V.
Uno solo dei mezzi, con cui gli imperatori del II. secolo avevano promosso le sorti della pubblica istruzione, rimase talora gravemente negletto dai principi, che loro immediatamente succedettero nell’età, di cui, in questo capitolo, ci occupiamo. Intendo accennare alle fondazioni alimentari. Commodo infatti trascurò per ben nove anni di destinarvi la rendita che vi spettava, e il successore, ritenendo impossibile, od oneroso, mettersi in pari, interruppe senz’altro quella liberalità[482]. L’istituto viene ristabilito, e con generosa larghezza, da Didio Giuliano[483]. Ma, ecco, subito dopo, Settimio Severo e Caracalla sottoporre i lasciti privati per istituzioni alimentari al diffalco della legittima agli eredi[484], e le iscrizioni continuare, ancor sotto Eliogabalo, a menzionare rarissimamente funzionarii con uffici connessi all’istituto degli alimenta. Solo con Alessandro Severo, questi ripigliano l’antico vigore. Vengono fondati nuovi ordini di puellae e di pueri alimentarii;[485] vengono richiamate in vigore le migliori disposizioni dell’età di Adriano e dei primi Antonini,[486] e le epigrafi tornano, come per incanto, a ripopolarsi di accenni relativi a quel genere di fondazioni[487].
Ma la morte di Alessandro Severo segna, come è noto, un ritorno all’anarchia politico-militare, che aveva caratterizzato i trent’anni immediatamente precedenti al governo dei Severi. All’anarchia interna si aggiungono anzi le pericolose aggressioni barbariche. Tale crisi si prolunga sino all’ultimo quarto del secolo III., sino all’avvento di Diocleziano. Fino a quel giorno, l’attività politica dell’impero non può, salvo rari momenti, che rivolgersi ad imprese di guerra, e le opere della pace e l’istruzione pubblica esulano dalle preoccupazioni dei governi, successivamente e rapidissimamente alternantisi.
Noi non abbiamo nessun elemento per pensare all’abbandono o alla soppressione di qualcuno degli istituti e delle riforme scolastiche dei due ultimi secoli; ma abbiamo motivo di sospettare che gravi danni derivassero indirettamente dal nuovo stato di cose[488], e che poco di nuovo, o di utile, la politica dei nuovi imperatori abbia aggiunto all’edifizio del passato.
E di questi sparsi frammenti dell’opera loro, che richiamano in modo speciale alle glorie passate, noi dobbiamo segnalarne uno, che, quantunque isolato, è di importanza veramente eccezionale. Noi troviamo registrato da un cronista bizantino come l’imperatore Probo, il quale regnò tra il 276 e il 282, ordinasse, con un editto imperiale, le già fiorenti scuole di Antiochia.
Questa città era allora uno dei principali centri di studio dell’Oriente ellenizzato, e contava numerosi docenti di lingua e letteratura greca, di eloquenza, di filosofia e di diritto[489]. Ma tali scuole non erano mantenute dalla città, e le condizioni economiche dei maestri ne erano assai tristi[490]. L’imperatore Probo volle che della spesa necessaria all’istruzione media e superiore, fin allora impartita, si incaricasse la città, e che questa fornisse degli stipendi in natura ai maestri, nonchè un’istruzione gratuita agli scolari[491]. Fissò anch’egli la misura di tali stipendi, come da altri imperatori vedremo praticare fra non molto? Noi non lo sappiamo, e non è forse probabile; giacchè anche più tardi udremo le lamentele dei retori contro l’insufficienza delle condizioni economiche, il che non accadde in nessuna parte dell’impero per stipendii fissati dal governo centrale. La misura, in cui questi sarebbero stati corrisposti, dovette dunque, con maggiore probabilità, essere lasciata interamente alla coscienza degli amministratori locali. Ma l’iniziativa di Probo non ha per questo un minor valore; essa prosegue la politica, a cui, nelle pagine precedenti, abbiamo accennato, e che trovammo per la prima volta documentata in sullo scorcio della metà di questo stesso secolo, politica fatta di una sempre maggiore ingerenza dello Stato nell’amministrazione dell’istruzione pubblica spettante ai comuni, e questa consuetudine noi potremo seguire, in tutte le sue fasi, negli anni di poi.