La guerra e la decadenza della Grecia.

Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo inferire dalla storia politica ateniese.

La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo, nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene, la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418, ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176]; il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al 10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407, Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea (394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe 18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000 Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai 40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che, in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2% al 6% della popolazione complessiva.

Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000 ca.), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito «intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000 circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.

Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida (387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica; ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore, cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa rovesciata dalle fondamenta.

Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene? Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza, ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii, di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia antica!

Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo il peso enorme delle eisphorai ateniesi. Ma esse non sono un esempio isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].

Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori, stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci, infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare, e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice, e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].


Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari, condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare, tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188]. Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle singole città.

Anzi tutto le guerre civili in permanenza!

Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno, sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente, materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide, «le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica fatica combattere e trucidarsi a vicenda.

Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora, l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e la vendetta.

Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni, le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati, erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista, ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno, Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo) raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C., il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese. Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e 1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300 gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara, in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600 nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].

Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000 esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che 1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira — 1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4 o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro di anni.

I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata, appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso, intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della vendetta.

L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono, non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria, anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica coltura.

Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento, dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate, esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del 324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari cioè a 1⁄10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi, infiniti turbamenti.

Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni», avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto, «offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato. Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia, appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’agorà sarebbero dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando, finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata nel Panegirico, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo, dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.

Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la decadenza dei singoli Stati greci.

Dopo l’urto persiano le città greche dell’Asia Minore e dell’Eubea, che per l’innanzi avevano figurato all’avanguardia del progresso, decadono quasi d’un tratto[204], e la incerta resurrezione di taluna sarà più tardi soffocata dalla posteriore invasione di Alessandro Magno[205]. Egina, che fin dalle guerre mediche era, insieme con Corinto, divenuta primo emporio dell’Egeo, perde ogni importanza in seguito alla conquista ateniese del 457 ed all’esilio, cui, più tardi, la sua conquistatrice costringerà la grande massa della borghesia indigena[206]. La decadenza delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia coincide con l’aggravarsi delle guerre con le popolazioni indigene e, poco di poi, con l’invasione romana. La grande Sibari era già, fin dal settimo secolo, perita sotto il ferro sterminatore dei Crotoniati. Crotone, malconcia dalle ostilità dei Bruzzi e dei Lucani, vide, al tempo della guerra annibalica, la sua abbondante popolazione discendere a 2000 cittadini[207]. Turii, Cuma, Posidonia, Pyxus, Laos, la seguirono tosto nella disgrazia. La gloria di Siracusa, regina delle colonie elleniche, si oscura per non più riaccendersi, con la prima e con la seconda Guerra punica. Le due Guerre puniche, spopolano e abbrutiscono la Sicilia greca[208]; l’una e l’altra, insieme con la Guerra tarantina, sospingono nel sepolcro Taranto: le Guerre Sacre provocano la rovina della Focide; le invasioni romano-macedoni e le contese locali devastano, nel III secolo, l’Acarnania[209] e il Peloponneso[210]; distruggono la gloria di Megara[211]. La guerra di Roma contro gli Averni del 121 a. C. e, peggio ancora, le operazioni della seconda guerra civile, demoliscono la potenza e la gloria della grande colonia focese di Marsiglia, privata così «di tutto, salvo che del nome vano della libertà»[212]. La terza macedonica annienta la fortuna di Rodi, decimata dei suoi redditi coloniali, interdetta nei lucrosi commerci con la Macedonia, impacciata, politicamente e commercialmente, da una gelosa sorveglianza, debellata dalla concorrenza di Delo, che Roma proclama porto franco[213]. E con Rodi finisce Corinto, spogliata del suo primato dalla numerosa serie di ostilità peloponnesiache, e, dall’invasione romana, precipitata nella polvere, mutilata delle sue mura, delle sue torri, dei suoi templi, depredata dei suoi tesori, delle sue divinità, dei suoi palazzi, vergine bellissima, colta, e «divorata dalla guerra», su cui soltanto le Nereidi restano, quali alcioni, a piangerne la sventura[214].

Delle sue spoglie arricchisce Delo, ma anche alla regina delle Cicladi toccherà subire dalla guerra il fatale colpo di grazia. Le invasioni mitridatiche ne inizieranno la catastrofe, le incursioni piratiche l’affretteranno, ed essa seguirà, rassegnata, come a fato implacabile, la sorte di Atene, di Rodi, di Corinto. La sua fine, come il tracollo di ogni grandezza, disperatamente sognata e per un istante raggiunta, ci stringe il cuore più di quella delle sue spente rivali. «Fosse piaciuto agli Dei», geme l’Isola santa nel carme di un ignoto poeta, «fosse piaciuto agli Dei di lasciarmi vagare in balìa, di tutti i venti.... Sarei meno infelice! Oh quante navi passano noncuranti dinanzi a me, ch’ero in altra età oggetto del culto dell’Ellade, divenuta ormai sterile e selvaggia: tarda, ma dura vendetta della crudele Giunone....»[215].