IX.

Oltre al nuovo organismo scolastico creato dallo Stato e all’assoggettamento dell’istruzione municipale e privata al governo centrale; oltre, e all’infuori di ciò che questo poteva operare per tal via, noi abbiamo dovuto notare come ugualmente grandi — sebbene meno direttamente apprezzabili — fossero gli impulsi, che, da varie forme dell’attività, o del capriccio imperiale, derivarono a parecchie e corrispondenti forme della cultura sociale. L’incremento degli studi filosofici, musicali e giuridici non si deve ad altro. Ma di questi impulsi indiretti, venuti dallo Stato all’istruzione e alla educazione pubblica, è sovra ogni altra cosa degna di rilievo la concezione di quel piano generale di educazione delle classi dominanti, che Augusto elaborò e che, per circa due secoli, s’impose in Italia e nelle provincie.

Noi vedemmo a suo luogo quali ne fossero stati i criterii ispiratori — criterii morali, politici, civili e religiosi — e indicammo anche, con sufficiente ampiezza, quali istituti e quali consuetudini si fossero creati o fatti rivivere. Ma occorre che ora c’indugiamo alquanto a chiarire i rapporti dei collegi giovanili italici e provinciali (che dell’esecuzione di tale disegno furono lo strumento migliore) coi poteri centrali e locali dello Stato.

Che quelli fossero associazioni meramente private fu opinione un tempo divisa dagli studiosi, ma che è oramai da abbandonare definitivamente[870]. Esse invece costituirono uno degli ingranaggi della vita dello Stato romano nei secoli II. e III. di C. L’effigie dell’imperatore che ritroviamo in talune tessere plumbee, non prova in modo incontrastabile, il carattere ufficiale dell’istituto,[871] ma è, ciò non ostante, fuori dubbio che, come quei collegi furono più volte fondati dagli imperatori, la loro vita rimase sempre sotto gli auspici dell’unico o del maggiore magistrato dell’impero[872]. Altra volta, gli stessi municipii domandano il riconoscimento legale di un collegio giovanile. Verso il 130, Cizico ne chiede l’autorizzazione al Senato romano,[873] segno questo evidentissimo del loro carattere pubblico, e, nella stessa Africa, la corporazione giovanile è una suddivisione della curia municipale[874]. Egualmente significativa è la considerazione, di cui essi godono nella vita dei municipii: i collegi giovanili vantano il primo posto tra gli altri della città, e lo cedono soltanto, e di rado, agli Augustales e ai Seviri. I loro magistrati poi hanno strette relazioni con le autorità municipali, talora con le autorità militari, e queste — come se si trattasse di collegia propriamente militari — vanno ad istruirvi i giovani e a sorvegliarne la disciplina[875]. I collegia iuvenum non furono dunque istituzioni private, ma istituti pubblici, voluti e favoriti dallo Stato romano, che ne ebbe tutto il merito; e, sia per la loro importanza come per l’efficacia sociale, esercitata durante tre secoli, possono ben definirsi la più originale e fortunata creazione della politica scolastica imperiale romana.

E con impulsi indiretti, più che con le sollecitudini, usate verso quelli, che si consideravano gli elementi integranti dell’istruzione scolastica, noi ritroviamo favorito dal governo di Roma ciò che, nel mondo ellenico, era stato il primo punto dei programmi scolastici: l’educazione fisica degli adolescenti e dei giovani.

Noi non sappiamo se in Roma (o anche altrove) lo Stato stipendiasse all’uopo dei maestri; noi ignoriamo affatto la condizione dei magistri dei ludi Troiae e dei magistri iuventutis, esistenti fra i giovani dei vari collegi giovanili dell’impero; ma noi sappiamo che dallo Stato erano, per l’educazione fisica della gioventù, assegnati locali appositi, e che ivi i maestri potevano insegnare e i giovani esercitarsi ed allenarsi.