II.
Viceversa, segni di esplicita reazione ci vengono, col governo di Traiano, segnalati nei due campi della istruzione pubblica, dove più s’era industriata l’attività dell’ultimo dei Flavii: l’istruzione fisica su modello greco e l’istruzione musicale.
È lo stesso Plinio il Giovane ad avvisarcene. In una sua lettera egli riferisce le vicende di una seduta del Consiglio della corona, nella quale si era discusso della soppressione o meno di un agon gymnicus a Vienne, nella Gallia. Nel Consiglio si erano scontrate le due tendenze del tempo: la conservatrice e la novatrice. Al momento dei voti, uno dei consiglieri aveva dichiarato di votare contro il concorso ginnastico in discussione, e protestato altresì contro la tolleranza di simili spettacoli a Roma. A consiglio finito, l’imperatore pronuncia la reclamata soppressione a Vienne[277].
Rispettivamente, nel suo Panegirico di Traiano, Plinio accenna alla soppressione in Roma, per ordine imperiale, delle pantomime in pubblico pur consentite da Nerva. Evidentemente, l’imperatore avea ceduto agli attacchi della parte più conservatrice della cittadinanza romana, che accusava quegli spettacoli di effeminatezza e di sconvenienza[278].
Contraddice a tutto questo la fugace notizia, che ci viene da un più tardo storico, della costruzione in Roma, ordinata dall’imperatore, di un Gymnasium e di un Odeon?[279]. Non parrebbe; anzitutto, perchè non dovette trattarsi di una costruzione ex novo, ma di una riattazione o ricostruzione;[280] in secondo luogo, perchè il ginnasio e l’Odeon, come gli Odea e i ginnasi già costruiti, avevano un valore per sè stante di edifici pubblici, e riattarli non era soltanto un giovare all’incremento della ginnastica o della musica, ma eziandio un curare le sorti della pubblica edilizia. Per giunta, il ginnasio romano non serviva solo all’educazione e all’allenamento fisico dei cittadini romani, ma sovratutto agli esercizii degli atleti alla vigilia delle gare e dei pubblici spettacoli. Finchè questi non fossero soppressi, era risibile sopprimerne il mezzo, quasi necessario, alla celebrazione. E l’imperatore, che, per iscarso spirito di resistenza verso la nuova opinione pubblica, o per altro motivo, non giungeva fin là, non poteva esimersi dal voler preparato degnamente uno spettacolo, di cui l’ufficio, ch’egli rivestiva, faceva risalire a lui ogni responsabilità.