CAPITOLO CXCIV. Aspirazioni e preparativi piemontesi.
Il Piemonte era divenuto la mira per tutti i nemici dell’Austria e de’ Governi tormentatori degli Italiani; l’appoggio dei vinti del 1848. Il Parlamento, per quanto scarmigliato, parea voce di tutta l’Italia, e a quella davasi ascolto; i ministri, che si sbalzavano a vicenda, erano considerati come rappresentanti di idee, e ne avevano, certo non tali da bastare al grande concetto nazionale. Stavano dalla destra Revel, D’Azeglio, Balbo, altri illustri per nobiltà e carattere, per posizione e precedenti, che credeano essersi fatto abbastanza per allora, e tremavano non giungessero al potere i rivoluzionarj, nati nel 48.
Dei quali oratore era Camillo conte di Cavour, variamente giudicato mentre visse, sistematicamente ammirato dopo morte. Egli stava coi conservatori, anzi coi clericali dapprima, e collaborava al giornale Il Risorgimento, mentre Rattazzi conduceva la sinistra, irrequieta, impaziente, che voleva un’altra riscossa. I due capi s’unirono, e formossene quel che si disse il connubio, transazione per unire le forze de’ varj partiti. Il colpo di Stato del 2 dicembre in Francia parea far prevalere la riazione; e poichè il nuovo imperatore domandava si frenassero le cospirazioni e la stampa, fu proposta una legge per regolarla (1852 2 febbrajo). Il Menabrea la sostenne con fortissimo discorso, ma con violenza gli si opposero Rattazzi e Cavour. Quest’ultimo, entrato nel ministero D’Azeglio, veduto che a nulla approdava la parte che dicevasi moderata, se ne staccò; e ito col Rattazzi a Parigi per intendersi coll’imperatore, presto ebbero abbattuto D’Azeglio. E alla politica moderata e timida sottentrava la bellicosa e aggressiva, che diceasi virile, e che dichiarava passato il tempo degli iniziatori. Ne parve manifestazione e frutto l’attentato milanese del 6 febbrajo 1853.
E cominciando dagli ordinamenti interni, furono aboliti gli stabilimenti religiosi, pochi eccettuandone; colla legge Siccardi si cassò il fôro ecclesiastico e la personalità giuridica delle corporazioni; si dichiarò distrutto il concordato del 1841 col papa; si escluse dalle scuole laiche ogni ingerenza di ecclesiastici; ai beni di manomorta s’impose una tassa particolare. Roma protestò; le popolazioni si divisero di parere, altre approvando, altre disapprovando i mutamenti introdotti. Nei sei anni del Ministero Cavour il Piemonte si ravvivò, giacchè Paleocapa spingeva le strade di ferro; Lamarmora ricomponeva l’esercito; Rattazzi riformava l’amministrazione e la legislatura; Cavour inaugurava la nazionale politica a danno dell’Austria.
Ingegno vivace e pronto; efficacia a persuadere meravigliosa, comechè infelice parlatore; colla prudenza e l’imprudenza d’un politico; fino conoscitore degli uomini, dei quali valevasi come di stromenti; destro a mescersi fra le parti più esaltate, e a scompigliarne le trame; sapendo per mille esperienze quanto le sublimi declamazioni nascondano vilissimi pensieri; persuaso intimamente che tutto si compra nelle moderne società, conoscendo la propria abilità e confidando in quella; ridendo in cuor suo delle forme e dei formalisti, guardando nei fatti e nella realtà; le dicerie al Parlamento ascoltava sempre col sogghigno sulle labbra e rispondeva coll’ironia pungente e sprezzante, ch’era tanta parte del suo talento oratorio. «I fischi (diceva alla Camera) non mi muovono; li disprezzo altamente e proseguo».
Nell’intento di sbrattare l’Italia dai principi indigeni e stranieri, sempre avea cerco appoggio dall’Inghilterra, amica dei paesi turbolenti e nemica del papa. Ma allorchè Palmerston cedette al Ministero conservatore di Derby, meno condiscendenza vi trovò Cavour, chè si accostò di più alla Francia.
Dopo che il 1848 ebbe rotte le alleanze del 1815, non si era mai riuscito a costituirne di tali, che assodassero l’equilibrio in Europa. Col pretesto di attentati della Russia, Inghilterra e Francia si allearono (1854 marzo) a sostegno della Turchia e procurarono trarre nella propria lega le altre Potenze europee. La Prussia si tenne in disparte; l’Austria, sul cui territorio sarebbesi dovuto passare per attaccare la Russia, esitò lungamente; alfine, sentendo i pericoli d’un incendio europeo, lo prevenne col chiarirsi neutra. Ne ebbe dispetto la Russia, che nel 1848 aveale dato mano a salvarsi: più n’ebbero le due alleate, che giurarono vendetta; ma fu merito di essa se così la guerra non divenne generale e se i combattenti dovettero restringere le orribili loro stragi nella penisola della Crimea.
Fu certo una delle guerre più micidiali e forse delle meno ragionevoli che la storia ricordi: ma con essa rinacquero tutte le speranze dei popoli oppressi, fidenti in una conflagrazione universale; e come la Grecia, così l’Italia ribollì.
Quando la guerra fu ridotta marittima, importava alle due alleate d’avere un appoggio in Italia, e lo ricercarono dal re di Napoli. Questi avea sempre tenuto relazioni amichevoli coll’imperatore di Russia, e avutolo anche ospite, per lo che ricusò. Vi diede ascolto Cavour. Benchè i timidi trovassero strano questo andare in sostegno del Turco, per una causa in cui non s’aveva interesse alcuno, lasciando il paese sguernito ed esposto agli Austriaci, che potrebbero valersi dell’opportunità; altri riflettè s’aprirebbe un’occasione di riparare le ultime sconfitte, di trovar posto fra le grandi Potenze, d’addestrare sulla Cernaja i soldati per poi adoprarli sul Po o sull’Adige, dopo fattesi amiche Inghilterra e Francia. Si mandarono infatti 20,000 uomini sotto il generale Lamarmora, e ben si disse che da Torino s’andò a Milano per la via della Cernaja.
Perocchè, presa Sebastopoli, si fece la pace colla Russia, e per trattarne si radunò un Congresso a Parigi (1856 30 marzo). Il Piemonte, come avea combattuto colle grandi Potenze, domandò di poter sedere con esse nel Congresso, e per quanto altri contraddicessero, e massime l’Austria, lo ottenne. I liberali speravano in quell’occasione si sarebbero levate di mezzo le differenze che esistevano coll’Austria; si torrebbero via, mediante un concordato, le irregolarità delle relazioni col papa e l’inquietudine delle coscienze timide; s’indurrebbe l’Austria a levare i sequestri de’ Lombardi, a rimpatriare i banditi, a far buoni trattati di commercio, a concedere qualcosa alle aspirazioni nazionali. Destinavasi a rappresentare il regno Massimo D’Azeglio, ma poichè la condizione sua privata l’avrebbe reso inferiore agli altri inviati, risolse d’andarvi lo stesso ministro Cavour. Non si aveva alcun programma determinato; al più cercavasi ottenere qualche compenso pel tanto denaro e pel sangue versato, ma presto furono introdotte quistioni estranee allo scopo proposto.
L’imperatore dei Francesi, da un lato volea vendicarsi dell’Austria, la cui neutralità armata aveva impedito una guerra che portasse un totale rimpasto dell’Europa, dall’altro avea più volte domandato al re o al ministro che cosa potesse fare a vantaggio dell’Italia. Spinse egli il Cavour a cacciare in mezzo qualche proposito, ed egli, scostandosi affatto da ciò che vi si trattava e dagli interessi delle Potenze intervenute, tolse a deplorare la condizione sregolata in cui si trovava l’Italia, e principalmente gli Stati meridionali e il Pontifizio: rimaner la penisola parte in guardia de’ Tedeschi, parte dei Francesi; da ciò un fomite di scontentezza e disordine, che rendeva impossibile qualsiasi assetto regolare: e proponeva si secolarizzasse il governo papale, surrogando al diritto canonico il Codice Napoleone, e staccando le Legazioni, che si porrebbero sotto un vicario pontifizio laico decennale, con truppa indigena: si mettesse anche un limite all’Austria, richiamandola ai trattati del 1815, mentre ora si fortificava a Piacenza, si era estesa a Parma, in Toscana, nelle Romagne, divenendo minacciosa all’indipendenza de’ varj Stati.
Alcuno dei congregati protestò contro l’oratore italiano; d’altro qui trattarsi; mancarvi i rappresentanti delle Potenze accusate: i Greci sotto la Turchia stavano ben peggio: eppure si era fatto guerra perchè la Russia avea voluto mescolarsene: or qual diritto di mescolarsi degli Stati italiani? ciò contrastare alla non intervenzione negli affari interni d’un altro paese, sancita nel 1830 qual dogma politico, e per la quale appunto erasi fatta la spedizione di Crimea. Ma Cavour, animato dall’imperatore, stende una lunga memoria sui casi d’Italia: spinge i giornali a parlare nell’egual senso: tornato a Torino, nella Camera, prorompe più violento, vantandosi che «la situazione anormale e infelice d’Italia fosse stata denunziata all’Europa non più da demagoghi e rivoluzionarj, ma dai rappresentanti delle prime Potenze europee»: agli smoderati soddisfaceva coll’assicurare che la politica della Sardegna rimaneva ostile all’Austria più che non fosse stata giammai.
Così la guerra fattasi in Crimea a favore dei Turchi, riuscì in realtà contro l’Austria: la pace di Parigi che la chiudeva, diveniva «semenza di denti di drago»; e mentre garantiva la conservazione della Turchia, preparava la distruzione dei principati tra cui era divisa l’Italia; ed il rinnovamento italiano, fino allora commesso all’iniziativa de’ particolari, diventava impresa di un Governo.
Pertanto in tutti i modi secondare gli Italiani nel riluttare contro gli invisi regnanti e massime contro l’austriaco; e cercarvi adesioni all’estero. In Inghilterra si moltiplicarono scritture, discorsi, meeting contro dei Governi italiani, e massime del Pontifizio. Ma poichè non più in là che nel 1849 aveano tutti i Potentati attestato la necessità del dominio temporale, non sarebbe puerilità il voler abbatterlo adesso? pertanto le ire si addensarono piuttosto contro il Governo di Napoli.
Già nel 1854 Mazzini avea esibito a Garibaldi d’andare a conquistare la Sicilia; questi ricusò: l’accettò Giovanni Interdonati, che scoperto fuggì. Dai ripetuti tentativi restavano eccitate le speranze e fomentate le ire dei rivoluzionarj; mentre si asseriva che il movimento dovea fondarsi, non più su congiure e sollevazioni, ma sulla diplomazia, e sul proposito di costituire un regno dell’Alta Italia.
Manin, già dittatore di Venezia, che fermo nell’amore dei Governi repubblicani, non si era rifuggito in Piemonte a godere, ma in Parigi a stentare, il 19 settembre 1855 aveva emanato una lettera, consigliando una società che mirasse all’indipendenza e unificazione dell’Italia, fosse monarchica o federativa; poi riponendo affatto la sua bandiera, il 6 gennajo 1856, pubblicò un indirizzo, dove eccitava a concorrere colle forze popolari a sostenere il Governo sardo, e vi poneva in testa:
Partito nazionale italiano.
Indipendenza. Unificazione.
«Convinto che, anzitutto, bisogna fare l’Italia, che questa è la quistione precedente e prevalente, io dico alla Casa di Savoja: «Fate l’Italia e sono con voi; se no, no». Dico ai costituzionali: «Pensate a fare l’Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate Italiani e non municipali, e sono con voi; se no, no». Dico infine ai repubblicani: «Sparisca ogni denominazione di partiti accanniti a concordanza e discrepanza, piuttosto sopra quistioni secondarie e subalterne che non sopra la quistione principale e vitale: fate voi per primi nuovo atto d’abnegazione e sacrifizj alla causa nazionale. La vera distinzione è in due campi. Il campo dell’opinione nazionale vivificatrice, e il campo dell’opinione municipale separatista. Io repubblicano pianto pel primo il vessillo vivificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l’Italia sia, e l’Italia sarà».
Altro nemico a combattere diceva essere la teoria dell’assassinio politico; mentre la morale in atti e in teorica costituisce la forza viva e vera. «È vergognoso l’udire ogni giorno raccontare accoltellamenti atroci in Italia. Le nostre mani debbono essere nette; il pugnale lasciamolo ai Sanfedisti».
Erano dottrine vaghe; parole prolisse e condite colla solita prurigine d’insulti a chi diversamente pensasse: ma gli avversarj del Mazzini andarono superbi di opporgli un nome illustre, e così, a fronte della Giovane Italia, restò la Società Nazionale.
Nella nuova via si posero molti anche repubblicani, e Torino divenne il centro dell’azione italiana, e fattore principale Giuseppe La Farina, profugo siciliano, di pronto ingegno e di forte volere, che da repubblicano risoluto volgeasi allora a sostenere la monarchia, personificata nel re di Sardegna.
Mentre Manin da Parigi proclamava Agitatevi ed agitate, Mazzini da Londra ripeteva: «Non libri ci vogliono, ma cartuccie». Ordironsi dunque nuove cospirazioni. Un pugno d’uomini, partito da Sarzana, invase le terre di Massa (1856 agosto), ma non vi trovò rispondenza. Un altro pugno sollevossi a Cefalù e Girgenti in Sicilia; nel tempo stesso che a Napoli scoppiavano la polveriera e una fregata: e un Milano, soldato, in una festiva rivista al Campo di Marte, avventava un colpo di bajonetta al re. Costui fu mandato a morte, e così il barone Bentivegna, capo di sollevati siciliani; e furono celebrati in versi e in prosa come eroi e martiri e «i migliori de’ figli d’Italia». Anche Pisacane salpava da Genova per isbarcare nel regno, ma sbarcato fu ucciso, e sequestrato il legno. Cavour ne levò rumore come di violato diritto delle genti, e l’Europa lo sostenne: l’Inghilterra mandò in quelle acque una flotta; si minacciò richiamare gli ambasciadori: e il re, malgrado la sua fermezza, dovette restituire il vascello portatore di guerra.
Dalle Legazioni fu mandata al Cavour una medaglia col motto «Che fan qui tante peregrine spade?» e un’altra come al «Solo che la difese a viso aperto», e una spada al Lamarmora col motto «L’antico valore negli italici cor non è ancor morto»: si aprì una soscrizione per munire Alessandria con cento cannoni, un’altra per dare diecimila fucili a quel qualunque paese d’Italia che primo insorgesse.
Ad ogni sobbuglio tentato contro gli altri paesi rinfacciavasi la sicurezza che godeva il Piemonte, senza reazioni, senza corti marziali, senza violazione dello Statuto; garantito unicamente dalle libertà costituzionali e dalla fiducia nel proprio re. Ma ecco appunto in quei giorni scoprirsi in Genova un complotto. La notte 30 giugno 1857 si tenta occupare i forti, incendiare le caserme, uccidere i capi; al tempo stesso che sollevavasi Livorno, e che una nave portava l’insurrezione in Calabria. Il tentativo fu represso colla forza su tutti i punti; ma le indagini d’allora, e più i vanti di poi, rivelarono come una mina fosse preparata sotto tutti i Governi della penisola, non eccettuato quello che stava all’ombra del vessillo tricolore.
Felice Orsini, uno dei più zelanti atteggiatori delle idee mazziniane, nel maggio del 1854 avea tentato una spedizione alle foci della Magra. Entrato poi al servizio dell’Austria, forse per corrompere le truppe, era stato carcerato a Mantova, donde fuggito passò in Inghilterra, e quivi preparò, con altri Italiani, una macchina infernale (1858 gennajo), che lanciò a Parigi sotto la carrozza dell’imperatore mentre andava al teatro. Molte persone innocenti ne restarono uccise o ferite; l’imperatore ne andò illeso: Orsini preso e processato, professò avere operato per amore dell’Italia, che credeva tradita da Napoleone, e morendo la raccomandava a questo, come fosse del dover suo il redimerla.
Vuolsi che questo fatto operasse sull’animo dell’imperatore, il quale viepiù si fissò nel concetto di fare qualcosa per l’Italia, oppure di sostituirvi all’influenza austriaca l’influenza francese. Chiamato Cavour alle acque di Plombières, vi concertò che la Francia ajuterebbe il Piemonte a sbrattare dagli Austriaci il regno Lombardo-Veneto; questo, coi piccoli ducati e l’Istria e il Trentino verrebbe annesso alla Corona sarda, che in compenso cederebbe alla Francia Savoja e Nizza. Dicono si convenisse pure che il Reame toccherebbe a Murat, la Sicilia a un secondogenito di Savoja, a un Buonaparte la Toscana, cresciuta colle Legazioni; tutti legati in federazione, avente a capo il pontefice, il quale modificherebbe il suo Governo sul modello francese.
Tutto stava nel trovare un’occasione, un pretesto di romper guerra all’Austria, e d’allora tutte le mire furono volte a ciò. S’incalorì quindi la stampa, furibonda in Italia, in Francia alternantesi fra ingiurie violente e ipocrite disdette. Quivi, sotto il nome di Lagueronnière, uscì un opuscolo ove, commiserate le condizioni d’Italia, proponevasi un rimpasto di essa in federazione: nessuno degli Stati presenti verrebbe alterato, salvo dare un incremento alla Toscana, che diverrebbe quasi il punto d’appoggio al bilanciarsi dei due maggiori Stati della settentrionale e della meridionale Italia: il papa capo della federazione italica, gran cancelliere di essa, come della germanica era un tempo l’arcivescovo di Colonia.
Di ciò tutto, più o meno apertamente discutevasi nei giornali, che a centinaja erano pullulati in Italia. Il La Farina cominciò a pubblicare il Piccolo Corriere d’Italia, in fogli sottilissimi, che spedito in lettere negli altri paesi d’Italia, ajutatane la diffusione dai tanti comitati, v’era accolto come un oracolo perchè proibito, e le notizie e i sentimenti n’erano ricevuti senza disputa nè critica, e servivano di materia e di testo agli altri giornali tutti. Ebbe quindi un’influenza estesissima, divisa pure colla Corrispondenza litografata, per cui lo Stefani, profugo veneto, mandava le notizie da ripetere a tutti i giornali d’Italia; mezzi onde far echeggiare da mille organi la verità o menzogna qualunque che si volesse. Cavour se ne servì a oltranza; se ne servirono i cospiratori di ciascun paese per mandarvi informazioni, le quali, fossero pure false e assurde, acquistavano fede dall’essere ripetute. Se ne servirono tutte le ignobili passioni per isfogarsi in lodi o in calunnie, che esaltavano mediocri e ribaldi, deprimevano e minacciavano i meglio onorati e pensanti, e destinavano i posti e incombenti futuri, secondo un’idoneità convenzionale.
Di tal passo i migrati divennero i veri padroni dei paesi; nessuno poteva operare se non secondo le loro prescrizioni, sotto pena di essere denigrato: un libro, uno scritto era levato a cielo con lodi, o sepolto col silenzio: davasi la parola d’ordine, fuori della quale non v’era che oscurantisti, austriacanti, spie: nessuno fu più se non quello che il giornale lo faceva: chi avrebbe osato contraddirvi per l’amore infruttifero e pericoloso della verità e della giustizia?
Se n’agitava viepiù il Lombardo-Veneto. Quando vi venne l’imperatore, erasi preparato il terreno in modo, che guai a chi non solo l’avesse festeggiato, ma pur lasciato di mostrargli avversione. Il giorno che questi entrava in Milano, a Torino s’inaugurava con gran solennità e davanti al palazzo del Senato un monumento, che i Lombardi facevano erigere in glorificazione dei vinti del 1848. Ogni atto, ogni passo dell’imperatore era accompagnato di beffe, caricature, minaccie.
Questa scherma fu seguitata contro l’arciduca Massimiliano, destinato governatore del Lombardo-Veneto, e che cercava tutti i modi di farsi perdonare l’essere straniero. Acquistò così una popolarità che dava ombra, come un ostacolo alla meditata annessione: e perciò fu scalzata in tutte le maniere. Fra le quali scaltrissimo fu il divulgare che alcuni ordissero di farlo re del Lombardo-Veneto; arma a due tagli che lo faceva sospetto alla Corte viennese, e insieme bestemmiare dagl’Italiani come un impedimento all’emancipazione.
Tutto ciò aveva accumulato materie incendiarie, quando, al ricevimento del Capodanno 1859, l’imperatore de’ Francesi, invece de’ soliti complimenti, disse all’Hübner, ambasciatore austriaco: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non sieno più così buone».
Conturbossi l’Europa a quel motto, scaddero le azioni pubbliche: ne trasalirono di gioja gl’italiani, come ad intimazione di guerra: guerra fu il grido generale; l’Austria credette doversi munire movendo in qua il terzo corpo d’armata: il Piemonte raddoppiò i preparativi, e sollecitò la fuga dei coscritti e la migrazione de’ giovani lombardi; lo che divenne una moda, alla quale il sottrarsi costava insulti e peggio: il generale Garibaldi preparavasi, e domandò denari per procacciare un milione di fucili.
Il re di Piemonte, nell’aprire le Camere a Torino, professava di «non essere insensibile alle grida di dolore che da tante parti d’Italia si levavano verso di esso», col che costituivasi centro de’ lamenti e oggetto delle speranze.
Vi si aggiunse il matrimonio del principe Napoleone, cugino dell’imperatore, colla figlia del re di Sardegna, celebrato nel gennajo.
Il Governo fece dal Parlamento autorizzare un prestito di 50 milioni per resistere alle minaccie dell’Austria, e dirigeva una Nota alle Potenze (4 marzo), assicurandole che tutti i provvedimenti non erano che difensivi. L’Austria anch’essa diramò Note (5 e 29 marzo) mostrando com’essa non desiderasse di meglio che di essere lasciata tranquilla negli Stati garantitile dai trattati, e di poter effettuarvi miglioramenti, i quali però erano stati cento volte promessi, e cento volte falliti. E le Potenze rispondeano assicurazioni di pace e la conservazione delle cose esistenti; i liberali sinceri temeano questa guerra, persuasi che dal conflitto di principi con principi non può uscire se non il despotismo. Russel disapprovando il contegno del Piemonte, assicurava che all’Italia niuna cosa gioverebbe meglio che le trattative diplomatiche. Una nuova Nota del Cavour (7 marzo) alle intimazioni del Governo inglese rispondeva, i suoi provvedimenti non essere che difensivi, nè farebbe se non «una propaganda pacifica onde viemeglio illuminare l’opinione italiana, e preparare gli elementi ad una soluzione, sì tosto l’Austria disarmando rientrasse nei limiti assegnatile da formali accordi.»
Lord Malmesbury alle Camere inglesi protestava (28 marzo) che nè l’Austria al Piemonte, nè il Piemonte all’Austria avrebbe mosso attacco. E pareva aver ragione, poichè l’Austria mostravasi disposta anche a ritirare le sue guarnigioni dai luoghi occupati, e il papa, con Nota espressa, domandò che sì la Francia, sì l’Austria revocassero le truppe che teneano a Roma e a Bologna, volendo egli «affidarsi alla Provvidenza, che certo non l’avrebbe abbandonato».
La Società Nazionale invece pubblicò un programma ove organizzava il paese per la guerra.
Garibaldi, rappresentante le forze vive della nazione, parea non volesse adoprarsi dal Governo; pure il saperlo venuto più volte a Torino bastò perchè molti giovani dalla Toscana, e più dal Lombardo-Veneto accorressero a prendere servizio in Piemonte, ove si formò a Ivrea un’Accademia militare per formare uffiziali. Questo concorso, più che i parziali conflitti prorompenti qua e là, agitava gli spiriti, poichè non poteva omai sottrarsene alcun giovane che non volesse insulti dagli uomini, sprezzo dalle donne. Il carnevale riesce chiassoso a Torino quanto cupo a Milano: ogni fatto è occasione di dimostrazioni: i giornali attizzano, e non solo divulgano qualunque errore dell’Austria, ma ne inventano; il Governo piemontese chiama sotto le armi tutti i contingenti, e manda fuori un Memorandum, in cui si dicevano all’Austria le più severe parole che mai in diplomazia si fossero formulate, pur confessando che il possesso di essa in Italia era conforme ai trattati e legale.
E l’Austria, stanca della situazione, irritata dalle provocazioni, prevedendo che alle parole minacciose terrebbero dietro i fatti, risolse uscire dal sistema d’aspettazione, pel quale era sempre stata famosa, e mandò un Ultimatum (26 aprile), domandando che la Sardegna sciogliesse i corpi franchi, come condizione preliminare all’accettare il proposto congresso. Era tardi. Se avesse voluto invadere il Piemonte, dovea averlo fatto nel gennajo: ora aveagli lasciato quattro mesi per prepararsi, e alla Francia per ingrossare verso le Alpi: tre giorni dava ancora per rispondere all’intimazione: due altri fece perdere l’Inghilterra per rappiccare accordi; intanto Cavour fa decretare tra immensi applausi la dittatura; e proclama che scopo della guerra dev’essere l’indipendenza d’Italia.
Tirata l’Austria nella rete tesale, l’esercito passò il Ticino l’ultimo d’aprile 1859, capitanato dal generale Giulay, che non godeva la fiducia nè dell’esercito nè del paese. Perchè mai non si procedette colla maggiore rapidità, in modo da trovarsi sopra Torino e sotto Alessandria nel minor tempo possibile? Ben gl’Italiani avevano munito la sponda del Po con opere improvvisate, ma che valeano solo contro chi non le affrontasse; aveano rotte strade, allagate campagne; ma ciò intercettava alcuni, non tutti i passi.
Appena dichiarata guerra, il Piemonte alzò il grido d’allarme, e tosto l’imperatore dei Francesi dichiarò muovere in soccorso di re Vittorio, suo parente, aggredito dall’Austria. Ma l’esercito non era pronto; le strade del Moncenisio in quella stagione ancora ingombre di neve, e quasi inaccessibili alla cavalleria: il trasporto per mare lungo e faticoso. Il Piemonte potea disporre di non più di 64,000 soldati, 9400 cavalli e 120 cannoni; talchè, se grave era il pericolo, maggiore apparve il coraggio.
Ma gli Austriaci stettero accampati fra il Ticino e il Po, coi disgusti e i danni che reca inevitabilmente un esercito, massime di nemici, e nessuna importante fazione fu tentata.
Alcuni Francesi erano giunti a Genova sino dal 26 aprile; il 10 maggio si mosse da Parigi l’imperatore, il 12 sbarcò a Genova, in persona volendo per la prima volta capitanare una guerra, nella quale spiegò tutti i mezzi che danno le nuove invenzioni.
Qual tripudio fu a Torino allorchè v’arrivò l’esercito francese! era non solo la salvezza, ma la vittoria: e uniti procedettero verso il Ticino. Ognun capisce come la Lombardia stesse in febbrile ansietà, mentre combattevansi le sue sorti così davvicino; sebbene però se ne fossero ritirate tutte le truppe, non fece verun movimento. Ma il generale Garibaldi, a capo di un corpo franco, cominciò a volteggiare sulle rive del Ticino e del Lago Maggiore, lasciate scoperte dai Tedeschi, e varcatolo prese il forte di Laveno e s’avanzò verso Varese e Como (23-26 maggio), donde contava pel Lario spingersi a Bergamo e Brescia, e sollevando dappertutto le popolazioni, tagliare la ritirata agli Austriaci. L’esercito, continuando in avanti e fatta una stupenda conversione, presentò battaglia al nemico (3 giugno); il quale già era in ritirata per ripararsi alla sua linea militare, il Mincio e l’Adige. Il ponte di Boffalora minato, non saltò quanto bastasse per sospendere la marcia degli alleati, i quali, non misurando i sacrifizj d’uomini, potettero passare, e dare la battaglia di Magenta (4 giugno), ove restarono feriti o morti cinque generali tedeschi, 276 ufficiali, 5432 soldati; e dei Francesi perirono i generali Espinasse e Cler, feriti 246 ufficiali, 4598 soldati.
I Milanesi, come videro gli Austriaci difilare, in ordine sì ma in ritirata, vuotando il castello e la città, proruppero in esultanze e in quei disordini a cui gettasi una città abbandonata. Presto v’arrivarono commissarj regj; il Municipio proclamò re Vittorio Emanuele; i più destri s’accalcarono attorno a chi poteva largire posti, speranze, vendette, mentre i chiassoni facevano alzare barricate quando niun bisogno ve n’era, e i buoni studiavano ad allestire ospedali ove ricoverare le migliaja di feriti che giungeano dal campo. Da Magenta l’imperatore scrisse un memorabile proclama, ove diceva l’onore e gl’interessi della Francia avergli imposto di soccorrere l’assalito Piemonte; cercare egli gloria non da conquiste materiali, ma nel far libera una sì bella parte d’Europa: il suo esercito non avrebbe atteso che a combattere il nemico e mantenere l’ordine interno, senza porre ostacoli alla libera manifestazione dei voti legittimi, e concludeva esortando a volare sotto la bandiera di Vittorio Emanuele e non essere «oggi che soldati, per domani trovarsi liberi cittadini d’un gran paese».
Era un evidente appello alla insurrezione generale, ad armarsi tutti per l’acquisto dell’indipendenza dall’Alpi all’Adriatico.
L’esercito austriaco, nel cui comando a Giulay era succeduto Schlick, ritiravasi con tutti i suoi armamenti verso il Mincio, e l’aveva anche passato. Nel tempo stesso che l’esercito francese scendeva pel Cenisio, un altro corpo, sotto la direzione del principe Napoleone, era stato spedito per mare a Livorno, che (tacendo per ora l’intento politico) dovea per la Toscana risalire verso il Po, prendendo così di fianco gli Austriaci, stanziati a Bologna, a Ferrara, a Piacenza. Questi, forse nell’intento di serbarsi grossi per le battaglie decisive, abbandonarono quei posti, distruggendo i forti; talchè il principe Napoleone, senza ferir colpo, potè congiungersi all’imperatore sul Mincio. Il generale Canrobert era stato spedito verso Mantova. Il re di Sardegna col suo esercito formava l’ala sinistra, mirando alla fortezza di Peschiera: il centro era tenuto in linea estesa dai Francesi. In tali condizioni avvenne la battaglia di Solferino (24 giugno), ove si combattè l’intera giornata al sole bruciante; sul tardo, un’orrida procella parve crescere lo sgomento d’una delle maggiori stragi che la storia delle più accannite battaglie ricordi.
L’imperatore d’Austria si credette vinto, e ordinò la ritirata, abbandonando non più che una ventina di cannoni al nemico, e ripiegossi ancora dietro al Mincio. Gli alleati ben tosto passarono quel fiume (26 giugno), colla baldanza della vittoria e colla fiducia di nuove.
In questo mezzo gravi fatti erano succeduti. Il clero francese credette minacciata la podestà pontifizia; fu dunque mestieri chetarlo con esplicitamente assicurare che non era la rivoluzione che passasse le Alpi, bensì lo stendardo di san Luigi; e l’imperatore diramò una circolare ai vescovi promettendo che «il papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di governo temporale». Ma appena gli Austriaci lasciarono Bologna, le Legazioni si sollevarono, e vi si dichiarò la dittatura di Vittorio Emanuele. Appena l’esercito francese toccò il suolo toscano, Firenze tumultuò (27 aprile); il popolo cominciò a schiamazzare perchè si accettasse la bandiera tricolore: gli aristocratici intimarono a Leopoldo che abdicasse: il quale sentendosi circumvenuto, preferì partire, mentre sonavano le grida di Viva la guerra, Viva l’indipendenza, Viva Vittorio Emanuele. Buoncompagni dal verone della legazione sarda annunziò che il granduca avea abbandonato il paese, e il suo re provvederebbe alle sorti toscane e fece nominare un Governo provvisorio, e offrire la dittatura a Vittorio Emanuele. Anche la duchessa di Parma si ritirò, lasciando una reggenza che governasse a nome di suo figlio Roberto, e andava a ricoverarsi in paese neutro, e subito i Parmigiani alzavano le insegne italiane. A Massa e Carrara levasi rumore, e le occupano le milizie italiane, subito dichiarando la dittatura di Vittorio Emanuele; il duca protesta contro tale slealtà, e il Piemonte dichiara accettarne la responsabilità e tenersi in guerra col duca. Questi, istituita una reggenza, si ritira (11 maggio). Così il moto si propaga più di quello che avessero sperato coloro che gli aveano dato l’impulso.
Ma l’Europa si adombrava dell’immensa influenza che la Francia veniva ad acquistare nella penisola. Credeasi necessario alla Confederazione Germanica che l’Austria restasse padrona della linea del Mincio; e dieci giorni dopo la battaglia di Magenta, la Gazzetta Prussiana annunziò che si mobilizzavano sei dei nove corpi dell’armata prussiana. Potea dunque credersi che la Germania si movesse tutta a soccorrere l’Austria, che fino allora aveala indarno richiesta.
In Francia pure stavasi inquieti, sì perchè vedeasi dilatare la rivoluzione, sì perchè spiaceva il combattere a fianco di quel Garibaldi che tanti Francesi aveva uccisi nel 1849; e mentre a Plombières si era convenuto che la Sardegna guerreggebbe solo con truppe organizzate, esclusi i corpi franchi, or vedeasi il nome di lui ne’ bollettini a fianco a quelli di Niel, di L’Espinasse, d’altri luogotenenti d’Oudinot.
Rimostranze di vario genere arrivavano dunque al campo dell’imperatore. D’altra parte, egli era rimasto sbigottito dalla strage di Solferino: incerte essere le sorti della guerra, ed egli affrontando le fortezze, dovrebbe combattere non più colle bajonette ma coi cannoni, e sapeva che gli Austriaci aveano intero l’esercito, preparavansi a una nuova battaglia, non meno fiera e pericolosa: e in ogni modo rinserrandosi nel quadrilatero, erano certi di resistere.
Mandò dunque esibire all’imperatore d’Austria un armistizio (8 luglio), e invitatolo a sè, conchiuse con esso un accordo (12 luglio). Davasi egli la parte migliore, offrendo pace dopo la vittoria: l’imperatore d’Austria l’accettava come abbattuto dalla sventura, non privato di forze.
Le condizioni ne erano: l’Austria cedeva la Lombardia all’imperatore de’ Francesi, che la donava al re di Sardegna. L’imperatore d’Austria conserva la Venezia, la quale entra in una confederazione italiana, preseduta dal papa; non s’impedirà la ristaurazione dei principi: s’aumenteranno i possessi del granduca di Toscana.
Tutto ciò erasi combinato senza farne motto agl’Italiani, e perciò il ministro Cavour, vedendo falliti gli accordi fatti a Plombières, gittò via il portafoglio, e quindi, ritiratosi alla sua villa di Leri (12 giugno), disse col solito sogghigno: «Or ricominceremo a cospirare». E così fece, affaticandosi ad eludere la firma del suo re come avea già eluso l’Austria. Il portafoglio fu raccolto da Rattazzi, sul quale pesò dunque tutta l’impopolarità di quel trattato.
La Lombardia restava, con tutte le regole dell’antica diplomazia, acquistata al Piemonte. Il Parlamento aveva concesso i pieni poteri al Governo, valendosi dei quali, il nuovo paese venne ridotto all’assetto piemontese. Ne derivarono infiniti malcontenti; e dovendo allora confessare molti e sentire tutti che l’amministrazione in Lombardia era assai superiore, più pronto ed esatto il servizio delle casse, più regolari la finanza e i protocolli, più indipendente l’organizzazione comunale e la giudiziaria, più liberale il Codice civile, meno fiero il criminale, pareva che il Piemonte potesse imparare e adottare assai. Ma la ragion politica induceva a tutto rovesciare, sì per prevenire ogni idea di ristabilimento del dominio antico, sì per rimuovere le aspirazioni di parità e d’autonomia: e tanto più quando credevasi la conquista del Piemonte si fermerebbe a questo punto.
Gli Austriaci avevano portata con sè la corona ferrea, e conservato al paese rimasto il nome di Regno Lombardo-Veneto, benchè del Lombardo non ritenessero che parte del Mantovano. Neppure il Po restava esatto confine, giacchè serbavano parte di territorio anche sulla destra in modo da poter varcarlo a loro voglia.
Ma già il Piemonte, elevato a Regno dell’Alta Italia, grandezze maggiori agognava. La pace di Villafranca non era per anco ratificata, come fu poi a Zurigo, e già tutto era disposto a violarla. Nei Ducati e nelle Legazioni si protestò non voler più gli antichi principi. Clamorose deputazioni da tutte le parti venivano a fondersi col nuovo regno; ma poichè ne mostrava alta disapprovazione l’imperatore, il re non volle che «accogliere i loro voti», fece protestare dai giornali contro l’illegalità d’un pugno di cospiratori che esprimevansi a nome delle popolazioni; intanto però lo stemma di Savoja s’alzava dappertutto, e i dittatori dichiaravano governare in nome del re Vittorio (24 7bre). Quando vennero i deputati delle Romagne, il re accolse parimente i loro voti. Meno agevole fu il sollevarsi dell’Umbria e delle Marche; ed essendo insorta Perugia, fu presa dagli Svizzeri pontifizj.
Il Governo aveva mandato governatori Farini a Modena, Pallieri a Parma, a Bologna Azeglio, poi Lionetto Cipriano per tutte le Romagne. E subito si fecero prestiti per 33,380,000 lire, oltre le anticipazioni avute di lire 4,733,039: e 500,000 lire dal re, e 300,000 dal Ministero. Poi Farini fu acclamato dittatore a Modena e Parma, dove promulgò lo Statuto e i Codici piemontesi, e cercò far detestare i caduti col far pubblicare le loro carte, anche domestiche. Stabilita la legge militare fra i quattro Stati, ne veniva conferita la capitananza a Garibaldi, che vi sostituì il generale Fanti.
Un’Assemblea costituente accoltasi in Firenze il 10 agosto decretava decaduta la Casa di Lorena. Poca fatica durò per conservare in quiete il popolo toscano, che non aveva preso parte al tumulto; e per soddisfare ai voti di coloro che volevano si concorresse alla guerra dell’indipendenza, pregò il re di Piemonte ad assumere la dittatura militare del paese. Il napoletano Ulloa diede spinta agli ordinamenti militari, negletti in paese. I triumviri Danzini, Malenchini e Peruzzi in tredici giorni fecero più leggi e provvedimenti che altri in molti anni, poi rassegnarono i poteri in mano al Buoncompagni. Egli creò un Ministero, preseduto da Bettino Ricasoli, e tutti si diedero a riformare a pressa pressa, cercando soprattutto creare istituzioni che rimarrebbero al paese quand’anche venisse annesso al nuovo regno. Con fermezza moderarono l’interno, e repressero così coloro che volevano portar la rivolta nel Napoletano e negli Stati Pontifizj, così i fiacchi tentativi degli affezionati al prisco Governo, i quali si limitavano a guajolare, tener il broncio, far epigrammi e lanciare qualche petardo. Ma poichè realmente in mano della Toscana stava il decidere se la federazione pattuita fosse possibile, colà si diressero tutti gli sforzi e gl’intrighi.
E scopo comune era sofisticare il trattato di Villafranca, e ridurlo a parola morta, atteso che l’imperatore dei Francesi ripeteva assolutamente volerlo osservato, ma non permetterebbe mai che altri s’intromettesse nelle sorti italiane, neppure i Napoletani che pur sono italiani. Capirono il linguaggio i realisti, e solo vedeano che bisognava accelerare, prima che la riflessione sottentrasse.
Così l’idea della confederazione diveniva ognor meno possibile. Come il papa sarebbe potuto essere a capo d’un’unione che aveagli già tolto metà del dominio? Come il re di Napoli, che pur sentivasi minacciato? e come non vedere che l’Austria vi ricupererebbe quel primato, per abbattere il quale erasi versato tanto sangue? Inoltre la confederazione tende al repubblicano, mentre ora l’Europa è foggiata alla monarchia, o alle varie forme dell’assolutismo democratico, troppo avverse all’assoluta libertà. Benchè dunque ripetuta nella pace di Zurigo, conchiusa il 17 ottobre, e giurata da Francia e Piemonte, la confederazione metteasi sotto i piedi, vagheggiando l’unità geografica, il regno forte, il pesar sulla bilancia europea.
Un opuscolo parigino Il papa e il congresso, scritto o consentito dall’imperatore, asseriva la necessità del dominio pontifizio, ma ristretto a Roma e suo circondario; e parve un sagrificare alla nazionalità i diritti pattuiti. Cavour, che opportunamente erasi ritirato, ritornò al Ministero (1860 14 gennajo) con propositi nuovi, quali erano di tentare l’acquisto non più soltanto dell’Alta Italia, ma di tutta. Osare molto è il modo di riuscire.
L’imperatore de’ Francesi cercò ancora fermar quella valanga delle annessioni con consigli e proteste; e proponeva al regno d’Italia s’annettesse Parma e Piacenza: la Toscana tornasse nella sua autonomia politica; le Romagne avessero un’amministrazione laica col vicariato di Vittorio Emanuele in nome del pontefice. Ma queste interposizioni non si credettero mai sincere, o si pensò poterle sorpassare francamente. In fatto stabilivasi che l’Emilia e la Toscana col suffragio universale dicessero sì o no sulla formola, «Annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele, o dominio separato».
Compita la votazione colla inevitabile superiorità del sì, il Farini e il Ricasoli recavano a Torino (22 marzo) gli omaggi di quelle provincie, che restavano dichiarate parte integrante del regno italico.
Alle Potenze europee non poteva piacere questa infrazione dei trattati del 1815, che alle stipulazioni diplomatiche surrogava il suffragio popolare. «Attesi questi incrementi» Napoleone reclamò la cessione alla Francia di Nizza e della Savoja. Cavour poco esitava su questo patto, del resto già consentito a Plombières.
La facilità con cui erano riuscite l’Emilia e la Toscana, e gli applausi che vi si alzavano, doveano essere stimolo al resto d’Italia ad imitarle. In fatto l’Umbria e le Marche erano sommosse dagli impazienti, viepiù dacchè parea la Francia voler rimettere l’accordo tra il papa ed il regno. La politica romana era diretta dal cardinale Antonelli, ed era venuto ministro delle armi monsignor De Mérode, figlio di quel che fu capo e martire della rivoluzione, per cui nel 1880 il Belgio cattolico si sottrasse all’Olanda protestante. Per un drammatico accidente da soldato fattosi prete e cameriere di Sua Santità, con ingegno brillante e attività instancabile si fece campione della causa del papa, e con ardito concetto pensò dar alla santa Sede una forza propria. Chiese a ciò un generale di grand’abilità nell’organizzare, il Lamoricière, onestissimo uomo quanto prode soldato, vincitore di Costantina e di Abdel-Kader, popolarissimo per aver creato il corpo degli zuavi, poi ritiratosi malcontento dagli affari e dalle armi quando alla repubblica successe l’impero. Egli accettò, sia per devozione alla santa Sede, sia per esercitare la propria attività, e l’imperatore, cui dovea piacere questo modo di trarsi d’impaccio, gli consentì l’andata. Si fece appello a tutti i Cattolici come a nuova crociata; e vi accorsero molti della nobiltà francese e belga, non ricevendo soldo; molti giovinetti usciti dai collegj di Francia vennero a schierarvisi come un tempo alle crociate, poi alla guerra d’America; taluni accompagnati dai loro parenti. Ma il Lamoricière capiva che gente sì fatta è eccellente per colpi di mano, all’uso di Garibaldi, mentre qui si trattava di tener l’ordine interno, e seriamente imporre a un nemico che si presentasse.
Ai rivoluzionarj spiaceva questa possibilità di difesa, onde accaloravano le esclamazioni esterne e le irrequietudini interne; formavansi bande; cresceano i delitti, tantochè il Governo italiano spediva un’intimata a Roma che le bande d’avventurieri formatesi sotto un capitano straniero si licenziassero, se no, l’esercito italiano invaderebbe le provincie pontifizie.
Prima che la risposta potesse giungere, il generale Fanti invadeva la Romagna (1860 11 settemb.): Cialdini penetrava nelle Marche, Della Rocca nell’Umbria. Lamoricière, scorgendo non poter resistere, cercò guadagnare Ancona, ma raggiunto a Castelfidardo, fu disfatto (18 settemb.), e a stento potè giungere soletto ad Ancona, che per nulla preparata, dopo breve assedio cedeva. Così le Marche e l’Umbria entrarono a far parte della famiglia italica.
Non minore sentivasi l’agitazione nelle Due Sicilie, commosse dai tanti esuli, che non erano voluti rimpatriare malgrado l’amnistia. Morto Ferdinando II (1859 maggio), succedeva il giovane figlio Francesco. Col mandar via novantun cittadini sgombrò le carceri politiche. Del prender parte alla guerra dell’indipendenza sentiva il pericolo. Mancatane l’occasione per la pace di Villafranca, moltiplicaronsi le imputazioni contro il re, che aveva lasciato decidere le sorti italiane senza di lui.
In Sicilia s’indussero a sollevarsi alcuni, ed ora si gridavano decaduti i Borboni, ora si acclamava Vittorio Emanuele. Da ciò il dover adunarsi truppe a difesa dell’isola, e l’occhieggiarla tutti i rivoluzionarj come opportuno appoggio. Infatti a Genova si preparava una spedizione; tutti sapevano che il 5 maggio Garibaldi s’imbarcherebbe co’ suoi; e infatti quel giorno, occupati con finta violenza due legni della società Rubattino, costeggiavano raccogliendo da ogni proda uomini e armi. Tutta Italia si scosse all’annunzio di questo fatto e all’incertezza della destinazione.
Quei mille ardimentosi sbarcarono a Marsala, dove legni inglesi ne agevolarono la discesa, impedendo che le navi napoletane potessero bombardare i battelli se non quando furono vuoti. Garibaldi (1860 12 maggio), avuti pochi seguaci e cavalli, procedette verso Milazzo, il fascino del successo accrescendogli seguaci e applausi: egli si proclama dittatore a nome di Vittorio Emanuele (14 maggio); superata a Calatafimi una piccola resistenza, giunge a Palermo, che fu presa via per via, poco mescolandovisi i cittadini: al 6 giugno soscrivevasi la convenzione, per cui 30,000 buoni soldati cedevano a un pugno di ragunaticci, e parte arrolavansi con questi, parte salpavano pel continente.
Già il resto dell’isola erasi sollevato. A Palermo sistemavasi un Governo, ma Garibaldi non consentì l’immediata annessione al regno d’Italia, avria potuto farsi o re o capo di repubblica.
Facile è immaginarsi lo scompiglio di Napoli, ben prevedendo che la rivoluzione, ormai padrona dell’isola, si appiglierebbe al continente; per condiscendenza a chi credeva così rimuovere il pericolo si richiamò in vigore la Costituzione del 1848, mettendo a capo del Ministero lo Spinelli, in voce di liberale; si mandarono Manna e Winspeare a Torino per far lega offensiva e difensiva.
A questi temporeggiava le risposte il Cavour, col pretesto di voler rispettare il voto dei popoli e non conoscere le intenzioni di Garibaldi, al quale il re dirigeva una lettera consigliandolo a non più conturbare il regno.
Il tentennare del Governo napoletano, come succede in ogni rivoluzione, lasciava sfrenare le passioni, onde delitti e cozzi, e tumulti e rivolte contro i rappresentanti o del popolo o del Governo o delle Potenze. La flotta, che unica poteva riparare un’invasione, diveniva sempre più sospetta. E già Garibaldini sbarcavano qua e là: Garibaldi stesso scende a Reggio; le provincie insorgono; il re, veduta vana la resistenza, lascia la capitale per non esporla a un assalto, e per concentrarsi a Capua e Gaeta, dopo protestato contro quanto avveniva.
Liborio Romano, suo ministro fin a quel giorno, mandò subito invitar Garibaldi, dicendolo aspettato come un liberatore: Garibaldi entrava senza seguito come senza ostacolo: e padrone qui pure faceva atti sovrani, e consegnava la flotta al Persano ammiraglio piemontese, e la Corona a Vittorio Emanuele.
Le truppe italiane entravano nel regno per Pescara, e unitesi a Garibaldi che sul Volturno era dovuto arrestarsi, attaccavano Capua che s’arrendeva. Re Vittorio mosse alla volta del Napolitano «per rassodare l’ordine» e fermare e spegnere la rivoluzione; e alle Camere domandava il voto di approvazione alla politica fin là seguita, e di poter unire allo Stato le nuove provincie; e n’ebbe 296 voti con 6 contrarj. Proclamavasi in Napoli il plebiscito che annetteva anche quel regno (3 novembre).
Chiuso in Gaeta, il re di Napoli doveva aspettare o che il popolo si riavesse dalla sorpresa, o lo soccorressero i re, i quali comprendessero che nel trionfo dell’insurrezione trattavasi la propria loro causa, e volessero far rispettare o la dignità regia, o il diritto delle genti, o le loro promesse.
Il generale Cialdini presto raccolse quanto era duopo a un serio assedio di Gaeta, mentre l’ammiraglio Persano disponeva la flotta per mare: e l’imperatore di Francia, che aveva dichiarato non permetterebbe l’attacco da quella parte, recedendo da tal proposito, fece dalle sue navi abbandonare la rada, e così fu intimato il blocco.
La difesa fu degna di miglior sorte, e lunghissima sarebbe durata se non intervenivano o casi o arti inattese. Il 5 febbrajo scoppiava in Gaeta (non si sa bene se per accidente o per altra cagione, dice la relazione officiale) un deposito di polveri, onde moltissimi morti e feriti, e, aperta larga breccia, era impossibile di più resistere. Il 13 febbrajo si capitolò. La famiglia reale s’imbarcava per Civitavecchia, accolta dal papa coll’amorevolezza ond’egli n’era stato accolto nel suo esiglio. La cittadella di Messina, tenuta dal maresciallo Fergola con 4000 uomini, negò lungo tempo rendersi, finchè Cialdini la prese.
Da tutto ciò nacquero scontenti, e viepiù nella Sicilia, per molti mesi in mano dei prodittatori, che non essendo d’accordo sulle sorti future dell’isola, variarono d’intenti, patendone e le finanze, e la sicurezza pubblica, e la libertà.
I volontarj stavano ancora sotto la mano di Garibaldi, vogliosi di lanciarsi contro gli Stati Pontifizj, dacchè vedevano che l’imperatore dei Francesi era disposto a lasciar fare. Di ciò s’inquietavano le Potenze, che unanimemente avevano considerata l’indipendenza del pontefice come reclamata dal mondo cattolico, e non credevano opportuno restasse in tutela della sola Francia; ma l’imperatore le rassicurava: aver veduto mal volentieri la caduta del regno delle Due Sicilie, e violate le stipulazioni di Zurigo, ma i fatti compiuti non potersi non riconoscere.
Garibaldi domandava sino in Parlamento un milione di fucili, e non dava pace al Ministero, e massime al Cavour, «il cattivo genio d’Italia», quasi gli avesse guasta l’impresa di Napoli coll’introdurvi le truppe regie, e credeva poter gettarsi contro l’imbelle Roma come contro l’armato quadrilatero, e di là avventare la rivoluzione in Austria, in Boemia, in Ungheria, e rassettare tutta Europa nell’ordine nuovo.
E il re di Sardegna mutava il titolo con quello di re d’Italia (1861 27 marzo); e la Camera accettava un ordine del giorno pel quale si riconosceva l’Italia una e Roma sua capitale. Le Potenze ne protestarono e Russia e Prussia richiamarono l’ambasciatore: lo stesso imperatore dei Francesi ricusava di riconoscere il nuovo regno.
Tutto ciò rese amari gli ultimi giorni di Cavour, che spirava il 6 giugno a cinquantun anno; ogni bene che accadde da poi, si disse conseguenza del preparato da lui; ogni male, conseguenza dell’essere egli mancato. Tanto era morto a tempo.
Il succeduto Ministero Ricasoli durò nel proposito di voler Roma e Venezia, o almeno di dirlo: e se Cavour lo sperava dalla Francia, Ricasoli confidava nell’Inghilterra.
La Francia, quasi a consolazione della perdita del gran ministro, riconobbe il nuovo regno, o piuttosto il titolo di re d’Italia assunto da Vittorio Emanuele II, «declinando qualunque solidarietà in imprese atte a turbare la pace dell’Europa» (Moniteur 25 giugno): frasi elastiche, malgrado le quali adoprò anche in appresso perchè altre Potenze lo riconoscessero, siccome hanno fatto.
Ma dacchè erasi costituito un Governo, doveva cessare la rivoluzione; bisognava tornare a qualche calma gli spiriti, a qualche ordine la sovvertita Italia, ricostituire l’esercito, risanguare le finanze, ridurre le nuove provincie ad abbandonare e le pretensioni e le abitudini per uniformarsi ad unità: tutto ciò fra le esorbitanze dei rivoluzionarj, e l’ebbrezza di successi che nulla lasciavano credere impossibile.
Garibaldi, creazione del pensiero popolare, acquistava le proporzioni non d’un eroe ma d’un dio. L’amor proprio gli fu solleticato dalle immense lodi profusegli da un secolo meticoloso, debole, egoista, cui parve fenomeno un uomo che non ha esitanze o riguardi, non cerca impieghi, decorazioni, stipendj. Bisognò conchiudere che l’ambizione sua era più elevata, e trovava soddisfazione nel servir la nazione, sebbene talvolta siasi messo fin sopra di essa, esclamando: «L’Italia l’ho fatta io; posso disfarla».
Sciaguratamente trovossi a lato settarj egoisti, inetti al Governo perchè formati nelle società segrete, e che davano consigli personali, gretti, irosi; cortigiani, che sono ben lungi dal suo disinteresse, talvolta gl’insinuarono ch’e’ sia l’apostolo dell’umanità, l’iniziatore di tutte le rivoluzioni da farsi, di tutte le nazionalità da costituirsi.
Cavour, maneggiatore di giornali, e abile a scassinare il credito altrui nei caffè o alla tribuna, avea saputo dargli il gambetto dopo le imprese nell’Italia meridionale, e surrogare a lui il re, ai volontarj il Parlamento; non volle lasciargli vincere neppure i più innocenti puntigli, come la medaglia di cui volea decorare i Garibaldini; concitò contro di questi le gelosie dell’esercito.
Ricasoli sottentrato, restituì a Garibaldi l’iniziativa, sebbene si trovasse costretto a dichiarazioni e concessioni intempestive. I Garibaldini erano scontenti che la conquista da essi vantata del Napolitano fosse attribuita ai regj: i Mazziniani disapprovavano l’aver consolidata la monarchia; molti tornavano verso l’unione federale. Per satollare tutti non v’era che offrir in pascolo Roma, e tutti speravano da oggi a domani vederla occupata.
Ricasoli, che l’invasione di Roma sentiva impeditagli dalla cattolicità, diresse al papa una lettera (10 settemb.) per persuaderlo ad una transazione, per cui, rinunziando al potere temporale, s’assicurerebbe ampie facoltà spirituali. Suggeriva insomma che il papa conservasse l’alto dominio sopra gli Stati toltigli, e la sovranità assoluta di Roma e del Patrimonio di san Pietro, formanti uno Stato autonomo, con governo laico: il re d’Italia pagherebbe un tributo, ma governerebbe le provincie come parte integrale del regno: le Potenze garantirebbero il trattato, e si obbligherebbero ad un sussidio al pontefice.
Col titolo di solennizzare la canonizzazione di martiri del Giappone, il papa convocava a Roma grandissimo numero di prelati da tutta la cristianità; i quali in tal occasione dichiararono che, per l’indipendenza spirituale della Sede pontifizia, credevano, ora più che mai necessaria la conservazione del potere temporale.
Ne fremettero gli esagerati: e costituivasi un’Assemblea nazionale italiana per promuover arrolamenti di volontarj, con comitati dappertutto. Ne crescevano la baldanza dei sommovitori e le apprensioni del Governo, che prima parea secondarli; sicchè Ricasoli, soverchiato dalla sinistra, abbandonato dalla destra, dovette rassegnar i poteri il giorno appunto (2 marzo) che Garibaldi sbarcava a Genova. Rattazzi, richiamato alla presidenza del Ministero, Garibaldi mostrò aggradirlo, e s’intese con lui per portar la rivoluzione in Grecia, in Albania, nel Montenegro, poi nell’Ungheria; di là prendere alle spalle l’Austria, e strapparle la Venezia.
A Genova intanto tenevasi un’adunanza (9 marzo), diretta a collegare in un’Associazione emancipatrice tutte le associazioni democratiche del regno, collo scopo di compiere il plebiscito 21 ottobre 1860; con Roma capitale; eguaglianza de’ diritti politici in tutte le classi; concorso delle armi civiche a promuovere e assicurare l’unità e la libertà della patria. Per quanto i capi temperassero i discorsi e le risoluzioni, appariva il costituirsi d’un potere estralegale, che esautorerebbe il Governo, e lo trascinerebbe ai fini, che sono rappresentati da Garibaldi e Mazzini: sol come una necessità o un atto di gratitudine accettando la monarchia, finchè i casi europei portassero ad altro principio più razionale.
Di fatto Garibaldi passa in Lombardia, e in tutte le città inaugura i tiri nazionali, con feste e con discorsi che dicevano assai, e pur lasciavano intendere di più: proclamavasi l’êra dei popoli; l’apoteosi della carabina: «Donne, sospendete al capoletto la santa carabina»; ed ogni ovazione dovea finire con un improperio a Roma, una provocazione contro i preti, scabbia d’Italia, vermi da calpestare. Per moderare la trascendenza, il Governo credette opportuno fondere coll’esercito antico il meridionale, qual erasi costituito sotto Garibaldi e con volontari. Provvedimento che disgustò e i tanti ufficiali garibaldini dimessi, e quei dell’antico esercito che si vedeano sorpassati da gente subitaria.
Si pensò pure di mandar il re a Napoli, tristissima essendo la condizione delle Due Sicilie. Moltissimi erano gl’interessi guastati in un paese che cessava d’esser autonomo, in una gran città decaduta da capitale, in un regno dove le imposte venivano più che triplicate; tolte le istituzioni più lodate, fra cui il Banco di San Giacomo che tanto era prosperato.
Per effettuare la coscrizione, il Governo doveva colà applicar le sue leggi, e poichè i natii vi repugnavano, ne nascea la trista necessità di rigori. A Licata si tolse l’acqua in punizione; si cacciarono in carcere madri e spose lattanti perchè i figli o i mariti erano contumaci; altri eccessi erano consigliati dallo zelo de’ nuovi impiegati.
Nella tornata 5 dicembre 1863 della Camera dei deputati si dovette fremere all’esposizione che amici e nemici fecero dello stato della Sicilia. Gli abitanti di Girgenti progettavano di migrar tutti insieme; Palermo fu messo in istato d’assedio, e la popolazione era unanime contro i forestieri; sessantaquattro carabinieri in un anno furono assassinati. Il ministro Pisanelli esclamava: «Se un uomo di Stato s’inchinasse verso le popolazioni napoletane come un medico sul morente per esplorarne i dolori, udrebbe: «Noi ci sentiamo feriti, ci sentiamo umiliati».
Da ciò orribile incremento del brigantaggio. Sono strani e sin feroci i modi con cui venne combattuto: si vuol mostrarsi zelanti e si diventa feroci; si sveglia lo spirito di calunnia e di denunzia; cadono sotto le stesse reti e liberali e retrivi, e la coscienza pubblica si sgomenta. Fu votata una legge, che prese il nome del deputato Pica, ove metteasi che almeno i côlti fossero sottoposti a qualche forma di giudizio, e non solo la morte, ma potesse infliggersi o la prigionia o la relegazione; pur si ricorreva fino alla taglia, come ne’ tempi più calamitosi.
Garibaldi intanto continuava la sua corsa trionfale per la Lombardia: fermatosi ai bagni di Trescorre fra Bergamo e Brescia, ivi accorreano come a santuario i suoi devoti, e i giovani che seco aveano combattuto, e quei che speravano combatter seco; e formavasi un battaglione di volontarj, a titolo di voler andare nelle provincie meridionali a sconfiggere i briganti, meglio che nol sapessero le truppe regie. Insomma voleasi per forza di popolo compire ciò chela diplomazia non permetteva agli eserciti regolari; e dal Tirolo non men che dalla Dalmazia metter fuoco al Lombardo-Veneto. Il Governo pensò impedirlo seriamente, attesochè gli Austriaci avrebbero potuto prendere il passo innanzi, e difendersi nel modo migliore, cioè attaccando. Si fa qualche arresto, ma Garibaldi protesta altamente, aver egli stesso raccolti a Sárnico quei giovani, smaniosi di servire un’altra volta la patria. Ciò impediva i tribunali dal giudicarli secondo la legge.
Diminuivasi dunque anche la giustizia, onde l’Italia potea trovarsi gettata in quelle annuali insurrezioni militari, di cui sono tormentate da sì lungo tempo la Spagna e le antiche sue colonie. Che il Governo avesse intelligenze con Garibaldi non v’è dubbio; ma mentre esso parlava di Grecia e di Albania, Garibaldi intendeva Roma, e forse credea realmente che il Gabinetto non facesse che dissimulare la meta vera. Come aveva voluto nel 1860 che fosse cassato di ministro Cavour, così ora il voleva di Rattazzi, e che si rinnegasse l’alleanza di Francia e si assalisse Roma, e non cessava di lagnarsi gli si fosse interrotto il progetto di provocar l’Austria, e costringerla a rompere ella stessa le ostilità, nelle quali infallibilmente soccomberebbe. Nel Parlamento (sbigottito dall’esposizione finanziaria che attestava pel 1862 uno squilibrio di 432 milioni) le interpellanze imbarazzavano il Ministero, mentre non sollevavano che un lembo del velo che tutto offuscava: ma parve la vittoria rimanesse al Ministero, poichè la maggioranza gli raccomandava di tener illese le prerogative della Corona e del Parlamento; e alle Potenze estere mandava attestando essere e risoluto e forte abbastanza per reprimere qualunque turbamento, senza riguardi a persona qual si fosse.
Garibaldi sbarcò a Palermo, accolto con frenetici applausi come venuto a liberarli da questi, siccome già dai Borbonici. L’entusiasmo propagavasi a tutta l’isola; attruppamenti; grida sediziose; raccoglievansi volontarj e denari; la guardia nazionale vi teneva mano; il prefetto denunciava mene del partito borbonico e de’ clericali, e scontentezza per le nuove tasse del registro e bollo.
Cresceva la persuasione che Garibaldi operasse d’accordo col Ministero, e poichè questo non avea dato nessuna istruzione ai prefetti, avea rimesso in libertà i sollevati di Sárnico, neppur impedendo partissero per la Sicilia, supponeansi intenzioni nascoste, che le autorità locali dovessero ignorare, ma non contrariare.
Garibaldi stesso (10 luglio) passando in rassegna la guardia nazionale davanti alle autorità civili e militari, svelenivasi contro Napoleone che impediva all’Italia di occupar Roma: e cinquantamila spettatori applaudivano a furia, e la stampa diffondeva per tutto il mondo ingiurie contro l’autore della emancipazione italiana, come fosse ostacolo alla italiana unità: le dimostrazioni di piazza prorompevano in altre città e notabilmente a Milano, fin a insultare la casa del console di Francia. Le autorità municipali connivevano se non eccitavano; anzi a Milano emisero esse prime il motto di Roma o morte, che subito, con tutta la frenesia dell’imitazione e della paura, fu scritto su tutti i cappelli, e si propagò a Genova, a Brescia, dappertutto, urlando contro la Francia, e dalle bandiere tricolori levando le strisce azzurre che soleano accompagnarle.
Il Governo più non potea starsi quieto: mandò in Sicilia il generale Cugia, con otto reggimenti di truppe e quattro battaglioni di bersaglieri; e facea fare dal re un proclama (3 agosto), ove riprovava quei «giovani inesperti e delusi, che faceano segno di guerra il nome di Roma»; si guardassero dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni; ogni appello che non fosse il suo era «ribellione e guerra civile».
Si arrivò a creder finzione anche ciò. Garibaldi leggeva a’ suoi sdegnoso il proclama reale, asserendolo opera dei ministri, mentr’egli col re aveva altre intelligenze. E diviso il suo esercito in tre colonne, una dirigeva a Messina, una verso Girgenti, una menava egli stesso per Caltanisetta, e ricevendo continui rinforzi, giungeva a Catania. Se toccasse il continente, la guerra civile era inevitabile; già erano disposti novemila uomini a Castelpucci per entrar nell’Umbria, altri verrebbero da Bologna, seimila dal mare, convergendo sopra Roma; la demagogia concentrerebbe tutti i suoi sforzi con quelli dell’eroe. Il quale, fidato nella sua stella e nell’insurrezione, su due vapori francesi imbarcava i suoi, e traverso alla flotta regia, sbarcava a Melito in Calabria. Il Governo dichiara in istato d’assedio e l’isola e la terraferma napolitana, affidando pieni poteri al generale Lamarmora, che procede risolutamente, impedisce ogni moto della Basilicata e della Calabria. Garibaldi respinto a Reggio, guadagna le alture di Aspromonte, divisando di là sparger bande alle sottoposte marine che propaghino la rivoluzione. Ma Cialdini manda il colonnello Pallavicini che lo attacca e ferisce: duemila Garibaldini sono fatti prigioni da milleduecento soldati regolari, e la campagna è terminata.
Dell’inaspettato trionfo non osò gloriarsi il Ministero: contro cui le imprecazioni tonarono dappertutto, come i vanti al percosso: e Rattazzi restò esecrato perchè aveva prevenuto la guerra civile e l’onnipotenza delle armi. Il vero vinto era la giustizia, poichè sottraevasi un cittadino al suo giudice, nessuno osando processare l’idolo del popolo.
All’azione di Garibaldi mescolavasi quella di Mazzini, che ricominciò quella sua agitazione da impotente; mandò fuori proclami; moltiplicossi sui giornali; infine chiarì guerra al Ministero, e chiese i fondi necessarj a ravvivare l’impresa; ma mentre Garibaldi domandava un milione di fucili, cioè trenta milioni in dono, Mazzini contentavasi di trecentomila lire, e raccomandava di raccoglierle anche dai più poveri, dirigersi specialmente ai centri industriali, alle manifatture! La cospirazione rinterzò le fila; si diffusero gli stili; si protestò contro il Piemonte come erasi fatto contro l’Austria; nuova bufera gittata in un paese che già navigava in mare burrascoso.
Con intenti più vasti operava la massoneria. Colle loggie italiane corrispondevano quelle di altri paesi, principalmente per congratulare del trionfo della nazionalità e unità, e delle idee massoniche. In appresso moltiplicaronsi; e quaranta funzionavano nel 1863: nel 1864 il grand’Oriente di Torino n’avea dipendenti settantasei, di cui dieci fuor d’Italia; oltre le irregolari che dipendono o da nessuno o dal grande Oriente di Palermo. A questo avea cercato Garibaldi, dopo un famoso viaggio a Londra, incardinare le loggie tutte italiane, ma non riuscì, e invece s’adunarono a Firenze il 21 maggio 1864, dove si ripristinò l’unione fra le trenta del grand’Oriente di Torino e le altrettante di quel di Palermo sotto Garibaldi, coll’unità massonica consolidando l’unità nazionale: il grand’Oriente fu composto di venti membri del rito italiano, eguale al francese, e venti dello scozzese: appena Roma sarà divenuta capitale d’Italia, verrà proclamata sede dell’Ordine, e vi si convocherà un’assemblea generale[147].
Le loggie nel 1865 erano cresciute a cenquindici, ed operarono efficacemente nelle elezioni di quell’anno. Loro principale obiettivo è Roma, centro dell’unità cattolica. Pertanto Pio IX pensò premunire coloro che si illudessero col credere la massoneria solo occupata ad ajutare i poveri e sollevare i sofferenti.
Un riso beffardo si levò perchè il papa, minacciato d’ogni parte e già prossimo a perdere il suo dominio temporale, avesse tirato fuori una predica dal cassone, e coi luoghi comuni fulminato quell’associazione di trastullo o di beneficenza. Ma i sinceri accertano, essere efficacissimi gl’intendimenti secreti della massoneria, nella quale sono venute a colare tutte le società ch’eransi formate dapprima per abbattere i principi antichi, poi riunite per usufruttare il regno nuovo.
L’opera provvidenziale di formare la nazione fra tanti disordini di popoli e inettezza di governanti, apparve singolarmente nella serie di ministeri che sbalzaronsi a vicenda, e che compromisero l’onore e l’orgoglio del paese, e lasciarono, quanto fu da loro, soffogare la coscienza pubblica, il sentimento del diritto, il discernimento del bene e del male, mediante l’indisciplina espressa da atti o violenti o avidi e da una stampa vendereccia o piazzajuola, che sovverte l’opinione arrogandosi d’esprimerla.
Costoro fomentavano il mal essere, e in parte lo creavano mettendo a nudo o anche esagerando i pubblici sofferimenti; il debito pubblico andar più sempre ingrossando; durare tuttavia i briganti: non nata l’industria: spento il commercio sotto gl’improvvidi trattati esteri e la mancanza di capitali; dimezzato il valore de’ beni fondi; nessun ostacolo alle dilapidazioni e prevaricazioni degl’impiegati; scontenti le migliaja di frati e monache, continuamente minacciati di soppressione; spinta alla manìa la voglia dei godimenti e l’intolleranza dei doveri: il Governo non sapere altro se non vendere, far debiti, mettere imposizioni: mezzo suo la corruzione: teoria il distruggere: circondarsi di nullità: comprare i piazzajuoli perchè applaudissero e ingannassero, deprimendo la probità e la capacità: invece di dare vita indipendente ai Comuni, vi si fomentava la febbre dello spendere e indebitarsi: lo sgoverno era eretto a sistema; non rivoluzione, non riordinamento: il Parlamento disonoravasi non solo coll’ignoranza, ma con bassezza di calunnie, d’ingiustizie.
Infatto i delitti crebbero a segno, che dovettero moltiplicarsi le prigioni, destinandovi principalmente i conventi, e spendendovi venti milioni l’anno, oltre i bagni: nel 1865 non meno di 60,360 arresti furono fatti dalla sola arma de’ carabinieri, mentre internamente i costumi si sbrigliavano, lettere e scienze giacevano, a dir poco, neglette, a vergogna de’ ministri che ogni tratto piantavano e spiantavano nuovi metodi di istruzione quando nè la gioventù nè i professori aveano voglia di studiare: onde non riuscivano che ad incepparla pedantescamente fra ispettori, presidi, provveditori. Mentre si minacciava continuamente al vicino esoso, non si preparavano i modi onde rapidamente trasformare le truppe dallo stato di pace a quello di guerra.
Fra ciò lo Stato teologizzava; premiava e decorava i preti meno meritevoli; si arrestarono alcuni che soscrissero un indirizzo al papa; proibivasi l’obolo di san Pietro, mentre raccomandavasi la soscrizione al giornale e all’indirizzo d’un padre Passaglia. Così, non potendo trarre Roma all’Italia, scalzavasi il principio cattolico, calpestavasi colla religione ogni sentimento d’autorità. L’emigrazione crebbe a proporzione elevatissima. Onde era uno scontento di tutti, eccetto quel milione di persone che rosica alla greppia del Governo.
Alle accuse contrapponeasi la consolazione di vedere il regno riconosciuto dalla Spagna, dalla Baviera, dalla Sassonia, dopo che l’avevano fatto e la Russia e la Prussia, sempre tutte protestando accettare il fatto, senza ledere il diritto di nessun pretendente; contrapponeasi la gloria dell’essere nazione, del sentirsi grandi. Pure confessavasi troppo pesante la dipendenza dal forestiero. Il Ministero, quasi a sua discolpa, dichiarò che «da Torino non si potea governare». Ma a tai detti pochi s’accorsero di ciò che si tramava. In fatto improvvisamente si annunziò che, il 15 settembre 1864, il Governo avea conchiuso colla Francia una convenzione, per la quale otteneva Roma all’Italia, col patto di trasferire la capitale a Firenze. La prima parte faceva tollerare la seconda; ma come si scoprì ch’era bugiarda, proruppe lo sdegno de’ Torinesi, il quale fu interpretato per ribellione, e domato con una strage, qual mai non erasi fatta in nessuna delle città ribelli, quasi a provare che si sapea reprimere ogni rivolta, fin sulla città più fedele e iniziatrice, sul popolo più soldatesco.
In quel sangue scivolò il Ministero Minghetti-Peruzzi, e al nuovo fu messo a capo il generale Lamarmora al solo scopo di dare effetto a quella convenzione. Essa portava che fra due anni i Francesi usciranno d’Italia: il regno promette rispettare il dominio papale, nè adoprare verso di esso che mezzi morali: si assumerà la parte di debito che compete alle provincie da esso occupate: la capitale sarà da Torino trasportata entro sei mesi a Firenze.
Se di alcuna cosa fosse ancora possibile meravigliarsi nella politica odierna, sarebbe la diversa interpretazione che diedero i due contraenti alla convenzione. L’ambasciadore di Francia a quel ministro degli affari esteri dichiarava: «Noi, firmando la convenzione del 15 settembre, avevamo inteso assicurare la coesistenza in Italia di due sovranità distinte: quella del papa nei limiti odierni e quella del regno d’Italia;
2º «che mezzi morali significano per noi la persuasione, lo spirito conciliante, l’influenza degl’interessi morali e materiali, l’effetto del tempo che, calmando le passioni, dee fare scomparire gli ostacoli che fino ad oggi si opposero alla riconciliazione d’una Potenza cattolica col capo della cattolicità;
3º «che finalmente, per le eventualità non prevedute dalla convenzione, la Francia si riservò formalmente la più assoluta libertà d’azione, senza qualsiasi restrizione».
In una memorabile nota 18 novembre 1865, il cardinale Antonelli, detto come fosse strano il fare una convenzione senza tampoco informarne la parte più interessata, riprova la condotta delle Potenze verso la santa Sede, lasciandola spogliare di tutti quasi i suoi possessi. Ed ora che il papa è minacciato in quel poco che gli resta da coloro che lo circondano da ogni parte, eccolo abbandonato, senz’altra garanzia che la promessa di chi ha pronunziato, sua necessaria capitale essere Roma. Rammenta poi come la libertà dell’apostolico ministero non appartenga alla sola Roma o al suo sovrano, bensì riguardi tutti gli Stati cattolici o che hanno sudditi cattolici: essere ironico parlare «dei felici cambiamenti del Governo piemontese rispetto a Roma, mentre il sacrilego voto di Roma per capitale non fu mai ritirato, anzi ogni tratto ridestasi; mentre si assicurò, volersi adoprare tutti i mezzi morali per raggiungerlo; cioè, al partire delle truppe francesi vi si susciterà la rivoluzione, e col pretesto di calmarla si occuperà il rimasto territorio».
Tristissima restava la condizione delle provincie pontifizie, minacciate tuttodì dalla cospirazione interna e dalle mene esterne. Il papa, prevedendo quel che succederà al levarsi di colui che si era assunto di essere unico a difenderlo, benedicendo gli uffiziali prossimi a partire diceva: «Se Dio ci conserverà la tranquillità lo benedirò: se mi mandi disastri, lo benedirò ancora».
Con nobile iniziativa Pio IX avea scritto al re d’Italia, invitandolo a trattare seco per provvedere alle sedi vescovili del regno, di cui ben ottanta trovavansi vacanti, sia per morte, sia per incarceramento o esiglio dei titolari. Il re spedì a Roma con carattere confidenziale il commendatore Vegezzi, che facilmente potè venire a un accordo, ma nuove pretensioni del Ministero impedirono ogni conclusione, lasciando incancrenire la piaga delle ostilità che contro le credenze della maggioranza esercitava il Governo, «spaventato da un’opinione pubblica del tutto artificiale».
Trasferita la capitale con tutto il disordine della fretta, lo crebbero e l’attuazione dei Codici improvvisati e la rinnovazione della Camera elettiva. Il Ministero era stato modificato, e il Parlamento sciolto e intimate le nuove elezioni per la fine d’ottobre, dove il Ministero, impaurito dall’apparire di tanti cattolici, che poteano impedire le soppressioni e gl’incameramenti, voluti dagl’intolleranti e dai finanzieri, pose tutto in opera per attraversarli, laonde restò il sopravvento al partito d’azione, che secondato dalla frammassoneria, potè (come fu scritto) mostrare la sua ostilità non solo per gli uomini d’ordine, ma per gl’ingegni limpidi e i caratteri fermi. Nel discorso d’apertura, al re faceasi tacere ogni rimpianto o saluto per la capitale abbandonata, ogni parola allusiva a Venezia, eppure domandare nuovi sagrifizj; applaudirsi d’avere interrotte le trattative col papa, e annunziare non solo la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento de’ beni ecclesiastici, ma la segregazione dello Stato dalla Chiesa. Erasi voluto con ciò dare un’esca al partito ormai prevalente, ma questo agognava al potere, e ben tosto il disaccordo apertissimo fra la Camera e il Ministero portò la caduta di questo.