CAPITOLO CXCV. Acquisto di Venezia e di Roma.
Cominciava l’anno 1866 fra uno scontento maggiore, quanto più fantastiche erano state le speranze. Nel Governo sentivasi mancanza di pratica, di politica, di cognizione vera dello stato pubblico, d’un deciso programma. E come averlo quando bisognava conformarsi alla diplomazia estera? e come conoscere l’opinione vera quando questa non arriva che traverso a giornali, ligi alle passioni, alle avidità, ai partiti? E i partiti stessi non si pronunziavano deciso, aspirando soppiantare chi tiene il potere senza sapere quel che faranno succedendogli.
Delle finanze sempre maggiore si manifestava la piaga, e si asserì ufficialmente che ogni giorno si avea lo scapito di un milione. Si fecero prestiti grossissimi: dal Cavour per 720 milioni, dal Minghetti per 1000, dal Sella per 725, nè si passò pur un anno senza contrarre un nuovo debito. Riepilogando trovasi che i varj Ministeri dal 1860 al 1866, prima dell’ultima guerra, spesero 7000 milioni; de’ quali 2700 trascendono le entrate e costituiscono il disavanzo, coperto con prestiti, con alienazioni di rendita, con anticipazioni e vendite. Contro tale condizione di cose sclamava la pubblica coscienza e tramestava la politica.
Venuta la Prussia in rotta coll’Austria pel possesso dei ducati dello Schleswig e dell’Holstein, e per l’antico desiderio di quella di predominare nella Germania, cominciarono ad armarsi. L’Austria, dalle cui supposte minacce il Governo italiano avea tolto pretesto per armarsi, parve non attendere più che a difendersi entro il quadrilatero, fra Peschiera, Legnago, Mantova inespugnabile nel suo lago, Verona, munita di 500 pezzi in batteria, comunicante pel Tirolo con Vienna, e che accoglie le munizioni e le riserve; con una guarnigione di 30,000 uomini: e dappertutto forti e trincee. Chi poteva mai lusingarsi di cacciarnela, per quanto si vantasse il fornitissimo esercito e la formidabile flotta del regno? Se in ciò v’era fatuità di vanti, cosa degna di storia è l’ardore col quale, appena brillò la possibilità d’una guerra coll’Austria, la gioventù da ogni parte accorse ad arruolarsi sia nell’esercito regolare, sia nell’esercito dei volontarj. Allora riapparve uno di quei momenti solenni, in cui un popolo sente che i suoi interessi sono vivamente impegnati, che trattasi dell’onor suo, d’un gran pericolo o d’una grande speranza: sicchè ogni altro sentimento si tace, le preoccupazioni quotidiane cadono davanti al patriotismo, esaltato di dolore o di gioja, d’orgoglio o d’indignazione.
Non è qui luogo di divisare i piani preparati: tutti speravano che la guerra, lunga, difficile e di successi alternati, ritemprerebbe gli animi, farebbe prevalere i coraggiosi agli intriganti, i devoti ai gaudenti; eleverebbe qualche uomo sopra la fecciosa mediocrità; torrebbe la direzione delle cose ai pennajuoli per darla a gente d’azione. — S’ingannavano. Non era una guerra, ma un dramma diplomatico.
Veduto a segni troppo evidenti che governare la Venezia le era impossibile, l’Austria era disposta o rassegnata a farne il sagrifizio, e tanto più quando, venuta in rotta coi Prussiani pel primato nella Germania, sentì che avrebbe sempre alle spalle nemica l’Italia. Per mezzo dunque di Napoleone fece proporre al regno una alleanza o almeno la neutralità, cui compenso sarebbe la cessione di quel che ancora chiamavasi regno Lombardo-Veneto. Ma il Ministero italiano aveva già concordato altri patti colla Prussia, e il 10 aprile del 1866 stipulato che l’Italia farebbe contro l’Austria tutti gli sforzi suoi, in modo da pigliarla fra due fuochi, e assicurare così la prevalenza dei Prussiani, i quali dal canto loro non verrebbero a pace se non assicurando al regno d’Italia il Veneto.
Così, pace o guerra, inazione o sacrifizj, il Veneto era accertato. L’Europa sentì che accendeasi una guerra che divamperebbe dappertutto, sicchè cercò interporsi mediante una conferenza, a cui invitò i Potentati. L’Italia vi aderì, asserendo ch’erasi armata unicamente per difendersi e protestando non comincerebbe essa le ostilità contro l’Austria, ma che non sarebbe quieta finchè non possedesse la Venezia. L’Austria accettò pure il convegno, ma con queste riserve: 1º che nessuna delle Potenze intervenienti dovesse chiedere aumento di territorio; 2º che per trattare di cose italiane dovesse essere invitato anche un rappresentante del papa, giacchè Roma vi era interessata non men che Firenze; 3º che per punto di partenza delle trattative dovesse prendersi il trattato di Zurigo.
Ciò fu preso come un deciso rifiuto, nè l’Austria poteva più fare una cessione che cessava di parere spontanea, se prima non avesse salvato l’onore delle armi, come, nel linguaggio diplomatico, si chiama l’assassinio di migliaja di vite, e lo sperpero delle fortune d’un paese.
Un manifesto reale del 20 giugno dichiarò che le «provocazioni guerresche dell’Austria sui nostri confini e le ingiuste e improvvise minaccie d’aggressione» costringevano il regno ad armare per «compiere il programma nazionale, stato interrotto dalla pace di Villafranca, e liberarsi da una Potenza che, col suo contegno ostile e minaccioso, impediva di costituirsi all’interno, e costringeva agli incompatibili sacrifizj d’una pace armata». Dell’alleanza colla Prussia nessun atto ufficiale fe motto, per parte nè nostra nè di quella, come neppure di 150 milioni di denaro effettivo che dicesi essa mandasse all’Italia.
Allora i giornali più non seppero che gridare alle armi; l’Italia, che non avea ravvisato salvezza alle finanze se non nel ridurre l’esercito suo, lo crebbe sterminatamente, e vi aggiunse 40,000 volontarj che opererebbero sotto Garibaldi; si accelerò la confisca dei beni ecclesiastici, sorpassando a tutte le forme parlamentari; si diedero al Ministero estesissimi poteri, dei quali si valse per ordinare il corso forzoso della carta e per gettare un prestito forzato di 400 milioni.
In aggiunta si lanciò la legge dei sospetti, nominata dal Crispi, principalmente diretta contro del clero, di cui moltissimi e rispettabili membri furono imprigionati o deportati; e si istituì in ogni paese una giunta che denunziasse i sospetti.
I discorsi erano che, non essendo possibile prendere con assalto diretto il formidabile quadrilatero, si farebbe lo sforzo maggiore per mare, dove la formidabile nostra flotta era immensamente superiore all’austriaca: questa certo si ritirerebbe nel porto di Pola, ove le nostre bombe la incendierebbero; allora si porterebbe un grosso sbarco di volontarj sulle coste della Dalmazia, mentre la flotta prenderebbe Venezia, donde si assalirebbero a rovescio le fortezze; l’esercito, di oltre 400,000 uomini, superiore non solo di numero ma di abilità all’austriaco, coll’ala destra entrerebbe nel Veneto pel Basso Po e fino alle alpi di Bassano, mentre i volontarj per le alpi del Bresciano e della Valtellina invaderebbero il Tirolo, congiungendosi coll’ala destra per dare mano ai Prussiani in Baviera, e occupare Vienna, ove dettare la pace all’Austria.
Questa d’altro lato riposava sulle inespugnabili fortezze del Mincio e dell’Adige: ed era creduta superiore alla Prussia, marciando prontamente contro della quale, occuperebbe la Slesia, anticamente da essa toltale, e proporrebbe di tenersi questa conquista in compenso della Venezia che cederebbe.
Tutto andò al rovescio. La Prussia, non aborrendo dalla guerra civile, e con una strategia qual nessuno sospettava, assalse i piccoli Stati germanici, incapaci di resisterle, poi prevenuto l’esercito austriaco, sgomentato dai rapidissimi movimenti, coltolo in posizioni sfavorevoli, e ajutata dalle nuove manovre de’ fucili a spillo, lo ruppe principalmente nella battaglia di Sadowa, una delle più micidiali del nostro secolo micidiale. Occupata anche la Boemia, la Prussia si trovò alle porte di Vienna, e ottenuti i suoi intenti, propose la pace, purchè si sciogliesse la Confederazione Germanica, e si riformasse sotto la sua primazia, escludendone l’Austria, che resterebbe ancora intatta, eccetto il Veneto.
All’Italia i gridi dei giornali non avevano lasciato aspettare questi eventi. L’esercito spiegato sul Mincio, lo passò il 24 giugno, e i giornali che ve l’avevano spinto prima, non ebbero parole sufficienti per vituperare i generali che non riuscirono a vincere. Sebbene la giornata di Custoza fosse nelle alte sfere considerata come decisivo disastro, e annunziata a Garibaldi come disfatta irreparabile, fin a sospendere le mosse delle due ale, e ritirarsi a difesa dietro l’Oglio, presto si vide che, come mal concertato erasi l’attacco, così esagerato o artifiziale era lo spavento. Ma l’Austria, salvato l’onore delle armi, mandò a cedere il Veneto all’imperatore dei Francesi, come nel 1859 aveagli ceduto la Lombardia. Ciò accettato, avrebbe potuto trasportare il suo esercito a difendere Vienna, e forse prendere la rivincita sui Prussiani.
La Francia tripudiò di quest’atto, che dava ad essa tutti i frutti d’una guerra dov’erasi tenuta neutrale, ma in Italia i giornali misero un urlo concorde contro di esso. Rassegnandosi al qual grido, il Ministero, con dispendj e pericoli nuovi, fece dall’ala destra passare il Po: la quale, senza più incontrare nemici, occupò tutto il Veneto fuor delle fortezze. I volontarj, che a tante migliaja, e male armati e peggio pasciuti, eransi accumulati in gole, dove pochi e subitarj bastavano, a viva forza occuparono alcuni paesi del Tirolo italiano, e già Trento era vicina ad esser presa in mezzo dalle nostre forze.
I giornali, che creano gli idoli ad immagine propria, non rifinivano di gridare contro la flotta perchè non isgominasse l’austriaca, e non occupasse Trieste e l’Istria. Si dovette dunque dare lo spettacolo d’una battaglia navale, e il 20 luglio a Lissa toccò un altro disinganno alle nostre immaginazioni. Quei che avevano provocata la battaglia si sfogarono allora, tacciando di tradimento o d’inettitudine l’ammiraglio, come faceano di parecchi generali di terra e di quanti, invece di stare a scrivere e a ragionacchiare, si erano messi alla prova della fortuna.
Come si devano intitolare questi massacri, fatti per casi di cui era prestabilita la risoluzione, lo pronunzierà la coscienza pubblica. Intanto la Prussia avea combinata la pace, per cui Italia accettò un armistizio, in forza del quale i volontarj dovettero uscire dal Tirolo, l’esercito abbandonare le sue posizioni del Tagliamento e dell’Alpone.
Non è a dire lo scontento che ne sorse, perocchè una guerra motivata unicamente dal bisogno di difendersi, ora si voleva che acquistasse al regno, non solo tutto il Lombardo-Veneto, ma il Tirolo italiano, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, escludendo così affatto la Germania dal Mediterraneo, e prendendo per nostri confini naturali le Alpi Retiche e le Carniche. Non bastavano però esclamazioni di giornali o fremiti di volontarj a spingere i ministri a una nuova guerra, ove ci saremmo trovati soli rimpetto a 350,000 soldati dell’Austria, padrona delle fortezze, e non solo sciolta dal suo nemico, ma forse ajutata da questo. Bisognò accettare la pace di Vienna, per la quale l’Austria cede alla Francia e la Francia al regno d’Italia tutto il Lombardo-Veneto.
Questa mostra di guerra costò al regno 555 milioni. L’Austria restava così esclusa affatto dall’Italia e compita l’indipendenza: ma doleva l’aver dovuto riconoscere l’inferiorità dell’esercito e della flotta nostra: l’accettare la Venezia come un dono dalla Francia, la quale anzi volle la superflua formalità del plebiscito: il non essersi giovati di tale acquisto per correggere molti difetti dell’amministrazione, e per sistemare meglio la quistione religiosa. Questa anzi venne esacerbata, e mentre gli Austriaci aveano sempre considerato il clero come ostile alla loro dominazione, contro di esso si sfogavano i nuovi padroni: ed oltre l’invasione di predicanti e di chiese protestanti e valdesi nel Veneto, il Ministero si valse de’ pieni poteri per effettuare la soppressione delle corporazioni religiose e la confisca de’ beni ecclesiastici.
Volle credersi conseguenza di ciò la sollevazione di Palermo (17 settemb. 1866), ove lo scontento proruppe alla prima occasione, tanto da veder minacciata la perdita della Sicilia, quando si acquistava la Venezia. In un tratto la sollevazione si trovò padrona della città, ma forti truppe la sedarono. Ne seguirono carcerazioni e bandi, e la subita distruzione degli antichissimi conventi. Intanto, per la legge Crispi, in ogni provincia si erano istituite giunte per indicare le persone sospette da mandare a domicilio coatto, e ne venne una persecuzione, degna dei peggiori tempi rivoluzionarj: applicata a 4171, la più parte parrochi e monsignori.
L’eccesso portò a pensare qualche conciliazione fra la Chiesa e lo Stato: si spedì a trattare col papa per la nomina degli 80 vescovi, che mancavano alle diocesi, ma contemporaneamente si spingeva alla confisca di tutti i beni ecclesiastici e alla abolizione di tutti gli enti morali.
Restava poi sempre il proposito di occupare Roma, e mentre i ministri lo dissimulavano, gli avventati pensarono effettuarlo, appena ne partisse il presidio francese. Una Giunta nazionale, diretta da Garibaldi, d’intesa col Comitato romano, mandò fuori un proclama (24 luglio) eccitando alla sollevazione; e Garibaldi moveva per invadere, quando fu arrestato a Sinalunga e portato in fortezza, ma subito rilasciato fra trionfi. Ben presto egli è di nuovo a capo de’ suoi, e profittando della caduta del ministro Rattazzi, creduto connivente a questi tentativi, moltiplica comitati, processioni, meeting, eccita tumulti nelle varie città. Tutta Italia n’era sossopra, commossa la Francia che manda truppe da Tolone a Roma; a Mentana Pontifizj e Francesi sconfiggono i Garibaldini; e il Ministero italiano dà l’amnistia ai sollevati, pur protestando che Roma dev’essere «la sede più sicura del pontefice, e che l’Italia saprà difenderlo e circondarlo di tutta la venerazione che gli è dovuta, e farne rispettare l’indipendenza e la libertà».
Ma il Comitato romano preparava attivamente l’insurrezione, e una banda si spinse pel Tevere fin a Monte Rotondo, mentre in Roma faceasi saltare in aria la caserma de’ zuavi pontifizj; ma ancora i Pontifizj riuscirono a respingere gli aggressori (1867 23 ottobre).
Questi avvenimenti aveano obbligato i Francesi a non ritirarsi da Roma. Il malcontento del paese era grande, mentre le finanze andavano in deplorabile deperimento. Nell’Italia meridionale e nella centrale, nel Veneto era fermento contro le sempre crescenti imposte, e la ridestata del macinato.
Di fuori la Francia s’agitava verso una nuova rivoluzione; domandava che l’imperatore coronasse l’edifizio, cioè desse forme costituzionali, ed egli si vide costretto ad eleggere un Ministero responsabile, dal quale fu spinto a muovere guerra alla Prussia. Vi si accingeva con mezzi imperfettissimi, mentre la Prussia vi si era preparata con finissima arte e lungo proposito, in modo che essa ebbe ben presto invasa la Francia, sconfitti gli eserciti, fatto prigione l’imperatore, assediato Parigi, e imposte le condizioni più gravose e più umilianti.
Francia erasi lusingata d’esser soccorsa dall’Italia, per la quale avea tanto fatto e tanto lasciato fare; ma nel pericolo che la piccola guarnigione che ancora teneva a Civitavecchia fosse fatta prigioniera dal nemico, la richiamò. Restava così di nuovo lo Stato Pontifizio senza difesa, e l’esercito italiano lo invase, e presa Roma ridusse il papa entro il palazzo vaticano. Ben presto da Firenze si trasportò il Governo a Roma, compiendo così, sotto al doppio impulso della rivoluzione e della volontà imperiale, l’assunto del Mazzini, assunto che non tutti credono il più conducente nè alla gloria nè al ben essere della patria comune.
Di fatto nel marzo 1876, sconfitto il Ministero Minghetti, saliva al potere la sinistra, ed era un concerto quasi unanime di disapprovazione per quanto erasi fatto nei 16 anni da che il regno esisteva, condannando e atti e persone, peggio che mai non avessero fatto i nemici e i detrattori. Se quel noviziato fu veramente infelice, possano i nuovi amare sinceramente la patria, riconoscere che i mali suoi vengono da scarsezza di virtù, la quale non consiste nell’ostentare patriotismo intollerante, o nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che discolpa i mezzi; o nell’alleare il sentimento religioso ad un partito od a un nome; bensì nell’anteporre il bene pubblico all’individuale, e sapersi rendere superiore alle lusinghe dell’oro e degli onori e alla paura dei giornali.
A raddrizzare il buon senso, la facoltà che peggio deteriora nelle rivoluzioni, molto varrebbero gli scrittori, ma neppure essi vi prestarono grand’opera: e mentre dopo il 1830 erasi tanto fidato nell’efficacia dei libri sul popolo, oggi si riducono sempre più a schermaglia letteraria o arraffamento d’associati; mai non si sono edite tante scritture buffe, pubblicati tanti giornali da ridere; che se anche non fossero un insulto alle pubbliche sciagure, nel ghigno perpetuo e sistematico vi ha qualcosa di scimmiesco e di stupido che cagiona disgusto e ribrezzo; com’è assassinio della patria il risolvere col riso le grandi quistioni.
Continuò la sensibilità pei paroloni, che ci deriva dall’abitudine retorica e teatrale; confondendo la parola ch’è comune a tutti, coll’arte del bene usarla che è di sì pochi, ogni pusillo vi si credette capace, aggravando la mediocrità col non volere istruirsi, quasi il lavoro s’addica solo a chi manca d’ingegno: povero ingegno che serve di velo all’inerzia, e consiste solo in un poco d’immaginazione senza sicurezza di giudizio, in una concezione subitanea che non si consiglia colla riflessione, in una facilità d’esprimersi, caroleggiante sopra qualunque primo pensiero, senza quel secondo che lo matura e perfeziona.
Compilazioni, dizionarj, manuali, enciclopedie, con poco tempo e poco denaro portano a minuto la dottrina e in digrosso la presunzione, e quel falso sapere ch’è peggio dell’ignoranza, dispensando dal lungo e forte tirocinio intellettuale, alla memoria attribuendo tutta la parte della riflessione, con replezione di cibi superflui impedendo la digestione de’ necessarj; e mentre importerebbe tesorizzare cognizioni assolute, verificarle, operare su di esse, ricomporle, discernere, concludere, si va allucinati alle immagini, al movimento, alle impressioni, ricevute colla passività di specchi. Il galante e la signora, che conciliarono il sonno con libri siffatti, cianciugliano di tutto, e trattano da pedante chi parla seriamente di ciò che faticosamente apprese; sempre più diminuendo quella classe di lettori assennati e indipendenti, i cui giudizj costituirebbero un’opinione pubblica, e mentre una volta i pensatori credeano poter creare l’opinione, ora si piegano a subirla; mentre chiedeasi che ne direbbero coloro che si stimavano, oggi si ha paura di quello che diranno la piazza e i folliculari che si disprezzano.
Di qua il bello spirito surrogato allo spirito buono, e quella leggerezza vivace ch’è ormai l’unico vanto della coltura nostra, a micidio della forza e della profondità: di qui il preferire i moti convulsivi alle forze regolari, i giornali ai libri.
I quali giornali, frivoli, venderecci, di consorteria (colle debite eccezioni), quasi perenne insulto alla morale, al retto sentire, a chi nel meglio confida, si ostinarono a proscrivere ogni indipendenza morale, a calunniare le persone e le cose che menomamente sovrastino alla loro bassezza, e tolgansi dall’oscurità a cui essi sono condannati. Una critica, come prima, negativa, stizzosa, oppositrice, deleterica, sconobbe che la situazione nuova imponeva altri doveri; neppure la seria, colla calma nelle dispute mostrò fiducia nell’esito, ma rassegnossi a blandire gl’ignobili istinti dell’invidia e della denigrazione, svogliando della generosità col calunniarla, e immaginando che bisogna avvilire gli uomini per attaccarseli.
Garzoncelli appena usciti di collegio strascinano al loro predellino i veterani, e credono muovere e dilettare il mondo con un articolo che inseriscano in una gazzetta; sprovvisti di canoni sintetici e di nozioni positive, disprezzano i classici per dispensarsi dal conoscerli, i filosofi per non faticarsi a comprenderli. Introdotti il genio meccanico e la soffice sapienza, poco s’ascolta, nè si giudica pure quel poco; più scrive chi ha men cose a dire, non mettendo intervallo fra l’ideare un articolo e stenderlo e pubblicarlo; moltiplicando opuscoli senza riflessione per lettori senza calma. E per verità, qual bisogno di sperdere cure per libri che devono morire nell’anno o gazzette nel giorno? per convinzioni che anche prima dell’anno l’autore avrà cambiate? Audacia e basta. Ma chi si briga di discutere il pro e il contro, discernere, conchiudere? chi sa scovare un sofisma? chi trovare il vizio d’un’argomentazione? Così il paradosso viene tollerato non meno che una dimostrazione, anzi invade il dominio della ragione, la quale non è più individuale, ma appiccicata; e si reputa franchezza il mettere eguaglianza fra l’errore e la verità.
Tra questo fragore di mulini, destinati a triturare anche quando più non si produce grano, deperisce la vera letteratura, e pochi autori camminano scrupolosi dove altri ballonzano presuntuosi; pochi credono al buono e al bello rimanere luogo anche fra il vortice delle passioni. A questi toccherebbe combattere il dubbio, l’illusione, la bassezza mascherata d’eroismo; non lasciarsi togliere la mano dai pregiudizj vulgari, ma disporre alle grandi riforme col creare una opinione pubblica, risultante di sentimenti e d’interessi, ma che si fondi su compita e accertata cognizione della morale pubblica e privata in chi comanda, su giusto sentimento dei proprj diritti in chi obbedisce. Il mondo li bestemmierà, ma gli avrà uditi; e di mille semi che il vento sparpaglia, ve n’è pure qualcuno che germoglia e prospera a vantaggio delle generazioni future.
Di questa o scarsa o infelice fecondità ci si allegava per causa il non avere unico centro: ma forse l’ebbero i Greci o le età di Dante e dell’Ariosto? e i concetti della divinità, della morale, della natura, della nazione, non sorvolano alle combinazioni politiche? La mancanza di regj favori salva la dignità e l’indipendenza, nè questa è la pietra ove da noi più s’inciampi. Ben è scarsezza di patriotismo quest’adottare qualunque cosa venga di fuori, e più che altro i giudizj sugli uomini e le cose; privandoci così d’originalità, e contristando i pensatori sinceri col continuo raffaccio delle opinioni di forestieri, o a meglio dire di Francesi, voltabili secondo la moda, eppure imposte con sordida intolleranza, fino a turbare la borsa, l’onore, la vita di chi non le accetta. Persone che sanno chi sia, cosa abbia fatto, cosa prepari qualunque mediocre oltramontano, ignoreranno, affetteranno d’ignorare le produzioni d’insigni compatrioti, o le conosceranno solo a detta. Di rimpatto viene vergogna quando vediamo qui intitolare scienziati e geologi e chimici e antiquarj e orientalisti persone che appena reggerebbero il confronto d’un laureando di altri paesi.
E appunto la mancanza di cultura generale fa che all’esercizio della propria facoltà di sentire e giudicare si rinunzii per chiedere le sentenze già belle e fatte dai giornalisti; titolo davanti il quale l’arte cede il campo al mestiero. Ristrettissimi nel secolo precedente, scarsi e inconcludenti nell’êra napoleonica, dappoi sembrarono una protesta contro l’inazione, desiderata se non prescritta; e poco a poco estendendosi, massime dopo il 1825, gli scrupoli dell’arte e le abitudini serie e di gusto, proprie d’un pubblico ristretto, immolarono alle basse pratiche dello scrivere senza cancellature, senza pentimenti, senza riflessione. Miopi per proposito, svaporando in particolarità come incapaci di sintesi, petulanti a vicenda e servili, la franchezza separando dalla dignità, prendendo quale segno di superiorità la sicurezza fragorosa e scortese; risoluti a vivere colla penna, la intingono a vicenda nel vero e nel falso, nel generoso e nel vigliacco, secondo il vento che in quella giornata muove il mulino; perciò adulatori nella lode come nel vitupero. Nè dico dell’adulazione che ravvisa tutte le virtù nei gaudenti e denigra la generosità de’ soffrenti, compito d’un servidorame brigante, che sarebbe sacrilegio chiamare letterato; bensì dell’adulare l’opinione che quel giorno impongono i circoli, i caffè, i chiaccheroni; adulare la turba che, col ricevere i giudizj belli e fatti, vuole dispensarsi dal pensare e ragionare; adulare la patria affinchè non senta il dolore e la vergogna rigeneratrice; adulare la forza per istordire il pensiero; adulare la mediocrità perchè aduggi il genio; adulare i primaticci perchè non s’ostinino a migliorarsi; adulare il sofisma acciocchè soffoghi il vero; adulare la libertà acciocchè s’infami coll’eccesso; adulare, se niun altro li vuole, i pregiudizj e gl’istinti ingenerosi.
Fu a Milano che primamente si vide un folliculare giudicare di otto, dieci opere in ciascun numero di gazzetta; poi la gramigna si propagò al Piemonte, indi al resto d’Italia. Il vedere schiaffeggiati autori o cattivi o mediocri, che fino allora aveano soprusato ai novizj, piacque; e le fischiate a quelli parvero applausi ai loro giustizieri, che presto si eressero proscrittori, a norma della paura e dell’invidia: quell’invidia che trapela meno nella brutalità del vitupero che nella parsimonia delle lodi, o nel profonderle a mediocri, le cui idee non eccedono le vulgari, il cui spirito non urti nessuno.
Nè questo era un male necessario, ma piuttosto un abuso del bene, giacchè una critica dignitosa, che tolleri l’impavida manifestazione, che rispetti la libertà della scienza e l’autorità della ragione, che temperi gli applausi con appunti assennati e il biasimo col riconoscere i meriti, si farebbe stromento primario d’educazione, affratellando ragionamento e simpatia, poesia e dottrina. Alcuni in fatti pensarono dirigerla a vantaggio delle lettere e della nazione, e qualche giornale rimase in buona nominanza: ma i migliori ne disperarono, e si ascrissero a gloria il non avervi mai collaborato; a differenza de’ forestieri, di cui non v’è illustre che non vi cooperi, e dove forse è altrettanta la petulanza de’ saputi, ma i critici recano, se non maggiore lealtà, maggiori cognizioni e rispetto del pubblico.
Così oltr’Alpi la critica si collocò in posto elevato, studiando le manifestazioni del genio ne’ varj paesi e sotto forme diverse; calcolando le influenze subite dagli autori e il carattere particolare di ciascun popolo e di ciascun secolo e i sentimenti e le passioni; dando risalto al lato morale nella letteratura. Critica siffatta richiede e ingegno e ragione docili e splendidi, e avvicina il giudice all’autore, quand’anche, come tra i Francesi, sia più storica che filosofica, non s’elevi a scienza, nè risalga ai principj delle sue decisioni, come suole fra i Tedeschi e gl’Inglesi. Ma chi guardi, per dire d’un solo, i commenti che a Shakspeare posero Schlegel, Gervinus o Guizot, deplora che da noi si scrivano tuttodì note ed appunti a Dante, al Tasso, ad altri vecchi e recenti, con una analisi di deplorevole leggerezza, cui mancano e la premessa assoluta e la conclusione necessaria, cioè l’insegnare come avrebbesi a fare.
Eppure anche in que’ paesi lo strato che giace sotto a quello del merito vero, è composto di ciarlatani, intriganti, corridori di diplomi, di congressi, d’accademie; ivi pure in teste concave ogni oggetto si dipinge esagerato e ingrossito, talchè non mentiscono, ma danno a tutto proporzioni false, forme antisimmetriche: e se i più nominati, sono i più impacciosi come fra noi, se colla flessibilità dell’arco dorsale ottengono titoli e posti e lodi, ciò non toglie che si trovi del merito vero e solido, tanto più commendevole quanto che sboccia fra la gramigna della falsa scienza e la zizzania della carpita reputazione.
Ma giacchè tanto s’imitano i Francesi, e copiansi anche quando non si traducono, almeno si facesse com’essi, che ogni vanto patrio ricantano al mondo, e presentano al pubblico applauso tutto quanto giovi alla gloria e alla potenza nazionale. Qui invece le arti sotterranee della denigrazione sormontano al rispetto e alla benevolenza; con censure alle quali non è permesso rispondere, si cerca deprimere l’ingegno finchè si può, poi il carattere, poi le intenzioni; si critica col silenzio se non si osa coll’ingiuria; si accanniscono i piccoli contro i fratelli migliori, e si fa considerare liberalità l’impacciare i passi generosi, l’istigare la plebe ricca e patrizia contro persone che il giorno di loro esequie sublimerà.
Chi salì in onoranza senza le costoro scarificazioni? a quanti feticci non diedero essi qualche anno di gloria, solo perchè servissero di nuvola al sole? Sta bene che la democrazia non soffra idoli; ma l’eguaglianza pareggiasi a ingratitudine quando d’ogni testa che sa star dritta si fa sagrifizio alla plebe, dilettantesi del sarcasmo e della depressione. Da ciò deriva che fra noi rimangano municipali le glorie, e gl’illustri di Napoli vengano vilipesi in Toscana, ignorati a Milano e viceversa; i libri letti siano diversi dai lodati, e in generale siano letti pochissimo. E mentre ad autori di trenta opere nate morte si procura una galvanica longevità con applausi semestrali al sempre nuovo volume, fu dichiarato scrittoraccio l’autore forse più letto; eretico spregevole un sommo filosofo; ipocrito e innajuolo il tipo dell’odierna letteratura[148].
Qual meraviglia se i buoni stizziscono del vedersi non solo defraudato quello che più si brama, la quiete, l’amore de’ concittadini, la compiacenza nazionale, ma impediti nel bene che desiderano, nel giovare alla nazione col fervore delle opere, colla dignità dell’opposizione, col valore d’un nome che, rispettato dagli oppressi, non potrebbe essere conculcato dagli oppressori? se irritati da questo sistematico ferire di sotto in su, persino uomini nati ed educatisi all’amore ed all’armonia finiscono col sarcasmo e col furore?
Cotesti a taluni pajono fastidj da nulla, e s’impone all’autore che, come il fanciullo spartano, si lasci rodere il ventre dalla volpe senza strillare: ma introdotti in questo campo la prepotenza e l’assurdo, si prende l’abitudine di tollerarli nella vita, nella filosofia, ne’ Governi. E noi, ai colpi esponendoci più francamente siccome abituati, credemmo dover nostro il battere, non men delle altre, questa tirannia; perchè, se alle altre si piega il collo come ineluttabili, questa è sordida, giacchè a fiaccarla basta che la nazione ripigli il buon senso, non infeudi il proprio giudizio a chi ha meno diritto di imporlo perchè manca di convinzioni, e non creda a un presuntuoso detrattore o ad un compro panegirista più che all’opera stessa, più che alle azioni, più che al proprio convincimento.
Intanto i veri libri divengono sempre più rari, cessato quel vivo anelito che trasforma in idea il fatto dell’uomo; se anche si serba qualche sentimento della melodia, mancano la passione e l’affetto; immolando la logica al rispetto umano, si associano il luogo comune e il paradosso, che pure pajono opposti; prendendo per principale l’accessorio; numerando le voci in luogo di pesarle, per modo che l’uomo costumato non conta nulla meglio che il novizio; non scrutando le cause; non salendo da sbricciolata analisi a una sintesi efficace; ciascuno tenendo per vero ciò che opina, per buono ciò che preferisce, per diritto ciò che desidera; pronto poi, al primo infierire della tempesta, a far getto delle proprie convinzioni. Uomini del dubbio! e pretendete sapere dove consiste la verità, e sentenziate al fuoco chi non crede quella che voi oggi dichiarate tale e che domani avrete rinnegata; e distrutta l’autorità, volete distruggere la libertà; abbattuta la fede, abbattere la ragione.
Il giudicare le scritture de’ vivi è sempre più difficile a chi scriva egli stesso; e quand’anche l’ignoranza di esso o la dimenticanza non fossero imputate d’invidia, insorgerebbe sempre l’amor proprio di quelli che credono avere merito assoluto o relativo. Ed ora chi non scrive? chi non può far lodare un suo scritto? Nè alla storia letteraria compete rammentare tutti i libri, bensì l’attestarne il profluvio, e la discordanza dei giudici sul merito loro e fra i lettori e i giudici, vale a dire la leggerezza della pubblica opinione. Alcuni arcigni si ergono vindici del savio gusto contro ogni novità, ignorando che, anche nel senso estetico, le rivoluzioni dipendono da tutt’altro che dalla volontà degli scrittori.
Alcuni, credendo riservate ai classici e alla sonnolenza l’unità, la deduzione, il legame, sproloquiano in uno stile che, col pretesto del volo lirico, surroga fantasia, immagini, capricci alla logica, ch’è pure bisogno del secolo; talchè riesce vago senza verità, oscuro senza profondità, di colorito brillante ma falso, di contorni senza rilievo. Da accademici sudacchianti una frase e il rancidume e la trasposizione e l’enfiamento del nulla e la laboriosità de’ luoghi comuni, ed affoganti il buon senso in un mare di parole; da misantropi ostentanti vilipendio pei presenti e sdegni a freddo e stizze d’imitazione, disposte a conchiudersi in panegirico per chi le careggi; da predicatori che pompeggino di declamazione e di arrogante eloquenza davanti alla semplice maestà dell’altare, da deputati che rinnegano la logica per avere applauso dalle tribune e dai giornalisti, quali frutti possono attendere la patria e la moralità?
L’espressione di un sentimento che non si ha, cercasi invano; e in questa ricerca si contorce lo spirito, e così lo stile. Per fuggire sino questa fatica, i più fanno getto del carattere nazionale per tradurre e copiare; scrivesi molto e infranciosato, poi si freme di non essere letti dai nostri e di non vederci tradotti nè conosciuti dai forestieri. Ma perchè avrebbero a tradurre libri, che sono pasta di loro farina? o quale Francese leggerebbe un suo nazionale che non sapesse la propria lingua?
Agli arditi che spasimano di novità, bisogna ripetere che il fondo del talento letterario non è l’immaginativa ma il buon senso, la ricca intelligenza vestita di felice espressione e temperata da logica costante; e soltanto così la letteratura può divenire stromento primario di quell’educazione che infonde le abitudini di benevolenza reciproca e di tolleranza, le quali fra i cittadini traduconsi in giustizia ed armonia, proponendosi di dar ragione dei diritti, norma ai doveri, lume alle dubbiezze, impulso alla volontà, per tradurre i nobili pensieri in nobili azioni.
Ben sono a lodare quelli che dirigevansi alle applicazioni, a migliorare le carceri, istruire ed occupare i detenuti e gli scarcerati, volere la salubrità delle case e delle officine. Molto si parlò di popolo: ed è lodevole l’attività applicata alla educazione di esso da ingegni capaci di comprendere che, per essere intesi da quello, non bisogna improvvisare nè secondare l’ispirazione del momento, ma pesare ogni parola, poichè ogni parola gettata in quelle menti può essere seme di torti giudizj e d’atti perversi. Alcuni scrittori siffatti riescono triviali per l’affettazione più disgustosa, quale è quella della naturalezza; altri sotto forme cercate mascherano concetti particolari, due qualità le più disopportune a farsi capire alla moltitudine: molti ripongono tutta l’educazione nel dare idee di macchine, di storia naturale, e nozioni statistiche, secondando già ne’ fanciulli la propensione della nostra società verso ciò ch’è sensuale, denaro, godimento: troppi credono merito il tenersi alla gretta analisi, ignorando che questa riesce facile a chi tiene la sintesi d’una scienza, mentre è faticosissimo l’elevarsi a questa dall’analisi, dalle particolarità all’insieme, e che nell’educazione giova posare quelle verità complessive, da cui l’uomo in tutta la sua vita deduca verità e intellettuali e operative. Non abbastanza ricordando che per imparare si richiede la difficoltà, e che la coltura, non la semenza, è quella che feconda il campo, si propaga un’educazione enciclopedica, per cui a quindici anni i giovani già sanno tutto, ma a quarantacinque sanno come a quindici. Fanno compassione certi giornali educativi, stesi coll’irriverente leggerezza con cui stendesi un articolo di politica o di teatro. Fanno orrore quelli che pongono da banda la religione, e vogliono fino dalla tenera età, fino nella classe più buona spargere le aridità d’una filosofia, indipendente da credenze superiori[149]. Si moltiplicarono e asili per l’infanzia, e scuole di metodo ed elementari: in generale parve progresso l’escluderne gli ecclesiastici, benchè eccellente prova e bonissimi libri dessero i Padri delle Scuole Pie e i Fratelli della Dottrina Cristiana.
Certo chi paragona le teorie del Lombardelli, del Sadoleto, dell’Antoniani con quelle del Lambruschini, della Ferrucci, del Tommaseo, e le pratiche del Soave, del Taverna, del Giudici con quelle del Parravicini, del Thouar, dell’Aporti, del Rosi, del Fava,.... deve riconoscere un notevole miglioramento, e desiderare che divenga vanto principale delle nostre scuole il dirigersi, qualunque ne siano i metodi, al libero svolgimento della ragione personale dei giovani, al rispetto del dovere, ad estendere fra il vulgo quell’istruzione, che persino alla fisionomia imprime maggior dolcezza, come la maggiore agiatezza dà più posato operare e più dolci costumanze: progressi veri che avvicinano le differenti classi sociali per arrivare a costituire una sola famiglia.
A peggior danno poi, il bello e il vero non si cercarono più indipendenti e per sè, ma si subordinarono alle passioni e all’idea politica: principalmente in libri che si presumevano popolari, ed erano vulgari, dimenticando che delle scienze bisogna servirsi per accrescere e perfezionare la pubblica ragione.
E noi, credenti all’alleanza del genio che crea col buon gusto che conserva, vorremmo che la critica tornasse un albero del bene, insegnasse a studiare il libro per mezzo dell’uomo, l’uomo per mezzo del libro, ravviasse a quell’arte antica di cui sono carattere la serenità, e scopo l’addolcire le passioni e tranquillar l’animo; diffondesse il buon gusto, che è il fiore del buon senso; non che sconfortare, spingesse all’azione, suscitasse l’entusiasmo della verità e della virtù; vorremmo si cercasse raggiungere finalmente una forma unica di stile, che sia la più precisa, la più fedele; chiara come il buon senso, poetica come la fantasia; traducendo l’idea vera in forma bella, con sintassi ferma, lingua comune, impronta individuale; e portando la semplicità ad essere un’originalità audace.
Alcuni guatansi attorno, e non vedendo insigni uomini, strepitosi fatti, stupende mutazioni, dichiarano meschino il tempo, degradata la razza. Eppure quanti fatti da confortare anche i meno pazienti! quanto progresso per chi valuti non l’individuo ma questa moltitudine che tutta ingrandì, che tutta contribuisce agli avanzamenti cui un tempo bastavano i principi; chi badi a tanti svolgimenti e applicazioni delle scienze, alle arti raffinantisi ogni giorno, alle rapide comunicazioni, ai mezzi d’istruzione molteplici e agevolati, alle comodità diffuse, al benessere crescente! L’applicare la scienza al Governo diminuisce allo Stato amministratore e centralizzante gli arbitrj di Corte e di Ministero; ai monopolj e ai privilegi sociali surroga un’economia meglio intesa; cassa i decreti umilianti e le massime inette, sia del cesaresco arbitrio, sia dei moderni sovvertitori: sebbene sia vero che troppo si restringe in valutazioni materiali, al contrario de’ nostri vecchi attribuendo la suprema importanza al corpo, una accidentale all’anima; così scambiando per grand’uomo il buon amministratore, l’applicatore d’una macchina, quel che seppe arricchirsi. Ne deriva un inebriamento dell’oggi, che acceca sul domani, un rinnegare la storia per avventarsi nelle ipotesi, un coricarsi nell’ironica indifferenza della gaudente ciurma cittadina.
Compiuta poi la unità territoriale, cioè l’esclusione del dominio straniero, tolta ogni probabilità di restaurazione dei principi antichi, ridotta quella di Roma ad una questione di famiglia, i governanti potrebbero omai procedere al riordinamento interno, all’assetto delle finanze, alla trasformazione dell’esercito, alla estinzione del brigantaggio, al rispetto dei sentimenti religiosi, all’ascoltare i bisogni del popolo, finora impediti dall’interpretazione o d’una bugiarda rappresentanza, o d’una perfidiata opinione.
Il naturale separamento delle nazioni all’esterno, e nell’interno i più larghi accordamenti politici colla libertà di famiglia, di provincia, di Comune, di religione, d’insegnamento, sono i due scopi, a raggiungere i quali ha perduto vigore la formola de’ principi d’anni fa e dei sovvertitori d’oggi, «Tutto pel popolo, niente per mezzo del popolo». Ma nell’universale appello allo spirito dei tempi, chi è che comprende la libertà e l’autorità doversi avvicinare, non per combattersi ma per ponderarsi e limitarsi: che il modo di sminuire il contrasto fra la situazione sociale e le aspirazioni della civiltà, fra le opposte esagerazioni della democrazia e del principato assoluto, di non pericolare la libertà coll’eccesso dell’eguaglianza, nè l’eguaglianza cogli sfrenamenti della libertà, si è il discernere precisamente le attribuzioni dello Stato, del Municipio, della Chiesa; il ridurre i Governi alle elevate loro attribuzioni, sbarazzandoli dall’amministrare, regolare, sindacare l’azione di tutti; e nell’impossibilità di dirigere il movimento sociale, restringersi a mantenere l’ordine materiale? Avanti la rivoluzione, lo Stato poco s’immischiava delle faccende private, nè svogliava i cittadini dal curarle coll’impacciarveli. Gli statisti, a quella libertà senz’eguaglianza volendo surrogare un’eguaglianza senza libertà, presero in veduta soltanto il modello francese, dove si bersaglia l’autorità, eppure vuolsi che a tutto ella intervenga, in nome dell’emancipazione proclamando quello che già i cortigiani più servili; smaniando di mutare la forma de’ Governi e le persone, l’essenza mantiensi sempre dispotica senz’altro limite che la ribellione, nè a questa sapendosi rimediare che col despotismo. Intanto dimenticarono l’Inghilterra, dove abbonda la libertà personale; non guardarono donde venga la possa della stirpe slava, e qual sarà l’elemento che essa rifonderà nel mondo se mai è destinata a scomporre la società romano-germanica; rinnegarono tutta la storia patria, garrendo come piaga e ostacolo quel municipalismo, che è antico quanto l’Italia e che potrebb’essere il nocciolo della nazionale rigenerazione; nè pensarono che la democrazia consiste, non nel sovvertire Governi e nel sistema unitario, bensì nel restituire all’uomo, alla famiglia, al Comune la natura propria, i proprj diritti, la libera attività.
Il popolo non giunge a comprendere che cosa importi il cambiare le persone che governano, e maggior interessamento prende al cambiare del curato. Quello di che sente bisogno è sicurezza della persona, della roba, della reputazione, dell’industria, della casa; e a ciò meglio arriva, e con migliore persuasione quel Governo che, riservando a sè la direzione suprema e il rimuovere gli ostacoli e impedire l’ingiustizia, lascia quella libertà che sola può ridurre le azioni in armonia coi fini: e alla naturale intelligenza, alla morale attività de’ cittadini lascia la cura delle faccende proprie, i giudizj, l’istruzione, l’incremento dell’industria, la tutela della tranquillità interna.
Perocchè avvi un liberalismo, che crede esistere al mondo qualch’altra cosa che la politica; repubblica e indipendenza non essere libertà, come non è ordine la monarchia; tirannide essere quella d’Ezelino come quella de’ Ciompi, quella del Passatore come quella d’una ciurma cittadina plaudente o fischiante, e l’uomo essere qualcosa più e prima che cittadino. Questo liberalismo, quando gli manchi vigore sovra i grandi centri della forza, della ricchezza, della legalità, non trovasi ridotto nè ad accidiosa impotenza, nè a subdole combriccole, nè a sofistica predicazione di teoriche ineffettibili: ma persuaso della potenza di ciascuno e dell’obbligo di adoprarla, se non può riformare lo Stato, pensa a riformare se stesso e la famiglia e la patria mediante i costumi; fida nell’energia sua personale, anzichè nei soccorsi dello Stato, sviluppando il sentimento della propria indipendenza, piuttosto che questuare dallo Stato impieghi e dignità che sono catene e abjezione; non fa della politica una casa di industria, dove accorre chi ha fame; porta soccorso al fratello coll’associamento delle forze e dell’intelligenza, anzichè col cospirare; e così insinua quello spirito che è garanzia dell’ordine e tutela della libertà, e che agevola la buona riuscita rattenendo la speranza entro i limiti del possibile; rettifica le idee, invigorisce i caratteri, sana i costumi, per essere padroni di sè quando non s’avranno altri padroni.
E già la democrazia prevale dappertutto, fino nelle azioni di coloro che la reprimono. A ripristinare l’immoralità dei privilegi e delle esclusioni o i vincoli feudali, nessuno più pensa, dacchè l’eguaglianza civile tornò giovevole a quegli stessi che più pareano scapitarne: la facilità delle comunicazioni mescolò le genti, intanto che la folla degli esuli, non rattenuti da riguardi, pareggiati dalla sventura, bisognosi delle moltitudini, connessi a quei d’ogni altro paese, diffondevano le idee democratiche: l’avidità de’ godimenti fa che tutti s’arranchino a salire: l’arrogante durezza ch’è carattere della gioventù odierna, ostenta eguaglianza col rinnegare e il merito e l’esperienza: la letteratura, sacrificando a bisogni triviali la raffinatezza dell’arte, fra una plebe di mediocri confonde i pochi ottimati.
Nè i mali che ci credemmo in dovere di svelare alla patria perchè l’amiamo, non sono mali necessarj della libertà, ma forse un inevitabile noviziato, nel quale giova che sentinelle, austere forse ma benevole, tengano desti contro i pericoli; anzichè imitare il despotismo, ove il male e il bene dormono sullo stesso capezzale. Ma l’onesta opposizione fa noja a coloro che s’impinguano ne’ pubblici disordini, e che, avvedendosi come poco frutti la pesca quando lo stagno non è turbato, urlano ancora guerra e sovversioni per obbligare così ai disastri della pace armata, delle finanze diroccate, delle arti perdute, di sterili delitti e inutili virtù. E questo intitolano amore di patria! ubriachezza di testa non poesia di cuore, che indignandosi contro ogni cosa che senta di uomo, denunzia come traditori d’Italia quei caldi e sinceri amatori di essa, che di tutti questi danni osano incolpare la mancanza di virtù.
Vero è che il nome di virtù viene inteso diversissimamente dai varj partiti. I ciarlieri lo ripongono solo nell’ingloriare il paese. I moderati, nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che assolve dalla iniquità dei mezzi: i consortieri nel reggersi l’un l’altro alla borsa, al Parlamento, alla mangiatoja: i politici nell’esclamare con Azeglio, «Facciamo punto e da capo». I veri cristiani, cioè buoni cittadini, lo ripongono nel credere e praticare i principj d’un diritto eterno, che può rassegnarsi alle incoerenze d’un diritto nuovo, ma non approvarle; ed essi pei primi, non urlano, ma esclamano, «Dio benedica l’Italia indipendente».
A tale intento sono necessarie la coscienza autonoma, la ragione non impacciata da congegni amministrativi, nè da prepotenze d’un partito, d’un giornale, d’una società secreta, bensì fidente nel popolo. Chi il vero popolo non vede in quel che tumultua sulle piazze, ciarla nei caffè, fuma sotto i portici, denigra ne’ giornali, s’ubriaca nelle bettole, non dirà mai che il nostro popolo è ateo, e che non è ancora maturo a libertà; bensì che gli arzigogoli moderni vorrebbero renderlo incapace di libertà.
La sana natura di questo popolo sente bisogni meno ignobili che l’ira e le impotenti rampogne e le vendette; non la frenesia di continui sbaragli, non il pescare al fondo d’una rivoluzione un impiego e un padrone, ma vuole la calma domestica e civile, ed amare, lavorare, migliorare da sè la propria posizione. A questo popolo date non il pane quotidiano, ma il modo di guadagnarlo con fatiche, le quali non avviliscono se condite di pace e di rassegnazione: dategli dei libri, non quali li raffazzona cotesta letteratura o speculatrice o pedantesca o sovversiva, che, portando congestione nel cervello, cagiona paralisi alle braccia; bensì quella che, se non può dire tutto, insegna a riflettere su tutto: dategli la conoscenza de’ suoi diritti, non iscompagnata dal sentimento de’ suoi doveri: dategli quella dignità, che, gradendo i freni necessarj, ripudia gli arbitrarj, da qualunque parte vengano: dategli lo spirito d’associazione, con cui, migliorando la condizione sua particolare, migliori quella di tutto il paese: dategli la passione pel vero, cercato con lealtà, professato con intrepidezza: dategli il rispetto verso quegli eroi d’una carità che il vulgo liberale non conosce tampoco, i quali soli possono assodarvi quel potere delle coscienze, che rende superfluo il potere della Polizia, e infondervi il sentimento religioso, l’unico che esso intenda perfettamente, e che può servire di temperamento agli altri, come è il migliore avviamento alla libertà.
A questo popolo insegniamo ch’è assurdo voler riformare il paese prima di riformare se stessi; nè ottenere libertà e progresso senza il mutuo rispetto, la tolleranza, l’abnegazione; che quanto meno inceppati si vogliono gli atti esterni, più vien necessaria la disciplina, la quale è insieme sapienza e verità; innamoriamolo della libertà, che consiste nel diritto limitato dal dovere; innamoriamolo dell’ordine, che è la libertà collettiva della società: insinuiamogli quella politica, franca nell’opposizione non meno che nell’assenso, che aborre le frasi, che, tra le impotenze e i dolori del secolo, assume la responsabilità de’ proprj atti e ne accetta le conseguenze, ma allo scetticismo dissolvente surroga la fede in qualche cosa, in qualche persona; sa amare, sa lodare fino i nemici, e sagrificare fin le invidie; vuole la benevolenza e la stima, ma non a prezzo delle proprie convinzioni.
Sciagurati i cospiratori che al popolo disabbelliscono le gioje della vita e della natura collo spargervi il fiele dell’iracondia e il sospetto contro ogni superiorità di posizione o di merito, lo ingannano colla promessa di panacee politiche; e dopo infarcitogli d’ira e di calunnia la parola, arrivano ad armargli il pugno di coltello o di fiaccole. Sciagurati i Governi che, per fare contrasto a’ ricchi riottosi, non sanno altro che esacerbare il rancore contro chi possiede, e irritare il plateale sentimento dell’ingiusta distribuzione degli averi! Sciagurati gli scrittori che adulano bassamente alla plebe, come un tempo faceasi ai re, ridendo, beffando, mirando a dissolvere anzichè unire, solleticando gli istinti vulgari, e fra piccolezze, vanità, immoralità clandestine, fatuità compromettenti, perfide gelosie, pérdono di vista che, per essere utile alla nazione, bisogna conoscere essa e i vicini e gli avversarj, i fondamenti del suo passato, la realità del presente, la probabilità dell’avvenire; e questi comparando, al vago sentimentalismo surrogare massime concrete e positive, abituare a conoscere le cause e le conseguenze, il carattere e le ispirazioni, in modo che dall’esito non si prenda nè vanità nè scoraggiamento ma istruzione, e il convincimento che solo dall’unione degli spiriti può derivare l’unione degli Stati.
Così anche le quistioni di politica si risolvono in quistione di morale; e non crederemmo avere gettata la lunga nostra fatica se questa unica verità avessimo fatta penetrare nella persuasione e negli atti de’ nostri cari fratelli italiani: e siccome nessuno avrà amato questi più di noi, così vorremmo che nessuno potesse apporci d’averli men sinceramente e meno legittimamente o applauditi o imputati.
FINE, il marzo 1877.