V.

L’opera di Traiano, che, direttamente e indirettamente, ma sostanzialmente sempre, si connette con l’istruzione pubblica, è coronata da una personale sollecitudine dell’educazione della gioventù, da una personale attenzione a l’opera dei maestri.

I precettori di eloquenza e di filosofia sono tornati in onore, sono tornati nella più squisita considerazione del principe[298]. Essi trovano facile, anzi libero accesso presso di lui, così che questi, dalla sua reggia, ha, senza parere, ma pur sempre consapevolmente, la direzione spirituale della gioventù romana[299].

Quale sia stato l’effetto di tutto ciò noi non possiamo non presentire. Le nostre fonti non ci forniscono prove della ripercussione di ciascuno degli atti, che abbiamo enumerati, sulla istruzione pubblica nell’impero romano. Tali prove — trattandosi di un fenomeno tanto complesso nelle sue cause — sarebbero state forse impossibili. Ma il rifiorimento della coltura sotto Traiano è palese, e fu sentito, e dichiarato, dagli stessi contemporanei.

In una lettera di Plinio il Giovane, che può riferirsi alla fine del I. secolo[300], questi celebra la resurrezione degli studi liberali in Roma, di cui numerosi potrebbero essere gli esempi[301]. L’ultimo imperatore di casa Flavia aveva cacciato in esilio retori, oratori, filosofi; aveva, insieme con essi, bandite le loro discipline, i più cari studi professati. Ora questi studi riacquistano la loro patria, risorgono rianimati, vivificati; il loro culto si svolge quotidianamente sotto gli occhi del principe, alla portata delle sue orecchie, dei suoi occhi, del suo esempio[302]. E il mondo intellettuale romano torna ad essere quale il principe dimostra nuovamente di volerlo.