VI.

Successore di Traiano fu, com’è noto, P. Elio Adriano. È ben difficile forse trovare in tutta la storia romana un uomo politico, il quale, come Adriano, chiuda nel proprio pensiero un senso ed un concetto della vita, in cui insieme, e quasi organicamente e perfettamente, si fondano l’ideale della vita greca e quello della vita romana, l’anima pagana e l’anima cristiana, le tendenze spirituali dell’età vecchia e quelle dell’età nuova; un uomo, che egualmente abbia unito in sè la molteplicità dei più svariati talenti.

Poeta e prosatore, latinista e grecista, pittore e cultore di arti plastiche, filosofo e oratore, artista e scienziato, mistico e realista, superstizioso e scettico, generoso e implacabile, uomo di pensiero e uomo d’azione, egli fermò il piede su tutti i campi dello scibile, accolse e subì tutte le suggestioni, di cui è capace la grande anima umana, e da ogni disciplina, da ogni ispirazione, scoccò una scintilla per il suo ingegno, rilevò un tratto per la sua complessa personalità.[303]

Chi dunque meglio di lui, chi meglio dell’imperatore letterato[304], rappresentante del genio greco del tempo — genio letterario, oratorio, didascalico, filosofico — chi meglio di Adriano avrebbe potuto fissare uno scopo sovranamente pedagogico al suo governo? Chi meglio di lui avrebbe potuto proporsi quella creazione spirituale delle generazioni future, ch’era l’ideale sommo degli antichi politici greci? Chi non attenderebbe da lui un’orma assai più profonda, o pari almeno a quella, che, nella storia della educazione nazionale romana e italica, avevano lasciata e Augusto e Domiziano e lo stesso Nerone? Eppure, quando noi ci rechiamo sott’occhio tutto il quadro della politica scolastica di Adriano, troviamo che, se essa perfezionò l’opera dei predecessori e ne colmò le lacune, non può tuttavia aspirare a quel merito, che dall’uomo, che la curava, ci saremmo attesi, poichè riesce a stento ad assumere una figura sua propria.