Il re medesimo, aprendo il Parlamento, manteneva il concetto della fusione, soggiungeva che «la fiducia è nei forti accresciuta, perchè all’efficacia dei nostri antichi titoli s’aggiunge l’ammaestramento dell’esperienza, il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. Le schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti e gareggiano di bellezza, d’eroismo colla nostra flotta. Ma per vincere è duopo che all’esercito concorra la nazione; e ciò, o signori, sta in voi, sta in mano di quelle provincie che sono parte così preziosa dei nostro regno e del nostro cuore, le quali aggiungono alle virtù comuni il vanto proprio della costanza e del martirio».

La risposta delle Camere ingagliardiva quell’attacco, e non parlava di guerra e d’indipendenza italica soltanto, ma degli Ungheresi da soccorrere; e che si disdicesse immediatamente l’armistizio.

Le condizioni però del nemico quanto erano cambiate (1848)! La Germania, vogliosa di ringiovanirsi, erasi raccolta in Parlamento a Francoforte «per attuare una costituzione che comprendesse l’unità della nazione, colla varietà tradizionale de’ Governi. Ma la sapienza statuale ivi pure comparve scarsissima: variati i sentimenti, secondo il paese che prevaleva; e mentre negavansi soccorsi e fino approvazione all’esercito austriaco combattente in Italia, dichiaravasi che la linea del Mincio e le grandi fortezze erano necessarie all’integrità della Germania, e si considerava come intacco a questa l’avere i volontarj lombardi stimolato a insurrezione il Trentino.

Al rompere della rivoluzione, la guerra di razze metteva a brani l’Austria, la quale potea dirsi ridotta nei tre eserciti di Radetzky in Italia, di Windischgrätz in Boemia, di Jellacich in Ungheria. La Corte imperiale, cacciata dalla devota sua città (15 maggio), erasi rifuggita a Innspruck, e blandiva la capitale col consentire un’Assemblea costituente; disapprovava Jellacich che acclamava il risorgimento delle stirpi slave: ma intanto i suoi eserciti vinceano a Praga le barricate, a Vicenza i popoli, a Custoza gli eserciti; la Dieta ungherese per bocca di Kossuth promettevale fino ducentomila uomini se bisognassero per domare l’Italia. Perocchè i Magiari parteggiavano coll’Austria onde tenere al giogo gli Slavi; ma ben presto volendo ella frenarne la prepotenza, le divennero ostili; e allora gli Slavi si posero coll’Austria e la sorressero, sempre per proprio vantaggio e scapito altrui. I cittadini di Vienna, stanchi del despotismo degli studenti impadronitisi del Governo, richiamavano l’imperatore (agosto), che rientrava nella sua capitale appunto quando Radetzky rientrava in Milano. Ma poco appresso i sommovitori rivalgono, sollevano sanguinosamente la città, e fra molt’altri trucidano un ministro. Windischgrätz vi accorre da Praga, vi accorre Jellacich, e da Boemi e Croati è presa la capitale (31 8bre), e terminata la rivoluzione, alla quale non avevano preso parte nè la campagna nè le provincie.

Erasi fra ciò adunata un’Assemblea costituente, secondo la moda d’allora, per compilare la Statuto dell’impero austriaco; v’ebbero rappresentanti anche di paesi italiani, quali il Tirolo e Trieste; ma le rioccupate provincie lombardo-venete furono invitate invano a spedirvi i loro eletti «per garantire la propria nazionalità, e conciliarla col principio supremo dell’integrità della monarchia». Dall’irrequieta Vienna la Dieta erasi trasferita a Kremsier, ma rimaneva scissa fra l’unità dottrinale e la tradizionale individualità: nelle dispute, inconcludenti e di teoria nebulosa, perdeva tempo e credito, sicchè il Governo potè arrischiarsi a toglierle la mano. Già il 22 settembre l’imperatore Ferdinando avea proclamato piena perdonanza agli abitanti del Lombardo-Veneto, e la ferma sua intenzione che «avessero una Costituzione corrispondente alla loro nazionalità ed al bisogno del paese»: poi confessando la necessità di «forze più giovani per soddisfare il bisogno potente e irremissibile di un grande cambiamento, che abbracci e rifonda tutte le forme dello Stato», abdicava (2 xbre); e giacchè suo fratello Francesco Carlo vi rinunziò, lo scettro fu messo in mano al figlio di questo, al giovanetto Francesco Giuseppe, che aveva fatto le prime prove combattendo gl’Italiani. Egli «riconoscendo per proprio convincimento il bisogno e l’alto pregio delle istituzioni liberali e consentanee ai tempi, calchiamo (dicea) con fiducia la via che deve condurci ad una salutare riforma e al ringiovanimento di tutta la monarchia», e protestavasi «deciso di mantenere immacolato lo splendore della Corona e intatta la complessiva monarchia, ma pronto a dividere i proprj diritti coi rappresentanti de’ suoi popoli».

Ben presto si proclama una costituzione (1849 8 marzo) che recida il nodo delle quistioni, statuendo l’unione organica di tutte le provincie, eguaglianza e indipendenza delle diverse nazionalità; unico Parlamento con due Camere; nella prima i deputati delle diete provinciali, nell’altra i deputati eletti dal popolo, uno ogni centomila abitanti; il potere legislativo viene esercitato dall’imperatore unitamente al Parlamento generale per le leggi di tutto l’impero, e alle Diete nazionali per le leggi particolari. Così l’imperatore trovasi capo delle varie nazioni e unificatore di tutte, e può opporre la forza attraente dello Stato alla centrifuga delle provincie.

Anche la Dieta germanica si scredita colle metafisiche sottilità; e quando essa dichiara che paesi tedeschi non potranno confondersi con forestieri nello stesso dominio, l’Austria, che da tale partito sarebbesi veduta scomposta, vi oppone un franco niego, asserendo non voler menomare i proprj diritti, e che starà federata colla Germania, non una con essa. A questo colpo risoluto, la Dieta perde efficacia, e ben presto si scompone; la Prussia, ch’era parsa sul punto di afferrare l’egemonia della Germania, torna secondaria all’Austria, che s’accinge a riparare gli sdrucci lasciatile da un turbine, dove credeanla già subissata quei che ignorano la storia d’Europa.

Come le umiliazioni di lei aveano dato spirito alle Potenze estere di sbraveggiarla, il rialzarsi le fece propense a sostenerla: ond’essa più sempre ferma dichiarava non avere altro da trattare colla Sardegna se non di ristabilire le relazioni amichevoli, interrotte per l’invasione del re, e di fissare le indennità per le spese di una guerra assunta in legittima difesa; per deferenza avere accettato la mediazione brussellese; «ma il pretendere di condurre l’Austria a cedere provincie che avea difese con torrenti di sangue, cederle come premio al perfido aggressore di cui ha trionfato, era giustamente vilipeso dalla pubblica opinione dell’Europa come una stravaganza degna della demenza dei demogoghi italiani, e di un re che, parlando dal trono, non dubitava incitare direttamente la provincie italiane dell’Austria all’insurrezione». Il Ministero imperiale interrogava dunque le Potenze, e nominatamente l’Inghilterra, se riconoscessero il regno dell’Alta Italia, e se fosse in arbitrio di Carlalberto il cangiare da solo la circoscrizione degli Stati, fissata dalle Potenze: conchiudeva che dal canto suo non romperebbe l’armistizio, ma le trattative essere superflue, e volere libertà d’azione[102].

Il Ministero inglese, che avea continuato quell’altalena micidiale all’Italia, lusingandone le speranze mentre rassicurava i nemici, allora pure all’austriaco rispondeva, considerare come non avvenuta la fusione, e dava positiva e formale assicurazione che nelle conferenze non pensava sostenere le inqualificabili pretensioni del Gabinetto sardo, ma adottare per base della mediazione l’integrità de’ territorj circoscritti dai trattati[103]: conseguentemente, al re consigliava con istanza di non volersi avventurare ad irreparabile ruina.

Queste cose sapeansi allora come adesso: ma, non che vi si credesse, il Circolo italiano a Torino non vide che «un obbrobrio ministeriale, che umiliazione, che oscillamento nelle parole che il Gabinetto, usurpante il titolo di democratico, poneva sulle labbra del principe; parole desolanti ad ogni buon patrioto»; e provocava una dimostrazione solenne, e mandava alla flotta sarda in Venezia per eccitarla «a non mancare all’appello di tutt’Italia», e giurare com’essi d’adoprare tutti i mezzi per ottenere la Costituente italiana.

Le parole del re e dei Comitati arrivavano in Lombardia, e rinfuocolavano le speranze tanto più, quanto più vi si soffriva sotto la dittatura militare. L’amnistia così piena e incondizionata, accordata ripetutamente dall’imperatore, non lasciava luogo a supplizj o processi per fatti della rivoluzione; ma da un lato s’imposero multe più o meno gravose, e dalle diecimila fino alle ottocentomila lire contro persone che v’aveano preso parte, foss’anche con soli scritti: pena che inviperiva inutilmente, giacchè dai più non si cercò mai nulla, alcuni se ne acquetarono con tenui versamenti. Più pesava lo stato d’assedio, che metteva ad arbitrio delle corti marziali le vite e gli averi; e i molti che erano fucilati o per possesso d’armi o per tentata subornazione o per rapine, consideravansi come del pari ingiustamente colpiti, secondo accade delle procedure sommarie e secrete. Alcuni casi sciagurati crebbero l’esacerbazione. Il 3 gennajo il feldmaresciallo andava ad assistere all’esperimento della scuola di ballo del teatro, e i Milanesi vollero vedervi un’insultante commemorazione del macello d’un anno prima. In occasione della nomina del nuovo imperatore celebrandosi dai militari un Tedeum, una femmina espose tappeti di colori ingrati; e perchè alcuno ne levò rumore, ecco uscire una mano di soldati, torre in mezzo chi primo primo, e menati in castello bastonarli, fra cui sin donne, e persone inoffensive per natura, età e pinguedine.

I Lombardi poi perseveravano nella dimostrazione negativa, schivando di ravvicinarsi ai dominatori se non alla distanza d’una fucilata. Italia tutta fremeva, anche per moda, contro i Tedeschi; i ducati si credeano illegittimente occupati; illegittimamente Ferrara, donde però i Tedeschi, avuta soddisfazione, si ritirarono (18 febb.).

In Piemonte il Ministero, pure col titolo di democratico resisteva alla democrazia. Quando seppe fuggito il granduca, espulso il papa, e che le Potenze vorrebbero ripristinarlo, Gioberti sbigottì; laonde, cercato invano che l’intervenimento fosse soltanto pacifico onde cansare l’obbrobrio di vedere di nuovo dagli stranieri rimaneggiare le sorti nostre, pensava opportuno che il Piemonte si togliesse l’assunto di ristabilire il granduca che l’invocava, e il papa che lo temea; forse la mostra basterebbe a dissipare la resistenza; intanto Italia si avvezzerebbe a vedere dalle proprie armi risolvere le interne quistioni; il Piemonte, col vincere il disordine, ricupererebbe importanza in faccia alle Potenze; e le menti sarebbero sviate dalla guerra contro l’Austria, che prevedeasi inevitabilmente disastrosa.

Erano idee delle meno strane fra i delirj d’allora; le aveva egli pubblicate ne’ giorni di sua maggior popolarità[104], ma adesso repugnavano col titolo del suo Ministero, coll’intemperanza corrente, e colla guerra da esso fatta al Ministero precedente. D’altra parte, se teneasi valevole la votazione universale dei Lombardi per la fusione, perchè non anco quella dei Romani per la repubblica? La Camera, e più le loggie e le piazze che alla Camera imponevano, accolsero come un fratricidio quel progetto; i suoi partigiani rissavano cogli avversi per le vie: ond’egli, sommerso nell’onda, che lo avea sollevato, è costretto rassegnare il portafoglio (21 febb.), toccando il solito salario della popolarità, vilipendio e oblio; denunziato alle Camere, minacciato di processo, gridato traditore, e rinnegato con tanto impeto con quanto dianzi l’aveano divinizzato. Egli non subì l’oltraggio con dignità[105], e nel Rinnovamento civile, mutava d’amici e di nemici, benevolo fin a quelli che più n’aveano meritato il disprezzo (p. 351), e accannito contro gli autori della sua gloria, i fondamenti delle sue speranze.

Colla profonda scienza e massime colla positività filosofica non può combinarsi quel suo voler riunire le cose e le idee più disparate, e sosteneva di non aver cambiato anche dopo mutatosi di punto in bianco: il che i suoi amici qualificavano come uno svilupparsi di concetti, che prima aveva solo in germe. Nel vortice de’ suoi libri invano cerchi una risposta precisa sulle capitali quistioni di letteratura, teologia, filosofia, politica, tanto egli le rinvolge in formole dubitative e cortesi e retoriche, o le professa differenti secondo i tempi. Carezzò nemici, disse per correggerli; osteggiò vecchi amici, disse perchè cambiarono; onde parve e incerto e non sincero: profuse lodi a mediocrissimi, mostrò bisogno d’appoggiarsi ad autorità comechè meschine, perciò scegliendo esempj a caso e immeritevoli, ignorando i più degni e meglio a proposito, e confessando d’avere scritto variamente secondo l’occasione. Ora di Pio IX non sa dir male che basti, e «parrìa che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice del quale a principio celebrai il valore: ma io posso fare una girata dello sbaglio a’ miei onorandi patrioti; perchè, essendo allora lontano e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia» (pag. 448). Dell’incensato Carlalberto diceva che «tutti errammo a confidare nella fermezza e sincerità di lui» (pag. 235); e che «quando il Balbo disdisse la lega sollecitato da Pio e dagli altri principi, il male non ebbe più rimedio, e prese corpo quella chimera dell’albertismo, che tanto nocque alle cose nostre: per acquistare Carlalberto si perdette Pio IX. Roma in ogni caso si sarebbe tirato dietro il Piemonte, dove che questo nè avrebbe incominciato senza Roma, nè vinte le sue repugnanze» (pag. 20). Narrando poi i fatti e divisando le opinioni di quei tempi, anch’egli, come fece il Guerrazzi, s’appoggia al fondamento più traballante, i giornali, che danno argomento per ogni partito come per ogni assurdità.

Chi sente qual sia mortificazione per un’anima elevata il riconoscersi impotente al bene, geme vedendo offuscare se medesimo un uomo, la cui parola fu un tratto la parola dell’Italia tutta; cominciato con immensa gloria, finiva col rammarico d’avere tutt’altro che giovato la causa italiana, abbandonato il suo soldo da presidente del Ministero a soccorso di Venezia, ritiratosi senza ricchezze e senza titoli in Parigi all’operosa quiete degli studj, da repentina morte fu côlto in fresca età. Non v’è forse esempio moderno che maggiormente meriti essere meditato, e possa recare più grande istruzione.

Il Ministero sottentratogli, senza alcun nome raccomandabile fuori del generale Colli che vi presedeva, punzecchiato dai Veneziani, dai rifuggiti, dai repubblicanti, dagli stessi costituzionali che di questo tema eransi fatto arma contro il Ministero democratico, dovè promettere anzitutto di rompere coll’Austria, e ne manifestò solennemente le ragioni, conchiudendo: «La guerra dell’indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspizj non ne sono lieti come l’anno passato, la causa è pure sempre la stessa; santa come il diritto che hanno i popoli sul suolo in cui Dio gli ha posti; grande come il nome e le memorie d’Italia». Si precipitò l’assetto dell’esercito, il quale ricuperava la disciplina ma non l’entusiasmo; anzi, indispettito ai Lombardi, con uffiziali nuovi sconosciuti, mormorava del vedersi spinto ancora ai cimenti e alle sofferenze. I generali s’erano e mostrati e confessati inetti; sicchè, non potendo ottenerne uno francese, si chiamò comandante supremo il polacco Chrzanowsky, ignoto ai soldati, esoso agli uffiziali per la mortificante superiorità; e allestiti o no, si disdisse l’armistizio coll’Austria. I diplomatici stranieri non sapeano darsi pace di tanto accecamento; Francia, Inghilterra, nulla lasciarono d’intentato per dissuaderlo[106]: ma che valea la ragione rimpetto alla tiranna del tempo, l’opinione? De Ferrari, succeduto (12 marzo) al Colli qual presidente al Ministero, scriveva al Ricci, rappresentante presso il Congresso di Brusselle, non essere più possibile sopperire alle spese della guerra senza farla; la continua incertezza ed inquietudine poter suscitare gravi commozioni, nè la quistione potersi risolvere che col deporre le armi o adoperarle; il primo partito rompeva il vincolo coi Lombardo-Veneti, repugnava all’opinione, e avrebbe cagionato gravissimi sconcj, forse la guerra civile. E infatti che non poteano temere i principi allorchè l’incendio della media Italia lanciava faville anche nella settentrionale?

Disapprovata dalla ragione e dalla diplomazia, questa intima di guerra ebbe dappertutto la sanzione del sentimento; Italia, ottenebrata da sospetti, da ire, da scomuniche, da assassinj, da riazioni, a un tratto si rifece baliosa nella concordia d’un sublime intento; parvero cessare il palleggiarsi delle ingiurie e gli ammazzamenti politici di cui era contaminata ogni contrada di Romagna; i Lombardi deporre quella disperazione, che fa vili quando non fa scellerati; e tutti, pur dianzi sbranati dalle quistioni di municipio, di costituente, di repubblica, di monarchia costituzionale, d’Italia una o d’Italia confederata, trovarsi unanimi nel grido dell’indipendenza. Da Aosta a Siracusa i cuori palpitarono, come un anno prima, di magnanima speranza; alla fiaccamente convulsa Toscana parve trasfondersi il sangue dei martiri di Curtatone; fino i repubblicanti sorrideano all’idea di acclamare l’impero d’Italia, e l’Assemblea romana, fastosamente garrula nella peristaltica inazione, intonava: — Tempo è di fatti, non di parole: dall’Alpi al mare non si dà indipendenza vera, non libertà finchè l’Austriaco conculchi la sacra terra. All’armi, e Italia sia».

Schwarzenberg, ministro dell’Austria, versava la responsabilità di sì grave risoluzione sulla testa di colui che vi era spinto da funesti consigli; ed annunziò ai Governi amici il proposito di drizzare la marcia sopra Torino, e colà dettare la pace, ma non volere acquistare un palmo di territorio[107]. Radetzky, conculcando le abituali convenienze, nella grida di guerra insultava al re (12 marzo), che «un’altra volta stende la mano sulla corona d’Italia. Sleale, spergiuro, micidiale di se stesso, occupato solo a far dimenticare, adulando i rivoluzionarj e il vulgo, i tradimenti del 1821 e diciassett’anni di despotismo, Carlalberto, pari al ladro che coglie occasione dall’assenza del padrone per compiere il furto con sicurezza, invase il paese amico. Io disponevo ancora di forze bastanti a far pentire Milano. Se avessi presentito che la dignità regia doveva in Carlalberto cadere in tanto avvilimento, non gli avrei mai risparmiato l’onta di farlo prigioniero in Milano. La pace che da generosi gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Sarà l’ultima letizia della lunga mia vita il potere nella capitale d’uno sleale nemico fregiare il petto de’ miei prodi commilitoni colle insegne meritate col sangue. Avanti, soldati! A Torino sia la nostra parola d’ordine: colà ritroveremo la pace per la quale combattiamo».

Quest’imperiosa jattanza credeasi mascherasse la paura. Con fierissime minaccie a chi si movesse, abbandonò egli sguarnito il Lombardo-Veneto, fuorchè le fortezze; e con settantamila uomini in cinque corpi e abbondantissime artiglierie si difilò al Ticino (20 marzo), proclamando ai Piemontesi: — Me non anima spirito di conquista: vengo a difendere i diritti del mio imperatore e l’integrità della monarchia, minacciata dal vostro Governo, alleato colla ribellione».

Di rimpatto la speranza degl’Italiani fondavasi sulla insurrezione. I giornalisti assicuravano che Radetzky, obbligato a mantenere l’assedio di Venezia, e vigilare ogni città, pregna di rivoluzione, e avendo migliaja di malati, di pochissime truppe potea disporre, talchè non difenderebbe la Lombardia, ma ritirerebbesi di là dal Mincio; ed annunziavano orrori, quasi tutti ripetendo le stesse frasi.

La Consulta lombarda aveva presentato al re un indirizzo, ove, a nome de’ Lombardi accolti in Piemonte, «e di quelli che fremeano sotto il giogo dell’Austria o andavano ramingando nell’amaro desiderio della patria», lo benedivano e ringraziavano; e «I fatti risponderanno all’aspettazione vostra e d’Italia: all’apparire del valoroso vostro esercito liberatore, i Lombardi si sentiranno rinfiammati di quel coraggio che li sostenne nella sventura, e gli correranno incontro per secondarne le ardite mosse, per dividerne le magnanime prove». L’emigrazione lombarda annunziava: «Centoventimila uomini accorrono per salvare la Lombardia, per riconquistare l’indipendenza, che oramai per noi vuol dire il diritto di vivere. Dal tempo dei Romani in poi, il mondo non vide mai un esercito italiano più numeroso e agguerrito. Esso sterminerà dal sacro suolo della patria il nemico». Il Ministero facea decretare: «Tutti quelli fra i diciotto e i quarant’anni, che si trovano nelle provincie non occupate dal nemico, dovranno immediatamente presentarsi al comandante militare... Chiunque non si presentasse fra cinque giorni dalla promulgazione di questo decreto, sarà considerato come refrattario al servizio militare».

Come non persuadersi che un’immensa voragine si aprisse sotto il passo dell’oppressore? Il Piemonte non pensò dunque a riparare le frontiere, nè preparare a quello un trabocco, a sè uno scampo se entrasse sul territorio sardo. Eransi intimate le ostilità prima d’avvertirne tutt’Italia, la quale non potè accingersi a soccorrere, se anche l’avesse voluto. Lamarmora fu spedito a occupare la Lunigiana, neppure avvertendo il Governo toscano, che indignato minacciò di far sollevare Genova. A Roma il proclama delle ostilità arrivò prima di colui che doveva annunziarle. Venezia non ebbe tempo di allestire tutti i suoi, che avrebbero potuto avvicinarsi a un’ala dell’esercito sardo, e circuire il nemico. Il generale piemontese ignorò, non solo gl’intenti, ma fin le mosse degli Austriaci; anzi sol cinque giorni dopo disdetto l’armistizio egli n’ebbe l’avviso. La maggiore importanza consistea nell’ammutinare la Lombardia, che rumoreggiasse alle spalle del nemico minacciando recidergli la ritirata: un Comitato, detto di lavori statistici, avea avuto l’incarico di prepararlo; Lamarmora dal Parmigiano, Solaroli da Oleggio darebbero mano agl’insorgenti: ma che? appena cencinquanta persone entrarono per Varese e Como, capitanate dal Camozzi, convogliando seimila cinquecento fucili e settemila lire, ma nè un soldato nè un uffiziale regolare che desse sanzione al movimento. Carlalberto fece una cavalcata di qua dal Ticino pel ponte di Buffalora, ma il paese che s’era mosso fuor di tempo nel marzo del 48, nel marzo del 49 stette quieto fuor di tempo, onde il re diede la volta indietro. Mentre lo sfidato procedea risoluto all’offesa, e invadeva il territorio con settantamila uomini e ducento cannoni, gli sfidatori che aveano bandita la guerra nazionale teneansi sulla difesa. Rinnovando gli errori della campagna precedente, erasi disperso l’esercito sopra lunghissima linea da Novara a Parma, talchè Radetzky conobbe facile il separarlo dalla sua base d’operazione che sono Alessandria e Genova, anzichè i Piemontesi separassero lui dalla sua che sono Verona e Mantova. E prima che soccorsi al Piemonte giungessero e neppure si apparecchiassero, una giornata nei piani di Novara (24 marzo) bastò a dare compìto trionfo agli Austriaci.

Le truppe piemontesi disordinate buttansi a saccheggiare Novara: si sparge che Carlalberto tradì, che il Parlamento dichiarò scaduta Casa di Savoja, che Chrzanowsky mandò a morte i generali traditori, battè gli Austriaci, occupò Milano. Ma tutto era consumato. Carlalberto, invano desiderando che una palla il colpisse, abdica e fugge. Se, vinto un’altra volta, avesse subita la pace, rimanea vassallo dell’Austria, debitore di sua corona alla magnanimità del Radetzky, obbligato a espellere dal regno coloro, alle cui speranze avea dato tanti eccitamenti. D’altra parte, se la monarchia sarda fosse caduta, accorreva certamente, se non altro alla partigione della preda, la repubblica francese, portatrice o d’una guerra o d’un esempio che importava rimovere. Ecco perchè Radetzky non si fece difficile, e appena il figlio del re gli si presentò, concesse un armistizio (26 marzo), patto che l’esercito austriaco occuperebbe quant’è fin alla Sesia, e porrebbe presidio misto col piemontese in Alessandria; l’esercito sardo, congedati i corpi lombardi, si ridurrebbe in assetto di pace, e si solleciterebbe una conchiusione.

A Torino s’ignora tutto, e si fantasticano trionfi: confusamente udite le male nuove, il Parlamento chiacchera, fa mozioni e arringhe e invettive; accertate, si cambia il Ministero; notificata poi la mutazione del re, fra gli urli di piazza si dichiara incostituzionale l’armistizio, si chiedono gli estremi sforzi, si vuol guerra, si accusano d’inetti, di traditori i capitani.

È comune l’adoprare la parola tradimento a coprire gli sbagli e impedire lo scoraggiamento; non è raro l’imputare ad uno le ruine sotto cui fu sepolto; ma perfino nella rabbia ripugna il credere a delitti inutili: eppure alcuni non esitarono a sanzionare que’ sospetti, in momenti ove sì facilmente il popolo li traduce in furore.

Da tutti i municipj arrivavano accuse e messi contro del Ministero, contro dei generali, contro del Parlamento. A Genova, in italiani fremiti torcendo la rabbia municipale, si divulga che i Piemontesi sono d’intesa cogli Austriaci per abolire lo statuto, e che marciano insieme sopra Genova (31 marzo), talchè si vogliono le fortezze; vien affidata la città all’Avezzana, esule del 21, con altri eccessivi; si assalta l’arsenale, che con molto sangue è ridotto a cedere; si grida il Governo provvisorio della Liguria; s’invitano i militi lombardi a difendere quella città e lo statuto dai traditori; e ai nemici d’Italia fu nuovamente imbandito il piacere di vedere torcersi contro Italiani le armi che non erano valse contro le straniere.

Il generale Lamarmora, accorrendo da Parma, sorprese i forti, e poichè l’avvicinarsi del corpo lombardo facea temere non ajutasse gl’insorti, si ricorse ai mezzi più terribili, lanciaronsi bombe, e Genova fu presa (11 aprile) per forza, trattata come nemica, principalmente dai soldati che vi stavano dapprima in guarnigione, e che voleansi vendicare degli oltraggi sofferti: sin le relazioni uffiziali confessano trattamenti peggiori di quelli che si attribuivano agli Austriaci: ma i caporioni eransi ritirati; agli altri ben presto si proclamò il perdono, cercando reciprocamente si obliassero «fatti che furono, si direbbe quasi superiori alla volontà umana»[108].

Ad altri gridatori di tradimento, che poteano anche trucidare i Lombardi imputandoli d’avere sagrificato Carlalberto, si diede una soddisfazione, e si declinò il sospetto di complicità, dopo incondito processo fucilando il generale Ramorino (10 aprile), reo non d’avere tradito, ma di inettitudine o disobbedienza, colpa comune a tropp’altri, pei quali egli cadeva vittima espiatoria. Insieme ordinaronsi scrutinj sulle cause del disastro, che ognuno rimbrottava all’altro; e al Ghrzanowsky fu decretato il gran cordone mauriziano[109].

La Lombardia non erasi mossa, o diffidasse, o attendesse gli eventi. Como e Bergamo che aveano preso le armi, lasciaronle cascare al sinistro annunzio. Non così Brescia. Che tante promesse, tante speranze fossero svanite in un battere d’occhio, che il Piemonte non notificasse ch’era impossibile il soccorrerla, parve improbabile: speriamo non fosse che illuso il Comitato di difesa allorchè ingannava il popolo con diversissime novelle di vittorie, per le quali entrò il furore di resistere. Nugent, che era accorso da Mantova, ed erasi già fatto ben volere dalla città, scese per dare le novelle certe, ma fu colpito a morte, e sul suo sepolcro leggesi: Oltre il rogo non vive ira nemica. Il terribile Haynau, venuto da Venezia, bombardò la città (31 marzo) che via per via si difese, e perpetuò col sangue e le lacrime la sua nominanza di prima amica del Piemonte.

Nel qual regno le bestemmie si mutarono presto in commiserazione, poi in inni pel re, il quale alle grandi intenzioni ebbe sproporzionate la potenza del consiglio e l’energia della volontà; sfortunato però anche di lodatori, i quali, col negarne i demeriti, le virtù disabbellirono, mentre degli uni e delle altre faceansi ancora arma a fraterni abbaruffamenti. Era egli fuggito all’estremità occidentale d’Europa, ove fra breve soccombette alle memorie e al crepacuore (28 luglio). Alla deputazione mandatagli dal senato a Oporto, rispondeva: — La Provvidenza non ha permesso che per ora si compisse la rigenerazione italiana. Confido non sarà che differita, e non riusciranno inutili tanti esempj virtuosi, tante prove di generosità e di valore, date dalla nazione; e l’avversità passeggiera ammonirà i popoli italiani ad essere un’altra volta più uniti, se vogliano essere invincibili».

Suo figlio Vittorio Emanuele II trattò della pace; e se era inevitabile quando persin gli amici non parlavano che de’ nostri errori[110], doleva il subire le esorbitanti condizioni che l’Austria imponeva, massimamente in denaro; le si ripeteva di non mettere il re ed i ministri in sospetto alle popolazioni, ma consolidare il principio monarchico, sventuratamente scassinato[111]: dopo lunghissime discussioni a Milano fu stipulata la pace (6 agosto), dove sono riconosciuti i limiti dei due paesi come erano avanti le ostilità, per linea di demarcazione presso Pavia fissando il filone del Gravellone, su cui si porrà a spese comuni un ponte; combinerassi al più presto un trattato di commercio, e per impedire il contrabbando; restano cassate la convenzione 11 marzo 1751, e il decreto aulico 1º maggio 1846 che rincariva il dazio de’ vini di Piemonte; questo pagherà settantacinque milioni per le spese di guerra all’Austria, la quale ritira dal regno le sue truppe. Parma e Piacenza, occupate dai Piemontesi, furono restituite al duca Carlo Lodovico, che ben presto le rinunziava al peggiore figlio Ferdinando Carlo: Modena tornò al giovane Francesco V. Il non essersi, nelle trattative e nella pace, fatto parola contro lo statuto, palesava il nuovo diritto internazionale, per cui nessuna Potenza deve mescolarsi dell’interno ordinamento dell’altra.

I calorosi di tutta Italia s’accoglievano a Roma; i principi spodestati rifuggivano a Gaeta. Il re di Napoli aveva riconvocate le Camere (1848 1 luglio), sconvolte però dal manifesto dissenso de’ ministri, dai tumulti de’ piazzeggianti che gridavano «Abbasso la Costituzione», e dall’esercito che professavasi sostenitore della Costituzione, ma stanco di quei che ne misusavano[112].

Il Parlamento fu prorogato al 1º novembre; e a quell’annunzio le turbe di Santa Lucia prorompono in urli di gioja (8 7bre), ed insultano i deputati; mentre altri lazzaroni gridano «Viva la Costituzione»: la truppa è costretta fare fuoco sugli uni e sugli altri. Eppure il Governo fa rinnovare le elezioni; libere a segno, che il massimo numero sortì avverso alla Corte; nè i giornali la risparmiavano: poi il Parlamento (1849 8 febb.) espose gravami contro il Ministero, che non furono ascoltati; fece leggi che non furono sancite dal re, il quale ben presto lo sciolse, e assunse il governo personale. Non vi resse il ministro Bozzelli, che aveva compilato la costituzione, e che fu proclamato vile e traditore, come chiunque in quel tempo accostò le labbra all’assenzio del potere.

Il re se ne rendeva sempre meno inclinato a condiscendere alle pretensioni de’ Siciliani, che mai non avea potuti sottomettere. Eransi essi tolto a presidente (1848 26 marzo) Ruggero Settimo, il quale si pose attorno i capi della rivoluzione, Mariano Stabile, Riso, Calvi, il principe di Butéra, l’avvocato Pisano, Michele Amari. Risoluti contro gli eccessi, chiudono i Circoli, valgonsi della guardia nazionale per ottenere quiete, mandano per farsi riconoscere dagli altri Governi, e lasciano partire La Masa con cento giovani per la guerra santa, i quali passarono come in trionfo dappertutto, bene accolti dai principi, regalati di filacce e bende dalla granduchessa, a Torino banchettati e arringati: allettati così a pellegrinare cantando anzichè combattere. Abbattute per decreto le statue regie, dichiararonsi scaduti i Borboni (1848 13 aprile); Inghilterra ed altri principi furono contenti dello stacco della Sicilia, purchè essa avacciasse a scegliersi un re, che forse riconoscerebbero; un re domandavano le soscrizioni e le guardie nazionali; e per poco che valesse una corona così incerta, trovava competitori. Era fra questi Luigi Buonaparte[113]. Ma non era ancora il suo giorno e il suo luogo; e poichè allora tutto ventava per Carlalberto, il Parlamento (10 luglio), seduta stante, proclamò Alberto Amedeo di Savoja, tacendo il suo nome usuale di Ferdinando per odio a quel di Napoli. Feste indicibili: ma fu un crescere i sospetti agli altri principi italiani; alfine, sopraggiunti i disastri, il duca di Genova ricusò.

Frattanto surrogano un Ministero (13 agosto), preseduto dal marchese di Torrearsa; quando, caduta Milano, le Potenze suggerivano di riconciliarsi, i Siciliani persistettero al niego; onde il re, non vedendo altra via che le armi, le ingrossò, affidandole al generale Filangieri. Messina avea resistito sempre, in sette mesi mostrando una costanza e un valore, che duole non fossero adoperati alla rigenerazione nazionale. Palermo vi mandava ajuti; ma Filangieri, dopo fiero bombardamento, fu costretto prendere casa per casa in un combattimento durato trent’ore, ove de’ regj rimasero quarantasei uffiziali e mille trentatre soldati. Messina, invano difesa da 15 mila soldati e 150 cannoni, dopo tre giorni di bombardamento e 29 ore di combattimento, cadeva per opera di 6000 soldati, fra cui il 3º reggimento svizzero, con 10 pezzi da 4; con gravi perdite dalla parte dei realisti e poche de’ Siciliani[114]. In Messina tutto andava a fiamme ed eccidio (1849), se i consoli di Francia e Inghilterra non si fossero interposti, chiedendo e quasi imponendo sospensione d’armi, sinchè Francia e Inghilterra decidessero. Allora a torme, come i Lombardi da Milano, dalla desolata patria i cittadini si strascinano fin a Catania e a Palermo, dove il Parlamento rinforza di soscrizioni e decreti per vendicare Messina; ma scarso viene il denaro volontario, e forzarlo non si osa; cercansi gli argenti delle chiese, le cancellate, i candelabri, i tubi del gas, e prestiti forestieri; chiedonsi armati e generali stranieri. Ma le truppe mancano di uffiziali e di disciplina, ed essendo cernite sin dalle galere, sgomentano il paese con rapine ed assassinj; le finanze fanno pelo d’ogni parte; la discordia inviperisce fin tra l’alta e la bassa Camera; ciascun nuovo Ministero perde subito la fiducia, perchè o non reprime i colpevoli o vuole reprimere anche i non colpevoli, e riesce ben lontano da que’ titanici spedienti che ciascuno prometteva quando trattavasi soltanto di parole.

Nè le Potenze straniere ajutavano. La Corte di Torino avea ricusato la corona offerta al duca di Genova[115]; Francia sgradiva il distacco dal regno; Palmerston conchiudeva che non per questo moverebbe guerra al re di Napoli, nè impedirebbe ch’egli la recasse alla Sicilia, ma con parole dissonanti dai fatti, davano lusinghe agl’insorgenti; e gli ammiragli di Francia e Inghilterra sospesero le operazioni militari dell’esercito napoletano, a titolo di umanità e tutto profitto dei sollevati, che poterono procacciarsi armi, vaporiere da guerra, e sistemare l’esercito. Il re mandò da Gaeta un ultimatum (28 febb.), che portava piena amnistia, amplissima costituzione fondata su quella del 1812, salvo ad essi il poter modificarla; Parlamento a due Camere; necessaria la sanzione regia. Quegli ammiragli furono gridati traditori per averla diffusa lungo le coste, e il Ministero siciliano ricusò perfino presentarla al Parlamento «come emanante da un potere, non solo sconosciuto in Sicilia, ma condannato da solenni decreti del Parlamento medesimo»[116]; e «Guerra, guerra» fu l’unica risposta agli ammiragli. Si decreta la leva di quanti sono fra i diciotto e i trent’anni (19 marzo); si disdice l’armistizio, allora appunto che ricominciava la guerra in Lombardia; e cantari e amplessi e tripudj e fiori sugli arrolati; e cinquantamila braccia faticano a scavare un fosso attorno a Palermo.

La guerra trovavasi capitanata ai due estremi d’Italia da due capitani polacchi, Chrzanowsky e Miaroslawsky, il quale sollecitava i preparativi, tenea ben animate le truppe: ma con settemila settecento uomini far fronte a ventimila regolari che assalivano, era impossibile, quand’anche egli non fosse apparso inetto. Vinti dappertutto, la guardia nazionale ricusa persistere nell’inutile resistenza, tanto più dacchè il tracollo del Piemonte restituiva l’Italia alla supremazia austriaca. Il Parlamento adunque declina dai propositi di sepellirsi sotto le ruine della patria; quei che più aveano soffiato nel fuoco, fuggono, per poi dall’esiglio accusare di viltà e tradimento coloro che rimasero; è accettata la mediazione offerta da Baudin ammiraglio francese (26 aprile): ma il re proferisce che «la sua condotta colle città che si assoggettarono, basta a garantire del come tratterà le altre». Pertanto il Governo rivoluzionario rassegna i poteri al municipio; le navi napoletane entrate in porto, intimano sommessione; ne seguono sanguinosi tumulti; chi vuole ammazzare i traditori, già con tal nome indicando i capi rivoluzionarj; chi ancora resiste scompigliatamente. Filangieri acqueta, promette amnistia, eccettuandone quarantatre che lascia partire; condiscende a molte altre domande; infine introduce le truppe regie in città; e l’anniversario appunto della sollevazione di Napoli, l’autorità regia è restaurata (15 maggio). Un maggiorasco di ducenquarantamila ducati premia il Filangieri; e peste, carceri, processi, esecuzioni tengono in freno l’isola come la terraferma.

Piuttosto convulsa che febbricitante, la Toscana persisteva ribelle al granduca, ma il disordine invadeva ogni cosa: deplorabilmente povera la tesoreria; pochissime milizie e indisciplinate, confini indifesi; clero e nobiltà avversi, i democratici triumviri accapigliantisi fra loro; la plebe rompeva ai più insoliti eccessi, guastare la strada ferrata o i fili elettrici, buttare incendj; gli usuraj trafficavano sulle cedole di banco; la concessione comune dell’armi e le bande de’ profughi moltiplicavano prepotenze; intanto si temevano sollevazioni in senso principesco, al modo delle Aretine del 1799. Gli eroi del patriotismo sfogavanlo or calando le campane del bargello per fonderne un cannone; or levando dalla santissima Annunziata una lampada, perchè dono di re Ferdinando; ora minacciando il collegio delle figlie nobili come sconveniente a democrazia. Degli elettori, appena un decimo votarono a nominare i deputati alla Costituente: a Lucca neppur uno; Guerrazzi stesso non la voleva in quell’ampiezza, fosse antiveggenza de’ danni contingibili, fosse ambizione personale, come gli avversarj dicevano. E mentre Montanelli, tutto di Mazzini, volea si proclamasse la fusione colla repubblica romana, Guerrazzi vi si oppose risoluto, nè sì gravi decisioni pareangli da prendersi fra schiamazzi di plebe.

La rotta di Novara dà nuova scossa; vuolsi una dittatura, ed è affidata al Guerrazzi, che arbitro di tutto, con proclami continui e ghiribizzosi opponeasi all’anarchia, frenò la vergognosa indisciplina del Parlamento, mostravasi operosissimo in preparare la difesa della patria, cassava le milizie inutili, spediva ai confini chiunque potesse portare le armi. Allora per accusa, dappoi per difesa si ripetè pensasse ripristinare il granduca: ma se così era, perchè nol fece quand’egli solo padrone? Realmente lo incalzava incessantemente la setta che voleva la repubblica e l’unione con Roma, o piuttosto voleva il disordine e profittarne. Morsicchiato virulentemente da que’ miserabili insetti che cacciansi nelle narici del leone, assalito in piazza con grida di morte, egli stesso nella sua Apologia assicura ch’era ridotto a fare tutto ciò che imponeagli la turba, e singolarmente i Lombardi armati.

Anche l’unico che mostrò vigore era dunque debole.

D’una squadra di Livornesi erasi egli fatto una specie di guardia pretoriana, esecrata per prepotenze e licenze. Alcuni di quella avendo ingiuriata un’ostiera, sono assaliti (11 aprile); presi a fucili, sassate, coltelli, mazze. A grande fatica il Guerrazzi riuscì a metter calma; ma già quei che erano stanchi delle prepotenze, palliate col nome del dittatore, erano prevalsi, e gridavano — Noi vogliamo i galantuomini»; contadini armati, accorrono in città, abbattono gli alberi e le insegne repubblicane; il Municipio, preseduto dal Digny, assume la direzione degli affari, aggregandosi Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, Cesare Capoquadri; e si rintegra il principato (12 aprile). Prima loro cura fu imbrigliare le vendette e salvare il Guerrazzi da morte: tratto in fortezza insieme co’ suoi, tutti vogliono un pelo del leone côlto nella rete.

Se dall’indagine apparve che i reggitori democratici non aveano usato misura nè senno nello spendere, si chiarì pure ch’erano mondi da latrocinj e concussioni[117]. Il Municipio atteggiatosi a Governo, pronunziava avere colla restaurazione voluto «non solo redimere lo Stato dal despotismo d’una fazione, ma salvare il paese dal non meritato dolore d’un’invasione, e il principato rinascente dall’infausto battesimo d’una protezione straniera». E poichè nell’universale adesione della Toscana a gridar viva a chi vince, solo Livorno resisteva, fino a dichiarare interrotta ogni comunicazione colla terraferma, si spedisce a Torino per chiedere un soccorso: e viene risposto, l’avranno se domandato dal duca. Il quale duca, più fortunato di tutti gli altri principi perchè ristabilito dal proprio popolo, per mezzo di Luigi Serristori rimandava proclamando, — Stiano sicuri i Toscani, che porrò ogni studio a risarcirli delle sofferte calamità, e restaurare il regime costituzionale in modo, da più non temere si rinnovino i passati disordini». Ma la spontanea ed unanime restaurazione non rattenne gli Austriaci, coi quali già prima era concertata l’occupazione; il generale D’Aspre invade i confini (24 aprile), e da Massa, Carrara, Pontremoli occupa Pisa, professando venire a rimettere l’ordine, e quella sicurezza «alla cui ombra le istituzioni costituzionali date dal sovrano legittimo potranno gettar forti radici, portare frutti buoni». Livorno che resisteva, fu occupata a forza (22 maggio), coi danni e i micidj inseparabili da un’invasione violenta[118] e dall’impostovi stato d’assedio. E i Tedeschi rimasero nella Toscana in aspetto di conquistatori, fin quando la vergognosa convenzione del 22 aprile 1850 stabilì l’occupazione indeterminata del granducato, che durò fino al 1857. Poi D’Aspre occupava anche Firenze (15 maggio) «come amico, come alleato», ordinandovi il disarmo, e facendosi mantenere. Erasi sperato che le franchigie costituzionali spontaneamente largite dal granduca perchè promesse e meritate (pag. 117), sarieno mantenute a una gente fedele da un principe cui toccava la rarissima fortuna d’una restaurazione popolare; e in fatti quando al Serristori successe un Ministero composto di Baldasseroni, Landucci, Corsini, Capoquadri, Laugier, Boccella, annunziava, governo della Toscana essere la monarchia temperata dallo statuto 16 febbraio 1848, che il principe era risoluto mantenere, sebbene da altri audacemente violato (circolare 1º giugno); al 6 maggio 1852 veniva abolito lo statuto. Non dimenticato.

Restava la Repubblica romana. Abbiamo storie che dicono come tutto vi procedesse con calma, dignità, moderazione, magnanimità, e «implorare la benedizione del cielo sulla guerra della nazionale indipendenza» (La Farina): n’abbiamo altre che denunziano come indescrivibile il disordine nella metropoli (27 genn.), e peggio nel restante paese. Negli uffizj era bisognato collocare persone o senza cervello o senza fama, ritirandosi i migliori; e alle Potenze estere deputare ambasciadori forestieri: il che non poco screditava la repubblica, mostrando i nuovi essere peggiori de’ funzionarj contro cui si era declamato. Parole, discorsi, indirizzi infiniti, ma scarsi atti, e improvvide deliberazioni, prese col sigaro in bocca e fra un andare e venire di giovinastri. Le relazioni degli agenti esteri parlano di continui assassinj commessi in pubblico, al cospetto de’ soldati, talvolta dagli agenti stessi della Polizia: orribili atrocità sarebbersi commesse anche freddamente a Roma, da gente facinorosa: gli atti stessi con cui si tentava reprimerli, ne provano la moltiplicità. Alla nuova della disfatta di Novara, crebbero qui pure l’impero e la risoluzione d’accorrere a ripararvi, a salvare coi repubblicani l’Italia tradita dai re; e si affidarono poteri dittatorj a Mazzini, Saffi, Armellini. Il vulgo intanto ne prendeva occasione a inferocire; insorto ad Ancona trucidò molti, e non v’era chi lo punisse: colà e a Macerata, ad Osimo, a Sinigaglia, dove principalmente si perseguitò la famiglia Mastai, una setta che s’intitolava Infernale, proponeasi di purgare lo Stato da tutte le persone avverse alla repubblica e che questa contaminassero coi vizj, e trucidò un cavaliere Baldelli, i marchesi Nembrini e Censolini, il capitano Del Pinto, il canonico Specchi ed altri «come inonesti ed immorali»[119].

L’indignazione arrivò al colmo da che si seppe avere il papa invocato gli stranieri. Il Ministero cercava modi di difesa; pose la guardia nazionale sotto alla commissione di guerra; creò altri ducencinquantamila scudi di boni del tesoro, iniquamente dichiarando infruttiferi quelli emessi dal Governo pontifizio; ingrossò del 25 per cento il prestito forzoso a coloro che fra sette giorni nol pagassero: ma le finanze erano nell’ultimo sconquasso, che naturalmente attribuivasi ai precedenti Ministeri.

La Costituzione allora compilata (17 aprile), oltre le garanzie consuete, portava abolite la confisca e la pena di morte; il popolo fa le leggi mediante i suoi rappresentanti; il potere esecutivo è affidato a due consoli biennali; tutelano la Costituzione dodici tribuni quinquennali inviolabili e rieleggibili; il diritto di pace e guerra risiede nell’Assemblea, indissolubile, triennale, e dov’è elettore ed eleggibile ogni cittadino di oltre ventun anno; i consoli sono responsali anche l’uno per l’altro, hanno diritto di grazia e facoltà d’eleggere i funzionarj. Alle Potenze diramavansi manifesti, sfavillanti d’eloquenza, speciosi di ragioni; uditi, non ascoltati: e declamazioni contro il tradimento del Piemonte e le riazioni della Toscana.

Di rimpallo da Gaeta protestavasi contro ogni atto della Repubblica, e singolarmente contro l’usurpazione de’ beni ecclesiastici, e l’arresto dei vescovi di Fermo, d’Orvieto, di Civitavecchia, accusati di tramare una controrivoluzione; di frati, supposti autori di scritture sommovitrici, e condannati alle galere. In fatto molte terre rivoltavansi gridando il nome del pontefice, altrove cozzavansi papalini con repubblicani.

La rotta di Novara aveva elevate le pretensioni principesche, fin a domandare l’incondizionata rintegrazione del dominio papale; onde altro scioglimento non rimaneva che l’intervenzione forestiera. Ben merita si indaghi perchè, fra tanti troni scossi e principi sbalzati in quell’anno, solo il papa eccitasse l’universale interesse; scismatici ed eretici come cattolici, principi come repubbliche, Russia e Prussia come Spagna e Francia si offersero a ristabilirlo; da tutta Europa non solo, ma dalle altre parti del mondo, dalla Cina, dall’Oregon, vescovi, Governi, privati, spedivano condoglianze al pontefice ed esibizione di ricovero[120] e sussidj di denaro quando i consueti gli erano mancati. In Francia la rivoluzione romana vi avea perduto le simpatie appena trascese, tutti vedendovi operare colà gli stessi che aveano sovvertito Parigi; molti dipartimenti fecero indirizzi al pontefice; Avignone gli rammentò l’antica residenza; ed essendosi sparso che egli arrivava in Francia, l’Assemblea nazionale interruppe i suoi lavori per decretare i modi di riceverlo, e lasciare campo di corrergli incontro; Marrast, che vi presedeva, «assicura il nunzio che la Repubblica si terrebbe fedele alle tradizioni che palesarono la Francia ospitale ai grandi infortunj, e ossequiosa alle più nobili»; Thiers e Montalembert all’assemblea francese, Donoso Cortes al congresso di Spagna, lord Lansdowne al Parlamento d’Inghilterra eccitavano a sostenere la più santa e rispettabile debolezza, quella dell’oppresso e dell’innocente.

Al primo annunzio della uccisione di Rossi, erasi in Francia pensato accorrere, e domandossi al Parlamento un milione e ducentomila lire. Che se Ledru-Rollin detestava questo spegnere una repubblica sorella, mentre l’articolo quarto della Costituzione portava: «La Repubblica francese rispetta le nazionalità forestiere, non adopera mai sue forze contro la libertà di verun popolo»; Thiers rispondeva essere follia sperar libera l’Italia senza guerra, e guerra non poteano assumersi i Francesi, tanto meno per una nazione che non combatte, e che sta in mano di ridicoli arruffapopolo. Odilon-Barrot ed altri in maggior fama di liberali incalorivano a una spedizione, non per istrozzare le istituzioni democratiche, anzi per consolidarle nella penisola, e farvi rispettare la sovranità del popolo, mettendolo in grado di governarsi da sè col sottrarlo a una fazione assassina, e per bilanciare coll’ingerenza francese l’illimitata austriaca[121]. Anzi il soccorrere o no l’Italia divenne occasione d’una nuova sommossa in Parigi, che vinta, crebbe solidità al Governo, e alla parte che, coll’affisso di cattolica, zelava il ricomponimento della quiete dentro e fuori.

Il Buonaparte, munito dalle antiche aderenze di sua casa e da un nome storicamente famoso, ottenne col suffragio universale la presidenza della Repubblica francese; e professatosi restauratore dell’ordine e della pace, mandò assicurazioni ed offerte al papa, e propose d’intervenire coll’armi, unico modo d’assestare la media Italia, e impedire che ivi pure onnipotessero gli Austriaci.

Questi, comandati da Wimpfen, entrano in Ferrara e in Bologna che di nuovo oppose resistenza, e postone a governo militare il Gorgowsky, dissipate una resistenza coraggiosa del Garibaldi e le inette del Zambeccari non secondate dalla popolazione, occupano senza fatica tutte le altre città di Romagna, ripristinandovi il dominio papale e la legge stataria: e il ministro d’Austria dichiarava proporsi unicamente di soddisfare ai voti del santo padre, identici con quelli del mondo civile, il quale non può soffrire che la libertà e indipendenza ne siano distrutte da una anarchica fazione.

Il presidio d’Ancona resistette ben venticinque giorni, finchè la popolazione domandò la resa, stanca di vedersi insanguinata da civili assassinj. Altri Austriaci dalla Toscana, occupata senza difficoltà, accennavano ingrossarsi a Foligno, e per Val di Tevere congiungersi negli Abruzzi coi Napoletani. Questi avanzarono grossi verso Velletri, e se non era un duro cozzo opposto dalle bande di Garibaldi, arrivavano sopra Roma, munita solo di frasi. Gli Spagnuoli sbarcati a Fiumicino, mossero per l’Umbria superiore; ma nè questi nè quelli contarono nel decorso de’ fatti, tutti dovuti alla Francia.

Questa conservava ancora il nome di repubblica, sicchè sapeva di strano che intervenisse a spegnere una Repubblica, e parve ella stessa vergognarsene col parlare benevolo mentre operava ostile. Oudinot, comandante la spedizione di solo ottomila uomini, da Marsiglia proclamava (20 aprile): «Il Governo, risoluto a mantenere dappertutto la nostra antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini italiani possano essere in balìa d’una Potenza straniera, e d’una fazione in minorità. Soldati, inalberate la bandiera di Francia sul territorio romano, affinchè l’Italia deva a voi quel che la Francia seppe conquistare per se stessa, l’ordine nella libertà».

E giunge a Civitavecchia (25 aprile), non dissimulando di volere stabilire il Governo pontifizio, rinettato come già era dagli abusi, e sbarca fra le grida miste di «Viva la Repubblica francese, viva la Repubblica romana»; ma subito dichiara non essere venuto a sorreggere un Governo non riconosciuto, bensì a rannodare tutti gli amici dell’ordine e della libertà: parole inefficaci, come le pompose con cui i repubblicani cercavano insinuare ai soldati francesi di far causa con loro, vedendo l’ordine e la felicità che regnava nello Stato. Qui un turpe intralcio di promesse e negazioni e contraddittorj manifesti, la cui necessità non iscagiona Oudinot, il quale mettea fuori un proclama.

E cresciuto di truppe, batte la marcia su Roma (21 maggio). Ma dodicimila Romani irregolari affrontano i sedicimila Francesi, e per nove ore sostengonsi tanto, che questi «reputano prudente ritirarsi la notte». Tale vittoria di gente che non combatte, acquistò rispetto e migliorò la situazione del Governo[122]; nell’Assemblea di Francia si imprecò ai ministri, che i soldati di Francia mutavano in gendarmi dei despoti, e faceano esecrare la nazione quanto i Croati: ma i ministri trovarono scappatoje, e spedirono Lesseps a proporre che i Romani invocassero la protezione de’ Francesi, riservando al popolo libertà di risolvere sulla forma di governo, e garantendo da ogn’altra invasione straniera. L’Assemblea romana rispondeva, dolerle non sia ne’ suoi poteri di accettare i termini proposti; lunghi furono i parlari: Lesseps consentì forse più che non portasse il suo mandato; Oudinot disdisse gli accordi: perocchè quello teneva sue istruzioni dal Ministero, questo da Luigi Buonaparte[123]. Il quale l’8 maggio aveagli scritto: — Io sperava che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, riceverebbero un esercito che veniva con una missione benevola e disinteressata. In quella vece i nostri soldati furono ricevuti nemicamente: l’onor nostro militare è impegnato, nè soffrirò che sopporti smacco». Così per punto d’onore la Repubblica francese impegnavasi in una guerra di popolo, deplorabilissima per l’Italia. Ben presto seppesi che una nuova Assemblea aveva approvato la spedizione di Roma, e detto di voler ripristinarvi il principato ecclesiastico. «Coll’uccidere la Repubblica romana vogliono farsi scala a uccidere la francese», gridarono i sommovitori, e spinsero il popolo di Parigi ad un subbuglio; ma assaliti senza pietà, resta affogato nel sangue l’ultimo grido che si levasse a favor di Roma.

L’esercito francese presto ebbe occupato Monte Mario e la villa Pamfili, con cinque batterie di campagna, una d’assedio; ricevette rinforzi e minatori, sin a contare trentaseimila uomini, otto squadroni di cavalli, sessantasei bocche d’artiglieria. I Romani armavano quattromila novecento uomini di fanteria regolare, seimila settecento d’irregolare, ottocentottanta cavalli, centotto bocche d’artiglieria, ma molte inservibili e con esse doveano difendere una mura che gira venti miglia. Lisabe, Sterbini, Cernuschi, lepido e intrepido commissario delle barricate, non requiavano da ordini e decreti, demolire e munire, far dal popolo e dalla guardia civica giurare di morire piuttosto che cedere. Il padre Ventura, filosofo e religioso men accomodante del Gioberti, studiava le guise di conciliare la democrazia col papato, allegando che prima del 1796 il papa non era che patrono d’un aggregato di liberi municipj, talchè diceasi «La santa Chiesa di Dio e la Repubblica dei Romani»: ma il padre Gavazzi e l’abate Dall’Ongaro eccitavano alla difesa della Repubblica come ad opera santa; la principessa Belgiojoso allestiva spedali, a cui le monache somministravano filacce e bende; i declamatori, che allora diceansi missionarj, apostolavano la guerra di Dio e del popolo: e chi potrà ripetere quante si prodigassero parole e mozioni da que’ che non voleano combattere? quanto si spingesse a infocolar l’odio contro il papa? Ciciruacchio andava pei palazzi in cerca delle preziosità, anche di quelle che non poteano servire a fare moneta per Dio e il popolo; oggi progettavasi di bruciare tutti i confessionali; domani, a pretesto di difesa, correasi a disertar le ville, e nella Borghese abbattere quegli alberi secolari, sotto cui la plebe romana solea venire a ricrearsi a spese dell’odiata aristocrazia. Qual tripudio quando in una casa stanavasi un Gesuita, vestito d’altre divise perchè le sue erangli proibite! Fu volta che si colsero alquanti vignajuoli, e come gesuiti mascherati vennero dal popolo fatti in minuzzoli: un prete, per accusa d’avere sparato contro il popolo, fu trucidato a furia: ai vescovi era colpa il carteggiare con Gaeta, quasi là non fosse il loro capo spirituale: un Zambianchi forlivese arrestò nelle provincie quei che credeva avversi alla Repubblica, e chiusili nelle catacombe di San Calisto, ivi li processava e uccideva compendiosamente, finchè i triumviri mandarono a sospendere quel macello, e liberarne dodici frati e preti. Se gli uccisi fossero centinaia o soli sette è varia fama; ma basta pel vituperio suo, e di chi non sapea che «offrirlo all’esecrazione della patria».

Senza esercito regolare nè sperimentati capitani nè buoni artiglieri, eroi improvvisati fecero costar caro l’acquisto della città eterna: fu ammirato uno stuolo di giovani lombardi, che, sebbene alieni dal dogma di Mazzini, pure credettero dell’onor nazionale il combattere e morire; e vi perirono Luciano Manara che li capitanava, il poeta Mameli genovese, il vicentino Zampieri, i milanesi Emilio Morosini, Enrico Dandolo, il cui fratello narrò le loro imprese con quella calma affettuosa che persuade e guadagna gli spiriti.

Mentre questi faticavano, combattevano, morivano, i triumviri e l’assemblea, per far anch’essi qualche cosa, peroravano, decretavano, riformavano, faceano provvedimenti, che atteggiavansi da eroici anche quando insinuati da paura o adulazione della plebe tumultuante; come di dispensare i giovani da esami e studj per ottenere i gradi accademici, di spartire fra’ poveri tutti i beni ecclesiastici, di attenuare il prezzo del sale, di ricoverare la plebe ne’ conventi, restringendo in modeste abitazioni i frati e le monache, le cui masserizie erano date agli asili dell’infanzia; e al popolo dicevano: — Perseverate, voi difendete in Roma l’Italia e la causa repubblicana del mondo». Fra ciò anatemizzavano il papa, la Francia, i traditori, e proseguivano «con calma e dignità maravigliosa l’opera legislativa» (La Farina), come Dio sul Sinai dava la legge tra il fragore delle procelle.

Oudinot, compiti i preparativi dell’assedio (13 giugno), invita ad accettare l’amicizia di Francia; ed ha per risposta «preferirsi la morte all’oppressione». Allora comincia il fuoco, e palle e bombe colpiscono i monumenti sacri all’arte ed alla religione, invano reclamando i consoli esteri, invano esclamando il Governo, — I giovani uffiziali, i nostri improvvisati militi, i nostri uomini del popolo cadono sotto il vostro fuoco gridando, Viva la Repubblica! I prodi di Francia cadono sotto il nostro, senza grido, quasi disonorati; non uno che, morendo, non dica ciò che uno de’ vostri disertori ci diceva quest’oggi: Proviamo in noi stessi qualche cosa, come se combattessimo contro fratelli».

Infervorata l’oppugnazione, la mura fu superata; eppure si continuò a combattere, pronunziando, «Roma rovini piuttosto, ma si difenda in Roma la dignità della stirpe italiana»[124]; poi fu dato l’assalto generale dopo trenta giorni d’assedio, ove i Francesi perdettero mille uomini (30 giugno), fra cui cinquantasei uffiziali, e forse il triplo noi. Il Triumvirato rassegnava i poteri all’assemblea: questa dichiarava cessare da una difesa divenuta impossibile, ma si radunò in Campidoglio a proclamare la allora compita Costituzione, ad ogni articolo urlando «Viva la Repubblica», intanto che i Francesi entravano (3 luglio), ricevuti dalle grida di «Morte a Pio IX! via gli stranieri! morte al cardinale Oudinot!» Perocchè quel che cogli Austriaci non osavasi, qui si continuò, di far proteste e dimostrazioni e sciorinare bandiere: un prete che applause, fu lì lì ucciso e sventrato.

Alfine vi è stabilito il governo militare e il disarmo di tutti, giacchè non finivasi di assassinare Francesi; insieme Tedeum, e panegirici a Oudinot «stromento della Provvidenza, che avea compito un’opera sociale e religiosa, liberalo Roma dalla tirannide straniera»[125]; e il titolo di cittadino romano per parte del Municipio, e una spada per parte degli amici dell’ordine, e il gran cordone dell’ordine Piano per parte del papa immortalarono il capitano, che le bandiere repubblicane sospese in Nostra Donna di Parigi. Colà l’Assemblea nazionale votava ringraziamenti all’esercito e ai capi di esso, che hanno saputo sì bene conciliare i doveri della guerra col rispetto dovuto alla capitale del mondo cristiano: e Luigi Buonaparte, inviando ricompense a Oudinot, l’incaricava di esprimere alle truppe com’egli «n’avesse ammirato la perseveranza e il coraggio nel conservare il prestigio della bandiera francese»: il ministro della guerra assicurava quei soldati che «i loro compagni rimasti in Francia invidiavano il posto d’onore che ad essi era toccato in sorte».

I triumviri ritesserono il viaggio dell’esiglio e le lunghe trame: i conti della finanza trovaronsi limpidi; nelle casse cinquecennovantasettemila scudi; la carta rilasciata dal Governo repubblicano non sommava neppure alla metà di quella decretatagli. Anche gli altri capi passarono in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra; Canino da principe romano ben presto mutavasi in principe imperiale: Garibaldi invitava a seguirlo chi fosse disposto a fame, stenti, battaglie per trasportare la guerra nella campagna; e formato un grosso corpo, tentò aprirsi la via per l’Appennino sino a Venezia; ma rincacciato in Toscana dagli Austriaci, sgomentava sin quei che l’amavano con quella banda d’ogni gente, età e figure, lacera, lorda, a colori e foggie strane, carichi d’armi, di pennacchi, di barbe; scioltala poi e travestitosi, fu assai s’egli riuscì a camparsi alla riviera genovese. De’ suoi, molti furono presi, com’anche il padre Bassi, che a Bologna fu passato per le armi, dicesi con segni di gran pentimento: e pare in quella ritirata perisse anche Ciciruacchio. Molti de’ congedati piantarono una colonia a Bahía Bianca fra i Patagoni, con una Roma e il Tevere e il Pincio e l’Aventino, e non senza i delitti della nascente Roma, perocchè assassinarono fin il loro capo Salvino Olivieri.

Tu sola ormai, povera Venezia, tu sola reggevi; eppure, come all’altra tua caduta, t’insultarono, non già i nemici che appresero a rispettarti, ma i sedicenti amici d’Italia, perchè portasti il nome di repubblica senza contaminarlo, perchè meno di tutte le altre insorte avesti delitti e disordini: chi altro non potea rinfacciarti, t’apponeva d’esserti mostrata veneziana più che italiana, municipale più che nazionale. Ma in tempo di rivoluzione chi si cura d’appurare la verità? chi ancor meno di sostenerla?

L’armistizio di Milano non faceva cenno di Venezia se non come di città appartenuta all’Austria; dimenticando che s’era redenta con regolare convenzione, poi liberamente fusa col Piemonte. Per questo abbandono proruppe il malcontento, e dichiarando rotto ogni legame colla Sardegna, un’altra volta Venezia si trovò libera di sè, e un’altra volta (20 agosto) scelse il Governo a repubblica; e Manin, assumendo i pieni poteri col colonnello Cavedalis e l’ammiraglio Graziani, proferiva non doversi avere alcun colore politico, ma occuparsi solo della quiete interna e della difesa esterna. Era dunque un Governo di mera conservazione; e Manin (21 agosto), in una memoria a Palmerston, capolavoro di limpida, calma e piena esposizione, annoverava il diritto storico di Venezia alla propria indipendenza, e come l’avesse acquistata nel marzo: «non avendo tradizioni monarchiche, non aristocrazia ricca, istrutta e possente, proclamò la repubblica democratica, cioè quel governo che legalmente esisteva quando l’iniquo trattato di Campoformio costituiva di fatto l’austriaca dominazione. Ma Venezia intendeva operare, non secondo interessi e ambizioni municipali, bensì per l’interesse comune di tutta Italia; perciò ripetutamente dichiarava che il reggimento da lei proclamato era affatto provvisorio, e che, finita la guerra d’indipendenza, i rappresentanti di tutte le popolazioni italiane avrebbero deciso sul compartimento territoriale e le forme governative, secondo che dal comune italiano interesse fosse richiesto».

Ma oggimai il punto non stava nel liberare l’Italia, bensì nel tenersi a galla tra il naufragio universale, e forse aver buoni patti nelle conferenze di Brusselle. Bastide, il più liberale fra i ministri della Repubblica francese, avea preso appiglio dall’Italia farà da sè, per non soccorrerla, dicendo che, se fossero stati richiesti in tempo, i Francesi sarebbero accorsi, mentre non se n’era mostrato che paura[126]. Venezia invece era incolpata dagli Italianissimi d’avere fin dall’origine sperato nella Francia; ora essa Repubblica ricorreva ad una Repubblica; il Governo di Francia, sollecitato da Tommaseo e Mengaldo, vedea volentieri un’occasione di far contrappeso al funesto armistizio, e di mostrare che non era finito tutto, serbando così titolo d’interporsi[127]. Ma essendosi intanto suggerita la mediazione pacifica, si richiamarono i tremila uomini, de’ quali erasi ordinato l’imbarco.

Il barone Wessenberg (6 7bre) al signor La Tour incaricato degli affari di Francia, mostrava il diritto che, malgrado l’armistizio, all’Austria competeva di sottomettere Venezia: pure prometteva che, se questa e qualunque altra parte del Veneto non ancor occupata ritornassero al dominio austriaco, avrebbero intera amnistia, e le istituzioni liberali, fondate e calcolate sulla nazionalità, che l’imperatore si obbligò di dare alle provincie lombardo-venete. E il 10 settembre insistendo presso il visconte di Ponsonby, ambasciadore inglese, perchè il Governo sardo cominciasse le trattative di pace, soggiunse: — L’Austria, limitando le proprie esigenze allo stretto diritto, allo stato di possesso garantitole dai trattati, e obbligandosi di dare alle sue provincie italiane le istituzioni più liberali, fondate sulla nazionalità della loro popolazione, offerse tutte le agevolezze che se le poteano chiedere per giungere alla pacificazione».

A Venezia trovavano bel campo quelli che voleano fare l’eroe con poco rischio, sebbene i veri prodi sapessero cogliere occasioni di mostrare valore nelle sortite. Mentre questi mostravansi disposti a sostenere il giuramento di perire abbracciati all’ultimo cannone che sparasse contro lo stendardo giallo e nero, si arrabattavano gl’irrequieti e gli appaltoni di tumulti e dimostrazioni; moltiplicavano feste per tutte le vittorie che si sapeano o fingeano, feste per dedicare i vecchi caffè al nome del padre Bassi, del padre Gavazzi, dell’avvocato Zannini, feste pel vicino arrivo di centomila Ungheresi, che, sparpagliato l’esercito austriaco, accorreano a liberare l’Italia. Alcuni de’ più fervorosi, come i poeti Revere e Dall’Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, clamorosamente insistevano perchè il Governo s’intitolasse lombardo-veneto; Correnti predicava il Piemonte. Proclamatasi la Costituente italiana, davasi aggravio al Manin di non secondarla, di comprimere, anzichè eccitare gli spiriti: cartelli sediziosi e giornali virulenti l’attaccavano: stanco de’ quali, il popolo gridava viva a Manin, e morte al Sirtori, animoso lombardo, che credeasi consigliatore di estremi: i caffè denunziavano come spie gli scalmanati; certo rendeano impossibile il governare, finchè Manin osò quel che nessun altro, mandarli via, e subirsi le taccie di tiranno, d’inquisitore di Stato.

All’annunzio che il Piemonte tirava di bel nuovo la spada, Manin rispose lietamente, cercando accorressero al campo quei che inutilmente sbraveggiavano per piazza; Pepe proponeva che l’esercito sardo si dividesse in due, e mentre l’uno proteggeva da Alessandria i confini, l’altro volgesse a Padova, e si congiungesse col veneto, ch’egli in fatto dispose per raggiungerli a Rovigo, e prendere gli Austriaci di fianco: ma si seppe all’istante medesimo la mossa e la rotta. Haynau, grondante del sangue di Brescia, corse a intimare a Venezia che omai cessasse da un’inutile resistenza, quando ogni speranza era caduta; ma l’Assemblea decretò (2 aprile): — Venezia resisterà ad ogni costo. Manin è investito di poteri illimitati». Il decreto fu impresso in medaglie; e di fatto la Donna adriaca mostrò l’eroismo degli ultimi giorni, come Milano avea mostrato quello dei primi. Radetzky, vincitore del Piemonte, venne a posta a Mestre «per esortarvi un’ultima volta, coll’olivo in una mano se date ascolto alla voce della ragione, colla spada nell’altra per infliggervi la guerra sino allo sterminio se persistete nella ribellione»: ma il presidente non potè che notificargli il decreto dell’Assemblea.

Perchè non fossero sole parole, bisognò pensare seriamente alla difesa. In ottocentomila lire consistea tutta la ricchezza della Repubblica quando fu proclamata, nè proventi offriva una città senza territorio, senza commercio: eppure tre milioni al mese voleansi per le spese. Si chiesero gli ori, e volenterosi li diedero i signori: nè fu mestieri di provvedimenti, quali fece la grassa Lombardia, di sospendere i pagamenti del Monte e toccare il deposito dei pupilli; si aperse un prestito di dieci milioni con ipoteca sui palazzi pubblici; ma sebbene per le terre italiche si facesse un gran parlarne in prosa e in versi[128], e un gran sottoscrivere centinaja di migliaja di lire, appena mezzo milione vi arrivò: stabilita una banca, che emise biglietti di corso forzato; il Comune venne a sussidio o garanzia, mentre i privati offrivano cambiali, letti, vesti, biancherie; dipoi il Piemonte vi decretò seicentomila lire al mese, ma presto dovettero cessare.

Europa ammirava quella magnanima, pure non la soccorreva. Le difese di Venezia abbracciano da settanta miglia, divise in tre circondarj: il primo dalla città va a Fusina, poi per Malghera giunge alle Porte grandi del Sile, girasi a Treporti, finisce a Sant’Erasmo, con diciannove forti sopra quarantadue miglia: il secondo è la linea di Lido, dalla punta San Nicola a Malamocco, Alberoni e fin all’estremità de’ Murazzi di Palestrina, per venti miglia con tredici forti: il terzo abbraccia Chioggia e Brondolo sin alla foce della Brenta con sei porti. È dunque tenuta inespugnabile da chi non sia provveduto di buona flotta: il ponte meraviglioso, che con ducenventidue archi unisce Venezia al continente, opera appena finita l’anno avanti, fu rotto e fortificato[129]: i pozzi artesiani di recente trivellati, supplirono al difetto d’acqua.

Trentamila Tedeschi, liberi omai da ogn’altro nemico, circondavano la laguna col generale Haynau e con tremendo materiale d’assedio, mentre la flotta austriaca si affacciava ai Murazzi. Il genio, l’artiglieria, gli zappatori austriaci ebbero a sostenere sforzi portentosi onde macchinare via via i mezzi di attacco: intanto che gli eroi improvvisati di Venezia profittavano della docilità della popolazione e della conoscenza dei luoghi per respingerli; e se la flottiglia avesse ella pure messo altrettanto d’ardore e di costanza, forse non bastavano i tesori e le ventimila vite che l’Austria dovette scialacquare per recuperare Venezia, a più caro prezzo che non le fossero costate le due campagne di Piemonte.

Il forte di Malghera, difeso con perseveranza eroica, fu forza abbandonarlo (27 maggio): e rotte le trattative, e dissipata ogni speranza su forestieri, pure si volle resistere, sovrapponendo alla guerra il generale Ulloa napoletano, il Sirtori milanese, il veneto Baldisserotto. La nuova dittatura pareva elidere la prisca, ma l’amor patrio evitava gli urti, e Manin seppe imbrigliare gli scalmanati, affrontava non solo le bajonette, ma che, più costa, le ingiurie e i vituperj de’ falsi patrioti: egli solo fra i governanti dell’Italia conservossi non soltanto, ma ricuperò la devozione del popolo; i barcajuoli gettavano i berretti e se medesimi sotto a’ suoi passi quando andava all’arsenale; e mentre tutt’altrove il potere sbolzonavasi da una mano all’altra, egli il tenne fino all’estremo.

Il ministro De Bruck, notissimo ai Veneziani perchè anima e testa della società triestina del Lloyd, venne a trattare[130]: e i nunzj di Venezia vollero conoscere la costituzione che l’imperatore d’Austria prometteva ai Lombardo-Veneti; e la dispettarono, perchè le cariche amministrative non erano tutte serbate a Italiani: perchè i diritti fondamentali poteano essere aboliti in tempo di guerra o sommossa; perchè la parte più importante della legislazione veniva riservata al Parlamento viennese, anzichè all’Italico; perchè non creavansi eserciti nè flotta italiani, nè si stabiliva rimarrebbero in paese.

Così Venezia, incolpata allora e poi di municipalismo, fu la sola che, quantunque abbandonata dalla flotta sarda e dai sussidj fraterni, e bloccata sempre più strettamente, in quegli estremi trovasse coraggio per discutere sulle franchigie, promesse al regno lombardo-veneto.

Ma il tempo dei patti era passato; e compresse tutte le rivolte e tutte le speranze, Radetzky intimava d’arrendersi a discrezione. Al 28 luglio arrivarono le palle fin presso la piazza, lanciate dalla distanza, fin allora insuperabile, di cinquemila ducento metri. Dal quartiere di là da Rialto si stivò allora la gente in quel di Castello, serenando sotto le procuratie, e principalmente ne’ giardini pubblici; la fame s’incrudiva, dovendo misurarsi a miccino un miserabile e schifoso alimento: poi più non restava un tozzo di pane, non un sacco di farina, e il mare era chiuso. Gli animi conservavansi tranquilli e fin sereni: ma nei corpi illanguiditi imperversò il cholera, che straziava i feriti nello spedale e la plebe accumulata, e in un mese seimila seicentrentaquattro persone colpì, n’uccise tremila ottocentrentanove. Di fuori giungevano notizie sempre più sconsolanti; caduta la Sicilia, caduta Roma, agonizzante la repubblica francese negli abbracci napoleonici: erasi sperato nell’Ungheria, poi, mentre s’aspettavano gli eserciti promessi da Behm e Kossuth, si seppe anche quella rivoluzione soccombuta alla fortuna dell’Austria e, solita canzone, ai tradimenti. Non era più costanza ma ostinazione il resistere, e l’Assemblea decretò si trattasse col nemico (22 agosto). Radetzky consentiva piena amnistia, solo obbligando alcuni a partire; si conserverebbe valore alla carta moneta comunale, spegnendola a carico della città stessa[131]; nessuna multa di guerra.

I disfrenati che suscitavano tumulti quand’era bisogno di ordine e calma, cercarono insozzare quell’agonia col volgere l’ira del popolo e fin i cannoni contro Manin, gridato traditore; ma egli potè ancor una volta, mediante il popolo, imporre alla ciurma battagliera e scrivacchiante; e arringato dal solito balcone del palazzo ducale verso Piazzetta, scende colla spada in pugno, e dissipa i tumultuanti; essi rannodansi a Santa Lucia, ed egli con pochi gendarmi e Svizzeri, di cui erasi fatta una guardia, va a disperderli senza sangue. Allora, rassegnati i poteri, avviossi all’esiglio, dopo perduta una ricchissima clientela e i pochi averi suoi: ventimila lire gli furono decretate dal municipio, in benemerenza della mantenuta quiete; or vive di fare scuola, e gli eroi gli ammanniscono il pane dell’insulto.

Il 28 agosto l’aquila bicipite sventolava ancora dai pili di San Marco.