Il pensiero dei contemporanei.

Su tanto sepolcro di vivi recitava Isocrate il suo disperato elogio della pace. Correva uno degli anni più tristi dell’ultima guerra d’Atene contro i suoi stessi alleati — la Guerra sociale del 357-355 —, e ai suoi cittadini così egli prendeva a parlare: «È costume di tutti coloro, i quali arringano da questa tribuna, ripetere che il soggetto, di cui s’intratterranno, è d’interesse sommo e vitale per la repubblica. Or bene, se mai vi fu occasione degna d’un simile esordio, essa è la presente, nella quale noi ci accingiamo a discutere della pace e della guerra, cioè a dire di quello che sovra ogni altro pesa sulla vita degli uomini.... Io vi dirò che la pace arreca assai più utile che non gli sforzi febbrili della conquista; che la giustizia giova più della iniquità e la sollecitudine delle cose proprie più della brama di quelle altrui.... Mai danno alcuno ci venne da coloro che ci consigliarono la pace, mentre le nostre grandi e numerose calamità derivarono tutte da quegli altri, che temerariamente ci incitarono alla guerra.... La guerra ci privò di ogni cosa: della sicurezza del nostro Paese, della possibilità di procacciarci quanto occorre alla vita, della concordia in patria, del buon nome presso i Greci...; ci fece poveri, ci gittò in mezzo a pericoli infiniti...; ci infamò presso i nostri connazionali...; ci rapì per ben due volte l’antica, gloriosa costituzione...: ci colmò in una parola di malanni....»[216]. Or bene, «se faremo la pace», «godremo nella nostra repubblica senza timore alcuno, senza le guerre, i pericoli, i turbamenti, nei quali siamo tutti precipitati, ed ogni giorno accresceremo la nostra ricchezza, esenti da tributi, da trierarchie, dai restanti obblighi militari, e, sicuri, coltiveremo i campi, navigheremo, attenderemo a tutte quelle altre occupazioni, che ora, a cagione della guerra, giacciono neglette. I redditi della città raddoppieranno e la rivedremo piena di mercanti, di stranieri, di meteci.... Io tengo per fermo che in tal guisa la nostra repubblica rifiorirà..., e noi stessi diverremo migliori, e tutto sarà per progredire»[217].

Una tesi identica sosteneva, nello stesso tempo, Senofonte, o chi fu l’autore del famoso opuscolo su L’entrate di Atene[218], indagando un sistema di economia pubblica, in cui la sua città, per vivere, avesse potuto fare a meno delle pericolose seduzioni della guerra: «Felicissimi sono gli Stati, che poterono godere a lungo della pace, e tale è Atene da poter prosperare nella pace sopra tutte le altre....». «Chi persiste a credere a noi più vantaggiosa la guerra per le ricchezze che ci apporterebbe interroghi l’esperienza dei secoli ed il nostro passato. Troverà che la città, divenuta un tempo ricchissima nella pace, ebbe tutto divorato dalla guerra; troverà che anche nell’età nostra, a motivo della guerra, molte pubbliche entrate vennero meno, e le altre che continuarono ad affluire, furono dissipate in esigenze varie e diverse. Ma, dopo che sul mare è tornata la pace, esse sono cresciute ed i cittadini hanno potuto usare dei propri beni a proprio talento»[219]. Con la pace torneranno a convergere in Atene mercanti, navigatori, industriali, artisti, poeti, filosofi, operai, quanti lucrano coi doni dello spirito e del corpo quanti faticano col pensiero e con la mano. I ricchi andranno esenti da spese militari, il popolo abbonderà di tutto quanto è necessario alla vita, le feste saranno solennizzate con maggior sfarzo, gli edifizi pubblici, restaurati[220], lo Stato riconquisterà la stima e il rispetto degli Elleni[221]: tutte le classi sociali esulteranno[222].

Ma nè Isocrate, nè Senofonte porranno nell’ardore per la pace l’entusiasmo, l’impeto, la frenesia, che esagitava il cuore di Aristofane, un uomo, il quale, pure, come lo definisce un moderno, fu «uno degli spiriti più acri, più mordaci, più spietati», «il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte»[223]. È un inno d’amore, una melodia ineffabile di dolcezza e di benessere, con la quale può soltanto rivaleggiare l’inno più antico, ma più solenne, di Bacchilide: «L’alma pace largisce ai mortali la ricchezza e il fiore dei carmi soavi e fa che in sugli altari degli Dei, sublimati dall’arte, ardano tra i riflessi d’oro delle fiamme, le membra dei buoi e delle pecore vellose, popola i ginnasi, le aule e i banchetti, di giovani, le vie, di lieti simposî, e d’inni, l’aria e le labbra infantili»[224].

Ma Aristofane non era soltanto un poeta; egli parlava a nome di intere masse sociali, di tutti gli stanchi, di tutti i ruinati, di tutti gli agiati, di quanti ogni cosa avevano perduto e di quanti avevano diritto a non perderla, e rendeva il sentimento della oscura, e pur non immemore, popolazione dei campi[225]. E che fremiti, che applausi non dovettero accompagnare taluno dei brani lirici o dei recitativi delle sue comedie! In quanti cuori non dovettero trovare eco le parole, ch’egli metteva in bocca al suo coro di contadini, all’annunzio della pace, che chiudeva l’interminabile guerra del Peloponneso. «O giorno dolce ai giusti ed agli agricoltori! Io ti ho sospirato, ed ora corro a rivedere le vigne ed i fichi, che piantai nella mia giovinezza. Io anelo di risalutarli dopo sì lunga assenza!»[226]. Ah, quei fichi, quegli olivi, quelle vigne, quell’agiatezza sicura e tranquilla, quella pace serena, mista di azzurro, di verde, di profumi, di viole, in cui il vaporare delle zolle si mesce all’ardore acre delle pareti di una casetta rustica e del frutto dei campi e delle greggi![227]. «Oh, soggiornare in campagna, coltivando l’attiguo bocconcino di terra, lungi dalla febbre dell’agorà! Possedere un paio di buoi, poscia ascoltare il belare del gregge e il gocciare del mosto nel tinello; regalarsi per companatico qualche tordo o magari qualche fringuello, nè essere costretti ad attendere al mercato il pesce stantio di tre giorni, che il rigattiere pesa con false bilancie: questa è la Pace»[228].

«O Pace, o Veneranda donatrice delle uve, con quali parole vorrò io salutarti?... Salve, o Ricchezza dei campi, salve o Amica dell’arte! Come sei bella! Qual alito soave non viene dal tuo cuore, alito dolcissimo, come di requie e di profumi!... Tu olezzi di frutta, di conviti, di Dionisiache, di tibie, di tragedie e di carmi di Sofocle.... Tu olezzi di edera, di mosto, di belanti pecore, di seni di donne, che corrono alla campagna». «Al tuo apparire le città riconciliate conversano e sorridono, ancorchè affrante di dolori e di ferite». «Com’è glorioso un martello da lavoro ben saldo! Come brillano al sole le vanghe!... Tu, o Pace, eri pei contadini il fresco grano e la buona salute; perciò oggi, al rivederti, le vigne e i piccoli fischi e le piante tutte esulteranno»[229].

Ma non saranno le parole di Aristofane a convertire gli spiriti dei suoi concittadini. Questo felice successo toccherà solo alla reazione che verrà dalla continua, assillante, infinita pena della guerra. Ancora settant’anni, e Demostene non troverà nella sua patria che vuoto od inerzia, e scambierà l’una e l’altra col tradimento. Ogni sforzo, ogni sacrificio è divenuto insopportabile. Oh, la pace! La pace! La tranquillità agiata e laboriosa, per cui non ci saranno più nè esili, nè esecuzioni, nè confische, nè spartizioni di suolo e di ricchezze![230].

Troppo tardi! La pace ora non darà che l’oscurità, la decadenza, la servitù. Alla tirannia macedone seguirà quella romana, tanto più fatale, quanto più bramata. E allora, mentre Polibio gemerà pensoso[231] che, pur senza epidemie e senza guerre devastatrici, le città rimangono miserande e spopolate, la Grecia, nell’illusione di ricominciare la sua vita, non si accorgerà di avere smarrito le ragioni medesime della propria esistenza!