XIV.

Tutto questo, e cioè l’istituzione di cattedre imperiali, la regolarizzazione delle nomine dei docenti, fu fatto solo in Atene, o fu da Marco Aurelio ripetuto in altre città, già fiorenti e gloriose per studii, tanto quanto la capitale della Grecia? Ad onta della verisimiglianza di questa seconda ipotesi, a noi non è rimasta la menoma menzione di un tal fatto. Ciò che di certo sappiamo si è che, parallelamente alla gloria della scuola ateniese, s’accresce in questo tempo il prestigio e l’importanza dell’Athenaeum romano. Esso è ormai il luogo, dove impartiscono regolarmente lezioni i docenti di Roma e, con uguale frequenza, docenti venuti, talora chiamati, dall’estero, specie dalla Grecia, i quali ultimi non si può perciò dubitare che godessero ormai di uno stipendio fisso da parte dell’imperatore.

Dobbiamo quindi supporre, anche nell’Athenaeum, una costellazione di cattedre ufficiali. Quante per adesso, e con quali stipendii, l’ignoriamo. Certo, quelle cattedre, almeno per la retorica, sono considerate come superiori alle corrispondenti ateniesi, e, dei migliori insegnanti, che di là, o d’altrove, sono chiamati a coprirle, si dice appunto che si recano a occupare una cattedra «superiore» (ὁ ἄνω θρόνος). Non sappiamo però se anche per Roma occorresse alle varie nomine un concorso, o se queste della capitale dell’impero dipendessero, per ora almeno, direttamente dall’imperatore. Nell’assoluta mancanza di dati, ogni soluzione sicura è impossibile. Forse però, non soltanto il luogo di residenza dell’istituto, che si trovava sotto la diretta sorveglianza del principe e dei suoi ministri, ma anche il fatto che quelle cattedre venivano occupate da insegnanti già sperimentati in concorsi, e, per lo più, già provetti nell’insegnamento ufficiale, rende maggiormente probabile l’ipotesi di una diretta e immediata nomina dell’imperatore.

Grande dunque è stata la via percorsa fin da Vespasiano, e dallo stesso Adriano, a Marco Aurelio. Da uno o più stipendi largiti in Roma a determinate persone, i due principali centri di cultura dell’impero possono ora vantare cattedre d’istituzione imperiale o municipale, insegnanti di retorica, di filosofia, di giurisprudenza, forse di grammatica. Abbiamo, in Atene e in Roma, tutta una serie ufficiale di cattedre, anzi, in Atene, una vera e propria facoltà filosofica, e nell’una, se non nell’altra città, un apposito istituto per il libero insegnamento, superiore o medio-superiore. Possiamo con questo dire di trovarci dinnanzi al fatto compiuto di una statizzazione dell’istruzione pubblica? Nulla di più errato di tale affermazione. Dall’insegnamento ufficiale sfuggono interamente e l’insegnamento medio inferiore e il primario. Lo stesso insegnamento superiore e il medio-superiore contano un numero esiguo di cattedre ufficiali, rispetto all’abbondanza degl’insegnanti e delle cattedre private[402]. Mentre oggi, nel nostro paese, le Università libere e le così dette Università popolari rappresentano l’eccezione, queste, nell’età di Marco Aurelio, sono ancora la regola. Solo l’imperatore, scegliendo dalla grande folla, ha assegnato dei docenti di più scrupolosa elezione e godenti la sua fiducia, a una serie di cattedre, le quali recavano seco la stabilità, che proveniva dalla loro natura e dalla loro origine.

Ma, a rigore di termini, non si può neanche, per ora, parlare di Università, e neanche, forse, di vere Facoltà universitarie. Cotali nostri istituti presuppongono necessariamente un piano didattico e amministrativo, che presieda al loro funzionamento, un insegnamento integrale ed organico, un vincolo collegiale. Nulla di tutto questo troviamo, almeno per adesso, in Atene od in Roma. Ci sono cattedre, ci sono insegnanti; manca la scuola; o, se scuola c’è, la determina la tradizionale, non l’ordinamento imperiale. Nessun rapporto lega fra loro i maestri, nessun obbligo gli scolari. La scuola pubblica, in quanto organicamente costituita, non esiste, e la sua impronta ufficiale si farà attendere ancora per oltre un secolo.