XVII.
Ma della istruzione musicale, promossa, non già per iscopi professionali, sibbene quale elemento necessario di cultura generale, segno preciso è ora la rigogliosa fioritura dei collegia iuvenum, che, fin da Traiano dopo aver popolato tutta l’Italia, penetrano anche nella vicina Gallia,[422] e il cui sviluppo, per quanto possa magari ritenersi di autonoma origine municipale, pure non avrebbe mai raggiunto tanto rigoglio senza il favore del governo.
Parecchi monumenti artistici e numismatici del tempo[423] ci mettono sott’occhio iuvenes e ludi iuveniles; Antonino Pio inaugura dei periodici ludi decennales,[424] e tutto l’ingranaggio dinastico degli Antonini richiama l’ordinamento Augusteo della gioventù equestre nei suoi rapporti con la famiglia imperiale[425].
Ma questa età, così feconda in provvedimenti, che, direttamente o indirettamente, influirono sui vari rami dell’istruzione pubblica, vide compiersi un che di più nuovo, di più significativo e di più singolare. Fu dessa l’età, in cui, nella nuova estrema rinascenza dell’arte antica, trovò posto, fra gl’ingranaggi dell’amministrazione imperiale, qualcosa che oggi corrisponderebbe a una sovrintendenza generale delle belle arti.
La cura delle opera pubblica, si era, fino a questo tempo, tradotta in un insieme di funzioni indistinte, sia che riguardassero costruzioni e lavori pubblici, non escluse le aedes sacrae, sia che riguardassero antichità e belle arti. Ora essa comincia per la prima volta a differenziarsi nei suoi varii elementi. Due epigrafi del regno di Antonino Pio parlano esplicitamente, l’una, di un procurator Augusti a pinacothecis[426], l’altra, di un procurator moniment[or]um terra (?) imaginum[427]. I due procuratori avevano alle loro dipendenze un personale subalterno, degli adiutores destinati a coadiuvarli nell’ufficio,[428] forse anche appositi operai e laboratori per la costruzione, la riattazione, la riproduzione delle opere d’arte poste sotto la loro sorveglianza[429]. Su che cosa invero il procurator a pinacothecis e il procurator monimentorum terra imaginum dovessero esercitare il loro ufficio, a me par chiaro. Per certo, sulle opere architettoniche, le statue, le pitture, collocate nei palazzi imperiali od esposte in luoghi pubblici, al cui riguardo quelli dovevano avere buona parte delle attribuzioni, che ora, presso di noi, possiede, ad esempio, la direzione generale delle belle arti. Essi venivano così, come dicemmo, a gerire la sovrintendenza generale delle pubbliche gallerie, dei musei, delle opere di plastica o di pittura, contenute nei templi ed altrove, dei monumenti artistici, in una parola, della capitale del mondo; e, probabilissimamente, non solo in quello che riguardava la loro custodia, la loro collocazione, o la relativa conservazione, ma eziandio in tutto ciò che riguardava la ricerca, l’acquisto, la riproduzione delle opere d’arte.
Ma le sollecitudini di Antonino Pio non si limitarono alla capitale dell’impero. In quella copia di disposizioni, che l’imperatore emise per concorrere all’incremento della vita municipale, noi ne troviamo talune, che riguardano precisamente le opere d’arte in Italia e nelle provincie. Gli abitanti dei municipii solevano spesso legare o donare per fidecommisso dei fondi destinati a lavori d’arte (statuas vel imagines ponendas). Ebbene, Antonino Pio stabilisce delle norme assai severe, perchè il malvolere degli eredi non venga a defraudarne le città: «Se il testatore non ha fissato il giorno per la consegna delle statue e delle imagines lasciate in eredità, il governatore della provincia ne fisserà uno, e, se gli eredi non soddisferanno al loro obbligo, pagheranno, per i primi sei mesi, un interesse inferiore al 6%. Se invece il testatore ha fissato il giorno della consegna, gli eredi dovranno soddisfare puntualmente al loro obbligo, e, se essi pretendono di non trovare le statue, o fanno difficoltà per il loro collocamento, dovranno pagare subito gli interessi del 6%»[430].
Spesso i privati s’impegnavano di concorrere, a profitto dello Stato o di una città, alla manutenzione e all’abbellimento di opere esistenti. Antonino Pio prescrive: «Se una città ha monumenti artistici in copia, ma denaro non sufficiente alla loro manutenzione, i fondi lasciati in eredità per opere nuove debbono impiegarsi alla manutenzione di quelle esistenti»[431].
Così la sorveglianza imperiale sulle opere d’arte si estende, da Roma, all’Italia; dall’Italia, alle provincie, e si costituisce la prima molecola di organismi, che tanto maggiore sviluppo assumeranno negli Stati più civili del mondo moderno. Così, ancora una volta, i nostri migliori istituti, in fatto di pubblica istruzione, tornano a collegarsi alla politica degli ottimi fra gli imperatori romani del I. e del II. secolo.
Da questa stessa età, e precisamente del governo di Antonino Pio, ha origine anche una complicazione nel servizio delle biblioteche.
Fin ora, a capo di queste, noi conoscevamo solo il procurator bibliothecarum, o procurator Augusti a bibliothecis, funzionario della seconda o della terza classe dei procuratori[432]. Adesso cominciamo a conoscere anche un procurator bibliothecarum sexagenarius[433], funzionario di quarta classe, stipendiato cioè con soli 60,000 sesterzi (L. 15,000) annui, ch’è un impiegato inferiore[434], probabilmente addetto soltanto alla parte amministrativa dei singoli istituti[435].
Possiamo ora giudicare tutto il valore dell’opera degli Augusti, che tennero l’impero da Nerva a Marco Aurelio, in fatto d’istruzione pubblica. Esso può dirsi semplicemente inestimabile. Se l’impero romano non avesse avuto quei principi, le successive vicende politiche avrebbero ritardato di oltre un secolo quelle forme, che l’istruzione pubblica andò con loro assumendo. Ma essi non si limitarono a creare gli organi materialmente adatti; essi posero eziandio le condizioni necessarie per il lavoro dell’intelligenza; essi, con le loro opere e le loro iniziative, diffusero dappertutto l’amore della cultura e la cultura stessa. «L’impero è tutto pieno di scuole e di discenti», esclamano insieme il retore greco Aristide e il poeta romano Giovenale[436]. La letteratura, la filosofia, la scienza, cessano di essere proprietà riservate di cenacoli e di spiriti colti, e divengono popolari. La coltura non è la più profonda, ma è la più universale; l’attività dello spirito, non la più ferace, ma la più diffusa; la scienza, non la più pura, ma la più popolare[437]. Assai di rado, nella storia del mondo, ricorse l’esistenza di una società così appassionata di tutte le manifestazioni dell’intelligenza. Questo per certo non si deve esclusivamente all’opera del governo; ma ben di rado un governo interpretò, con altrettanta fedeltà, le condizioni del secolo che passava, e tutti i mezzi, di cui disponeva, tutte le condizioni favorevoli offerse alla soddisfazione dei vari bisogni intellettuali, o quei bisogni suscitò dove e quando essi sonnecchiavano latenti o inconsapevoli.
CAPITOLO IV. Lo Stato e l’istruzione pubblica da Commodo all’abdicazione di Diocleziano.
(180-305)
I. La cultura e l’istruzione pubblica in questo periodo. — II. Il nuovo carattere militare dei collegia iuvenum sotto i Severi. — III. La nuova legislazione a tutela dei maestri e degli studenti. Il governo centrale e l’istruzione pubblica nei comuni. — IV. Le nuove istituzioni scolastiche di Alessandro Severo. — V. La decadenza delle istituzioni alimentari nel III. secolo. La politica del governo e l’istruzione pubblica da Alessandro Severo a Diocleziano. La imposta municipalizzazione delle scuole di Antiochia. — VI. Diocleziano e l’insegnamento del diritto. L’editto de pretiis rerum venalium e gli onorari degli insegnanti. — VII. La soppressione delle cattedre di astrologia. La distruzione delle biblioteche cristiane. — VIII. Costanzo Cloro e l’istruzione pubblica nelle Gallie. Le Gallie nel III. e nel IV. secolo. La nomina del retore Eumenio in Augustodunum.