IX.

La fondazione dell’Athenaeum è certamente il tratto più caratteristico dell’opera di Adriano, nei rapporti con l’istruzione pubblica. Ma nello stesso campo un’altra parte della sua attività è anche notevole, specie in quanto essa riguarda i primi provvedimenti imperiali, che si interessino sul serio dell’istruzione pubblica nelle province.

Fino a quel giorno, per questo riguardo, la politica imperiale cadeva ancora sotto la censura formulata nell’epistola di un filosofo, diretta a dei magistrati romani: «Dei porti, degli edifici, dei portici, dei passeggi pubblici taluno di Voi ha avuto cura; ma dei fanciulli, che sono nelle città, o dei giovani, o delle donne, nè Voi, nè le leggi romane s’interessano»[328]. Adriano fu il primo a rompere questa tradizione di noncuranza verso tutto ciò che non riguardasse la vita esteriore e materiale delle città sparse nelle provincie. Ma, come sempre in tutti gli esordi delle opere umane, ciò ch’egli fece valse meno a creare degli utili effettivi, che ad aprire una via, che i successori avrebbero largamente percorsa.

Le sue cure si rivolsero all’ordinamento scolastico e agli istituti di istruzione pubblica nei due centri maggiori del mondo intellettuale di quel tempo: Atene ed Alessandria.

In Atene, Adriano raccolse, e fondò, una splendida biblioteca, che aggiunse all’altra del Ginnasio di Tolomeo, nonchè un nuovo Ginnasio, la cui importanza maggiore non consiste nelle cento colonne di pietra libica, di cui ci discorrono i touristes dell’antichità,[329] ma nel fatto che uno dei ginnasii greci, divenuti ormai istituti d’educazione intellettuale, oltre che fisica[330], sorgeva, questa volta, per le cure del governo romano.

Ma Adriano fece anche di più e di meglio: s’ingerì, con intenzioni benevole e benefiche, nelle vicende dell’insegnamento superiore privato di quel tempo. Conosciamo infatti, attraverso un’epigrafe, da noi precedentemente richiamata, che rimonta al 121 di C.,[331] un notevole provvedimento da lui adottato a favore della scuola filosofica degli Epicurei, e che può dirsi tornasse eziandio a vantaggio dell’insegnamento filosofico in genere.

Accennammo a suo luogo all’altro provvedimento di Vespasiano, con cui si vietava che dei cittadini non Romani coprissero l’ufficio di scolarchi nelle varie scuole filosofiche ateniesi, e ne segnalammo le deplorevoli conseguenze[332].

Or bene, nel 121, la madre adottiva di Adriano, Plotina, intercede caldamente, esponendone le ragioni, affinchè il figliuol suo liberi la scuola epicurea, di cui ella si palesa seguace, da ogni pastoia, e conceda allo scolarca ateniese del tempo, e ai suoi successori, di poter testare — ed in lingua greca[333] — a favore anche di stranieri; l’imperatore, se mai, avrebbe potuto riserbarsi il diritto di approvare e ratificare tali scelte ex lege[334].

E la sua intercessione fu fortunata: l’epigrafe, che contiene la lettera commendatizia dell’imperatrice, contiene anche il rescritto dell’imperatore, che, esaudendo, in tutto e per tutto, l’istanza, rendeva intera la libertà della scienza e dell’insegnamento alla filosofia epicurea in Atene.

Fu poscia analoga liberalità largita da Adriano, o dai successori, alle altre scuole filosofiche? Noi l’ignoriamo. Ma quello che a me sembra certo si è che non possiamo, con i pochi e dubbi elementi di due o tre epigrafi, affermare, come si è fatto,[335] che gli scolarchi delle altre scuole filosofiche ateniesi continuassero, anche più tardi, a scegliersi tra i cittadini romani. La serie anzi dei nomi dei titolari delle future cattedre di fondazione imperiale darebbe, forse, a pensare l’opposto; e ad un opposto convincimento induce più ancora la considerazione, che altri imperatori, successi immediatamente ad Adriano, non potevano certamente desiderare che la scuola degli Epicurei fosse lasciata in una relativa condizione di privilegio.


Sollecitudini maggiori Adriano dedicò al Museo alessandrino. Da lunghi anni quell’istituto sembrava vegetare, anzichè vivere, e il più eccelso favore, che gl’imperatori romani vi usavano, era di continuare gli assegni necessari al mantenimento suo e dei suoi pensionati.

Adriano, per quella predilezione, che sempre nudrì verso l’Egitto e verso quel centro sovrano di cultura intellettuale, che fu Alessandria, cominciò col curarsene direttamente. Anzitutto vi pose a capo una delle persone più competenti, il sofista L. Giulio Vestino, autore di opere filologiche e poscia procuratore delle biblioteche di Roma[336]. Ma questo fu il meno. Vi apportò eziandio una riforma fondamentale. Fin allora il Museo era stato un’accolta di dotti, che ivi lavoravano, ivi erano alimentati, e forse anche abitavano. Adriano largì a parecchi altri letterati dell’impero, specie greci, il titolo onorifico di membri del Museo e una pensione relativa, corrispondente all’utile materiale, di cui la lontananza da Alessandria veniva a privarli. Tra i favoriti, gli antichi ricordano il sofista Polemone,[337] il sofista Dionigi di Mileto,[338] il poeta egizio Pancrate,[339] il filosofo Elio Dionigi di Alicarnasso[340] e altri ancora.[341]

I posti del Museo sono ora dunque soltanto pensioni, e la sua mensa, mentre prima serviva ai reali bisogni dei dotti residenti in quell’istituto, diviene un più o meno lauto stipendio agli uomini, per speciali meriti illustri, di tutte le parti del mondo,[342] o a coloro (e qui risiedeva l’inevitabile pericolo dell’innovazione), che l’imperatore avesse voluto giudicare tali. Ma fu questo certamente un progresso. I vantaggi materiali del Museo andavano così a prodigarsi a una più larga cerchia di persone, la libertà di scelta fu maggiore, e maggiore il contributo, che, in seguito a codesti benefici, i dotti del mondo sarebbero stati in grado di arrecare alla scienza.