CAPITOLO CXCIII. Rassetto forzato. Moto ripreso.
Adunque desiderj, concessioni, riforme, esplosione, anarchia, reazione si succedettero con rapida vicenda, questa volta come le altre, e nulla meglio istruendo delle altre volte. Delle quali abbiamo veduto riprodursi il decorso e gli errori, e sempre a chi citava il passato rispondersi, — Ma adesso è tutt’altra cosa, adesso l’idea è più diffusa, il popolo vi ha parte, la ragione è maturata»[132].
I fatti, e ancor meno i sentimenti si presumerebbe dedurre dai giornali, dai libercoli, dai manifesti d’allora, nè tampoco dalle dicerie alle Camere o dalle relazioni d’inviati e ministri, improntate della fisionomia personale, e sottomesse alla necessità o di attutire, o d’infervorare, o di sottrare se stessi all’insulto plebeo, o di ottenere applausi col blandire le vulgarità. Coloro che più tardi tolsero a parlarne con serietà e connessione, acquistano valore quando espongano atti, di cui furono testimonj o parte: ma poichè solo i grandi e i furfanti hanno coraggio di confessare i proprj falli, e i governanti di quel tempo non erano nè l’uno nè l’altro, i più si restrinsero ad apologie di sè, a requisitorie contro gli avversi, riboccanti di quell’individualità che rivela anima e intelligenza mediocre; e dove, non che aver appagata o assopita la propria coscienza, nè tampoco all’amor proprio soddisfecero, giacchè provocarono ricozzi fino alla calunnia, e finirono col rimpicciolirsi nell’esiglio e nella sventura che suole ingrandire.
I forestieri ci pajono la più parte ingiusti e parziali; e fino i migliori, quelli che trattano d’arte militare, cascano nell’assurdo quando toccano al civile. De’ nostri i più scrissero ostilmente, perchè chi loda ha aria di adulatore, di franco chi maligna; oppure sistematicamente vantarono un partito e incriminarono l’avverso, a persone vive e onorate imprimendo stigmate d’infamia senza processo, coll’iniquità che si rimprovera alle corti statarie, supponendo uno onesto fin a un dato istante, e ribaldo e scellerato dopo quell’istante, senz’avvertire il perchè di tale mutazione[133]. Ve n’ha che, complici o godenti, ogni disgrazia spiegano col tradimento, stile da caffè; ovvero colla superiorità della forza, che è un precipitarsi nel fatalismo e umiliarsi in eterna inferiorità; o come il vulgo, incaricano di tutti i danni i Governi, riuscendo così insulsi giudici e assurdi maestri. Ve n’ha che non immolerebbero mai i rancori personali alla verità o alla patria; lodando o biasimando per proposito, per nomi e prevenzioni, gli scrittori municipali, restringono la morale e la politica a parziali aspetti, dando valore a fatti e aneddoti che immeschiniscono i concetti: mentre lo storico, siccome l’oratore, è fuoco fatuo, che brilla non riscalda, abbaglia non guida, e produce effetti talor perniciosi, sempre effimeri, ogniqualvolta non si palesi grave, convinto, disinteressato. Alcuni vivranno malgrado la passione, o forse a causa della passione, perchè generosa e sincera. Montanelli volle onestare la propria causa colla virtù e la gentilezza, e farla amare, mentre Guerrazzi alla sua sospinge a sferzate, colla rabbia di chi soccombette e non può dire senza colpa. Farini vale nell’esporre i i Governi, le cospirazioni, la diplomazia, e coll’intrepido pronunziare e con certa dignità retorica acquista autorità. Ranalli, anch’esso di stile accademico, approfonda le tresche de’ cospiranti e il vigore delle moltitudini, attribuisce le colpe anche di queste ai governanti; ma rifacendo il proprio lavoro, ebbe la lealtà troppo rara di ricredersi d’opinioni e di fatti.
Appartengono alla polemica, quando anche assumano proporzioni di storia, i racconti di Cattaneo, Ricciardi, Anelli, La Farina, La Cecilia...: interesse di romanzo ispirano Dandolo, Ulloa, la Belgiojoso, i narratori della guerra di bande. La turba desidera situazioni e giudizj ricisi; e allettata al linguaggio delle passioni, vuole panegirici o imprecazioni sulle persone e sui fatti che o carpirono ammirazione ed amore, o attrassero odj e spregi, del pari subitanei ed esagerati, portanti il carattere violento della passione, e l’instabilità che della violenza è espiazione. Il crepuscolo avversa del pari e la notte e il sole, perchè al pari lo dissipano: laonde la limpida sposizione dei fatti, che scoprirebbe l’erroneità dei principj, è bestemmiata dalle plebi, che gridano morte a Cristo e salute a Barabba. Troppi attesero a contentarle; troppi rinnegarono quel serio e modesto pudore che riconosce e i falli proprj e i meriti degli avversarj, quella lealtà che fa preferire la sicurezza della propria coscienza al trionfo delle proprie idee, quella sana imparzialità che deriva dall’abbracciare molte cose, e che è di buona giustizia insieme e di buon gusto; trascurano di ponderare la verità e fin la probabilità degli avvenimenti, quand’anche abbiano la sincerità di palesarli. E questo mostrare retorica invece di convinzione, quest’arzigogolare di sentimentalità quando fa mestieri di fredda ragione e di riverenza ai fatti, questo pretendere col fumo delle chimere colmare l’abisso che separa la difettosa realtà delle cose dall’ideale perfezione, convincono che poco s’imparò, e che domani ricominciando inciamperemmo alle stesse pietre, avremmo le stesse ignoranze e, ch’è peggio, le stesse mezze cognizioni, che furono causa principale della mostrata inettitudine[134].
Decomporre con rispetto quella miscela di lagrime e di sangue, non a servigio d’un partito, ma per isvolgere quello spirito politico, che è l’intelligenza del ben pubblico e il coraggio di farlo prevalere, in modo da farsi udire alla posterità, non è a sperare si faccia mentre così recenti sono le impressioni personali, i rancori di parte, le permalosità di parentela, di paese, di classe; e per affrontarli vuolsi un coraggio ch’è raro, un’abnegazione ch’è eroica, perchè tocca a ciò che l’uomo ha più caro, la reputazione propria; perchè, fra tepidi amori ed ire bollenti, si è certi di spiacere a tutti i partiti, di vederci decretate le gemonie anche mentre ci benedicono le anime schiette. Chi (primo distintivo de’ pensatori) si sottragga alla tirannide di qualsiasi fazione, resista alle idee d’un’età anche lusingandole, risoluto di non mancare alle proprie convinzioni per paura d’essere mal inteso o mal giudicato; accetti le dure conseguenze de’ fatti compiuti, e, pur vedendo il meglio, contentisi del bene; avendo già fatta la propria rivoluzione, al giungere della pubblica sappia cercare temperamenti e transazioni fra le opinioni proprie e le necessità dei tempi: colla confidenza in sè che, appoggiata a forti studj, è la condizion necessaria allo schiudersi de’ grandi talenti, osi repulsare l’errore con tutta l’energia che permette la pulitezza, e per amore dell’umanità calpestar vipere che certo lo morsicheranno; si proponga di restaurare la facoltà che nelle rivoluzioni più deperisce, il buon senso; abbondi di quell’attitudine pratica che, come nelle procelle, non guarda indietro ma avanti, e senta la necessità di compatirci tutti ove tutti errammo, quello potrà divenire fisiologo, non patologo della rivoluzione.
Della quale, chi attenuò il merito de’ cominciamenti perchè favoriti da opportunissime contingenze, confessi che per grandi sfortune essa fu precipitata dappoi, e per le condizioni generali dell’Europa. Intanto era la prima volta che si trovassero a fronte i tre poteri della società; principi, plebe, popolo: quel de’ primi espresso dall’esercito, dalle ordinanze, dallo stato d’assedio; quel dei secondi dalle grida, dai giornali, dalle dimostrazioni piazzesche; quel del popolo dal pensiero, dagli interessi, dalla morale. E chi ha mai veduto tirocinj senza errori? qual meraviglia se Governi radicali, sostituiti repente a Governi petrificati, nell’incessante barcollare non mostravano nè coerenza, nè decoro? Le doti che costituiscono un buon capo non sono quelle che fanno buoni amici; nè il suffragio delle moltitudini s’acquista colla severità, l’esattezza, il sentimento della propria dignità. Quei capi governavano a sproposito, con deliberazioni lente, con partiti medj, colla debolezza che fomenta l’insubordinazione dei governati: ma perchè non furono deposti? e perchè i surrogati non apparvero migliori? e perchè l’audacia, indispensabile nelle rivoluzioni, si manifestò soltanto ne’ piazzajuoli che cogli articoli o coi fischi insultavano a principi fuggiaschi o a governanti inermi?
Era anche la prima volta che Italia affrontasse grandi Potenze con vera guerra; e i vilipendj consueti dovettero ammutolire quando, non solo eserciti disciplinati, ma gioventù inavvezza, popolazioni pacifiche, città aperte, sfidarono la morte, sia coll’impeto istantaneo, sia colla più difficile perseveranza, e fin dopo sconsolati dello sperare. Ma l’inesperienza bellica ci avea fatto credere bisognasse munire ciascuna città; quasi le piccole e particolari difese vagliano contro a grossi eserciti e al fulminar delle artiglierie; quasi da popoli civilissimi e in pingui contrade possa aspettarsi l’eroismo de’ semibarbari: nè tampoco comprendemmo che i pochi e novizj, sorti a combattere un esercito agguerrito, devono evitare gli scontri di fronte, moltiplicando invece gli urti di fianco, dove anche il coraggio inesercitato assai vale se diretto da buoni uffiziali; ma che in nessun caso possono oggi vincersi le guerre senza la grande strategia.
Appunto in vista di tali difficoltà, da trent’anni i pensatori, fedeli alla dolorosa teoria delle proteste, adoperavano per rimutare la potenza dalle spade alla ragione, e sfuggire la rivoluzione, la quale impianta la forza sopra al diritto e al dovere; ammazza le libertà coll’opprimerle quando trionfi, col farle temere quando vinta le invochi; prepara i popoli alla tirannia col meritarla, e ve li fa rassegnare per paura di peggio; scalza quanto rimane di fermo nelle coscienze, di generoso nelle convinzioni; deprime i caratteri, induce il bisogno di stordirsi, disvia dalla legale resistenza, avvezza al provvisorio, a confidare nel caso e nell’imprevisto. Il movimento cominciò pacifico, e i moderati dicevano, «Badate di non porgere pretesto a snudare le spade, perchè in quel giorno perirete»: in fatto, ogni volta che col subbuglio si provocò la forza, noi fummo percossi, trucidati, sbanditi; nel 1848 sfidammo il nemico in campo, e dovemmo soccombere, come succede ogni volta che al desiderio non corrispondono le forze o alle forze la volontà.
E la forza trionfò di nuovo; ma noi continuammo a credere che una nazione vale per quello che pensa, ancora più che non per quello che fa, e sono le grandi idee che menano alle grandi cose. Più dunque che imputare altri, noi credemmo obbligo di esaminare noi stessi; e questo ci condusse anzitutto a confessare che si procedette senza sincerità, anzi coll’aborrimento dalla verità; ed oltre che è natura delle fazioni ostentare un fine diverso dal reale, il sincerare i detti o gli atti dichiaravasi codardia e tradimento; si crearono fantocci ideali invece di persone; parole chiare e precise furono stiracchiate al senso delle passioni nostre; non uno dei mali accadutici arrivò senza essere predetto; predetto anche da voci ascoltate, ma che cessavano d’esserlo all’istante che diceano quello ch’era, non quel che si volea che fosse. Così tutti abusarono del principio, e traviarono nelle conseguenze. I politici dozzinali smarrironsi, perchè tenevano in veduta unicamente la nazione, mentre il mondo è invaso da idee, da interessi, da concetti, da fatti, che travalicano le angustie della nazionalità; e male attribuivano a persone singole quel ch’era sentimento della progrediente società, nel vortice della quale se vuolsi che non venga assorbito l’individuo è necessario accrescergli vigoria.
I mutamenti riescono durevoli allorchè i più trovinsi d’accordo sopra un punto, e a questo convergano l’attenzione e le opere. Qui invece si volle innovare il tutto d’un colpo; modo di scontentare chi perde il goduto, nè ancora coglie lo sperato. Predicavasi l’affratellamento, e ciascun popolo o città o uomo adocchiava a convenienze particolari, dando agl’interessi privati il linguaggio e la maschera di interesse pubblico. Si ricantava la libertà, e s’impediva di fare, e nè tampoco pensare altrimenti, e dichiaravasi tirannide la repressione della licenza. Si tolse per iniziatore il papa, ma bestemmiandolo appena resistè alla corrente. Dai principi chiedeasi appoggio e spinta, e non si dissimulava di volerli sbattere appena cessassero di parer necessari. Era primo proposito l’emancipazione dagli stranieri, eppure quanto e più che da quelli si aborriva il dipendere uno dall’altro. Le grida di piazza doveano riscuotere assenso e lode a Torino e a Palermo, infamia a Napoli; parer sante come il martirio a Milano fino a un dato giorno, e dopo di quello sediziose. Ai soldati imponeasi di faticare, soffrire, vincere, e intanto se ne impacciavano gli atti e calunniavano i consigli, e moveasi querela del troppo che si facea per loro. Il suffragio universale dovea valere per fondere la Lombardia col Piemonte, non per istaccare la Sicilia da Napoli. La logica è più potente che non si creda.
Ora è doloroso e istruttivo il confessare come le nazioni dalla nostra rivoluzione ritirassero le simpatie, che universali aveano concedute ai primi agitamenti. I Francesi del Governo parlavano di carpirsi la Savoja non solo, ma e il contado di Nizza; i Francesi avversi al Governo tentarono invadere e ammutinare la Savoja; mentre improperj ci erano lanciati dalle loro tribune, conforti ci venivano soltanto da pochi che voleano carezzare il vulgo fraseggiando la disapprovazione: la Dieta tedesca, attarantata di libertà, pure giudicò micidiale alla Germania lo staccare il Veneto dall’Austria: il demagogo Kossuth esibiva a questa ducentomila Ungheresi per reprimere l’Italia: a Radetkzy accorrevano studenti dalle Università austriache, crociati opposti ai nostri: da Inghilterra avemmo benevolenze, arringhe, libri; ma combattenti, prestiti, doni? Quegli stessi diplomatici che a suono di mani gridavano «Viva Italia», a noi dicevano all’orecchio, «Rassegnatevi e sottomettetevi»; e ai padroni, «Uccideteli pure, che n’avete diritto». E appena la cacciata del papa ne offrì un pretesto, sorse gara fra tutti gli stranieri nello spegnere questi incendj.
Eppure anch’essi devono convenire che, se nel moto rimasero mediocri i mediocri di prima, se nei capi apparvero inettitudine e deficienza di senno civile e di militare educazione, in nessuno si videro le colpe dell’avidità, e onoratamente tornarono i più a guadagnarsi la vita faticando. Fra i deplorabili dissensi, tra l’urto di conservatori pusillanimi e di progressisti sovversivi, la nazionalità che dapprima era memoria, divenne affetto, e ne fu sentito più comunemente il bisogno, espresso da singhiozzi prima, dall’esultanza poi, infine dalle proteste. Verrà esso soddisfatto? Sì, purchè senza violare il diritto e la morale, senza persecuzioni: sì, qualora non si confonda l’unità nazionale coll’unità amministrativa: sì, qualora agl’inni non si surroghino elegie, cioè sempre lenocinj e sentimentalità laddove occorre robustezza d’abnegazione; qualora si cerchi come operare, più che non pretesti a non operare e lo sciocco onore di non essere nulla, non mescolarsi di nulla: nè si inglorii d’eroica astinenza quel dormiveglia di chi non sa cosa fare, e da cui appena tratto tratto riscuotono i bottoni di fuoco; qualora si assuma il coraggio di confessare i proprj sbagli, e nel ravvedimento ritemprarsi; qualora l’indipendenza la cominci ciascuno da se medesimo, fidando nell’energia personale, sviluppando le proprie facoltà, non questuando dallo Stato onori e profitti a scapito della dignità, che poi credesi di ricuperare col dir male e fare un’opposizione frivola e di calcolo.
I giornalisti, la cui autorità è sempre grande in tempo e fra persone che non istudiano, e che, abdicando alla propria, si rassegnano a pensare colla testa altrui, erettisi tiranni dell’opinione, blandendo agli ignobili istinti col gettare l’oltraggio in faccia alle persone e alle cose che la nazione era abituata a venerare per scienza, per politica, per virtù, creavano abilità e virtù fittizie; inducendo a tremare di mali finti, accecavano sui veri, ch’essi non conosceano per imperizia o dissimulavano per pravità: quel baratto di lodi e strapazzi; quel farnetico ora di denigrare ora di esaltare senza nè verità nè riflessione, stillando il biasimo nelle lodi; quella baldanza di rancori servili, quella gelosia del bruto contro ogni merito che trascenda la mediocrità, quell’adulare alla ciurma illusa o vendereccia ch’essi intitolavano popolo, sbigottì i buoni, che di rado sono eroi, e ancora una volta il numero impose al merito, cioè la forza all’intelligenza; ed anche nel campo di questa restò la sovranità del vulgo, che fu il vero nemico in tutte quelle vicende.
All’ombra di costoro vegetava la fungaja delle stemperatezze; una folla impressionabile, come i solfanelli, accesa al minimo attrito, spenta al minimo soffio, che cangia convinzioni a norma della gazzetta che legge o del buffone che la fa ridere: una furia di sollevare la inesperta democrazia al posto cui richiedonsi e abilità e pratica e stima e disinteresse; un’esuberante fede nell’attitudine dei novizj; una presunzione in sè, che fa ripudiare la mano del fratello; una dicacità, che può spingere a morire, ma non riesce a dar vittoria; un preferire il trionfo de’ concetti giornalieri al trionfo della coscienza; un ricusare il bene evidente per ismania d’un bene fantastico; un repudiare il tempo, il quale annichila le opere fatte senz’esso. Così ognuno vuole pagare la propria quota d’illusioni: così, sordi agli avvisi della sperienza, si attende solo ai colpi delle catastrofi.
E s’altra volta mai apparve manifesto che, nell’individuo come nelle nazioni, il trionfo più difficile è quello sovra se stessi: giacchè molti seppero sacrificare la vita, non le passioni, che pure compromettevano il bene generale; pochi rinunziare a quella popolarità, che è l’appoggio e il pericolo delle anime fiacche; pochi mostrarono sapienza civile, robusta moderatezza, abilità riordinatrice, quel buon senso che, risolutamente volendo i beni essenziali, si rassegna agl’inconvenienti inseparabili; quella indipendente probità, che non vacilla secondo le tesi e antitesi della politica, tutte egualmente vere o false, perchè non hanno in sè la ragione dell’essere, ma sono spinte dal movimento sociale che sempre le alterna.
Da ogni paese, oltre quelli che morirono d’angoscia od impazzirono, migliaja esularono, o costretti, o per moda, o motivi vergognosi mantellando di martirio. Il Piemonte principalmente ne riboccava; e mentre gli onesti e laboriosi vi trovarono onore e guadagno negli impieghi, nell’avvocatura, nell’istruzione, nella stampa, ne’ tanti lavori pubblici, e potentemente contribuirono a inoculare al paese ciò che di meglio offriva l’esperienza degli altri, la tempesta buttò sulla riva e schiuma e immondezze; e pretendendo pane, posti, potere, influenza, senz’abilità nè onoratezza nè fatica nè merito, sotto ai portici, nelle botteghe, ne’ circoli mantenevano una postuma convulsione galvanica; continuando i fischi anche dopo lo spettacolo; nè precedenti onorevoli nè nome illibato nè carattere venerando lasciavano immune; come in un incendio di cui i campati s’accusassero a vicenda, palleggiavansi ingiurie e oltraggi, persistendo nel satanico uffizio di rinfocolare le ire fraterne, di scagionare persino i tiranni col falsarne od esagerarne le colpe. Quelli che, stando in panciolle, aveano esclamato «vincemmo alle barricate, combattemmo a Pastrengo, repulsammo i Francesi da Civitavecchia», diceano poi «Carlalberto tradì Milano; Ruggero Settimo disertò dalla Sicilia; Mazzini e Brofferio fuggirono ad ogni approssimarsi del nemico»: e la calunnia tornò (come già Foscolo se ne lagnava nel 1816) il piatto che fra loro s’imbandivano i pazienti de’ medesimi dolori, stillando bava contro il partito o l’uomo avverso, colle reciproche incriminazioni diffondendo quella disamorevolezza che profitta soltanto agli oppressori.
Insomma la rivoluzione aveva avuto per sola unità l’odio; si comprese ch’esso non basta alla riuscita, eppure sopravvisse, e da odio de’ dominanti divenne odio dei fatti. E se noi insistiamo su questi torti dei vinti, egli è perchè dilaniano il cuore più che le violenze dei vincitori; perchè le nuove speranze non possono fondarsi se non sopra le virtù che allora ci mancarono, o dai peccati d’allora saranno ruinate. Intanto da una parte ne derivava aborrimento del vero, spregio del santo, tentativi forsennati che bisognava mettere al bando militare; dall’altra a fiducie senza limite sottentrava uno scoraggiamento senza conforti, un disperare della vita morale e del progresso, dall’inettitudine de’ pochi arruffapopolo arguendo inetto il grosso della nazione; nessuno era contento della posizione propria, perchè nessuno credeasela imposta dal dovere, ma solo da un fatto che domani potrebbe cangiarsi, non essendosi che sospese le ostilità perchè v’era uno più forte; l’alleanza de’ principi co’ preti ingeriva l’idea che la religione sia maestra di servilità e complice d’oppressione; fra l’ancipite esagerare pervertivansi il senso comune e il concetto dell’onesto; il popolo, ingannato tante volte dalle idee, più a nessuna credeva, e spinto ad eccessi di cui soffriva le funeste conseguenze, rinnegava anche le massime sacrosante di cui quelli avevano usurpato il manto.
Ciò rendea ben tristi i primi momenti della ristorazione. Eransi dissipate immense riserve, esaurite le finanze, cresciuti i debiti, buttato in corso moltissima carta monetata, gravati i Comuni, reso più costoso perchè più difficile il governare. I ristabiliti, non potendo impedire che si ricordasse e sperasse, dovettero premunirsi con quartieri incastellati, campi, truppe forestiere, eserciti ingrossati, sbirraglie, e lungo stato d’assedio che escludeva dalle condizioni normali d’ogni società incivilita, alla regolare azione de’ tribunali e dell’amministrazione surrogando l’arbitrio incondizionato del militare e le corti marziali, sciolte da quelle formalità che proteggono la vita e la sicurezza del cittadino. La commissione militare istituita a Este contro bande di ladri, dilatatesi con colore politico in quel confine della Venezia col Modenese e colla Romagna, dalle rivelazioni di alcuni ebbe appiglio a sempre nuovi processi, che portarono centinaja di supplizj[135]. In tre anni furono mandate a morte nel Lombardo-Veneto quattrocentrentadue persone, mentre non più che settantuna dal 1814 al 48: il che fatto conoscere all’imperatore, inorridito egli sospese quelle procedure eccezionali, e diminuì le pene portate dal feroce codice marziale di Maria Teresa.
Con tanti fuorusciti e con tanti detenuti o vessati dalla rinascente Polizia, con tanti finiti per corda o polvere e piombo; colla fierezza inevitabile ad un potere costretto a pensare alla propria conservazione; colla tirannide o sistemata o abnorme, inducevasi ne’ popoli un erettismo convulso; la morale deteriorava peggio ancora che l’economia, giacchè le idee eccezionali presto si applicano anche in generale, per quanto assurde ed inique.
Governanti reazionarj, mancanti della voglia o dell’attitudine di riconciliare la subordinazione colla libertà, l’ordine col progresso, vituperarono quanto erasi domandato dalla rivoluzione, smentirono quanto le aveano consentito; contro la petulanza plebea parve giustificata l’esuberanza clericale e soldatesca; dal traboccare delle esigenze trassero motivo a negare fin il giusto e il promesso; non credettero giovasse condiscendere alquanto ai soccombuti per conciliarseli, esaudire a ragionevoli domande per dare il torto alle inopportune, stringere in partito compatto tutti quelli che all’anarchia preferiscono l’ordine, persuadersi che ben governa soltanto chi si associa agli interessi, alle idee, ai sentimenti del popolo; che, quando i poteri rinunziano ad ogni iniziativa, perdono la cooperazione dei ben pensanti e dei ben volenti, e resta abbandonato il progresso a un’opposizione scarsa di logica e d’efficacia.
Francia ha bisogno che alcuno faccia i suoi affari, riservandosi sempre di disapprovarlo: e l’accentramento fa che da Parigi parta l’ordine del come pensare e sentire, non meno che il cenno delle rivoluzioni. Luigi Buonaparte, che invano erasi provato in Italia, poi due volte ne’ dipartimenti, riuscì a Parigi a salire al maggior posto, cacciare in prigione o in esiglio chi si opponeva, e costituire un impero, che, sostenuto da rara abilità e da una irremovibile fermezza, prometteva i vantaggi del primo senza le rischiose glorie, e che cercava popolarità col mostrarsi premuroso degli interessi del popolo. Gli stessi che aveano improvvisato la repubblica per poter governare, invocarono la monarchia per essere governati; e siccome su Francia suol modellarsi l’Europa, caddero in discredito i Governi parlamentari. E questi furono aboliti in Italia, dove col lasciarli ineseguiti come a Napoli, dove con espressi decreti come nei paesi austriaci, nei ducati, in Romagna[136].
Il perdono del passato si proclamò dappertutto, ma con numerose eccezioni, e colla riserva di revocarlo ad ogni nuova ombra di colpa, e gravando di sospetti e d’esclusioni chi si sottraeva dalla forca.
Forse unico nella storia fu il contegno del popolo lombardo ne’ primi tempi, a Governi senza ipocrisia ma senza raffinatezza, opponendo un’assoluta astinenza; non a teatri, non a feste, non a convegni, non badare ai soldati neppure per mitigarne la fierezza; pagare perchè costretti, e tenere sempre l’occhio fissato di fuori, come fosse uno stato precario e di mero fatto. Ma del silenzio e del non far nulla, si pretese lode come d’eroismo: quindi venerare ciecamente l’opinione vulgare, e amar ed aborrire una persona o una cosa sol perchè sgradita o benvoluta dai vincitori; vivendo cioè d’imprestito, e qui pure scomunando chi pensasse ed operasse non per moda ma per convinzione, impedendo così di formarsi un’opinione pubblica; e dimenandosi senza effetto, benchè non senza pericolo. Vigilava su tale situazione la stampa di fuori, e impediva anche atti innocenti col denunziarli, alterarli, malignarli: col qual modo al dignitoso contegno imprimevano aspetto di violenta obbligazione, attesochè al minimo declinarne infliggevano il marchio di fuoco e talora peggio. Anzi infliggevanlo a chi mai non disviò, sopra la diceria d’un frivolo, la lettera d’un malevolo; e convintisi d’avere accusato a torto, non aveano la lealtà di disdirsi; quand’anche ciò potesse valere in una società palustre, che trangugia le accuse a occhi bendati, e si nausea della più lampante discolpa.
Venne a rincalzarsene anche l’armeggio delle società secrete, che scomparse al momento dell’azione, rinacquero dopo esauste le speranze; abbracciarono anzi tutt’Europa. Mazzini, benchè a Roma si fosse dimesso dal triumvirato, l’assunse di nuovo in Isvizzera, anzi la dittatura; e a nome del popolo romano, decretava, eleggeva ad impieghi, vietava di pagare le taglie, mentre esso ne imponeva per allestire nuove rivoluzioni, e rinfiancato dalle migliaja di profughi, spediva esploratori ed emissarj per tutto, e collegavasi all’unica fazione che stesse ancora in piedi, la comunista. Di là uscirono spesse condanne di morte che venivano eseguite fin nel mezzo di Milano, di San Marino, di Roma, di Bologna, di Ancona, e principalmente la Romagna fu contaminata di assassinj: orribile postumo della rivoluzione, che da una parte rese alla nazione quella taccia onde per due secoli era stata obbrobriosa alle genti civili; dall’altra anche fra gli educati offuscò il senso morale: fu anzi teoricamente sostenuto che sia necessario fra un popolo sprovvisto d’altri mezzi a punire i traditori; così agli assassini dando per complice la coscienza di tutta la nazione, alla quale interdicevasi fin il coraggio della pietà. Anche persone frementi di sdegni nazionali riconosceano inevitabili le eccezionali repressioni contro l’irrompere delle passioni brutali; e D’Azeglio, uno dei più moderati espresse, in un discorso ai proprj elettori, che l’Europa era stata salvata dagli eserciti e dalle corti marziali.
Dalle particolari si passò anche ad uccisioni cumulative, non per iscoppio d’un popolo oltraggiato che spezza le sue catene e le pesta sul cranio degli oltraggiatori, ma sotterraneamente armando di stiletti un pugno di arrisicati o di venali, tutti delusi col mentire l’estensione della congiura e i mezzi di riuscita.
Una commissione speciale a Mantova continuò lungo tempo un processo contro persone onorevoli, professori, parroci, dottori, perchè aveano diffuso cartelle del prestito mazziniano, e predisposto ad un’insurrezione. Di tempo in tempo se ne impiccavano alcuni, fra cui l’arciprete di Revere; e il giorno di sant’Ambrogio del 1852 si strozzò, con altri, don Enrico Tazzoli, professore di storia ecclesiastica nel seminario, raccomandatissimo per probità di costume, limpidezza d’ingegno, carità di opere[137]. Ebbe esacerbato il supplizio dalla sconsacrazione, fatta piangendo dal proprio vescovo per preciso ordine da Roma; dettò lettere che rimarranno testimonio del come le tenerissime affezioni non fiaccassero la sua intrepidezza; a’ suoi compagni somministrò le uniche consolazioni da quel gran momento: e ultimo abbandonossi al capestro.
La Lombardia, che sperava cessati i supplizj dacchè quattro anni di compressione aveano rimosso i pericoli, si coperse di lutto: «Su quelle forche leggete, Nessuna conciliazione! non più pace!» diceano i cospiratori, e fidavano che l’indignazione si tradurrebbe in furore di rivolta al primo offrirsene il destro. Pertanto, senz’avervi predisposto il paese, quando tutt’il resto d’Europa tranquillavasi nell’obbedienza o nello spossamento, quando Milano si spensierava la domenica di carnevale (1853 6 febbrajo), ecco alcuni trafiggere a morte qualche soldato e uffiziale, sorprendere la gran guardia e qualche fucile, mentre la popolazione inconscia e aliena stordiva di quella temerità senza prendervi parte, e lasciò che la truppa agevolmente prevalesse.
Il governatore militare, stupito non men dell’inatteso attentato che del facilissimo trionfo, e un pugno di masnadieri, incitati coll’oro e coll’alcoole, discernendo da un intero popolo quieto, agiato, bisognoso di tutelare la proprietà e d’avviare i traffici, rassicurava i cittadini a tornare alle loro cure, ai divertimenti; tutto essere finito. L’assassinio desta tale raccapriccio, tanto parve assurdo e scellerato il proclama che doveva accompagnare quel fatto, che le popolazioni non furono mai propense quanto allora a riconciliarsi co’ vincitori, che li campavano da tali eccessi; allorchè quelli, credendosi meglio informati sulla natura di quell’attentato, mutarono tono, inveirono contro tutto il paese, e lo misero in rigorosissimo stato d’assedio. Chiuse le porte, impedito il circolare delle carrozze, il sonare delle campane, gli uffizj solenni, percorsa la città da ronde coll’arma pronta, frugate case e persone, interrotti i carteggi, rotti i silenzj della notte dal chi viva, obbligato chiunque ad arrestarsi davanti al fucile inarcato delle frequentissime sentinelle, a subire la sospettosa indagine, l’insolente invettiva, gli schiaffi, quando ogni resistenza sarebbe stata caso di morte. Alcuni furono côlti a tentone, e compendiosamente impiccavansi al cospetto della città, certa dell’innocenza d’alcuni e compatendo agli altri, persone basse e sedotte dai veri rei, ai quali erasi lasciato tempo ed agio a sottrarsi. Non v’era autorità municipale, non fermezza sacerdotale, non rappresentanza di corpi che s’interponesse fra il soldato vendicatore e la popolazione flagellata. A lungo durò quella condizione; più a lungo alcuni rigori vessatorj introdotti allora; e quel colpo esacerbò gli animi peggio che non avvenisse dopo la rivoluzione: allora potevano dire «Tentammo e fallimmo»; qui erano puniti senza nè atto nè tentativo.
Due gravissime conseguenze ne scaturirono. Nella persuasione che quel moto fosse ordito dai profughi lombardi, il Governo austriaco sequestrò i loro beni. Nell’armistizio col Piemonte erasi stipulata la libera partenza di chi volesse, talchè non poteva imputarsi il rimanere fuori; castigo speciale per questi attentati non poteva infliggersi se la colpa non risultasse da indagini e sentenze speciali; alcuni poi di que’ colpiti già erano regolarmente riconosciuti cittadini piemontesi; talchè quel Governo rimostrò a favore loro, e non ottenendo ascolto, ne crebbero le malevolenze e l’allontanamento.
Ebbe pure il Governo militare a credere che i sicarj fossero venuti dal Canton Ticino, e colà ricoverassero dappoi: onde proferì il blocco contro quel paese, e fra tre giorni partissero quanti Ticinesi stavano in dominio austriaco. Per la vicinanza e il comune linguaggio e l’operosità, que’ paesani tengono vivissime comunicazioni colla limitrofa Lombardia: vinaj, caldarrostaj, facchini, spazzacamini, calderari, imbianchini, muratori, serventi ne affluiscono alle città lombarde; molte case di commercio, molti bottegaj, oltre quelli che popolano e spesso onorano le scuole, le accademie, i seminarj nostri. Fu spettacolo di desolazione il dovere, tutti a un tratto, andarsene forse 6000 dal paese ove erano nati o accasati da anni ed anni, per portarsi in un altro dove non teneano nè conoscenze nè parenti nè mestiere, dove molti non potrebbero vivere che della carità. Il Canton Ticino ne immiserì, per quanto il resto della Svizzera, e fin paesi stranieri mandassero soccorso a gente che, colpita in monte, doveva considerarsi come innocente[138].
Si presunse che l’amministrazione austriaca volesse con ciò punire il Governo del Canton Ticino, composto da alcun tempo di trascendenti, o a dire meglio in arbitrio d’un corpo di carabinieri che impongono il loro volere ai comizj elettorali, ai giudici, agli amministratori, ai cittadini. La Costituzione unitaria, che accentrò a Berna il Governo dello Stato, minorò la potestà de’ Cantoni, e perciò l’influenza di costoro e dei capoparte da cui dipendono, ma l’esercitavano sempre negli oggetti riservati all’amministrazione paesana. I Lombardi che vi rifuggirono dopo il 1848, aggiuntisi a quelli del 21 e del 31, preponderavano nel paese, anche perchè superiori in denaro, ingegno, operosità; e spinsero ad ordinamenti conformi al loro liberalismo: tal fu l’abolire ogni frateria, espellendo anche alquanti Cappuccini lombardi; tale il volgere all’istruzione laicale e militare i seminarj d’Ascona e Poleggio, per istituzione dipendenti dall’arcivescovo di Milano; e a questo e al vescovo di Como impedire d’esercitare la loro autorità diocesana. Ne vennero nell’interno scismi e persecuzioni, dolendosi i padri di vedersi tolta la libertà di fare educare i figli da chi volessero; dolendosi i parrocchiani di vedersi imposti pastori riprovati dal superiore ecclesiastico e fino scomunicati; dolendosi il Governo austriaco dell’ingiuria fatta a quei Cappuccini suoi; dolendosi Roma della conculcata sua autorità. Intanto brigavasi per tenere in posto gli eccessivi; per isbalzarli brigavasi da altri; e ne seguirono processi, insurrezioni, violenze, assassinj. Sotto la pressione del blocco e della conseguente miseria, credeasi che il popolo abbatterebbe il Governo che n’era cagione, e surrogherebbe i moderati, e che a tale intento l’Austria lo prolungasse; quando, pochi giorni prima delle elezioni, s’udì ch’era sciolto. Chi non osava credere l’Austria complice de’ rivoluzionarj, persuadevasi che ne’ suoi consigli avessero peso quelle società secrete, alle quali taluni imputano tutti i fatti che altrimenti non si sanno spiegare, quasi immensa ne sia l’efficacia per sovvertire la società.
Ma quest’Austria, che erasi creduta perita, dalla caldaja di Medea, ov’era stata buttata a pezzi emergeva ringiovanita; la politica attiva diretta da Buol, facea migliore prova che non la conservatrice di Metternich (1773-1850); le finanze e il commercio trovarono in De Bruck un accorgimento e una pratica, che speravasi camperebbero dal naufragio; e il Ministero, composto di persone nuove, e interessate a impedire il ritorno dell’antico assetto anche per conservare se medesime, diè spinta insolita a una macchina, che erasi lasciata arrugginire. A quel rinnovamento parve sconvenire la Costituzione, promessa dal cessato, ratificata dal sottentrato imperatore; e questo annunziò ai ministri che non doveano più conto se non a lui.
Essi avranno sottinteso «ed alla propria coscienza».
L’impero più operò in tre anni che non avesse in trenta; fu dei primi a coprirsi di telegrafi elettrici, estese le strade ferrate, le tariffe daziarie via via alleggerì, strinse convenzioni doganali coi ducati vicini, sciolse la stampa dalla censura preventiva, pose in esperimento un sistema d’istruzione, nel nuovo Codice penale introdusse la pubblicità de’ processi e la difesa; ma delle riforme capitali, come il parificare le eterogenee popolazioni, l’abolire le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le servitù agricole e i moltissimi vincoli alla proprietà, la formazione de’ Comuni, ed altre provvidenze con cui rigenerò le sue provincie ungheresi, slave, tedesche, non risentirono le italiane, che già n’erano al possesso. Solo nel Veneto è memorabile la cessazione del pensionatico, per cui le pecore poteano mandarsi a pascere sulle proprietà altrui. Nella pubblica amministrazione si tolse quell’arcano che prima la disonorava.
Poco a poco quello stato eccezionale, di cui profitta chiunque ha un diritto da conculcare o un dovere da negligere, andò cessando; si rimetteano in atto le autorità civili; ma poichè si coglieva quell’occasione onde riformarle, ne derivava una lentezza che noceva sì pel disordine che lasciava prolungarsi, sì per le speranze che quello stato d’aspettazione alimentava. La venuta dell’imperatore (1857 febbrajo), l’oblìo incondizionato delle colpe di Stato, il riparo addotto a moltissimi disordini dacchè la presenza offrì modo a conoscerli, la ricostituzione d’un Governo generale, la liberalissima norma pei passaporti, le numerose grazie concedute, i sequestri levati, l’invio d’un arciduca benevolo, il proposito ostentato di volere il bene del paese e il debito rispetto a una nazionalità permalosa e ad un paese incastonato fra la Svizzera e il Piemonte, ravviarono gli spiriti all’operosità.
Ma nè lealtà e giustizia nè intelligente proposito del meglio riparavano all’irreconciliabile rancore contro la dominazione tedesca. Fatto rilevantissimo fu il concordato che, dopo lunghissime trattative, l’Austria conchiuse colla santa Sede nel 1855. La Chiesa avea prevalso nello Stato finchè vi stette unita; lo Stato invigoritosi volle sottrarsene; ma errò nel credere di potersela ridurre dipendente. Fu il grande sbaglio de’ rivoluzionarj, e la causa di ingiustizie e di un’anarchia, che durerà finchè l’esperienza non abbia condotto l’equilibrio fra due potestà di natura differente. Nell’Austria specialmente, da Giuseppe II in poi, la Chiesa era tenuta in un assoggettamento, che le dava l’odiosità di dominante e i mali di oppressa. Parve indecoroso a Francesco Giuseppe, il quale solennemente riconobbe la supremazia papale nelle cose ecclesiastiche, e concordò (a tacere gli oggetti che poco a noi riguardano) che la Chiesa resterebbe libera in tutti i suoi atti interni, e di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la sua disciplina, i suoi possessi. Non per questo si torrebbe quell’eguaglianza de’ cittadini in faccia alla legge, ch’è considerata il migliore acquisto del secolo; pei delitti, anche l’ecclesiastico rimarrebbe passibile de’ tribunali ordinarj; se non che, nei casi d’esecuzione capitale, dovrebbe ai vescovi comunicarsi il processo. Ai vescovi pure lasciasi l’ispezione sopra le cose stampate, e libertà di proibire ciò che offenda il costume e il dogma.
Di tal modo era stabilito, non il segregamento, ma la distinzione delle due potestà, non l’antagonismo ma l’armonia: e ne derivò esultanza a quei pochi che sono capaci di ravvisare come si connettano tutte le libertà fra loro, e di conoscere quanto valutabili sieno le ecclesiastiche; ne fecero elegie ed epigrammi quei che hanno paura dei preti. E la paura parve giustificata allorchè qualche vescovo voleva che verun’opera si stampasse senza l’approvazione curiale. Questa da un secolo era disusata qui; dopo il 1850 era tolta anche la censura politica preventiva: sicchè coloro che, invece di lasciarsi ammusolare celiando, vigilano seriamente all’acquisto e alla conservazione delle giuste franchigie, donde che esse vengano, opposero la legalità a quella pretensione, la quale in fatti restò ridotta entro limiti ragionevoli e legittimi.
In Toscana rimase abolita la Costituzione e occupato per sei anni il paese da Tedeschi, che nel 1855 si restrinsero alla guarnigione in Livorno. Quanto minori v’erano i ribaldi feroci, più apparivano quelle dimostrazioni, che, se possono aver un senso preparativo, sono futili dopo il fatto. Gli anniversarj dei disastri e delle vittorie celebravansi; gli avvocati cercavano occasioni di dicerie; nessuno voleva le cariche municipali, e si bersagliavano quei che le tenessero. Vuolsi celebrare l’anniversario della battaglia di Curtatone, supponendo intrigare il Ministero col costringerlo ad opporsi. Questo nol fa, ma crede doverne avvertire il comandante austriaco, perchè non se ne tenga offeso; e questo invece risponde, onorar il valore, e andrebbe egli stesso ai funerali se non sapesse che a molti spiacerebbe; onde allora si grida che il Ministero è più tedesco dei Tedeschi. Domandavasi sempre la Costituzione, e intanto si dice impossibile l’attuarla, presenti i Tedeschi.
Il sistema comunale fu rimesso qual prima della rivoluzione, cioè all’elezione surrogando ancora l’estrazione a sorte delle borse. Il Codice penale fu modificato, crescendo i rigori; nel Codice penale militare s’introdussero la fustigazione e la bastonatura.
In un paese dove le libertà ecclesiastiche fanno paura più che le principesche tirannie, e dove gran parte del liberalismo consistette sempre nell’osteggiare la Curia romana, si temeva sempre che un concordato infirmasse le leggi leopoldine «fondamento e palladio della civiltà e della prosperità toscana», e lentasse i rigori contro il clero e le manimorte. Neppur nell’entusiasmo per Pio IX eransi voluti mitigare: ma nel 1849 fu annunziato dal ministro Mazzei che stavasi per conchiudere un concordato. I vescovi esultanti si raccolsero per consigliarne i modi; l’opinione si sgomentò a segno, che il ministro dovè cedere il portafoglio; Baldasseroni (1795-1876) assicurò che nella convenzione conchiusa in fatto con Roma il 25 aprile 1851, le prerogative sovrane non sarebbero toccate, che le spiegazioni tranquillanti fatte circolare non erano un sotterfugio del Ministero, ma veramente concertate con Roma, e che le leggi del 1751 e 1769 contro i nuovi acquisti di manomorta non sarebbero toccate, nè accettata la bolla Auctorem Fidei. Ciò importava ai pensatori toscani. Gli spaventi rinacquero allorchè, nel 1857, Pio IX visitò Firenze: e i vescovi gli sottoposero un indirizzo perchè impetrasse l’abolizione delle restrizioni leopoldine; e di nuovo il Monitore officiale dovette uscire a rassicurare i sudditi che di nulla sarebbe rallentata la tutela dello Stato sopra la persona e i beni della Chiesa[139]: paventandosi non assorbito tutto il territorio dall’ingordigia clericale.
Quando poi importava sopire gli scandali e le ire, e in quattro anni (1852) si erano dimenticate le ingiurie e mutato scopo agli odj, si volle condurre a termine il processo del dittatore Guerrazzi e di quarantasette correi, di cui trentuno erano fuggiaschi. Ben diceva il regio procuratore «che causa più solenne mai era stata sottoposta a’ tribunali toscani, e che offrisse maggior copia di documenti e di testimonj, d’avvenimenti strepitosi, di commozioni di popoli, di passioni anco individuali poste in azione e in contrasto, di nomi d’accusati, alcuni già noti per dottrina ed abbondanza di quel dono superiore, che, come bene adoperato dà modo di più meritare, così espone, quando s’isterilisca o si abusi, a maggior responsalità». Doveva inevitabilmente esservi implicato il principe; ragione di più ad evitare quel processo: il quale invece, tratto in lunghissimo, fu poi esposto al pubblico sia ne’ dibattimenti, sia negli atti di accusa e nelle apologie stampate, nelle difese, nelle discussioni de’ giornali; dove piena la libertà della difesa; dove molti testimonj, dopo sì lungo tempo, si riducevano, o per paura della pubblica opinione adombravano il vero; infine il Guerrazzi fu condannato ai ferri, che il principe commutò, a lui come agli altri, in esiglio. Questo famoso, che avea sminuita la propria grandezza col mostrare nella Apologia come fosse zimbello de’ più audaci o delle grida plebee, nel lungo carcere condensò l’antico suo livore contro la società, della quale e dell’umanità vendicossi sputandole in faccia la Beatrice Cenci.
Giusta il conto reso da una Giunta al ristaurato Governo, le entrate della Toscana ammonterebbero a circa ventisette milioni: ma spendendo in proporzione di quel che fece il Ministero democratico dal 26 ottobre 1848 al 7 febbrajo seguente, in un anno si sarebbero erogati quarantatre milioni; e cinquantacinque in proporzione di quel che spese il Governo provvisorio dall’8 febbrajo all’11 aprile; ne’ quali due periodi la finanza fu deteriorata di nove milioni e mezzo.
Gravi sciagure crebbero i danni del paese. Il cholera, già micidiale nel 1835 e ne’ due anni seguenti, infierì di nuovo nel 54 e 55, colpendo sessantamila persone, uccidendone trentunmila ottocensessanta. Poi cominciò la scarsezza dei cereali: i geli del 1847 e 49 guastarono gli ulivi; la raccolta delle patate fu perduta dalla cancrena, dall’oidio l’uva, dall’atrofia i bachi da seta, benchè meno d’altrove. I tremuoti del 46 aveano già sovvertito le colline pisane e volterrane. Poi dopo nevi e pioggie stemperate, nel febbrajo del 1855 tremò il val d’Arezzo: il poggio di Belmonte si scoscese sopra Pieve Santo Stefano, arrestando il Tevere che la valle inondò fino ventitrè braccia elevandosi. Altri guaj portarono le inondazioni nel Casentino, e nel Valdarno inferiore.
In vista di tanti mali, nel 1854 il Governo perdonò un milione sull’imposta, ma le penurie dello Stato non permisero di rinnovare la largizione quando ne cresceva il bisogno. Aumentarono invece i delitti contro la proprietà e in conseguenza i carcerati, il cui numero giornaliero medio nel 1850 era di mille cinquecento, e nel 1856 di duemila settecensettantaquattro. Nel mite paese non mancarono però assassinj politici; si attentò alla vita del ministro Baldasseroni, e bisognò ristabilire la pena di morte, da infliggersi però solo quando i voti cadano unanimi. Al disagguaglio delle spese dovette sopperirsi col ripristinar tasse sul macello, sulla pastorizia, sui contratti e la successione; aggravare le dogane, a costo di diminuire con ciò l’introduzione delle merci; la lega doganale tentata coll’Austria fu avversata dalla pubblica opinione[140].
I lavori pel prosciugamento della Maremma grossetana, che dal 1829 al 1856 costarono venti milioni vennero rallentati, sicchè laghi e paludi ristagnarono ove erano poco prima fecondate le campagne. Nè meglio riuscì l’essiccamento della palude di Biéntina. Si provvide di nuovo porto Livorno, ma il disegno datone dal francese Poirel riuscì infelice, e la spesa di otto milioni, doppia della predestinata, è ben lontana dal rendere frutto degno. Si estesero le strade ferrate, ma finora servono solo alla circolazione interna non attaccandosi a quelle di veruno Stato vicino. Si cercò il prosperamento dell’agricoltura, sì da privati quali il Ridolfi, il Lambruschini, il Ricasoli, Digny, Bichi Ruspoli, Cuppari, Ginori...; sì dalla società dei Georgofili e dalla Agraria: il Governo pose scuole tecniche, e accademie di arti e manifatture; istituì un archivio generale di Stato, un uffizio di statistica generale.
Il ducato di Modena continuò nelle tradizioni patriarcali, in mano d’un giovane principe, sul quale non posavano nè tradizioni tiranniche, nè memorie di sangue, nè patti d’abjezione; e che sentivasi e talento e forza più di quelli che lo circondavano.
Il ducato di Parma, che avea patteggiato coll’Austria alleanza difensiva contro i nemici esterni ed interni, fu da questa restituita a Carlo III Borbone, la cui gioventù disonestata non apparve corretta dalla sventura e dal matrimonio colla virtuosa Luigia di Francia. Un giorno ch’egli tornava dal passeggio pomeridiano, gli si accostò uno e lo trafisse, e benchè fosse in mezzo al popolo, niuno volle conoscerlo nè arrestarlo, nè tampoco soccorrere al ferito, che poco dopo spirò (1854 26 marzo). Si trovarono trecento lire in cassa. La duchessa, come reggente del fanciullo Roberto, ai ministri impopolari surroga Lombardini, Pallavicino, Salati, Cattani, ritira l’ordine del prestito forzato, supplendovi con uno spontaneo che ella garantisce col pubblico patrimonio; l’esercito riduce da sei a duemila uomini, la lista civile da due milioni a seicentomila lire; riordina i tribunali che già erano a modo francese; affida cattedre anche a professori compromessi nella rivoluzione.
Parvero pegni di riconciliamento, eppure i momentanei applausi presto si conversero in disapprovazione; il paese non tardò a divenire teatro di turbolenze ed assassinj, al punto che la duchessa dovè chiamare capo della Polizia un suddito austriaco, e i processi furono assunti dal conte di Crenneville comandante della guarnigione tedesca, in forza dello stato d’assedio.
Per accordi derivanti fin dal trattato d’Aquisgrana, poi modificati in quel di Vienna e nel segreto del 28 novembre 1844, se si estinguesse la linea ducale quello Stato sarebbe riversibile all’Austria, ed una piccola porzione al Piemonte. Il popolo sapendo questo colla solita inesattezza, credeva il ducato dovesse ricadere legittimamente a Casa di Savoja, e aspirava ad accelerarne l’istante: l’Austria, come a sè riversibile, pretendeva esercitarvi un’alta ispezione; altrettanto pretendeva il Piemonte per la vicinanza.
Da principio i Francesi restarono arbitri di Roma, e i soldati faceano da soldati, quantunque senza ferocia; ed erano perseguitati a stiletti e contumelie al pari dei preti, e questi e quelli ripudiati dalla popolazione, mentre fra loro guardavansi in sinistro. L’ambasciatore signor di Courcelles cercava che il pontefice largisse ordini liberali, e si circondasse di buoni amministratori; ma quelli aveano fatto troppo mala prova, questi sempre fu difficile trovare in Romagna, difficilissimo allora che tanti erano resi inservibili pei fatti precedenti. Luigi Buonaparte allora diventato presidente della Repubblica francese, volendo cattivarsi gli animi od almeno i voti col mostrarsi restauratore dell’ordine, eppure amico della libertà, diresse una lettera (1850 18 agosto) al suo ajutante Ney, ove esprimeva che l’esercito repubblicano non era ito a schiacciare la libertà italiana, bensì a regolarla, preservandola dagli eccessi proprj; disapprovava i comporti della Commissione riordinatrice, e diceva di compendiare il Governo temporale del papa in questi atti, amnistia, secolarizzamento dell’amministrazione, Codice Napoleone, Governo liberale. La lettera levò gran rumore, eppure mancava di carattere uffiziale: il papa ebbe assicurazione che trattavasi d’una mera mostra, e mandò da Gaeta un motuproprio, pel quale istituiva un Consiglio di Stato e uno di finanze, prometteva riforme amministrative e giudiziali; di costituzione o di secolarizzamento non più parola: e i Francesi si affrettarono a magnificare le concessioni, le quali dicevano avere essi suggerite anzi imposte al papa, per sodare la libertà d’Italia.
Abrogati gli ordini del Governo repubblicano, rimessi i tribunali colle variatissime loro giurisdizioni, e persino il Sant’Uffizio, di nome spaventoso, ma che si limita a preparare le decisioni ecclesiastiche in fatto di matrimonj misti, digiuni, astinenze, e nelle cui carceri nel 1849 si era trovato un solo prete per falsificazione di carte private; dall’amnistia faceansi esclusioni eccessive, che guastavano in apparenza il benefizio, mentre nel fatto nessuno ne’ primi sei mesi fu arrestato o punito per atti politici; nessuno de’ tanti amnistiati, che aveano accettato incarichi rivoluzionarj, lasciando che l’autorità francese li munisse di passaporti per andarsene. Pure la Polizia molestava fino alcuni de’ liberali che più si erano opposti alle trascendenze; spiaceva il veder ripristinati abusi, della cui distruzione tutt’Europa aveva applaudito Pio IX; dacchè poi gli onesti aveano gustate le attrattive del vivere libero, del licenzioso i ribaldi, riusciva difficilissimo il rintegrare lo stato primitivo. La censura impediva ogni manifestazione franca, eppure non potea togliere la sovversiva stampa clandestina; processavasi, ma colla fiacchezza che colpisce il subalterno mentre non osa il forte e subornatore; disarmati tutti i cittadini, viepiù imbaldanzivano le orde, che infestavano principalmente i paesi settentrionali, malgrado l’inesorabile giustizia che ne faceano gli Austriaci. Gli assassinj continuanti obbligarono a severe procedure sommarie, e ventiquattro persone furono mandate al supplizio nella sola Sinigaglia. Si tessè il processo dell’assassinio di Rossi, e, cosa nuova ne’ fasti giudiziarj, il reo più aggravato non si osò indicare che col nome di un tale, quel signore.
Solo quando si sentì sicuro che l’indipendenza del suo potere non sarebbe menomata, Pio IX tornò a Roma fra l’ossequio dei Francesi e dei diplomatici, e il silenzio della moltitudine. I provvedimenti furono ancor meno delle promesse, e tutto rimase all’arbitrio del segretario di Stato cardinale Antonelli (1806-76), divenuto scopo all’odio comune, benchè dapprima fosse stato consigliatore degli ordini più liberali, ed ora tenesse testa agli esagerati reazionarj. I succedutisi Governi aveano cresciuto il debito pubblico a settanta milioni; le sêtte fremeano; audace il contrabbando, spudorata la corruzione, moda il cospirare, disimparato l’obbedire; rinterzata la insulsaggine di compromettenti miracoli colla stizza di ripullulanti insurrezioni e d’incessanti assassinj politici; liberalità l’avversare la religione, involgendo l’autorità spirituale nell’aborrimento della temporale: e alle piaghe gravissime trovandosi impossibili i palliativi, rendeasi necessaria la forza, la forza!
Perciò i Tedeschi continuavano ad occupare le Legazioni[141], i Francesi ad occupare Roma e Civitavecchia, intanto che si provvede ad allestire reggimenti nazionali, e crescere la marina, che oggi conta 1893 navi fra grandi e piccole, portanti 31,637 tonnellate, e su di esse 9711 persone.
Più appropriato al gran sacerdote è l’avere ravviato le opere pubbliche e la cura delle arti belle. Nel che notevole è lo sterro dell’antica Via Appia, donde quantità sempre nuova di monumenti e di anticaglie, di cui altre vengono in luce nei ripigliati scavi di Vulci e di Canino. Fu ordinata una statistica generale, che dà a conoscere i bisogni e gli spedienti; la riduzione de’ pesi e delle misure a decimali; e il censimento, pel quale i Gesuiti rimisurarono per undicimila metri la base della triangolazione fatta da Boscowich, di cui era perduto un termine. Si compì ad Aricia un viadotto di trecentundici metri, a triplice fila d’archi, elevantisi fino a sessanta metri per superare la frapposta valle. Il Tevere è percorso da vaporiere, e tutti i fiumi vigilati e provveduti[142]. A Viterbo si fabbricano il vitriolo tanto cercato, e ferri agricoli: Spoleto è ricca di pastorizie, e di mandorle e ghiande il paese alto: bellissime selve ha Frosinone, donde si trae scorza per le concerie: agrumi, fichi, pistacchi, carrubi, castagni, cristalli arricchiscono Ascoli: Fermo i cappelli e i crivelli da grano: Forlì il ricino, Fabriano le cartiere, Gubbio il bestiame, Faenza le majoliche: la pineta di Ravenna è delle migliori foreste: dal Bolognese si hanno venticinque milioni di libbre di canape, e corami, carta, aceto, acque odorose. Con ingenti opere ora si sanano le paludi d’Ostia e Ferrara. Le strade ferrate pigliarono colà pure incremento; e già si posero telegrafi elettrici, e con quelli s’istituì la corrispondenza metereologica. Il 24 ottobre 1850 fu emanata la legge comunale, abbastanza ampia e fondamento al resto del Governo, ma non si vede eseguita.
Per instaurare l’autorità, Pio IX ricorse ai mezzi che s’adoprano per abbatterla, e dai Gesuiti fece intraprendere un giornale, la Civiltà Cattolica, «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito all’autorità, e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione alla forza della legge morale, unità di morale sotto l’insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il Governo del vicario di Cristo». Grandiosissimo esercizio sopra punti irrefragabili: ma se il rissarsi intorno alle dispute di ciascun giorno profitti meglio che il sodare cardinali verità, da cui si sillogizzino poi le applicazioni; se l’esporre i supremi canoni della fede o dell’autorità al senso comune e ai dibattimenti dei caffè e de’ circoli; se il pronunziare nelle opinioni politiche coll’asseveranza e l’esclusività che solo è propria dei dogmi religiosi; se il moltiplicarsi avversarj col ghermire corpo a corpo scrittori e attori, e con ciò provocare ricolpi dove l’ingegno può prestare aspetto di ragione, e la violenza di difesa incolpata; se l’intolleranza de’ minimi dissensi, d’ogni minor precisione di linguaggio, delle condiscendenze forse necessarie, spesso opportune, del sussidio secolaresco nel trarre dalla pietra dell’altare la favilla che sola può ridonare la luce e il calore; se l’accettare l’ultima abjezione degli odierni giornali, le corrispondenze anonime, donde un malvagio tira a sicurtà sopra l’onest’uomo, portino al trionfo la causa del vero, ne appello alle migliaja d’associati di quel giornale, redatto con un talento, un accordo, una costanza, che nessuno degli avversi raggiunse mai.
Strepitoso rincalzo alla suprema potestà diede Pio IX, dichiarando il dogma dell’Immacolata Concezione. Più volte dibattuto ne’ secoli precedenti, era già vietato il metterlo in disputa. Esule a Gaeta, quasi le tempeste politiche neppure scotessero la nave di Pietro, Pio IX mandò un’enciclica a tutti i vescovi del mondo, interrogandoli sull’opinione di essi e delle loro Chiese intorno a quell’asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Nella credenza la cattolicità si trovò d’accordo; ad alcuni sembrava inopportuno il rimescolare questione antica, causa già d’interni dissidj. Pio IX convocò a Roma alquanti vescovi per pronunziarne; e poichè quelli di Francia, quasi ad espiazione delle antiche reluttanze gallicane, pei primi neppur vollero discutere sui termini, riportandosi interamente al supremo gerarca, egli definì come dogma la concezione di Maria senza peccato originale. Se ne fecero feste in tutta la cristianità; e fu un grande incremento all’autorità pontifizia quel bisogno d’una sommessione figliale al papato, che definendo da solo un dogma, veniva a stabilire l’infallibilità personale del pontefice: come fu edificante quel riconoscere universalmente la fondamentale eppure negletta fede del peccato originale.
Concordati fece colla Spagna, coll’Austria, colla Toscana, colla Costarica, col Guatemala. Così non cessò di combattere la Chiesa orientale, la russa, l’olandese, la gallicana, dalla quale un’importantissima adesione ottenne, l’abbandono dei riti particolari per adottare il romano.
Casa di Savoja precipitò i sudditi nel pericolo, ma lo divise con essi, talchè viepiù se ne consolidò il legame che a questi la unisce. Vittorio Emanuele II, re nuovo e che non s’era compromesso con lusinghe, a capo d’un esercito disgustato d’innovamenti che tanto gli erano costati, col paese occupato dagli Austriaci, con un Parlamento screditato dalla ciarla, con Ministeri che si succedeano un all’altro per attestare l’impotenza di tutti, potea facilmente cancellare le istituzioni date da suo padre, e vedersene applaudito, quanto questo nel concederle. Al contrario egli cominciò il regno (1849 3 luglio) annunziando con mesta fermezza le sventure che anticipatamente lo portavano al trono, assicurava che le franchigie del paese non correano rischio; le traversie abbattono le vulgari anime, alle generose possono tornare in profitto; gli ordini politici non li stabilisce nè li acconcia a’ veri bisogni d’un popolo il decreto che li promulga, bensì il senno che li corregge, e il tempo che li matura; e questo lavoro, unico dal quale può sorgere la vigoria e la felicità d’uno Stato, si conduce coll’azione calma e perseverante del raziocinio, non coll’urto delle passioni; si conduce procedendo a gradi per le vie del possibile, e non gettandosi a slanci inconsiderati per sentieri che da secoli l’esperienza ha dimostrato impraticabili; i popoli, maturando alle dure prove, imparano a distinguere il vero dall’illusorio, il praticabile dall’ideale, e ad usare la migliore delle pubbliche virtù, la perseveranza. Insieme rammentava la necessità della pace esterna non meno che dell’interna, e del discuterne con senno e prudenza, per procurare i tre supremi vantaggi di quiete civile, progresso d’istituzioni, risparmio delle pubbliche fortune; e così d’accordo conformando gli ordini che soli possono recare vera e durevole libertà, si avrebbe la gloria di evitare le esorbitanze e de’ licenziosi e de’ tiranneschi.
Ottenere questa temperanza era difficile tra lo sguinzagliamento de’ rifuggiti e la concitazione degli avvenimenti di Roma, con un Parlamento che mettea gloria nell’osteggiare la Corona, e dignità nel ricusare gli accordi inevitabili; tanto che, «per salvare la nazione dalla tirannia de’ partiti», il re sciolse la Camera (1849 20 9bre) e ne convocò un’altra, che senza discussione accettò il trattato coll’Austria. D’allora Vittorio Emanuele non si affannò troppo negli affari, come glielo permette la qualità di re costituzionale; mostrossi sempre rispettoso dello Statuto.
Duro uffizio quel de’ ministri a fronte di passioni sopreccitate, e de’ partiti che colà andavano non a fondersi ma a cozzarsi! Massimo D’Azeglio, un tempo disapprovato e perseguìto dagli stagnanti quale attizzatore di rivoluzioni, come avea difesa la libertà contro i vanti dell’ordine, così l’ordine sostenne dappoi contro i vanti della libertà, capitanando l’opinione moderata, poi chiamato a capo del Ministero, con integra fama, sostenuto da’ nobili fra cui era nato, da’ letterati e artisti fra cui s’illustrava, dai popolani con cui era vissuto, persuaso che nei trambusti si fa meno quanto più si ha apparenza di fare, imitò il medico che confida nelle forze riparatrici della natura, poco operando, poco discorrendo fra l’universale sproloquio, guadagnando così il tempo che è tutto, rimettendo a galla lo Stato, non esitando spiacere agli esorbitanti che si decorano col titolo di democratici. Poi venuta l’ora degli uomini d’affari, a Cavour rinunziò il potere prima di perdere la popolarità, e tornò agli studj e a ridere della commedia umana.
Il Piemonte era l’unico paese d’Italia ove sopravvivesse una rappresentanza. Dapprima non v’era stato bene che non s’aspettasse dai Governi parlamentari, i quali suppongono una convivenza da tutti acconsentita, avente per base l’eguaglianza dei diritti e dei doveri, la cooperazione di tutti al vantaggio di tutti; esonera il Governo da infinite minuzie e da tanta responsabilità; non forza nessuno, e nessuno trascura; anche in mezzo alle emozioni rapide e contagiose de’ popoli che da sè occupansi degli affari proprj, fa valere di più chi più sa e più ha, lascia libera la manifestazione de’ desiderj e delle proposte, e l’esercizio delle facoltà tutte, coll’elemento del progresso avendo in sè quello della conservazione. Ma la Francia dopochè se ne disfece, ripetè che in siffatti Governi si surroga alla morale la sentimentalità, alla fede la declamazione di oratori, simili a palloni areostatici che si elevano perchè nulla li contrasta, attirano gli sguardi di tutti ma non arrivano a nulla, e tornano alla terra dond’eransi alzati; intanto sviluppansi la superbia umana, l’infatuazione della parola, e la persuasione che la dottrina possa regolare il mondo; sicchè i talenti e i semitalenti acquistano maggiore credito che non il carattere; per l’idolatria dell’ingegno si abbandona il culto della verità; misurando la libertà dal numero de’ giornali e dalla lunghezza dei dibattimenti, rimettonsi in disputa tutti i principj; si toglie l’energia d’azione al Governo, quasi non si desideri di meglio che l’inettitudine; e così si affievolisce l’autorità qualunque sia; i ministri s’avventurano in una politica declamatoria e imprevidente, che talora vuole i mezzi senza il fine, talora il fine senza i mezzi; anzichè consolidarsi sulla giustizia e la bontà, devono ondeggiare coll’opinione, e però rinnegare se stessi, o cedere il posto ad altri, che effettuino ciò che in quel giorno è voluto dalla pluralità.
Eppure quelle discussioni, quella responsabilità dei ministri, quella pubblicità di tutti gli atti, quell’accontentamento della classe più loquace e faccendiera recavano facilmente a considerare il Piemonte qual simbolo della nazione e nucleo della futura Italia. Queste aspirazioni, nelle quali si accentrava qualsiasi desiderio di cambiamento, lo rendeano sospetto al potente vicino; e i partiti che vi si dibatteano, lo esponeano alle diatribe de’ reazionarj di fuori.
È però vanto che, mentre ogni giorno una stampa sguinzagliata diffondea sin nel villaggio e tra il popolo operoso il fomite dell’invidia e dell’insubordinazione, colà men che altrove essa prorompeva e soprattutto non si sfogava in quegli assassinj, che rimasero la più orrenda coda della nostra rivoluzione. Le sorti d’un paese non si regolano cogli epigrammi e i sarcasmi, nè la politica si attua con articoli di giornali e con dispetti e puntigli. Molti Ministeri si succedettero, ma sarebbe severità l’esigere che procedessero regolari mentre sono combattuti da contrarj venti, e costretti a vivere di ripieghi; lodevoli se non sagrificano l’utile sodo alla prurigine di popolarità, se non transigono colla dignità per conservarsi, se non riducono l’idea dello Stato e il fine della convivenza umana a mera tutela degl’interessi materiali.
Gli oppositori a due punti principalmente si appigliavano; il dissesto delle finanze, e gli affari religiosi. Mentre al rompere della rivoluzione l’erario non era gravato che di quaranta milioni, allora di oltre seicento: il bilancio delle spese annue, che nel 1847 si valutò a ottantaquattro milioni, nel 56 giunse a cenquarantatre e mezzo: tutte le imposte vennero esagerate e aggiuntene delle nuove, la cui minutezza infastidiva ancora peggio che non impoverisse[143]. Ma oltre il dover pagare i disastri di due campagne sfortunate e settantacinque milioni all’Austria, in questo mezzo si spigrì l’amministrazione, fu dotato il paese di tante istituzioni di cui mancava, e singolarmente d’una rete di strade ferrate, che tutti i punti congiunge col centro, e questo colla restante Italia e colla Francia.
Poco prima della rivoluzione, Carlalberto avea conchiuso un concordato col pontefice, il quale recedette da alcune pretensioni antiche per assodarne altre. Dato lo Statuto, nel quale la prima clausola e la più voluta dal re fu il dominio della religione cattolica, i fragorosi, che non sanno mostrare libertà se non col perseguitare, vollero si ponesse la mano sui beni clericali e si sopprimessero le fraterie, incamerandone i possessi, togliendole l’istruzione; e levò un rumore trascendente, anzi fu eternata con obelisco la proposta del Siccardi, per la quale si stabilì quel che già gli Stati vicini godeano, che anche gli ecclesiastici fossero sottoposti al fôro comune, nè tampoco i vescovi eccettuati. Ciò ledeva il contratto stabilito col papa; ma arguivasi che, cambiata la forma di governo, anche quello dovesse cessare, benchè concernesse una Potenza forestiera. Nuove commozioni cagionò dappoi la legge sul matrimonio civile.
Roma protestò di questo mancare ad accordi espressi, e assicurati dallo Statuto; le replicate proposizioni di amichevole componimento, portate anche da persone rispettabili, quali Cesare Balbo e Antonio Rosmini, non sortirono effetto: intanto la lite si inasprì; qualche vescovo, e nominatamente quel di Torino reluttarono, e furono perseguitati e spinti in bando, donde ritraggono aria di vittime essi, e di persecutore il Governo; restrizioni alla libertà ecclesiastica attirarono nuove proteste del pontefice, e infine la scomunica a chi le avesse sancite. Da qui strazj di coscienza; cercossi ipocritamente di mettere in contrasto i preti coi vescovi; le popolazioni conservavano devozione ai loro pastori benchè rimossi; sacerdoti ricusavano i sacramenti a deputati o ministri incorsi nella censura; e di qua e di là vantavansi di martirio atti che spesso erano di ostentazioni di amor proprio.
Tale deplorabile conflitto, che forse è un sagrifizio di debolezza al rombazzo della plebe letteraria, infuse baldanza a un partito, che si propone di staccare l’Italia dalla fede popolare. Come nel 1847 l’apoteosi di Pio IX avea lusingato che tutta cristianità si ridurrebbe cattolica, così, dacchè egli mancò alla causa italiana, con lui si esecrò la religione di cui è capo, e per poco il Dio di cui tien vece in terra. Fervè allora l’opera del nuovo vangelo; i liberi politici si incapricciarono di mostrarsi anticattolici; il papato si considerò di nuovo come peste d’Italia non solo, ma della fede; e a qualunque miglioramento della patria si pose per fondamento la depressione del cattolicismo. I Valdesi, che nel 1848 aveano ottenuto l’eguaglianza civile, poterono erigere un tempio a Torino; stampare secondo la loro credenza, e la Buona Novella annunciava (1855 12 8bre) che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono ad una direzione più o meno protestante, e non si stancano di proclamare che la coscienza deve essere libera, e che nessuna Potenza sulla terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio». Vanti consueti a tutte le sètte, ma che metteano i brividi ai buoni Cattolici. Intanto si divulgavano libri di quel sentimento e Bibbie tradotte, di cui ventitremila stamparonsi a Londra e diecimila Testamenti Nuovi, destinati principalmente alla Toscana e Romagna: sette dispensieri ne giravano in Piemonte, e quando l’esercito campeggiò in Crimea, ben quindicimila copie se ne diffusero tra esso. Forse qualcheduno passò alla confessione protestante: in Toscana si teneano circoli ove leggere e commentare la Bibbia, e in esecuzione delle antiche prammatiche fu punito chi lo fece, rinviandolo se forestiero, mandandolo a viaggiare se nazionale. Ma il pericolo venne esagerato, e tanto più pel Piemonte, chi veda quanto morale sia il popolo, frequentate le chiese e i confessionali, riveriti i curati.
Ben più che i delirj della fede è a temersi la indifferenza in questa, la scarsezza di cognizioni religiose, che rende possibile l’assurdo apostolato di giornali, luridi quanto ignoranti e sfacciati. Come protestantizzare gente che non crede nè conosce i proprj dogmi, nè sa in che punto divergano da quei di Lutero e Calvino, e che, se al papa negano obbedienza, tanto meno vorrebbero prestarla a un ministro? Si confessi più francamente che l’orgoglio, la meno filosofica delle passioni, dice «Come può essere la tal cosa mentre io non la intendo?» Si confessi di volere piuttosto compiere l’opera sociale della Riforma, quale fu di distruggere il carattere teocratico, dileguare la sovrumana aureola dell’autorità, sottoponendo l’uomo immediatamente alla propria coscienza; e che trovasi più acconcio alla vulgarità l’insegnare unico Dio essere l’uomo, unica potenza il numero, unica legge gl’istinti, unico intento il godere più che si può; donde una smisurata superbia, un satollarsi all’albero della scienza, un invidiare chiunque sa o può di più, riponendo il liberalismo nel prostrare quanto è più alto, non nell’elevare quanto è più basso; un invidiarsi a vicenda i godimenti, e l’oro che può comprarli; e nell’accidia e nella voluttà stordirsi e godere finchè il corpo si dissolva ne’ chimici componenti.
È da compiangere il re di Napoli d’avere dovuto colla forza e coi processi reprimere la rivoluzione, e principalmente le cospirazioni per la così detta Unità Italiana; onde grandissimo numero di fuorusciti, gente d’opera, d’ingegno, di penna, che empirono l’Europa di accuse contro di lui, le quali trovarono uno straniero (Gladstone), che le accolse e ripetè in una lingua diffusissima, e dandovi l’autorità del proprio nome e della libera sua nazione. Benchè smentita, si può credere la miserrima condizione di quelle carceri: ma quello che ancora più serra un cuore italiano, è la bassa turpitudine di non pochi di coloro, che come testimonj o delatori o agenti provocatori comparvero in que’ processi di Stato. I quali però vuolsi non dimenticare che furono pubblici, con difesa, con stampa; e che, risparmiando le vite, il re non volle togliersi la possibilità di ridonare alla società qualunque de’ condannati all’istante che ciò gli sembri o generosità non improvvida o giustizia. Carlo Poerio è come la personificazione di quei martirj e di que’ lamenti; e più volte fu promessa la grazia a lui e ad altri purchè la domandassero[144].
Nessun atto cassò la costituzione, e Ferdinando II poteva da oggi a domani convocare il Parlamento, restituire la responsabilità ai ministri. Ma coloro che, per giustificare il dissenso che v’incontrarono, piacevansi a ricantare l’immoralità di quel popolo, l’avidità delle classi medie, l’ignoranza superstiziosa delle infime, non s’accorgeano che davano ragione al re del non volere affidar la quiete e l’andamento dello Stato ai consigli e alle discussioni di così fatti. L’esercito non ebbe bisogno di venire ricomposto: l’erario continuò prospero, e quando negli altri Stati erano all’abisso, qui le iscrizioni del gran libro eccedevano in valore il pari. Non furono intermesse le opere pubbliche; estese le vie ferrate, aperta una da Napoli a Bari traverso a due montagne; uniti al mare i laghi Lucrino e Averno, così ridotti a porto. Eppure non venne meno il troppo solito corredo delle pubbliche sciagure; e a tacere il cholera, spaventosi tremuoti sconvolsero nel 1852 la Basilicata, propagandosi anche nella Romagna.
Sanguina poi la piaga della Sicilia. Le entrate di questa erano state regolate soltanto sopra donativi fino al 1810, quando si ordinò un censimento, fondato sui riveli spontanei. Per correggere questi e migliorare l’estimo si moltiplicarono disposizioni e prammatiche: i lavori furono spesso interrotti dalle scosse pubbliche, infine compiti nel 1853. La rivelata rendita dell’isola, sommante a ducati 10,872,063, fu rettificata in 16,658,634, de’ quali appartengono al Demanio 41,339, a manimorte 1,261,974, ai Comuni 213,290, a diversi 15,142,031: laonde al dieci per cento si avrebbe una contribuzione di 1,665,863 ducati, e al dodici e mezzo di circa due milioni. Tutta l’isola, uscente quell’anno, contava 2,231,000 abitanti[145].
La chiesa di Sicilia era una delle più ricche del mondo, non avendo subito le perdite cagionate dalla Rivoluzione. Lo stato d’attività e passività pubblicato dal clero nel 1852 gli attribuisce la rendita di tre milioni di ducati, che indicano estesissimi possessi in paese tanto male andato d’agricoltura e di comunicazioni. Dicemmo che la rendita imponibile delle manimorte nell’isola fu estimata ducati 1,261,974: ma ignoriamo il rapporto di essa col possesso effettivo: oltre che su queste cifre di possessi ecclesiastici v’è sempre esagerazione.
Le rivoluzioni non distruggono il potere, ma ne alterano il carattere scemandogli fermezza e maestà; non alleviano l’obbedienza, ma le tolgono il decoro; lasciano in chi sofferse scontentezza e prurito di vendetta; in chi trionfò, brama di rappresaglie inutili dopo le violenze necessarie; pochi comprendendo che prima cura dev’essere il far dimenticare, il calmare le diffidenze e i risentimenti, fondere gli uomini e gl’interessi, riconciliare il soccombuto col rialzarlo, anzichè punire colpe a cui un popolo intero ha preso parte in momenti, dove, e principi e sudditi barcollando sopra una nave in tempesta, nè questi nè quelli possono rendere conto ragionevole di quel che fecero o dissero o promisero.
Nulla è più facile nè più triviale che il sistematicamente censurare tutti questi Governi, i quali non seppero sinora far paghi i sudditi, ricondurre la pace, tranquillare gli spiriti: ma suggerire i rimedj è più arduo quando si veda disapprovare gli uni, appunto perchè fanno quello che gli altri ricusano. Deploriamo i Governi cattivi, condannati a diffidare e punire, quanto i deboli che non osano o non vagliono a resistere; i ribaldi che si appoggiano sull’immoralità; quelli che non comprendono come la libertà sia il cavallo che ci porta verso l’avvenire, ma sfrenato precipita, troppo ritenuto ricalcitra e s’impenna, procede sol quando è moderato da mano esperta; quelli sprovvisti d’iniziativa di spirito e di volontà, che lasciano unico partito l’assopirsi con dignità; quelli materiali, che riducono la scienza statistica a speculazioni e gendarmi; e quelli che non si persuadono il disordine poter essere vinto soltanto da chi lo rinnega, non da chi ad esso ricorre per reggersi momentaneamente.
La classe colta smaniava di partecipare al Governo; i Governi pretendeano intrigarsi della famiglia, dell’istruzione, della religione, dell’industrie individuali: reciproca illegittimità d’ingerenze, da cui un necessario scontento. Il popolo, che poco bada a ciò che non tocca l’individuo, la famiglia, la città, non intendeva gran fatto di coteste Costituzioni, versanti sull’esterno non sull’essenza della libertà, e capiva che anche i re possono tutelare le persone, le case, l’industria, il commercio. E davvero di tante Costituzioni nate e morte in questo mezzo secolo, quale è che abbia distinto le attribuzioni dello Stato da quelle della famiglia e dell’individuo? qual principe osò di dare utile pascolo alla smania governativa della classe media coll’abbandonarle i giudizj, l’istruzione, la sicurezza pubblica, l’ispezione domestica, riservando pel Governo la sovranità, i pubblici lavori, le finanze, l’esercito? Fra un medio ceto che non sapea bene che cosa chiedesse, un vulgo che niun vantaggio scorgeva in mutazioni che erano soltanto di persone; e principi che, vincolati da un’autorità che gli umiliava, non sapeano bene che cosa concedere, poteva egli trovarsi quella fede che ingagliardisce le opere, quella sicurezza che va diritto a un fine ben determinato?
Da alcuni anni, ma più nei due ultimi, il parossismo del rumore avea simulato l’attività della gloria, e sfogavasi colla sonora ciancia e con quel vago di concetti che rende insulsi alla pratica. Fattisi alla declamazione, costoro declamarono anche quando bisognava operare; ridondanti in parole come chi manca di idee, cominciarono litigi dove il vero vinto era il buon senso; e trascinando i migliori non a giudizio ma a supplizio, nei caffè, sui fogli, e dovunque fosse da adoperare la lingua non il braccio, volendo far qualche cosa e non valendo ad altro, faceano strepito; e in giornali, caricature, affissi, imponevano all’autorità, svilivano i magistrati, dettavano provvedimenti sconsigliati, e inventavano mozioni. L’opinione di questi parabolani si era modellata sopra i giornali di Francia, e come quelli, riponeva il liberalismo nell’opposizione sistematica; l’aveano fatta quando portava pericolo; vollero continuarla quando non era più che gazzarra, quando l’arma proibita era divenuta arma d’onore.
Amatori antichi della libertà, la accolsero con austero culto; mentre quelli che balzavano dall’idolatria dell’assolutismo all’idolatria dell’individualità, la accostavano come una meretrice; per bisogno di far dimenticare prische bassezze, affettavano altezzosa indignazione nell’insolentire contro i valenti, e in una stampa spudorata dare sul capo a tali che, mentr’essi genufletteano, ritti in piedi affrontavano i martirj della persecuzione pubblica e privata quando nulla aveano da sperare, neppure l’applauso, neppure d’essere riconosciuti dai proprj partigiani; e col titolo d’uomini di talento indicandoli per teste false e inetti alla pratica, li dichiaravano disacconci alle emergenze nuove; e a rincalzo di frasi convincevano che, gran pezza meglio degli antichi ed esperti, valeano quei neonati, che metteano la coccarda perchè altra prova di patriotismo non potevano dare alla folla, solita a scambiare l’emblema per l’idea.
Alcuni, sbigottiti dalle trascendenze, vedendo il guasto che le commozioni politiche recano nei costumi e negli intelletti, l’indifferenza de’ principj, l’assurdità degli odj e degli amori, il bruciare oggi gli idoli di jeri, il credere segno di libertà l’arroganza e la calunnia, affrettaronsi d’abjurare come errori anche le verità che soccombeano; e vergognati d’avere troppo sperato di sè, e d’essersi creduti degni della libertà, si sbracciarono in rimpedulare alla vecchia i Governi e le opinioni; o in sussulto svegliati dai sogni d’una coscienza connivente, e vedute le conseguenze inattese di principj mal posati, buttaronsi all’intolleranza persecutrice, biascicando i nomi d’ordine e di religione, la quale, dopo essersi da alcuni, come fatto individuale, adoprata qual mezzo d’indipendenza fino alla rivolta, da altri come fatto sociale, volevasi strumento di potere fino all’assolutismo.
I tentativi temerarj fanno indietreggiare gli spiriti sgomentati: ma fra i reazionarj, que’ che vantansi della forza è poi giusto che invochino la ragione? Alcuni, non ravvisando la ricomposizione se non come quiete, condannano fino le oneste libertà e le prudenti garanzie, a foggia di chi bestemmiasse le macchine a vapore pel rumore che fanno; pigliano paura della filosofia anche quando viene in appoggio al senso comune; paura della storia anche quando non giustifica i fatti, ma solo li sincera e li racconta; paura d’ogni aspirazione al meglio, vedendovi un irrompere della demagogia; paura dei sapienti, e perciò privilegiano l’istruzione a tali in cui ha fiducia il Governo, ma non la gioventù, la quale rimane svogliata dallo studio, e discrede fino alla verità perchè bandita da gente screditata; computano il crescere dei delitti, delle carceri, dei trovatelli, quasi non vi fossero ribaldi anche prima della stampa e delle Costituzioni.
Altri volsero le mani a strapparsi i capelli, anzichè ajutarsene nel naufragio per salvare almeno le convinzioni: poco migliori di quegli impotenti, che, senza l’audacia del male nè il coraggio del bene, si vantano di star neutrali nell’ora ch’è mestieri di decisioni risolute, e forbendosi s’accontentano di dire «Io l’avea predetto». Altri denunziano di codardia il non perseverare negli errori, e impossibile ogni ricomponimento, e viltà il pensarvi e l’avviarvi; simili al nocchiero che, battuto dalla procella, giurasse eroicamente di non volere più esporsi al vento finchè non l’abbia richiuso nelle otri di Eolo. Altri s’ammantano del titolo di moderati: ma la moderazione non ha merito se non palesi forza; nè quella di Pilato che lascia uccidere Cristo piuttosto che mettere sè in pericolo, vuolsi confondere con quella dei martiri che si lasciano uccidere piuttosto che offendere la propria coscienza. Altri invece non considerano quei disastri se non come effetto dell’altrui moderazione, e reclamano i procedimenti avventati e radicali, che sono sintomo d’irritazione, quanto di marasmo il non provare quel desiderio, ch’è tormento e dignità dell’uomo.
Chi tese l’orecchio alla voce di Dio, il quale, traverso alle folgori e al tuono, parla per mezzo degli eventi; chi medita sugli errori proprj e gli altrui, e scandaglia quanta virtù si trovi in fondo ai cuori, onde comprendere quanta libertà si meriti, conosce che la tempesta sconvolge il naviglio ma lo caccia avanti, purchè il piloto, deviando, orzeggiando, retrocedendo anche, s’affissi però sempre alla stella. In tempi sì turbinosi, sotto sferze sì laceranti, la libertà e la dignità naufragarono, ma poi dai marosi furono spinte s’una riva assai più avanzata, e donde non potrebbe rincacciarle se non una nuova procella. Anche in Italia i Governi si svecchiarono, la rivoluzione, operando a guisa della pietra caustica che, passando sull’ulcera, ne modifica la superficie e sollecita il granulamento e la guarigione; molte fasce furono levate, che al bambino voleansi conservare anche fatto adulto; l’industria e il benessere fisico procedettero a passi giganteschi; e sebbene gl’interessi materiali pajano prevalere, fino a voler ridurre la società ad una accomandita, l’uomo a un mulino, dove ai motori intellettuali e morali sono surrogati il calcolo e i contrappesi, noi crediamo che rimedj non ultimi sieno i materiali, e la cura di crescere la ricchezza nazionale e di ben ripartirla.
L’Italia contava ventisei milioni di abitanti, tutti cattolici, tutti quasi d’una lingua, eppure divisi in quindici Stati, di cui sette forestieri[146]. Possiede eccellenti linee geografiche militari, fortezze inespugnabili, buoni porti, canali e fiumi non mai gelati; il ferro dell’Elba, il rame d’Àgordo e della Toscana, la canapa del basso Po, le selve dell’Alpi e degli Appennini potrebbero fornire d’eccellente marina lei che siede fra due mari, e che dalle sue coste vede la Francia, l’Algeria e la Grecia. Pure, malgrado i progressi dei due regni estremi, la sua marina è insufficiente, nè da noi direttamente ricevono gli olj, le sete e le frutte i lontanissimi consumatori. Nella Lombardia aumenta l’operosità agricola e la popolazione, mentre scarseggia nelle parti meridionali, ove troverebbero asilo e lavoro que’ tanti, che dai laghi superiori e dalla vicina Svizzera migrano ad ingrate lontananze. Ora poi che il Mediterraneo recupera l’importanza antica, e che si matura il taglio dell’istmo di Suez, presto si sentì come là consisterebbe la vita o la morte dell’Italia: l’Austria favorì quest’impresa in ogni modo, presagendone un immenso incremento alla navigazione di Trieste: il Municipio di Venezia nominò una Commissione che divisasse e proponesse i modi di meglio vantaggiarne il commercio veneto, e promuoverlo con società commerciali; e l’Istituto pose a concorso un’indagine sulle probabili conseguenze che ne verranno al commercio in generale e a quel di Venezia in particolare, e come provvedere che il continente europeo diriga pel porto di questa le spedizioni: si propone d’ingrandire i porti di Genova e di Civitavechia, perchè diventino pari alla estensione che al commercio darà quella nuova via. Le Due Sicilie stanno all’antiguardo, sporgendosi quasi in atto di provvedere alle vaporiere l’acqua, il legname, i grani, e di competere nella comunicazione coi mari dell’Arabia e dell’India. Insomma vorrebbesi che l’Italia si trovasse allestita in modo di non lasciar preoccupare da altri le nuove comunicazioni, che offrirebbero un opportuno campo all’attività di essa, e un modo di conseguire que’ nobili vantaggi, che mai non saranno per gl’infingardi.
Intanto fra terra si sollecitano le vie ferrate, che non solo, superando gli Appennini, congiungeranno fra loro i disuniti fratelli d’Italia, ma traverso alle Alpi avvicinandoci ai forestieri, ci mostreranno che la nazionalità non può essere esclusiva e repellente nè come sentimento nè come istituzione.
Fra queste utili cure e le meste sollecitudini del rinascente cholera, dello scarseggiante grano, e di nuovi micidj alle viti e ai bachi da seta, parevano gli animi staccarsi dalla politica, quando un nuovo miraggio fu spiegato agli occhi dalla guerra rottasi fra i grossi Stati.