VII.
Aurelio Vittore, nelle sue biografie dei Cesari, narra che Adriano, paragonabile in ciò ai grandi statisti della Grecia, fu il primo ad inaugurare, in Roma, dei locali per l’educazione fisica e a interessarsi dei maestri di discipline intellettuali[305].
Come abbiamo visto, tale opera ha ben altri precursori e, per quanto grande possa essere stato il merito di Adriano, esso certamente non può dirsi originale. Ma questo non significa punto che noi non dobbiamo soffermarci a studiare i particolari di questo frammento dell’opera di lui.
Una sua costituzione assai notevole, che ci viene in parte riferita in un’altra di Commodo, regola in tutti i particolari la materia delle immunità ai retori, ai grammatici, ai filosofi, etc. Di essa non torneremo ora ad occuparci, essendocene lungamente intrattenuti in molte pagine di uno dei precedenti capitoli[306], e basterà solo rilevare come la caratteristica delle disposizioni ivi contenute fosse quella di specificare minutamente la portata di una concessione, che aveva già una esistenza e che vantava un’anteriore cronologia di origine, probabilissimamente fin dall’ultimo degli imperatori Claudii.
Ma l’onore, accordato da Adriano agli uomini di lettere e di scienze, non si limita alla riconferma delle immunità. Le frasi, che il Panegirico di Plinio adoperava per definire il mecenatismo di Traiano, sono da altri scrittori ripetute in forma poco diversa, per Adriano. Egli ebbe in sommo onore e in somma intimità ogni genere di dotti: filosofi, grammatici, retori, matematici, poeti, pittori, astrologi[307], e raramente, come sotto Adriano, il mecenatismo esercitò sì largo campo di influenze e di azione; raramente i detti occuparono in tanto numero le maggiori cariche dello Stato[308].
Ma fece anche l’imperatore qualcosa di più, come taluno ha ritenuto?[309] Istituì cioè delle cattedre pubbliche di retorica, di grammatica, di filosofia, etc.? O, per lo meno, estese ad altri maestri ciò che Vespasiano aveva largito ad uno o a più retori? L’autore della biografia di Adriano nella Historia Augusta accenna a due generi di atti, cioè ad onori resi da Adriano ai grammatici, ai retori e agli oratori, anzi a tutti i docenti, che egli avrebbe eziandio arricchiti, e al provvedimento, ancora più salutare, di avere esentato dall’insegnamento, anzi di avere vietato l’insegnamento ai maestri, che, per età o per malattia, ne apparissero ormai incapaci[310].
Or bene, da questi due passi, sembra sufficientemente chiaro che non si tratta di istituzione di cattedre ufficiali, ma, nella migliore ipotesi, di stipendi vitalizii a maestri di grammatica, di retorica, di filosofia etc., o anche, semplicemente, di larghi donativi del principe, e di assegni straordinari, conferiti loro, specie all’istante del collocamento a riposo. Nè tale interpretazione manca dall’essere confermata da un passo delle Biografie dei sofisti greci di Filostrato, il quale, in una lunga narrazione, che pur si occupa, e di proposito, dei professori di eloquenza e della istituzione delle relative cattedre ufficiali in Grecia, dice, di Adriano, soltanto che egli «fu fra gli antichi imperatori il più disposto ad incoraggiare il merito»[311].
Ma un altro più grave motivo ci induce a non attribuire a questo principe quell’istituzione di cattedre pubbliche, che si è pensata. Se così egli avesse fatto, se cioè i suoi «incoraggiamenti» a filosofi, grammatici, retori, matematici, pittori, astrologi etc., fossero da identificarsi con la istituzione di cattedre ufficiali, queste non potrebbero limitarsi alla retorica e alla filosofia, come è stato fatto da chi ha accolto tale interpretazione, ma dovrebbero riguardare eziandio la grammatica, l’astrologia, la matematica, la pittura, tutti cioè gli insegnamenti, che, noi positivamente sappiamo, furono protetti da Adriano[312] — ipotesi questa assolutamente inverosimile, come l’ulteriore svolgimento della politica scolastica degli imperatori assicura senza lasciare alcun dubbio.
Adriano dunque sarebbe stato il grande incoraggiatore degli studii e dei loro diffonditori, avrebbe, a più riprese, specie nel caso di incapacità ad un ulteriore lavoro, sovvenuto largamente i maestri più bisognosi e più meritevoli; ma nulla induce a pensare che egli sia stato l’autore di provvedimenti, con cui si istituivano in Roma, o altrove, delle cattedre pubbliche per le discipline più notevoli, che erano allora oggetto di insegnamento.
La sua opera rimane così limitata entro la cerchia delle idee e delle misure adottate dal primo dei Flavii. Vespasiano, infatti, dicemmo, non istituì una o più cattedre di retorica in Roma, ma solo uno stipendio personale e vitalizio in favore di taluni retori. Coi successori la sua iniziativa aveva subito un improvviso arresto. Con Traiano, par certo, gli assegni vitalizi ad personam non andarono più a favore di alcuno. Ora Adriano — saggiamente — ne riprende l’idea, che i bisogni e le circostanze stesse imponevano, e la riprende con i ritocchi e nella misura, che la nuova politica e la interrotta tradizione imponevano. Egli estende il beneficio ad altri insegnanti, che non fossero soltanto quelli di retorica; sostituisce talora, all’assegno vitalizio, incoraggiamenti, più o meno larghi, più o meno ripetuti, ma sempre irregolari; ne mette a parte anche i docenti delle province;[313] fissa quelli che oggi si direbbero dei limiti di età alla carriera dei maestri, o, piuttosto, dei limiti di carriera, quando l’età aveva fatto manifesta l’insufficienza didattica dell’insegnante, e, in tal caso, assicura ai maestri la restante esistenza con abbondanti assegni vitalizii. Tutto questo è certamente meritorio, e costituisce un progresso di fronte a Vespasiano; ma non è ancora la istituzione di vere e proprie cattedre pubbliche, che andassero a formare un primo nucleo di scuole medie, o superiori, o primarie, nelle varie località dell’impero.