I.

Fu veramente il III. secolo, come suole di consueto giudicarsi, un periodo di regresso per la coltura nelle varie provincie dell’impero?

Per chi guardi senza preconcetti la storia della civiltà dei popoli, che componevano l’impero romano, codesta domanda deve avere una risposta negativa. Con la serie degli imperatori senatorii, non muore la virtù spirituale del mondo romano; muore soltanto una sua fase contingente, quella della cultura esclusivamente greco-romana. D’ora innanzi le varie provincie assumono coscienza del proprio genio civile, e questo s’impone, e riesce a farsi valere, nella vita ufficiale dello Stato. Antiche forme di pensiero e di espressione, con cui usavamo identificare la civiltà romana si esauriscono; se ne disegnano altre, nuove, inattese, cui sarà riserbata la conquista dell’avvenire.[438] E tutto ciò si opera, non solo a dispetto delle contingenze politiche del secolo, ma in parte con il loro ausilio. L’avvento al trono delle nuove dinastie di principi africani ed orientali può ben contrariare la lunga serie dei laudatores temporis acti, ma queste hanno, nella storia della civiltà dell’impero romano, anzi nella storia della civiltà umana, un peso e un merito non minore di quelle dei principi, che le avevano preceduto.

Ed invero, limitandoci, come è nostro compito, ai rapporti del governo con l’istruzione pubblica, dobbiamo notare anzitutto che nessuno degli elementi di progresso, tramandatici dal passato, viene ora meno o cade in dimenticanza.

L’insegnamento pubblico in Roma e in Atene permane, sì che Dione Cassio, discorrendone verso il 229, non ha bisogno (come sarebbe certamente avvenuto nel caso contrario) di deplorarne la fine o la decadenza; anzi esso riscuote sollecitudini non minori del passato, e noi conosciamo dei sofisti, che sono al tempo stesso docenti imperiali nell’una o nell’altra città, e possiamo anzi rilevare, la diretta, talora eccessiva e personale, ingerenza dei principi nel fatto della loro scelta[439]. La protezione, gli onori e le agevolezze ai pubblici e privati insegnanti, di cui, fra l’altro, sono segno le così dette immunità, vengono prodigati con larghezza pari a quella degli anni trascorsi,[440] e, come altrove accennammo, noi conosciamo una delle fondamentali leggi di Adriano in proposito, solo in grazia di una costituzione di Commodo, che la riproduce[441]. L’impulso, dato dagl’imperatori del II. secolo alla coltura musicale, prosegue con l’antico vigore. Caracalla tiene a continuare il mecenatismo degli Antonini verso le compagnie drammatiche[442]; Commodo istituisce nuovi concorsi musicali,[443] e i privati gareggiano nell’assecondare le iniziative, che vengono dall’alto[444]. La coltura giuridica acquista ancora nuovo incremento, dopo la nuova riforma, che, fin da Commodo, si opera del concilium principis, i cui membri della sezione permanente si trasformano in funzionarii stipendiati,[445] e dopo la instaurazione, da parte di Diocleziano, di nuovi vasti congegni burocratici. Commodo stesso[446] e Gordiano I. — quest’ultimo anche innanzi la sua assunzione all’impero[447] — rinnovano i iuvenalia di Nerone e di Domiziano, il che equivale a proseguire, intensificandola, quella forma di educazione e di istruzione della gioventù, per cui i primi imperatori romani vanno benemeriti. L’amore e la consuetudine della educazione fisica si diffondono nelle province, che più n’erano rimaste estranee, e i privati vi prodigano tutto il favore, che da loro poteva attendersi[448]. Persino la filosofia continua a ritrovare, sul trono, dei Mecenati. Plotino vanterà, fra le sue più illustri amicizie, quella dell’imperatore Gallieno, che, se non fosse stata l’avversione di qualche cortigiano, avrebbero dato vita all’eterno sogno platonico di una città di filosofi, da edificare in Campania, ove maestri e discepoli avrebbero potuto vivere insieme, e dove ad altre leggi non si sarebbe obbedito fuor che a quelle emanate dal Divino Maestro ateniese[449].

Talora, a tratti, tanta prosecuzione di iniziative è interrotta dalla stranezza di qualcuno dei bizzarri imperatori, di cui il secolo III. di Cristo non andò privo. Così Caracalla, un giorno, per un suo fatto personale con gli alessandrini, e in modo speciale con gli aristotelici, brucia i libri di Aristotele e sopprime a quei filosofi tutti i beneficii del Museo di Alessandria, di cui essi godevano[450]. Così egli stesso, un altro giorno, ferito dalla incapacità oratoria di un retore ateniese, priva senz’altro, delle immunità da lustri godute, lui e tutti i retori dell’impero[451]. Ma come tale divieto veniva, dal suo stesso autore, poco dopo, revocato, così questo ed altri atti consimili rimangono opera personale — tosto cancellata — di singoli imperatori. La politica generale dei principi del III. secolo, nei rispetti dell’istruzione pubblica, è invece tutta sulla grande via maestra dei loro predecessori immediati, la cui opera, spesso, o rimaneggiano secondo vedute proprie, o completano e perfezionano con istituti, che sono nuove creazioni.

Gli imperatori, sotto i cui nomi possiamo riassumerla sono tre, due della dinastia dei Severi, Settimio ed Alessandro, e il vero fondatore della monarchia assoluta nell’impero romano, Diocleziano, così come la loro attività può compendiarsi:

1. nei nuovi ritocchi all’indirizzo dei collegia iuvenum e, quindi, della educazione giovanile;

2. nella varia opera legislativa a tutela dei docenti;

3. nell’istituzione di nuove cattedre e nella largizione di nuovi ausilii all’istruzione pubblica.